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29 settembre 2002, 150° giorno di viaggio,
19:15 (GMT+5, senza ora legale)
Mary, casa privata - Tappa 400 km.
L'antibiotico inizia a fare effetto. Questa mattina sveglia alle
6:30. Faccio anche un minimo di colazione. Alle 8:00 arriva Yulya
a prenderci, come previsto. Al check-out dell'albergo c'è
un po' di confusione. Ci mettono un bel po' a farci il conto, arriva
anche il proprietario dell'hotel, italiano, di Piacenza. E' un tipo
odioso, insulta pesantemente le ragazze della reception, soprattutto
in italiano, bestemmia.
Chiediamo di pagare con la carta di credito, visto che apparentemente
accettano sia Visa, sia Amex. Tant'è, non riusciamo, perché
il cambio ufficiale è intorno ai 5.000 manat per dollaro,
circa un quarto del cambio in nero, e quindi secondo loro ci perderemmo.
La verità (ma ce ne rendiamo conto solo quando ormai è
troppo tardi) è che loro sarebbero costretti a farci il conto
in dollari dopo avercelo già presentato sulla base del cambio
in nero, la carta di credito verrebbe comunque addebitata in dollari
e quindi a perderci sarebbero loro! Peccato esserci cascati. A noi
comunque non cambia niente alla fine, paghiamo in dollari cash sulla
base del cambio nero.
Quindi, ce ne andiamo anche da Ashgabat.
La strada prosegue davanti a noi verso ovest ora, stiamo andando
a Mary. Domani attraverseremo il confine con l'Iran. Per oggi lo
seguiremo lungo le aride montagne che identificano il confine e
che da qui sono molto suggestive.
A parte le montagne in questa prima parte di viaggio, per il resto
nulla da segnalare fino a Mary. La strada corre monotona nella pianura
incolta, è una giornata molto calda: ieri qui c'erano 37°!
Pochi posti di blocco e peraltro veniamo fermati una sola volta
per un rapido controllo dei passaporti.
Verso le 12:00 arriviamo a Mary, che quanto a squallore fa il paio
con Dashoguz.
Qui, come già ad Ashgabat, la solita statua idiota in oro
dello "zio" (come ormai lo chiamiamo noi) e i soliti cubi
di cemento in pezzi con i vetri rotti, circondati da vie faraoniche
e vuote ad otto corsie. Il Turkmenistan è davvero il posto
più squallido e deprimente che abbiamo mai visitato. E pensare
che Mary è la seconda città di questo Paese, e ne
è stata anche la capitale! Mostruoso!
Ci fermiamo per il pranzo in uno squallido e vuoto "baretto",
il posto "migliore" della città. La donna dietro
al bancone ha la solita faccia funebre, non saluta, non dice una
parola, non sorride, sta in uno stato di totale apatia, come tutti
qui in Turkmenistan. La solita domanda di Yulya, "cosa volete?",
è sempre più surreale! Prima bisognerebbe sapere cosa
diavolo hanno, e poi si sa che tanto non hanno nulla.
Finisce a wursterl e puré.
Quindi, carichiamo un'altra guida! Già perché, oltre
all'autista nuovo (simpatico, non male) e a Yulya, "dobbiamo"
tirare su anche Victor, il collega di Yulya della filiale di Mary
dell'agenzia. Insomma, la faccenda è un po' mafiosetta: dobbiamo
andare al sito archeologico di Merv, ma questo è "territorio"
dell'agenzia di Mary. Così è Victor a doverci fare
da guida. E allora perché paghiamo Yulya?? Perché
faccia da interprete!! Infatti, sebbene sia chiaro che Victor l'inglese
lo capisce eccome, lui con noi parla solo in russo, e Yulya traduce!
E così partiamo per Merv, a circa 25 km da qui, con questa
paradossale formazione: 2 turisti e 3 guide!!
Victor è alienante. Si spaccia per archeologo e studioso,
e parla a raffica, armato di libro con fotografie e suoi disegni
del sito archeologico. E Yulya traduce tutto in simultanea. Mostruosamente
palloso!!
Da segnalare anche altre particolarità turkmene.
Cambiamo ancora, e sempre in nero. Come al solito, la macchina si
ferma in città in una via laterale, accanto ad un'altra macchina.
I soldi passano rapidi di mano. A cambiare in modo legale *non*
siamo riusciti in tutto il Paese! In teoria è possibile farlo
in una sola banca di Ashgabat dove però, quando Emanuela
ci è andata ieri, non glielo hanno permesso!
In questo Paese *non* si pagano l'acqua e l'elettricità.
E la benzina costa 1/50 di dollaro al litro, 400 manat. Praticamente,
è regalata: un pieno costa un dollaro ed è questo
il motivo per cui viene contrabbandata in Uzbekistan, come abbiamo
visto a Nukus.
Il problema è che tutto ciò è solo una facciata.
Sono i regali assurdi che lo zio fa alla popolazione per far credere
che questo sia davvero il nuovo Kuwait. In realtà è
un disastro totale.
Nessuno paga tasse, perché non c'è reddito ufficiale
che possa essere prodotto. Il dollaro è illegale, ma è
l'unica moneta circolante. E' del tutto evidente che tutti i business
sono di fatto portati avanti in modo "illegale" e apparentemente,
per la gente comune, l'unica vera rendita è data dal cambio
in nero dei dollari per le strade.
