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ASIA OVERLAND 2002

ASIA OVERLAND 2002: COME E' NATO, PERCHE' E' NATO

Poco prima dell'alba del 16 ottobre 2002 rientravamo in Italia alla frontiera di Trieste, provenienti da Bucarest. Avevamo lasciato Milano in treno 167 giorni prima, per coronare un progetto accarezzato a lungo: attraversare tutta l'Asia via terra, lungo un anello ideale che ci portasse dapprima verso oriente, passando dalla Russia, dalla Siberia e dalla Mongolia, per arrivare fino in Cina e tornare quindi indietro da Pechino attraversando il Tibet, il subcontinente indiano, l'Asia Centrale, l'Iran, la Turchia e l'Europa dell'Est.

Anche se giaceva nel cassetto ormai da anni, insieme ad un analogo progetto per l'Africa, avevamo iniziato a pensare davvero alla possibilità di realizzare questo itinerario solo un anno prima, nel corso di un viaggio in Indocina che ci aveva portato, sempre via terra, a percorrere un anello ridotto fra Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. Proprio a Bangkok avevamo comprato il libro che sarebbe diventato il vero primo mattone nella realizzazione del nostro sogno: "Asia, read this first!", una guida della Lonely Planet nella quale sono illustrate le principali rotte di attraversamento via terra del continente, i tempi medi di percorrenza ed i mezzi di trasporto utilizzati comunemente.
Quello che fino ad allora era stato solo un sogno nel cassetto, si materializzò immediatamente fra le pagine di quel libro: righe rosse e verdi attraversavano tutte le mappe dell'Asia, da ovest ad est e viceversa; percorsi, strade e ferrovie che da anni ci chiedevamo se fossero collegabili, all'improvviso si incastravano fra loro senza soluzione di continuità e permettevano di disegnare un anello perfetto, da Milano a Milano, che poteva offrire decine e decine di varianti e che toccava tutti i luoghi più famosi dell'Asia continentale.

Dalla Transiberiana alle steppe mongole, dal deserto di Gobi alla Grande Muraglia, dal Tibet al campo base dell'Everest ed alla traversata dell'Himalaya. E ancora, il Nepal e l'India, dal Taj Mahal alla mitica Karakoram Highway, dalla leggendaria oasi di Kashgar alla favolosa Samarcanda e alle impenetrabili repubbliche dell'ex-Unione Sovietica in Asia Centrale, giù fino in Iran ed in Medio Oriente, per rientrare infine a casa attraverso l'Europa dell'Est. Deserti, montagne, steppe infinite. Le cime più alte della Terra e le distese di sabbia più vaste del pianeta. Le grandi capitali d'Oriente, gli sperduti villaggi della Via della Seta, gli accampamenti nomadi dei discendenti di Gengis Khan. Il sogno poteva essere tradotto in realtà. Era lì davanti a noi.

Abbiamo scoperto che il nostro viaggio ha destato molta curiosità fra gli amici e i conoscenti, ma anche fra tutta la gente che casualmente è venuta sapere prima, durante e dopo, del nostro progetto. Nella pagina delle domande più frequenti abbiamo riassunto le risposte agli interrogativi più comuni che ci vengono rivolti di solito. E' però un dato di fatto che probabilmente le due domande immancabilmente ci vengono rivolte sono: "Ma perché non siete andati sei mesi alle Fiji" (ad esempio) e "Perché siete tornati", che fa il paio con "Ma perché non cambiate lavoro o non ne fate una professione".

Non è sempre facile rispondere in due parole a questi interrogativi, specialmente quando non ci vengono posti in termini di una battuta. La prima domanda è la più facile: sei mesi alle Fiji non sono un'esperienza, almeno per noi. Sono una vacanza. Il nostro viaggio non voleva essere una vacanza, ma un momento diverso della nostra vita, che ci arricchisse, ci desse l'opportunità di crescere e di aprirci nuovi orizzonti (i nostri orizzontintorno...). E, perché no: una pausa nella quale, davvero, avere anche il tempo di trovare le vere risposte alle altre due domande.

Siamo tornati perché i nostri veri progetti di vita non sono, almeno per il momento, di aprire un pub in Tibet. O forse perché non siamo capaci ancora di concepirlo davvero un progetto simile. O ancora, come diceva Reinhold Messner molti anni fa a chi gli poneva la stessa domanda, perché, per quanti viaggi possiamo fare, per quanto lontano possiamo andare, per quanto a lungo possiamo stare via, casa nostra è sempre qui, e qui è la nostra vita. Almeno per ora.

La risposta più ovvia è all'ultima domanda. Non cambiamo lavoro e non trasformiamo la nostra esperienza e il nostro amore per i viaggi in una professione semplicemente perché quella professione non esiste, o quanto meno noi non abbiamo ancora capito quale professione sia.
A noi non piace affatto l'idea di fare gli accompagnatori turistici, nè di mandare in vacanza altra gente. A noi piace viaggiare in prima persona e, per di più, in modo completamente autonomo e senza vincoli e schemi. E quindi, che mestiere potremmo fare su queste basi? Se esistesse, e se fosse sufficiente a garantirci il necessario per coltivare tutti gli altri nostri progetti (che non sono solo fatti di viaggi), forse potremmo fare i "consulenti di viaggio". Ma al momento questa sembra un'attività piuttosto utopistica.
Il mercato del turismo (e quelli correlati della fotografia, del giornalismo di settore, ecc.) è del tutto saturo, e di Turisti per Caso ne esistono già due: bravi coloro che ci hanno pensato per primi. La verità è che Turisti per Caso ne esistono a migliaia in giro per il mondo, ma ciò che conta è avere l'idea giusta per primi, appunto.

Magari la prossima volta andremo davvero sei mesi alle Fiji. E magari non torneremo davvero, perché un conto è tornare a casa dopo essere stati a zonzo per l'Asia Centrale, ma una volta piazzati su una spiaggia delle Fiji, chi ci schioda più?
Magari, invece, riusciremo finalmente a realizzare anche l'altro progetto che abbiamo per l'Africa.

Quello che è certo è che, prima o poi, ci sarà un nuovo grande viaggio. Foss'anche fra vent'anni, noi scommettiamo che saremo lì con gli zaini pronti e le Nikon cariche...

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