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Questo mese Alp
Grandi Montagne dedica il suo numero monografico al
Cerro Torre ed al Fitz Roy. I visitatori abituali di questo
sito, e soprattutto chi mi legge da tempo, sanno quanto io
sia legato alla Patagonia ed in particolare alla storia del
Cerro Torre. Su Orizzontintorno trovate anche un mio vecchio
racconto
sulle vicende legate a questa montagna, sicuramente una delle
più leggendarie, belle e difficili vette del mondo.
Ne ho anche accennato qui
e se ne parla ancora qui.
Ogni bambino cresce portandosi dietro, e dentro, alcune storie.
Io amo la montagna e le mie sono storie di alpinismo, storie
che raccontano di Mallory e Irvine all'Everest,
di Hermann
Buhl sul Nanga
Parbat, di René Desmaison sullo sperone Walker
alle Grandes Jorasses, di Kurt
Diemberger e Julie Tullis sul K2,
di Tomo Cesen alla Sud del Lhotse.
E di Cesare Maestri e il Cerro
Torre.
A differenza di tutte le altre storie, però - delle
quali un po' alla volta magari vi racconterò fra queste
pagine - Maestri occupa un posto speciale nel mio cuore. Si
può quasi dire che a Maestri io debba il mio amore
per la montagna, o forse è solo l'illusione ottica
di un ricordo sbiadito e lontanissimo. Tant'è, questa
è la mia storia e la racconto come mi pare.
Era il 1971: lo so, l'ho già scritto,
ma mi serve riprender qui il filo dei ricordi. Era il '71,
dicevo. Avevo sei anni, un periodo in cui trascorrevo mesi
in Brenta con i miei, e quell'estate una sera andammo a Molveno
a vedere una conferenza di Cesare Maestri, che fra l'altro
in Brenta era di casa. Veniva a raccontare di come, l'anno
precedente, avesse vinto per la seconda volta il Torre. Veniva
a raccontarci l'Urlo di Pietra, Maestri, e io quella sera
mi innamorai di lui, del Cerro Torre e delle montagne. Per
la prima volta guardai in alto e mi accorsi di quelle pareti
verticali di dolòmia grigia, gialla e rosa, che si
innalzavano sopra alla mia testa.
Poi, ma solo poi, anni dopo vennero Messner a raccontarmi
degli ottomila, Buscaini e la Metzelin a farmi innamorare
definitivamente della Patagonia, e il mio viaggio
per andare a toccarlo davvero, l'Urlo di Pietra. Quanto tempo
ho già visto allontanarsi davanti a me da allora. Dal
mio Cerro Torre.
E' che la Patagonia te la porti dentro tutta la vita e non
c'è bisogno che te lo vengano a raccontare né
Chatwin, né Sepulveda, né Theroux, né
Buscaini. E' che c'è la tua Patagonia e poi c'è
quella di tutti gli altri, che però è sempre
un po' diversa dalla tua.
Ora, io non vi racconterò nuovamente né della
mia Patagonia, né della leggenda di Maestri e del Cerro
Torre. La storia la trovate riassunta qui
e nel racconto del mio viaggio del '90. Leggetevelo, prima
di proseguire. Altrimenti vi manca un pezzo chiave della faccenda.
Leggo dunque Alp di novembre. Mi perdo fra le straordinarie
fotografie di un mondo che ho vissuto in prima persona e che
ben conosco, mi lascio cullare dalla nostalgia e dai ricordi,
rileggo per l'ennesima volta di quelle imprese che conosco
a memoria e che sono scolpite nel granito di quelle pareti
e fra i crepacci di quegli incredibili mondi di ghiaccio e
vento e polvere di Re Azul.
Ancora una volta, la milionesima suppongo, ritorno fra le
righe della vicenda di Maestri, su quelle antiche polemiche,
sulla nuova intervista rilasciata questo mese.
Io, di Maestri, mi sono innamorato a sei anni, ve l'ho detto.
