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ASIA OVERLAND 2002

 

 

ASIA OVERLAND 2002: DIARIO DI VIAGGIO
Tratta 11: la Via della Seta
 
dal 13.09.02 al 16.09.02: Samarcanda e Shakhrisabz
dal 17.09.02 al 20.09.02: Bukhara
dal 21.09.02 al 24.09.02: da Khiva a Dashoguz, via Mare d'Aral
dal 25.09.02 al 28.09.02: il deserto del Karakum e Ashgabat

21 settembre 2002, 142° giorno di viaggio, 21:20 (GMT+5, senza ora legale)
Khiva, Arqonchi Hotel - Tappa 500 km.

Terza ed ultima tappa nelle famose oasi uzbeke lungo la Via della Seta. Partiamo dunque per Khiva.
La nottata passa male, ancora problemi intestinali, dolori, dormo poco. La sveglia suona alle 8:00 e sono uno straccio, ma bisogna partire.
Lasciamo 205$ all'hotel (camera: 50$ a notte) e alle 10:00, puntuale, si presenta il nostro amico tassista con la sua Daewoo Nexia blu. Questa tratta ci costa 60$, ma viaggiamo bene, considerando anche che sono 500 km.

Usciti da Bukhara, percorriamo un lungo tratto di deserto per almeno 300 km. E' il deserto del Kyzylkum: prima, steppa vuota e piatta, poi sabbia rossa, dune e cespugli. A volte le dune invadono un po' la sede stradale, ma in generale si viaggia rapidi sul nastro d'asfalto che corre dritto per centinaia di chilometri. Il nostro autista, peraltro, ci dà dentro un po' troppo: tocchiamo i 140 km/h e su questa strada si decolla. Non scendiamo comunque mai sotto i 100!
Qualche sosta per fotografare, ma dormiamo anche un bel po'.
Dopo circa 350 km, quasi tutti di vuoto spinto salvo i soliti posti di blocco (anche qui in mezzo al deserto!), incontriamo il corso d'acqua dell'Amu Darya, il grande fiume che, con il Syr Daria, alimentava il Mare d'Aral, e le cui acque sono state deviate e pompate per anni per irrigare i campi di cotone della regione, portando al famoso prosciugamento dell'Aral ed al conseguente disastro ambientale.
Nonostante ciò, l'Amu Darya qui è ancora enorme, quasi un lago, le cui acque turchesi e blu contrastano incredibilmente con il deserto rosso circostante. Davvero uno spettacolo suggestivo.
Attraversiamo a sorpresa la frontiera uzbeka e sconfiniamo in Turkmenistan per soli 5 km. Una cosa assurda. Controllo passaporti e qualche dollaro che il nostro tassista allunga ai militari, per non rimanere incappati delle ore in questi assurdi controlli fra frontiere altrettanto assurde.
Attraversiamo dunque l'Amu Darya ed entriamo nell'omonima valle, dove si susseguono villaggi, campi di cotone (di nuovo!) e risaie.
La giornata come al solito è stupenda, oggi c'è qualche nuvola, ma nulla di che. La temperatura di metà settembre è peraltro ottimale.
Il nostro autista si fa prendere un po' dalla fretta e gli ultimi chilometri corre davvero troppo, ma anche questa volta riusciamo a non ammazzarci.
Il mio stomaco va migliorando, anche perché è tutto il giorno che me ne sto a digiuno, oltre a prendermi i miei antibiotici.
Alle 15:30 arriviamo dunque a Khiva: una vera corsa!

Già da lontano i minareti di Khiva preannunciano quello che ci aspetta. Khiva è una vera e propria cittadella-museo monumentale, tale e quale a quella che era nel medioevo, completamente restaurata dai sovietici.
Sia arriva girando attorno alle spettacolari mura merlate rosate dalla luce del pomeriggio, che come al solito è stupenda. Il nostro albergo (50$ a notte, tre pasti compresi) non è assolutamente all'altezza dei due B&B che l'hanno preceduto, ma come al solito è in pieno centro storico e si gode una vista eccezionale sui minareti e sulle cupole della città. Il personale peraltro non è particolarmente simpatico.
Ci ritirano i passaporti per la registrazione e pare che ce li restituiscano domani. C'è il solito cortile interno, ombreggiato, e le solite tappetate per sdraiarsi in giro.