La polizia di mestiere fa i posti di blocco e "controlla"
la gente. Nel senso che la deruba. Qui siamo sulla più grande
autostrada al mondo per il trasporto dell'eroina, che corre dall'Afghanistan
alla Turchia, e la droga passa proprio lungo queste strade, con
la evidente complicità di ben più di qualche poliziotto
di questi "posti di blocco", che in teoria dovrebbero
proprio essere un deterrente! La "criminalità",
nel senso classico del termine, qua non esiste. La polizia vive
di corruzione e potere, e basta.
Qui circolano BMW di grossa cilindrata più che in Germania.
E' peraltro ovvio che arrivano tutte dal mercato parallelo delle
auto rubate. Questo Paese sta peggio dell'Albania.
Alla tv lo zio che parla, lo zio in trionfo, lo zio santificato
in continuazione, e gente che recita a memoria il libro sacro dello
zio, il "Ruhnama". E' spaventoso.
Immersi ormai completamente in questa catastrofica atmosfera turkmena,
ce ne andiamo a visitare l'ultima "meraviglia" di questo
assurdo Paese, l'antica città di Merv, un'altra delle grandi
capitali sulla Via della Seta, in teoria il sito più bello
di tutto il Turkmenistan.
Merv è un pacco galattico. In mezzo alla pianura e alle sterpaglie
non c'è rimasto assolutamente più nulla di questo
leggendario complesso vecchio di oltre 2000 anni, raso al suolo
da Gengis Khan. Niente, di niente, di niente. Solo alcuni terrapieni
di fango dove prima si ergevano le antiche mura, che danno l'idea
di quanto Merv fosse estesa.
Il sole cuoce tutto, fa caldissimo. Victor e Yulya ci accompagnano
fra le sterpaglie, terra solo di scorpioni e serpenti, piena di
fango secco e cocci di terracotta troppo finti e sparpagliati per
sembrare davvero veri, come sostengono loro. Victor estrae dalla
tasca, guarda caso, quattro statuine "perfette" che secondo
lui risalgono a qualche periodo differente fra loro. Fanno parte
della sua "collezione" privata, che a suo dire è
più grande di un museo. E' chiaro che sta tentando di rifilarci
della paccottiglia falsa. Facciamo "ooooh" e lasciamo
perdere.
Un mausoleo distrutto ci viene spacciato come modello studiato dal
Brunelleschi per realizzare la cupola di Firenze! Decisamente perplessi
osserviamo che, guarda caso, la nostra edizione italiana della Lonely
Planet non ne fa cenno... Bah...!
Insomma, questa gita per Merv si trascina stancamente finché,
verso le 17:00, ce ne torniamo finalmente a Mary. Qui alloggiamo
presso una casa privata, poiché l'hotel pare che sia nelle
stesse condizioni di quello di Dashoguz.
In questa casa, carina, con pergolato interno, dignitosa, nessuno
saluta, nessuno parla. Noi veniamo abbandonati qui da Yulya, l'autista
e Victor, che verranno a riprenderci domani mattina. Qui ci danno
da mangiare del riso, carote, anguria e tè. Finiamo la serata
da soli in questo cortiletto.
E così finisce anche il Turkmenistan, ultima notte in questo
Paese. Adesso sì che dobbiamo correre. Ci rimangono davvero
pochi giorni e, obiettivamente, il 16 ottobre bisogna essere a casa,
considerato che il 18 dobbiamo andare a Trieste per il matrimonio
di Maria.
Questo vuol dire che abbiamo poco più di due settimane per
coprire tutta la strada del ritorno: una bella corsa, non c'è
che dire...!
30 settembre 2002, 151° giorno di viaggio,
aggiornato l'1/10 (GMT+3.30, senza
ora legale)
Treno da Mashhad a Tehran - Tappa 360 km.
Il nostro Turkmenistan finisce sulle note di Chris Rea che ci accompagnano
piacevolmente insieme all'alba sul deserto, e il nostro Iran - 70°
Paese, per me - inizia con i muezzin che cantano dai minareti. Da
città a città, nello spazio di pochi chilometri, tutto
cambia. Da una quasi Europa di quasi europei, alfabeto latino, occhi
chiari, all'Arabia più profonda, l'Islam più integralista,
l'Iran che per tanti anni abbiamo sognato...
Sveglia prestissimo questa mattina, alle 6:00, una giornata davvero
lunga e impegnativa ci attende davanti. Fa decisamente fresco a
quest'ora. Emanuela fa le prove con il vestito (orrendo!) comprato
al mercato di Ashgabat. Fra qualche ora varcheremo la frontiera
e lei deve prepararsi a scomparire sotto ai veli. Mi fa tristezza
vederla armeggiare, provare e riprovare il grande foulard che le
farà da velo, sacrificarsi lì sotto con il caldo che
farà. Ma con l'Iran non si scherza, soprattutto con quello
che abbiamo davanti oggi, che è l'area più integralista.
Alle 7:30 Yulya è il nostro simpatico autista passano a prenderci.
E' evidente che Yulya è davvero entusiasta di noi e non fa
altro che raccontare a tutto il mondo del nostro viaggio.
