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2 luglio 2002, 61° giorno di viaggio
(trascritta il giorno successivo)
Autobus da Golmud a Lhasa - Altitudine massima 5.208 metri
Ed eccoci in viaggio, dentro a quello che a quanto pare è
uno dei viaggi più duri che offra oggi l'Asia. Già
il prologo non è stato male...
Stamattina sono stato svegliato dalla tipa del CITS che voleva i
soldi. Sganciati i 3.400 yuan. Ovviamente, come previsto, non vediamo
l'ombra di un biglietto, di un permesso, niente di niente. Abbiamo
pagato la nostra tangente al PSB. Mi rimane una inutile ricevuta
di carta straccia. Decidiamo anche di comprare una inutile bomboletta
di ossigeno per 24 yuan. Almeno, considerato che difficilmente potrà
essere di qualunque utilità, ce la teniamo come cimelio di
questo viaggio che stiamo per affrontare.
Andiamo quindi a farci un giro per ingannare il tempo. Dobbiamo
attendere le 13:30, ora alla quale verranno a prelevarci all'hotel.
Con noi partono anche altri due occidentali (ecco perché
quelli del CITS ieri non ci hanno fatto storie). Facciamo la loro
conoscenza al rientro in albergo, prima della partenza.
C'è Gwen, una ragazza francese con un trascorso da alpinista,
avrà circa 30 anni. Lavora in Cina da due anni con una NGO,
ma ora ha deciso di lasciarla perché in Cina non si trova
bene. Dice che, guarda un po', oltre che maleducati, arroganti,
cafoni, senza rispetto, ecc, i cinesi non amano affatto gli occidentali,
non sono interessati ai lavori di queste NGO e loro non sono per
niente benvenuti. Quindi, se ne va, approfittandone per tornare
in Tibet, dove è già stata qualche anno fa per andare
al Kailash. La accompagna un tibetano che lavorava con lei, di nome
Frank (pseudonimo), che di fatto diventa un po' il leader di questo
gruppetto di disperati in partenza da Golmud.
L'altro occidentale è Mikka, finlandese, sui 45 anni. Lavora
in Cina da due anni come insegnante. Anche lui, come Gwen, parla
un po' di cinese, anche lui odia i cinesi, anche lui è accompagnato
da un cinese (!) che ha conosciuto per strada, di nome Ryan (pseudonimo
anche per lui). Ryan è un insegnante di 38 anni, simpatico,
che ha da poco scoperto la passione per i viaggi e la sfoga nel
proprio Paese.
Mikka fa un po' il duro. Dice che una volta sull'autobus dobbiamo
assolutamente prendere i posti davanti in basso, che abbiamo pagato
una cifra esorbitante e che quindi abbiamo dei diritti, ecc... Insomma,
la compagnia si preannuncia animata.
Mentre siamo tutti lì nella hall, in attesa di partire e
a fare conoscenza, ecco che all'improvviso entra un altro tipo ben
strano, un americano tutto vestito di nero, con una specie di t-shirt
anch'essa nera fatta con due lembi di cotone, uno davanti ed uno
dietro, tenuti insieme solamente da decine di spille da balia. Capelli
corti a spazzola, biondi, pizzetto. Un po' punk-nouveau.
Entra tutto sudato, sbatte lo zaino per terra, ci vede, ci fissa
ed esclama: "Cazzo, erano almeno due mesi che non vedevo occidentali,
finalmente qualcuno con cui parlare! Ma che cazzo di posto è
questa città??"
Fra un "fucking" e l'altro scoppiamo tutti a ridere.
Il tipo, un altro che lavora nel sud della Cina da cinque anni,
parla cinese, età sui 30, ha provato a saltare il giochetto
del CITS. E' arrivato a Golmud questa mattina, è andato diretto
alla stazione degli autobus, ha mostrato il suo business visa e
parlando cinese è riuscito a strappare un normale biglietto
per Lhasa a soli 400 yuan (i cinesi, secondo le informazioni di
Mikka, lo pagano 140 yuan).
Insomma, questo tipo è salito sull'autobus per Lhasa, c'è
riuscito. Ma, al posto di blocco del PSB a 25 km da Golmud, lo hanno
fatto scendere e rispedito indietro a Golmud. Lui ha provato ad
incazzarsi, ha esibito il suo permesso di soggiorno, ha mostrato
il visto per affari sul suo passaporto e in più parlava anche
cinese, ma niente da fare. E' dovuto tornare in autostop! Peraltro,
con lui viaggiava una ragazza canadese con tratti orientali. Lei
è riuscita a passare, perché credevano che fosse cinese!
Roba da pazzi...
Insomma, ovviamente il tipo è piuttosto innervosito. Gwen
dice che anche lei ci ha provato, ha anche mostrato i documenti
della NGO, ma niente da fare. 1.700 yuan e CITS anche per lei!
Alla fine, comunque, l'americano decide di fermarsi a Golmud a studiare
la situazione, e quindi non si aggrega a noi.
Alle 13:30 arrivano due taxi all'hotel, le solite mini-Xiali. Noi
siamo in sei, ciascuno dei quali ha almeno tre bagagli ingombranti.
La responsabile del CITS dice che, poiché ogni taxi può
trasportare quattro persone, dobbiamo arrangiarci. Emanuela perde
giustamente le staffe, le sbatte la fila di bagagli davanti ai suoi
piedi e le dice di caricarli lei, se ci riesce. Scoppia un casino
furibondo. La tipa del CITS diventa isterica, ci accusa di "essere
americani" e ricchi, e quindi di doverci arrangiare da soli.
Tutti si incazzano a morte: in fondo abbiamo sborsato 200$ a cranio
proprio al CITS per questo cazzo di viaggio e adesso il CITS non
vuole sborsare 5 yuan di più per un taxi che, fra l'altro,
è già compreso nel prezzo che abbiamo pagato!
Per sbloccare la situazione, ormai degenerata fra tutti ad urla
e insulti reciproci nelle varie madrilingue, chiamiamo un terzo
taxi e io ed Emanuela paghiamo i 5 yuan. Fra noi due e la tipa del
CITS finisce ad insulti pesantissimi, lei in cinese, noi in italiano,
ma perfettamente comprensibili a tutti.
