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GIORNALE DI BORDO: MARZO 2004

2PM, SATURDAY AFTERNOON

di Emanuela, 20 marzo 2004
 

Due del pomeriggio, due di un sabato pomeriggio, cielo velato, marzo. Tepore leggero, un soffio nelle orecchie. Attraverso i giardinetti, passo una signora con cane a spasso, bimbi in altalena. Vorrei essere al mare. Seduta davanti alla luce riflessa, nella luce soffocata del Mediterraneo, vorrei godermi dall'alto questa brezza. Silenziosa, impercettibile, che sfiora le mie orecchie, piano, annunciandomi la primavera.

Poi verrà l'estate e quella spiaggia si animerà di allegria di corse di richiami e quel mare si riempirà di testoline di bagnanti, di barchette a remi, di pedalò muti fra le ondine e quell'orizzonte sarà interrotto da piccoli triangoli grigi d'ombra, appena sollevati sopra al grande blu, sotto al grande azzurro. È ora di essere al mare, a gustare il silenzio prima di tutto questo, a sentire il leggero sibilo irregolare sull'onda delle mie orecchie, i capelli muoversi piano lontano dal viso.
Avrei gli occhi socchiusi, niente occhiali da sole. Fuori stagione, niente occhiali da sole, niente orpelli modaioli, niente tormentone musicale. Solo il silenzio e l'aria, da respirare a fondo perché è pulita, libera dalla gente in vacanza, priva dei colori di moda. Solo mare, acqua che non è acqua perché non fa caldo e non la si cerca, acqua che è colore perché fa troppo freddo per toccarla, acqua che forse a mala pena si va a sfiorare con un dito correndo subito via dall'ondina in arrivo per non bagnare l'orlo dei pantaloni. Un gamberetto fuori stagione che corre, un grosso cane lontano, libero fuori stagione.

Sarebbe così se oggi fossi al mare.

 
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GHÈ, EO?

di Emanuela, 19 marzo 2004
 

C'è un momento in cui sai che non sai quello che stai per fare. E lo fai. Ci hai mai pensato? Pensarci è l'ultima cosa da fare, se vuoi fare davvero quello che stai per fare. E allora lo fai, e basta, perché così è.
Sapevi che non sarebbe stato più lo stesso, sapevi che non avresti dormito fino alle due del pomeriggio la domenica, sapevi che ogni giorno sarebbe stato un giorno intero senza sconti, sapevi che anche andare a comprare il pane sarebbe stata un'impresa epica. E così doveva essere.

Due mesi e rotti fa è nato Leonardo. È successo, lo abbiamo fatto, è un pezzo nostro ma lui è solo suo.

Era una righina rosa e abbiamo sorriso increduli. Era un pallino bianco su sfondo nero e lo abbiamo guardato. Era sembrato due cose perché lo schermo rimandava una specie di farfallina. E Carlo è sbiancato e a me è venuto da ridere. In effetti era un pallino solo bianco su sfondo nero, e questa volta era a forma di fagiolino.
Poi non sono riuscita a chiudere bene i pantaloni. E tutto il resto, abbiamo navigato sull'Oceano Indiano pensando "siamo in tre, piccolo navigatore", abbiamo tenuto nascosto il suo nome fino a poche ore prima, abbiamo passato una giornata intera ad osservare, attraverso una finestra con le tapparelle semiabbassate, le luci spegnersi, albeggiare, rischiarare, illuminare, girare, cambiare, colorare, abbassarsi, imbrunire, accendersi intorno al campanile di una chiesa di Milano, mentre il monitor continuava a galoppare al ritmo di Leonardo, tu-tu-tum, tu-tu-tum, tu-tu-tum. Era già Leonardo, ma non sapevamo come fosse. Anche se ne avevamo visto gli occhi, i piedi, la bocca, il naso, il mento in bianco e nero. Ma non era ancora lì. Era un punto di domanda a forma di pancia.

Non ci avevo pensato finché non l'ho visto, finché non era davanti a me nelle mani di un'estranea. Non è stato vero finché non l'ho visto, non è stato mio finché non l'ho toccato, annusato, sentito, accarezzato, attaccato. Quel cosino viscido e sporco e urlante e scalciante e agitato e poi calmo nelle braccia del suo papà, calmo e caldo, che si guardava intorno senza vedere forse nulla che non fossero luci e ombre e già era molto, perché il suo mondo era un altro. E aveva bisogno di calore, bisogno di un contatto, bisogno del mio odore, un bisogno animale che ha reso me sua e lui mio.

