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26 agosto 2002, 116° giorno di viaggio,
19:30 (Unofficial Xinjiang Time,
GMT+6)
Karakul, Karakul Resort - Altitudine 3.650 metri - Tappa 200 km.
Ed eccoci ai piedi del Muztagh Ata, 7.546 metri, il settemila che
sogno di salire. Ricordo quando qualche anno fa lessi i primi articoli
che parlavano di questa montagna e mi facevano sognare, sembrava
così remota, lontana, irraggiungibile... Beh, eccola qui
davanti a noi, un po' incappucciata (tanto per cambiare), ma tutto
sommato ben aperta, che sale per quasi quatromila metri sopra alle
nostre teste...
Questa mattina sveglia micidiale alle 6:00. Dopo la solita colazione
al Caravan Café partiamo, verso le 8:00, con un Toyota Land
Cruiser, la nostra nuova guida Koresh (il fratello di Dolkun) ed
un autista senza nome... Nel pomeriggio scopriremo che neanche Koresh
sa come si chiama...!
Finalmente risaliamo la Karakoram Highway, almeno fin dove possiamo.
Koresh parla un inglese quasi eccezionale come il fratello, e finalmente
scopriamo il perché. Il loro padre è nato a Karachi,
quando il Pakistan era ancora una regione dell'India, e ha studiato
a Mumbai. E' stato in seguito professore di inglese e l'ha trasmesso
ai figli. Almeno questo è chiaro.
Koresh è inarrestabile come il fratello. Una volta che attacca
a parlare non si ferma più ed è una guida iperzelante.
E' preparatissimo, efficientissimo, gentilissimo. Certo, non un
cinese! Del resto, non appena il discorso scivola sulla politica,
è evidente che lui i cinesi li odia. E' stupito ed entusiasta
del fatto che conosciamo due parole di uyghuro e che ci adeguiamo
alle usanze musulmane. Lo trova straordinario. Il pranzo praticamente
lo paga lui: pane uyghuro, ottimo come al solito, e melone di Kashgar.
Finalmente mangio questi famosi meloni.
L'autista invece è completamente pazzo. Al di là del
fatto che evidentemente è uno che hanno tirato su a caso,
e che per fortuna guida piano, è del tutto cieco (!) e rissoso.
Lungo la strada litiga con tutti, a partire dai pastori che, per
forza di cose, conducono i greggi di pecore lungo la strada.
Addirittura, ad un certo punto, in una strettoia litiga con un camionista
che proviene in senso opposto su chi abbia la precedenza per passare.
Assurdamente entrambi, dopo avere litigato per dieci minuti, spengono
il motore, incrociano le braccia e non parlano più, né
si muovono! La scena è surreale! E' del resto evidente che
il camionista non può più fare retromarcia, perché
nel frattempo sono arrivati altri due camion dietro di lui. Ma il
nostro autista non ne vuole sapere di muoversi.
Insomma, stiamo lì un po' e non accade nulla. Dice Koresh:
"C'è un conflitto". Grazie, ce n'eravamo accorti...
Alla fine mi rompo, vado dall'autista e gli dico che deve fare marcia
indietro. Rogna un po', ma alla fine cede. Koresh dice che è
stato un gran lavoro diplomatico. Mah, secondo me questa gente è
totalmente schizzata di cervello.
Il viaggio a tratti è entusiasmante, esattamente come ci
attendevamo la KKH e come ormai non vivevamo più dalla Friendship
Highway. La strada inizialmente lascia l'oasi di Kashgar
e punta a sud, verso il Pamir. Dopo 50 km circa facciamo la prima
sosta ad Upal, un villaggio uyghuro molto vivo, dove facciamo un
po' di spesa e visitiamo la tomba di Mahmud Kashgari, un personaggio
dell'XI secolo che ha redatto il primo dizionario di lingua turca.
Poco interessante (sosta inutile).
Entriamo quindi nello spettacolare e coloratissimo canyon del Ghez
River. Questa tratta è davvero splendida e selvaggia. Il
tempo non è eccezionale ed in parte è coperto con
una brutta luce lattiginosa, ma il posto merita. La strada, la mitica
KKH, è praticamente spazzata via al 90% da frane e inondazioni,
e si procede lentissimi, guadando parecchi fiumi. Non è però
vertiginosa, al contrario. E' in questa tratta che accade l'incrocio
con il camion di cui sopra.
Arriviamo al check point di Ghez e i militari ci controllano distrattamente
i passaporti. In cima al canyon lo spettacolo è superbo.
