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FACCE |
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Al nostro ritorno dall'Asia
Centrale un amico, che abita dall'altra parte del mio mondo,
mi scrisse: "Risparmiami pure foto, testi e video, non
li guarderei. Chiamala cafonaggine, o come preferisci, ma
non li guarderei comunque. È un retaggio che ho dall'infanzia:
i viaggi raccontatemeli, ascolto volentieri, ma non mostratemi
foto e non fatemi leggere nulla. Perché? Non lo so,
o meglio, si tratta probabilmente di molta diffidenza verso
gli scrittori di viaggi, improvvisati o meno che siano. È
un mestiere per nulla facile, per cui il prodotto spesso risulta
scadente. Per i fotografi posso essere più indulgente,
soprattutto se si concentrano sulle facce".
La mia risposta:
La tua osservazione ha un'unica, ovvia conclusione: se esci
dalle zone frequentate dai pullman e ti addentri in vicoli
o panorami in cui prevale, a seconda del clima, il fango o
la polvere, non puoi esimerti dal fotografare altro che facce
e dettagli col 300 e, certo, anche parecchie grandangolate
col 24 perché, a differenza dei panorami occidentali,
qui non hai confini.
E quando torni a casa ti accorgi che di facce ne hai tante,
tante davvero, tanti abiti, tanti colori, tanti ornamenti,
tante acconciature, tante calzature, tanti atteggiamenti,
tanti mercati, tanti bambini, tanti vecchi, tante rughe, tanto
sole su quelle facce; ma che ne hai in testa ancora di più,
tutte quelle che non hai fotografato e che ti hanno sorriso,
aiutato, parlato, guardato, osservato, sputato davanti, si
sono rifiutate di parlarti, si sono girate dall'altra parte,
ti hanno controllato il passaporto, ti hanno lasciato passare,
ti hanno strappato un biglietto, ti hanno rilasciato un visto,
ti hanno portato un tè speziato, un tè salato,
un tè al pepe, un tè al burro di yak, ti hanno
tagliato un'anguria e l'hanno divisa con te, ti hanno cotto
un kebab, hanno capito il tuo mei yuo mogu e ti hanno
raccomandato di non mangiare da quell'altro piatto perché
ci sono i funghi, ti hanno trasportato fra le montagne su
auto senza sospensioni, hanno continuato a fare quello che
facevano ai bordi della strada mentre il tuo pullman alzava
la polvere intorno a loro, si inseguivano correndo nei vicoli
di fango e paglia, ti sfornavano con un sorriso un pane alla
cipolla, scoprivano denti bianchissimi sotto i baffi neri
come quelli di Saladino, ti riconoscevano sorridenti ad un
incrocio perché il giorno prima gli avevi regalato
una cosa che hanno già addosso, hanno condiviso con
te l'emozione di trovarsi a cinquemila metri, per la prima
volta in un campo base di un ottomila dove c'è solo
una pietra con una scritta in cinese che lo segna, e tutt'intorno
ci sono solo yak e due pastori a piedi nudi.