Ci riposiamo una mezz'ora. Quindi, usciamo a fare un primo giro per Khiva, il cui centro storico è comunque davvero piccolo. In tre quarti d'ora ci facciamo quasi il giro completo della città.
Che dire di Khiva? E' talmente bella - e surreale - da essere quasi noiosa. E' sì un monumento, ma di fatto è fredda e pulita come un plastico e la verità è che non c'è vita, non è vissutae quindi, paradossalmente, è bella quanto può essere bello un museo. I restauri sono stati fatti davvero bene, Khiva "è" bella. Non si può dire il contrario. Fotograficamente parlando è perfetta, se escludiamo che è totalmente finta e affollata solo da turisti.
A proposito: anche qui turisti a iosa. Ma niente in confronto alle carovane di pullman, anche della Detour (!), incontrati quest'oggi lungo la strada, che viaggiavano in senso contrario verso Bukhara, evidentemente provenienti da qui. Speriamo che domani non ci sia il pienone.
Nel nostro primo giro in città incontriamo di nuovo la coppia di ragazzi olandesi, simili a noi (un po' più giovani, ma non troppo), che già avevamo incontrato a Samarcanda e a Bukhara. Questa volta è inevitabile fermarsi a scambiare quattro chiacchiere e ci mettiamo tutti e quattro a ridere. Scopriamo che non solo i due sono ovviamente sulla nostra stessa strada, ma che lo sono... dall'Europa!! Anche loro Transiberiana, Mongolia, Cina. Poi, però, hanno tirato dritto, tutto via ferrovia da Lanzhou a Turpan e poi, via Urumqi, sono arrivati ad Almaty.
Sono partiti il 24 maggio, tre settimane dopo di noi, dunque, e tornano a novembre: sei mesi anche per loro! E anche loro proseguono sulla nostra rotta: Turkmenistan e Iran. Incredibile! Solo che noi, adesso, corriamo più di loro perché abbiamo poco tempo, e quindi non riusciamo neanche a fare insieme la tratta fino a Moynaq, perché loro si fermano qui un giorno in più di noi.
L'altra cosa straordinaria è che anche loro hanno già individuato l'anello Pakistan - Afghanistan - Tagikistan - Karakoram Highway che avevo individuato e cominciato a studiare io proprio in questi giorni. Fantastico. Questi due sono proprio simpatici. E, soprattutto, ci assomigliano. Se domani ci ri-incontriamo magari ci scappa un tè insieme.

Dopo l'incontro con gli olandesi si torna in albergo. Cena intorno alle 19:30, e mangio qualcosa. Peraltro l'Hotel Arqonchi pare che sia il luogo di Khiva dove si cena meglio e bisogna dargli atto che la cena è buona, anche se l'abbondanza - al solito - di fritto, cipolle e carne mi costringe a lasciare quasi tutto.
Unico neo, si mangia a tavolate e a noi tocca mangiare con dei chiassosissimi e decisamente fastidiosi giapponesi. Qui di giapponesi ce ne sono effettivamente un po' troppi.
La serata finisce con musiche uzbeke e balli in costume tradizionale, tutto abbastanza piacevole. C'è una stupenda luna piena sui minareti di Khiva.

Bisogna dire che, comunque, fino ad ora l'Uzbekistan è stato decisamente all'altezza delle aspettative e non ha deluso. Per fortuna! Decisamente una grande traversata.
Nota: il nostro autista oggi ha fatto il pieno. Si è attaccato direttamente ad un'autobotte di propano incontrata lungo la strada...

22 settembre 2002, 143° giorno di viaggio, 22:30 (GMT+5, senza ora legale)
Khiva, Arqonchi Hotel

Stanotte sono stato tormentato dalle zanzare. In compenso, la situazione sanitaria va lentamente migliorando, gli antibiotici iniziano a fare effetto.
Come al solito, nonostante i buoni propositi, di svegliarsi presto non se ne parla e scendiamo a fare colazione solo verso le 10:00. La maratonina per Khiva non inizia prima delle 12:00, come al solito l'ora peggiore: sole a picco e luce niente di che.