La sceneggiata, però prosegue. Dobbiamo ora andare alla stazione
degli autobus - in teoria, nei 200$, era compreso un minibus che
avrebbe dovuto raccoglierci tutti quanti e portarci là. I
primi due taxi partono mentre noi stiamo ancora caricando i bagagli
sul terzo. Uno degli altri due tassisti, evidentemente, dice al
nostro di seguirlo, senza però spiegargli qual è la
destinazione. Il nostro tassista si perde e io, fra l'altro, ho
la guida dentro allo zaino. Assurdo, adesso rischiamo pure di perdere
l'autobus!!
Alla fine mostro la ricevuta del CITS al tassista che, per fortuna,
ha un'illuminazione e capisce. Arriviamo così alla stazione
degli autobus.
E' il caos totale! L'autobus è già pieno all'inverosimile.
Io sono già in quasi-panico claustrofobico. Si tratta di
uno strano pullman attrezzato con cuccette piccolissime, disposte
longitudinalmente su tre file e su due piani, a castello. Un
inferno dantesco pieno di cinesi e tibetani, con bambini piccoli.
Già puzza da paura e tutti, come al solito, sputano, fanno
un rumore assordante e fumano dentro all'autobus. Assolutamente
pazzesco!
Naturalmente noi siamo gli ultimi. Mikka è seduto (sdraiato?)
nella prima cuccetta in basso davanti, e già sta litigando
con tutto l'autobus. Emanuela trova un posto di fianco al finestrino,
a metà autobus. Io provo ad infilarmi di fianco a Mikka in
corsia centrale, anche perché non ci sono più posti
(per non dire centimetri) liberi in tutto l'autobus se non in fondo,
cuccette in alto senza finestrini, ammassate sul fondo dell'autobus.
Da galera!
Si scatena il pandemonio, un'ora fermi a litigare, occidentali contro
cinesi. Mikka vuol far passare a tutti i costi il principio che,
avendo pagato 15 volte il prezzo pagato dai cinesi e avendo avuto
rassicurazioni in merito dal CITS (le solite palle, ovviamente),
a noi toccano i posti davanti. Ovviamente, i cinesi non ci pensano
nemmeno. Si sfiora la rissa.
L'autobus è ormai in ritardo di un'ora, fa un caldo boia,
la puzza è già asfissiante, i bambini urlano e piangono.
Non so per quale miracolo la situazione si sblocca di colpo. Io
mi metto d'accordo con Gwen e prendo una cuccetta fra lei ed Emanuela,
di fianco al finestrino che, per fortuna, si apre. E' strettissima,
ma almeno c'è aria. Frank, al quale questa cuccetta era stata
riservata da Gwen, opta per un posto al piano superiore e mi fa
cenno di non preoccuparmi. Ryan è davanti a Gwen e, davanti
a lui, infine, in prima posizione, si sistema un incazzatissimo
Mikka.
Stipati come in un carro bestiame, alle 14:30 partiamo! Da qui a
Lhasa sono 1.150 km. In teoria ci possono volere dalle 30 alle 60
ore... non voglio pensarci!! Sapevo che questa, probabilmente, sarebbe
stata la tratta più dura di tutto il nostro viaggio, erano
mesi che mi preparavo ad affrontarla.
Superato (per fortuna!) il posto di blocco fuori Golmud (l'autista
ha i nostri "permessi"...), la strada inizia a salire
rapidamente in un canyon in mezzo a queste stupende montagne che
vedevamo da Golmud. Non sale, comunque, a tornanti, ma diritta e
regolare, con poche curve. Sta di fatto che nel giro di due ore
siamo già sopra quota 4.000!! Non l'abbandoniamo più,
anzi...
I cinesi qui stanno sbancando, come al solito, intere montagne e
vallate per costruire a tutti i costi la ferrovia fino a Lhasa,
il loro sogno, destinato peraltro a rimanere irrealizzato perché
il progetto è già stato dichiarato impossibile da
esperti venuti da tutto il mondo, chiamati apposta. Questa cosa
è assurda: tutti sanno che una ferrovia Golmud-Lhasa non
ci sarà mai, ma i cinesi sbancano e cementificano in modo
orrendo, con migliaia di uomini, in mezzo a questo deserto di sassi
e ghiaia ad oltre 4.000 metri di altitudine!
Il nostro acclimatamento degli scorsi giorni è perfetto.
Io ed Emanuela non soffriamo affatto la quota e tutto procede bene
fino a notte. Ci fermiamo per la cena in una specie di posto di
ristoro proprio a 3.990 metri di quota, verso le 18:00. C'è
una luce fantastica, un'aria quasi epica. Poi, di nuovo in viaggio,
e si continua a salire.
Scolliniamo una prima volta a 4.770 metri, verso le 20:00, ed iniziamo
ad attraversare un lunghissimo altipiano desertico a 4.500 metri.
Manteniamo una quota fra i 4.500 e i 4.800 metri per diverse ore
nella notte. All'orizzonte, montagne innevate. Inizia anche a piovere,
poi neve sui passi. La notte avanza.
L'altipiano del Qinghai è completamente avvolto dal buio,
nuvole d'acqua sulla strada, neve ai bordi, centinaia di camion,
fari nella notte, riflettori per illuminare i lavori in corso lungo
la strada. C'è un traffico impensabile di notte quassù,
e gente che lavora! La strada è asfaltata, ma tutta a buche.
A volte deviamo per via dei lavori, o ci fermiamo per dei quarti
d'ora a causa del traffico bloccato.
Fari abbaglianti nella notte, aria sempre più sottile, freddo
che inizia a farsi sentire sempre più. E decine di carcasse
di camion fracassati e rovesciati ai bordi della strada. Inquietante.
A inizio nottata io ed Emanuela ci scambiamo i posti perché
lei è vittima di cinesi particolarmente cafoni, puzzolenti
e con bambini agghiaccianti. Finisco così ancora più
indietro, completamente incastrato, senza possibilità di
muovermi, fra gente che rutta, sputa, fuma, bambini che vomitano,
fanno la cacca e piangono. Sempre peggio, sempre peggio man mano
che la notte avanza.
