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ASIA OVERLAND 2002

 

 

ASIA OVERLAND 2002: TRAVEL LOG
Leg 7: Friendship Highway
 
Warning: the Travel Log pages of Asia Overland 2002 have not been translated from Italian.
 
from 07.11.02 to 07.15.02: from Lhasa to Mount Everest base camp
from 07.16.02 to 07.20.02: Everest, Shisha Pangma and the arrival in Kathmandu

July 11, 2002 - Day 70, 22:30 (GMT+8)
Gyantse, Hotel Wuste - Altitude 3.990 m.
Leg 260 km, max altitude 5.045 m.

E siamo in viaggio lungo la leggendaria Friendship Highway, da Lhasa a Kathmandu, forse la strada più famosa e bella del mondo. Dopo la Transiberiana e la Mongolia, questo è il terzo viaggio che concateniamo e che sognavo da una vita...!
Questa mattina ci siamo presentati allo Snowland Hotel alle 10:30 come d'accordo. Ovviamente, dei nostri passaporti e dei fantomatici permessi nessuna traccia. Adesso siamo davvero arrabbiati. Tutto ciò è surreale, kafkiano, demenziale e assurdo! Non sappiamo se dobbiamo lasciare l'albergo, non sappiamo se riusciamo a partire, non sappiamo un accidente di niente. L'unica risposta che abbiamo dal manager dello Snowland è che il PSB ha un "meeting", esattamente come ieri, e quindi non hanno potuto occuparsi dei permessi.
Cerchiamo di mantenere la calma, anche perché gli altri quattro gruppi che devono partire sono nelle nostre stesse condizioni. Tutti fermi ad aspettare.

Alle 11:30 si presenta una specie di idiota funzionario cinese con una valigetta piena di scartoffie e passaporti. I "permessi" sono arrivati. Questi stupidi ed inutili pezzi di carta che noi non possiamo nemmeno prendere in mano! Consegnamo il saldo dei 9.000 yuan all'agenzia e conosciamo finalmente la nostra guida ("Tsiri" ?) (*) e il nostro nuovo autista ("Pasang" - non capiamo peraltro perché non ci hanno dato lo stesso di ieri, visto che accompagna una coppia di giapponesi lungo la nostra stessa strada).
Tsiri parla inglese per modo di dire, ma almeno sia lui sia Pasang sono tibetani, ed è chiaro da subito che loro, i cinesi, li odiano.
Alle 12:00, finalmente, caricato il Toyota Land Cruiser, si parte! Almeno per oggi siamo praticamente una carovana. Oltre a noi partono altri quattro Land Cruiser ed è chiaro che per oggi seguiamo tutti la stessa rotta, e probabilmente sarà così fino all'Everest.

La giornata è decisamente piovosa. E' la prima volta praticamente. Ha piovuto a dirotto tutta la notte, ha piovuto questa mattina e di fatto farà tempo stupido per tutta la giornata.
Per un po' seguiamo la valle di Lhasa, lungo lo stesso fiume che abbiamo risalito verso est ieri, un affluente del Brahmaputra. Oggi si viaggia verso sud-ovest. Dopo circa 50 km di ottima strada asfaltata, a Chushul la strada si divide: la North Friendship Highway, nuova, va direttamente verso Shigatse; la South Friendship Highway, quella originale, verso Gyantse. Noi prendiamo quest'ultima.
Da questo momento in poi è tutto assolutamente indescrivibile! La strada, sterrata, inizia a salire paurosamente a colpi di tornanti scavati sui fianchi delle montagne. Ci si alza vertiginosamente, non c'è alcun parapetto e sotto di noi passano strapiombi da paura. Inutile dire che si incontrano parecchi camion in direzione opposta, ed ogni volta è adrenalina che sale, anche perché la strada sterrata e la pioggia contribuiscono a far slittare un po' il Land Cruiser.
Continuiamo a salire con un panorama mozzafiato ed allo stesso tempo vertiginoso, raggiungendo quasi le nuvole, e sotto di noi la valle di Lhasa sembra lontanissima. I pendii della montagne sono qui tutti ricoperti da tappeti erbosi e decine di yak se ne stanno tranquillamente a pascolare lungo queste pareti ripidissime.

Al Kamba-La, quota 4.794 metri, scolliniamo la prima volta e davanti a noi si apre un panorama indescrivibile. Quattrocento metri più in basso, sul versante opposto, lo specchio blu e turchese del Yamdrok-Tso, il lago sacro tibetano, riflette tutti i colori del cielo e delle montagne intorno. Siamo senza parole.
Sul passo, come al solito (e come accadeva in Mongolia), ci sono migliaia di bandierine di preghiera e di sciarpe che coronano il solito cumulo sciamanico di sassi. Nonostante la quota, la temperatura è piacevole e il sole ogni tanto si fa vedere regalandoci colori straordinari sul lago.
Scendiamo dunque allo Yamdrok-Tso e lo costeggiamo per una cinquantina di chilometri (il lago è enorme) fino a Nakartse (o Nagartse), un villaggio situato a 4.500 metri dove ci fermiamo verso le 16:00 per pranzare. Il tempo è ora davvero orribile e ogni tanto piove a scrosci. Spendiamo 28 yuan per il pranzo,a base di zuppa di momo e tè. Finalmente provo dunque il momo, uno dei tipici piatti tibetani. Di fatto, si tratta di ravioloni insipidi ripieni di carne di yak in zuppa di cipolle. Il tipico piatto che ti aspetti a 4.500 metri...

