|
CAST AWAY - VIAGGIO ALLE SEYCHELLES
articolo pubblicato su Fiordaliso Magazine,
n° 1/2004
(di Carlo)
La Digue è uno scoglio di qualche chilometro quadrato circondato
dalla barriera corallina, abitato da circa cinquecento anime e altrettante
tartarughe giganti. Ci si arriva da Praslin con una piccola goletta
che naviga un po' a vela e un po' a motore: dipende da che aria
tira. La navigazione sull'onda lunga dell'Oceano Indiano può
a volte essere un po' "rocky", ma lo spettacolo dei pesci
volanti che saltano due metri d'onda val bene un po' di rollio fuori
norma.
Sul molo di La Digue ad attendere i naviganti non ci sono macchine,
ma carri trainati dai buoi. Le automobili, di fatto, qui non esistono.
C'è un'unica strada che corre per un po' lungo la costa,
senza peraltro fare il giro completo dell'isola. Altrove, solo sentieri
e ci si muove a piedi, o in bicicletta.
Se bisogna trasportare qualcosa di pesante i carri trainati dai
buoi offrono un servizio efficiente. Un po' lento, se proprio vogliamo.
A dirla tutta, c'è anche un unico taxi che contravviene alla
regola di non esistenza delle automobili. È caro e inaffidabile:
nonostante le dimensioni dell'isola e la prenotazione obbligatoria
(!), riesce ad essere sempre in ritardo, o a non arrivare del tutto.
Lasciate perdere.
A La Digue la vita scorre lenta. I bambini vanno a scuola, i giovani
si danno al surf, le mamme vanno al supermercato, gli uomini vanno
a pesca, o si inventano qualche attività. Noi oziamo.
Oziamo non rende esattamente l'idea. Il nostro ritmo di vita quotidiano
è scandito dalle maree e dagli orari ai quali siamo attesi
a tavola dalla nostra simpatica ospite. A La Digue la pensione completa
non è un'opzione, a meno di non volersi avventurare nel self-catering,
confidando nell'offerta dell'unico supermercato dell'isola. Per
cui, magari, oggi non c'è pane, ma c'è dell'ottima
vernice verde per palizzate.
La nostra giornata tipo segue un ritmo fra il creolo e la calma
piatta: colazione intorno alle dieci del mattino, pennichella sull'ampia
terrazza del nostro bungalow, a dieci metri dallo sciabordìo
delle onde; poi inforchiamo stancamente le nostre mountain bike
noleggiate in paese e pedaliamo, con molta calma, verso qualche
striscia di spiaggia risparmiata dall'alta marea diurna, possibilmente
deserta, davanti alla barriera corallina.
Anse Source d'Argent, di solito, non è deserta. Ma è
una delle spiagge più belle del mondo. Ci hanno girato Cast
Away e gli spot del Bacardi e della Bilboa. Ci si arriva a piedi,
attraverso un sentierino nella boscaglia. Le biciclette si abbandonano
in uno spiazzo nella foresta, dove hanno sistemato alcune griglie
per allinearle ordinate.
Al tramonto, davanti ad Anse Source d'Argent, il cielo dell'Oceano
Indiano si tinge di rosso fuoco e non è difficile calarsi
nei panni del naufrago Tom Hanks sentendosi come Robinson. Soprattutto
se si avvicina un amico cane un po' pulcioso e si siede a contemplare
il tramonto accanto a voi, approfittandone per mangiarsi i vostri
ultimi biscotti. Quelli che miracolosamente, solo per oggi, erano
arrivati al supermercato al posto della vernice verde per palizzate
e sui quali contavate per il tè di domani pomeriggio. Pazienza.
Avete un nuovo amico fedele.
Ci vuole un po' per rendersene conto, ma le Seychelles non sono
solo il mare che Jacques Cousteau definì il più bello
del mondo. Né sono solo le curiose palme endemiche di Coco
de Mer, il simbolo di questo paradiso. Ad esempio, per noi le Seychelles
sono state anche Spennacchiotto, più noto alla scienza come
Bulbul dal Grosso Becco, un simpatico uccello nero con il becco
arancione e una cresta di piume che gli conferisce quel buffo aspetto
un po', appunto, da spennacchiotto. Il suo insolente "pee-pee"
risuona in continuazione fra gli alberi delle isole e nella foresta.
Basta isolarsi per qualche giorno. Evitare le spiagge affollate
dai turisti e lasciarsi guidare dalla bicicletta. E chiunque può
trovare le proprie Seychelles, diverse da quelle di tutti gli altri.
|