Pelle di velluto, occhioni aperti nel gonfiore dello sforzo, orecchie minuscole, appiccicate alla testa e quasi irreali. Ore a guardarlo a studiarlo mentre cresceva sotto ai miei occhi, mentre stringeva forte, fortissimo il mio dito.

Sono passati due mesi, ancora un po' e sarà raddoppiato di peso. Le mamme e forse anche i papà ci tengono molto a dire il peso e la lunghezza dei loro bimbi. Perché là dentro, in quei due numerini, sono nascosti minuti e minuti e ore e ore e giorni e giorni di vita insieme. Di piccoli sforzi, di grandi sforzi fisici e mentali. Non c'è yoga che tenga, un bambino è un tornado di emozioni, di scambi ormonali, di caldo e di freddo improvvisi, di voglia di piangere, di sorrisi istantanei, di sonno e risate, di parole che fluiscono da sole ad esprimere soddisfazione preoccupazione curiosità incredulità anche se i temi sono due o tre: quello che mangia, quello che produce, quello che dorme, quello che fa. Attenti alle mamme, possono stare delle ore a parlare della popò dei loro bimbi e sarà sempre la cosa più naturale del mondo.

Improvvisamente la casa si riempie di profumo di latte, il bagno di profumo di salviettine detergenti, la cucina di biberon e ammennicoli. Quell'esserino è un tornado, devasta gli equilibri preesistenti, è prepotente e vuole, sa solo volere per sopravvivere. E poi ti sorride. Ne basta uno, microscopico, di sorriso, per renderti una persona diversa. A tre settimane quel minuscolo cucciolo d'uomo si sforza, magari una guancia per volta, a combattere contro la forza di gravità e vedrai i muscoli tendersi verso l'alto e tremare nello sforzo e sai che quello è un sorriso. Un sorriso che prima sarà di soddisfazione per il latte che gli hai dato, e poi sarà tutto per te, un giorno. È un giorno che arriva presto, prestissimo. Ti guarda negli occhi e ti sorride.

 
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ALZATE LA VOCE

di Carlo, 11 marzo 2004
 

Una delle caratteristiche di un sito web condiviso fra marito e moglie è che i visitatori, per qualche oscuro motivo (ma qualche idea in merito l'abbiamo...), lasciano molte meno tracce del proprio passaggio rispetto ai siti mantenuti dai single: guestbook quasi disertato, guestmap desolatamente vuota (un peccato, considerando che riceviamo visite da oltre 60 Paesi), iniziative per gli ospiti che giacciono abbandonate nell'angolo. Fra un po' le leviamo, mi sa.
Solo la newsletter registra numerose iscrizioni, ma immagino che sia perché richiede meno esposizione in vetrina da parte del navigatore solitario.
Il mio vecchio Carlo's Web Site, decisamente più povero di contenuti (molti dei quali sono stati peraltro ricollocati proprio qua dentro), collezionava più o meno un decimo delle visite di Orizzontintorno, ma il volume della corrispondenza con i visitatori, in qualsiasi forma, era dieci volte tanto.
Per dire, qui oggi viaggiamo sui 700.000 hit, che poi si traducono in circa 2.000 passaggi mensili per la home page, ossia sei-settecento visitatori unici al mese. Insomma, transitano di qui in media circa venticinque persone al giorno.

A proposito: il contatore di Orizzontintorno è "onesto". Non conta i reload. Se passate da noi più di una volta vi ignorerà. Non che non vi voglia bene: è che, a differenza di noi, che amiamo coltivare amicizie ben selezionate e ricorrenti, tende a inseguire volti nuovi. Ma noi lo sappiamo: c'è l'amico che si collega sempre dal network belga della Coca Cola; c'è l'olandese che ci naviga quasi tutti i giorni dalla facoltà di architettura di Amsterdam; c'è l'amica abitudinaria dal Giappone; c'è una persona che ben conosciamo che ci legge spesso dalla rete milanese di Unicredito, e che forse non sa che una sua collega ci visita altrettanto regolarmente da Verona; e poi c'è lo svizzero anonimo, e l'inglese della Cowen, e il canadese da Montreal, e quello (quella?) dell'Università di Trieste.
Noi vi vediamo, curiosiamo nell'elenco degli IP e in quello delle parole chiave con le quali veniamo trovati sui motori di ricerca, a volte talmente comiche da aver deciso di aprire una rubrica apposta. Per esempio, ditecelo dai: chi di voi è arrivato qui cercando su Google "Con la temperatura 18.6°C che pesci posso trovare?"