E' il mio mago di Oz. Magari voi, se avete la mia età,
vi addormentavate sognando Franco Causio o Raffaella Carrà
e il suo ombelico. Io mi addormentavo sognando di trascorrere
una serata in un rifugio del Brenta chiacchierando con Maestri,
e di sentirlo raccontare di come avesse domato l'Urlo di Pietra,
della sua leggendaria e fantastica impresa, di come avesse
ingannato Re Azul piantando i suoi ramponi sul fungo di ghiaccio
sommitale.
Ho disprezzato i suoi detrattori per un'intera vita e il mio
Re Azul è un racconto su Maestri e il Torre. Vi siete
lasciati ingannare, o non siete stati attenti, se credete
che vi abbia raccontato un viaggio, il mio viaggio in Patagonia.
No, vi trascinavo con me sotto al Torre a respirare la leggenda
di Maestri e delle sue due salite impossibili.
Leggo Alp, sì, mentre sgranocchio il mio solito squallido
panino nel baretto di via Murat, pausa pranzo. E scopro alcune
cose.
Reminder: avete letto Re
Azul, prima, come vi ho detto? Ok, dunque...
Scopro che nel 1970, Maestri,
non è affatto arrivato in vetta al Torre. Il mio eroe
si è fermato a trenta metri dalla vetta, dopo aver
attaccato quello stupido compressore alla parete. Dice, nell'intervista:
"Il Torre finisce dove finisce la roccia, il fungo
non conta"
E no, caro Cesare. Il Torre finisce in cima, come tutte le
montagne del mondo. Tu, nel 1970, non hai salito il Torre,
hai salito un pezzo del Torre, precisamente il Torre meno
trenta metri, che sono un palazzo di dieci piani per la cronaca,
mica peanuts, e sono anche trenta metri bastardi, durissimi,
di ghiaccio vaporoso, strapiombante e maledetto, un fottuto
e maledettissimo fungo di ghiaccio che qualcuno, anni dopo,
ha persino dovuto forare scavando un tunnel a forza di braccia
e martellate per riuscire a sbucare in vetta.
Hai fatto traversa, Cesare, mica gol. E no, cazzo, non hai fatto
gol! E già mi innervosisco parecchio, perché un
mito è un mito, il tuo eroe è il tuo eroe, e il
mago di Oz è il mago di Oz. E io sono anche un po' stronzo,
perché non ho mai letto bene la storia, evidentemente,
visto che questo è un fatto, a quanto pare, noto da sempre.
Ho sempre sentito dire che Maestri, nel '70, aveva salito il
Torre per la seconda volta e tanto mi era bastato. Questo era
rimasto nei miei ricordi di bambino, di quella sera a Molveno
nell'estate del '71.
Ora ho capito, Cesare, perché non vogliono accreditarti
quella salita, anche a distanza di oltre trent'anni. Ed è
inutile che tu ti ci incazzi, non lo stabilisci tu dove finisce
la montagna, è la montagna che stabilisce se tu sei arrivato
in vetta o meno.
E che rivincita sarebbe, scusa, sui tuoi avversari? Trenta fottutissimi
metri di ghiaccio vaporoso e bastardo...
Vabbé, la salita del '70 non l'ho mai capita bene, tutto
sommato. E' quella del '59 che conta, no? La vera, unica, prima
ascensione assoluta della montagna più difficile e leggendaria
del mondo. Il piccolo uomo contro l'Urlo di Pietra, impossibile
a salirsi by fair means, a detta di tutto il resto del
mondo.
Quella salita che è diventata davvero una leggenda e
che, da quarantacinque anni, americani ed inglesi ti contestano,
stupidi invidiosi anglosassisti ignoranti. Oh, scopro però
ora, qui fra le pagine del mio Alp, che anche il buon Carlo
Mauri te la contestava. Anzi, scopro che nel '70 sei tornato
sull'Urlo proprio perché Mauri ti aveva provocato con
quella dichiarazione ai giornali, "sono tornato salvo
dalla montagna impossibile". Un messaggio fin troppo
esplicito, diretto evidentemente proprio a te. Che infatti replicasti,
stizzito: "Impossibile solo per chi non è capace".