Arriviamo oltre i 5.200 metri, 5.208 secondo alcune carte geografiche,
5.273 secondo altre, io inizio a sentire la quota, ho un po' di
mal di testa, nausea a forza di stare sdraiato senza potermi muovere.
Fa freddissimo, impossibile ora far entrare aria da fuori. Dentro,
però, è irrespirabile, da conati di vomito.
Avrei bisogno di bere moltissimo per contrastare la quota, ma l'autobus
non si è più fermato dopo la sosta delle 18:00 ed
io ho già la vescica ipercompressa, se bevo è un disastro.
Non raggiungo il panico, ma quasi. Di dormire non se ne parla proprio.
Emanuela un po' ci riesce, io passo il tempo cercando di distrarmi
e guardando, al buio, l'altimetro che sale...
3 luglio 2002, 62° giorno di viaggio,
23:30 (GMT+8, senza ora legale)
Lhasa, Kirey Hotel - Altitudine 3.600 metri
Tibet!!! Tibet!!!! Tibet!!! Tibet!!!! Non solo il mio 63° paese,
ma forse il più sognato di tutta la mia vita!! Siamo infine
arrivati a Shangri La!! Oltre due mesi di viaggio, 18.000 km alle
spalle, ed eccoci a Lhasa!!!
Riprendiamo però dalla nottata sull'autobus...
...Il bambino di fianco a me vomita, fa la cacca, piange, fa di
tutto. I genitori cinesi gli danno da bere Red Bull! La nottata
è ormai un inferno. Arrivo all'alba che sono uno straccio.
Sono circa le 6:00, inizia a schiarire. Sono congelato.
Adesso viaggiamo sui 4.600 metri circa, più o meno costanti.
Il mal di testa è passato, ma sono completamente fuori combattimento
e ho la vescica che scoppia! In più, praticamente, a stomaco
vuoto dall'altro ieri sera. Ieri, infatti, a parte una brioche a
colazione e un panino, ho mangiato solo una ciotola di riso alla
sosta delle 18:00. Peraltro non ho alcuna fame, anche in questo
la quota si fa sentire.
Alle 6:30 l'autobus finalmente si ferma per una sosta. Riesco a
fatica a pisciare! Infatti, come sempre in Cina, l'autobus ferma
in mezzo alla strada: non ci sono avvallamenti, tutto è piatto
e vuoto intorno a noi, niente muretti, niente di niente. Semplicemente,
gli uomini si mettono tutti in fila intorno all'autobus e la fanno
lì! Per la povera Emanuela è un tormento! Io riesco
ad allontanarmi un po' e a liberarmi. Addirittura, i genitori la
fanno fare ai bambini fuori dai finestrini! Peraltro, dai finestrini
vola fuori di tutto, anche in viaggio: avanzi di cibo, cacca nei
sacchetti, scatolette, lattine, bottiglie. Assolutamente pazzesco
ed allucinante.
Sul pullman tutti hanno ripreso a fumare nonostante la quota. L'aria
è irrespirabile, ho i conati di vomito perfino io. A parte
qualche debolezza del genere, comunque, né io né Emanuela
mostriamo sintomi di mal di montagna, salvo un lieve mal di testa
che ci accompagna. Del resto, dai 5.000 e passa siamo anche scesi
a 4.600 ora. Mikka e Ryan, invece, stanno male. Si impasticcano.
Gwen sta ottimamente, ha dormito, è abituata.
Un momento di grande commozione, alle 7:00 circa. C'è un'alba
stupenda, luce fortissima, scolliniamo per l'ultima volta sopra
ai 5.000 metri (5.080) ed entriamo ufficialmente in Tibet. Il sole
sta sorgendo. Un monaco in fondo all'autobus recita le preghiere
ad alta voce, un tibetano davanti inizia a cantare una litania...
è un momento davvero mistico, per un istante tutti i disagi
del viaggio scompaiono. Poi, inizia il nuovo calvario di sputi,
urla, fetore, sobbalzi dell'autobus, impossibilità di muoversi,
ecc.
Un inferno, questo viaggio è davvero duro oltre ogni esperienza
precedente.
Sosta per il pranzo, alle 12:00. Siamo sorprendentemente in anticipo!
Il tempo oggi regge, è nuvoloso, ma a tratti soleggiato.
Intorno all'autobus, la montagna di rifiuti che si viene a formare
è irritante. La gente scaraventa di tutto fuori dai finestrini,
fa pisciare i bambini, fa i propri bisogni intorno. Agghiacciante.
Non cediamo a questa logica e raccogliamo tutti i nostri rifiuti
per portarli a Lhasa.
Ancora due ore di valli verdissime, tende nomadi, rettangolari e
colorate, yak al pascolo e, sull'orizzonte, una catena di montagne
mozzafiato innevate, sui 7.000 metri. Panorama senza parole.
Quindi, inizia la discesa dall'altopiano ed alle 16:00 in punto,
contro ogni aspettativa, dopo "sole" 25 ore dalla partenza,
entriamo a Lhasa! L'odissea è finita, abbiamo superato anche
il mitico Golmud-Lhasa! Ce l'abbiamo fatta, siamo davvero qui!!
L'arrivo è sul lato cinese della città. Come Xiahe,
infatti, anche Lhasa è divisa nettamente in due parti, una
cinese ed una tibetana. Il versante cinese non dice molto, arrivando.
Siamo un po' perplessi. Per chi sogna Shangri La, arrivare a Lhasa
e vedere la solita città cinese orrenda è una delusione.
Per fortuna qui non ci sono grattacieli, almeno a prima vista.
Ma, passando sotto il Potala, il colpo d'occhio lascia senza fiato,
è STU-PEN-DO, ed entrando nella città tibetana, di
colpo si atterra su un altro pianeta: un documentario, un luogo
da sogno!
La città tibetana è vivissima, costellata di palazzi
in perfetto stile tibetano, come quelli visti a Xiahe, ma qui molto
più belli, colorati, grandi... più tutto! Questa è
Lhasa! Mercati, centinaia di personaggi incredibili fra la folla.
Ristoranti di tutti i tipi, traffico di risciò, monaci, nomadi.