Partiamo per Saraghs, frontiera turkmeno-iraniana, circa 180 km
a sud di Mary. Io sono un po' teso, lo riconosco. Da qui in avanti
ci muoveremo quasi al buio, è una tratta non facile e non
l'abbiamo preparata per niente (non era decisamente prevista!),
senza contare il fatto che dobbiamo pure farla rapidamente. Si viaggia
fra i soliti campi di cotone, Chris Rea in sottofondo addolcisce
il viaggio. E si arriva alla frontiera turkmena.
Grandi saluti con il nostro simpatico autista (decisamente il numero
2, dopo Tossum)...(mi
stavo dimenticando di Aji!
Facciamo il numero 3...!) e Yulya ci accompagna ancora una volta
attraverso i balzelli delle assurde frontiere turkmene. Questa scivola
via più facilmente di quella in entrata, grazie soprattutto
a lei. Ma qui sono evidentemente soldati russi, proprio come al
Torugart, alla
frontiera fra Xinjiang e Kyrgyzstan. Anche questa frontiera "esterna"
della CSI è chiaramente controllata dai russi. Già,
perché usciamo anche, e definitivamente, dalla CSI.
Pochi controlli, viene aperto un solo bagaglio a caso. Poi, il capetto
locale vuole fare il simpatico con Yulya e allora le fa apposta
un sacco di difficoltà sulle registrazioni, sui documenti,
su tutto, per poter fare quindi il brillante e fingere di chiudere
un occhio. Yulya non abbocca e si difende bene. Insomma, in una
mezz'ora ce la caviamo. E poi non accade nulla.
La frontiera iraniana è circa ad un chilometro avanti a noi,
sotto il sole. Troppo distante per affrontarla a piedi con tutto
il bagaglio. Ma qui non c'è assolutamente nessuno oltre a
noi, e non c'è alcun traffico! Ancora una frontiera bella
deserta e chiusa.
Pare che sia possibile utilizzare uno scassatissimo autobus abbandonato
al lato della strada, ma non si trova un autista. Così passiamo
un'altra mezz'ora lì ad aspettare, in mezzo alla terra di
nessuno! Finalmente arriva un tipo, trattiamo per 2$ (un furto!),
ci carica su questo relitto di autobus letteralmente in pezzi, che
riesce a far partire solo armeggiando con il motore, e percorriamo
così il chilometro che ci separa dall'Iran. Frontiera.
Se possibile, questa frontiera è ancora più deserta
di quella turkmena. Non ci sono nemmeno, o per lo meno non si vedono,
soldati, guardie, polizia, funzionari. Nessuno e nulla. Scendiamo
davanti ad una palazzina vuota e scalcinata. Di colpo tutto è
cambiato. Tutto è scritto in farsi, foto di Khomeini e degli
altri zii da tutte le parti. Uno stanco impiegato si fa passare
i passaporti dietro al vetro di uno sportello. Qui siamo un'ora
e mezza indietro rispetto al Turkmenistan, ormai solo un'ora e mezza
avanti all'Italia...
Ci vuole una buona ora perché questo tipo, che appare e scompare
con i nostri passaporti, metta infine il suo timbro. Entrati!!
Una donna che dovrebbe controllarci i bagagli ci fa passare senza
praticamente battere ciglio. Lei è tutta vestita di nero,
interamente coperta, solo il volto è scoperto. Emanuela è
ormai scomparsa sotto ai suoi veli marroni e blu da qualche ora.
Soffre la scomodità, soprattutto con lo zaino, il caldo e
tutto il resto, e io soffro per lei! Però siamo entrati in
Iran. Ed è stato banale, salvo il fatto che i nostri passaporti
sono stati controllati e ricontrollati n volte e che addirittura
Emanuela si è dovuta togliere le lenti a contatto e mostrarle
per giustificare il fatto che non avesse gli occhiali come nella
foto!
Cambio 300$ in rial iraniani. Qui non c'è il problema del
cambio nero, né la dichiarazione valutaria. Il cambio è
a circa 8.000 rial per dollaro. Anche qui pacchi di banconote.
Trattiamo un passaggio per Mashhad, 180 km a sud ovest, la prima
città sulla ferrovia, da dove prenderemo definitivamente
il "treno per casa", via Tehran, Tabriz, Ankara, Istanbul.
Il passaggio ci costa 90.000 rial, poco più di 10$, una sciocchezza.
E assaggiamo subito questo Iran: gente sorridente, strade perfette,
tutti spiccicano due parole chiave di inglese. Addirittura, in certi
punti lungo la strada, è obbligatorio allacciarsi le cinture!
Strade così lisce, segnalate e perfette non ne vedevamo dall'Europa!
Cartelli bilingue, farsi ed inglese. Stile di guida del nostro nuovo
autista, peraltro, uguale a quello di tutto il resto dell'Asia...
Velocità folle.
I 180 km per Mashhad sono davvero belli. Deserto, montagne e canyon
colorati, per qualche istante sembra di essere in Xinjiang
o lungo la Karakoram Highway.
E' un percorso che merita senza dubbio. L'autista si ferma, prima
per comprare un'anguria, poi fra le montagne, presso un boschetto,
per dividerla e mangiarla assieme a noi.