Ripartiamo ed iniziamo nuovamente a salire. Nello spazio di una trentina di chilometri ci alziamo nuovamente fino a circa 5.000 metri e lo scenario intorno a noi è straordinario. La strada corre lungo una valle che passa proprio fra due giganti, il Jangrang Lhamo, di 6.324 metri ed il ben più alto Nojin Kangstan, di 7.191 metri, arrivando a lambirne i rispettivi, enormi, ghiacciai. Finalmente Himalaya vero! Queste montagne sono stupende, selvagge, straordinarie, con questi grandissimi ghiacciai e le calotte nevose di vetta che contrastano con il verde dei pendii circostanti, che sale almeno fino a 5.500 metri. Le icefall sono veramente grandiose. Il tempo, sempre nero e a tratti piovoso, rende l'aspetto ancora più tenebroso.
Si scollina al passo Karo-La, 5.045 metri o 4.960, a seconda delle carte. Sotto il Karo-La ci si ferma davanti alla icefall del Nojin Kangstan, ed è da rimanere senza fiato (non solo per la quota!). Rimaniamo lì una mezz'ora, La vetta è incappucciata dalle nuvole. Una comunità nomade, che ha piantato le tende proprio sotto al passo, davanti al ghiacciaio, ci circonda e ci vende cristalli trasparenti raccolti sulla montagna.
Dopo circa mezz'ora il sole ci regala finalmente un raggio sulla montagna, che per qualche minuto si scopre. Il nostro primo vero settemila... Mi dà i brividi essere qua sotto, anche perché, studiandolo, individuo subito una via di salita che sembra facile, e la vetta è lì, così a portata di mano... Anche il seimila che gli sta di fronte è stupendo, forse ancora più bello. Quasi da piangere il non poter salire!

Inziamo la discesa verso valle e il cielo si apre un po', regalandoci da sotto una vista completa sul Nojin Kangstan. La valle si apre moltissimo ed è tutta fiorita di giallo, con piccoli villaggi tibetani ai piedi delle montagne ed il fiume in mezzo. Questa valle si trova ad una quota di 4.400 metri.
Si risale quindi fino ai 4.500 metri di un ultimo passo sopra ad un lago artificiale, e poi giù nella valle di Gyantse, quota 4.000, un altipiano vero e proprio. Arriviamo a Gyantse verso le 19:30.

Nota: l'autista non è un granché e corre un po' troppo su queste strade vertiginose. In discesa andava tranquillamente fra i 60 e gli 80 km/h e più di una volta ha dovuto inchiodare, slittando paurosamente sulla ghiaia. Tsiri parla poco, cerca di fare il simpatico, ma parla inglese talmente poco che la conversazione è quasi nulla. E' fin troppo chiaro che questa inutile guida non è altro che il vecchio ufficiale cinese di collegamento che usava fino a qualche anno fa per muoversi in questi luoghi. Adesso è un'altra delle truffe che dobbiamo pagare al CITS ed al TTB per poterci muovere in Tibet. Per noi è assolutamente inutile.

Gyantse... Ho passato anni sui libri di Messner, guardando le foto di questi luoghi... Ma com'è Gyantse vent'anni dopo Messner? Mah... Noi siamo arrivati tardi e abbiamo visto solo la solita inutile parte cinese. Il fatto è che vent'anni fa NON esisteva alcuna parte cinese, solo un polveroso villaggio di fango e mattoni abitato da quattro gatti, no corrente, no telefono, niente di niente. Oggi qua prende anche il cellulare - benissimo, e sono convinto che, se cerco bene, trovo anche internet!
Quel poco che vediamo stasera di Gyantse, arrivando, è uno sporco villaggio cinese, polveroso, sciatto ed inutile, ai piedi di quello che dovrebbe essere il vecchio forte sulla rocca, lo Dzong (domani verificheremo).
Alloggiamo in un moderno hotel, con tutti i confort, tv compresa, bagno normale (beh, oddio...), probabilmente l'unico hotel in città con bagni normali. E' un cazzo di hotel cinese e ci pela 250 yuan, 10 yuan più che a Lhasa. Vergognoso. Ma le brutte sorprese non finiscono qui.
Usciamo a cena e andiamo allo Zhuangyuan Restaurant, consigliato dalla Lonely Planet. Sono simpatici, si mangia discretamente, hanno un libro degli ospiti pieno di commenti in italiano, ed ovviamente l'adesivo di Avventure nel Mondo attaccato alla parete. Bene, ci pelano 180 yuan di conto!!! Non abbiamo mai speso così tanto nemmeno a Pechino o a Xi'an!! Pauroso! Oltre 20$ di conto per una cena tutto sommato simile a quella di qualunque altro ristorante cinese. Se poi la confrontiamo con i 28 yuan spesi a pranzo... Davvero degli stronzi!!
Peraltro, abbiamo subito fatto capire a Tsiri, appena arrivati, chepoteva tranquillamente farsi i cavoli suoi e che ci vediamo domani alla partenza. Speriamo che abbia capito! Ci è sembrato perplesso, non se lo aspettava, ma non abbiamo alcuna intenzione di andare in giro con il cane da guardia che cerca di fare la pseudo-guida.

Ovviamenye a Gyantse sono arrivati anche tutti gli altri Land Cruiser partiti questa mattina dallo Snowland Hotel. Vabbé.
Sì, il viaggio fino a qui è stato straordinario, peccato il brutto tempo, l'inutile compagnia delle "guide" e tutto questo schifo di presenza cinese e "modernizzazione" a Gyantse. Questo toglie davvero un po' di atmosfera al viaggio verso l'Everest. Speriamo che la situazione non peggiori andando avanti, anche se ho qualche timore in tal senso. Già Shigatse sarà devastata, e se penso alla guesthouse al campo base dell'Everest...
Comunque, tutto questo a parte, l'aria di Tibet e di Himalaya si sente, si sente eccome. E, a proposito di aria, oggi forma quasi perfetta, nonostante siamo sempre stati fra i 4.000 ed i 5.000 metri. Certo, ad ogni passo un bel fiatone...!!

(*) Abbiamo scoperto in seguito che la trascrizione corretta del nome della nostra guida é Tsering. Qui è stata mantenuta la traslitterazione improvvisata, usata nel diario originale.