L'elenco delle cose che visitiamo oggi è facile: tutto. Khiva è davvero piccola e in un paio d'ore ci facciamo i principali monumenti della città, il forte, le madrase, i minareti. Rimandiamo il giro fotografico al pomeriggio, con una luce migliore.
Incontriamo nuovamente i nostri amici olandesi e ci fermiamo un po' a chiacchierare con loro. Poi ci ferma una "guida" e trattiamo dunque il passaggio in macchina per domani: 80$, niente male. Di nuovo con una Daewoo Nexia.
Sosta pranzo in albergo, abbiamo i tre pasti compresi nel prezzo e dunque ne approfittiamo. Poi, verso le 15:00, ci rimettiamo in cammino e in un paio d'ore ci fotografiamo tutta la città con una bella luce. L'impressione generale di Khiva, comunque, non cambia. Bella città, o per meglio dire, "bel museo". Non c'è decisamente vita, solo un po' di turisti, sebbene al di fuori della via principale, nella vera città vecchia, ci siano ancora le case originali di fango e argilla abitate dalla gente locale.
Insomma, Khiva è bella e noiosa. Dal punto di vista fotografico è peraltro perfetta, complice il tempo sempre bellissimo.
Alle 17:00 giro finito. Io mi ritiro in un Internet point (all'interno di una madrasa!) per mandare avanti un po' la mia newsletter.

A proposito: le piattaforme simili ad un letto, coperte di tappeti, dove ci si sdraia per prendere il tè, mangiare qualcosa, o semplicemente ingannare il tempo, e che si trovano dappertutto qui in Uzbekistan (ristoranti, hotel, ecc.), si chiamano "takhta". Quelli che io chiamo "gli svaccatoi".
Ceniamo intorno alle 20:00. Stasera siamo rimasti quattro gatti: noi due, un giapponese, una donna svizzera, una finlandese rompiballe e una coppia di San Francisco. La serata a tavola è tutto sommato abbastanza piacevole, anche se un po' troppo monopolizzata dalla finlandese e dai suoi "avventurosi" racconti.
Oggi è domenica. Fra quattro settimane esatte saremo già certamente a casa. Emanuela ricomincerà a lavorare il lunedì seguente, il 21 ottobre. La mia aspettativa termina fra sei settimane tonde tonde. Più o meno ci separano da casa ormai solo 24-25 giorni circa, una vacanza "normale"...

23 settembre 2002, 144° giorno di viaggio, 21:40 (GMT+5, senza ora legale)
Nukus, Nukus Hotel - Tappa 530 km.

La tappa più inquietante e assurda del nostro viaggio inizia con una stupenda alba rosa e arancione sui minareti e le cupole verdi di Khiva. La sveglia è alle 6:00, si parte alle 7:30 com Mr. Usmanov e la sua Daewoo Nexia, destinazione Moynaq e il fantasma del Mare d'Aral.
Attraversiamo inizialmente una lunga teoria di paesi e villaggi del Korezm, campi di cotone, fioriture lilla. Il terreno, man mano che si viaggia verso nord, inizia a diventare decisamente più salino.
Mr. Usmanov è di poche parole, ma parla inglese, tedesco, russo e uzbeko, e conosce bene la storia del suo paese. Anche lui guida sempre sopra ai 100 km/h, con punte a 140, su queste strade asfaltate fra campi e villaggi, piene di buche, Zigulì di tutti i colori, sidecar improbabili e "trittori", come Emanuela ha ribattezzato i trattori a tre ruote.
Dopo circa 100 km attraversiamo l'Amu Darya su un suggestivo ponte di barche arrugginite. Qui il fiume è ancora abbastanza grande, ma non come lo abbiamo visto prima di Khiva. Inoltre, qui dovremmo essere nella regione del "delta" dell'Amu Darya. Le tracce del disastro dell'Aral iniziano a fare le prime comparse.