Lhasa...
Il colpo d'occhio è davvero indescrivibile. Per certi versi
supera ogni aspettativa, per altri è come ci aspettavamo,
assai diversa dalla Lhasa della letteratura e dei libri di Messner
che, peraltro, hanno solo vent'anni! I cinesi, in vent'anni, hanno
di fatto inventato un'altra città. Il Potala, che si erge
proprio a divisione fra la città cinese e quella tibetana,
è semplicemente spettacolare, ma intorno i cinesi gli hanno
costruito di tutto. Lo abbiamo comunque visto solo di sfuggita per
ora, passandogli sotto per raggiungere l'albergo.
Arriviamo tutti e sei qui al Kirey Hotel verso le 17:00. Qui è
ormai evidente la fine del "Tibetan Game" del CITS. Nessuno
è venuto a prenderci all'autobus, ci ha pensato Frank a chiamare
l'albergo e a farsi mandare un pulmino per venirci a prendere. All'hotel
le prenotazioni fatte dal CITS effettivamente ci sono, nel senso
che, per fortuna, c'è posto disponibile al Kirey Hotel, questo
grazioso budget hotel in perfetto stile tibetano, situato proprio
nel cuore della città tibetana, sulla via principale. Onestamente,
è molto bello nel suo genere, ma è soprattutto un
dormitorio per backpackers, con camere senza bagno e docce in comune.
Noi, a Golmud, avevamo chiesto al CITS la possibilità di
avere una camera doppia con bagno e il CITS ci aveva assicurato
che non ci sarebbe stato problema, sarebbe bastato pagare il supplemento.
Così è, ma c'è una sola camera doppia, al pian
terreno, puzza di fogna e il cesso è rotto. Peccato.
In teoria, nei nostri 3.400 yuan lasciati al CITS sarebbe compresa
la stanza dormitorio per 4 notti. La doppia ci costa un supplemento
di 40 yuan, una sciocchezza. Ma, obiettivamente, dobbiamo stare
qua almeno una settimana. Lhasa è una gran bella città,
vogliamo un albergo decente.
A circa 100 metri da qua c'è lo Yak Hotel, anche quello in
stile tibetano, un po' più nuovo ed albergo vero. Ci offrono
una camera doppia con bagno - davvero bella - a 240 yuan a notte,
circa 30$. Domani ci trasferiremo lì, per oggi siamo troppo
stanchi ed Emanuela è ormai fuori combattimento.
Questa, comunque, è la fine del "Tibetan Game"
del CITS. All'albergo non gliene frega niente a nessuno se domani
ce ne andiamo. Non c'è alcun pezzo di carta che assomigli
all'ombra di un "permesso". A Lhasa, invero, non c'è
alcun bisogno di permessi per fermarsi. Inoltre, non esiste alcuna
guida english-speaking ad attenderci. C'è solo un pirlotto
dell'hotel che ci chiede se domani vogliamo essere accompagnati
al Potala. Decliniamo tutti, ovviamente. Welcome in Tibet, come
previsto.
La verità è che abbiamo pagato 1.700 yuan a cranio
per un autobus che ci ha portato fino a qui (e che ai cinesi costa
un 15esimo) e per una cospicua tangente al PSB, affinché
ci facesse passare. Fine della storia.
Lhasa è piena di occidentali. Dall'inizio del nostro viaggio
è certamente la città dove ne abbiamo visti maggiormente,
anche più che a Pechino e a Mosca, almeno in proporzione.
Questo però non turba l'atmosfera della città.
Al Kirey Hotel la camera è comunque tutta decorata e graziosa.
All'ingresso c'è una bacheca per gli annunci. Sono decine
i ragazzi che fanno la nostra stessa rotta verso Kathmandu. Questo
significa che dunque la via è aperta. Ormai il dado è
tratto. Domani inizieremo ad organizzarci. Presumibilmente trascorreremo
in Tibet una quindicina-ventina di giorni e poi proseguiremo, come
deciso, verso il Nepal. Dobbiamo fare i visti.
Dopo una doccia, usciamo per cena verso le 20:00. Lhasa è
davvero un altro mondo rispetto alla Cina. Locali, ristoranti, un
mix incredibile di misticismo tibetano, contaminazione cinese e
cultura occidentale.
Incontriamo Gwen e Frank nell'animatissima piazza centrale. Ci sono
monaci, suonatori di strumenti stranissimi. C'è musica, animazione,
uomini e donne in abiti tradizionali. Gli uomini hanno acconciature
complicatissime e lunghi coltelli in vita, molti portano cappelli
da cowboy. Mendicanti con il viso dall'età millenaria, mercanti.
Fantastico!
Ceniamo allo Snowland Restaurant, un ristorante un po' "in"
e sopra le righe, pulito, bello, accogliente e frequentato da occidentali.
Stasera avevamo proprio voglia di una cena vera, abbondante e in
un ristorante vero! E Lhasa ne è piena!
Ci facciamo delle pizze buonissime, perfette! Conto: 70 yuan.
Dopo un breve giro, rientriamo. Emanuela è ormai al collasso
da stanchezza. Da domani il Tibet è tutto per noi. Qui siamo
davvero al giro di boa del nostro viaggio e qui inizia un nuovo
capitolo. Certamente quello che più di ogni altro io ho sognato
per una vita.
4 luglio 2002, 63° giorno di viaggio,
23:00 (GMT+8, senza ora legale)
Lhasa, Yak Hotel - Altitudine 3.600 metri
Sveglia verso le 9:00 dopo una dormitona non male. Stamattina pioviggina.
Siamo entrati in area monsonica qui in Tibet, anche se la barriera
dell'Himalaya ne attenua moltissimo l'effetto. In Nepal prenderemo
un sacco d'acqua, come l'anno scorso in Indocina. Fa anche abbastanza
fresco, tutto sommato siamo a 3.600 metri ed è da maglioncino.
Nel corso della giornata, comunque, il tempo varia moltissimo e
nel pomeriggio si schiarisce quasi tutto, arrivando a fare un caldo
notevole, secco, che brucia la pelle. Siamo rossi.