July 12, 2002 - Day 71, 22:30 (GMT+8)
Shigatse, Manasarovar Hotel - Altitude 3.860 m.
Leg 90 km, max altitude about 4.100 m.

Beh, certamente erano anni che non mi abbronzavo così. Dopo due mesi di scottature, sole, deserti e alta quota sono davvero nero. Peccato che sia solo in faccia e sulle braccia.
Oggi di nuovo giornata in gran parte soleggiata e caldissima. A 4.000 metri il sole, come sempre, non scherza! Nottata abbastanza terremotata, soprattutto a causa di un concerto assurdo di cani randagi che hanno abbaiato e ululato per ore nel cuore della notte, almeno fino alle 4 del mattino. Del resto, questa cosa dei cani randagi l'avevamo ben letta.
Poi, alle 7, è iniziato il solito casino in strada: clacson, mercati, ecc, e noi siamo al primo piano con la finestra proprio sulla strada. Insomma, nonostante la stanchezza alle 9:00 eravamo in piedi (si fa per dire), dopo la nostra prima notte a 4.000 metri scarsi (se escludiamo quella sull'autobus da Golmud a Lhasa). Alle 10:00, peraltro, si presenta in camera Tsiri, che vuole sapere come ci muoviamo. Gli ribadiamo che non abbiamo bisogno di lui. Si capisce che è perplesso e forse non se l'aspettava, ma va bene, e ci diamo appuntamento per le 15:00 all'hotel.

Iniziamo così il nostro giro per Gyantse. Entriamo subito nell'area tibetana e, come al solito, iniziano a partire decine di fotografie. Gyantse mostra subito il suo vero volto, ed è bellissima, quasi "intatta", certamente più di Lhasa. I quartieri tibetani sono rimasti pressochè intatti, con le case originali, i vicoli sterrati, le mucche, i cavalli, niente acqua corrente. Dopo un po', realizziamo infatti che è bene camminare al centro della strada, onde non essere investiti dagli "scarichi" delle abitazioni, che sono fatti da tubi che escono direttamente dai muri e buttano i liquami in strada.
Il villaggio è dominato dalla mole dello Dzong, che ieri avevamo guardato distrattamente, ma che oggi, con il sole, si rivela straordinariamente bello ed imponente, dall'alto di una rocca a picco sulla valle, alta circa 100 metri. Fra l'altro, questo forte è in condizioni ottime.

Attraversiamo dunque il villaggio tibetano, lasciandoci peraltro dozzine di fotografie, arriviamo all'area fortificata che racchiude il monastero di Pelkor Chöde e il famosissimo Kumbum di Gyantse. Questo complesso monastico è semplicemente favoloso, sia per la ricchezza, sia per la posizione. Con la luce che c'è oggi, poi, è stratosferico.
Dal tetto del monastero si gode una bella vista su Gyantse e la rocca dello Dzong sembra ancora più maestosa. Siamo praticamente soli. Solo all'inizio abbiamo incontrato i Land Rover di ieri, che avevano accompagnato fino lì i gruppi di ieri. Ma se ne sono andati quasi subito. Noi, in ogni caso, siamo gli unici a muoversi a piedi e ad avere mollato le nostre "guide". Anche questa volta riusciamo ad arrangiarci da soli, esattamente come vogliamo.

Verso le 13:00 usciamo dal complesso monastico ed affrontiamo la temibile salita della rocca dello Dzong, che ci porta, sotto un sole rovente, quasi a quota 4.100 metri! Si attraversa prima la periferia del quartiere tibetano e qui è davvero come essere dentro ad un film, sembra tutto incredibile, siamo al centro dell'attenzione di tutti. La "scalata" allo Dzong ci porta via una buona mezz'ora, molto fiato e sudore. Per salire gli ultimi cento verticalissimi gradini che portano proprio sul tetto del forte, bisogna pure sborsare 20 yuan a cranio (oggi ci hanno rapinato yuan da tutte le parti per i biglietti di ingresso; Gyantse è una città carissima), ma dalla vetta la vista sulla città, sul monastero e su tutta la valle è semplicemente strepitosa. Fatica, dunque, ben ripagata.

Alle 15:00, come d'accordo, siamo dunque all'hotel e partiamo com destinazione Shigatse, la mitica Shigatse, di fatto l'ultima tappa prima della salita al campo base dell'Everest (ma noi faremo un'altra sosta dopo Shigatse).
Il tempo si guasta subito alla partenza e a tratti piove pure a scrosci. La strada corre lungo la valle, piatta, rimanendo a quota costante, ed il viaggio, lungo solo 90 km, è abbastanza monotono in questa tratta. Gran parte della strada è in realtà un terrapieno sconnesso di ghiaia che corre di fianco al fiume, ad una sola carreggiata, ed ogni incontro con altri mezzi è un casino. L'assurdo è che questa tratta è piena di "posti di blocco", ossia posti dove si viene fermati e bisogna pagare per passare!!
In un punto dove la strada è interrotta e bisogna pure guadare il fiume, dopo essere stati fermati per l'ennesima volta, scoppia pure un diverbio fra Tsiri, Pasang e i personaggi che bloccano la strada. Gli ultimi chilometri, comunque, sono su una modernissima strada asfaltata, nuova, liscia come l'olio, come non ne vedevamo da settimane (!), e addirittura l'ingresso a Shigatse, nuovamente con un po' di sole, è a quattro corsie con tanto di righe colorate di separazione delle carreggiate!!

