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ASIA OVERLAND 2002

In questa pagina abbiamo cercato di rispondere alle domande più comuni che ci vengono rivolte circa la realizzazione di questo viaggio ed al modo in cui ci siamo preparati per questa esperienza. Altre risposte di ordine più esistenziale si trovano nella pagina dedicata alle motivazioni che sono state alla base di questo progetto.

Indice delle domande:

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Risposte:

Q.: Perché avete scelto proprio l'Asia per il vostro viaggio?
A.: Avevamo due progetti nel cassetto, uno in Africa ed uno in Asia, i due continenti che più si prestano a lunghi viaggi overland. L'Europa era esclusa per ovvi motivi e l'America perché, seppure in modo differente, la conoscevamo entrambi bene. Una traversata dell'Oceano Pacifico avrebbe infine richiesto molto più tempo e denaro.
La scelta finale è caduta sull'Asia in considerazione di due fattori chiave: il periodo ed il budget a disposizione.
Il periodo di viaggio, da maggio ad ottobre, calzava perfettamente con le stagioni e le fasce climatiche che avremmo attraversato nel corso dell'itinerario previsto in Asia, a parte una breve tratta in Nepal durante il monsone. In Africa, al contrario, sulla base della rotta che avevamo pianificato, avremmo attraversato tutta la fascia del Sahara meridionale proprio durante l'estate, ed almeno altri tre Paesi durante la stagione delle piogge.
Da un punto di vista economico, il progetto in Africa sarebbe stato più costoso di quello in Asia. Infatti, mentre in Asia potevamo far conto su diversi mezzi per spostarci (treni, autobus, ecc.), al contrario per gran parte dell'itinerario che avevamo ipotizzato in Africa avremmo dovuto noleggiare una Land Rover ed essere completamente autonomi ed autosufficienti, cosa che, oltre ad essere poco prudente da un punto di vista strettamente logistico, sarebbe venuta a costare assai di più.

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Q.: Quanto tempo avete impiegato per preparare il vostro viaggio e cosa avete organizzato in anticipo?
A.: Dal momento in cui abbiamo iniziato a lavorare davvero al progetto, al momento della partenza, sono trascorsi circa tre mesi. In realtà va considerato che, dovendo ovviamente continuare le nostre attività professionali durante la settimana, il tempo dedicato allo studio ed alla preparazione del viaggio è stato concentrato nelle serate e nei weekend.
La preparazione del viaggio è consistita soprattutto nel decidere, almeno a grandi linee, la rotta da seguire (cfr. domanda successiva) e nel capire cosa portare e come trasportarlo. Oltre a ciò, abbiamo dovuto pianificare un budget, organizzare la gestione delle normali scadenze a casa durante i mesi in cui saremmo stati in viaggio, occuparci dei visti consolari necessari fin dalla partenza (Bielorussia, Russia, Mongolia e Cina), procurarci le lettere di invito per richiedere altri visti nei mesi successivi (ad esempio, Uzbekistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan), e in generale cercare di anticipare quelle che sarebbero state le eventuali noie burocratiche che avremmo dovuto affrontare, in modo da essere preparati al momento opportuno.
Da Milano abbiamo acquistato tutti i biglietti per i treni fino a Mosca, rivolgendoci all'ufficio delle ferrovie tedesche (DB), ed il biglietto per la Transiberiana attraverso un sito Internet. In particolare, il biglietto per la Transiberiana ci è servito per riuscire ad ottenere il visto russo senza la sponsorizzazione di un'agenzia viaggi.
Sempre via Internet, abbiamo prenotato gli alberghi a Minsk (necessario per avere la lettera di invito per richiedere il visto bielorusso), a Mosca e ad Ulaan Baatar (stesso motivo) e a Pechino (a quel punto sapevamo già, più o meno, in che giorno saremmo arrivati, con uno scarto possibile di sole 48 ore).
Infine, ancora una volta utilizzando Internet, abbiamo trovato e contattato l'agenzia in Mongolia (Blue Sky Travel) che ci ha organizzato la traversata del Paese in fuoristrada, soprattutto la parte nel deserto di Gobi. Abbiamo deciso di pianificare specificatamente questa tratta in anticipo, affidandoci ad un'agenzia locale, per essere certi di riuscire ad attraversare alcune zone specifiche della Mongolia, senza aggregarci ad un tour organizzato e sulla base di un itinerario studiato in prima persona con la collaborazione di qualcuno esperto dei luoghi che ci facesse anche da guida (condizione praticamente indispensabile in Mongolia). La scelta si è rivelata ottima.