Alla nostra sinistra i contrafforti innevati ed i ghiacciai del
Kongur, 7.719 metri. Davanti, la valle si apre, il fiume Ghez la
allaga quasi completamente creando una sorta di strano lago dall'acqua
bassissima, circondato da montagne interamente costituite da sabbia
bianca (Kumtagh). Fantastico. Qui siamo a soli 10 km dalla frontiera
con il Tagikistan ed anche l'Afghanistan è a pochi chilometri.
Infine, arriviamo al lago Karakul, esattamente nel momento in cui
tutto è coperto e in alto fa temporale. Sono circa le 16:00,
e siamo un po' incavolati. Il Karakul è uno dei luoghi più
belli dell'Asia Centrale, e fa questo cavolo di tempo orrendo. Peraltro,
qui non è esattamente come ci aspettavamo. Avevamo letto
(e capito) che qua c'erano solo tende di nomadi kirghizi (tipo ger
mongole) presso cui pernottare, ma abbiamo la sorpresa di una bella
costruzione cinese nuova di zecca con orribili camere puzzolenti
ed un campo di malandate yurte per turisti. Ovviamente, no acqua
e no cesso, solo i soliti buchi a secco scavati nel terreno.
Questa specie di resort ha dei prezzi esorbitanti! Vogliono 200
yuan per la camera. Ci rifiutiamo e prendiamo la yurta, 80 yuan.
Si dorme per terra, sui tappeti. Per fortuna abbiamo portato con
noi i sacchi piuma. Abbiamo lasciato a Kashgar metà del nostro
bagaglio e portato solo l'essenziale.
La yurta non ha stufa, e qui fa freddo. Alle 19:00 ci sono 16 gradi
e la temperatura andrà giù questa notte. Siamo praticamente
soli, c'è solo un'altra coppia di ragazzi giovani. L'impianto
elettrico è la cosa più "furba". Si accende
tutto (sia l'"hotel", sia le lampadine nelle yurte) quando
parte il generatore. Non esistono interruttori!
A parte il campo orrendo, Karakul è un luogo splendido. Nel
corso del pomeriggio il tempo si apre quasi completamente e ci regala
la vista, quasi totale e proprio sopra al lago, sia del Muztagh
Ata (non si vede solo la vetta), sia del Kongur. L'ambiente è
spettacolare. Questi due giganti di ben oltre settemila metri sono
davvero enormi e si rispecchiano sulle acque turchesi del lago.
Viene fuori anche uno straordinario doppio arcobaleno circolare,
fenomenale, da documentario!
Andiamo a farci una camminata lungo le rive del lago e veniamo invitati
dai nomadi kirghizi qui stanziati nella loro yurta. Tè, piacevole
conversazione. Acquistiamo un paio di collanine. Qui la gente è
quasi tutta di provenienza kirghiza La yurta kirghiza non è
molto differente da quella mongola. Ormai siamo esperti!
Serata nella sala ristorante dell'"hotel". Squallida cena
con riso e verdure, ma gli uyghuri ci danno dentro con musica e
canti... Mi sembra incredibile di essere davvero a Karakul, sotto
al Muztagh Ata. Io so che posso salire questa montagna, devo tornare
qua e provarci. E' davvero stupenda, meravigliosa, con dei pendii
sciabili fantastici...
Stellata paurosa prima di andare a dormire, e vento molto forte.
Sistemiamo il nostro campo per terra, sui tappeti della yurta...
27 agosto 2002, 117° giorno di viaggio,
21:30 (Unofficial Xinjiang Time,
GMT+6)
Tashkurgan, Pamir Hotel - Altitudine 3.200 metri
Tappa 100 km, altitudine massima 4.050 metri
Dormita discreta. La temperatura minima questa notte è stata
di circa 6 gradi, ma nel sacco piuma si stava bene e non c'era umidità.
Sveglia intorno alle 7:30, più per la luce che per forza.
Si sta abbastanza bene. La mattinata è magnifica, non c'è
neanche una nuvola e il Muztagh Ata è completamente scoperto.
Eccezionale, questa volta posso davvero studiarmi con tutta calma
una delle "mie" montagne, ed è stupendo. Il Muztagh
Ata è davvero bellissimo.
Facciamo una prima serie di foto al lago e alle montagne, poi un
po' di colazione. Per fortuna abbiamo un po' di biscotti, qui c'è
solo tè, caffè e schifezze cinesi. Dopo colazione
ce ne andiamo in giro attorno al lago fin verso le 12:00. La giornata
è stupenda, ma come sempre in Cina il cielo è più
lattiginoso che blu, nonostante la quota alla quale ci troviamo.
Tant'è non è una bella luce.
