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Fretta, fretta, fretta. Venerdì sera, se prendo
la macchina col cavolo che arrivo in tempo. Piove pure,
figuriamoci di venerdì sera, rush hour e piove pure.
Prima di arrivare al prossimo semaforo avrei il tempo di
leggere i giornali di tutta la settimana.
Prendo la metro, ovvio. Potrei prendere il tram che ci arriva
diretto, ma prima devo arrivarci, al tram: a piedi, con
un altro tram o con il bus. E tanto le corsie preferenziali
sono preferenzialmente di pubblico accesso e torno al problema
di cui sopra.
Prendo la metro, ovvio. Mi inabisso.
T-zziip, obliterato il biglietto. Passo davanti alla solita
faccia da controllore, tutte uguali e non è solo
per il riflesso del blu della divisa sulla faccia e sotto
il berretto. Se passi dall'incrocio tra viale Tunisia e
corso Buenos Aires li vedi lì a tutte le ore, riemersi
dai tunnel o scesi dal tram, che si ritrovano, appoggiati
al muretto della discesa alla metro, e non li distingui
uno dall'altro, che siano uomini o donne. È che sono
controllori, il controllore non ha volto finché non
è quello che ti becca senza biglietto.
T-zziip, dietro di me e dietro di me e dietro di me, ancora
t-zziip, ma io ormai mi sono allontanata, sono già
con un piede sul gradino, l'odore di caffè stantio
del bar sotterraneo si sta già disperdendo alle mie
spalle, si attenua il bagliore dell'edicola e scendo. Solita
macchinetta per fare le foto, solita tendina semialzata,
soliti gruppetti di peruviane che sembrano arrivare da cento
posti diversi e ovunque si incontrino hanno sempre qualcosa
da dirsi "otra mujer, otra mujer", sento dire.
Ce n'è sempre una incinta, una in maglione, quasi
tutte in jeans. Il centro-sud America si disperde qui, nei
sotterranei di (corso) Buenos Aires, di (piazza) Lima, di
(piazza) Argentina. Questa è Milano.
Clank, sliding doors davanti al mio naso, la rossa mi parte
davanti. Ovvio. Rimango ferma in questo odore di tutte le
metropolitane del mondo che te le fa piacere, questa polvere
in sospensione che d'estate diventa rovente e d'inverno
ti accoglie con tepore appena riesci a svoltare l'angolo
dal turbine di gelo che si infila nei cunicoli. Sei lì
che aspetti, di fronte è un grande wwwuumm di aria
e rumore e colore ritmico, arriva il treno che va nell'altra
direzione e tu sei lì, come un Mister Bean qualsiasi
che legge nell'aria l'enunciato della legge di Murphy. Ma
è un enunciato trasparente, tu ci guardi attraverso,
oltre alle colonne tra i binari, in mezzo alla pubblicità,
e tu sei lì, con l'aria assorta e il tuo sguardo
è trafitto dai colori di un nuovo viaggio tropicale,
colpito da facce giganti che sorridono, da lettere perfette,
grandi, cubitali. Una scena astratta, cubista.
E poi c'è qualcuno che si siede vicino a te sulla
panchina fredda, ti scappa di girare la testa anche se non
vuoi, è una signora che sta armeggiando con la rubrica
del cellulare, un imbianchino forse polacco immerso nel
giornale gratuito, un paio di studentesse con gli zaini
carichi come alberi di Natale, il tipo trendy che controlla
il contenuto del sacchetto del negozio trendy, un gruppo
di diciassettenni dai capelli unti di gel a cui forse scivoleranno
ancor più giù i pantaloni quando saliranno
per le scale di San Babila. Sfiori il tuo nuovo vicino di
panchina con uno sguardo fintamente distratto, in realtà
lo studi e lui sta studiando te, non mentiamo.
Wwwuuumm, è arrivata. C'era scritto un attimo fa
a puntini rossi "Bisceglie: 3 minuti" e stavi
considerando che chissà com'è, scendere a
Bisceglie. Clank, sliding doors già si aprono.