Dicevo: non siete pochi su Orizzontintorno. Ma, a differenza del vecchio Carlo's Web Site, vi nascondete.
Poi ci sono quelli che lasciano messaggi privati. Perché?
E poi ci sono quelli che, raramente, ci scrivono via e-mail.

Ora: tralasciando coloro che chiedono di poter entrare nella nostra organizzazione (quale?), o che ci mandano il curriculum (perché??), o che ci chiedono di organizzargli il viaggio (come???), vanno sempre più di moda quelli che vi faccio qualche appunto, o che mi piacete poco, o che non mi piacete affatto, o che siete due stronzi barbari (cito: è stato il primo in tempi non sospetti), o che io al vostro posto.
E vabbé, mica si può sempre essere popolari. Però, non capisco: scusa, se non ti piace cambia canale, no? Che poi, qui la politica (e la polemica) la facciamo molto, molto, molto fra le righe. Ma devi proprio andartela a cercare.

Comunque. Chiariamo alcune cose: tanto per pignoleria e per rispondere a qualche appunto.

Il diario di viaggio di Asia Overland è, per l'appunto, un diario. Non è un libro. E' qualcosa che ho scritto per me stesso e che utilizza un linguaggio diretto: esattamente quello che utilizzo fra me e me quando annoto qualcosa. Non scrivo un diario per il pubblico, scrivo per tracciare i miei stati d'animo e gli eventi che mi interessa ricordare. Quindi utilizzo un linguaggio che certo non è affatto filtrato per la pubblicazione.
Il fatto, poi, che abbia messo in rete il mio diario di viaggio non significa che lo abbia trasformato in un libro. Non mi sono certo messo a revisionare né il testo, né la grammatica, né la sintassi. Quello che volevo era esattamente riportarlo tale e quale, pagina per pagina, il che ha una valenza completamente diversa da quella di un testo per il pubblico e l'unica cosa che trasmette è *esattamente* il mio stato d'animo nel momento in cui l'ho scritto: che è ben diverso dall'interrogarsi a posteriori, a casa, svaccati comodamente davanti al proprio camino, sui gap cultural-socio-economici-storico-politici e bla bla bla.
Così, se per esempio ho scritto sul mio diario "rompicoglioni" è semplicemente perché in quel momento mi riferivo proprio ad un rompicoglioni ed ero incazzato, esattamente come posso esserlo nel traffico di Milano. Non c'entra nulla una nostra presunta incapacità di adeguarsi a culture diverse e bla bla bla di nuovo. Un rompicoglioni rimane tale, indipendentemente dal colore della pelle, razza, religione, grado di alfabetizzazione e abitudine a trattare con lo straniero. Non è che un rompicoglioni indiano rompe meno di uno italiano, soprattutto quando tu sei stanco, sporco, affamato e magari anche un po' malato.

Credo che dovrebbe essere chiara la differenza fra l'aver deciso di mettere in linea il mio vero diario di viaggio e fare, invece, un'operazione che già fanno tutti, ossia scrivere un diario di viaggio per il pubblico. Ecco, io non ho affatto scritto un diario con l'obiettivo di farlo leggere: ho voluto dare in pasto i miei pensieri primordiali, giorno per giorno, senza filtro.

Di tono e sintassi completamente differenti sono le lettere che abbiamo scritto e inviato agli amici durante il nostro viaggio e il libro che ne è stato ricavato: verrà pubblicato ad ottobre da una nota casa editrice e in qualche modo traccia esattamente una sorta di diario di viaggio parallelo, molto differente da quanto riportato in questo sito web. Sono parole filtrate, corrette, razionalizzate, ripensate. E', appunto, un libro e scrivere sappiamo, quando vogliamo.
Il mio diario di viaggio è tutt'altro che un esercizio di stile, o di correttezza, o una manifestazione di sani principi culturali. No, è solo un insieme di stati d'animo immediati, di dati numerici e di indirizzi. Un diario di viaggio, null'altro che uno stupido e inutile diario di viaggio, pensato e scritto solamente da, e per, il sottoscritto.