Shigatse è la seconda città del Tibet, a quota 3.860 metri, e certamente l'impatto è molto peggio di quello che mi aspettavo. Quella che attraversiamo è una città a tutti gli effetti, nella quale, peraltro, si lavora febbrilmente dappertutto per ingrandirla ancora di più!
Arriviamo qui alle 17:15 circa. Fa impressione essere qui e pensare che l'Everest è solo a 300 km circa... Sarebbe dunque questa la polverosa Shigatse raccontata da Messner nel 1980 in "Orizzonti di ghiaccio"? Mamma mia, che delusione, e che "sfacelo"! Qui i cinesi sono andati giù davvero pesanti, e almeno a prima vista questa città non ha neanche lontanamente l'atmosfera di Lhasa, non è neanche in una posizione particolarmente bella e, certamente, pur essendone in qualche modo l'"equivalente", non fa minimamente il paio con la Rio Gallegos che ricordo, in Patagonia, punto di partenza per le spedizioni al Cerro Torre. Qui, a parte qualche foto dell'Everest qua e là, atmosfera davvero zero. Speriamo di ricrederci domani.

L'albergo che ci propone Tsiri in prima battuta è una pidocchiosa topaia dove vogliono 160 yuan (20 $) per una "suite" tipo quella di Golmud. Davvero deprimente, è inoltre lontano dal centro e dovendo passare un paio di notti qui prima di lasciare la "civiltà", e considerato anche come si presenta Shigatse, decidiamo di andare a caccia di qualcosa di meglio.
Tentiamo prima lo Sang Zhu Zi Hotel, un hotel cinese segnalato dalla Lonely Planet. Più o meno le camere sono squallide come quelle dell'hotel precedente, questo però è centrale, un po' più bello e ci offrono una doppia a 180 yuan.
A questo punto Tsiri ha una ventata di lucidità e ci propone di seguirlo a questo hotel, il Manasarovar, un hotel nuovo di zecca gestito da nepalesi, appena un po' fuori dal centro, bellissimo ed ovviamente pulitissimo. Ci offrono una doppia deluxe eccezionale a soli 200 yuan (25$ scarsi, costerebbe 350 ma ci fanno lo sconto!), il servizio è eccellente, l'albergo è tranquillissimo, tutti sono gentilissimi, la camera è quasi più bella di quella dell'hotel Qianmen di Pechino, certamente più del Bell Tower di Xi'an. Il bagno, poi, è eccezionale... Bene, 200 yuan qui, 250 ieri in quella mediocrità di Gyantse... Incredibile!!!
Certom questo albergo è esattamente il simbolo di come mi sento a Shigatse... Da una parte sono ovviamente ben felice di avere un albergo così ad un prezzo assolutamente eccezionale, dall'altra certo non mi aspettavo di trovare tutto ciò a Shigatse. Inutile dire che qui il cellulare va a mille, c'è internet, non c'è alcun problema per le telefonate internazionali, ecc.
Acqua calda 24 ore. E pensare che tutto questo, solo cinque o sei anni fa, era inesistente... Che pensare quindi?

Facciamo una doccia divina, come non facevamo da Pechino! Cena in un bellissimo ristorante nepalese collegato all'hotel. Servizio eccellente, tutti svegli (nepalesi...!), parlano perfettamente inglese, il menù è vario assai, si mangia bene. E il conto? 68 yuan... Quanto ieri nella topaia cinese a Gyantse? 181 yuan!!!! Vergogna, vergogna, vergogna!!! Gyantse è veramente un posto di bastardi e Shigatse, sotto questo punto di vista, sembra il paradiso terrestre. Pare addirittura, secondo quello che abbiamo letto da più fonti, che qui ci sia l'unico PSB gentile ed efficiente di tutto il Tibet! Shigatse è considerata il paradiso per i turisti indipendenti.
Vabbè... qui ci fermiamo per due notti e almeno ci godremo tutte le comodità del mondo prima di affrontare la tratta finale verso l'Everest e lo Shisha Pangma.

Quanto a Tsiri e Pasang, poco da dire. Tutto sommato anonimi. Tsiri comunque cerca di darsi da fare ed è apprezzabile. Certo il suo è davvero un ruolo difficile, almeno per noi due, da sfruttare... Ma che diavolo ce ne facciamo di lui? Per il momento, domani, ne approfitteremo per farci scarrozzare un po' in giro. Lui cerca di fare il simpatico, povero, ma non spiccica quasi nulla di inglese e le conversazioni, pur con tutta la nostra buona volontà, non decollano proprio, niente a che fare con i grandi discorsi che facevamo con Turo.
Pasang, poi, non sembra antipatico, ma è zero rispetto alla sagoma che era Aji! Anche lui del resto non parla inglese, e quindi possibilità di dialogo pari a zero.
Purtroppo per loro, e pur con tutta la nostra (e loro) buona volontà, rimangono - soprattutto Tsiri - una imposizione del governo cinese, non delle persone a noi utili. Noi paghiamo 9.500 yuan per dei permessi fantasma e per portarci dietro queste due persone, alle quali paghiamo vitto e alloggio. Non ce le siamo scelte, né cercate. Il desiderio di liberarsene il più possibile è quindi più forte della volontà di provare a comunicare. Fra l'altro, i cinesi stanno sulle scatole pure a loro due, che sono tibetani fino nel midollo. Questo, in fondo, rende tutto ancora più surreale.
Vabbé, vedremo come evolverà questa strana e forzata convivenza i prossimi giorni.

July 13, 2002 - Day 72, 22:45 (GMT+8)
Shigatse, Manasarovar Hotel - Altitude 3.860 m.

Dormita stupenda! Questo hotel è meraviglioso, letti meravigliosi, cuscini meravigliosi, temperatura meravigliosa, silenzio meraviglioso. Ne consegue, faticosa sveglia verso le 9:30.
All'inizio la giornata sembra nuvolosa, ma poi si trasforma quasi subito e per tutto il giorno il tempo ci regala un cielo blu stupendo e caldo. Qui il tempo, comunque, è molto più variabile che a Lhasa.
Colazione al ristorante nepalese di ieri sera qua di fianco e come al solito il servizio è lentissimo. Quasi esasperante da questo punto di vista. Partiamo quindi alle 11:30 e ci facciamo portare in banca a cambiare qualche traveller cheque. Quindi, i nostri due amici ci portano al monastero di Tashilhunpo, la cittadella monastica che è il gioiello di Shigatse.