Un altro effetto che avvertiamo è dovuto alla quota. L'acclimatamento
ha funzionato perfettamente, nessun disturbo collaterale, ma certo
è che ogni piccolo sforzo ci lascia un po' con il fiatone,
come fare le scale ad esempio. Ci vorrà qualche giorno perché
l'acclimatamento sia davvero completo.
Dopo un'ottima colazione al Kirey Hotel, con tanto di muesli e yoghurt
tibetano, ci trasferiamo come previsto allo Yak Hotel, che si trova
un centinaio di metri più avanti sulla via, più vicino
al Potala, fra l'altro. Lo Yak Hotel è decisamente più
bello e pulito, costa 240 yuan a notte (30$ scarsi, prezzo trattato),
e pur essendo una categoria più elevata del Kirey conserva
intatto lo stile tibetano. E' tutto decorato alle pareti con illustrazioni
naif e il soffitto è di legno colorato.
Lo staff è davvero molto friendly (peraltro lo era anche
al Kirey). Non c'è niente da fare: in 24 ore è come
se fossimo atterrati su un altro pianeta, lontano anni luce dalla
Cina. Qui parlano un minimo di inglese, sufficiente ad intendersi,
e comunque si danno un gran da fare. Certo, qui è davvero
pieno di turisti occidentali, quasi tutti giovani backpackers peraltro.
Questo è per noi un po' strano dopo tutte queste settimane,
ma comunque si sta davvero ottimanente.
Le bacheche degli hotel come il Kirey e lo Yak sono piene di annunci
di ragazzi che cercano soci per tutte le destinazioni in Tibet,
e in gran parte per percorrere la nostra stessa rotta verso Kathmandu.
Verso le 13:00, finalmente lavati, riposati e a pancia piena, usciamo
e, considerato che il tempo va decisamente migliorando, decidiamo
di andare a fotografare il Potala. La luce non è un granché,
il sole è a picco e va e viene, ma almeno ne approfittiamo.
Non si sa mai. Torneremo poi più avanti, probabilmente una
mattina presto, per cercare di farlo con le luci giuste.
Il Potala è davvero immenso e stupendo, assolutamente all'altezza
delle aspettative. Non c'è paragone con le famose altre meraviglie
dell'Asia, Angkor, Muraglia Cinese, Esercito di Terracotta. Per
visitare l'interno dovremo tornare una mattina presto, quindi rimandiamo.
Seguendo il consiglio datoci ieri da Gwen, cambiamo una banconota
da 10 yuan in cento bigliettini da 10 centesimi da dare ai mendicanti
e ai bambini di turno. Ottimo suggerimento. E, a proposito di Gwen,
incontriamo lei, Frank e Mikka in partenza per il monastero di Sera.
Non avevamo previsto di andarci oggi, ma è un'escursione
a qualche chilometro dal centro di Lhasa ed una delle principali
attrattive della città, e Gwen ci dice che il trasporto è
compreso nel famoso "tour" pagato al CITS. Poiché
l'autobus parte alle 15:00 dal Kirey, ci conviene dunque aggregarci
a loro, ed alle 15:30 siamo al monastero.
Adesso fa caldissimo, c'è sole pieno, luce fortissima e cielo
blu intenso. Tibet, appunto. Montagne verdi tutto attorno a Lhasa,
tutte peraltro abbondantemente sopra ai 4.000 metri! Il monastero
di Sera è sopraelevato rispetto alla città ed il panorama
è eccezionale.
Appena arrivati, accompagnati da un'insopportabile guida del CITS,
il gruppo ovviamente si riframmenta immediatamente. Gwen e Frank
da una parte, io ed Emanuela da un'altra. Mikka e Ryan con la guida
del CITS, con la quale sono stati anche al Potala questa mattina.
Ci rendiamo subito conto, confermando un sospetto ormai acquisito,
che Mikka è un pirla.
Il monastero di Sera è in realtà uno straordinario
complesso monastico molto grande, perfettamente conservato (e/o
ricostruito) e in piena attività, vissuto da qualche centinaio
di monaci. Praticamente è una vera e propria cittadella,
di una bellezza quasi indescrivibile. Ci sono un paio di bancarelle
di souvenir e qualche decina di turisti, ma per il resto l'atmosfera
è intatta.
Io ci lascio ben quattro rullini di diapositive. Siamo abbastanza
senza parole. Se i monasteri di Ulaan Baatar ci erano sembrati mistici,
se Xiahe ci aveva lasciato senza fiato, qui è fantastico.
Questo viaggio e questo itinerario sono in crescendo, non c'è
che dire. Lo stesso giro, fatto al rovescio, non avrebbe avuto alcun
senso.
A Sera ci sono le fogne all'aperto, e l'aria è decisamente
pesante. In giro, centinaia di monaci, pellegrini, personaggi incredibili.
Dopo avere visitato il collegio Sera Je, il tempio più grande,
entriamo nel cortile dei dibattiti. Qui la scena va oltre ogni immaginazione.
Decine e decine di monaci intenti a battere le mani per sottolineare
i momenti cruciali dei dibattiti che qui si tengono, in un esercizio
continuo di arte oratoria. Il rumore è quasi "assordante",
lo spettacolo impagabile.
Proseguiamo quindi il giro entrando nelle residenze dei monaci,
nei cortili. E' davvero stupendo. Un assurdo Mikka ci viene incontro
incitandoci a fare presto perché la guida del CITS deve tornare
a Lhasa. Lo mandiamo a quel paese e continuiamo il nostro giro.
Verso le 17:00 usciamo, dopo esserci fatti anche una parte del Kora
(il cammino di pellegrinaggio) e il pulmino è ancora lì
ad attenderci, con un Mikka nervosissimo ed una guida del CITS piuttosto
incazzata. Roba da matti.
Ci chiedono se abbiamo visto Gwen e Frank, che evidentemente, come
e peggio di noi, si sono dati. A questo punto Mikka e la guida decidono
che si può andare senza di loro. A dire il vero sarei rimasto
anche io, tanto avremmo potuto prendere un taxi o l'autobus per
tornare a Lhasa, ma tant'è il passaggio è gratis,
abbiamo già visto tutto, e quindi andiamo giù.
