|
13 agosto 2002, 103° giorno di viaggio,
23:00 (GMT+8, senza ora legale)
Dunhuang, Shazhou Hotel
Di nuovo in Cina. Di nuovo in corsa. Via da quell'imbuto di Delhi.
E tutto cambia di colpo, all'improvviso.
Ieri notte l'aeroporto si è popolato. Verso le 22:30 andiamo
a fare il check-in. L'aeroporto di Delhi fa veramente pietà
per essere uno degli scali, teoricamente, più importanti
dell'Asia. I counter sono del tutto manuali. La China Eastern Airways
fa le carte d'imbarco a mano! E' l'unica compagnia il cui logo non
è rappresentato sul tabellone. A dire il vero, sui monitor
il nostro è l'unico volo che nemmeno compare.
Il tabellone delle partenze ha solo otto righe... Questo la dice
lunga. Il duty free non accetta le carte di credito! Compriamo le
tradizionali bottigliette di whishy per raccogliere le prossime
sabbie del deserto. Poi ci ritiriamo nella VIP lounge del Taj, forti
della tessera fatta all'Annapurna Hotel di Kathmandu. E dopo più
di tre mesi, mi leggo il Corriere fresco di giornata.
Il nostro volo è ovviamente in ritardo, partiamo alle 2:30
del mattino. L'airbus 300 è praticamente vuoto: siamo 15
passeggeri e 16 uomini di equipaggio! Incredibile, come avere un
Jumbo intero a disposizione, perfetto per la mia paura di volare
che ormai mi attanaglia da ieri mattina.
Dormiamo completamente sdraiati sulle file centrali di questo volo
MU564 per Pechino, in questo aereo completamente deserto. Il volo
dura sei ore e mezza, ed alle 12:00 atterriamo in una Pechino molto
più lattiginosa di come l'avevamo lasciata due mesi fa. L'aria
è del tutto bianca, non si vede a 200 metri, fa impressione,
perché pur non essendo nebbia l'effetto è il medesimo.
Tornare a Pechino è come rientrare alla civiltà dopo
settimane. Un aeroporto vero, moderno ed efficiente, turisti, gente,
traffico. Che strano...
Che strano volare in qusto viaggio. Eravamo così abituati
a vedere cambiare lo scenario intorno a noi gradualmente, con il
passare dei giorni... E invece, da Delhi a Pechino in un battito
di ciglia. E' un riavvolgimento del nastro indietro di due mesi.
E cinesi che sputano, fanno casino, spingono. E poliziotti di frontiera
che non parlano inglese e non sanno nemmeno leggere il loro stesso
visto. Fanno un po' di casino con i miei due visti (quello originale
e l'estensione di Lanzhou). Quindi, finalmente, un croissant, un
caffé, una spremuta d'arancia! Eureka! Peraltro, io continuo
a non stare bene per la paura di volare.
Alle 14:00 check-in per Dunhuang, volo WH2156 della Northwestern
China Airways. Questo volo fa anche scalo a Yinchuan nello Ningxia,
a metà strada esatta fra Pechino e Dunhuang, e poco lontano
da Lanzhou. Si vola con un BA 146 e questa volta il volo è
pieno. Partenza in orario, alle 15:20. Scalo a Yinchuan dopo 1h
40 m di volo. Questo posto sembra un buco in mezzo al deserto.
Quindi, si riparte e dopo un'altra ora e quaranta di volo sopra
l'altipiano lunare del Qinghai e il deserto, atterriamo infine qua,
a Dunhuang, 250 km a nord-ovest di Golmud, la prima della famose
oasi lungo la Via della Seta, ai bordi del deserto del Taklamakan.
Circondata dalle dune, cammelli. Il nostro nuovo punto di partenza.
Dove eravamo dunque rimasti?
Praticamente si riparte dalle parti di Golmud... Accidenti, che
sbalzo, e che balzo indietro nel tempo, di colpo! Decisamente avvertiamo
il salto. L'ora è di nuovo a +2,30 rispetto all'India. 33°
gradi all'arrivo, alle 19:30. Aria secchissima, sole sul deserto.
Si sta da Dio, altro che il clima di Delhi e dell'ultimo mese intero!!
Iniziamo di nuovo a respirare, è bellissimo. Ma la vera sorpresa
è Dunhuang. E i cinesi locali. Dunhuang è una piacevolissima
cittadina, pulita, con negozi carini, gente fuori la sera, locali.
Un po' rumorosa, ovviamente, siamo in Cina, ma ben diversa da Golmud
ad esempio.
