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I DANNATI DELL'INTERRAIL
1983, 1987, 1988, 1989: binari e binari
(di Carlo)
Epilogo
"L'anno prossimo parto in aereo".
Interrail (quello di "una volta")
L'Interrail, una volta, era un libretto. Anche oggi è un
libretto, ma fino a qualche anno fa, con quel libretto ti compravi
infiniti chilometri fatti di binari e stazioni: dal Portogallo alla
Polonia, dalla Turchia al Nord Africa, dalla Sicilia a Capo Nord.
Costava poco, valeva un mese e ti permetteva accesso e chilometri
illimitati su tutta la rete ferroviaria europea, est compreso, Nord
Africa e una piccolissima parte della vicina Asia. Era la porta
d'ingresso all'avventura per migliaia di giovani di tutto il mondo,
purché avessero meno di ventisei anni.
Non avevi bisogno di prenotazioni, né di code in biglietteria,
né di conservare i soldi per il biglietto di ritorno a casa.
Salivi sul treno a casa tua, scrivevi sul libretto la prossima destinazione
e partivi. E via così, di stazione in stazione, di città
in città, di frontiera in frontiera. L'unica cosa che dovevi
ricordarti era il giorno di scadenza. E sapere che, coincidenze
permettendo, sono sufficienti meno di settantadue ore per attraversare
tutto il continente da parte a parte.
Il libretto conteneva dodici pagine bianche a righe, sei righe per
pagina. In teoria ti permetteva settantadue tratte, ma era un limite
teorico. Se esaurivi il libretto, dovunque ti trovassi, entravi
in stazione e te ne davano uno nuovo. Comunque, riuscire a viaggiare
tanto da arrivare in fondo ad un libretto era considerato un'impresa.
A meno di non vivere per un intero mese su un vagone ferroviario.
Insieme al biglietto ti veniva consegnata una mappa del continente,
che riportava in dettaglio tutte (e solo) le linee ferroviarie ed
i confini dei Paesi. Ed un orario internazionale dei treni, mai
abbastanza dettagliato quanto serviva, ma questo era un particolare
secondario.
L'Interrail consentiva inoltre di accedere a molte linee di navigazione
gratuitamente, o quanto meno a tariffa scontata.
Così, ad esempio, potevi partire dall'Italia e viaggiare
verso Gibilterra, traghettare ed arrivare fino a Marrakesh, trovare
che il clima era troppo caldo, risalire in treno e fare un salto
in Norvegia, sentire la nostalgia del mare e del caldo e correre
in Grecia, magari passando attraverso la cortina di ferro e le capitali
dell'est, oppure arrivare sul Bosforo e salutare l'Asia dai finestrini
del vagone.
Il fenomeno, per caratteri particolarmente sensibili, era una vera
e propria ferrodipendenza. I sintomi tradizionali, dopo la prima
settimana, si manifestavano con un senso di vertigine al momento
di scendere dal treno, il vuoto di prospettive all'idea di fermarsi
per più di dieci minuti in un posto, le notti insonni passate
sugli orari ferroviari a studiare coincidenze impossibili. I soggetti
colpiti si distinguevano per via delle bandierine attaccate allo
zaino. Più erano contagiati, maggiore era il numero di bandierine.
Già, lo zaino. La casa era lo zaino. Il letto, un sacco a
pelo sempre più sporco, montato sopra o sotto lo zaino stesso.
I più fortunati - o i soggetti meno colpiti - viaggiavano
anche con la tenda, gli altri dormivano direttamente, sempre e comunque,
in treno. Preferibilmente per terra, lungo i corridoi. Ma c'era
il vantaggio evidente di risparmiare tempo e denaro, avendo le giornate
a disposizione per maratone massacranti in giro per le città
e risparmiando su ogni forma di alloggio.
L'alimentazione, naturalmente, era a base di carne tritata e impastata
a forma circolare mescolata con carboidrati unti, piatto internazionale
più noto come "doppio cheeseburger". A meno di
metabolismi particolarmente evoluti, in grado di sintetizzare i
famosi tranci di pizza di Stoccolma, o il panettone di Belgrado.