Ci facciamo scaricare al Potala, ma la luce, pur essendo ora fantastica,
è sbagliata per le fotografie, e quindi ce ne andiamo in
piazza Barkhor, il cuore vivo tibetano di Lhasa, a prendere un tè
davanti allo Jokhang, il tempio che è il vero centro della
capitale e del Tibet intero, che presumibilmente andremo a visitare
domani.
Sosta fra le 19:00 e le 20:00 all'Internet Cafè dell'hotel
(5 yuan all'ora; Internet si trova dappertutto a Lhasa) dove ci
sono ottime nuove dal Pakistan. L'agenzia che ho contattato è
in grado di fornirci un passaggio da Islamabad al Kunjerab. Ci fa
alcune proposte differenti, tutte interessanti, ad un ottimo prezzo:
la più cara a 360$ per quattro giorni, tutto compreso! Fantastico,
il Kunjerab si avvicina sempre più.
Del Thorne, il forum di discussione della Lonely Planet, ormai siamo
assidui frequentatori. Ci sentiamo davvero parte integrante della
comunità di viaggiatori che per anni abbiamo invidiato e
letto su Internet. Ora siamo parte di loro. C'è un forum
apposta sulla tratta Golmud-Lhasa, del quale noi ormai siamo delle
star!
Prima di cena, colpo di scena! Il tipo di Golmud, l'americano che
avevamo conosciuto nella hall del Golmud Hotel e che era stato rimandato
indietro dalla polizia al suo primo tentativo illegale di raggiungere
Lhasa, è arrivato! Ce l'ha fatta ed è anche lui qui
allo Yak Hotel! Ha preso un passaggio di notte, saltando i posti
di blocco. Eccezionale!
Serata a cena sulla terrazza del ristorante dello Yak Hotel. Anche
qui piatti ottimi per tutti i gusti. Io mi faccio un'altra pizza
eccezionale. E' noto che la cucina tibetana è orribile e
quasi inesistente - del resto avremo ben occasione di sperimentarla
in abbondanza - e quella cinese non la sopportavo davvero più!
Finalmente mangio alla grande. Era l'ora!
C'è un temporale e cala il black out totale su Lhasa. Si
cena a lume di candela. Questa città sta decisamente rispettando
tutte le attese, si sta benissimo ed è stupenda. La gente
è fantastica, non c'è che dire. Siamo elettrizzati.
5 luglio 2002, 64° giorno di viaggio,
23:30 (GMT+8, senza ora legale)
Lhasa, Yak Hotel - Altitudine 3.600 metri
Stamattina apriamo gli occhi alle 9 con molta fatica. Dormitona
pesante e, finalmente, silenzio assoluto. La mattinata come al solito
è grigia, e pioviggina. Esattamente come ieri, presto schiarisce
e nel pomeriggio il cielo è blu intenso e fa caldissimo.
Io sono tutto rosso e un po' scottato, nonostante l'abbronzatura
di questi ultimi due mesi. Insomma, anche il tempo, per ora, è
dalla nostra parte.
Molliamo un pacco di biancheria alla lavanderia dell'albergo. La
"lavanderia" è costituita da un cortile interno
dove sono state installate un paio di lavatrici cinesi preistoriche,
da alcuni lavandini di granito e da un paio di donne di buona volontà.
Si porta lì il pacco, si ritira la roba al pomeriggio prendendola
dalla montagna costituita dalla banicheria lavata di tutto l'albergo.
E' ovviamente un metodo basato sulla buona fede di tutti, e funziona
a quanto pare. Economico, inoltre.
Per prima cosa, verso le 10:30 andiamo al consolato nepalese. Ci
vogliono 24 ore per avere i visti e, considerato che al weekend
sono chiusi, decidiamo di tornare lunedì. Quindi, prendiamo
un taxi (a Lhasa tariffa standard, 10 yuan per qualunque corsa)
e ci facciamo lasciare all'inizio del Kora di Barkhor, il circuito
di pellegrinaggio centrale intorno allo Jokhang, che è il
tempio più sacro di tutto il Tibet.
Percorriamo tutto il Kora e sostiamo a lungo davanti allo Jokhang.
L'atmosfera, lo scenario, tutto è indescrivibile. Centinaia,
migliaia di pellegrini tibetani di tutte le età e provenienze,
vestiti dei loro abiti tradizionali coloratissimi, una incredibile
folla che gira - sempre in senso orario - lungo il Kora per tutto
il suo sviluppo. Sono circa 800 metri fra i vicoli della vecchia
Lhasa, affollati da bancarelle di qualunque genere, chiusi fra antichi
palazzi tibetani, pieni dei rumori del mercato, costellati dalle
ruote per le preghiere che i pellegrini fanno girare al passaggio,
o portano in mano.
Medioevo, documentario, film... non lo so dove siamo. So che gli
occidentali presenti in città, non pochi, scompaiono assorbiti
da questa folla di gente che prega, si trascina, si inchina migliaia
di volte. La luce è stupenda, il sole è caldissimo,
il cielo blu intenso. Impieghiamo quasi due ore per percorrere tutto
il Kora, scattando centinaia di foto, filmando tutto quello che
possiamo filmare, comprando qualche oggetto alle bancarelle, al
prezzo di estenuanti trattative. Io compro una scodella lavorata
da un osso di yak per raccogliere le pietre prese nel Gobi.
Non facciamo però a tempo ad entrare nello Jokhang perché
chiude alle 12:00, e dobbiamo rimandare. Ci fermiamo quindi in Barkhor
Square.
Incontriamo l'inglese di Golmud, il ragazzo partito il giorno prima
di noi, al quale avevamo chiesto informazioni. Lui ha impiegato
circa 36 ore da Golmud. Poi, incontriamo l'americano in compagnia
di un nuovo socio. Il "nostro" è del Colorado,
il socio della California. Ci fermiamo tutti e quattro sulla terrazza
di un ristorante, affacciata proprio sulla piazza, e trascorriamo
un paio d'ore piacevoli.
Il nostro amico è davvero un personaggio. Aveva una fabbrica
in Cina che ha mollato dopo cinque anni e si è messo in viaggio
per tornare, "forse", in Colorado. Ha meno di trent'anni.
