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In questa pagina ho cercato di rispondere alle domande più comuni che mi vengono rivolte circa la realizzazione di questo viaggio ed al modo in cui questa esperienza è stata preparata. Altre risposte di ordine più esistenziale si trovano nella pagina dedicata alle motivazioni che sono state alla base di questo progetto.
Avevo due progetti nel cassetto, uno in Africa ed uno in Asia, i due continenti che più si prestano a lunghi viaggi overland. L'Europa era esclusa per ovvi motivi e l'America perché, tutto sommato, sarebbe stata un'esperienza molto differente da ciò che avevo in mente. Una traversata dell'Oceano Pacifico avrebbe infine richiesto molto più tempo e denaro.
La scelta finale è caduta sull'Asia in considerazione di due fattori chiave: il periodo ed il budget a disposizione.
Il periodo di viaggio, da maggio ad ottobre, calzava perfettamente con le stagioni e le fasce climatiche che avremmo attraversato nel corso dell'itinerario previsto in Asia, a parte una breve tratta in Nepal durante il monsone. In Africa, al contrario, sulla base della rotta che avevo pianificato, avremmo attraversato tutta la fascia del Sahara meridionale proprio durante l'estate, ed almeno altri tre Paesi durante la stagione delle piogge.
Da un punto di vista economico, il progetto in Africa sarebbe stato più costoso di quello in Asia. Infatti, mentre in Asia avremmo potuto far conto su diversi mezzi per gli spostamenti (treni, autobus, ecc.), al contrario per gran parte dell'itinerario che avevo ipotizzato in Africa avremmo dovuto noleggiare una Land Rover ed essere completamente autonomi ed autosufficienti, cosa che, oltre ad essere poco prudente da un punto di vista strettamente logistico, sarebbe venuta a costare assai di più.
Dal momento in cui ho iniziato a lavorare davvero al progetto al momento della partenza sono trascorsi circa tre mesi. In realtà il tempo dedicato allo studio ed alla preparazione del viaggio è stato ovviamente concentrato nelle serate e nei weekend, ossia nel poco tempo libero dal lavoro e da tutto il resto.
Soprattutto, si è trattato di decidere almeno a grandi linee la rotta da seguire, e nel capire cosa portare e come trasportarlo. Oltre a ciò, pianificare il budget, organizzare la gestione delle normali scadenze a casa durante i mesi di viaggio, occuparsi dei visti consolari necessari fin dalla partenza (Bielorussia, Russia, Mongolia e Cina), procurarsi le lettere di invito per richiedere altri visti nei mesi successivi (ad esempio, Uzbekistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan), e in generale cercare di anticipare quelle che sarebbero state le eventuali noie burocratiche da affrontare, in modo da essere preparati al momento opportuno.
A Milano sono stati acquistati tutti i biglietti per i treni fino a Mosca, rivolgendosi all'ufficio delle ferrovie tedesche (DB), ed il biglietto per la Transiberiana attraverso un sito internet (nel 2002 questo solo passaggio, oggi assai semplice, fu una vera avventura). In particolare, il biglietto per la Transiberiana è servito per riuscire ad ottenere il visto russo senza la sponsorizzazione di un'agenzia viaggi.
Ancora via internet le prenotazioni per gli alberghi a Minsk (necessario per avere la lettera di invito per richiedere il visto bielorusso), a Mosca e ad Ulaan Baatar (stesso motivo) e a Pechino, ultima tappa per la quale era possibile più o meno calcolare quando saremmo arrivati, con uno scarto massimo di tre o quattro giorni. Da lì in poi non era possibile prevedere né l'itinerario preciso, né tanto meno i periodi di passaggio delle varie frontiere, e dunque era impossibile cercare di procurarsi altri visti consolari in anticipo, senza contare che alcuni fra quelli necessari sono particolarmente difficili da procurarsi in Italia, perlomeno in qualità di viaggiatori indipendenti.