Mi alzo, entro, occhiata, posto libero, seduta. Sono finiti
i tempi di fine novembre-dicembre, quando ormai il pancione
era talmente evidente che dovevi proprio girarti dall'altra
parte nella ressa prenatalizia per non cedermi il posto.
Bastardo. Come se sotto al cappotto avessi nascosto la spesa
del supermercato. Sono finiti quei tempi, in cui solo l'animo
di un filippino, di un sudamericano o di qualcuno con i
capelli grigi mi regalava qualche minuto di riposo. Sono
finiti quei tempi, la metro non la prendo da quasi quattro
mesi, e perché dovrei, del resto, da sola, con il
passeggino o il marsupio, magari in un'ora di punta. Ridicolo.
Oggi ci sono di nuovo, chiusa dentro a lamiere dritte dritte,
mi affretto a sedermi come tutti gli altri, niente pancione
niente posto, devo lottare di nuovo. Respiro. Quando ti
siedi in metro automaticamente respiri. Forse avevi trattenuto
il fiato per fare più in fretta ad entrare, ad arrivare
al posto, ad appenderti a un sostegno. Non so. Ma è
così, è come aver trovato il perché
della vita, in quel respiro. Un sospirone come quello dopo
il primo cucchiaino di nutella, dopo la prima sorsata di
caffè. Non c'è un perché logico, è
solo animale.
Animale, come tutti gli altri, come il lieve movimento ritmico
di quel tipo con il naso schiacciato dentro la fronte e
la borsa a tracolla, lo sguardo vacuo e liquido di un azzurro
troppo spento. Venerdì, ore diciotto e qualcosa.
Animale, come il il respiro dell'indiano di fronte a me,
che ha una barba troppo nera per non notarla ma troppo corta
ed occidentale per far credere che sia un autentico sikh,
di quelli con il bracciale d'acciaio, il turbante in testa
e il coltello di traverso. Eppure il bracciale ce l'ha.
Fiato caldo come quello dell'indocinese lì di lato,
chissà a cosa sta pensando, si vede che sta pensando.
Polmoni che si alzano e si abbassano come quelli di chi
entra ora con un pc nella valigetta, come il trentenne incravattato
della finta Pineider pesantissima che gli sta allungando
il braccio, come quest'altro, con la borsa morbida nera
sopra la spalla dell'impermeabile. Sbatto le palpebre forse
nello stesso momento di quella ventenne o poco più
appena entrata, con i ricci colorati, le scarpe da bebè
con la punta tonda e i calzettoni a righine multicolor fin
sotto al ginocchio. Condivido l'ossigeno con i due ragazzi
al mio fianco, forse stanno raggiungendo qualcuno per l'aperitivo.
Su e giù, su e giù, i polmoni lavorano. Uomo
e donna mediorientali, lei ha il foulard e il soprabito
di uno di quei colori indefinibili. Sono belli, si stanno
sorridendo. Scendo dietro a una donna troppo profumata,
evito la scala mobile, salgo rapida su per le scale, quelle
che non faccio mai a casa perché con un passeggino
uno prende sempre l'ascensore.
Fuori, fuori, sto per uscire, si aprono contro le mie gambe
le porticine in cima alle scale, mi districo nel traffico
umano dei corridoi sotterranei, attraverso tutto lo spazio
davanti a me, supero i negozi, supero l'immancabile edicola,
ho davanti a me una scala, spero sia quella giusta, non
so bene dove devo andare. Respiro l'aria già fresca,
respiro più a fondo mentre cerco l'ombrellino nella
borsa, lo spalanco fucsia sopra la mia testa, nell'ultima
aria luminosa della sera, ora è più veloce
il mio fiato ed ecco che le scale sono finite, sono fuori,
mi guardo intorno, respiro di più.
L'uscita è quella giusta, devo andare a sinistra,
trenta metri e sarò alla festa. Neanche questa volta
è scoppiata la bomba.
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