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Nota: sto cercando di scrivere questo post da tre giorni
e non sono mai soddisfatto. Beh, così è. Non
lo cambio più.
Sono passati ormai un po' di anni da quando il Monte Rosa
era il mio terreno preferito per improvvisate salite solitarie.
Nell'estate del '94, rimasto per vari motivi senza compagni
di cordata, quasi ogni sabato mattina partivo da solo, salivo
al Rifugio Gniffetti, dove mi fermavo per la notte, e proseguivo
la domenica per qualche quattromila
lì attorno.
Mi è capitato anche di dormire alla Capanna
Margherita e di fotografare
da lassù un'alba stupenda alle 4.30, dopo aver trascorso
la mia prima notte oltre i quattromila metri. Mi ricordo ancora
seduto sulla vetta di Punta Gniffetti, di primo mattino, nelle
mani la mia tazza di té fumante, un po' di mal di testa
a causa della quota. Mille metri più basso una di fila
di minuscoli puntini che, partiti qualche ora prima ancora
col buio, salgono in cordata verso il Colle del Lys. Entro
un paio d'ore mi raggiungeranno quassù: è tempo
dunque di indossare gli sci ed iniziare i miei duemila metri
di discesa...
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Il panorama
dalla vetta di Punta Gniffetti
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Punta Gniffetti,
sul Monte Rosa
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Autoscatto in
vetta a Punta Gniffetti
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E quella volta con Bruno allo Schwarzhorn:
arrivammo ad Alagna il sabato pomeriggio, troppo tardi: la funivia
per Punta Indren già chiusa. Non potevamo andare a dormire
in alto ed io non avevo alcuna voglia di papparmi il giorno
dopo la salita integrale in un colpo solo. Ma Bruno fu irremovibile
e di tornare a Milano non ne volle sapere. Temo fosse perché
ero stato io a trascinarlo fino a lì quel pomeriggio,
benché lui non ne avesse la minima intenzione.
Trovammo da dormire in una vecchia roulotte parcheggiata al
campeggio di Alagna. Ricordo un freddo assurdo - ed era luglio.
La mattina successiva eravamo sulla prima funivia e all'ora
di pranzo stavamo già scendendo in sci dalla vetta dopo
una salita stupenda, con lo Schwarzhorn tutto per noi.
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Bruno Barolo
in vetta allo Schwarzhorn
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E ancora: la mia epica solitaria alla Parrot,
un mese dopo. E' un sabato di metà agosto: sono a casa
da solo, mi alzo intontito dal caldo alle quattro del mattino.
Sto qualche minuto in bagno, a fissare la mia faccia stanca
riflessa allo specchio. Maddai, ma tornatene a letto.
Alle undici c'è un sole stupendo. Sono indiavolato, annoiato
e ho mal di testa. Giro in tondo per i venticinque metri quadrati
del mio monolocale come un animale in gabbia. Devo motivarmi
in qualche modo: esco e vado a comprarmi una piccozza nuova,
ultimo modello, manico corto e lama intercambiabile a banana.
Non ne ho affatto bisogno, ma a quel punto vuoi non andare a
provarla immediatamente?
Così, la mattina dopo sono ancora le quattro ed io sono
in salopette giallo fluorescente sulla soglia di casa, pronto
a partire. Carico la solita ferraglia in macchina e la mia piccozza
nuova. Alle sei e trenta sono ad Alagna, alle sette sono sulla
prima funivia, alle sette e trenta scendo alla stazione di punta
Indren. E' agosto avanzato, la temperatura è calda ed
il ghiacciaio è ridotto a una pietraia. Senza rendermene
conto, mi carico gli sci sullo zaino: la gente attorno mi guarda
un po' strano.
Con gli sci che mi ondeggiano sulle spalle attraverso il ghiacciaio
di Indren, risalgo le corde fisse del canalino roccioso che
dà accesso al Mantova, sbuco sul ghiacciaio del Lys.
Ancora pietraia e crepacci larghi come voragini. E vabbé.
Proseguo a piedi, sempre con gli sci agganciati allo zaino.
Risalgo fino al colle del Lys, scollino a quota 4.200 e Punta
Parrot è ormai davanti a me, mancano poco più
di duecento metri di dislivello. Finalmente indosso gli sci
e ne faccio altri cento. Poi li abbandono definitivamente e
risalgo la paretina occidentale della Parrot con la mia nuova
piccozza.
Vetta.