Facce che si contorcono in una risata quando ci provi, a parlare
in una lingua semiturca, facce che non piangono mai, bambini
silenziosi, bambini che hanno come campo giochi tutta la Mongolia
su cui riescono a mettere piede, muso di capra che si strofina
come un gatto sulla gonna di una vecchia con gli occhi a mandorla
color del ghiaccio, musi di cani che ti rincorrono a trenta
all'ora per chilometri abbaiando come pazzi mentre il land
rover arranca nel greto di un torrente a quattromila metri,
muso di yak che ti osserva intimorito, muso di cammello tronfio
e padrone, muso di dromedario nullafacente, muso di scimmie
che giocano a guardare il traffico di una statale indiana,
musi di gatti pigramente regali sui tetti pieni di muffa di
antiche città nepalesi, muso di bufalo d'acqua che
emerge dal fango, muso di vacca semiaddormentata in mezzo
alla strada fra camion colorati rombanti sbuffanti, facce
di gente ammonticchiata sul cassone di un camion azzurro cinese
davanti a te, facce di cinesi in completo grigio che spalano
ai bordi della strada, facce di cinesi arrotolati su se stessi
a mangiare all'ombra di un telone di plastica, facce di uyghuri
semiaddormentati che si spostano nell'oasi su carretti tirati
da asini o cammelli, profilo di Aagii sempre uguale che fuma
sempre la stessa sigaretta scrutando l'orizzonte in cerca
di un punto di riferimento, occhiali neri di Aagii che cercano
il sole, suono gutturale di Aagii che si lancia all'inseguimento
delle gazzelle, suono irregolare dello UAZ, che anche lui
ha una faccia, che rimbalza sull'altopiano, suono afono della
pompa della benzina di sinistra dello uaz quando passiamo
dal serbatoio destro al sinistro, faccia di Aagii che sputa
per l'ennesima volta la benzina 76 risucchiata direttamente
dal motore, faccia di Toroo che arranca sulla duna dietro
di me, faccia di rettile immobile su un sasso uguale e diverso
a tutti gli altri sassi, la mia faccia di fronte all'avviso
del secondo attentato ad obiettivo cristiano in Pakistan a
due giorni dalla nostra partenza per la frontiera pakistana,
la mia faccia a 39 e mezzo mentre fuori ce ne sono 43 e la
pala del ventilatore gira, faccia di Carlo quando prendiamo
la decisione di prendere quell'unica deviazione aerea che
ci interrompe l'anello overland, la mia faccia di fronte ad
una Cina che, vista per la seconda volta, mi sembra bella
e familiare, facce di cinesi che si assembrano intorno ai
bagagli in un aeroporto deserto in mezzo al deserto, la mia
faccia mentre succhio il latte condensato direttamente dal
tubetto, la faccia di Tsering che risucchia la zuppa, la faccia
di Pasang che fa una palla di tsampa con la mano e poi se
la mangia avidamente, la faccia dell'alpinista che ho sposato
davanti al Qomolongma, la faccia di un monaco che canta, di
un monaco che suona il gong, di un mascherone buddhista, di
tutte le statue del mondo di Buddha Lama e Boddhisatva, la
faccia d'oro del presidente Nyiazov che mi guarda nel profilo
dorato alla tv, nella cartamoneta che vale mezzo dollaro e
nessuno vuole, nelle mille statue dorate di lui sparse fra
le fontane che prosciugano l'Aral, nella statua di dodici
metri su piedistallo di cemento da ottanta che non può
essere tirata giù nemmeno da un nove Richter come quello
che ha distrutto Ashgabat a metà secolo, negato da
Stalin per anni, la faccia della santa triade sorridente e
benedicente Mao-Deng-Jiang, la faccia del grosso Mao incappottato
nel cemento nella grossa piazza cinese di Kashgar, la faccia
di Mao più alto del rappresentante uyghuro nella statua
del primo paese all'uscita da cinquecento chilometri di Taklamakan
di sabbia, la faccia dei trenta tajiki che da sotto la coppola
spostano lo sguardo dalla tv a noi quando ci sediamo nella
locanda di Tashkurgan per cenare, la faccia di un ventenne
pastore del lago Karakul, che vive sotto il Muztagh Ata e
mi spiega, dall'alto del suo cavallo, l'allevamento dei cammelli
degli yak delle capre, la faccia di una donna che ci invita
ad attendere che passi il temporale dentro alla sua yurta
kirghiza, l'aspetto di una yurta kirghiza, diversa da un ger
mongolo, la faccia di un arcobaleno doppio, che si forma in
mezzo alla Siberia, in mezzo al Pamir, in mezzo al Kyrgyzstan,
la luce, una luce bellissima ovunque tranne che sopra la Cina
e l'India, la luce che illumina tutte queste facce in modo
pulito, tagliente, netto, esalta i colori, astrae ogni contorno
dal paesaggio, la luce che ci regala uno splendido addio ad
Istanbul, e poi facce di donne dentro allo chador tenuto con
i denti a Mashhad, facce di Khatami e facce di studentesse
appena velate a Tehran, facce di iraniani che attraversano
il Kurdistan e si trasformano appena attraversato il lago
Van e varcato un confine fuori dalla logica, facce di un rumeno
nel vagone di un treno turcobulgarocroatoyugoslavorumeno,
faccia della stazione bulgara, faccia nel Mc Donald's rumeno
alla stazione, facce che ci aspettano alla stazione.