Arriviamo a Mashhad verso le 15:00. Siamo già belli stanchi
e accaldati, soprattutto Emanuela che non ne può già
più del velo che la soffoca. Povera! Del resto qua basta
guardarsi attorno... Donne tutte in nero, ipercoperte. Mashhad è
la città santa dell'Iran, la Mecca degli sciiti in un certo
senso, e qua c'è poco da fare i difficili, si rischia l'arresto.
Ci facciamo dunque lasciare alla stazione. Mi occupo di tutto io:
per prima cosa i biglietti per Tehran. Prenoto un vagone letto in
classe deluxe sul treno delle 19:00, il migliore. Di fatto, ce n'è
uno ogni ora. Costa 22.000 rial per due persone, cioè meno
di 30$ in due, e il biglietto comprende la cena e la colazione!
Niente male.
Qui sono tutti amichevoli all'eccesso. Uno che mi fa il biglietto,
addirittura, vuole che scambiamo gli indirizzi perché io
gli possa mandare delle riviste di arte, in cambio di non ho capito
cosa! Nel complesso, questo è il biglietto più facile
da acquistare di tutto il viaggio. Vado all'ufficio informazioni
(...!), dove parlano un buon inglese (...!!!). Qui tutto è
scritto in inglese, almeno ciò che serve. La tipa mi fa vedere
tutti gli orari ed i prezzi dei vari biglietti. Io scelgo. Lei scrive
tutto in farsi su un foglietto che mi consegna e con il quale mi
manda da un altro tipo che mi accompagna da quello che mi fa il
biglietto al computer. Un gioco da ragazzi rispetto alla Cina e
all'India!
Poi, molliamo i nostri bagagli al deposito: banale, no? E quindi
ce ne andiamo in giro per Mashhad: sono ora le 16:00 circa e abbiamo
tempo fino alle 18:30.
Ci incamminiamo verso la famosa Àstàn-é Qods-é
Razavì, un complesso di madrase e moschee da paura, il centro
sacro dell'Islam sciita. Mashhad ci fa ripiombare nel vero Islam
più profondo: bazar affollati, traffico intensissimo, moschee,
minareti, donne tutte irrimediabilmente vestite di nero, con il
solo volto scoperto. Uomini vestiti per lo più normalmente
(io vesto normale, solo indosso una camicia a maniche lunghe; talvolta
le tengo arrotolate, talvolta distese), ma anche qualcuno con abiti
decisamente arabi e turbante.
All'ingresso di Àstàn-é Qods-é Razavì
veniamo fermati: l'entrata è rigidamente controllata. Gran
parte dell'area è riservata ai musulmani, ma i non musulmani
possono entrare se accompagnati da una guida, evitando il centro
sacro del complesso. Dobbiamo lasciare giù tutto, macchine
fotografiche e passaporti compresi. Verremo via da Mashhad senza
fotografie, ed è veramente un peccato, per non dire un disastro
(*). Entriamo così all'interno scortati da una ragazza. Emanuela
deve indossare, sopra a tutti i veli che già indossa, uno
chador completo! Gliene danno uno all'ingresso.
Dobbiamo fare un giro rapidissimo, abbiamo poco tempo ed il complesso
sarebbe enorme. Inutile dire che di occidentali non c'è ombra
quaggiù. I palazzi e le moschee all'interno di Àstàn-é
Qods-é Razavì sono semplicemente mozzafiato. La ricchezza
delle architetture, delle decorazioni, dei colori, dei mosaici a
piastrelle, è straordinaria. Tutto ciò che abbiamo
visto fino ad oggi impallidisce al confronto. Sebbene lo stile generale
richiami moltissimo (ed è in gran parte) quello timuride
visto in Uzbekistan, qui l'esplosione è totale, grandiosa.
Alcune madrase hanno i portali, enormi, interamente ricoperti d'oro,
e d'oro sono anche i due grandi minareti della moschea centrale.
Gli interni dei palazzi sono interamente decorati a mosaici e a
specchi. Le cupole sono tutte colorate, come ogni altra cosa intorno
a noi.
Migliaia di fedeli e pellegrini si aggirano per i corridoi, le vie
interne, i cortili. Tappeti dappertutto, enormi, distesi anche nei
cortili all'aperto per l'ora della preghiera. Visitiamo i palazzi
esterni e ci viene anche consentito di sbirciare, dall'ingresso,
all'interno della moschea e dell'area interdetta. Visitiamo anche
il museo della grande moschea. Ci regalano alcuni libri sull'Islam
e cartoline.
A causa del fuso orario, il buio cala molto presto, intorno alle
17:30. Il muezzin chiama a raccolta, arriva la gente per l'ora della
preghiera e riempie i cortili. Ci sentiamo come se fossimo alla
Mecca. Siamo senza parole, ma anche stanchi e accaldati, e dobbiamo
tornare in stazione.
Un'altra maratona di mezz'ora, attraverso una Mashhad ormai buia
e affollatissima, ci riporta in stazione verso le 18:15. Ci riprendiamo
i bagagli e ci imbarchiamo dunque sul treno per Tehran. Il treno
è bello, forse però meno di quello che mi aspettavo.
Certamente non all'altezza di quelli russi. Gli scompartimenti sono
per quattro persone e le pareti sul corridoio sono di vetro, con
le tende. Quindi, dai corridoi sembra tutto aperto.
I pasti vengono serviti direttamente in scompartimento, sembra un
po' un aereo in questo senso. Donne tutte e sempre velate, e così
anche la povera Emanuela, che continua a soffrire nel suo scomodo
"completo".
