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I DUE VOLTI DI RIO
articolo pubblicato su Fiordaliso Magazine,
n° 3/2004
(di Carlo)
E' considerata una delle dieci città più belle del
mondo, come Sydney, Città del Capo e San Francisco: metropoli
cosmopolite e multirazziali abitate da milioni di abitanti, capitali
del mondo incastonate all'interno di palcoscenici naturali da cartolina.
E' il cuore pulsante di uno degli Stati più grandi del pianeta.
E' una finestra straordinaria sul Brasile di oggi: immergetevi nei
suoi vicoli, camminate sulla spiaggia di Botafogo, salite al Pao
de Açucar e gettate uno sguardo sull'infinito arco disegnato
da Copacabana ed ecco, il Brasile si aprirà davanti a voi.
Rio de Janeiro è una città che lascia il segno. Affascina
e spaventa allo stesso tempo, travolge e commuove. E' il regno della
contraddizione e del contrasto: in prima fila lo spettacolare colpo
d'occhio offerto dalla lunga teoria di baie sulle quali la città
del carnevale si affaccia e si sviluppa per chilometri e chilometri;
dietro, l'agglomerato infinito delle favelas che si arrampicano
sulle montagne, regno della disperazione e della miseria. Due mondi
che, pur distanti anni luce, sono indissolubilmente legati dal flusso
migratorio che ogni giorno dalle colline scende in riva al mare
a caccia di un'occasione e di una speranza, e che ogni notte risale
verso quelle colline per tornare all'ombra della linea di grattacieli
che separa le due facce di Rio.
Rio è musica, è colore, è movimento frenetico.
E' sole e pioggia torrenziale improvvisa. E' la frutta esotica che
riempie le bancarelle dei mercati. E' il traffico caotico che si
snoda a velocità folle lungo i gradi viali che costeggiano
Copacabana e Ipanema. E' una folla di ragazzi che sfidano le onde
con le loro tavole da surf. E' una limousine bianca che sfila davanti
ad un barbone addormentato sul marciapiede. E' il cristallo e l'acciaio
che si sviluppano in verticale oscurando il cielo di downtown. E'
il verde delle sue montagne e il blu dell'Oceano Atlantico.
Osservata dall'alto, questa è Rio: una sequenza di mezzelune
bianchissime che separano il verde smeraldo dal blu cobalto.
Dominata dalla grande statua del Cristo Redentor che idealmente
la abbraccia dalla vetta del Corcovado, Rio de Janeiro appare a
prima vista come una matassa inestricabile.
Rileggo il mio diario di viaggio: quanti volti ha Rio? Quanti mestieri
si possono inventare a Rio? Come può funzionare questa città?
Com'è che l'acqua scorre dai rubinetti, l'elettricità
arriva nelle case, gli autobus seguono percorsi prestabiliti, i
telefoni telefonano? Qual è la magia che consente a questa
megalopoli apparentemente caotica di non andare in tilt?
Non è una città facile questa. Dovunque tu stia vagabondando,
l'altra Rio ti cammina sempre a fianco: un angolo di disperazione
in mezzo ai neon notturni di Copacabana, quattro calci a un pallone
in allegria fra i vicoli sulle colline.
Non è una capitale del terzo mondo Rio, ma non è nemmeno
lo scintillio ordinato e avveniristico del nuovo occidente. E' il
porto franco dove si incontrano tutte le esistenze possibili, un
crocevia le cui anime latina e meticcia formano un cocktail esotico
che può essere di rara bellezza ed esplosivo allo stesso
tempo.
Non ci sono mezze misure qui: si può vivere Rio come un'oasi
dorata immersi nel lusso sfrenato di una Montecarlo equatoriale,
o farsi travolgere dalla saudade, la nostalgia, o ancora subire
la violenza emotiva della miseria a cielo aperto che dalla spiaggia
si vede in lontananza aggrapparsi alle pendici delle colline.
Da qualunque angolo scegliate di osservarla, l'altra Rio non vi
sfuggirà. Così, come usciti al mattino sotto un sole
stupendo, avvolti dall'insopportabile afa tropicale, in cerca di
quella brezza atlantica che talvolta spira dall'Oceano e si incunea
nelle valli alle vostre spalle, nello spazio di pochi minuti vi
capiterà di trovarvi completamente infradiciati da un vero
e proprio diluvio universale durato un solo istante.
Quel tanto che sarà bastato a farvi comprendere perché,
da queste parti, lo chiamino "palo de agua".
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