E i cinesi...? All'aeroporto un'impiegata della CAAC, con tanto
di badge, ci procura immediatamente un taxi per soli 5 yuan. Ci
facciamo portare, senza alcun problema, a questo albergo scelto
da *noi*, il Shanzou Fandian. Si tratta di un budget hotel molto
pulito e carino, in pieno centro cittadino. Il personale è
gentilissimo, non parlano inglese ma si fanno capire bene. La loro
migliore stanza, una doppia con a/c, tv e bagno, ci costa 240 yuan,
30$. Ci mettiamo anche d'accordo con il nostro tassista, che domani
pomeriggio, per 150 yuan, ci porterà sia alle famose cave
di Dunhuang che all'oasi per vedere le grandi dune. Eccezionale.
Siamo stanchissimi, ma ormai sono le 21:00 e dobbiamo uscire per
cena. Dunhuang è vivissima, ci sono in giro anche altri turisti
occidentali. Di fatto, qui ci siamo riagganciati alla famosa Via
della Seta, che seguiremo fino in Europa. Mi sento di nuovo motivato
e carico, anche se rimane il rammarico per non avere completato
l'overland. Ma dopo dieci giorni passati fra la paura della guerra
e la paura di volare, di colpo tutto va meglio, perfino i cinesi!!
Cena in un ristorante cinese, e questo come sempre è l'unico
neo... Bleah.
Adesso comunque dovremo correre. La strada per Kashgar è
lunga e l'obiettivo ormai è di tornare a casa via terra,
ma senza per questo rinunciare ai nostri progetti lungo la strada.
Dobbiamo cercare di fare tutto quello che abbiamo in programma,
e non sarà facile.
14 agosto 2002, 104° giorno di viaggio,
23:00 (GMT+8, senza ora legale)
Dunhuang, Shazhou Hotel - Tappa 60 km.
Decisamente siamo tornati in Cina. Non c'è dubbio. E il facile
entusiasmo di ieri ha rapidamente lasciato il posto alle solite
incazzature.
Il casino inizia alle 6:30 del mattino. Mostruoso. Gente che urla
nei corridoi, porte che sbattono, pareti ovviamente di carta velina.
In più, altoparlanti in mezzo alla strada che mandano marcette
militari a tutto volume. Un inferno per la nostra stanchezza. Fino
alle 8:30 è un incubo. Poi iniziano a bussare alla porta
perché vogliono rifare la camera. Come al solito non è
possibile far capire a questa gente che vogliamo stare in pace a
dormire.
Giusto un paio d'ore di calma relativa fino alle 10:30, poi tornano
all'attacco. Alle 11:00 gettiamo la spugna e ci alziamo, abbiamo
comunque un bel po' di cose da fare.
Iniziano le sorprese: non c'è corrente (e quindi, niente
aria condizionata e cesso al buio), e soprattutto non c'è
acqua. C'è rimasta solo un po' di acqua bollente con la quale
è un casino anche solo lavarsi le mani e che usiamo giusto
per pulire il water, poi più niente. Black out totale. Il
che è assurdo visto che siamo in un'oasi e l'acqua c'è.
Ma le pompe vanno ad elettricità e questa non c'è.
Tutta la città è al buio e senz'acqua, tranne una
banca che ha un generatore diesel. Neanche in India e in Nepal sono
conciati così, questo Paese è assolutamente disastroso.
Ovviamente l'albergo non si sogna minimanente di farci lo sconto.
Da notare che la stessa cifra la pagavamo allo Yak Hotel di Lhasa
e a Shigaste. Vergognoso.
Sconsolati e incazzati ce ne andiamo fuori a fare colazione. Qua,
ovviamente, non si fa. Dobbiamo quindi risolvere il problema di
fare il biglietto per andarcene domani in treno... eh eh eh...
In teoria il biglietto si fa al CITS. Da notare che il treno non
arriva qui, ma a Liuyuan, 130 km a nord. Qui a Dunhuang bisogna
però fare la prenotazione. Nessuno parla inglese e trovare
il CITS è un disastro, anche perché apparentemente
non è dove dice la Lonely Planet. In un albergo ci danno
un indirizzo diverso, che è quello di un altro albergo. Ci
andiamo. Anche lì non parlano inglese, o almeno fanno finta,
visto che quando proviamo in cinese ci rispondono in inglese. Sta
di fatto che impieghiamo almeno venti minuti per due semplici parole,
"ticket" + "train", e questo è uno degli
alberghi di lusso di Dunhuang. Ovviamente, anche loro al buio e
senz'acqua. Peggio di Ronghpu...
Alla fine, la tipa della reception, senza praticamente guardarci,
dice solo "ticket", prende il telefono, fa un numero sconosciuto
e molla la cornetta in mano a Emanuela. Assurdo! Non si sa chi ha
chiamato, la comunicazione è disturbata e comunque dall'altro
capo del filo *non* parlano inglese. E siamo da capo. Cioè
in alto mare.
Proviamo al nostro scassatissimo albergo. Più o meno riusciamo
a spiegarci e ci dicono che l'ufficio per i biglietti del treno
è più o meno dove pensavamo di trovare il CITS, ma
che comunque è chiuso a causa del black out. La situazione
non si sblocca.