Non c'è niente da fare: ogni giorno pensiamo di avere visto il top, ed il giorno dopo è sempre meglio di quello precedente. Il monastero (o meglio, l'intero complesso, enorme...!) è semplicemente strepitoso ed anche qui partono decine di fotografie, aiutati anche dalla giornata stupenda e dai coloratissimi personaggi che si aggirano fra i vicoli.
Monaci, pellegrini, angoli e vicoli colorati, edifici stupendi, panorami straordinari. Non ne abbiamo mai abbastanza, il Tibet è senza dubbio il paese più fotogenico del mondo. L'unico neo è costituito dal fatto che il monastero vero e proprio è chiuso, e aprirebbe alle 16:00. Noi, però, alle 14:00 abbiamo ormai esaurito tutto il giro del complesso, e scattato centinaia di fotografie. Non abbiamo tanta voglia di aspettare due ore al caldo, né di tornare più tardi.
Lasciamo quindi perdere l'interno del tempio. Obiettivamente di questi, sì, ne abbiamo ormai visti dozzine di stupendi.

Ci facciamo quindi lasciare da Tsiri e Pasang al mercato tibetano. Molto colorato e bello. Compriamo collanine, braccialetti, ammenicoli vari (anche io mi "etnicizzo") e io compro finalmente il "ciribiricoccolo", ovvero il "coso" girevole che contiene la preghiera buddista arrotolata al suo interno e che tutti i pellegrini in Tibet tengono in mano e ruotano in senso orario per ore durante i Kora, e che per noi, ormai, è di fatto il vero simbolo del Tibet stesso. Abbiamo così l'ennesimo oggetto-simbolo per la nostra ormai mitica vetrina.
Dopo il mercato, solito Lassi, tè e break in un ristorantino niente male. Quindi ci mettiamo a caccia di un internet café, e immancabilmente lo troviamo anche qui, anzi, ne troviamo più di uno. Collegamenti mostruosamente lenti, ma siamo a Shigatse, e tutto ciò è già incredibile di per sè.
Rientro in hotel verso le 18:00 ed io ne approfitto per lanciarmi... vado dal parrucchiere! Eccezionale, spendo ben 20 yuan (5.000 delle vecchie lire) e mi trovo benissimo. Lunghissimo shampoo con massaggio alla testa, bella rapata. Non mi è ben chiaro se i più divertiti sono loro od io!
Verso sera mega-temporale e solito black out. In Tibet è davvero assurdo, ad ogni temporale, immancabilmente, segue un lungo black out. E dire che le linee e gli impianti sono tutti nuovi!

Andiamo a cena al solito ristorante nepalese. Ci raggiunge Tsiri, che si aggrega a noi. Riusciamo finalmente a fare un po' di conversazione, pur con molta fatica. Tsiri ha 32 anni, fa la guida da due. Non è mai stato al di fuori del Tibet. Non ha mai studiato inglese, né, del resto, è mai andato a scuola. Bisogna onestamente riconoscere che si impegna con noi fino in fondo. E, appunto, odia i cinesi.
La conversazione scivola quindi via sulle nostre disavventure con i cinesi e passiamo un'allegra serata ridendo, anche se probabilmente Tsiri capisce solo il 5% di quello che diciamo. Ma i concetti chiave li capisce eccome e inizia a comprendere bene quello che vogliamo fare, vedere, e come vogliamo muoverci.
Ci spiega un po' dell'avvicinamento all'Everest. Ormai mancano solo due giorni, io non sto più nella pelle e sto facendo tutti gli scongiuri del caso. Se il tempo continua così qualche buona possibilità l'abbiamo eccome. Domani partenza presto, tappa lunga...

July 14, 2002 - Day 73, 19:10 (GMT+8)
Lhatse, Lhatse Hotel - Altitude 4.050 m.
Leg 200 km, max altitude about 4.500 m.

Il buco del culo del mondo è qui: Lhatse. Questo è il posto più orrendo, lercio, barbaro, puzzolente e, soprattutto, di stronzi, di tutto il mondo!

Questa mattina sveglia alle 6:15, dobbiamo partire molto presto. La giornata è bella, cielo blu, solo in parte velato ogni tanto. La prima arrabbiatura arriva subito. Ci siamo svegliati prestissimo perché il ristorante apre alle 7:00, secondo quanto scritto sugli orari esposti... Invece apre alle 7:30. Così, non solo perdiamo mezz'ora di sonno, ma in più, avendo dato appuntamento alle nostre guide alle 8:00, ci tocca fare colazione rapidi e salta la "sosta cesso"... Questo fatto si rivelerà determinante, temo, nell'"economia" dei prossimi giorni...!
Alle 8:00, dunque, partiamo.

La strada oggi non è male, talvolta asfaltata, talvolta di ghiaia abbastanza liscia. Dormiamo un po' in macchina. Il viaggio è stupendo, Tibet da cartolina. Percorriamo una valle a 4.000 metri, montagne di arenaria tutto attorno, senza vegetazione. Fondo valle verde e giallo per via delle fioriture. Poi, un passo a circa 4.500 metri. Vista stupenda sulle due valli intorno.
Nota: secondo la Lonely Planet, su questa tratta ci dovrebbero essere due passi, lo Yalung La a 4.950 metri ed il Tso La a 4.500 metri. Secondo la nostra carta, dovrebbe essercene uno solo, a 4.950 metri, che ha entrambi i nomi, Yulung La o Tso La. Questo passo si chiama Tso La, e la nostra misurazione è di 4.500 metri. Non ce ne sono altri, quindi sia la LP che la mappa Lhasa-Kathmandu sono sbagliate.