Delle relazioni difficili con alcune popolazioni, poi, abbiamo già dovuto dibattere per mesi con decine di persone che il nostro viaggio lo hanno seguito in diretta e questa polemica è diventata, in qualche modo, il leit-motif portante del libro di cui sopra. Mi appello dunque al quinto emendamento e rimando ulteriori risposte in merito agli atti del processo, quando verranno pubblicati.

Poi ci sono le fotografie. Ossantapazienza... Io fotografo quello che voglio, come voglio e quando voglio. Non per far piacere a qualcun altro. Certi giorni non scatto affatto, altri li dedico apposta alla fotografia e allora faccio fuori magari tre o quattro rullini, anche perché, probabilmente, uno di quegli scatti verosimilmente mi ripagherà il biglietto aereo.
Il mio occhio non è quello di altri e non entro nel merito di quello che altri fotografano, di quanto fotografano, o di come lo fanno. Quindi, perché qualcuno entra nel merito di quante fotografie scatto io e/o del perché le faccio?
Io non scatto per addormentare la gente con le mie fotografie. Normalmente, anzi, me le guardo da solo le mie dia ed evito accuratamente di annoiare gli amici. Il fatto che in questo sito vi siano oltre tremila fotografie selezionate dal mio archivio significa solo che a) avevo voglia di metterle in rete e b) non c'è alcun obbligo per i visitatori di guardarle tutte. Anzi, non c'è alcun obbligo di guardarle proprio, se vogliamo.
Ognuno di noi viaggia con occhi differenti e pretendere di applicare il proprio metodo al modo di fotografare di altri mi sembra, quanto meno, un'operazione un po' azzardata.

Io scatto diapositive, Emanuela fa stampe. Fotografiamo cose diverse ed ognuno di noi fa fotografie per se stesso, prima di tutto. In questo senso viaggiamo separati, ed è bene che sia così. Di ogni viaggio produciamo dunque volumi per lo meno doppi. Ma ciascuno di noi si guarda bene dall'interferire nella fotografia dell'altro. Non è che se Emanuela scatta una fotografia io non la faccio perché tanto c'è già la sua, e viceversa. I miei occhi sono miei, i suoi sono suoi. Figuriamoci, dunque, quelli di qualcun altro.
No perché, qualcuno sostiene che non sappiamo goderci i nostri viaggi perché facciamo troppe fotografie... Ora, sarà che meglio di me è difficile che qualcun altro sappia se *io* mi godo o meno il mio viaggio...?
Il mio archivio fotografico contiene oggi circa 100.000 diapositive scattate in vent'anni di viaggi e ciascuna di quelle foto, per me, ha la propria storia: che non abbiano alcun significato per altri non è un mio problema. A parità di contenuti, alcuni fotografi professionisti che frequento hanno archivi di oltre un milione di diapositive.
Qualcuno, inoltre, non sa bene come funzionano certe cose. Un esempio? Per fare il calendario sulla montagna che è pubblicizzato in questo sito, e che ha venduto parecchie migliaia di copie, la casa editrice ha lavorato un anno su un volume, che mi ha esplicitamente richiesto in anticipo, di quasi 500 fotografie. Per selezionarne 12...
Quando pubblico un articolo che contiene mediamente tre o quattro fotografie, l'editore se ne fa mandare venti. Per scegliere la copertina del libro, la casa editrice mi ha chiesto una decina di foto.

Io, dunque, scatto per me stesso e poi, come minimo, raddoppio per motivi editoriali. Faccio foto artistiche se ho bisogno di foto artistiche, faccio foto d'archivio se ho voglia di fare foto d'archivio. Se sono saturo non scatto affatto e scatto solo se sono in giornata. Se devo fare un ritratto che mi interessa, è possibile che quella stessa foto la faccia dieci volte con parametri differenti, per poi scegliere a casa con calma quale, fra quei dieci scatti, è quello che più mi colpisce.
Se altri scattano solo trecento fotografie in tre settimane di viaggio in Africa per farle vedere agli amici, sono affari loro. Io ne scatto mille per me stesso e per avere del materiale sul quale lavorare. Perché, se non fosse chiaro, con le foto ci lavoro, anche.
Se poi agli amici interessa vederle, di solito me lo chiedono e io mostro loro preferibilmente solo solo una piccola selezione. Ma *non* scatto per loro. E in rete metto quel cavolo di foto che mi pare e che hanno significato, prima di tutto, per me. Certo.