Stavo solo improvvisando, ovviamente, è la cosa che
mi riesce meglio. |
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VIA
MURAT, ASIA CENTRALE |
di Carlo,
7 novembre 2003
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Il 16 ottobre 2003, alle 13.15, uscivo dall'ufficio per
andare a pranzo. Il solito panino, nel solito squallido
bar di via Murat. Ci vado ogni volta che sono in sede, e
ci vado da solo. Stacco per un'ora. Evito il self service
dove vanno i colleghi, evito i ristoranti e le pizzerie
convenzionate dove - probabilmente - mangerei meglio e potrei
utilizzare i ticket aziendali. Evito il mondo che mi circonda,
in effetti.
Ho sempre fatto così, a ben pensarci. Io pranzo da
solo quasi di regola. Leggo il giornale, mi estraneo da
tutto, mi "allontano". Spesso inserisco anche
il silenziatore al telefonino. E' un mondo che, almeno per
un'ora, non mi appartiene più. So che da qualche
altra parte di Milano Emanuela fa talvolta come me, quando
può. Lei però non legge il giornale, credo
sia una prerogativa maschile.
Via Murat è una strada davvero grigia. Quasi quasi
un giorno la fotografo e ve la faccio vedere su questo sito
web. Se pensate che Milano sia grigia, niente al mondo vi
farà cambiare idea se passate da via Murat. Ci sono
giorni in cui sedersi in un bar di via Murat per mangiarsi
un panino e leggere il giornale può davvero essere
deprimente. Certo, è una depressione un po' snob.
Ma la capacità depressiva insita in ciascuno di noi
si misura con il proprio sistema di riferimento quotidiano.
E il mio ruota attorno a via Murat.
Il 16 ottobre 2003 era una giornata come a Milano se ne
vedono moltissime, soprattutto ad ottobre. Velata, ma non
troppo, grigia, ma non troppo, forse c'è il sole,
forse no, forse è nebbia in sospensione, forse è
foschia, forse è smog, forse c'è un raggio
di sole, ma non è detto. Se in una giornata così
esci da Milano per qualche chilometro, ti ritrovi in una
Pianura Padana velata ma non troppo, grigia ma non troppo,
forse c'è il sole, forse no, ecc... Solo che, a differenza
di Milano, la Pianura Padana ti mette addosso anche malinconia.
Che può essere più sottile della depressione
snob davanti ad un panino al salame e fontina nel baretto
di via Murat.
*****
Io lo so bene. Il 16 ottobre 2002, alle 13:15, un treno
mi depositava in Stazione Centrale a Milano, dopo avere
attraversato una Pianura Padana esattamente come quella
che ho descritto, in una Milano con lo stesso, identico
cielo e gli stessi, identici, non-colori della Milano di
365 giorni dopo. Solo che, il 16 ottobre 2002, sul binario
12 della Stazione Centrale, terminava la nostra lunga avventura
di Asia Overland 2002.
Scrivevo, quella sera a casa, sull'ultima pagina del mio
diario di viaggio (che leggerete fra qualche mese - sto
ancora trascrivendo il Tibet per il momento...): "Mi
guardo in giro. Milano è grigia. E' così che
si scrive la parola fine di questa storia? Non ci avevo
mai pensato, questi mesi, me ne accorgo solo ora. Cosa si
scrive alla fine di sei mesi di viaggio?"
Così finisce il diario che (forse) qualcuno di voi
ha iniziato a leggere fra le pagine di Asia Overland 2002
in questo sito web. Se vi ho rovinato il finale, in questo
caso, mi scuso fin d'ora.