E' stato 35 giorni in Mongolia più o meno nel nostro stesso
periodo, dove ha comprato un paio di cavalli per girare il countryside.
Quindi, via terra come noi, è arrivato a Golmud, dove lo
abbiamo incontrato. Adesso prosegue per la nostra stessa strada
fino a Delhi. Da lì, poi, lui girerà a sud-est e proseguirà
per l'Indocina, l'Indonesia, l'Australia e la Nuova Zelanda. In
ogni caso ha programmato una sosta di un mese in Nepal!
Anche lui alloggia allo Yak Hotel. Ci dice che ora non ha più
un lavoro, non ha un piano, e quindi è completamente libero.
Per il momento se ne sta a Lhasa per un po'. Come avevo detto, è
riuscito a fregare il CITS passando i posti di blocco del PSB di
notte, in autostop. Gli è costato 100$, contro i nostri 200.
Non male!
Questo tipo si è fatto anche tre mesi di galera negli States
per guida in stato di ubriachezza e ci fa piegare dal ridere con
i suoi racconti della Mongolia, della quale siamo tutti entusiasti.
Anche lui fa alpinismo, fra l'altro.
Il socio californiano, invece, fa la rotta al rovescio. E' uno di
poche parole. Non si capisce bene, ma sembra che arrivi dal Kailash
e adesso prosegua per lo Xinjiang. Dopo, vuole tentare di andare
in Borneo!
Gente pazzesca, e pazzesco è sentirsi parte integrante di
questa comunità di viaggiatori. Così ci sentiamo noi.
Siamo peraltro in tanti su questa rotta, questa è una delle
traversate più famose del mondo: si vede, e si sente.
Verso le 15:30 ci rifacciamo il Kora, ma questa volta entrando nei
vicoli e in tutti i templi che rimangono al di fuori del giro principale.
Qui è ancora più incredibile della mattinata. Non
c'è nessun turista al di fuori di noi. Monaci dall'età
indecifrabile che pregano, suonano tamburi, cantano, e pellegrini.
Vicoli nascosti, ruote delle preghiere, cortili fra palazzi medievali
intatti. Senza parole, impossibile descrivere questi scorci.
Visitiamo il tempio di Jamkhang, il Mani Lhakhang, il monastero
di Meru Nyingba, il tempio di Karmashar, poi attraversiamo il Tromsikhang
Market ad andiamo al tempio di Ramoche. Insomma, un tuffo nella
vera Lhasa, nel suo cuore più antico e mistico. Eccezionale.
Rientro in albergo verso le 18:00.
Ha scritto Gianluca. Foto ok, ci ha inviato anche una mia foto digitalizzata
di Khongoryn Els. Simpatico!
In serata, cena al ristorante dell'hotel come ieri. Ancora in terrazza.
Questo posto è davvero eccezionale, si sta bene, si mangia
bene. All'orizzonte un temporale, esattamente come ieri sera. Magica
Lhasa, questo sì che è un sogno realizzato.
6 luglio 2002, 65° giorno di viaggio,
23:50 (GMT+8, senza ora legale)
Lhasa, Yak Hotel - Altitudine 3.600 metri
Anche oggi il clima di Lhasa non si è smentito. Ci siamo
svegliati alle 9:30 con brutto tempo e qualche goccia di pioggia
che è durata un po' più del solito. Verso le 13:00
il cielo si è rasserenato fino a diventare completamente
limpido, caldissimo. Siamo scottati come se ci trovassimo su un
ghiacciaio!
Alla sera, intorno alle 22:00, un temporale da paura, con pioggia
torrenziale. L'unica variante odierna è stata che il solito
black out cittadino c'è stato fra le 18:00 e le 20:00 invece
che fra le 21:00 e le 23:00.
Questa mattina siamo finalmente andati dentro allo Jokhang, il tempio
più sacro di tutto il Tibet, che è il cuore, il centro
e l'edificio più importante di Lhasa, ancor più del
Potala. Ci accodiamo dunque alla infinita coda di pellegrini ed
entriamo in questo tempio che, peraltro, si trova al centro di un
grande complesso monastico ed è costituito da una gigantesca
sala centrale circondata da decine di cappelle disposte a corona
attorno ad essa.
La visita è straordinaria e sembra di essere dentro ad un
girone dantesco. Centinaia di pellegrini si accalcano dentro al
tempio buio e fumoso, mormorando preghiere, portano lumini di burro
di yak, facendo ruotare i cilindri delle preghiere. L'odore è
intenso, manca l'aria, sembra una bolgia infernale vera e propria.
All'interno del tempio ci sono due piani circolari uno sopra all'altro,
ed anche il piano superiore è completamente circondato da
cappelle gremite dalla gente, dal fumo, dalla calca. E' una scena
indescrivibile.
Usciamo dal tempio e ci addentriamo nelle aree residenziali per
i monaci, una specie di labirinto di scale, corridoi e stanze. Usciamo
sul tetto ed il panorama su Lhasa e sul Potala è davvero
bello. I tetti di tutta la città sono costellati da migliaia
di bandierine di preghiera colorate: blu, gialle, rosse, verdi,
bianche. Le montagne circondano tutto l'orizzonte. Un gruppo di
donne sta cantando qualche litania sacra quassù sul tetto.
A proposito dello Jokhang e del Kora di Barkhor, il circuito di
pellegrinaggio attorno ad esso che abbiamo esplorato ieri, è
perfetta la descrizione che ne fa la Lonely Planet: "Seguendo
la folla nel circuito del Barkhor si prova la sensazione di essere
scivolati indietro nel tempo, in una sorta di carnevale medievale.
Pellegrini provenienti dal Khom, dall'Amdo e da tutte le località
del Tibet camminano allegramente intorno a monaci prostrati, mescolandosi
fra le bancarelle; bambini vestiti come attori di una rappresentazione
teatrale di Oliver Twist si aggrappano alle gambe degli stranieri,
monaci intonano mantra..."
E' davvero così, un'atmosfera ai confini della realtà.