Nel frattempo arriva la nostra macchina e allora decidiamo per il
momento di andare alle Mogao Ku (Mogao Caves), cave simili a quelle
di Bing Ling Si,
nel deserto, a 25 km dalla città, dove sono stati scavati
alcuni famosi templi buddisti.
La temperatura per oggi è prevista a 37°, comunque il
clima è sempre molto secco. Il problema è che si è
alzato un vento fortissimo, c'è tempesta di sabbia, il cielo
è tutto bianco per la sabbia in sospensione, l'aria è
irrespirabile e di conseguenza il tempo è orribile. Il deserto,
fuori Dunhuang, è abbastanza impressionante, soprattutto
a causa della tempesta di sabbia. Piatto, rovente, sabbioso. Formazioni
rocciose che spuntano qua e là.
La strada, asfaltata, è ricoperta da un velo di sabbia sollevata
dal vento, e la visibilità è davvero ridotta. Le cave
si trovano presso una formazione rocciosa che emerge proprio sul
deserto. Qui c'è la prima delusione. Questa "meraviglia"
della Cina è stata devastata dai cinesi come al solito. Mega
piazzale di asfalto per i pullman, cemento armato da tutte le parti,
ristoranti, hotel e, soprattutto, tutte le cave sono state cementate
e chiuse con porte di metallo, trasformando così la montagna
in una specie di cimitero.
Bisogna lasciare tutto fuori: zaini e macchine fotografiche. Non
che ci sia molto da fotografare, però... In teoria si può
entrare solo con una guida (pagando anche quella, oltre al biglietto
di ingresso, 80 yuan...), ma almeno questa volta riusciamo a farla
franca e ad entrare da soli.
Dentro c'è almeno un migliaio di turisti! Quasi tutti cinesi
fra l'altro, tutti con il loro solito cappellino colorato che identifica
il gruppo di appartenenza. C'è anche una comitiva di italiani
che sembrano tanti rambo...! Le cave, come se non bastasse, sono
quasi tutte chiuse. Ce ne saranno quasi mille, ma quelle visitabili
sono solo una decina e per giunta bisogna mescolarsi ai gruppi,
perché le guide aprono e chiudono le porte di metallo a propria
discrezione. Che desolazione e tristezza...
Scattiamo un paio di foto da lontano, più per ricordo che
per altro, e torniamo in città a vedere se nel frattempo
la biglietteria ferroviaria ha aperto. Questa volta abbiamo fortuna
e riusciamo ad accaparrarci due posti soft-sleeper per domani sera,
per Turpan. Bisogna ora mettersi però d'accordo per raggiungere
la stazione di Liuyuan.
In teoria il nostro autista dice di essere disponibile per 150 yuan.
E' un po' caro, ma il fatto è che andare in pullman non ci
permetterebbe di fermarci nel deserto a fare foto. Qui, fra l'altro,
si attraversano le rovine dell'ultima sezione di Grande Muraglia.
Ci facciamo dunque portare alla mitica oasi, Yue Yaquan, "il
lago della luna crescente". E' questo un lago situato proprio
all'inizio delle dune, che qui sono fra le più alte del mondo.
Qui, appunto, inizia il vero deserto del Taklamakan, o almeno la
sua parte sabbiosa.
L'oasi si trova a circa 6 km dal centro di Dunhuang. Il tempo però
è davvero orribile. La tempesta di sabbia non accenna a diminuire,
non si vede praticamente nulla. Come se non bastasse, arrivando
all'oasi lo spettacolo è davvero assurdo e deprimente. Nella
tempesta di sabbia si intravedono le prime dune, enormi, centinaia
di metri di altezza, fantastiche come e più di quelle di
Soussousvlei,
ma tutto è stato recintato. Hanno costruito un "ingresso"
di marmo e cemento armato nero, esagerato, con altro cemento da
tutte le parti, centinaia di bancarelle di souvenir, migliaia di
turisti, e biglietto di ingresso a 50 yuan!!!
I cammelli aspettano dall'altra parte della porta di marmo nero.
Orribile!! Un luogo magico devastato totalmente dai cinesi. Tutto
chiuso, non c'è modo di avvicinarsi alle dune, se non questo.
La tempesta violentissima ci fa desistere. Inutile pagare l'ingresso,
non si vede un tubo e non si può salire sulle dune così.
Vorremmo però sapere che orari fa questo posto (...!). Facile?
Alla biglietteria nessuno parla inglese, né peraltro hanno
la minima intenzione di degnarci di attenzione. Come al solito,
l'unica cosa che sanno fare è prendere i soldi dalle mani
della gente.
Tentiamo con un ufficio lì vicino. C'è un cartello
con scritto "Asking question". Niente, non parlano inglese.
Ma non si sforzano neanche di capire il nostro cinese. Neanche con
il vocabolario in mano!!!! Niente, niente, niente, niente. Concetti
stupidissimi, "open", "close", "time".
