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1° dicembre 2003: FACCE, di Emanuela
 
Al nostro ritorno dall'Asia Centrale un amico, che abita dall'altra parte del mio mondo, mi scrisse: "Risparmiami pure foto, testi e video, non li guarderei. Chiamala cafonaggine, o come preferisci, ma non li guarderei comunque. È un retaggio che ho dall'infanzia: i viaggi raccontatemeli, ascolto volentieri, ma non mostratemi foto e non fatemi leggere nulla. Perché? Non lo so, o meglio, si tratta probabilmente di molta diffidenza verso gli scrittori di viaggi, improvvisati o meno che siano. È un mestiere per nulla facile, per cui il prodotto spesso risulta scadente. Per i fotografi posso essere più indulgente, soprattutto se si concentrano sulle facce".

La mia risposta:

La tua osservazione ha un'unica, ovvia conclusione: se esci dalle zone frequentate dai pullman e ti addentri in vicoli o panorami in cui prevale, a seconda del clima, il fango o la polvere, non puoi esimerti dal fotografare altro che facce e dettagli col 300 e, certo, anche parecchie grandangolate col 24 perché, a differenza dei panorami occidentali, qui non hai confini.

E quando torni a casa ti accorgi che di facce ne hai tante, tante davvero, tanti abiti, tanti colori, tanti ornamenti, tante acconciature, tante calzature, tanti atteggiamenti, tanti mercati, tanti bambini, tanti vecchi, tante rughe, tanto sole su quelle facce; ma che ne hai in testa ancora di più, tutte quelle che non hai fotografato e che ti hanno sorriso, aiutato, parlato, guardato, osservato, sputato davanti, si sono rifiutate di parlarti, si sono girate dall'altra parte, ti hanno controllato il passaporto, ti hanno lasciato passare, ti hanno strappato un biglietto, ti hanno rilasciato un visto, ti hanno portato un tè speziato, un tè salato, un tè al pepe, un tè al burro di yak, ti hanno tagliato un'anguria e l'hanno divisa con te, ti hanno cotto un kebab, hanno capito il tuo mei yuo mogu e ti hanno raccomandato di non mangiare da quell'altro piatto perché ci sono i funghi, ti hanno trasportato fra le montagne su auto senza sospensioni, hanno continuato a fare quello che facevano ai bordi della strada mentre il tuo pullman alzava la polvere intorno a loro, si inseguivano correndo nei vicoli di fango e paglia, ti sfornavano con un sorriso un pane alla cipolla, scoprivano denti bianchissimi sotto i baffi neri come quelli di Saladino, ti riconoscevano sorridenti ad un incrocio perché il giorno prima gli avevi regalato una cosa che hanno già addosso, hanno condiviso con te l'emozione di trovarsi a cinquemila metri, per la prima volta in un campo base di un ottomila dove c'è solo una pietra con una scritta in cinese che lo segna, e tutt'intorno ci sono solo yak e due pastori a piedi nudi.