Oggi l'Interrail, sulla base di un accordo fra i Paesi europei,
è stato ridimensionato. Ed è un peccato. Io ho fatto
quattro Interrail nell'arco di sei anni. E' impossibile raccontare
quasi sessantamila chilometri lungo i binari di un continente. E
non sto parlando di Paesi, culture, frontiere e città. Sto
parlando di treni e di stazioni. Ed è un'altra cosa.
Personaggi
Conosco Marco mentre il treno entra in stazione a Lisbona. Lui arriva
da Atene. Via Stoccolma, naturalmente. Non si ferma molto a Lisbona,
vuole ripartire domani sera, per Berlino. Gli mancano otto giorni
di Interrail e non ha ancora finito il secondo - secondo - libretto.
Praticamente negli ultimi ventidue giorni ha vissuto dentro un vagone
ferroviario.
Quattro giorni dopo lo incontro di nuovo, a Barcellona. Ci ha ripensato,
è un po' stanco. E' stato solo a Madrid.
Detlef lo incontro a Copenhagen. Sono al secondo giorno del mio
terzo Interrail. Ripasso dal campeggio di Copenhagen tre settimane
dopo. E incontro di nuovo Detlef. Si è innamorato di una
ragazza danese e non si è più mosso. Considerato il
prezzo di un biglietto Amburgo - Copenhagen, questo viaggio gli
è costato circa tre volte tanto.
Alessandro e Luca li conosco a Narvik, Norvegia settentrionale.
Li ritrovo a Bøden dieci giorni dopo, Svezia. Li incontro
di nuovo a Helsinki su un autobus. E poi ancora ad Amburgo, ad Amsterdam
e a Zurigo. Abbiamo deciso di prendere il treno insieme per Milano,
si va a cena a casa di Alessandro.
Il treno
Alcune cose difficili da fare in treno (ma non impossibili): scrivere,
cucire bandierine colorate sullo zaino, lavarsi i denti, cucinare,
cambiare valuta, spedire cartoline, ritirarsi in intimità
con il proprio partner, dormire nei corridoi (molto meglio le griglie
portabagagli), mettersi e togliersi le lenti a contatto, ritrovare
la lente a contatto caduta per terra inavvertitamente, attraversare
frontiere di notte senza essere svegliati, disfare lo zaino alla
ricerca del libro che avete lasciato in fondo, partecipare a giochi
da tavolo particolarmente complessi e strategici, conquistare la
ragazza seduta di fianco a voi, soprattutto se è straniera,
trovare il controllore quando serve, evitare il controllore quando
serve, ottenere informazioni aggiornate dal controllore sulle coincidenze,
sugli orari, sui ritardi, sui servizi, liberarvi del solito attaccabottoni,
tornare in possesso di qualunque oggetto abbiate prestato, non essere
mai coinvolto in discussioni che riguardano il calcio, riuscire
a completare tutto il viaggio senza che qualcuno vi scrocchi una
sigaretta.
Fotografie: Amburgo
Ad Amburgo, comunque, si cambia treno. Ci sono due stazioni ad Amburgo,
Hamburg Hautbanhöf ed Hamburg Altona. Mentre il treno arriva
ad Amburgo decido rapidamente di proseguire fino al terminal di
Altona, invece di scendere alla stazione centrale.
Arrivo la sera tardi, come quasi sempre quando si arriva ad Amburgo
proveniendo da città europee distanti. Devo prendere la coincidenza
per Copenhagen. E' un treno classico per gli interrailer,
Amburgo come nodo di scambio fra le rotte verso nord e quelle verso
sud. Non faccio a tempo a comprare qualcosa da bere, non importa,
ci penserò durante la sosta ad Hamburg Hautbanhöf, là
il treno ferma almeno mezz'ora.
Il convoglio si muove, lascia un'Altona deserta, spettrale quasi.
I vagoni sono completamente vuoti, e mi impossesso di uno scompartimento
intero, sparpagliando zaino, sacco a pelo per la notte, maglione.
E' strano, una volta erano molti i ragazzi che viaggiavano di notte
dalla Germania verso Copenhagen, gli orari sono perfetti, partenza
alla sera tardi ed arrivo in Danimarca all'alba, si dorme in treno
e si risparmiano soldi.