Entriamo nel Karakalpakstan e attraversiamo ora un'area desertica. E' come fra Bukhara e Khiva: viaggiando verso nord, deserto a destra dell'Amu Darya, campi di cotone e verde a sinistra.
Costeggiamo la nuova ferrovia uzbeka che va verso Nukus, capitale del Karakalpakstan, senza attraversare la frontiera con il Turkmenistan. Qui la strada corre sempre vicinissima al confine, pur mantenendosi sempre in territorio uzbeko. Lunghissimi rettilinei di asfalto si perdono all'orizzonte in mezzo al deserto.
Arriviamo a Nukus e ci fermiamo a fare benzina. O meglio, a "comprare" della benzina. A Nukus, infatti, non c'è benzina e i distributori sono chiusi.
Mr. Usmanov cerca e trova la casa di un tipo che vende taniche di benzina, e lì "facciamo il pieno". Nukus è già micidiale. "Benvenuti nel regno della desolazione", recita la Lonely Planet. E Nukus è davvero spettrale.
E' una vecchia e fatiscente città sovietica, in culo al mondo, polverosa e spazzata dai venti salati dell'Aral. Grandi casermoni di cemento in pezzi, vie piene di buche larghissime, poca gente in giro. Avanzi di industrie, rottami arrugginiti. Cielo cobalto, sembra quasi radioattivo. In effetti i sovietici facevano qui esperimenti su armi chimiche e batteriologiche... Insomma, un bel posticino...

Oggi la giornata, pur senza una nuvola come al solito, è freddina. Primo giorno di autunno, la nostra terza stagione in viaggio. L'autunno si fa sentire davvero, l'aria è frizzante.
Oltrepassata Nukus, ci aspettano 220 km verso Moynaq, in quella che fino agli anni '60 era una regione assai sviluppata. Oggi la tragedia dell'Aral è sempre più visibile man mano che ci si avvicina. E le proporzioni sono ben oltre quello che ci si può immaginare leggendo i libri e gli articoli in proposito.
La strada corre attraverso una strana campagna deserta e desolata, in parte incolta, in parte paludosa, in parte decisamente salinizzata. Cespugli, bassa vegetazione, qualche albero. Nessun villaggio, qualche personaggio, cammelli e dromedari - insolitamente presenti entrambi - allo stato brado.
E infine si arriva a Moynaq.

Moynaq era un famoso porto sul Mare d'Aral, centro di pesca e balneare. Qui partivano i traghetti che attraversavano l'Aral fino ad Aralsk, oggi in Kazakhstan, più di 400 km a nord. Il Mare d'Aral era il quarto bacino chiuso al mondo per estensione.
Oggi a Moynaq il mare non c'è più. E non c'è per almeno cinquanta, sessanta, forse cento chilometri. Impossibile saperlo. Al suo posto, il deserto. E il "buco". Il fondale a nudo, trasformato in una distesa arida e sabbiosa, cespugliosa, salmastra, che si perde all'infinito. Spaventoso.
L'impiego massiccio delle acque dell'Amu Darya e del Syr Darya per l'irrigazione dei campi di cotone, fra gli anni '60 e '80, ha letteralmente svuotato il mare!
Arrivare a Moynaq è quasi surreale, apocalittico. La strada corre sopraelevata su quello che una volta era un istmo. All'ingresso del paese un cartello paradossale: c'è scritto "Moynaq" e ci sono disegnati dei pesci.
Sulle rive del "mare", scogliere dalle quali si "gode" una incredibile vista sul mare che non c'è, sul buco, sul deserto. Più avanti, lasciamo la macchina e camminiamo sul "fondale" di questo mare. Raggiungiamo gli scheletri di navi arrugginite e insabbiate. Questo "porto" fa davvero paura, è inquietante oltre ogni immaginazione.
Oggi, al mare, o meglio, a ciò che ne è rimasto, non si arriva in alcun modo, se non in elicottero. Non c'è più vita laggiù. Le rive si sono ritirate in media di 80 km, un po' come se si prosciugasse l'Adriatico.
Moynaq è un paese quasi fantasma. Sono rimaste poche persone, senza lavoro né null'altro. Moynaq è un posto spettrale.
All'orizzonte il cielo è bianco: i venti che spazzano la piana dell'Aral sollevano sabbia e sale, e salinizzano il territorio per centinaia di chilometri, portando desertificazione, veleni e malattie. Il terreno è permeato di residui chimici utilizzati per decenni come DDT sui campi di cotone, per non dire che vaste zone dell'Aral interno erano probabilmente utilizzate come poligono per la sperimentazione di armi chimiche.
Questo luogo è davvero impossibile da descrivere.