Infine, ancora una volta utilizzando internet, ho contattato l'agenzia in Mongolia (Blue Sky Travel) che ha organizzato la traversata del Paese in fuoristrada, soprattutto la parte nel deserto di Gobi. Ho deciso di pianificare specificatamente questa tratta in anticipo, affidandomi ad un'agenzia locale, per essere certo di riuscire ad attraversare alcune aree specifiche senza aggregarsi ad un tour organizzato e sulla base di un itinerario studiato in prima persona con la collaborazione di qualcuno esperto dei luoghi, che ci facesse anche da guida (condizione praticamente indispensabile in Mongolia). La scelta si è rivelata ottima.
Ho studiato il percorso sulla base di una logica abbastanza semplice, ossia concatenare le grandi vie dell'Asia. Da ovest ad est l'itinerario più ovvio è la Transiberiana. La Via della Seta è la rotta più famosa da est ad ovest che passi per l'Asia Centrale ed il Medio Oriente. Le tratte mancanti sono perfettamente coperte dalla Friendship Highway in Himalaya e dalla Karakoram Highway, probabilmente le due grandi vie terrestri più belle e famose del mondo.
Da un altro punto di vista, questa rotta collega perfettamente alcuni di quelli che erano vecchi sogni nel cassetto: la Siberia, il Tibet, l'Everest, il Karakoram, Samarcanda, l'Iran. Tanti singoli viaggi che sognavo da tempo di fare e che ora potevo concatenare in un unico grande viaggio.
Oltre alla rotta principale, avevo comunque studiato, almeno a grandi linee, altri due percorsi alternativi. Siamo infatti partiti nel bel mezzo della guerra in Afghanistan e dell'escalation fra India e Pakistan, senza contare il fatto che avevamo davanti a noi l'incognita del monsone in Tibet che poteva rendere impercorribile la Friendship Highway, almeno a livello teorico. Era dunque necessario prevedere deviazioni dal percorso base all'ultimo momento, dovute agli eventi che potevano capitare lungo la strada.
Il problema principale riguardava la tratta fra Lhasa, in Tibet, e Kashgar nello Xinjiang. Il piano originale prevedeva di coprire questa tratta passando per la Friendship Highway fino a Kathmandu, proseguendo poi per India, Pakistan, Karakoram Highway e rientrando in Cina attraverso il Kunjerab Pass.
Una seconda possibilità, nel caso non fosse stato possibile passare per Nepal e/o India e/o Pakistan, prevedeva di affrontare la lunga strada himalayana che attraversa tutto il Tibet collegando direttamente Lhasa a Kashgar. Al tempo della nostra partenza, però, questa strada sembrava ancora chiusa agli stranieri, oltre che molto difficile da affrontare.
Una terza possibilità prevedeva l'attraversamento della Cina passando a nord invece che a sud, saltando quindi sia il Tibet, sia il subcontinente indiano, per arrivare a Kashgar direttamente proveniendo da Urumqi. Era questo l'itinerario previsto per emergenza, nel caso la situazione in Pakistan e in Nepal fosse particolarmente critica.
Dal momento in cui siamo arrivati a Pechino, abbiamo valutato giorno per giorno il da farsi, sulla base delle informazioni che leggevamo sui giornali e su internet.
Abbiamo entrambi messo insieme tutte le ferie residue che avevamo a disposizione, circa otto settimane nel mio caso, e chiesto aspettativa alle rispettive aziende per i mesi rimanenti.
Per quanto mi riguarda è stata una battaglia durata altri sei mesi: ancora oggi, quando mi chiedono quale sia stato il momento più difficile del viaggio, rispondo sempre [corsivo]sedersi davanti al proprio capo e dirgli che me ne sarei andato per sei mesi, minacciando le dimissioni[/corsivo]...
La verità è che un capo come quello che avevo in quel periodo lo augurerei a chiunque. Soprattutto perché mi ha sopportato al rientro.
Questa è forse la domanda che più volte mi è stata rivolta. E' difficile dare una risposta definitiva ed univoca. Posso dire con certezza che è costato meno che comprare un'automobile nuova di media cilindrata. A questi soldi vanno comunque aggiunti gli stipendi non percepiti durante i mesi di aspettativa.