Dopo circa 120 km da Shigatse prendiamo la deviazione per Sakya, che si raggiunge con una strada decisamente mal ridotta e con numerosi guadi. Ci vuole più di un'ora per risalire i 25 km della valle di Sakya, stupenda, e raggiungere il villaggio, situato a circa 4.250 metri secondo la LP (il mio altimetro segna 4.300 metri). La vallata è meravigliosa, interamente tappezzata di fiori gialli e costellata di piccoli villaggi tibetani. Qui le case sono però diverse, è la caratteristica di Sakya. Sono grigie con strisce rosse e bianche verticali, lungo le pareti.
Sakya è un gioiello. Intanto, la presenza cinese è minima ed è data unicamente da un viale a lastroni nel "centro", con qualche lampione. Per il resto, il villaggio è assolutamente intatto, tutto di casette tibetane grigie a righe, nello stile locale, ed è attaccato alla montagna e dominato da un monastero-fortezza davvero imponente.
Per le strade veniamo fermati dalla gente e dai bambini. Ci portano per i vicoli, ci si attaccano, sono curiosissimi di tutta la nostra roba. Regaliamo penne, un vecchio vuole provare gli occhiali da sole di Emanuela, tutti guardano i nostri orologi e dentro alle nostre macchine fotografiche. Un ragazzino vuole provare a chiudere le cerniere del mio zaino. Qualche yuan se lo beccano i grandi per farsi fotografare, ma sono ben dati!
Dopo avere passato un paio d'ore in giro per il villaggio in compagnia della gente locale, andiamo ad infilarci in un "ristorante". Ci guardano come se fossimo marziani. Ordiniamo pane e patate fritte. Detto fatto: escono a comprare le patate e fanno il pane sul momento. Ovviamente si beve tè. Stiamo bene. La locanda si riempie di gente che viene a "vederci". Fantastico. Conto finale: 12 yuan!
Visitiamo poi il monastero, questa volta con l'inutile guida di Tsiri, che evidentemente ne sa meno di noi. Assistiamo anche all'ennesima funzione religiosa, anche questa bellissima, ma non filmiamo perché ci chiedono 25 yuan!

Si riparte alle 15:45, e per un pezzo siamo inseguiti dai famosi cani randagi del Tibet di cui tanto parla la LP. Gli ultimi chilometri mi riaddormento.
Arriviamo a Lhatse alle 18:00. E' questo uno squallidissimo posto di sosta per camionisti, l'ultimo paese dove pernottare prima di salire al campo base dell'Everest, domani. Lhatse non solo fa veramente schifo, ma è pure un posto di bastardi peggio di Golmud! Veniamo nell'unico hotel "decente", il Lhatse Hotel appunto, un cesso di posto cinese. In paese c'è solo una strada, quella principale, e tutte le costruzioni si affacciano sul traffico.
Questo orrendo e pidocchioso hotel non ha camere con bagno, non ha acqua corrente e non ha luce elettrica. O meglio, ce l'avrebbe, ma non l'accendono. E il bello è che in camera ci mettono pure la tv! Ci si lava dentro ad un catino e, quel che è peggio, i gabinetti comuni sono delle perfette fogne cinesi, alla turca senza alcuna porta, né separazione... Quanto per una notte? CENTO yuan!!!! Da picchiarli!!!! Ovviamente, sono particolarmente scorbutici e scontrosi. Ma le sorprese non sono finite.
A Lhatse non si può mangiare dove si vuole. Ci vuole il permesso del PSB!! E così ci tocca pure cenare in questo hotel pidocchioso!
La nostra camera è invasa dalle mosche, un tormento. Questo comunque ci conferma una volta di più che i cinesi sono davvero barbari. Questo hotel è nuovo, ha solo qualche anno. L'acqua corrente ce l'hanno, ma non solo non la fanno arrivare nelle camere, ma neanche nei cessi!! E' una vergogna. Come è una vergogna che i cessi non abbiano alcuna privacy. Non esiste popolo al mondo che rinunci alla privacy almeno quando deve cagare!! Qui è tutto aperto, senza separazione fra una turca e l'altra, senza porte!! Impossibile ovviamente andarci... ma già, tanto loro sono abituati a farla in mezzo alla strada! E ci rapinano 100 yuan per tutto questo... Assolutamente scandaloso!!!

Quello che mi preoccupa è che sarà così fino a Kathmandu ormai. Da ciò che ho letto, togliendo il campo base dell'Everest, dove ovviamente dovremo arrangiarci, le nostre prossime tappe fino in Nepal saranno tutte così!
Mi riesce comunque difficile crederci... domani saliamo all'Everest...

21:55. Bambini nudi per strada, fogne a cielo aperto, fetore e sporco dappertutto. Lhatse... Facciamo un giro e un po' di spesa per i prossimi giorni, soprattutto acqua, dolci per la colazione, pane, qualche wursterl.
Penosa cena (obbligatoriamente) nel ristorante dell'hotel e conto in linea con l'hotel, 75 yuan. Per le strade un casino pazzesco. Qui chi possiede un televisore lo tiene acceso a tutto volume in mezzo alla strada. Noi ovviamente, abbiamo la camera proprio sopra uno di questi signori.
Hanno acceso la corrente elettrica nell'hotel. Non si sa fino a che ora, ma tanto adesso proveremo a dormire un po'. Domani la sveglia è alle 5:00, anche se dubito che dormiremo in questa schifosa topaia, con il casino che c'è e le mosche che continuano a volare.
Di andare in bagno proprio non se ne parla. Non avrei problemi a resistere (forse) ai conati di vomito, ma certamente la totale mancanza di un briciolo di privacy rende la cosa totalmente impossibile. Ma come si fa?? Questo è l'annullamento totale della personalità e della condizione umana! Perfino andare a pisciare è un problema! Sarebbe molto meglio essere in tenda all'aperto!
Tutto ciò non ha veramente senso. Diverso sarebbe stato attraversare il Tibet di vent'anni fa. I disagi sono sempre in conto e non c'è problema. Ma vedere questa terra devastata dai cinesi, che prima ti costruiscono un hotel come quello di Shigatse, che è stupendo sì, ma è un'assurdità anche quella, e poi, cento chilometri dopo, trovarsi questo schifo sulla base dello stesso identico principio... Ma come si fa a costruire un hotel come questo, qui, in questo schifo di posto, apposta per i turisti, e poi rifiutarsi di dargli un cesso e l'acqua corrente, e farlo pagare pure uno sproposito??? Ma allora perché non lasciare le cose come stanno??