Veniamo agganciati da una coppia di giovani iraniani sulla trentina,
sposati. Lui indossa la cravatta, un fatto straordinario in un Paese
che la condanna come simbolo della corruzione occidentale, lei è
"moderna" e indossa un foulard azzurro. Parlano un po'
di inglese, scarsissimo, ma quel che è peggio è che
sono appiccicosissimi e non ci mollano più. Si fanno cambiare
scompartimento e vengono a sistemarsi nel nostro, senza naturalmente
avercelo prima chiesto, e così passiamo una faticossisima
e noiosa serata in loro compagnia.
Il fatto è che non solo non avevamo alcuna voglia di fare
conversazione, ma Emanuela voleva anche un po' di privacy per potersi
togliere il velo e sistemarsi. Invece niente, e per giunta questi
spiccicano davvero pochissime parole di inglese, e quindi si fa
pure fatica ad intendersi. Siamo davvero troppo stanchi per questo.
Lui, ingegnere, ha inventato le mollette di metallo che chiudono
i wursterl in Iran! Lei se la tira. Lui fa conversazione con me,
lei con Emanuela, raramente insieme. La separazione dei ruoli è
micidiale. Sono davvero appiccicosi, non c'è modo di scrollarseli.
Lui vorrebbe addirittura che a Tehran non andassimo in albergo,
ma che fossimo ospiti a casa loro a pensione completa. Vorrebbero
anche accompagnarci in giro a fare shopping e a visitare Tehran.
Insistono per occuparsi di noi a tutti i costi e vogliono provvedere
a cercarci un agenzia di viaggio, l'albergo a Tehran, ecc.
Vabbè, per il momento è chiaro che la temibile ospitalità
aggressiva iraniana ci sta avvinghiando sin dai nostri primi passi
in Iran, e noi non siamo proprio in vena.
Cena a base di kebab di pollo e riso, non male. Si dorme scomodi
in questo vagone letto. Il treno balla un casino e per questo decido
di rimandare la scrittura del diario a domani. Del resto, con i
due rompiscatole, non sarebbe comunque possibile. L'unica per staccarseli
di dosso è mettersi a dormire. Naturalmente le donne devono
dormire allo stesso piano, e con il velo in testa...
(*) Queste sono alcune foto di Mashhad
recuperate su Internet, che testimoniano le meraviglie di questa
straordinaria città, della quale, come scritto nel diario,
non abbiamo potuto portare via alcuna immagine:
1 ottobre 2002, 152° giorno di viaggio,
23:20 (GMT+3.30,
senza ora legale)
Tehran, Omid Hotel - Tappa 920 km.
La sveglia è alle 6:30 circa, dopo una notte dormita male.
Belle luci sul deserto intorno a noi, deserto iraniano, montagne
aride e colorate sul lato destro della ferrovia, deserto piatto
sul lato sinistro. Qualche foto. L'Iran che vediamo dai finestrini
del nostro treno appare stupendo. Da una parte il rammarico di dover
correre, dall'altra la stanchezza e la voglia di casa. Villaggi
fuori dal tempo, donne interamente vestite di nero. Anche ieri,
viaggiando verso Mashhad, ne abbiamo attraversati.
A parte qualche fotografia al volo, comunque, questo nostro rapido
Iran continua a rimanere privo di immagini. Ed è davvero
un peccato, ma mancano la voglia ed anche il tempo di fermarsi,
e forse il nostro viaggio fotografico è ormai finito. Pensare
che in valigia ho ancora molti rullini.
I nostri "amici" non ci mollano. E' come avere le cuffie
in testa. Ci descrivono le montagne che vediamo, il deserto, il
clima. Tutte cose banali. E noiose, soprattutto alle sette del mattino.
Colazione a base di pane e marmellata.
Entriamo a Tehran verso le 9:00, quasi in sordina. Non è
come arrivare a Mosca,
o a Pechino. E'
un arrivo senza colore. Una stazione tutto sommato povera e squallida,
sembra Delhi. E
non solo in questo. Mi sento stanco per affrontare Tehran, una delle
città più caotiche e grandi del mondo. Per fortuna
un facchino si prende cura dei nostri bagagli.
Cerco di liberarmi dei sacchetti di plastica con le brochure ed
i libri che ci hanno regalato a Mashhad (ci mancano solo quelli!)
nascondendoli sotto il sedile in treno, ma i due rompicoglioni li
trovano e, ovviamente, me li restituiscono. Non riusciamo neanche
ad occuparci del taxi. Vogliono fare tutto loro. Si mettono anche
a discutere con il nostro facchino, che vuole più di 1$ e
lei lo manda via. Lui se ne va offeso, io lo inseguo e gli do 2$,
e poi mando lei a quel paese e le dico che sono capace di pagare
i facchini da solo, e che pago secondo il "mio" valore,
non il loro.
Sta di fatto che loro impiegano delle ore a trattare per un taxi
per noi, e noi siamo loro "ostaggi". Lo trovano e salgono
con noi! L'albergo che ci consigliano è completamente dall'altra
parte della città: Tehran appare da subito mostruosa, come
LA, o Rio de Janeiro, almeno 40 km di diametro. Non è la
stessa cosa stare da una parte o dall'altra della città.