Nella cifra stimata è compreso tutto: sono compresi i 300 rullini di fotografie ed il relativo sviluppo, il costo dei visti, il costo delle spedizioni a casa, con i vari corrieri, di tutto quanto acquistato in giro per l'Asia, e tutto quello che pur non essendo un costo specifico del viaggio, è stato comunque un costo che ne è derivato, prima, durante e dopo. Ad esempio, i due grandi tappeti comprati in Turkmenistan.
Detto questo, è un viaggio che può costare cinquemila o cinquantamila euro, dipende da cosa si vuole fare, come lo si vuole fare e quanto si è disposti a sacrificarsi. l'Asia è un continente che offre un'infinita varietà di soluzioni per dormire, mangiare e spostarsi. Si può vivere con niente o nel lusso più sfrenato. Anche se, ovviamente, non tutti i Paesi hanno lo stesso costo della vita, in generale è però vero che è possibile muoversi in Asia in modo molto economico.
Noi ci siamo concessi quando possibile delle buone comodità, anche perché quando si viaggia a lungo ed in luoghi difficili mediamente almeno una volta al mese il bisogno di un luogo che assomigli il più possibile a casa propria si fa sentire, ad esempio dopo la Mongolia e dopo il Tibet. Inoltre, potendo, abbiamo sempre preferito mezzi di spostamento che garantissero la maggior autonomia possibile, ossia il potersi fermare quando e dove volevamo, e per quanto tempo desideravamo. Questo ha voluto dire noleggiare spesso l'auto. Ovvio che utilizzando i mezzi pubblici locali si spende molto meno.
Personalmente avevo qualche esperienza di viaggi overland più brevi attraverso frontiere non troppo frequentate dal turismo classico in Indocina, in Medio Oriente ed in Sudamerica. Queste esperienze sono servite più che altro per prendere le misure e capire che si può affrontare un viaggio così da soli senza alcun timore. Inoltre, avevo ormai alle spalle altri sei viaggi in Asia, anche se in realtà non ritengo questo fattore determinante nel bagaglio di esperienza necessaria.
Le fonti utilizzate, sia per la preparazione, sia nel corso del viaggio, sono state soprattutto internet e i volumi della Lonely Planet. Su internet si trovano tantissime informazioni utili e diari di viaggio di persone che hanno affrontato questa ed altre rotte. In particolare, il forum di discussione della Lonely Planet (Thorne Tree) è una miniera inesauribile di informazioni preziosissime ed è aggiornato quotidianamente da tutti i viaggiatori in giro per il mondo. Io stesso l'ho regolarmente alimentato e me ne sono servito molto spesso durante il nostro viaggio, mettendomi in contatto con altre persone che stavano seguendo la stessa rotta nel medesimo periodo.
E' preferibile affidarsi ad una combinazione di soluzioni. Di solito io parto con pochissimo cash ed utilizzo le carte di credito, anche per i prelievi, ma in questo caso per gran parte del viaggio sarebbero state del tutto inutili, soprattutto in Mongolia fuori da Ulaan Baatar, in buona parte della Siberia, spesso in Cina, in Tibet ed in Iran. Nel 2002 solo la Visa era abbastanza diffusa in Asia Centrale (Kyrgyzstan, Kazakhstan, Uzbekistan).
Alla partenza, il monte cash era di duemila dollari americani in banconote di medio taglio, molto utili nei Paesi della CSI ed in Mongolia, che al tempo del viaggio utilizzavano nelle transazioni con i turisti molto più il dollaro che le valute locali. Va peraltro osservato che in anni recenti anche in questi Paesi l'euro ha ormai sostituito quasi del tutto il dollaro nelle transazioni, per cui è possibile partire direttamente con la nostra moneta in tasca.
Oltre ai dollari in banconote, siamo partiti con traveller cheques a sufficienza per coprire le spese almeno fino a Pechino. I traveller cheques (che non amo molto) hanno il vantaggio di essere sicuri e di essere accettati dalle banche principali delle grandi città. Ce ne siamo serviti a Mosca e ad Ulaan Baatar.
Da Pechino in poi rifornimento solo con le carte di credito in tutte le capitali, direttamente presso gli sportelli delle principali banche nazionali, poiché spesso le macchine ATM non leggevano né le Visa né le Amex.