E a proposito di quota, il nostro acclimatamento si è mantenuto
ed è perfetto, continuiamo a non accusare minimamente l'altezza
e la notte è scivolata via senza alcun problema anche qui
a 3.600 metri.
Attorno al lago vengo massacrato dalle zanzare che qui infestano
l'aria e picchiano duro. Fotografie discrete ai nomadi kirghizi
e alle loro yurte. Cammelli e cavalli. I kirghizi indossano un cappello
differente dagli uyghuri, più buffo, fatto di lana di pecora,
bianco e decorato, alto sopra alla testa.
La mattinata scorre via piacevole e tranquilla ai piedi del Muztagh
Ata, e calda. Poi arriva una comitiva di cinesi, con tanto di apparecchiature
per la produzione di ossigeno... Senza parole. Il tempo tende a
rannuvolarsi e verso le 13:00 partiamo.
Continuiamo la nostra strada lungo la KKH, risalendo verso il Kunjerab
Pass. Oggi la strada è facile, completamente asfaltata, e
non ci sono problemi. Si gira tutto intorno al Muztagh Ata e i panorami
sulla montagna sono stupendi. Riesco a studiarmela per bene e sembra
davvero accessibile e fattibile. Non c'è moltissima neve,
ma certo le seraccate sono impressionanti.
La strada sale a un passo ad oltre 4.000 metri (il mio altimetro
misura 4.050 metri) e il panorama sulla valle del Muztagh Ata è
bellissimo. Di fatto, questa tratta attraversa un deserto d'alta
quota. Intorno, i picchi innevati del Pamir. A 4.000 metri continuiamo
a non avvertire affatto l'altitudine, facciamo anche una breve passeggiata
ma il fiato regge benissimo. L'effetto del Tibet è ancora
ben presente nel nostro sangue.
Lasciamo quindi il Muztagh Ata alle nostre spalle e ci inoltriamo
in una valle verde, attraversiamo un piccolo canyon e infine arriviamo
a Tashkurgan, attuale posto di frontiera cinese, a circa 290 km
da Kashgar e ad un centinaio dal Kunjerab Pass. Oggi la frontiera
cinese è qui e noi non possiamo proseguire lungo la KKH nemmeno
fino al passo, sebbene il confine reale sia al passo stesso e sebbene
il posto di frontiera pakistano sia a quasi 150 km da qui. I cinesi
non ci lasciano passare. Fino a un anno fa il posto di controllo
cinese era a Pirali, che si trova un'ottantina di chilometri più
in là. E fino a qualche settimana fa pare che le guardie
di frontiera consentissero comunque la salita al passo, lasciando
giù i passaporti. Ora sembra davvero impossibile proseguire.
Questa cosa proprio mi fa incazzare, anche se lo sapevamo e anche
se, comunque, siamo riusciti ad avere la nostra parte di KKH.
Tashkurgan è un villaggio quasi interamente tagiko. E' incredibile,
nello spazio di 300 km siamo passati da territorio uyghuro a kirghizo,
a tagiko. Il Tagikistan è dietro alle montagne sopra alle
nostre teste, solo 10 km in linea d'aria. L'Afghanistan è
a circa 50 km a sud-ovest. Vediamo "quasi" la frontiera
da qui. Se solo potessimo proseguire verso Pirali arriveremmo anche
alla frontiera afghana...
Le donne tagike qui sono tutte in abiti tradizionali, coloratissime.
Gli uomini sembrano tutti siciliani, e indossano la coppola. E'
impressionante quanto questa gente sembri europea e non asiatica,
e assomigli davvero tantissimo alla nostra gente del sud.
Quelli con cui abbiamo a che fare sono davvero cordiali e, ovviamente,
parlano inglese! Quanto è lontana la Cina da qui, si fa davvero
fatica a ricordarsi che sempre in questo assurdo Paese siamo! Pechino,
vista da qui, è un pianeta lontanissimo...
Facciamo una sosta nel vecchio villaggio e poi veniamo a questo
hotel che si trova nella zona cinese, brutta e in costruzione come
tutte le altre. L'hotel non è malaccio tutto sommato, 150
yuan per la notte. Se penso che ne volevano 200 ieri a Karakul per
quella topaia... Tashkurgan è assolutamente vuota. Non fosse
per i tagiki non sarebbe molto diversa da Lhatse!
C'è un'unica via, pochi orrendi negozi, qualche ristorante
cinese. C'è anche un vecchio forte, o per lo meno quello
che ne rimane. Tutto intorno, gli alti picchi innevati del Pamir,
che pochi chilometri più avanti diventa Karakoram.
Il tempo si guasta come ieri e diventa tutto nero e ventoso. Non
essendoci un tubo da fare, finiamo il pomeriggio in camera a dormicchiare.