Questo albergo è a due passi da casa loro, e vabbè,
lo indica anche la Lonely Planet e ci andiamo.
Ci vuole quasi un'ora di taxi, è a Tehran nord, quartieri
residenziali, chilometri e chilometri di expressway e tangenziali
con un traffico spaventoso, a ridosso delle montagne. Mentre andiamo
ci rendiamo subito conto che è troppo fuori mano per noi,
ma ormai siamo in ballo. Passiamo prima da casa loro, dove lui si
fa lasciare giù e ci lascia nelle mani della moglie, che
da questo istante va totalmente nel pallone e non riesce più
né a tirare fuori una parola, né a capire un accidente.
Io sto iniziando ad incavolarmi, Emanuela è fusa sotto ai
suoi veli.
Arriviamo dunque a questo albergo scelto da loro, una mostruosità
di venti piani e cinque stelle: 150$ a notte, senza colazione. Diciamo,
a lei e alla reception dell'hotel, che sono matti. Fra l'altro non
accettano nemmeno le carte di credito! Solo che adesso le persone
delle quali dobbiamo liberarci iniziano a moltiplicarsi.
Ci isoliamo per una quindicina di minuti e studiamo la situazione,
cioè la cartina di Tehran della Lonely Planet, da soli. Troviamo
un albergo che fa per noi, riusciamo a spiegare a tutti che possiamo,
e *vogliamo*, fare da soli. Ci facciamo scrivere in arabo l'indirizzo
dell'hotel che abbiamo scelto. Infatti, è chiaro che anche
qui i tassisti non conoscono gli indirizzi. Ci fanno chiamare un
(costoso) taxi e questa volta ripartiamo da soli, finalmente.
Un'altra traversata di Tehran, sempre più caotica e calda,
e arriviamo infine qui all'Omid
Hotel, Central Tehran, un bel 3 stelle, prezzo 58$ a notte,
colazione compresa. Tv, frigo e cucinino. Non male. C'è anche
un pc attaccato ad Internet per "soli" 30.000 rial all'ora.
Crolliamo a letto. Sono circa le 12:00...
Sveglia e doccia, finalmente. Ora sono le 15:00 passate e bisogna
decidere il da farsi. Siamo davvero stanchi. Tehran è veramente
un casino, non siamo più abituati a città così
"estreme" e forse non siamo più neanche motivati
e carichi, senza contare che a Tehran non c'è quasi nulla
da vedere, a parte musei.
Ma il nostro primo problema è: come ce ne andiamo da qui?
E come al solito questa è la prima domanda alla quale dare
risposta, tutto il resto a dopo. Mi "tocca" telefonare
al nostro amico iraniano. Del resto ci aveva detto di essere in
grado di occuprasi di tutto, e subito, e che aveva degli amici in
un'agenzia. Io gli avevo anche spiegato per bene il nostro programma,
per cui...
Per cui niente. Prima chiamo a casa: la moglie, sempre più
nel pallone, mi dà il suo numero di cellulare. Lo chiamo
dunque al cellulare, ma è evidente che non capisce un tubo.
Parla di autobus, di non so che. Gli passo Emanuela, ma capirsi
è davvero difficile. Emanuela riesce a fare l'unica cosa
da farsi: lo manda gentilmente a quel paese e gli dice che facciamo
da soli, e che ci faremo poi vivi noi (seee...).
Chiediamo dunque alla reception dell'hotel. Trovare un'agenzia che
sia in grado di risolverci tutta la tratta fino ad Ankara dovrebbe
essere un'idiozia. Ma non lo è... Intanto siamo senza passaporti.
Quelli dell'albergo non li mollano, ma noi ne abbiamo bisogno per
fare i biglietti! Così, ci indicano loro un'agenzia alla
quale rivolgerci, e ci fanno accompagnare! Questo perché
non siamo liberi di avere indietro i nostri passaporti. Io ormai
odio davvero tutto questo.
Fatto sta che all'agenzia alla quale veniamo accompagnati è
possibile acquistare solo biglietti aerei. Non solo, ma la tipa
della biglietteria aerea ci indica un'altra agenzia alla quale rivolgerci,
ma invece il nostro accompagnatore ci riporta all'hotel, dove dobbiamo
restituire i nostri passaporti. Sono inviperito, ma bisogna cercare
di uscire da questa situazione.
Ci rimane una via: l'agenzia che ci ha segnalato Yulya. Ma, apparentemente,
i numeri di telefono che ci ha lasciato non funzionano. Sempre peggio.
Nel frattempo telefono a casa.
Decidiamo infine di uscire per i fatti nostri e ci facciamo una
passeggiata fino ad un grande albergo qua vicino, che dovrebbe avere
un'agenzia viaggi al suo interno, almeno stando a quanto segnala
la Lonely Planet. Niente. Facciamo solo il pieno di cartoline. L'agenzia
ha chiuso i battenti come, pare, molte altre a Tehran dopo l'11
settembre 2001.
Siamo davvero scornati. Andarsene da Tehran sta diventando davvero
complicato. Torniamo all'albergo. Facciamo ancora un tentativo chiamando
l'amico di Yulya sul suo numero di cellulare. Finalmente becchiamo
qualcuno, ma ci viene dato un appuntamento telefonico per stasera.
Non resta che fare un rapido giro su Internet e poi uscire per cena,
a mangiarci una pizza qua sulla via.