Nota: relativamente all'argomento cambio in nero / cambio ufficiale, ecc, la casistica è così vasta che rimando al diario di viaggio, dove tutte le informazioni necessarie sono via via riportate, Paese per Paese.
Questa è un'altra delle classiche domande che mi vengono rivolte. La risposta è sempre la stessa: nessun pericolo, nessun problema grave, nessun momento di panico. Qualche volta mi capita di rispondere osservando che, se ci si sofferma a pensare razionalmente, non esiste alcuna ragione per cui viaggiare, ad esempio, in Cina, debba essere più pericoloso che in Italia. Questo vale per quasi qualunque Paese al mondo, almeno per quelli che non si trovano in uno stato di guerra.
Detto questo, i problemi da affrontare sono molti, ma di altra natura. Non dovuti insomma agli incontri con le popolazioni locali.
Viaggiare in Mongolia è fisicamente molto faticoso e mette a dura prova. In Cina si incontrano molte difficoltà di adattamento alla cultura locale e di comunicazione. Il Tibet è un altro Paese fisicamente molto faticoso, che richiede anche attenzione da un punto di vista igienico ed alimentare. In Nepal ed in India si hanno spesso problemi con il clima e qualche disturbo alla salute, nel mio caso egregiamente curato dai medici locali che, contrariamente a quanto si può pensare, studiano quasi tutti all'estero e sono perfettamente preparati. In Asia Centrale vanno prese le solite precauzioni che usiamo tutti quotidianamente per cercare di non farci fregare soldi e/o truffare. In Iran si può avere qualche problema nel difendersi, se così si può dire, dall'eccessiva ospitalità della gente locale, che a volte è soffocante, almeno per un orso come me.
Infine, dopo sei mesi, un tassista di Istanbul è riuscito infine a fregarci sulla tariffa, per giunta con un trucco che conoscevo e che è pure citato sulla Lonely Planet.
Morale: mai abbassare la guardia, esattamente come quando si gira in metropolitana a Milano.
Vorrei infine aggiungere una nota per rispondere a tutti coloro che pensano (e mi chiedono) "[corsivo]e se per caso succede qualcosa?[/corsivo]": cosa dovrebbe mai succedere che non possa accadere anche in Italia? Nessuno è ancora riuscito a spiegarmelo bene.
Tibet in testa alla classifica, senza partita. A ruota, Karakoram Highway, Kyrgyzstan e Mongolia. Le esperienze più belle della mia vita.
In generale, mi ha molto deluso tutta la Cina "cinese" e non mi è piaciuta Delhi. Anche sul mitico Taj Mahal, tutto sommato, avrei qualcosa da dire.
In totale avevamo due sacche, due zaini e due zainetti. Per questo viaggio non è stato molto semplice applicare la regola del poco bagaglio, quasi niente, tanto si trova tutto il necessario lungo la strada.
Nelle sacche era contenuta tutta l'attrezzatura "tecnica", che comprendeva circa 300 rullini fra diapositive e negativi (soprattutto le diapositive sono quasi impossibili da trovare nella maggior parte dei Paesi attraversati ed in ogni caso va considerato il problema legato alla qualità delle pellicole), sacchi a pelo, giacche di piumino, scarponi, farmacia (assai varia e completa), qualche Lonely Planet (altre sono state acquistate lungo la strada), eccetera.
Negli zainetti era contenuta soprattutto l'attrezzatura fotografica (due macchine reflex, obiettivi, videocamera, ecc.) ed i generi di prima necessità. Negli zaini il minimo indispensabile per vestirsi e lavarsi, tenendo conto del problema di attraversare differenti fasce climatiche, dai deserti in estate, ai cinquemila metri dell'Himalaya durante il monsone.
Abbiamo scommesso nel non portarci la tenda, ed abbiamo avuto ragione. Siamo riusciti a trovare una sistemazione per dormire ovunque, compreso il campo base dell'Everest.