E' Mauri l'altro protagonista della corsa al Torre, l'eroe sconfitto.
Non lo sapevo, non l'avevo mai letto.
Invidioso, Mauri, certo. Accidenti quel Mauri. Certo che Carlo
Mauri... No, perché stiamo parlando di Carlo Mauri, mica
di Gianni e Pinotto. Cioé, come se Platini si mettesse
a contestare un gol a Maradona. Non te lo contesta l'ultimo
sfigato difensore di serie B, è Platini che sta dicendo
che quel gol non l'hai affatto segnato.
Scopro che anche il tuo amico Cesarino Fava non l'ha mai spiegata
bene 'sta storia del '59. Rimasto giù mentre tu salivi
con Egger, ha più volte cambiato la sua versione dei
fatti, mai esattamente la stessa. Tu, poi, niente. Due parole
in croce, due righe scarse, poi il silenzio. Per quarantacinque
anni. Resistendo a qualunque pressione, provocazione ed attacco
frontale. Niente foto, praticamente niente relazione, nulla.
Solo tu e la leggenda infranta del Torre. Ed Egger morto mentre
stavate scendendo.
Ora leggo anche che non solo non l'hai mai raccontata quasi
per nulla, ma che quel poco che hai raccontato proprio non quadra
un accidente, no no, ma veramente zero zero, eh?
Perché è un fatto che ormai sono quarantacinque
anni che ci provano tutti a ripetere quella via. Tutti. I migliori
fuoriclasse del mondo, gente che il Torre l'ha scalato ormai
anche a testa in giù e a piedi nudi per altre vie. Fino
in cima, eh? Fungo di ghiaccio compreso.
Ci hanno provato Salvaterra, Giarolli, Orlandi. Miti viventi
dell'alpinismo patagonico, che del Torre conoscono ogni cristallo
di ghiaccio ed ogni fessura. Qualcuno è persino arrivato
a sfiorarla quella vetta bastarda, salendo per la tua mitica,
e mai ripetuta via. E son passati quarantacinque anni. L'alpinismo
ha attraversato generazioni, i materiali e la tecnica sono ormai
fantascienza paragonati a quelli di quarantacinque anni fa.
Tutto è stato salito, ma proprio tutto, e in tutti i
modi possibili.
Ma quella cazzo di via no, la Maestri al Torre del '59 no, non
c'è mai più riuscito nessuno.
Strano. Sì, Cesare, davvero strano.
Strano leggere che tu hai scritto di avere usato, allora, 120
chiodi, ma di quei chiodi nessuno ha mai trovato traccia, nessuno
di coloro che ci hanno riprovato e che l'hanno ormai percorsa
quasi tutta quella maledetta via, quasi fino in vetta, prima
di arrendersi. Strano, tanto più che hai detto di averli
usati anche per la discesa, quindi dovrebbero essere ancora
lì.
Strano leggere che tu parli di alcuni tiri piuttosto semplici
di quarto e quinto, seguiti da una durissima traversata obliqua
di sesto grado, mentre chi è riuscito a ripetere la via
fino a quel punto non solo dice esattamente il contrario, ma
aggiunge che quella rampa obliqua, vista dal basso... vista
dal basso, Cesare... appare molto più difficile di quanto
non si riveli poi essere davvero. Un po' inquietante, non trovi?
Strano leggere che tu ed Egger avete impiegato, secondo la tua
scarnissima relazione, tre giorni per salire quel diedro di
300 metri in mezzo alla parete e solo sette giorni per salire
l'intera via, almeno quattro volte più lunga. Strano,
tanto più che la parte alta, sopra a quel diedro, è
quella dove nei quarantacinque anni successivi tutti coloro
che ci hanno riprovato hanno dovuto arrendersi. E' la parte
più dura, senza dubbio, molto più di quel famoso
diedro. Com'è possibile? Razionalmente, Cesare, com'è
possibile?