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Q.: Come avete deciso il percorso da seguire?
A.: Abbiamo studiato il percorso sulla base di una logica abbastanza semplice, ossia concatenare le grandi vie dell'Asia. Da ovest ad est l'itinerario più ovvio è la Transiberiana. La Via della Seta è la rotta più famosa da est ad ovest che passi per l'Asia Centrale ed il Medio Oriente. Le tratte "mancanti" sono perfettamente coperte dalla Friendship Highway in Himalaya e dalla Karakoram Highway, probabilmente le due grandi vie terrestri più belle e famose del mondo.
Da un altro punto di vista, questa rotta collega perfettamente alcuni di quelli che erano nostri grandi sogni nel cassetto: la Siberia, il Tibet, l'Everest, il Karakoram, Samarcanda, l'Iran. Tanti singoli viaggi che sognavamo da tempo di fare e che ora potevamo concatenare in un unico grande viaggio.
Oltre alla rotta principale, avevamo comunque studiato, almeno a grandi linee, altri due percorsi alternativi. Siamo infatti partiti nel bel mezzo della guerra in Afghanistan e dell'escalation fra India e Pakistan, senza contare il fatto che avevamo davanti a noi l'incognita del monsone in Tibet che poteva rendere impercorribile la Friendship Highway, almeno a livello teorico. Era dunque necessario prevedere deviazioni all'ultimo momento dal nostro percorso base dovute agli eventi che potevano capitare lungo la strada.
In particolare, il nostro problema era soprattutto la tratta fra Lhasa, in Tibet, e Kashgar nello Xinjiang. Il piano originale prevedeva di coprire questa tratta passando per la Friendship Highway fino a Kathmandu, proseguendo poi per l'India, il Pakistan, la Karakoram Highway, e rientrando in Cina attraverso il Kunjerab Pass.
Una seconda possibilità, nel caso non fosse stato possibile passare per Nepal e/o India e/o Pakistan, prevedeva di affrontare la lunga strada himalayana che attraversa tutto il Tibet collegando direttamente Lhasa a Kashgar. Al tempo della nostra partenza, però, questa strada sembrava ancora chiusa agli stranieri, oltre che molto difficile da affrontare.
Una terza possibilità prevedeva l'attraversamento della Cina passando a nord invece che a sud, saltando quindi sia il Tibet, sia il subcontinente indiano, per arrivare a Kashgar direttamente proveniendo da Urumqi.
Dal momento in cui siamo arrivati a Pechino, abbiamo valutato giorno per giorno il da farsi, sulla base delle informazioni che leggevamo sui giornali e su Internet.

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Q.: Come avete fatto con il vostro lavoro?
A.: Abbiamo messo insieme tutte le ferie che avevamo a disposizione ed abbiamo chiesto aspettativa alle rispettive aziende per i mesi rimanenti. Fermo restando che se nessuno dei due fosse riuscito ad ottenere il periodo di aspettativa il progetto sarebbe quasi certamente naufragato, la domanda alla quale però dovevamo essere preparati a rispondere era: "Che accade se uno dei due ottiene l'aspettativa e l'altro no?". Ci siamo sempre detti che saremmo stati entrambi pronti, nel caso e ciascuno per parte propria, a dare le dimissioni. L'importante era che almeno uno dei due avesse il lavoro garantito al ritorno.
In realtà, siamo molto felici di non essere stati davvero messi alla prova...