No, niente. Glielo mimiamo, glielo disegnamo. Niente. Stupidi, stupidi,
stupidi. L'unica cosa, dopo un'ora di scuotimenti di testa, che
riusciamo ad ottenere da questa tipa è che, secondo lei,
questo posto "apre alle 8:00 e non chiude...MAI"...!!
Questa è fuori dal mondo, io mi imbestialisco e me ne vado.
Emanuela rimane a provare più pazientemente, ma non ottiene
nulla.
Becchiamo infine, a caso, una turista cinese. Spiccica due parole
di inglese e conferma, pare, che non c'è orario e che l'ingresso
alle dune non chiude mai... Secondo loro si può entrare anche
di notte. Sono proprio curioso... Secondo me stiamo per incazzarci
ancora di più.
Sta di fatto che prendiamo qualcosa da bere e molliamo il colpo.
Proveremo domani mattina all'alba. Certo, svegliarsi alle 5:00 per
venire qui e poi magari l'ingresso è chiuso...
Alle 19:00 torniamo in albergo. Per qualche motivo sconosciuto il
nostro autista cambia idea per domani, ci pianta in asso senza nemmeno
avvertirci e noi rimaniamo senza macchina! E così domani
abbiamo anche questo problema da risolvere. Assurdo oltre ogni logica!
Nessuno ci ha rifatto la camera in albergo. E si rifiutano di farci
fare il check-out alle 15:00 di domani invece che alle 12:00. Litigo,
mi incazzo. Niente. Non abbiamo avuto l'acqua tutto il giorno, né
la luce, né l'aria condizionata, tutte cose che abbiamo pagato.
Ma questi stronzi non ci fanno un regalo di tre ore. Io li ODIO
tutti!!
La serata finisce con una cena di merda in un ristorante di merda.
Non c'è niente da fare: io e i cinesi proprio non ci intendiamo.
L'impatto "felice" è durato solo una serata, giusto
perché sono stato preso per stanchezza.
15 agosto 2002, 105° giorno di viaggio,
20:45 (GMT+8, senza ora legale)
Treno n° K889 da Liu Yuan a Daheyan - Tappa 140 km.
E riprende la corsa verso ovest. Stanotte finalmente entreremo nello
Xinjiang, un'altra delle nostre tappe fondamentali. Non sarà
come entrarci dal Kunjerab Pass, ma ormai quello è un capitolo
chiuso, e del resto questa rotta era ben il nostro "piano B".
Insomma, entriamo dalla leggendaria Turpan sulla Via della Seta,
da nord, invece che da sud. Ma sempre lì arriviamo.
E di nuovo in treno... Il nostro viaggio è davvero ricominciato,
è passato quasi un mese da Kathmandu ed è stato il
mese più vuoto in assoluto. Certo, un mese fa tondo tondo
arrivavamo a Ronghpu...
Questa mattina sveglia alle 5:30, l'alba è ancora lontana.
L'aria è fresca e ferma, si va di nuovo a Yue Yaquan. Quando
scendiamo in strada Dunhuang dorme ancora tutta ed è deserta.
Passa un taxi e lo fermiamo. Per 10 yuan ci porta all'inizio delle
dune. Quando arriviamo sta iniziando ad albeggiare e lo spettacolo
su queste enormi, e davvero impressionanti, montagne di sabbia "sarebbe"
stupendo.
Sarebbe, perché nonostante l'ora, il buio e il "freddo",
ci sono già centinaia di cinesi in gruppi organizzati, una
ressa incredibile, decine di carovane di cammelli numerati (!) che
vanno e vengono lungo le piste artificiali, file di cinesi su tutte
le dune più alte circostanti, qualcuno addirittura ci ha
passato la notte e sta ancora scaldandosi davanti al fuoco.
Né nel Namib, né nel Sahara, né nel deserto
arabico, né nel Gobi abbiamo mai visto niente di simile.
Addirittura sono state tracciate alcune piste per gli slittini sulle
dune più alte, e sono state piantate scale di legno per scalarle.
C'è una pista di atterraggio per velivoli ultraleggeri, mezzi
fuoristrada, musica e chiasso, chiasso, chiasso.
L'alba sulle dune riesce ad essere magnifica lo stesso. Ci vuole
una buona ora e mezza di arrampicata faticosa per riuscire a raggiungere
la vetta di una duna di un paio di centinaia di metri di altezza,
e togliersi per quanto possibile dalle balle il maggior numero di
cinesi. Dalla nostra vetta scattiamo a fatica qualche foto discreta
senza folla e prendiamo la nostra solita bottiglietta di sabbia.
Il tempo è bello e fresco fin verso le 9:00.
Poi, si alza il vento, come ieri, ed è venuto il momento
di andare via. Il nostro tassista, incredibilmente, ha capito che
gli avevamo chiesto di venirci a prendere e si presenta puntuale.