Dieci minuti dopo entriamo ad Hamburg Hautbanhöf. L'inferno.
Il treno si ferma fra le ali di una folla sterminata. Migliaia di
ragazzi, di zaini, di sacchi a pelo, assaltano letteralmente il
treno entrando dalle porte, dai finestrini, da non so dove.
Chiudo rapidamente le tende e la porta dello scompartimento e spengo
la luce, mi infilo nel sacco a pelo e mi stendo attraverso tutto
lo scompartimento, facendo finta di dormire. La mandria di bufali
irrompe sul mio vagone. La porta si apre una volta, un vichingo
di due metri infila la testa, si guarda in giro e se ne va. Una
seconda volta, altre persone, stessa scena. Inizio ingenuamente
a sperare.
La terza volta si rompono gli argini, irrompono due, tre, cinque,
dieci zaini dentro il mio scompartimento, vengo calpestato, spostato
di peso, travolto, schiacciato da una folla accaldata e inferocita.
Finisco sdraiato in alto sulla griglia portavalige con il mio sacco
a pelo, le radio a tutto volume, odore di panini stantii, di birra,
fumo. Temperatura che di colpo diventa elevatissima. Mi ricordo
all'improvviso che non ho niente da bere, ma è impossibile
muoversi dalla mia posizione, e del resto se abbandonassi il mio
loculo sarebbe per me impossibile risalire su questo treno ormai.
La sete diventa quindi insostenibile.
Una ragazza di fronte a me apre lattine di birra a raffica, io ho
quasi le allucinazioni. Il controllore non prova neanche a chiedere
i biglietti, è già un miracolo che riesca a procedere
in questo oceano in tempesta di sacchi a pelo, corpi e zaini ammucchiati
fino a riempire ogni spazio disponibile. Del resto è inutile.
E' questo il popolo dell'Interrail, sono tutti interrailer, non
c'è dubbio.
Ciò che il treno riversa sulle banchine di Copenhagen il
giorno dopo non ha niente di umano. E' come se i vagoni esplodessero,
eruttassero, rigurgitando brandelli di umanità cosmpolita,
miliardi di frammenti roventi di chilometri e binari, ore di inscatolamento
forzato attraverso due nazioni e un braccio di mare.
Eppure, che io sappia, proprio non c'è altro modo, almeno
altrettanto rapido. La rotta per il nord, comunque, passa attraverso
Hautbanhöf, Amburgo. Non c'è interrailer che non lo
sappia. Purtroppo.
Fotografie: Lisbona
"Marjuana? Hashish? Cocaine?". Folla. "Ola, italiano,
Marjuana, Hashish?". Folla, folla. "Italiano? Hashish,
Hashish?". Gente, caos, rumore, traffico. Lisbona Centrale,
mattina presto, zaino proveniente da Madrid, binario undici.
Tramonto, tavolino all'aperto, vicolo stretto, lieve brezza atlantica.
Fado in sottofondo. Bicchiere di Porto. Silenzio. Un tram che si
arrampica su per la strada, panni stesi da un palazzo all'altro.
Un vecchio oste portoghese che mi insegna il rumore di Lisbona,
Barrio Antico, città vecchia.
Fotografie: Gibilterra
Il treno si ferma a El Indiana. Il nome rappresenta perfettamente
il luogo che l'immaginazione gli associa. Non si può fare
a meno di chiedersi perché si fermi proprio a El Indiana.
Non sale nessuno, non scende nessuno, e del resto chi mai potrebbe
salire o scendere in mezzo al nulla? Non a caso in questi posti
giravano gli spaghetti western, siamo nell'estremo sud della Spagna.
Un paio d'ore ancora e la ferrovia finisce. Ad Algeciras. Che non
è Spagna, non è neanche Marocco, non capisci bene
cosa sia, l'atmosfera, comunque, è davvero da frontiera.
Una frontiera fra due civiltà.
Ad Algeciras devi prendere un autobus. Ci vogliono forse due ore
e l'autobus ti scarica a La Linea. La Linea non è come El
Indiana, ma poco ci manca. Almeno c'è un paese.
La Linea, ovviamente, segna la frontiera. Fra Spagna ed Inghilterra.