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Q.: Quanto costa fare un viaggio simile?
A.: Questa è forse la domanda che più volte ci è stata rivolta. E' difficile dare una risposta definitiva ed univoca. Possiamo dire con certezza che a noi è costato meno che comprare un'automobile nuova di media cilindrata. A questi soldi vanno comunque aggiunti gli stipendi ai quali abbiamo dovuto rinunciare durante i mesi di aspettativa.
Nella cifra stimata è compreso *tutto*. Quindi, sono compresi i 300 rullini di fotografie ed il relativo sviluppo, il costo dei visti, il costo delle spedizioni a casa, con i vari corrieri, di tutto quello che abbiamo acquistato in giro per l'Asia, e tutto quello che pur non essendo un costo specifico del viaggio, è stato comunque un costo che ne è derivato, prima, durante e dopo. Ad esempio, i due grandi tappeti che ci siamo regalati in Turkmenistan.
Detto questo, è un viaggio che può costare 5.000 Euro o 50.000. Dipende da cosa si vuole fare, come lo si vuole fare e quanto si è disposti a sacrificarsi. l'Asia è un continente che offre un'infinita varietà di soluzioni per dormire, mangiare e spostarsi. Si può vivere con niente o nel lusso più sfrenato. Anche se, ovviamente, non tutti i Paesi che abbiamo attraversato hanno lo stesso costo della vita, in generale è però vero che è possibile muoversi in Asia in modo molto economico.
Noi ci siamo concessi, quando possibile, delle buone comodità, anche perché quando si viaggia a lungo ed in luoghi difficili, mediamente almeno una volta al mese il bisogno di un luogo che assomigli il più possibile a casa propria si fa sentire. E quindi, appena possibile, qualche bell'albergo ce lo siamo concessi, soprattutto dopo la Mongolia e dopo il Tibet. Inoltre, potendo, abbiamo sempre preferito mezzi di spostamento che ci garantissero la maggior autonomia possibile, ossia il potersi fermare quando e dove volevamo, e per quanto tempo desideravamo. Questo ha voluto dire noleggiare spesso l'auto. Ovvio che utilizzando i mezzi pubblici locali si spende molto meno.

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Q.: Che tipo di esperienze precedenti richiede un viaggio simile e dove avete reperito tutte le informazioni necessarie?
A.: Avevamo qualche esperienza di brevi viaggi overland attraverso frontiere non troppo frequentate dal turismo classico sia in Indocina, sia in Medio Oriente. Queste esperienze ci sono servite più che altro per prendere le misure e capire che potevamo affrontare un viaggio così da soli senza alcun timore. Inoltre, fra tutti e due avevamo ormai alle spalle altri sei viaggi in Asia, anche se in realtà non riteniamo questo fattore determinante nel bagaglio di esperienza necessaria.
Le fonti che abbiamo utilizzato sia per prepararci, sia nel corso del viaggio, sono state soprattutto Internet e i volumi della Lonely Planet. Su Internet si trovano tantissime informazioni utili e diari di viaggio di persone che hanno affrontato come noi questa ed altre rotte. In particolare, il forum di discussione della Lonely Planet (Thorne Tree) è una miniera inesauribile di informazioni preziosissime ed è aggiornato quotidianamente da tutti i viaggiatori in giro per il mondo. Noi stessi lo abbiamo alimentato e ce ne siamo serviti molto spesso proprio durante il nostro viaggio, confrontandoci con altri ragazzi che stavano seguendo la nostra rotta.