Dopo l'attraversamento dell'Himalaya, del Karakoram e del Pamir, quando davanti restavano solo deserti e pianure, tutto il materiale pesante ormai superfluo è stato spedito a casa in una sacca grande. In generale, ogni sosta in qualche grande città era buona per spedire a casa le cose diventate inutili, insieme agli acquisti ed alle varie cianfrusaglie raccolte lungo la strada (ricordi, sassi, libri, oggetti di artigianato, eccetera). Per le spedizioni si fa riferimento ai soliti corrieri internazionali: DHL, TNT, UPS, Fedex - va detto a tal proposito che DHL ha offerto il servizio più efficiente in assoluto, anche dal punto di vista doganale. Dall'India per la spedizione di alcuni libri abbiamo utilizzato anche il servizio EMS che segue le poste tradizionali. Merita sicuramente una nota il fatto che le spedizioni a casa hanno rappresentato senza dubbio la voce di spesa più consistente del viaggio.
I corrieri espresso sono stati usati anche e soprattutto per spedire a casa le pellicole fotografiche già impressionate. Mediamente, una spedizione al mese. Ciò è stato necessario per preservare le pellicole, farle sviluppare rapidamente e non sottoporle inutilmente allo stress di mesi di viaggio in condizioni climatiche spesso difficili, oltre, naturalmente, ad alleggerire via via il bagaglio.
Procurarsi i visti consolari necessari è stata sicuramente la questione più complicata da risolvere. In generale si parte solo con quelli indispensabili per la prima parte del viaggio e che è possibile ottenere senza eccessive complicazioni: Bielorussia, Russia, Mongolia e Cina, oltre al visto indiano che il consolato di Milano rilascia immediatamemente con sei mesi di validità.
Uno dei fattori da considerare è che la maggior parte dei visti consolari ha una validità dalla data di emissione entro la quale il visto stesso deve essere utilizzato. Inoltre, il rilascio di molti visti è vincolato all'indicazione delle date esatte di entrata ed uscita dai Paesi per i quali quegli stessi visti vengono richiesti. Queste due condizioni rendono impossibile, per viaggi di lunga durata, la regolarizzazione dei visti consolari prima della partenza.
Di norma ci si procurano i visti consolari necessari via via nel corso del viaggio, rivolgendosi alle ambasciate dei vari Paesi, presenti normalmente in ogni capitale, e procedendo un po' per tentativi.
In particolare, abbiamo ottenuto il visto per il Pakistan e quello per il Kyrgyzstan a Pechino, quello per il Tibet a Golmud, quello per il Nepal a Lhasa, quelli per l'Iran e per il Kazakhstan a Delhi, quello per l'Uzbekistan a Bishkek, quello per il Turkmenistan ad Almaty e quello per la Turchia direttamente alla frontiera.
Consiglio di leggere a tal proposito il diario di viaggio, dove si racconta per filo e per segno tutte le trafile superate per il rilascio dei vari visti.
La parola magica è "Phrasebook della Lonely Planet". Pur non amando fare pubblicità, è un dato di fatto che la principale àncora di salvezza nel corso di questo viaggio siano stati i volumetti del russo, del cinese e quello dedicato alle lingue dell'Asia Centrale della nota collana australiana. Altre pubblicazioni analoghe sperimentate non sono all'altezza.
Va considerato che lungo questo itinerario l'inglese è un optional utile solo in Nepal, in India ed un po' in Iran. In tutta la CSI si parla praticamente solo russo, oltre ai dialetti locali. In Cina solo ed esclusivamente cinese, con buona pace di tutti coloro che sostengono che in Cina l'inglese è utile. In Mongolia la fa da padrone ancora il russo, a meno di non conoscere il mongolo. In Tibet, naturalmente, si parla solo tibetano, o cinese se si è fortunati.
E' abbastanza fondamentale imparare a leggere il cirillico (cosa non difficile), possibilmente qualche ideogramma base (ne bastano una ventina), e qualche parola chiave di russo e di cinese.
In ogni caso, la prima regola indispensabile è sempre imparare i numeri nelle varie lingue locali, almeno da uno a dieci, il cento ed il mille: sia a leggerli, sia a scriverli, sia a pronunciarli, sia - anche - a indicarli con le dita. Ad esempio, il sistema di numerazione cinese con le dita è molto differente dal nostro.