Nota: qui si beve davvero la mitica Zam Zam.
Dopo cena veniamo finalmente contattati da questo fantomatico agente
di viaggio, che però *non* ci dice dov'è il suo ufficio,
ma ci dà appuntamento per domani direttamente qua all'hotel,
dicendo che verrà lui stesso a prenderci. Non mi piace per
niente, ma non sarà facile fare diversamente. Non ci resta
che aspettare domani e giocare di rimessa a questo punto.
Certo è che qua è ancora più difficile che
in India. L'Iran si presenta più difficile di quanto immaginassi.
Io credevo che sarebbe stata una passeggiata, invece non lo è
affatto, soprattutto per Emanuela, che ora appare davvero stanca.
Anche io lo sembro (e lo sono).
Dalla partenza ho perso quasi 13 kg, ad occhio! Da qui ad Ankara
non sarà facile, c'è poco da fare. E poi, con il fatto
che qui nessuno accetta carte di credito, dobbiamo anche fare attenzione
ai dollari. Non ce ne rimangono più moltissimi e qui è
un casino.
Insomma, questo ritorno si preannuncia sempre più complicato.
Valuteremo tutte le opzioni e decideremo il da farsi. Mi rendo conto
che anche io, ormai, ho davvero bisogno di "casa", in
qualche modo.
2 ottobre 2002, 153° giorno di viaggio,
23:30 (GMT+3.30,
senza ora legale)
Tehran, Omid Hotel
E così ce ne andiamo da Tehran un giorno prima del previsto,
e non ci fermeremo nemmeno a Tabriz. Non c'è verso di incastrare
le tappe con il calendario, e meno di volersi massacrare per i prossimi
2.500 km fra autobus, taxi, frontiere, ecc.
Il nostro Iran vola dunque via in un battito di ciglia ed è
un peccato davvero. Giusto il tempo di realizzare che anche a Tehran
siamo capaci di imparare rapidamente a muoverci e che l'Iran è
fattibile come tutto il resto. Iran come India, dunque. Una toccata
e fuga rapidissime, appena il tempo di respirare. Ci fermeremo un
giorno in più ad Istanbul, qui non c'è proprio verso
di organizzarsi avendo i giorni contati come noi e volendo rientrare
via terra entro il 16 ottobre.
Questa mattina iniziamo proprio tentando di sciogliere il problema
dell'andarsene da qui. Alle 9:00 ci telefona il tipo dell'agenzia,
l'amico di Yulya. Trattiamo un po' al telefono, ma capirsi e cercare
di fare il punto della situazione in questo modo è un casino.
Alla fine viene lui all'hotel, alle 11:00, accompagnato da un collega,
e scopriamo il perché. L'agenzia non è di Tehran,
ma di un paese a 50 km! Risolto anche questo mistero.
I due sono gentilissimi e parlano un ottimo inglese. A quanto dicono
non abbiamo alternative. Per Tabriz ci sono solo due treni alla
sera, a meno di non volere andare in autobus. Ma da Tabriz verso
Ankara, o verso Van in Turchia, c'è un solo treno alla settimana
ed è quello stesso Trans Asia Express che parte da Tehran
e va a Istanbul. Non ci sono altre opzioni in treno da Tabriz, solo
autobus.
Ma se noi non vogliamo massacrarci con viaggi in autobus da 48 ore,
l'unica sequenza ragionevole sarebbe partire da qui la sera del
4 ottobre, arrivare a Tabriz il 5 mattina. Oppure, partire in autobus
il 4 mattina ed arrivare a Tabriz il 4 sera, dormendo lì.
In questo modo, il 5 potremmo visitare Tabriz e comunque dovremmo
ripartire il 5 stesso da lì, in macchina, per raggiungere
la frontiera con la Turchia. Dalla frontiera dovremmo trovare un'altra
macchina fino alla prima città turca, e quindi in autobus
fino a Erzurum, da dove potremmo riprendere la ferrovia fino ad
Ankara.
Fisicamente micidiale da farsi non-stop. E se ci fermassimo saremmo
in ritardo.
In treno c'è un'unica possibilità: partire domani.
Il Trans Asia Express, infatti, parte domani sera da Tehran e va
diretto ad Istanbul, via Tabriz e Ankara. Non possiamo dunque fermarci
a Tabriz come avevamo previsto. E in questo modo arriviamo ad Ankara
con un giorno di anticipo sul piano. Non mi piace affatto, ma non
c'è scelta. (Ci sarebbe, se non dovessimo per forza rientrare
a casa entro il 16, per essere il 18 a Trieste come previsto...).
Sono decisamente contrariato, non c'è che dire. Compriamo
tutti e quattro i posti dello scompartimento di 1^ classe e dobbiamo
prendere il biglietto intero fino ad Istanbul. Non c'è modo,
infatti, di comprarlo solo per Ankara. La differenza di prezzo sarebbe
minima, ma anche questo è assurdo.
Insomma: 4 posti per Istanbul, prima classe, per un viaggio di 3.000
km, tre giorni di durata, ci costano 212$. Davvero poco. L'unico
dubbio che ci rimane è che il treno passi *effettivamente*
da Ankara e che si possa scendere! Da qui è praticamente
impossibile saperlo e anche questo è incredibile! Un controllo
su Internet sembra confermare la cosa, ma un po' di perplessità
rimane.