E questo fatto che nessuno, insomma, nessuno abbia mai trovato
un accidente di prova del tuo passaggio, nulla, ma davvero nulla
di tutto quel (poco) che hai raccontato. Ma da dove diavolo
sei passato allora?
Ormai aumenta sempre più il numero di coloro che iniziano
a pensare che questa sia la più grande bufala mai raccontata
nella storia dell'alpinismo.
Non vorrai mica farmi credere davvero che hanno ragione quelli
che nel '74 hanno scritto sui giornali "Casimiro Ferrari
vince l'invincibile Cerro Torre", sottintendendo, ovviamente,
per la prima volta.
E no Cesare, tu sei il mio mago di Oz.
E allora, perché te ne vai? Perché abbandoni
l'ennesimo intervistatore senza rispondergli? Perché
lanci solo il tuo criptico messaggio, "Io il Torre
lo odio, vorrei vederlo crollare, a me ha fatto solo del male"?
Sono passati quarantacinque anni, Cesare. E anche tu ormai,
scusa, sei un anziano eroe in pensione con la barba bianca.
Sono quarantacinque anni che te ne stai in silenzio, con l'unica
esclusione di quella pagliacciata mediatica del '70 con il compressore.
Già, appunto... per una via diversa, fra l'altro. Anche
questo è strano alla fine, no? Perché una via
diversa, se proprio doveva essere una rivincita, e non la stessa
del '59? Perché quella via del '70 è ormai stata
ripetuta decine di volte e senza l'aiuto di alcun martello compressore,
come facesti tu allora, e la via del '59 continua invece ad
essere inviolata dopo il tuo passaggio, nonostante gli stessi
tentativi e ben più tecnologia in parete?
Dillo Cesare. Diccelo com'è andata davvero nel '59. Raccontaci
di come tu ed Egger siete arrivati su quella vetta maledetta,
in cima, sopra al fungo di ghiaccio. Raccontaci ancora di come
Egger sia morto precipitando in discesa, portando con sé
quella stramaledetta macchina fotografica, e perché,
quando il corpo di Egger è stato infine trovato qualche
anno fa, la ricostruzione della sua morte non abbia ancora quadrato
con la tua versione e, soprattutto, la macchina fotografica
non fosse con lui.
Cesare, raccontacelo. A che pro ormai questo infinito silenzio?
A cosa serve? Io non voglio credere che il mio mago di Oz abbia
mentito a un bambino di sei anni raccontandogli di un orco che
non era affatto stato domato.
Pazienza se ormai non ti ricordi più tutti i dettagli,
anche se chi ha compiuto davvero un'impresa come quella che
tu hai detto di aver compiuto quarantacinque anni fa non può
dimenticarsi i particolari. E' la Storia Cesare, imprese come
quella fanno la storia dell'uomo.
E se non è più possibile credere nemmeno a queste
storie, a cosa dobbiamo credere?
Cesare, lascia perdere i giornalisti, gli invidiosi, i malfidenti
e tutti coloro che ti hanno dato addosso in questi quarantacinque
anni. Dillo solo a me. Per favore.
Telefonami e dimmelo come è andata davvero. Io continuo
a credere che tu sia stato lassù. Voglio la mia favola.
Ma voglio sentirla raccontare dalla tua voce e voglio che
sia credibile. Altrimenti, piuttosto, dimmelo che è
stata la più grande balla che tu abbia sparato in vita
tua. Perché se è così, ti giuro, è
riuscita davvero bene, puoi esserne fiero lo stesso. In cambio
te ne racconto una io che ho sparato per anni: ci ridiamo
insieme, tu rimani il mio mito, credimi, e io mi metto il
cuore in pace. Tanto la verità è che a me 'sta
storia del compressore è sempre piaciuta, è
per quella che sei il mio mito. Chissenefrega di quegli ultimi
fottuti trenta metri. Sei stato un grande a lasciare appeso
lassù quel ferrovecchio arrugginito da un quintale.
Ma adesso dimmelo se nel '59 ci sei davvero arrivato lassù.
Telefonami e dimmelo, per favore. Lo tengo per me. Credimi. |