Adesso sono passati dodici mesi da quel giorno e tempo per
rispondermi ne ho avuto a sufficienza. Qualche risposta
mediocre l'ho trovata, altre sono destinate ad una continua
revisione, come quando si scrive un editoriale come questo,
che inevitabilmente non porterà da nessuna parte.
Ho l'impressione di avere lasciato moltissime cose su quel
treno, che spesso mi mancano, mi metto a cercare affannosamente
nella speranza di ritrovare, cerco di afferrare la notte
prima di addormentarmi. Come sono già lontane tutte
quelle cose, e alle spalle.
Secondo una visione india dello scorrere del tempo, il futuro
ci arriva alle spalle, non lo conosciamo e non lo vediamo
arrivare, mentre il passato si allontana davanti a noi e
possiamo guardarlo in faccia. E' straordinaria, vero? Pensateci:
è esattamente il contrario di come interpretiamo
noi il tempo, con il futuro davanti a noi che si avvicina
e il passato alle spalle che si allontana. Eppure, è
una percezione molto più vera della nostra. A me,
per lo meno, è molto chiara.
Io, oggi, vedo molto distintamente il mio passato recente
allontanarsi rapidamente, e quello remoto diventare sempre
più sfocato. Cerco di afferrarlo, anche trascrivendo
le pagine del mio diario di viaggio su questo sito web.
Ma so già che è solo un palliativo.
Del futuro so ben poco. So che ho davanti grandi novità
e nuove avventure, ed anche molti pranzi a base di panini
nello squallido bar di via Murat.
Non so cosa risponderò a Zuz se mai mi chiederà
la risposta alla domanda in sospeso. So che, se lo vorrà,
gli farò leggere i miei diari, e magari anche quelli
della Patagonia di oltre dieci anni fa, e cercherò
di trasmettergli quello che mai nessuna pagina di diario
potrebbe trasmettere, quelle motivazioni, quell'immaginazione
e curiosità che, di quei diari, sono l'inevitabile
e necessaria premessa.
Soprattutto, gli auguro di avere la capacità di sognare
sempre oltre, sempre un po' più in là, sempre
un po' più in alto dell'ultimo traguardo raggiunto.
Di addormentarsi ogni sera con mille domande come la mia
a cui cercare una risposta, e di non arrendersi fino a che
quelle risposte non siano arrivate e non abbiano, a loro
volta, fatto nascere nuove domande.
Io credo che esista un solo modo per riuscire a convincersi
che quel panino in via Murat sia davvero buono. Considerarlo
l'intervallo fra un sogno realizzato, che si allontana davanti,
ed uno futuro, che sta per piombarti alle spalle.
A guardare bene, da via Murat alla Stazione Centrale ci
sono solo dieci minuti con l'83, anche in ora di punta.
P.S. Chi è Zuz? Ne parliamo un'altra volta, è
un buon tema, parlando di viaggi...
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HOLIDAY
IN CAMBODIA |
di Carlo,
27 settembre 2003
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Credo che viaggiare sia una buona occasione, spesso, per
riflettere. Non ho mai pensato al viaggio come ad un'occasione
di vacanza, o meglio, non ho mai necessariamente messo in
relazione il concetto di "vacanza" con l'idea
di svuotarmi la testa, anzi.
Viaggio quasi sempre durante le vacanze, perché è
il periodo che ho a disposizione per dedicarmi a me stesso
- e mi dedico a me stesso viaggiando. Lo staccarmi dalla
mia quotidianità è l'antitesi dell'equazione
vacanza = riposo = non penso a niente.
La vacanza è il momento per "pensare".
Devo staccare la testa, sì, ma dal torpore del ciclo
di vita continuo sveglia-lavoro-casa-letto-persette-menoweekend.
In vacanza cresco, osservo, imparo, raccolgo nuove idee.
Spesso mi affatico, ma se è vero che in vacanza bisogna
rigenerarsi, allora io ho bisogno di tornare diverso. Ecco,
il mio obiettivo è di tornare un po' differente da
come sono partito.