Altri 10 yuan e ci riporta in città. Tentiamo l'impossibile
e gli chiediamo se è disposto a portarci fino a Liuyuan nel
pomeriggio. Non fa una piega, capisce al volo, accetta per 120 yuan!
Incredibile, stento a crederci, un cinese sveglio. Certo, ha uno
scassatissimo Suzuki Maruti microscopico, senza aria condizionata,
in pezzi, e dobbiamo fare 130 km di deserto rovente e vuoto ad oltre
40 gradi sotto il sole a picco e nella tempesta di sabbia. Ma vabbè,
non ci facciamo scappare l'occasione.
Finalmente, risolto anche questo problema, e dopo un po' di spesa
per affrontare il viaggio, alle 10:30 andiamo a fare colazione (!)
e poi in albergo a riposare un po' e a lavarci per scrollarci tutta
la sabbia di dosso.
Come previsto, e dopo altre incomprensioni e litigate (oggi non
funziona l'aria condizionata) alle 12:00 veniamo letteralmente buttati
fuori dalla camera. A turno, Emanuela ed io ci incazziamo con questa
gente e diciamo loro quello che pensiamo del loro hotel e del loro
servizio, ovviamente senza nemmeno essere guardati in faccia e ottenere
alcunché.
Ce ne andiamo a mangiare qualcosa verso le 14:00, giusto per sbollire
un po'.
La giornata è molto calda, lattiginosa e, come ieri, ventosissima.
Alle 15:00 si parte con il nostro amico, che di nuovo si presenta
puntualissimo. Fantastico. Il viaggio per Liuyuan è bellissimo.
Si attraversa inizialmente una parte di deserto salato allagato,
davvero strano ed inquietante. La temperatura è altissima,
in teoria sono le 15:00, ma questa è l'ora di Pechino e quaggiù,
a migliaia di chilometri di distanza, è come se fossero le
13:00.
La tempesta di sabbia soffia a raffiche violentissime, il cielo
è bianco latte e in certi punti la visibilità è
davvero ridotta. Dopo circa 40 km si attraversano alcune spettrali
rovine della Grande Muraglia. Il panorama sembra di un altro pianeta.
Foto e ripartiamo in questa tempesta rovente.
La strada è bella ed asfaltata e c'è anche un po'
di traffico. Si attraversa un'area che ricorda molto la zona di
Mandaal-Ovoo, nel
Gobi: piatta, di ghiaia, rovente e inesorabile. Solo che qui è
bianca, a Mandaal-Ovoo era nera. Impressionante, comunque. Viaggio
decisamente piacevole, in ogni caso, e bello. Non soffriamo neanche
troppo il caldo a dire il vero.
Alle 17:00 siamo a Liuyuan. Il nostro treno è alle 20:06
e non ci resta che aspettare in stazione. Ci sono tantissimi turisti
cinesi e giapponesi, qualche americano, canadesi. Siamo nel pieno
della stagione turistica e su una rotta famosissima.
Il treno per Turpan è nuovo e bello, sicuramente uno dei
più belli e puliti che abbiamo preso. Dividiamo lo scompartimento
con la capobanda giapponese e la collega cinese di un gruppo organizzato
di giapponesi. Arrivano da Hiroshima, 6 giorni per tutto il tour...
Giappo-tour, appunto. Facciamo un po' di conversazione. Sono sconvolte
dal nostro viaggio. Fuori, bel tramonto sul deserto.
E così si va a Turpan. Domani altra sveglia mostruosa, arrivo
previsto alle 5:43...
16 agosto 2002, 106° giorno di viaggio,
23:30 (GMT+8, senza ora legale)
Turpan, Grain Trade Hotel - Tappa 730 km.
E finalmente siamo nello Xinjiang, un'altra delle grandi tappe di
questo viaggio, il vero ingresso in Asia Centrale. Certamente la
tappa più difficile da raggiungere.
Nottata di dormiveglia in treno, mostruosa sveglia alle 4:30. Siamo
completamente storditi. Alle 5:45 il treno arriva alla stazione
di Daheyan, dove si scende. Daheyan si trova a 58 km dall'oasi di
Turpan. E' ancora buio pesto, qui in Xinjiang l'ora di Pechino è
del tutto assurda, siamo migliaia di chilometri ad ovest della capitale.
L'aria è caldissima già a quest'ora. L'area di Turpan,
ai bordi del Taklamakan, è la seconda depressione al mondo,
tocca i -158 metri sotto il livello del mare, ed è la regione
più calda della Cina, oltre ad essere una delle più
roventi al mondo, con punte di oltre 50°. Alle sei del mattino,
al buio, l'ora più "fredda", siamo certamente sopra
i 30°. Ma bisogna dire che l'aria è secchissima, quindi
non si sta male.