Scendo la parete, mi riprendo gli sci, faccio due curve ed arrivo
subito al primo grande crepaccio. Tolgo gli sci, li carico nuovamente
sullo zaino, aggiro il crepaccio, ridiscendo a piedi tutto il
ghiacciaio del Lys e poi le corde fisse del canalino roccioso,
con gli sci che sbattono da tutte le parti e gli altri alpinisti,
sopra e sotto di me, che mi maledicono.
Riattraverso a ritroso il ghiacciaio di Indren ormai ridotto
a una pietraia bollente, arrivo alla funivia, torno giù
a valle. Nel parcheggio mi tolgo tutto - salopette, giacca a
vento, strati vari - e mi infilo in macchina: dentro ci saranno
cinquanta gradi. Autostrada.
Due ore dopo ero a Milano, ore 17.30. In tredici ore mi ero
fatto Milano - Punta Parrot - Milano, e un migliaio di metri
di dislivello con gli sci in spalla, in salita e in discesa.
Poi uno dice: vent'anni si hanno una volta sola. Anche
trenta, evidentemente.
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"...Punta
Parrot è ormai davanti a me..."
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Punta Parrot:
una cordata mi precede sulla cima
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Anche la Giordani
ho fatto in solitaria: in vetta un tempo davvero orribile, una
pessima discesa nella nebbia in mezzo a un labirinto di crepacci.
Brutta sciata, per nulla tranquilla.
Alla Piramide
Vincent invece no, non ci sono andato da solo. Io e
Francesco riuscimmo pure a sbagliare itinerario nell'avvicinamento
e ci trovammo a batter pista nella neve fonda - immancabilmente,
con gli sci in spalla: in quel caso perché eravamo troppo
sul ripido. Credo fosse la mia prima volta in quella zona.
All'epoca non era obbligatorio prenotare la notte alla Capanna
Gniffetti: bastava aver gambe buone ed arrivare su di buon'ora.
Il Mantova non lo prendevi nemmeno in considerazione, ché
poi la mattina dopo ti toccava sgambettar duecento metri di
dislivello in più.
Quanto amo quella foto di vetta che ritrae Francesco un po'
schiacciato dall'obiettivo, in bilico sul profilo della cima
e contro le nuvole. Una foto quasi himalayana.
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Sulla vetta
della Piramide Vincent
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Francesco Dicorato
in vetta
alla Piramide Vincent
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Sono cresciuto in Brenta, ma sulle cime del Monte Rosa ho imparato
ad andare davvero in montagna: ad andarci da solo, a
conoscere i miei limiti e a rispettarli. E' stato un bel banco
di prova per misurarmi con me stesso e buona parte di ciò
che sono oggi ho imparato ad esserlo lassù. E' per questo
che amo il Monte Rosa in modo particolare.
Non è una gran montagna, certo non è il Monte
Bianco, né compete con le cime dell'Oberland, tanto per
dire. Però, sempre lì torno alla fine: potessi
scegliere un posto al mondo dove ritirarmi con la famiglia,
vorrei che fosse una baita in alta Val d'Ayas (o in alternativa
all'Argentiére - che però presuppone una filosofia
di vita completamente diversa).
Così, leggere questo
mi fa piangere il cuore. Perché non si tratta solo dell'ennesima
sconsiderata e sciagurata devastazione ambientale, in nome del
dio denaro e della logica di un mercato alimentato da una società
che tutto vuole permettersi e che, come un bambino di un anno,
pesta i piedi e urla se non può avere immediatamente,
e nel modo meno complicato possibile, tutto ciò che vede
e che pare irraggiungibile.
E' che cancellano i nostri spazi più intimi. E' che portano
la logica della discoteca, della tavola e del rumore, del divertimentificio
modaiolo, chiassoso ed idiota, anche lì, dove altrimenti
non arriverebbe, certo non con le proprie gambe. E' che ci stanno
togliendo tutto.
E' che oggi è la Cresta Rossa, domani la nuova
funivia di Punta Helbronner, e prima o poi sarà
la volta della Punta Gnifetti. E via così, di vandalismo
programmato in vandalismo legalizzato, di tempio dell'umana
idiozia in tempio dell'umana miopìa.
Ho pensato spesso in questi ultimi anni di tornare alla Piramide
Vincent, o di rifare la Punta Giordani con una bella giornata
per scattare qualche nuova fotografia. Forse avrebbero potuto
essere il terreno ideale per portare un giorno Leonardo a imparare
qualcosa d'alta quota ed aria sottile, ammesso che mai si lasci
un giorno incantare dai racconti del suo papà.
Invece Leonardo alla Giordani potrà salirci, di fatto,
in funivia. E le mie foto, come tutte le vecchie diapositive,
piano piano sbiadiranno negli scaffali del mio archivio.
Navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione... |