Facce che si contorcono in una risata quando ci provi, a parlare in una lingua semiturca, facce che non piangono mai, bambini silenziosi, bambini che hanno come campo giochi tutta la Mongolia su cui riescono a mettere piede, muso di capra che si strofina come un gatto sulla gonna di una vecchia con gli occhi a mandorla color del ghiaccio, musi di cani che ti rincorrono a trenta all'ora per chilometri abbaiando come pazzi mentre il land rover arranca nel greto di un torrente a quattromila metri, muso di yak che ti osserva intimorito, muso di cammello tronfio e padrone, muso di dromedario nullafacente, muso di scimmie che giocano a guardare il traffico di una statale indiana, musi di gatti pigramente regali sui tetti pieni di muffa di antiche città nepalesi, muso di bufalo d'acqua che emerge dal fango, muso di vacca semiaddormentata in mezzo alla strada fra camion colorati rombanti sbuffanti, facce di gente ammonticchiata sul cassone di un camion azzurro cinese davanti a te, facce di cinesi in completo grigio che spalano ai bordi della strada, facce di cinesi arrotolati su se stessi a mangiare all'ombra di un telone di plastica, facce di uyghuri semiaddormentati che si spostano nell'oasi su carretti tirati da asini o cammelli, profilo di Aagii sempre uguale che fuma sempre la stessa sigaretta scrutando l'orizzonte in cerca di un punto di riferimento, occhiali neri di Aagii che cercano il sole, suono gutturale di Aagii che si lancia all'inseguimento delle gazzelle, suono irregolare dello UAZ, che anche lui ha una faccia, che rimbalza sull'altopiano, suono afono della pompa della benzina di sinistra dello uaz quando passiamo dal serbatoio destro al sinistro, faccia di Aagii che sputa per l'ennesima volta la benzina 76 risucchiata direttamente dal motore, faccia di Toroo che arranca sulla duna dietro di me, faccia di rettile immobile su un sasso uguale e diverso a tutti gli altri sassi, la mia faccia di fronte all'avviso del secondo attentato ad obiettivo cristiano in Pakistan a due giorni dalla nostra partenza per la frontiera pakistana, la mia faccia a 39 e mezzo mentre fuori ce ne sono 43 e la pala del ventilatore gira, faccia di Carlo quando prendiamo la decisione di prendere quell'unica deviazione aerea che ci interrompe l'anello overland, la mia faccia di fronte ad una Cina che, vista per la seconda volta, mi sembra bella e familiare, facce di cinesi che si assembrano intorno ai bagagli in un aeroporto deserto in mezzo al deserto, la mia faccia mentre succhio il latte condensato direttamente dal tubetto, la faccia di Tsering che risucchia la zuppa, la faccia di Pasang che fa una palla di tsampa con la mano e poi se la mangia avidamente, la faccia dell'alpinista che ho sposato davanti al Qomolongma, la faccia di un monaco che canta, di un monaco che suona il gong, di un mascherone buddhista, di tutte le statue del mondo di Buddha Lama e Boddhisatva, la faccia d'oro del presidente Nyiazov che mi guarda nel profilo dorato alla tv, nella cartamoneta che vale mezzo dollaro e nessuno vuole, nelle mille statue dorate di lui sparse fra le fontane che prosciugano l'Aral, nella statua di dodici metri su piedistallo di cemento da ottanta che non può essere tirata giù nemmeno da un nove Richter come quello che ha distrutto Ashgabat a metà secolo, negato da Stalin per anni, la faccia della santa triade sorridente e benedicente Mao-Deng-Jiang, la faccia del grosso Mao incappottato nel cemento nella grossa piazza cinese di Kashgar, la faccia di Mao più alto del rappresentante uyghuro nella statua del primo paese all'uscita da cinquecento chilometri di Taklamakan di sabbia, la faccia dei trenta tajiki che da sotto la coppola spostano lo sguardo dalla tv a noi quando ci sediamo nella locanda di Tashkurgan per cenare, la faccia di un ventenne pastore del lago Karakul, che vive sotto il Muztagh Ata e mi spiega, dall'alto del suo cavallo, l'allevamento dei cammelli degli yak delle capre, la faccia di una donna che ci invita ad attendere che passi il temporale dentro alla sua yurta kirghiza, l'aspetto di una yurta kirghiza, diversa da un ger mongolo, la faccia di un arcobaleno doppio, che si forma in mezzo alla Siberia, in mezzo al Pamir, in mezzo al Kyrgyzstan, la luce, una luce bellissima ovunque tranne che sopra la Cina e l'India, la luce che illumina tutte queste facce in modo pulito, tagliente, netto, esalta i colori, astrae ogni contorno dal paesaggio, la luce che ci regala uno splendido addio ad Istanbul, e poi facce di donne dentro allo chador tenuto con i denti a Mashhad, facce di Khatami e facce di studentesse appena velate a Tehran, facce di iraniani che attraversano il Kurdistan e si trasformano appena attraversato il lago Van e varcato un confine fuori dalla logica, facce di un rumeno nel vagone di un treno turcobulgarocroatoyugoslavorumeno, faccia della stazione bulgara, faccia nel Mc Donald's rumeno alla stazione, facce che ci aspettano alla stazione.

Stavo solo improvvisando, ovviamente, è la cosa che mi riesce meglio.
Emanuela

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EMANUELA
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