Ripartiamo senza parole. Un poliziotto uzbeko si aggrega a noi quasi a forza. Impossibile rifiutargli la richiesta di un passaggio. Ce ne torniamo a Nukus, dove pernotteremo prima di attraversare domani la frontiera con il Turkmenistan.
Nukus è davvero triste, come tutto l'Aral. Un bambino si lava e beve l'acqua di una pozzanghera... Casermoni di cemento in pezzi. Niente di niente in giro. Facciamo una passeggiata e ceniamo all'hotel. Sarà un caso ma, dopo un paio di giorni in cui stavo abbastanza bene, subito dopo cena mi prendono attacchi di stomaco e pancia micidiali.
L'albergo non è all'altezza dell'Angara di Irkutsk, ma quasi. Davvero drab e triste.
Questo viaggio nell'Aral e nel Karakalpakstan è davvero incredibile e surreale e, a modo proprio, anch'esso oltre le attese.

Mr. Usmanov ci dà le ultime istruzioni e ci lascia con i nostri 80$ nelle sue mani. E con questa tappa finisce anche il nostro Uzbekistan. Qui, fra l'altro, finisce anche il nostro programma "originario". Fino a poco più di un mese fa, eravamo convinti che saremmo arrivati qui intorno a metà ottobre, e saremmo dovuti volare direttamente in Italia. Tutti i chilometri che faremo da domani saranno dunque "extra", e sarà una grande corsa.
Questa camera è letteralmente piena di zanzare, una cosa mai vista! Zanzare mutanti dell'Aral?
Più ci penso e più questa giornata è stata davvero incredibile, ai confini della realtà. Certo una delle giornate più "indimenticabili" di questo viaggio. Lo "spettacolo" - qui l'abbondanza di virgolette è d'obbligo - del buco dell'Aral non sarà facile da dimenticare (mi verrebbe da dire, "per fortuna!"). Avrei voluto fermarmi lì una giornata intera a "contemplare" la follia dell'uomo. Spaventoso, davvero...

24 settembre 2002, 145° giorno di viaggio, 22:40 (GMT+5, senza ora legale)
Dashoguz, Dashoguz Hotel - Tappa 150 km.

Se possibile, sempre più ai confini della realtà! Turkmenistan, 69° Paese nel sacco. E non è stato facile.

Questa mattina sveglia (quasi) con calma. Siamo riusciti a tenere lontane le zanzare dell'Aral grazie a massicce dosi di Autan, ma niente ha potuto contro le mosche, che hanno rotto ancor peggio. Così, alle 8:30 siamo in piedi. Inevitabile colazione drab in questo tremendo hotel, dove nel bagno c'è il water, c'è una vasca (la doccia non funziona), ma *non* c'è il lavandino! Il peggio però deve ancora arrivare e per il momento non ne siamo ancora consci.
Trattiamo un passaggio per la frontiera con un tassista completamente sconclusionato. Tariffa 7.000 sum, gli ultimi che abbiamo, più 2$. La sua Zigulì viaggia a scatti e tossisce. La benzina è di pessima qualità e il motore picchia in testa.
Il nostro tassista parla, e parla, e parla, e parla. La frontiera dovrebbe essere a circa 25 km, ma lui ci porta a quella *sbagliata*! Ce ne rendiamo conto quasi subito, ma non c'è verso di farglielo capire. Attraversa strane zone industriali, senza vita e abbandonate, e dopo mezz'ora ci deposita davanti a una sbarra...! Un militare uzbeko ci guarda stranito. Noi siamo preoccupati, questa non può essere la frontiera che ci interessa e fra l'altro è tardi: abbiamo organizzato l'appuntamento con Yulya (la nostra guida turkmena) alle 11:00 in frontiera.
Per fortuna il militare uzbeko, dopo avere dato un'occhiata ai nostri passaporti, spiega al nostro autista idiota che siamo completamente fuori strada. La faccenda si fa complicata. Dobbiamo raggiungere il villaggio di Hojeli, a circa 25 km da Nukus, e da lì la strada principale per Könye Ürgench, una strada che qui tutti conoscono, ma evidentemente non il nostro tassista.
Inizia di nuovo a blaterare, guida senza tenere le mani sul volante, continua a girarsi e a parlare, e quando infine perdiamo la pazienza, ci incazziamo e gli diciamo che deve sbrigarsi, è peggio che peggio! Inizia a correre come un idiota, senza peraltro cambiare stile di guida, ma ora viaggia a 140 km/h con questa scassatissima Zigulì e c'è davvero da avere paura. Noi ci incazziamo, ma lui ride e ci fa vedere che può guidare senza mani! Insomma, un disastro!
Per fortuna e grazie al cielo, intorno alle 11:30, dopo avere imboccato la strada corretta, ci lascia davanti a un'altra sbarra, questa volta giusta. Non possiamo fare altro che prenderci i nostri bagagli e proseguire a piedi.