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Q.: Come avete fatto per portarvi dietro tutti i soldi necessari?
A.: Ci siamo affidati ad una combinazione di soluzioni. Di solito partiamo con pochissimo cash ed utilizziamo le carte di credito, anche per i prelievi, ma in questo caso sapevamo che per gran parte del viaggio non avremmo potuto utilizzarle. Le carte di credito sono di fatto inutili in Mongolia fuori da Ulaan Baatar, in buona parte della Siberia, spesso in Cina, in Tibet ed in Iran. La Visa (ma non le altra carte) è abbastanza diffusa in Asia Centrale (Kyrgyzstan, Kazakhstan, Uzbekistan), mentre in India ed in Nepal non c'è alcun problema e sono accettate e diffusissime tutte le carte internazionali, che possono essere utilizzate quasi dovunque e per qualunque tipo di transazione.
Siamo dunque partiti con circa 2000 dollari americani in banconote di medio taglio, molto utili nei Paesi della CSI ed in Mongolia, che al tempo del nostro viaggio utilizzavano nelle transazioni con i turisti più il dollaro delle valute locali (Nota: dal 2003 l'euro ha sostituito quasi del tutto il dollaro nelle transazioni anche in questi Paesi, per cui è possibile partire direttamente con euro invece che dollari).
Oltre ai dollari in banconote, siamo partiti con traveller cheques, sempre in dollari, a sufficienza per coprire le spese almeno fino a Pechino. I Traveller Cheques (che non amiamo molto) hanno il vantaggio di essere sicuri e di essere accettati dalle banche principali delle grandi città. Ce ne siamo quindi serviti a Mosca e ad Ulaan Baatar.
Da Pechino in poi abbiamo fatto rifornimento con le carte di credito ogni volta che abbiamo sostato in una grande città. In questo caso, più che il prelievo dalle macchine ATM, abbiamo utilizzato il prelievo diretto agli sportelli delle banche.
La nostra soluzione comporta ovviamente la necessità, prima di partire, di coprire a sufficienza il conto corrente sul quale sono appoggiate le carte di credito.
Molto utile è stato anche il poterci collegare via Internet sia alle nostre banche, sia ai siti delle nostre carte di credito, in modo da poter sempre tenere sotto controllo la contabilità di viaggio (e quella di casa, che nel frattempo andava avanti...).
Nota: relativamente all'argomento cambio in nero / cambio ufficiale, ecc, la casistica è così vasta che rimandiamo al diario di viaggio, dove tutte le informazioni necessarie sono via via riportate, Paese per Paese.

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Q.: Che problemi avete avuto durante il viaggio e quali situazioni pericolose vi è capitato di affrontare?
A.: Questa è un'altra delle classiche domande che ci vengono rivolte. La risposta è sempre la stessa: nessun pericolo, nessun problema grave, nessun momento di panico. Qualche volta ci capita anche di rispondere osservando che, se ci si sofferma a pensare razionalmente, non esiste alcuna ragione razionale per cui viaggiare, ad esempio, in Cina, debba essere più "pericoloso" che in Italia! Questo vale per quasi qualunque Paese al mondo, almeno per quelli che non si trovano in uno stato di guerra. Ancora, a coloro che ci fanno osservare che abbiamo attraversato l'Asia Centrale durante la guerra in Afghanistan, o l'India durante la guerra in Kashmir, o il Nepal durante la guerriglia contro i rivoluzionari maoisti, facciamo sempre notare che abbiamo anche vissuto in Italia durante gli anni '70 e durante la guerra nella ex-Yugoslavia. E, checchè se ne possa pensare, il paragone calza a pennello.
Detto questo, abbiamo affrontato molti problemi, ma di altra natura. Non dovuti, insomma, ai nostri incontri con le popolazioni locali.
Viaggiare in Mongolia è fisicamente molto faticoso e mette a dura prova. In Cina abbiamo incontrato molte difficoltà di adattamento alla cultura locale e di comunicazione. Il Tibet è un altro Paese fisicamente molto faticoso e che richiede anche molta attenzione da un punto di vista igienico ed alimentare. In Nepal ed in India abbiamo avuto problemi con il clima e di salute (probabilmente dovuti alla nostra permanenza in Tibet), peraltro egregiamente curati dai medici locali che, contrariamente a quanto si può pensare, studiano quasi tutti all'estero e sono perfettamente preparati. In Asia Centrale abbiamo semplicemente utilizzato le solite precauzioni che usiamo tutti quotidianamente per cercare di non farci fregare soldi e/o farci truffare. In Iran abbiamo avuto qualche problema a difenderci, se così si può dire, dall'eccessiva ospitalità della gente locale. E' un problema?
Infine, abbiamo degnamente chiuso la nostra esperienza, dopo sei mesi, ad Istanbul. Dove, finalmente, un tassista è riuscito a fregarci. E per giunta con un trucco che conoscevamo e che è pure citato sulla Lonely Planet.
Morale: mai abbassare la guardia, come quando si gira in metropolitana a Milano in ora di punta.
Vorremmo aggiungere una nota per rispondere a tutti coloro che pensano (e ci chiedono): "E se per caso succede qualcosa?"
La nostra risposta, in questo caso, è: "Ma cosa (che non possa succedere anche in Italia)???". Nessuno ce lo ha ancora spiegato bene...