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Sono trascorsi più di due anni dal nostro viaggio in
Cambogia. E' stato un viaggio dal quale sono tornato molto
diverso. Magari non esteriormente, se escludiamo qualche puntura
di zanzara in più.
Credo si possa viaggiare in Cambogia in modi molto differenti.
Noi non abbiamo certo scelto alcun mezzo estremo o fine umanitario,
siamo semplicemente transitati in mezzo ad un Paese devastato,
popolato da gente devastata. Un Paese di una bellezza struggente
e di una malinconia appiccicaticcia, un po' come l'umidità
liquida che avvolge l'aria e che ti soffoca anche di notte.
Ricordo un noto intrattenitore televisivo domandarsi inquieto
"perché fare del turismo in Paesi come la Cambogia,
quando in Italia abbiamo così tante belle cose; deve
esserci per forza un secondo scopo, sicuramente turismo sessuale
o droga facile". Non potendo spedircelo a calci nel sedere
e rifiutandomi per principio di scrivere ai giornali, cambio
canale.
Per quanto mi riguarda, la risposta potrebbe essere semplicemente
"ero a Saigon e dovevo tornare a Bangkok; e odio volare".
Fine della storia, anche se qualcuno, di rimbalzo, potrebbe
chiedersi "perché fare del turismo in Vietnam
ed in Thailandia, quando in Italia ecc. ecc."
Abbiamo attraversato la Cambogia da turisti questo sì.
Dormendo anche in alberghi molto buoni e accompagnati, qua
e là, da qualche guida del posto. Niente di avventuroso,
niente di particolarmente eccezionale, niente che non possa
fare tutto sommato chiunque non abbia timori nel viaggiare
aggrappato al tetto di un ferrovecchio arrugginito che risale
un fiume in piena, carico di gente, a tutta birra e galleggiando
per miracolo.
Eppure, ne sono certo: chi per un verso, chi per un altro,
nessuno di noi quattro è uscito dalla frontiera occidentale
uguale a come era entrato da quella orientale.
E' stata una vacanza, sì. Eravamo stanchi, sporchi
e acciaccati, quando è finita. Forse ci siamo anche
sentiti un po' Indiana Jones. Bè, perché negarlo?
Non so se sia stato per la incosciente consapevolezza che,
intorno a noi, dovunque, invisibili e quindi ancor più
inquietanti, sapevamo esserci migliaia di mine antiuomo. O
almeno, lo avevamo letto. La verità è che noi
non abbiamo visto, né avvertito, niente. In qualità
di turisti-fai-da-te sì, ma coscienziosi, il pericolo
delle mine non rientrava nel nostro programma di viaggio.
Questo però, purtroppo, non ha eliminato il problema
dalla testa, e dagli occhi. Scrivo "purtroppo" provocatoriamente.
Sarà per tutte quelle persone che vedi intorno a te.
Sarà per il centro di riabilitazione di Phnom Penh.
Sarà che, Indiana Jones o meno, lo sai che ci sono
davvero. E non è che la vista dei giapponesi ad Angkor
cambi molto le carte in tavola. Angkor è bella. Per
quanto snob si voglia essere, e per quanto si possano detestare
le carovane di giapponesi, Angkor è bella. Ma tant'è
la Cambogia, per me è questa:
© Thomas White © Reuters
Trovando questo fotografia su Virgilio non sono rimasto
senza fiato. Non mi sono impressionato. Non mi sono scandalizzato.
Per me è semplicemente Cambogia, un viaggio dal quale
non sono tornato uguale. Lascia se stessi uguali a prima,
questa immagine?
Proprio per questo è stata una vacanza che ho amato,
nella quale ho fatto un viaggio indimenticabile in un Paese
straordinario. Perché ho avuto la "fortuna"
di poter svegliare la testa trovandomi in prima persona
di fronte a immagini come questa. Avrei potuto mai chiedere
qualcosa di più ad una vacanza?
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Gennaio 2004 |
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