Sta di fatto che l'ora reale sarebbe un paio d'ore indietro rispetto
all'ora di Pechino (alla stessa longitudine, l'India è due
ore e mezza indietro ed il Pakistan tre ore).
Contrattiamo un passaggio dal primo tassista che incontriamo e per
100 yuan ci facciamo portare a Turpan, quasi 60 km a sud in mezzo
al deserto del Taklamakan, una delle oasi più famose lungo
la Via della Seta. Sulla macchina, la solita vW Santana scassata,
siamo in quattro: noi due, l'autista e una "guida" che
parla inglese, entrambi di etnia uyghura, l'etnia dominante. Parlano
uyghuro, scrivono con alfabeto arabo, sono musulmani. Siamo in teoria
ancora in Cina, ma, come già in Tibet, anche qua è
un altro mondo, altra gente, altra lingua. Altra atmosfera. Sì,
siamo in Asia Centrale, finalmente!
La macchina infila uan strada nel deserto e scivola nella notte,
nel buio totale, in mezzo a questa piana infinita inquietante. Abbaglianti
e luci lontane nella notte. Finestrini aperti e aria buia che è
già rovente. Gli occhi cercano qualcosa nel buio del deserto,
ma non si vede nulla.
Alle 6:30 è ancora buio pesto, alle 7:00 inizia lievemente
a schiarire. Arriviamo a Turpan e in qualche modo è un po'
uno shock. Mi aspettavo (ingenuamente) un villaggio uyghuro in mezzo
ad un'oasi, e trovo la solita cittadina cinese pulitissima, moderna,
con enormi e larghissimi viali alberati, ancora addormentata e buia.
A causa dello strano fuso orario pechinese, qua tutti gli orari
seguono una ora non ufficiale, chiamata "Xinjiang Time",
che è un paio d'ore indietro rispetto all'ora di Pechino.
Ufficialmente però (e assurdamente) l'ora in vigore è
quella unica cinese. Il solito principio idiota della "Cina
unica".
Ci giriamo un po' di alberghi in questa strana ed inattesa città.
E' proprio alta stagione e non è così facile trovare
posto. I nostri improvvisati soci uyghuri, che parlano bene inglese
(e tedesco, cinese, giapponese...) ci portano infine a questo hotel,
niente di che, ma decente e centralissimo. Doppia a 180 yuan, circa
22$.
Questi uyghuri si dimostrano immediatamente più svegli e
socievoli dei cinesi che, come già i tibetani, odiano e considerano
invasori. Ci diamo appuntamento sul tardi con la nostra "guida"
per valutare le sue offerte, e ci fiondiamo a dormire. La giornata
è prevista "fresca"... Minima a 28°, massima
a 39°...
Sveglia molto faticosa alle 13:30. C'è da preparare il tour
dei dintorni per domani e, soprattutto, la ben più complicata
traversata del deserto del Taklamakan per raggiungere Kashgar. Da
qui, infatti, sarebbe in teoria possibile andare direttamente a
Kashgar in treno, con una nuovissima ferrovia, in sole 24 ore. Ma
noi vogliamo attraversare il deserto, vogliamo vedere questo famoso
Taklamakan dall'interno e attraversarlo tutto, così come
abbiamo fatto nel Gobi. Il treno è certamente più
comodo, più rapido e molto, molto più economico, ma
gira attorno al deserto e non sarebbe lo stesso viaggio nello Xinjiang.
Vogliamo il Taklamakan.
Andiamo a discutere la cosa con il nostro amico uyghuro al John's
Café, l'unico posto in paese che offra una colazione occidentale
e che è il luogo di ritrovo dei turisti. Qui ci sono comunque
molti più giapponesi che occidentali, e comunque molti tour
organizzati.
Il nostro tipo si dimostra un vero businessman. Per domani ci propone
il giro standard della regione qui intorno, con alcune varianti
proposte da noi, a 350 yuan. Un po' caro, ma meglio che aggregarsi
ai tour organizzati in minibus dagli hotel.
Gli spieghiamo poi il nostro piano per raggiungere Kashgar. Abbiamo
studiato a lungo ed abbiamo scoperto che non è necessario
andare fino ad Urumqi, capitale dello Xinjiang, ma che da qui possiamo
direttamente puntare a sud, verso Kashgar, e guadagnare almeno altri
due giorni. Il nostro piano prevede dunque di attraversare il Taklamakan
in tre giorni ed arrivare a Kashgar per il 20 agosto.
Lui ci propone macchina + driver + guida english speaking a 4.500
yuan. Più o meno è quello che ci aspettavamo. Da qui
a Kashgar sono oltre 2.000 km, e in più la macchina deve
tornare indietro! Gli diciamo che ci penseremo.
Andiamo dunque a verificare al CITS...! Dopo un inizio che, come
al solito, tira sberle, l'impiegata cinese del CITS all'improvviso
si sveglia e diventa persino simpatica! La trattativa va per le
lunghe. Dopo oltre un'ora chiudiamo a 4.300 yuan, stesso servizio.