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Q.: Qual è il luogo più bello che avete visitato e quale quello che vi è piaciuto meno?
A.: Carlo: Tibet senza dubbio. A ruota, Karakoram Highway e Mongolia. Le esperienze più belle della mia vita. Emanuela: Kyrgyzstan, Tibet, Mongolia e quel poco di Iran che siamo riusciti a vedere.
In generale, ci ha molto deluso tutta la Cina "cinese" e non ci è piaciuta Delhi. Anche sul mitico Taj Mahal, tutto sommato, avremmo qualcosa da dire.

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Q.: Come vi siete organizzati con il bagaglio?
A.: Avevamo due sacche, due zaini e due zainetti. Per questo viaggio non è stato molto semplice applicare la regola del poco bagaglio, quasi niente, tanto si trova tutto il necessario lungo la strada.
Nelle sacche era contenuta tutta l'attrezzatura "tecnica", che comprendeva circa 300 rullini fra diapositive e negativi (soprattutto le diapositive sono quasi impossibili da trovare nella maggior parte dei Paesi che abbiamo attraversato, ed in ogni caso va considerato il problema legato alla qualità delle pellicole), sacchi a pelo, giacche di piumino, scarponi, farmacia (assai varia e completa), guide (siamo partiti con alcune Lonely Planet soltanto, altre le abbiamo comprate lungo la strada), ecc.
Negli zainetti era contenuta soprattutto l'attrezzatura fotografica (due macchine reflex, obiettivi, videocamera, ecc.) ed i generi di prima necessità. Negli zaini il minimo indispensabile per vestirsi e lavarsi, tenendo conto che avremmo attraversato ogni genere di fascia climatica, dai deserti in estate, ai cinquemila metri dell'Himalaya durante il monsone.
Abbiamo scommesso nel non portarci la tenda, ed abbiamo avuto ragione. Siamo riusciti a trovare una sistemazione per dormire ovunque, compreso il campo base dell'Everest.
Dopo l'attraversamento dell'Himalaya, del Karakoram e del Pamir, quando ormai davanti a noi avevamo solo deserti e pianure, abbiamo spedito a casa una sacca intera con tutto il materiale pesante diventato superfluo. In generale, comunque, ogni volta che sostavamo in qualche grande città, spedivamo a casa le cose che non ci servivano più, insieme con tutto quello che compravamo e raccoglievamo lungo la strada (ricordi, sassi, libri, oggetti di artigianato, ecc.). Per le spedizioni ci siamo serviti praticamente di tutti i corrieri espresso internazionali: DHL, TNT, UPS, Fedex - va detto a tal proposito che DHL è quello con cui ci siamo trovati meglio in assoluto e con il quale abbiamo avuto meno problemi doganali. In un caso, dall'India abbiamo utilizzato anche il servizio EMS che segue le poste tradizionali. Merita sicuramente una nota il fatto che le spedizioni a casa hanno rappresentato senza dubbio la spesa più consistente del nostro budget.
Un'ultima annotazione: abbiamo utilizzato i corrieri espresso anche, e soprattutto, per spedire a casa le pellicole fotografiche già impressionate. Mediamente, abbiamo fatto una spedizione al mese. Ciò è stato necessario per preservare le pellicole, farle sviluppare rapidamente e non sottoporle inutilmente allo stress di mesi di viaggio in condizioni climatiche spesso difficili, oltre, naturalmente, ad alleggerire via via il nostro bagaglio.