E' un viaggio faticoso. Quando si viaggia per tanti mesi in posti spesso disagiati va tenuto conto che il fisico è sottoposto a stress continuo. Climi talvolta estremi, sbalzi di altitudine (in questo viaggio, da -150 a 5.300 metri) e di temperatura (da zero a quasi cinquanta gradi), alimentazione non controllata, igiene spesso precaria, sono tutti fattori che sulla distanza stancano.
In una vacanza normale di tre-quattro settimane è maggiore il riposo psichico rispetto allo stress fisico, ed una volta a casa si ritorna rapidamente ai propri ritmi quotidiani. In un viaggio itinerante di questo tipo va tenuto conto, almeno per persone medie, che più o meno una volta al mese è necessario fermarsi per qualche giorno per concedersi qualche lusso in più e riposarsi davvero, lavarsi, mangiare bene, dormire, non fare nulla, altrimenti prima o poi il viaggio si trasforma in una inutile e faticosa maratona. Sembra magari una banalità, ma non lo è.
Inoltre, gli aspetti organizzativi, logistici, burocratici, ed i mille piccoli problemi che vanno risolti giorno per giorno, fanno sì che molto spesso, nel corso del viaggio, non si pensi affatto alla propria condizione come ad una vacanza, ma piuttosto ci si svegli presto al mattino con una lunga lista di cose noiose da fare e di cui occuparsi. Questa è stata forse la cosa più difficile da far comprendere a chi stava a casa e seguiva il viaggio attraverso le lettere scritte agli amici.
Sono due gli aspetti che amo sottolineare. Il primo è stato il rendersi conto che, nonostante tanti anni di viaggi, avevo sopravvalutato la mia capacità di integrazione e di apertura mentale. In realtà, mi è capitato di fare molta fatica a superare il gap culturale in Cina ed in India, e questa è stata sicuramente una lezione importante che ho appreso sul mio spirito di adattamento. Oggi sono certamente molto più preparato e ho imparato moltissimo sulle infinite sfumature dell'animo umano proprio grazie al continuo ed incessante bombardamento culturale e di novità al quale siamo stati sottoposti per sei mesi di seguito.
L'altra esperienza che, credo, mi ha inesorabilmente trasformato è stata quella che chiamo la "consapevolezza del mio tempo". E' una sensazione che non ha a che fare necessariamente con il tipo di viaggio o con l'itinerario. E' la sensazione assoluta di poter disporre, totalmente e senza riserve, del proprio tempo, ogni giorno, dal momento del risveglio al momento di addormentarsi, per mesi e mesi.
Quasi tutti noi viviamo una nostra quotidianità regolata da eventi e cose che dobbiamo fare per forza e che inevitabilmente subiamo, che ci servono per vivere, che non ci fanno crescere dentro, né ci arricchiscono come persone, ma che ci danno da mangiare, ci permettono di vivere inseriti nel nostro contesto sociale, ci consentono di mandare avanti la nostra vita il più possibile al riparo dagli imprevisti. Il lavoro innanzitutto, per quanto ci possa piacere, è un dovere sociale e una necessità per la quale, spesso, alla sera ci addormentiamo senza avere avuto il tempo di fare mille altre cose che al contrario ci sarebbe piaciuto fare. E spesso non riusciamo neanche a staccare del tutto la testa durante le ferie, ma abbiamo giusto il tempo di riprendere fiato.
Noi abbiamo avuto il privilegio di poter staccare davvero. Di poterci dimenticare di ogni cosa. Di vivere, per centosessantasette giorni consecutivi, al di fuori di qualunque contesto sociale al quale dovessimo qualcosa. Di svegliarci alla mattina ed avere tutta la giornata davanti a disposizione per noi stessi, per occuparci di cose che ci arricchissero come persone, che ci piacesse davvero fare, di fronte alle quali non esistesse per noi un modello alternativo possibile di vita, ma che rappresentassero esattamente, in quell'istante ed in quel luogo, quello che per noi è vivere.
E di poterci addormentare ogni sera, per centosessantasei notti consecutive, senza conti in sospeso con noi stessi e felici della giornata, sempre piena di eventi ed avvenimenti, che avevamo appena vissuto.
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