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ASIA OVERLAND 2002

Emanuela Gris
emanuela@orizzontintorno.com

Bolzanina, ho vissuto le prime avventure sotto le cime rosa delle Dolomiti, nei boschi a caccia di funghi e con un orecchio teso ad ascoltare picchi e scoiattoli, tra luci ed ombre di betulle e conifere, immersa negli odori di terra umida e pascoli d'alta quota.
Il fruscìo di un bosco vivo e libero, il gorgogliare dell'acqua gelida dei torrenti, i bagliori del sole sulla mica dei sassi, la quiete di un maso la sera; il freddo, la neve, il bianco abbagliante, i primi sci, le gare di pattinaggio artistico su ghiaccio, la sfida ad andare sempre più in là su laghi ghiacciati: il trasferimento nelle pianure trevigiane non ha alterato di una virgola la mia passione per i balconi fioriti, il legno delle case, i profumi della cucina tirolese.

Dopo il liceo scientifico mi sono buttata prosaicamente sulla facoltà di Economia e Commercio. Eleggendo però Venezia a mia sede di scorribande... Milano poteva ancora aspettare. Nel frattempo avevo chiuso un capitolo (quattordici anni di danza classica) e ne avevo, un po' alla volta, aperto un altro: le fughe estive all'estero.

Classiche vacanze studio in college e poi i primi passi indipendenti nel Regno Unito e negli USA prima dell'"anno di naja" losangelino, in cui ho completato gli esami a UCLA.
Ho vissuto il paradiso dello studente, le meraviglie del lontano west, la luce implacabile del deserto, le tipiche lotte contro chi crede che buttare il sale per la pasta provochi un attacco cardiaco, le tentazioni culinarie e l'efficienza di mamma America, le follie del Nevada e i vuoti della Death Valley e dei borghi dentro alle metropoli.
Come tutti, sono tornata frastornata, ingrassata, arrabbiata contro le inefficienze italiche e le nebbie padane. Ma stanca di individualismo e desiderosa di contatti più mediterranei.

Dopo una tesi infinita, le prime esperienze lavorative e un MBA americano, sono planata a Milano. Ed ecco che conosco Carlo, genovese alpinista. Siamo stati colleghi quanto basta per capire che eravamo fatti per fuggire insieme e diventare complici di avventure fino a quel momento improbabili.
Fotografiamo cose diverse, scriviamo in modo opposto, ci raccontiamo man mano il nostro viaggio e quando riapriamo la porta di casa ci lanciamo insieme ad infilare le nuove bandierine sul planisfero per poi contemplarlo alla ricerca delle nostre prossime destinazioni.

In viaggio, l'attività principale di questa ex bimba silenziosa è sempre la stessa: osservare.
L'ospitalità araba e persiana, la relatività globale dei concetti di tè e caffè, quel tanto di russo per sopravvivere in metà Asia, i rimbalzi contro la chiusura cinese e il modo di fare business in India, l'andamento degli alisei e le conchiglie generose degli oceani, piatti nuovi con spezie sconosciute, gli sguardi della gente, le sfumature di fisionomie e lingue, i diversi modi di indossare un foulard o di acconciare i capelli, i metodi di contrattazione con i tassisti, le sugose angurie delle oasi, i datteri zuccherini e le noci di cocco in cui infilare una cannuccia.
Le frontiere dell'ex URSS, i corpi di chi salta su vecchie mine in Indocina, piccoli uomini e donne armati di pala e coperti di poco ai bordi di nuove strade cinesi, cani-bambini-anziani sulla strada che attraversa un villaggio messicano uyghuro nepalese, niente scarpe ai piedi di un pastore a cinquemila metri, sessanta chili sulle spalle di un giovane portatore sotto la pioggia.

Basta spegnere la tv e prendere un treno a Milano Centrale insieme a Carlo.

Carlo Paschetto
carlo@orizzontintorno.com

"Per viaggiare bisogna avere un metro, una misura. Altrimenti sono solo spostamenti". Non è mia, non ricordo di chi è, ed è assai vera.

Il sospetto di spostarmi, molto più della sensazione di riuscire davvero a viaggiare, me lo porto sempre addosso e mi accompagna ogni volta che mi trovo di fronte al check-in di un aeroporto. Mi capita spesso di pensare che dovrei forse iniziare a lasciare a casa la macchina fotografica (o meglio, dovrei dire, "le" macchine fotografiche...), per viaggiare meno con gli occhi dentro a un obiettivo e più dentro alla gente che incontro.
In ogni caso, che di spostamenti o di viaggi si tratti, me ne vado a zonzo per questo straordinario pianeta da quasi sempre, complice anche il fatto di essere nato (a proposito, a Genova, nel 1965) in una famiglia ben poco sedentaria.
I primi "colpi" degni di nota messi a segno senza la compagnia di Papà e Mamma, sono stati una piccola spedizione autonoma alle Isole Svalbard nel 1987, insieme ad un amico, ed una Patagonia in solitaria per oltre due mesi, in pieno inverno australe, nel 1990.


Appassionato alpinista, perennemente dilettante, con in tasca il sogno di salire un 8000 da quando ho iniziato a sognare, i miei primi viaggi non potevano che essere accomunati dal filo conduttore del clima freddo. Scandinavia in lungo e in largo, regioni artiche, Terra del Fuoco. Finché non ho messo, per caso, piede nel Sahara. E' da allora che ho scoperto di amare più il sole della pioggia, e che il caldo ben si concilia con una pigrizia latente che, tutto sommato, fa parte integrante del mio bagaglio di viaggiatore.

La faccenda dei viaggi, peraltro, negli ultimi anni è andata complicandosi, un po' per colpa di un lavoro che certo non facilita la routine e la stazionarietà ed un po' a causa del destino, che ha curiosamente incrociato la mia strada senza meta con quella di Emanuela, zingara per vocazione, poliglotta per hobby. Il caso ha voluto che io ed Emanuela condividessimo anche la passione per le medesime mete: tutte, dovunque e comunque. Poiché in due contiamo oltre 120 Paesi, nel dubbio, in viaggio di nozze siamo andati solo tre giorni a Venezia.

Ex-dirigente di multinazionali americane, attualmente consulente free-lance, coltivo con la mia socia di viaggi e di vita l'inguaribile sogno di mollare davvero e definitivamente tutto e di partire. Non per un viaggio, ma per "Viaggiare".

Ho scritto e scrivo talvolta di viaggi, e ho pubblicato fotografie su riviste specializzate e su libri scolastici. Non sono mai (o ancora?) riuscito a farne una professione, pur sapendo che è ben in questo modo che vorrei guadagnarmi da vivere da grande.

Sono socio del CAI dal 1981, sostenitore di Emergency, le cui missioni rappresentano il mio ideale assoluto di "Viaggio" nel mondo di oggi, e del CIGV.

Pur essendomi staccato dal suolo quasi trecento volte, alcune delle quali grazie alla complicità di compagnie aeree dall'affidabilità imbarazzante, ho il terrore di volare. Viaggio anche con la paura degli autobus affollati, degli insetti, degli ascensori e di quasi tutti gli ambienti chiusi e dei mezzi di spostamento che non guido personalmente.

Emanuela sopporta pazientemente, conscia del fatto che comunque, senza alcun dubbio, non smetterei mai di partire per niente al mondo. Soprattutto con lei.

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