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Q.: Come avete fatto con i visti necessari per entrare nei Paesi che avete attraversato?
A.: Procurarsi i visti consolari necessari è sicuramente stata la questione più complicata da risolvere e quella per la quale abbiamo studiato maggiormente. In generale, ci siamo procurati in Italia solo quelli indispensabili per la prima parte del viaggio e che era possibile ottenere senza eccessive complicazioni: Bielorussia, Russia, Mongolia e Cina, oltre al visto indiano che il consolato di Milano rilascia immediatamemente con sei mesi di validità.
Uno dei fattori da considerare è che la maggior parte dei visti consolari ha una validità dalla data di emissione entro la quale il visto deve essere utilizzato. Inoltre, il rilascio di molti visti è vincolato all'indicazione delle date esatte di entrata ed uscita dai Paesi per i quali quegli stessi visti vengono richiesti. Queste due condizioni rendono impossibile, per viaggi di lunga durata, la regolarizzazione dei visti consolari prima della partenza.
Ci siamo così procurati tutti i visti che ci mancavano via via durante il viaggio, rivolgendoci alle ambasciate dei vari Pesi nei luoghi dove ci trovavamo, e procedendo un po' per tentativi.
In particolare, abbiamo ottenuto il visto per il Pakistan e quello per il Kyrgyzstan a Pechino, quello per il Tibet a Golmud, quello per il Nepal a Lhasa, quelli per l'Iran e per il Kazakhstan a Delhi, quello per l'Uzbekistan a Bishkek, quello per il Turkmenistan ad Almaty e quello per la Turchia direttamente alla frontiera.
Consigliamo di leggere a tale proposito il diario delle sezioni di viaggio relative, dove raccontiamo per filo e per segno tutte le trafile che abbiamo dovuto superare per il rilascio dei vari visti, e le schede dei singoli Paesi.

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Q.: Come avete fatto con le lingue e in che modo avete comunicato?
A.: La parola magica è "Phrasebook della Lonely Planet". Non amiamo fare pubblicità specifica per qualche pubblicazione in particolare, ma è un dato di fatto che le nostre ancore di salvezza sono stati i volumetti del russo, del cinese e quello dedicato alle lingue dell'Asia Centrale della nota collana australiana. Altre pubblicazioni analoghe che abbiamo trovato non sono affatto all'altezza di queste.
Va considerato che, lungo il nostro itinerario, l'inglese è un optional utile solo in Nepal, in India ed un po' in Iran. In tutta la CSI si parla praticamente solo russo, oltre ai dialetti locali. In Cina solo, ed eslusivamente, cinese, almeno in quella che abbiamo attraversato noi e con buona pace di tutti coloro che sostengono che in Cina l'inglese è utile. In Mongolia la fa da padrone ancora il russo, a meno di non conoscere il mongolo. In Tibet, naturalmente, si parla solo tibetano, o cinese se si è fortunati.
E' abbastanza fondamentale imparare a leggere il cirillico (cosa non difficile), possibilmente qualche ideogramma base (ne bastano una ventina), e qualche parola chiave di russo e di cinese.
In ogni caso, la prima regola indispensabile è sempre imparare i numeri nelle varie lingue locali, almeno da uno a dieci, il cento ed il mille: sia a leggerli, sia a scriverli, sia a pronunciarli, sia - anche - a indicarli con le dita. Ad esempio, il sistema di numerazione cinese con le dita è molto differente dal nostro!