Ogni eventuale giorno extra ci costerà 500 yuan.
Il fatto è che, a parità di prezzo, o anche poco più,
in questo caso io avrei comunque preferito il CITS. Confesso infatti
che l'idea di attraversare il Taklamakan con degli sconosciuti che
ci hanno agganciato di notte alla stazione di Daheyan, da soli,
non mi esalta particolarmente. Certo, non succederebbe niente, ma
almeno in questo caso usiamo un'organizzazione governativa. In ogni
caso, la tratta verso Kashgar è a questo punto di nuovo preparata.
Era l'ora!
Attraversiamo quindi una Turpan ora rovente, sono circa le 18:00
(!), e andiamo in banca a prendere un po' di cash, perché
qui, come al solito, non accettano carte di credito.
Dopo la banca, giro per la città vecchia e per l'oasi. Turpan,
come già le città tibetane, è divisa in una
parte nuova cinese, moderna, ed una parte uyghura, più caratteristica.
Qui ci sono molte moschee, che mescolano in modo curioso architettura
tipica musulmana ed orientale. Gente uyghura socievole e simpatica,
mercati e, nell'oasi, il vecchio villaggio uyghuro di argilla, fango
e paglia. Eccezionale.
Siamo circondati dai bambini, che però, a differenza ad esempio
dell'India, ci avvicinano per curiosità e per scambiare due
parole in inglese, non per chiederci soldi. I vecchi si fanno fotografare
in posa, al gente ci sorride e ci saluta. Fantastico! Ci piacciono
questi uyghuri. Decisamente ci sentiamo finalmente in Asia Centrale!
Siamo entrati nel mondo arabo a noi caro. Qui, peraltro, le scritte
sono bilingue, in arabo ed in ideogrammi.
Verso le 20:00 taxi e torniamo al John's Cafè dove incontriamo
di nuovo il nostro amico uyghuro. Gli diciamo che non accettiamo
la proposta per Kashgar perché troppo cara per noi. Non fa
una piega e dice che va bene, anzi, ci dà dei consigli per
farla in treno e/o con l'autobus.
Cena con pizza di Kashgar (!) al John's Café. La pizza di
Kashgar è una specie di pane piatto ricoperto da una montagna
di cipolle, peperoni e pomodoro. Gli uyghuri fanno un pane buonissimo,
che oggi abbiamo comprato da una bancarella. Conto della cena: 44
yuan.
Fa buio verso le 22:00, la temperatura è sempre calda ma
si placa un po'. Il John's Café si popola. Piacevole serata
nell'oasi di Turpan... Sì, siamo di nuovo in corsa!
17 agosto 2002, 107° giorno di viaggio,
23:15 (GMT+8, senza ora legale)
Turpan, Grain Trade Hotel - Tappa 130 km.
Altra sveglia micidiale, questo tour de force verso Kashgar ci sta
mettendo a dura prova. Sveglia alle 6:40, ma non facciamo a tempo
a fare colazione. Dovremmo uscire, andare al John's Café
e tornare in tempo prima di partire, ma non ne abbiamo proprio voglia.
Fa già caldissimo, per fortuna in camera l'aria condizionata
funziona (anche troppo!).
Alle 8:00 arriva il nostro autista. Non spiccica una parola di inglese
e starà praticamente muto tutto il giorno. La giornata è
più bella di ieri, non ci sono nuvole, solo foschia dovuta
al calore del deserto.
Prima tappa del giro di oggi a Gaochang Gucheng, uno scavo archeologico
a poco più di 40 km ad est di Turpan, nel deserto. Si tratta
delle rovine di una cittadina del 7° secolo. Il posto è
bello, il viaggio nel deserto di primo mattino anche. C'è
molta foschia che rende il paesaggio abbastanza surreale.
La strada è nuova ed asfaltata, sembra di essere negli Emirati
Arabi, e ci sono anche molti pozzi petroliferi, proprio come in
Arabia. Si attraversano villaggi uyghuri incontaminati, è
tutto davvero molto interessante.
A Gaochang si gira con un carretto trainato da un asino. Ci sono,
inutile dirlo, i soliti tour organizzati e chiassosi di cinesi,
tantissimi. Ma la vera sorpresa è una bancarella di souvenir
che ha una tv sulla quale stanno trasmettendo un video... una versione
taroccata, in uyghuro, dell'"Italiano vero" di Toto Cutugno,
cantata da un uyghuro sosia di Cutugno! Roba da pazzi!
Dopo Gaochang, si va ad Asitana Gumuqu, una necropoli sotterranea
lì vicino. Va giù Emanuela, io rimango fuori a causa
della mia solita claustrofobia e così risparmiamo 20 yuan.
Oggi tutti gli ingressi costano 20 yuan a cranio, un po' esagerato...!