La frontiera si attraversa a piedi, camminando attraverso la pista
di un aeroporto. C'è un semaforo, nel caso mentre passate
stia decollando un aereo, non si sa mai. Al di là della pista,
Inghilterra, Inghilterra davvero, non una copia. Una strana Inghilterra
a dire il vero, ci saranno quaranta gradi, ma a parte questo le
cabine telefoniche sono proprio loro, rosso londinese, le targhe
delle auto sono inglesi, la moneta è la sterlina, ci sono
i pub, la gente parla inglese, nelle edicole comprate il Times e
naturalmente si guida a sinistra.
Che, ovviamente, è l'aspetto più ridicolo, considerato
che a Gibilterra non devono esserci più di venti chilometri
di strade.
Fotografie: Böden
Böden si trova poco sotto il Circolo Polare Artico. A volere
essere precisi, alla frontiera fra Svezia e Finlandia, Golfo del
Baltico, millecinquecento chilometri da Stoccolma, più o
meno la stessa distanza da Helsinki. Se preferite, diciotto ore
di treno da Stoccolma, quattordici da Helsinki.
Böden conta circa cinquecento abitanti. Intorno solo foreste
e laghi per centinaia di chilometri, tasso di umidità in
estate intorno al novanta per cento, temperatura media dieci gradi.
Tasso di zanzare lapponi (categoria Jumbo) da saturare l'aria. Luce
quasi tutta la notte.
A Böden, se vuoi andare in Finlandia dalla Svezia via ferrovia,
devi per forza fermarti. Primo, perché in Finlandia lo scartamento
dei binari è uguale a quello russo, più largo di quello
europeo. Quindi bisogna cambiare treno. Secondo, perché,
per uno strano scherzo del destino, tutti i treni svedesi che arrivano
a Böden sono spostati cinque minuti in ritardo sulle partenze
dei corrispondenti treni finlandesi che vanno verso Helsinki.
Se inoltre, ad esempio, arrivi a Böden direttamente dalla Norvegia,
è certo che stai viaggiando con l'ultimo treno della sera
e il primo treno finlandese parte domani all'alba. Risultato: dormi
con il sacco a pelo su una panchina della stazione. Ed è
fastidioso, credimi.
Così, stendo il sacco a pelo. Luca sta guardando la cartina.
Quella che ti danno insieme all'Interrail, brandelli di carta ormai,
recuperati in fondo allo zaino. La studia attentamente per un po'.
Il nostro obiettivo è Rovaniemi, sul Circolo Polare, il villaggio
dedicato a Babbo Natale, circa cinquanta chilometri da Böden
in territorio finlandese.
Strattona il mio sacco a pelo: "Ho un'idea per evitare di trascorrere
la notte qui in stazione".
"Ah sì ? E come ?". Mi giro ormai quasi addormentato.
"Semplice, adesso è mezzanotte, c'è un treno
che parte proprio fra dieci minuti per Stoccolma, arriva domani
alle undici e trenta, da lì ci possiamo imbarcare per Helsinki,
arriviamo alle ventuno, prendiamo il diretto per Rovaniemi ed alle
sette di dopodomani siamo arrivati".
Lo guardo. "Mi stai forse dicendo che se mi trovo a Milano,
devo andare a Bergamo, ma ho perso il treno e per fortuna ce n'è
uno che parte per Palermo, allora vado a Palermo e prendo la coincidenza
per Venezia ad alla fine arrivo comunque a Bergamo?".
Gli strappo la cartina di mano, la uso per asciugare l'umidità
depositata sul sacco a pelo, chiudo la cerniera fino al naso, mi
giro dall'altra parte e mi addormento.
Sono passati molti anni. A volte, quando mi telefona, insiste nel
dire che era una buona idea.
Fotografie: Bobadilla
Se andate da Lisbona ad Algeciras dovete cambiare treno a Bobadilla.
Se invece andate da Granada a Malaga, dovete cambiare treno a Bobadilla.
Se poi vi capita di andare da Cordoba a Siviglia, allora dovete
cambiare treno a Bobadilla. Naturalmente, se da Madrid andate a
Lagos, ricordatevi di cambiare treno a Bobadilla.