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Q.: Un viaggio simile è un'esperienza faticosa o è una vacanza continua?
A.: E' un viaggio faticoso. Quando si viaggia per tanti mesi in posti spesso disagiati va tenuto conto che il fisico è sottoposto a stress continuo. Climi talvolta estremi, sbalzi di altitudine (in questo viaggio, da -150 a 5.300 metri) e di temperatura (da zero a quasi cinquanta gradi), alimentazione non controllata, igiene spesso precaria, sono tutti fattori che sulla distanza stancano.
In una vacanza normale di tre-quattro settimane è maggiore il riposo psichico rispetto allo stress fisico, ed una volta a casa si ritorna rapidamente ai propri ritmi quotidiani. In un viaggio itinerante di questo tipo va tenuto conto, almeno per persone medie come noi, che più o meno una volta al mese è necessario fermarsi per qualche giorno per concedersi qualche lusso in più e riposarsi davvero, lavarsi, mangiare bene, dormire, non fare nulla, altrimenti prima o poi il viaggio si trasforma in una inutile e faticosa maratona, Sembra magari una banalità, ma non lo è.
Inoltre, gli aspetti organizzativi, logistici, burocratici, ed i mille piccoli problemi che vanno risolti giorno per giorno, fanno sì che molto spesso, nel corso del viaggio, non si pensi affatto alla propria condizione come ad una vacanza, ma piuttosto ci si svegli presto al mattino con una lunga lista di cose noiose da fare e di cui occuparsi. Questa è stata forse la cosa più difficile da far comprendere a chi stava a casa e seguiva il nostro viaggio da lontano attraverso le lettere che scrivevamo agli amici.
Con questo non vogliamo ovviamente dire che la nostra esperienza è equiparabile allo svegliarsi tutte le mattine per andare a lavorare, ma certamente che è faticosa sì. Del resto è faticoso anche scalare una montagna o compiere una qualunque impresa sportiva.

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Q.: Qual è l'esperienza più significativa che avete riportato a casa?
A.: Sono due gli aspetti che ci piace sottolineare. Il primo è che, nonostante tanti anni di viaggi, ci siamo resi conto che forse avevamo sopravvalutato la nostra capacità di integrazione e di apertura mentale. In realtà, ci è capitato di fare molta fatica a superare il "gap" culturale in Cina ed in India, e questa è stata sicuramente una lezione importante che abbiamo appreso sul nostro spirito di adattamento. Adesso ci sentiamo inevitabilmente molto più preparati e "scafati", e certamente abbiamo imparato moltissimo sulle infinite sfumature dell'animo umano proprio grazie al continuo ed incessante bombardamento culturale e di novità al quale siamo stati sottoposti per sei mesi di seguito.
L'altra esperienza che, crediamo, ci ha inesorabilmente trasformato e che certamente non dimenticheremo mai più è stata quella che chiamiamo la "consapevolezza del proprio tempo". E' una sensazione che non ha a che fare necessariamente con il tipo di viaggio, con l'itinerario, o con le cose belle o brutte che abbiamo visto.
E' la sensazione assoluta di poter disporre, totalmente e senza riserve, del proprio tempo, ogni giorno, dal momento del risveglio al momento di addormentarsi, per mesi e mesi.
Quasi tutti noi viviamo una nostra quotidianità regolata da eventi e cose che dobbiamo fare per forza e che inevitabilmente subiamo, che ci servono per vivere, che non ci fanno crescere dentro, nè ci arricchiscono come persone, ma che ci danno da mangiare, ci permettono di vivere inseriti nel nostro contesto sociale, ci consentono di mandare avanti la nostra vita il più possibile al riparo dagli imprevisti. Il lavoro innanzitutto, per quanto ci possa piacere, è un dovere sociale e una necessità per la quale, spesso, alla sera ci addormentiamo senza avere avuto il tempo di fare mille altre cose che al contrario ci sarebbe piaciuto fare. E spesso non riusciamo neanche a staccare del tutto la testa durante le ferie, ma abbiamo giusto il tempo di riprendere fiato.
Noi abbiamo avuto il privilegio di poter staccare davvero. Di poterci dimenticare di ogni cosa. Di vivere, per 167 giorni consecutivi, al di fuori di qualunque contesto sociale al quale dovessimo qualcosa. Di svegliarci alla mattina ed avere tutta la giornata davanti a disposizione per noi stessi, per occuparci di cose che ci arricchissero come persone, che ci piacesse *davvero* fare, di fronte alle quali non esistesse per noi un modello alternativo possibile di vita, ma che rappresentassero esattamente, in quell'istante ed in quel luogo, quello che per noi è vivere.
E di poterci addormentare ogni sera, per 166 notti consecutive, senza conti in sospeso con noi stessi e felici della giornata, sempre piena di eventi ed avvenimenti, che avevamo appena vissuto.

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