Questa è una frontiera davvero completamente deserta. Un tavolino ed una costruzione di cemento, lato uzbeko. Ci controllano i passaporti, sorridono molto. Italiani, Adriano Celentano, Toto Cutugno. Però ci contano i soldi uno per uno e ci guardano le dichiarazioni valutarie. Per fortuna non ci perquisiscono: entrambi siamo ancora pieni di dollari di contrabbando. Ci vuole una buona mezz'ora, ma alla fine usciamo con i nostri passaporti timbrati, senza altre rogne. Se non che dobbiamo incamminarci.
La frontiera turkmena è 500 m più avanti. Attraversiamo questa desolata e deserta terra di nessuno fra campi incolti, sotto il sole, e ci presentiamo alla sbarra turkmena alle 12:10. Dall'altra parte, Yulya ci sta aspettando.
Yulya è la guida dell'agenzia Amado, che ci ha fatto avere la lettera di invito ed alla quale abbiamo chiesto di organizzarci la traversata del Turkmenistan per poterci muovere più rapidamente. Delle due "Yulya" con le quali sono stato in contatto sin da Delhi, questa è quella che parla inglese. Ad Ashgabat ci attende quella che parla italiano (scopriremo che la cosa è dovuta al fatto che sta per sposare un italiano)!
La frontiera turkmena è complicata assai. Ci svuotano letteralmente tutto il bagaglio, controllano tutto e si fregano anche il pacchetto di sigarette - intero - che era del resto lì apposta. Ci vuole un'ora e mezza, e siamo solo noi due, con l'aiuto di Yulya, per passare questa cavolo di frontiera. Ma alla fine anche questa è fatta ed entriamo davvero in Turkmenistan!
Oltre a Yulya, ci aspetta una BMW M5 (tarocco?) ed un autista supertarro che guida solo sgommando e accelerando come se fosse in pista. Un vero idiota. La macchina, probabilmente, è stata rubata in Germania. Sta di fatto che in Turkmenistan noi giriamo in BMW M5... Si parte dunque...

Andiamo prima a Könye Ürgench, dove facciamo uno spuntino e ci riposiamo un'oretta in un caffè. Yulya parla un ottimo inglese. Ha i capelli lunghi, leggermente ondulati e corvini, i baffi e due occhi di ghiaccio da far paura. Non fosse per i baffi davvero esagerati, non sarebbe affatto una brutta ragazza. Età apparente intorno ai 28 anni (scopriremo più avanti che ne ha 23). Viene in giro con i sandalini con il tacco alto: intorno a noi sterpaglie, sabbia e sterrati...
Dell'autista ho già detto: un idiota. Camicia nera aperta sul petto, catena d'oro al collo, pantaloni neri, macchina nera con alettone. Ho detto tutto. Chiediamo a Yulya di dirgli di guidare piano, lei lo fa pure, ma è inutile. Lui deve fare il figo, guida come un cretino, fa delle accelerazioni assurde, frena sgommando. Un idiota di rara portata. In macchina, la musica techno e house completa il desolante quadro totale.
Dopo la sosta, visitiamo le rovine dell'antica città di Könye Ürgench, che una volta era una delle grandi capitali lungo la Via della Seta. A differenza dell'Uzbekistan, qui non c'è rimasto molto, anzi. Ma c'è molta più atmosfera. Si tratta di un vero sito archeologico, che è anche un luogo sacro per la gente del posto. Non c'è anima viva. Vento sulla pianura circostante, cielo blu cobalto. Sterpaglie.
In mezzo, i resti di un mausoleo del 1200, il minareto più alto dell'Asia Centrale e un altro mausoleo del 1100. E un grande cimitero. Null'altro. Pochi occidentali possono dire di essere stati qui, ultimamente.
Verso le 16:30 ripartiamo per Dashoguz, 100 km a sud, l'unico posto nelle "vicinanze" dove si possa trovare un hotel! Dashoguz è in realtà a pochi chilometri da Khiva, dalla quale è separata dalla linea di frontiera con l'Uzbekistan, che continuiamo a costeggiare su e giù da qualche giorno.