Verso le 20:00 usciamo per la cena. Il ristorante dell'albergo è
già chiuso! A dire il vero, Tashkurgan è già
quasi interamente chiusa e buia. Ci infiliamo in un ristorante dove
ci sono solo uomini tagiki che, dal momento in cui varchiamo la
soglia, non ci levano gli occhi di dosso. Sembra di essere a Corleone,
o a Gela!
Cena orrenda, solita scodella di noodle gelati, con pezzi di verdura
e carne, quella roba che sembra risciacquo di lavastovoglie. E,
a proposito, anche qui come in tantissimi altri posti della Cina,
i cuscini dei letti sono riempiti con trucioli di legno! Allucinanti.
Mi ero sempre dimenticato di annotarlo.
Insomma, qui finisce la Karakoram Highway, per quanto ci riguarda.
E' un rammarico che non mi toglierò mai finché non
torneremo per percorrerla integralmente, anche se è stato
meglio di niente. Domani si torna a Kashgar e finalmente andremo
dunque via da questa Cina che ci ha davvero stufato.
Personalmente sono contento ed entusiasta di averla attraversata
tutta, ma certo non è stato come mi aspettavo. Non fosse
stato per il Tibet (che Cina non è!) e per i panorami e la
gente dello Xinjiang, la Cina sarebbe davvero un disastro. I cinesi
sono davvero tremendi. Sì, non ne possiamo davvero più.
E' anche ormai chiaro che siamo stanchi. Io vado avanti sulla scia
del mio entusiasmo e del fatto che questi luoghi, comunque, me li
sono davvero sognati per una vita. Ma qui sono tante le cose che
vorrei ancora fare e che non abbiamo il tempo di vedere, o che non
abbiamo in programma, o che non abbiamo potuto fare... La Karakoram
Highway integrale, certo, ma anche il trekking al campo base del
K2. O salire il Muztagh Ata. Per non parlare del Pakistan intero,
a iniziare dal Nanga Parbat e dalla risalita del Baltoro... Quante
cose ancora vorrei fare in questa regione. E quanti anni dovranno
passare prima che si riesca a tornarci?
Comunque, anche lo Xinjiang volge dunque al termine. Ed è
volato via tutto sommato. Il tempo sta davvero correndo ora...
Nota: siamo di nuovo abbronzatissimi!
28 agosto 2002, 118° giorno di viaggio,
22:00 (Unofficial Xinjiang Time,
GMT+6)
Kashgar, Qinibagh Hotel
Sveglia alle 7:30, partenza alle 9:00. Si torna indietro a Kashgar.
La giornata è un po' stupida, nuvolosa, ma questo rende stranamente
la luce più bella di quella del viaggio di andata. Ne consegue
che di nuovo partono centinaia di foto e questa tappa di ritorno,
che pensavamo di dormire interamente, è davvero più
bella ed entusiasmante di quella dell'andata.
Le montagne sono bellissime, ancorché incappucciate, e limpidissime.
Il Muztagh Ata è tenebroso e coperto. Enormi ghiacciai, che
non avevamo notato all'andata, scendono fino a poche centinaia di
metri dalla strada. I panorami della KKH sono davvero fantastici
e il Pamir cinese è oltre le aspettative.
Nuova sosta al Karakul, dove il nostro pazzo autista smonta una
sospensione e la butta nel baule!!
Il canyon del Ghez River è molto più colorato dell'andata,
grazie alla luce pomeridiana. Sosta ad Upal per pranzo verso le
15:30. Incrociamo gli autobus che vanno in Pakistan... no comment.
Alle 17:00 siamo a Kashgar, ma prima di andare all'hotel facciamo
una deviazione per andare alla tomba di Abakh Hoja, una specie di
piccolo Taj Mahal tutto a piastrelle colorate. Abbastanza interessante.
E con questo abbiamo definitivamente esaurito Kashgar.
All'hotel c'è Dolkun ad aspettarci. Insomma, bisogna riconoscere
che la sua organizzazione familiare privata è stata eccezionale.
Finalmente una doccia vera e un po' di relax. Finiamo il pomeriggio
ad evadere la posta su Internet e poi al solito John's Café.
Qui finisce anche la nostra Cina, questa volta davvero. Domani entriamo
in Kyrgyzstan, la prima tappa veramente "verso casa" ed
anche, "ufficialmente", nei Paesi dell'Asia Centrale.
Onestamente, di Cina e cinesi non se ne poteva veramente più,
ma è anche vero che lasciare definitivamente questo Paese
significa che ormai siamo sulla rotta di casa...
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dal 22/8 al 25/8 |
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