Una breve sosta alle Huoyan Shan (Flaming Mountains), una catena
montuosa aridissima e solcata da canyon, per scattare qualche foto
e poi, verso le 10:30, siamo di nuovo a Turpan, giusto quando inizia
a fare davvero caldo.
Finalmente colazione al John's Café, quindi in albergo a
riposare un po'.
La seconda parte del tour è prevista nel tardo pomeriggio,
quando la temperatura torna accettabile.
Ce ne stiamo a dormicchiare un po' fin verso le 14:30, poi andiamo
al CITS a saldare il conto per domani. La temperatura fuori è
paurosa, il sole brucia letteralmente, è fuoco puro! Al CITS
ci fanno (tanto per cambiare) qualche storia sui tempi di percorrenza
previsti per il viaggio. Di fatto, vogliono ovviamente allungarlo
per guadagnare di più. Riescono quasi a farmi pentire della
decisione, ma ormai abbiamo pagato. Ribadiamo che vogliamo arrivare
a Kashgar in tre giorni, non uno di più. Fino a prova contraria
la strada dovrebbe essere bella, checché ne dicano quelli
del CITS, e gli autobus la fanno in 22 ore! Sarà comunque
una battaglia dura, siamo nelle loro mani.
Secondo il nostro piano dovremmo fare tre tappe. Domani fino a Luntai,
circa 600 km. Dopodomani la traversata vera e propria del Tarim
Basin, in mezzo al Taklamakan, quasi 850 km di cui oltre 500 di
vuoto spinto, fino ad Hotan. Poi, il terzo giorno, da Hotan a Kashgar,
la tratta più classica, 500 km e rotti.
In realtà non abbiamo idea di come faremo a controllare dove,
come e lungo quali strade questi qua del CITS ci porteranno, né
come faremo a sapere in quali villaggi, e dove in generale, saremo.
Questa è la cosa più seccante. Vabbè.
Risolta la pratica CITS, facciamo un po' di spesa per i prossimi
giorni: molta acqua, 6 litri, più uno che già abbiamo.
Poi di nuovo in albergo, la temperatura è davvero insopportabile
ora.
L'appuntamento con il nostro autista dovrebbe essere alle 16:00,
ma viene rimandato alle 17:00 per motivi oscuri.
Come prima tappa, andiamo dunque a Putao Gou (Grape Valley), una
zona dell'oasi, a circa 10 km da Turpan, interamente coltivata a
vigneti, dove si lavora l'uva per produrre vino e uva sultanina.
Il mercato (turistico) di prodotti delle vigne è straordinario
e vivissimo, e tutta l'area è davvero interessante.
Compro uno zuccotto quadrangolare, il tipico cappello uyghuro, molto
bello. E ovviamente ci compriamo un chilo d'uva sultanina. Nei villaggi
intorno, essicatoi per l'uva e infiniti mercati d'uva, straordinari.
La temperatura qui è però insopportabile. C'è
un'umidità elevatissima dovuta all'effetto serra delle vigne
ed ai sistemi di irrigazione, e siamo in un lago di sudore.
Verso le 19:00 andiamo ad Emin Ta, una moschea qualche chilometro
fuori Turpan, nota per avere l'unico minareto afghano presente in
Xinjiang. Bello, ma niente di che, e poi l'area è super-turistica
e la temperatura continua ad essere implacabile.
Finiamo il nostro giro ai Karez presso Turpan, un sito dove è
possibile vedere come gli uyghuri costruiscano i sistemi sotterranei
per incanalare l'acqua nelle oasi. Questo luogo è davvero
eccessivamente turistico e anche alquanto noioso. Alle 20:30 ci
facciamo riportare in albergo, completamente liquefatti e fradici.
E' ancora chiarissimo. Rapida doccia e cena al John's Café.
E così anche Turpan è andata. Onestamente non l'ho
trovata questo luogo così eccezionale come viene di solito
descritta. Interessante sì, bellissimo no. Troppo "modificato",
troppo cinesizzato, troppo lontano da quelle che sono le oasi e
i deserti che piacciono a noi.
Qua, come a Dunhuang, l'intervento cinese è pesantissimo.
E' un parco divertimenti, più che uno spettacolo della natura.
Tant'è siamo alle solite. Fuori il Tibet, la Cina non riesce
proprio ad entusiasmarci. Qua e là belle cose, ma davvero
gli highlights, in due mesi di Cina, si contano sulle dita di una
mano.
Non comunica emozione questo Paese, non comunica libertà,
non comunica niente. Il luoghi scivolano via tutti uguali, uno dopo
l'altro, e tutto ciò che vediamo non è all'altezza,
a nostro avviso, di analoghe cose viste in giro per il mondo. Non
il deserto (fino ad ora), non le architetture, non la gente. Il
Tibet è davvero un mondo a se stante in questo senso, non
c'entra un tubo con il resto della Cina.
 |
dall'8/8 al 12/8 |
|
|
|
|