Il viaggio verso Dashoguz prosegue fra i soliti campi di cotone, senza niente altro da segnalare se non la solita guida dell'autista idiota. Arriviamo a Dashoguz intorno alle 18:00, e qui il Turkmenistan ci dà davvero il suo "benvenuto"! Dashoguz è allucinante.
Se Nukus ci era sembrata desolata, questa città è quanto di più alienante ed ex-sovietico si possa immaginare. Completamente abbandonata a se stessa. Cubi orrendi di cemento colorato, scrostati, cadenti, con le finestre rotte e pezzi di cemento dappertutto. Vie esagerate per un traffico inesistente, piazze di cemento sconfinate. Lampioni rotti, erbacce dappertutto. E, dovunque, la foto di "lui", il micidiale presidente dittatore Nyiazov, l'uomo che fa "ridere" - si fa per dire - il mondo intero con le sue bizzarrie. Un pazzo scatenato.
Arriviamo in questo agghiacciante hotel: prezzo della camera 30$... Muri e pavimenti sono in pezzi, cade l'intonaco da quanto è fradicio. Vetri rotti. Tutti. Porta della camera marcia, che non si chiude, e la maniglia è comunque in pezzi. Bagno in condizioni disastrose. Il lavandino perde acqua ed è inutilizzabile, a meno di allagare la stanza. La vasca è completamente rossa di ruggine. Il water non funziona e nello sciacquone, aperto, ristagnano sabbia e sigarette spente. Ragni. Zanzare a centinaia. Mura tappezzate di insetti spiaccicati. Fili della corrente scoperti. Letti e mobili di legno marcio, mangiato. Una bottiglie di vetro, chiusa con il fondo di un bicchiere: contiene dell'acqua che ha tutta l'aria di essere lì da almeno qualche anno.
Dovunque si volga lo sguardo, la situazione e lo stato di abbandono totale sono disastrosi. Spaventosi. Altro che Nukus! Qui c'è solo da ridere, per non piangere. Soprattutto per il prezzo che paghiamo!

Molliamo Yulya ed usciamo a fare due passi da soli. E' il tramonto e la luce è meravigliosa. Rosa e blu ad est, rossa e arancione ad ovest. Ma la città è davvero mostruosa oltre ogni immaginazione. Sembra uscita dalle "cronache del dopobomba". E' del tutto indescrivibile, confesso, almeno al di là delle mie capacità. Oltre che avvolta da una nube di zanzare! Io sono letteralmente massacrato dalle zanzare, oggi colleziono un bel po' di punture.
A cena con Yulya in un ristorante drab vicino all'hotel, in pieno centro. La conversazione è piacevole e con un cheeseburger ce la caviamo anche per stasera, per fortuna. Un attacco di diarrea qui sarebbe davvero drammatico...!
Dashoguz fa paura, e fa ancora più impressione pensare che questo Paese è l'immagine totale del suo presidente, che lo governa sulla base di un vero e proprio culto della personalità. Le sue assurde statue e le sue foto sono dappertutto, tappezzano la città. Questo Paese si preannuncia davvero ai confini della realtà, che del resto è esattamente quello che ci aspettiamo...

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