Partenza dunque domani pomeriggio e dopodomani saremo già
fuori dall'Iran ed in viaggio verso l'Europa. E' come se una calamita
ci attirasse ormai sempre più forte verso casa.
Bisogna comunque dire che i due tipi dell'agenzia sono stati di
una cortesia e di un'efficienza estreme.
Ci telefonano in hotel anche i due rompiballe del treno da Mashhad.
Ancora una volta riusciamo a scaricarli. E quindi, verso le 13:00,
finalmente usciamo a farci il nostro giro per Tehran. Giornata caldissima,
temperatura prevista fra i 31° ed i 33°. Cielo limpido,
montagne aride davanti a noi, a nord della città, che ci
separano dal Mar Caspio.
Tehran è una città enorme, ma "normale".
La prima città assolutamente, del tutto familiare, da quando
abbiamo lasciato l'Europa, e intendo Berlino, non Mosca. Questo
ci sorprende abbastanza. In fondo Tehran è davvero simile
a Milano, almeno nella parte centrale. Muovendosi verso sud e la
città vecchia è più araba, ma non in modo così
evidente.
La gente - gli uomini - sono del tutto europei nei lineamenti e
nell'abbigliamento. Le donne no. La cosa più assurda sono
gli autobus: uomini davanti, donne dietro. Demenziale.
Saltiamo su un taxi e ce ne andiamo al museo nazionale dell'Iran
ed al vicino museo dell'Islam, due istituzioni. Tutto sommato una
delusione. Ci sono alcune cose interessanti, soprattutto provenienti
da Persepoli e dalla Mesopotamia, ma sono musei davvero poveri se
comparati ai grandi musei occidentali - mi viene in mente il museo
nazionale di Atene, o quello ittita di Ankara, tanto per citare
degli esempi.
Sostiamo in una tea-house all'interno di un parco. Si vede in giro
qualche turista. Si riconoscono perché le donne sono sempre
vestite in modo un po' "strano" rispetto alle donne iraniane,
e fuori standard, come Emanuela. E a tal proposito ce ne andiamo
al bazar per provvedere una volta per tutte alla questione abbigliamento
di Emanuela, e liberarla da quella orrenda vestaglia marrone turkmena
e dal mega foulard blu che le è scomodissimo.
Il bazar di Tehran non ci delude al primo assaggio. E' grandissimo
e la parte vecchia è tutta a volte medievali e corridoi,
come quello di
Aleppo.
Qui Tehran rivela tutto il suo carattere arabo. Noi, ormai da anni,
nei bazar ci sentiamo a casa. Emanuela compra finalmente un velo
leggero, azzurro, bello, e un vestito altrettanto leggero, corto
alle ginocchia (da indossarsi con sotto i pantaloni, ovviamente),
che le sta bene. Ora è perfettamente iraniana e, pur essendo
ancora sacrificata, non è più così "triste"
come prima ed assomiglia alle giovani iraniane che sempre più
sfidano la legge andando in giro con il foulard tirato all'indietro
e il vestito colorato.
A tal proposito, va detto che praticamente tutti quelli con cui
parliamo non fanno altro che lamentarsi del governo e del regime.
Tutti vorrebbero parlare con noi di politica, ma noi glissiamo accuratamente
e ci mascheriamo dietro a frasi di circostanza. Troppo pericoloso
qui affrontare certi argomenti con gente sconosciuta.
Proseguiamo dunque il nostro giro per il bazar fin verso le 16:00,
poi ce ne torniamo in albergo per attaccarci ad Internet e trovarci
un albergo ad Ankara ed uno a Istanbul.
Verso sera arriva un altro tipo dell'agenzia, gentilissimo, che
ci porta i nostri biglietti per domani. Insomma, ormai anche a Tehran
sappiamo "muoverci" e stiamo prendendo confidenza. Davvero
un peccato andarsene.
Mangiamo in hotel dopo una passeggiata nel quartiere, intorno alle
21:00. La sera, qui, Tehran è davvero animata. Negozi, luci,
traffico, locali. Sì, mi dispiace proprio andamene, ma tutto
sommato ancora due mesi fa non ci avrei nemmeno scommesso di essere
qui oggi. Del resto, fisicamente sono sempre più provato.
L'intestino e lo stomaco vanno meglio (sono peraltro sempre sotto
antibiotico), ma ho le occhiaie, sono scavato, ho perso quasi 13
kg, il che mi ha riportato al peso di due anni fa - e questo va
bene, ma li ho persi di colpo! Inoltre, ho la fronte piena di brufolini.
E tutti i giorni ce n'è una, c'è poco da fare. Per
continuare, adesso, ci vorrebbe davvero una bella sosta di almeno
due settimane, ed in un super hotel.
Anche oggi nessuna fotografia. Tehran non offre molto da questo
punto di vista, ma così il nostro Iran scivolerà via
quasi tutto senza immagini. E questo è davvero un peccato.
Tant'è, io sono destinato a rimanere un perenne insoddisfatto.
Più che le cose fatte e viste, di questo viaggio mi rimarranno
tutte quelle che non siamo riusciti a fare e a vedere.
Io sono sempre stato, sono, e sarò sempre, uno zingaro. Non
c'è nulla da fare.
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dal 25/9 al 28/9 |
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