Taglio corto sui commenti e sui giudizi relativi ai nostri atteggiamenti verso le popolazioni locali. Ognuno può estrapolare tutto ciò che vuole leggendo i miei diari. Come ho già scritto da altre parti, dopo vent'anni di viaggi non devo certo dimostrare a nessuno di saper abbondantemente superare qualunque gap culturale, dappertutto. Soprattutto al turista organizzato dei quindici giorni a ferragosto. E scusatemi, quando ci vuole ci vuole, "cribbio"!

E' vero, ho scritto che non inviamo le foto a coloro a cui le promettiamo. Mettiamo in chiaro un'altra cosa: io mi fermo a chiacchierare con un nomade kyrghizo, mangio nella sua tenda, passo con lui qualche ora intendendomi con tanta buona volontà e pazienza a forza di gesti e di suoni gutturali. Gli chiedo se posso fotografarlo, o se sai mai il caso gli rubo l'anima: lui è tutto contento, dell'anima gli frega assai e si fa fotografare.
Poi: già è un massacro spiegargli che la mia reflex non è una polaroid, quindi non posso consegnargli la foto lipperlì. Provaci tu se ne sei capace. Allora ecco la bella idea: decide di dettarmi l'indirizzo, così gliela posso spedire. Già, dettarlo, perché a scrivere non è capace e anche se lo fosse me lo scriverebbe con qualche alfabeto incomprensibile. Insomma, détta: a suoni gutturali, che prova a trascriverli con il tuo di alfabeto! E, ovviamente, puoi scrivere il cavolaccio che vuoi, tanto purtroppo lui non può controllare.
Eccoti infine il suo indirizzo: "wxsdfr skkfdhf skkksls". Una tenda. In mezzo al vuoto spinto dell'Asia Centrale.
Quanti ne abbiamo raccolti di "indirizzi" così? E che faccio allora, ogni volta mi metto a discutere a suoni gutturali del perché e per come non invierò le foto? Ma per piacere...
Ah, sì: la nostra guida mongola mi aveva dato il suo indirizzo di e-mail: sono evoluti là, che vi credete... Ho provato a spedirgliela la sua fotografia. Non vi trascrivo quello che mi ha risposto un'oscuro server mongolo...

Capita sempre di ricevere lettere dove veniamo accusati di comportarci da ricchi turisti colonizzatori nei confronti di povera gente ignorante. Peccato che coloro che scrivono viaggino di solito davanti alla televisione guardando Licia Colò e non abbiano la minima idea, ad esempio, del fatto che l'approccio cinese verso il turista occidentale non sia *affatto* dovuto, spesso, alla loro povertà ed ignoranza, ma ad un radicato razzismo nei confronti dei bianchi, che considerano culturalmente inferiori. O che l'aggressività degli indiani di cui parliamo sia esercitata da gente che appartiene a caste benestanti e culturalmente elevate, arricchite grazie al mercato del turismo e proprio a danno di un turismo sano. O che molti uyghuri non siano affatto povera gente, ma ricchi commercianti che parlano otto lingue e che sanno benissimo fare il loro mestiere, da secoli prima di noi.

Vabbè, dai, la pianto qui. Oggi, lo confesso, mi spiace che questa specie di blog non sia aperto ai commenti. Non ne ho ancora avuto il tempo, vi giuro. Non è che fra un biberon e l'altro, di notte, abbia esattamente il tempo di studiarmi anche l'XML e tutte quelle faccende lì.
Ma diamine: l'e-mail ce l'avete. Il guestbook anche. Usateli! Come? Ho appena finito di pontificare contro quelli che mi scrivono? Eddai, lo sapete che è solo per fare un po' di polverone. Del resto, se siete arrivati a leggere fino qua in fondo significa che quello che scriviamo (scrivo io, scrive Emanuela) vi interessa, bene o male.

Alzate la voce. Caso mai, poi, vi pubblichiamo. Anche se non ci siete piaciuti.

 
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