Il tempo diventa bello e ne approfittiamo per andare al monastero
di Drepung, la residenza del Dalai Lama prima del Potala, risalente
al '600 e, insieme al monastero di Sera visitato l'altro ieri, considerato
una delle meraviglie del Tibet e forse il più grande monastero
del mondo. Per andare a Drepung prendiamo un autobus, perché
il complesso si trova fuori città, a circa 8 km.
Drepung si trova a ridosso delle montagne e dalla fermata dell'autobus
(2 yuan) per arrivarci ci vuole circa una mezz'ora a piedi in salita.
Considerata la quota, è un po' come farsi quasi un "4000",
ma ormai siamo perfettamente acclimatati, ed alle 14:00, sotto un
sole a picco feroce, affrontiamo la salita, rifiutandoci di pagare
6 yuan ai soliti touts.
Drepung è semplicemente stratosferico. Se Sera ci era sembrato
meraviglioso, Drepung è indescrivibile, enorme, infinito.
Il monastero è formato da numerosi collegi e residenze, fra
cui quella originaria del Dalai Lama. Si trova in una posizione
meravigliosa, dalla quale domina Lhasa (purtroppo il Potala rimane
nascosto dietro uno sperone di roccia), è in condizioni buonissime,
ricchissimo, ed ospita circa 600 monaci. La popolazione originaria,
prima dell'invasione cinese, era di quasi 10.000 monaci!
Il giro completo di Drepung ci porta via quasi due ore e centinaia
di fotografie. Il posto, lo scenario circostante, la luce perfetta,
sono assolutamente unici! Si sale praticamente fino a 3.900 metri
attraverso vicoli, scalinate, stradine. Di fatto, Drepung è
una piccola città fortificata e merita tutto il suo tempo.
E' sicuramente una delle architetture e dei luoghi più belli
che abbiamo mai visitato.
Verso le 16:30 scendiamo a riprenderci l'autobus ed alle 17:00 siamo
a Lhasa. Ci fermiamo in un locale per farci qualche bicchiere di
Lassi, la bevanda che abbiamo scoperto ieri, a base di yoghurt liquido
e frutta, o miele, o altro, servita fresca. E' buonissima. La base
è probabilmente latte di yak.
La giornata termina purtroppo stupidamente. Decidiamo infatti di
iniziare a programmare la nostra traversata dal Tibet fino in Nepal
e iniziamo dall'agenzia di viaggi che c'è all'interno dello
Yak Hotel. Bene, quest'agenzia ci rimbalza letteralmente, dicendoci
che dobbiamo per forza rivolgerci all'agenzia con la quale siamo
venuti qui a Lhasa... Il CITS??? Insomma, secondo questi qua, poiché
siamo arrivati a Lhasa da Golmud, siamo di "proprietà"
dei CITS, ossia dell'agenzia del Kirey Hotel. Non riusciamo a cerederci!!
E' talmente grossa che soprassediamo. Questi qua, comunque, di noi
non ne vogliono sapere.
Approfondendo la questione sulla Lonely Planet e su Internet, leggendo
un po' di post sul Thorne, scopriamo che a Lhasa ci sono agenzie
(sembra, per il momento, solo "alcune"...) che sono di
veri bastardi e fanno cartello fra loro. Evidentemente quella nel
nostro hotel è una di queste. Per curiosità siamo
andati al Kirey Hotel a verificare, ma l'agenzia era comunque chiusa.
Da ciò che abbiamo capito, il mercato è monopolizzato
dall'agenzia dello Snowland Hotel - una succursale del CITS, e quelle
del Kirey e dello Yak Hotel fanno riferimento ad essa.
Ora, questa cosa è davvero assurda... A Lhasa ci sono centinaia
di agenzie turistiche, per lo più di bastardi a quanto pare,
molte collegate fra di loro. In teoria, noi avevamo capito che per
muoversi da qui bastava rivolgersi ad una qualunque. A Lhasa, del
resto, non serve alcun permesso per restare in città, una
volta che si è pagato il permesso del TTB (la succursale
del CITS per il Tibet), e noi abbiamo già pagato la nostra
tangente, senza peraltro vedere uno straccio di ricevuta.
In Tibet sembrano esserci molte località che possono essere
raggiunte semplicemente con il semplice permesso del TTB e del PSB
locale. Sempre in teoria, per organizzare un giro, dovrebbe bastare
rivolgersi ad una qualunque agenzia per farsi rilasciare questi
permessi, almeno così avevamo letto gli scorsi mesi. Secondo
questi idioti, però, non è così. Per lo meno,
il nostro primo tentativo va a vuoto. Domani, 'fanculo al Kirey
Hotel, proveremo con alcune delle costose e vere agenzie turistiche
della parte cinese della città.
Facciamo comunque un attimo il punto della situazione. Noi siamo
arrivati a Lhasa legalmente, nel senso che abbiamo pagato il nostro
costosissimo "permesso" e ci siamo arrivati con un "tour"
del CITS. E' vero che non abbiamo uno straccio di pezzo di carta
che assomigli ad un qualunque "permesso" e che provi quanto
sopra, ma io custodisco gelosamente quel fogliettino che dovrebbe
essere una specie di ricevuta rilasciatami dal CITS di Golmud quando
ho sganciato i soldi.
A Lhasa non c'è bisogno di alcun permesso ulteriore per rimanere.
Quindi *dovremmo* essere in regola fino a qui. Si tratta dunque,
o almeno dovrebbe solo trattarsi, di trovare un'agenzia che non
rompa i coglioni, pensi solo ai soldi che le diamo, ci procuri i
permessi per muoverci di qui, e non cerchi di intrupparci di nuovo
in qualche allucinante tour blindato. Da tutto ciò che abbiamo
letto questi mesi, non dovrebbe essere un problema, cazzo!!
Vabbè... Il black out non ci consente neanche di utilizzare
Internet, quindi non ci resta che cazzeggiare fino alle 21:00. Andiamo
come al solito a cena al ristorante dello Yak Hotel, ormai siamo
affezionati alla sua terrazza ed alla sua cucina. La serata è
comunque piacevole, ma sono un po' preoccupato... Come cazzo facciamo
a fare il nostro viaggio in Tibet, secondo i nostri piani? Non vorrei
trovarmi a perdere tutto il tempo fin qui guadagnato...
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dal 27/6 all'1/7 |
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