La verità è che noi ormai ci abbiamo rinunciato e non tolleriamo più i cinesi...

July 15, 2002 - Day 74, 17:30 (GMT+8)
Rongphu, Rongphu lodge - Altitude 4.980 m.
Leg 180 km, max altitude 5.220 m.

La giornata dell'Everest inizia in modo decisamente epico. Dopo una nottata praticamente in bianco (il casino e il karaoke in strada sono finiti intorno alle 2:30 e in più un paio di attacchi di diarrea mi hanno costretto a scendere nell'inferno dei gabinetti al buio, perché hanno di nuovo tolto la corrente elettrica), la sveglia suona alle 5:00.
Una sciacquata rapida con il catino. Piove a dirotti, a rovesci. Partiamo alle 6:00, è buio pesto e Lhatse è avvolta da una coltre di inchiostro nero e pioggia. Fa freddo. Non si vede nulla, non ci sono luci, non c'è nessuno. Solo noi che ci muoviamo nella notte, che carichiamo la Land Rover sotto questa pioggia torrenziale, i nostri fari nel buio. Fa freddo.
Riprendiamo la Friendship Highway, ridotta ormai ad un torrente di fango, per percorrere il tratto più famoso del mondo. Verso le 6.30 inizia ad albeggiare e noi stiamo salendo, salendo, salendo…

Smette di piovere ed alle 7.30 siamo al Gyantso-La , a quota 5.220 metri. Da quassù l'alba è magnifica, fa molto freddo ora. Per la prima volta tiriamo fuori il piumino. Poco sopra di noi, una spolverata di neve. Qualche foto dal passo e poi iniziamo a scendere verso Shegar. Ci fermiamo ad un accampamento nomade, visitiamo la loro tenda. Stanno preparando il tè. Il fuoco è alimentato con sterco di yak, come nel Gobi. Niente legna quassù. Due bambini dormono nudi avvolti nelle loro coperte. È bellissimo.

Il cielo è sempre più blu. Riprendiamo la discesa su Shegar. Dalle montagne davanti a noi, ancora in ombra, sbuca ad un certo punto, sull'orizzonte, una parete di ghiaccio scintillante illuminata dal sole dell'alba. È la prima volta davanti al grande Himalaya. Di fronte a noi, un settemila (*). Quindi, qualche tornante ancora in discesa.

Poi, all'improvviso, contro il cielo blu, un'altissima piramide di neve e ghiaccio, tutta illuminata, che sale fino in cima al cielo. Scoppio a piangere. L'emozione è troppo forte, ho sognato tutta la vita questo istante. L'Everest è davanti a noi.
L'Everest è enorme, infinito, e da qui è un colosso che si infila nel cielo sopra tutte le altre montagne. Il cielo è limpidissimo. Al suo fianco il Lhotse e sembra una montagnetta al confronto. Ancora un tornante. Ecco a destra il Cho Oyu, anche lui enorme. Tre ottomila in un colpo, tre delle prime sei montagne al mondo davanti a noi, sull'orizzonte. Le montagne che ho sognato una vita sono ora lì. Non sto più nella pelle, non stiamo più nella pelle. Non riesco a frenare la lacrime. È tutto indescrivibile.

Arriviamo a Shegar e ci fermiamo per una sosta. Sono circa le 9:00 adesso e noi vorremmo proseguire, ma Tsiri e Pasang vogliono fare colazione. Odio questa sosta, il bel tempo non durerà molto, e il bello deve ancora venire! Ripartiamo verso le 9:30, non ci fermiamo neanche allo Dzong di Shegar, che fotografiamo dalla strada.
Dopo 6 km un checkpoint. Ci devono controllare i passaporti. Assurdo, perdiamo altro tempo. Altro ancora se ne era andato a Shegar, all'ingresso del Qomolongma National Park. Assurdi permessi, biglietti di ingresso, tutti soldi intascati dai cinesi e non restituiti ai tibetani. Tsiri è arrabbiato per questo, lui i cinesi li odia proprio, dice "Questo è Tibet, è nostro, non è Cina". Come non comprenderlo.
Finita la pantomima dei passaporti, ancora qualche chilometro e poi, ad un bivio, lasciamo la Friendship Highway per prendere la famosa strada che porta al monastero di Rongphu, al ghiacciaio omonimo, nonché al campo base dell'Everest. Dalla deviazione sono circa 93 km a Rongphu, ed altri 8 km al campo base dell'Everest. Da Lhatse ne abbiamo fatti circa 90.
Ci dobbiamo fermare quasi subito. C'è un altro controllo, un posto di blocco per verificare i nostri biglietti. Qualcosa non funziona nel biglietto di Tsiri, questo è davvero assurdo, ma questi stronzi del controllo non lo vogliono fare passare anche se lui è la guida! Stiamo fermi ancora una mezz'ora, si sta rannuvolando, io mi imbestialisco. Abbiamo fatto migliaia di chilometri, speso milioni, studiato tutto alla perfezione per essere qui addirittura all'ora giusta, e degli stronzi burocrati cinesi ridono e stanno mandando tutto in malora. In questa stagione ogni minuto perso è una rovina, soprattutto nell'eccezionalità di una giornata come questa, che fino alle 9 era da documentario.
Alla fine Tsiri deve ripagare il biglietto (!!) e riusciamo a ripartire... troppo tardi!