Una volta, ad Oslo, ho incontrato uno di Varese. Arrivava da Gibilterra,
ed aveva cambiato treno a Bobadilla.
Un particolare: Bobadilla non è segnata - giuro - su alcuna
mappa della Spagna, o almeno, per quante io abbia avuto occasione
di vederne, e per quanto l'abbia cercata, Bobadilla non esiste.
Eppure io ho cambiato treno a Bobadilla. Quattro volte per l'esattezza.
Bobadilla è più o meno fatta così: c'è
una stazione, ci sono diversi binari, centinaia di zaini ammucchiati
fra un binario e l'altro, e corpi seminudi di un po' tutte le lingue
accatastati fra gli zaini. Si scende da un treno e si sale su un
altro. Praticamente in mezzo al deserto. Minimo, d'estate, quaranta
gradi all'ombra.
Il Bomba e il Pino, una volta, hanno perso un treno a Bobadilla.
Hanno dovuto aspettare il treno successivo per quattro ore. Allora,
spinti dalla curiosità, dal caldo, e dalla noia mortale,
hanno compiuto il grande passo. Sono usciti dalla stazione di Bobadilla.
Riporto testualmente la descrizione che mi fece il Bomba, tempo
dopo, davanti a un boccale di birra: "La scena era questa.
Una piazza sabbiosa, case a cerchio intorno, un pozzo nel mezzo.
Niente altro. Nessuno in giro. Mezzogiorno e sole a picco. Non un
bar. Non un negozio. Non un telefono. Niente. Io sono seduto all'ombra
di una tettoia. Il Pino ha fatto amicizia con un cane randagio,
l'unico essere vivente visibile, e gli toglie le zecche con le forbicine
per le unghie. Non c'è nessun rumore. Da un momento all'altro
mi aspetto che saltino fuori Tex Willer o Ringo. Ma stiamo lì
quattro ore, io, il Pino ed il cane. E non cambia niente".
A tutt'oggi, che io sappia, questa è l'unica testimonianza
fra milioni di interrailer che sono transitati da Bobadilla.
Fotografie: Helsinki
Dal mare soffia una piacevole brezza sul parco dell'Esplanade. Luigi
è assorto nel suo libro, io ho trovato un giornale italiano.
E' tanto che non ne leggo uno, mi tuffo fra le righe curioso di
sapere se ci sono novità a casa. E' una bella giornata e
la temperatura è assolutamente gradevole.
Dal mercato vicino giungono rumori di folla, odore di pelli appese
al sole, pesce, odore del nord. E' strana questa città, per
metà sotterranea, scavata, labirintica, preparata al grande
freddo invernale, e per metà solare, verde, azzurra di mare,
familiare.
E' strana questa città, europea fino al midollo, ma contagiata
dall'atmosfera della vicina Russia, mercatini di oggetti sovietici,
orologi, cappelli, colbacchi e bamboline, strani treni alla stazione,
insegne in cirillico, stelle rosse che viaggiano oltre cortina,
che ti portano in poche ore a Leningrado. Leningrado! La senti nell'aria
e ti viene una voglia irrefrenabile di andare, di chiedere il visto
di ingresso e di avventurarti fuori dalla mappa dell'Interrail.
E' strana questa città, dove i tratti somatici delle persone
sono molto diversi da quelli dei vicini di casa svedesi e norvegesi,
la lingua locale non ha alcuna parentela con gli idiomi europei
ed occidentali ed è assolutamente incomprensibile.
Dal treno
Viaggiando di notte, verso il Circolo Polare, estate avanzata. La
ferrovia corre esattamente verso nord. Guardo il cielo. A nord,
verso l'orizzonte, la nostra direzione, il cielo è chiaro
e l'orizzonte è illuminato dal sole. Alle spalle, verso sud,
è completamente buio, nero. Ci stiamo avvicinando al sole
di mezzanotte.
E' forse lo spettacolo più mozzafiato che abbia mai visto.
Un dato di fatto
Mi sono svegliato ad Amsterdam, ho fatto colazione a Bruxelles,
ho pranzato a Lussemburgo, ho cenato a Zurigo, ho dormito (in stazione)
a Basilea. Agosto 1983.
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