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Emanuela Gris
emanuela@orizzontintorno.com
Bolzanina, ho vissuto le prime avventure sotto le cime rosa delle
Dolomiti, nei boschi a caccia di funghi e con un orecchio teso ad
ascoltare picchi e scoiattoli, tra luci ed ombre di betulle e conifere,
immersa negli odori di terra umida e pascoli d'alta quota.
Il
fruscìo di un bosco vivo e libero, il gorgogliare dell'acqua
gelida dei torrenti, i bagliori del sole sulla mica dei sassi, la
quiete di un maso la sera; il freddo, la neve, il bianco abbagliante,
i primi sci, le gare di pattinaggio artistico su ghiaccio, la sfida
ad andare sempre più in là su laghi ghiacciati: il
trasferimento nelle pianure trevigiane non ha alterato di una virgola
la mia passione per i balconi fioriti, il legno delle case, i profumi
della cucina tirolese.
Dopo il liceo scientifico mi sono buttata prosaicamente sulla facoltà
di Economia e Commercio. Eleggendo però Venezia a mia sede
di scorribande... Milano poteva ancora aspettare. Nel frattempo
avevo chiuso un capitolo (quattordici anni di danza classica) e
ne avevo, un po' alla volta, aperto un altro: le fughe estive all'estero.
Classiche vacanze studio in college e poi i primi passi indipendenti
nel Regno Unito e negli USA prima dell'"anno di naja"
losangelino, in cui ho completato gli esami a UCLA.
Ho vissuto il paradiso dello studente, le meraviglie del lontano
west, la luce implacabile del deserto, le tipiche lotte contro chi
crede che buttare il sale per la pasta
provochi un attacco cardiaco, le tentazioni culinarie e l'efficienza
di mamma America, le follie del Nevada e i vuoti della Death Valley
e dei borghi dentro alle metropoli.
Come tutti, sono tornata frastornata, ingrassata, arrabbiata contro
le inefficienze italiche e le nebbie padane. Ma stanca di individualismo
e desiderosa di contatti più mediterranei.
Dopo una tesi infinita, le prime esperienze lavorative e un MBA
americano, sono planata a Milano. Ed ecco che conosco Carlo, genovese
alpinista. Siamo stati colleghi quanto basta per capire che eravamo
fatti per fuggire insieme e diventare complici di avventure fino
a quel momento improbabili.
Fotografiamo cose diverse, scriviamo in modo opposto, ci raccontiamo
man mano il nostro viaggio e quando riapriamo la
porta di casa ci lanciamo insieme ad infilare le nuove bandierine
sul planisfero per poi contemplarlo alla ricerca delle nostre prossime
destinazioni.
In viaggio, l'attività principale di questa ex bimba silenziosa
è sempre la stessa: osservare.
L'ospitalità araba e persiana, la relatività globale
dei concetti di tè e caffè, quel tanto di russo per
sopravvivere in metà Asia, i rimbalzi contro la chiusura
cinese e il modo di fare business in India, l'andamento degli alisei
e le conchiglie generose degli oceani, piatti nuovi con spezie sconosciute,
gli sguardi della gente, le sfumature di fisionomie e lingue, i
diversi modi di indossare un foulard o di acconciare i capelli,
i metodi di contrattazione con i tassisti, le sugose angurie delle
oasi, i datteri zuccherini e le noci di cocco in cui infilare una
cannuccia.
Le
frontiere dell'ex URSS, i corpi di chi salta su vecchie mine in
Indocina, piccoli uomini e donne armati di pala e coperti di poco
ai bordi di nuove strade cinesi, cani-bambini-anziani sulla strada
che attraversa un villaggio messicano uyghuro nepalese, niente scarpe
ai piedi di un pastore a cinquemila metri, sessanta chili sulle
spalle di un giovane portatore sotto la pioggia.
Basta spegnere la tv e prendere un treno a Milano Centrale insieme
a Carlo.
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Carlo Paschetto
carlo@orizzontintorno.com
"Per viaggiare bisogna avere un metro, una misura. Altrimenti
sono solo spostamenti". Non è mia, non ricordo di chi
è, ed è assai vera.
Il sospetto
di spostarmi, molto più della sensazione di riuscire davvero
a viaggiare, me lo porto sempre addosso e mi accompagna ogni volta
che mi trovo di fronte al check-in di un aeroporto. Mi capita spesso
di pensare che dovrei forse iniziare a lasciare a casa la macchina
fotografica (o meglio, dovrei dire, "le" macchine fotografiche...),
per viaggiare meno con gli occhi dentro a un obiettivo e più
dentro alla gente che incontro. 
In ogni caso, che di spostamenti o di viaggi si tratti, me ne vado
a zonzo per questo straordinario pianeta da quasi sempre, complice
anche il fatto di essere nato (a proposito, a Genova, nel 1965)
in una famiglia ben poco sedentaria.
I primi "colpi" degni di nota messi a segno senza la compagnia
di Papà e Mamma, sono stati una piccola spedizione autonoma
alle Isole Svalbard nel 1987, insieme ad un amico, ed una Patagonia
in solitaria per oltre due mesi, in pieno inverno australe, nel
1990.
Appassionato alpinista, perennemente dilettante, con in tasca il
sogno di salire un 8000 da quando ho iniziato a sognare, i miei
primi viaggi non potevano che essere accomunati dal filo conduttore
del clima freddo. Scandinavia in lungo e in largo, regioni artiche,
Terra del Fuoco. Finché non ho messo, per caso, piede nel
Sahara. E' da allora che ho scoperto di amare più il sole
della pioggia, e che il caldo ben si concilia con una pigrizia latente
che, tutto sommato, fa parte integrante del mio bagaglio di viaggiatore.
La
faccenda dei viaggi, peraltro, negli ultimi anni è andata
complicandosi, un po' per colpa di un lavoro che certo non facilita
la routine e la stazionarietà ed un po' a causa del destino,
che ha curiosamente incrociato la mia strada senza meta con quella
di Emanuela, zingara per vocazione, poliglotta per hobby. Il caso
ha voluto che io ed Emanuela condividessimo anche la passione per
le medesime mete: tutte, dovunque e comunque. Poiché in due
contiamo oltre 120 Paesi, nel dubbio, in viaggio di nozze siamo
andati solo tre giorni a Venezia.
Ex-dirigente di multinazionali americane, attualmente consulente
free-lance, coltivo con la mia socia di viaggi e di vita l'inguaribile
sogno di mollare davvero e definitivamente tutto e di partire. Non
per un viaggio, ma per "Viaggiare".
Ho
scritto e scrivo talvolta di viaggi, e ho pubblicato fotografie
su riviste specializzate e su libri scolastici. Non sono mai (o
ancora?) riuscito a farne una professione, pur sapendo che è
ben in questo modo che vorrei guadagnarmi da vivere da grande.
Sono socio del CAI dal 1981, sostenitore di Emergency,
le cui missioni rappresentano il mio ideale assoluto di "Viaggio"
nel mondo di oggi, e del CIGV.
Pur
essendomi staccato dal suolo quasi trecento volte, alcune delle
quali grazie alla complicità di compagnie aeree dall'affidabilità
imbarazzante, ho il terrore di volare. Viaggio anche con la paura
degli autobus affollati, degli insetti, degli ascensori e di quasi
tutti gli ambienti chiusi e dei mezzi di spostamento che non guido
personalmente.
Emanuela sopporta pazientemente, conscia del fatto che comunque,
senza alcun dubbio, non smetterei mai di partire per niente al mondo.
Soprattutto con lei.
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