La strada sale verso il più spettacolare, il più leggendario dei passi, il Pang-La, a quota 5.180 metri. Da questo passo, dal quale sono state scattate le foto più famose del Tibet e dell'Himalaya. Da qui si vede una sezione di 150 km di Himalaya che va dal Makalu fino allo Shisha Pangma.
La strada sale a tornanti lungo questa valle stupenda, peraltro devastata dai lavori per la costruzione della strada stessa che, addirittura, è stata fatta ignorando il tracciato di una analoga vecchia strada, i cui tornanti giacciono abbandonati lungo i fianchi della montagna. Uno scempio in quello che, secondo i cinesi, è un Parco Nazionale. Peraltro è indubbio che questa strada è spaventosamente panoramica e ci si sente davvero sul tetto del mondo!
Arriviamo dunque al Pang-La alle 11:30. Ed è tutto COPERTO!! Tutti gli 8.000 sono ora coperti dai nuvoloni neri del monsone che entra dal Nepal. Si intravedono enormi ghiacciai alle basi, le nuvole iniziano intorno ai 6.500 metri, sotto il panorama è pressoché infinito e a tratti addirittura soleggiato. Sono imbufalito, disperato! Una giornata assolutamente eccezionale, straordinaria, un colpo di fortuna che valeva tutti i sei mesi di questo viaggio, mandato in malora da questi fottutissimi burocrati, asini, barbari, stronzi cinesi!!!
Rimaniamo al passo una mezz'ora, decisamente tristi e incavolati. Ne approfittiamo per fare una passeggiata e salire su una collinetta lì a fianco, il nostro primo 5.000 (saranno cinquanta metri di dislivello, ma il fiato si fa sentire!), dalla quale la vista sarebbe ancora più bella. Poi, rassegnati, ripartiamo.

Dal Pang-La al monastero di Rongphu ci sono circa tre ore. La strada risale valli per me leggendarie e stupende, attraversando qualche villaggio e molti campi nomadi. Riscendiamo a circa 4.200 metri e poi risaliamo di nuovo. Una parte di strada è franata per colpa del torrente che scende dall'Everest. Si passa lo stesso. A circa 25 km da Rongphu (che peraltro io ho sempre trovato scritto Rongbuk) si dovrebbe avere definitivamente la parete nord dell'Everest davanti a noi, ma è tutto coperto.
Risaliamo la valle morenica del ghiacciaio di Rongphu e arriviamo infine al mitico monastero, ad 8 km dal campo base vero e proprio. Dell'Everest si vede solo la parte bassa del ghiacciaio di Rongphu, in qualche momento qualche scorcio della parete nord, che comunque appare impressionante! Intorno spuntano un paio di 6.000 e 7.000 stupendi. A tratti sole, a tratti pioggia, ma lui è sempre coperto.

Facciamo campo in una delle camere vicino al monastero. Non c'è ovviamente acqua corrente, luce solo qualche ora alla sera con il generatore, no bagni. Spartanissimo, ma a dire il vero è molto meglio così. Mi aspettavo anche qui un bello scempio, un hotel o qualcosa del genere, invece c'è solo questa costruzione improvvisata ad un solo piano, qualche camera con brande e un locale con una stufa dove si può mangiare qualcosa.
C'è molta gente locale, assolutamente incontaminata, e un paio di altri fuoristrada di turisti. Quando arriviamo sono circa le 15:00. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti con un solo obiettivo: aspettare e guardare in fondo alla valle. Io tento una sortita-bagno, mi arrampico su una collinetta qua vicino e "provo" con scarsi risultati. Questo sarà comunque un problema da risolvere.
Un po' scriviamo, un po' gironzoliamo. Visitiamo il monastero, tutto sommato questo posto l'ho sognato per anni e ne approfitto per girarmelo un po'. C'è una funzione religiosa diversa dalle solite, qui i monaci suonano strumenti tibetani. L'altimetro continua ad oscillare intorno ai 5.000 metri, non è un granché. Siamo acclimatati bene, ma stare a 5.000 metri si sente comunque e ogni tanto manca un po' il fiato. A tratti piove forte.
A un certo punto, verso le 19:00, sbuca dalle nuvole la vetta. E' solo un flash, avvolta dai nuvoloni neri e grigi, ma è davvero altissima ed impressionante. Poi più nulla. Qualche tratto di cresta nord, qualche scorcio di parete nord, null'altro.

Verso le 19:30 mangiamo qualcosa, riso fritto e uova. Aspettiamo invano, continua a piovere. Ormai credo che possiamo andarcene a dormire... Notte ai piedi dell'Everest... Oggi era davvero inutile salire al campo base. Vedremo domani.

Vorrei scrivere altro, vorrei trasformare in parole le lacrime di oggi e le sensazioni quassù... Ma sono stanco, siamo stanchi, e poi quassù non c'è quasi luce, sto scrivendo sulle ginocchia, a volte mi manca il fiato. Continuo a pensare a quella notte in tenda da solo, dodici anni fa, ai piedi del Cerro Torre. Ecco, ma qui è l'Everest, questo è il sogno della mia vita. Vederlo mi ha stregato definitivamente. Io devo provarci, se non con lui con una di queste montagne. Niente sarà più lo stesso dopo quell'immagine di oggi, dopo quella piramide di ghiaccio scintillante verso il cielo, dopo questa immensa parete che si è negata tutto il giorno, che si lascia solo intuire, che appare e scompare a tratti, dopo quella vetta lontanissima apparsa solo per un istante fra le nuvole.
Io appartengo a tutto questo, qui sono io, sono stregato da tutto questo, intimorito, affascinato. E commosso...

(*) In realtà, una volta tornati a casa, riguardando con attenzione le fotografie ci siamo resi conto che quella montagna era il Makalu, la quinta montagna della Terra, un gigante di ben oltre ottomila metri di altezza, che si trova proprio di fianco all'Everest.

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