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GIORNALE DI BORDO: AGOSTO 2004

GIOCHI DI LUCE

di Carlo, 30 agosto 2004
 

Questa strana estate volge al termine. Domani pomeriggio abbandoneremo il nostro eremo elbano e ci imbarcheremo per tornare a casa. Erano molti anni che non trascorrevo le ferie in Italia.
Tanto per dire, le acque di Capo S. Andrea sono chiare, chiarissime. Sott'acqua, un festival di pesci. In testa, milioni di pensieri.

Sì, domani si torna a casa. Intanto, stasera la piccola digitale lavora, come sempre. E ci portiamo a casa qualche nuovo gioco di luce isolana.


Altri scatti qui.
 
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BANDIERE

di Emanuela, 23 agosto 2004
 

La bandiera. Un pezzo di stoffa, il vessillo: colori accostati riuniscono sotto di sé un popolo, una cultura, un'identità, un modo di fare, un legislatore, un'amministrazione, un giudice. Lo stemma di una grande famiglia. Un simbolo di coesione e coerenza.

Ho visto bianco, rosso e verde dipinto sopra l'insegna di un ristorante veneto. Forse è una dichiarazione contro la moderna Serenissima, forse è una dichiarazione di accoglienza agli stranieri che calano numerosi d'estate attraverso quelle pianure, forse è semplicemente bianco rosso e verde, tre colori che stanno bene sopra una scritta in veneto.
A Milano bianco rosso e verde è sinonimo di stelle e strisce, di bianco rosso e blu britannico, di giallo e rosso, di moderna crociata contro il pericolo del terrore. A Milano, sempre più grigie e stinte penzolano bandiere arcobaleno che intimano, dall'alto di brutti e bei palazzi: pace. Sette colori che la natura regala raramente attraverso l'atmosfera umida sono rinchiusi in un nuovo significato, ormai sbiadito e scolorato nell'abbigliamento alternativo.

Un mio amico ha un bel giubbotto nuovo, bianco rosso e blu, con la bandiera australiana. Mi dice: c'era anche con la bandiera americana, ma sai mai di questi tempi. Colori, sono gli stessi colori. Gli stanno bene. E così è che le stelle e le strisce che regolarmente sventolano orgogliose sui pennoni dei McDonald's americani fanno di quegli hamburger un potenziale esplosivo di carne umana in tutto il mondo.
Ronald sorride sempre più triste a barboni, extracomunitari e bambini col palloncino in mano e macbox nel pancino. Sono le stesse stelle e strisce della copertina di Born in the USA, del sogno di libertà, successo, realizzazione economica e forse anche personale che ha drogato gli anni ottanta: gli USA della classe operaia graffiante che si fa largo in un pub di una squallida cittadina del New Jersey. Sono le stesse stelle e strisce che decidevano il destino di chi arrivava alla famosa isola della speranza, nel non luogo per eccellenza di fronte a Manhattan, quando non c'erano ancora le torri che non ci sono più, quando c'era già quella statua francese diventata un tutt'uno con le stelle e le strisce.

Bianco rosso e verde è ancora bello ma a molti fa paura, forza azzurri si potrà dire alle Olimpiadi finché qualcuno non chiamerà così un partito, defraudando ancora un po' il vocabolario dell'uomo comune.

L'uomo comune cerca un'identità altrove. Quest'estate, in giallo e verde. Qualsiasi cosa, purché gialla e verde. Una maglia brasiliana ha lo stesso valore cromatico e modaiolo di una maglia giamaicana. Il significato si perde, a volte pure la nazionalità. Il messaggio diventa allora: "narcos", "de puta madre", "penitenciario de Cartagena", "fucking criminal". Proclamarsi illegale è bello. Per chi non lo è, o lo è poco. E forse la signora che stira quella maglietta non si rende conto che suo figlio le ha appena dato della baldracca.
Giallo e verde, quest'anno è fondamentale. Insieme all'altra bandiera collettiva: gli occhialoni, veri o taroccati, bombati a mo' di coacervo di occhi di mosca. Una bandiera dietro cui nascondersi, veramente internazionali dietro ad un marchio che di francese non ha più niente. Soprattutto se a venderlo sono dei ragazzi altissimi magrissimi e nerissimi che comprano all'ingrosso da uomini minuti con gli occhi a mandorla.

Bandiere. Ed è così che i fratelli d'Italia si riuniscono se un'auto rossa inacquistabile sfreccia imprendibile, guidata da un tedesco o da un brasiliano, diretta, in primis, da un francese e da un inglese. Ed è così che ci mettiamo la mano sul cuore se una bella ragazza si fa largo veloce sull'acqua. Ed è così che ci ricordiamo fino all'elmo di Scipio se perdiamo contro il Sol Levante - e forse un giorno ci confronteremo di nuovo con quell'altro pericolo giallo che già ci disfò, forse anche per merito di un colombiano.

Bandiere. Ho visto passare l'ennesimo bambino tedesco con l'ennesima maglietta di Totti. Significati che oggi ci sono e domani dipende. Colori annacquati nella calura estiva e nelle nebbie invernali. Rimaniamo tutti con il fiato sospeso, molti ad osservare il calendario, a ricercare un possibile indizio nella cabala dei giorni e dei mesi, nell'abbinamento dei numeri a significati nazionali. Novecentoundici, emergenza. Manchiamo noi, mancano gli inglesi. Qualcosa succederà, o forse no. Non è importante per chi attraversa il mare di mezzo con mezzi di fortuna, non è importante per chi sta pestando cereali nel mortaio all'ombra di un baobab, non è importante per chi si sta già preparando ad un altro inverno in una dacia di legno, non è importante per chi sta per perdere tutto sotto l'annuale uragano tropicale. Certe bandiere hanno colori fuori moda.

 
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SCIROCCO

di Carlo, 21 agosto 2004
 

Un paio di giorni fa abbiamo riattraversato il mare a rovescio e, grazie all'invito di due amici, siamo tornati in continente per fare un bel giro nel cuore della Garfagnana. Ritorno attraverso le Apuane. Un frammento di marmo bianco andrà ad arricchire la nostra collezione di sassi raccattati qua e là.
L'ultimo traghetto della sera ci ha riportato qui nel nostro eremo elbano. Traversata piuttosto movimentata, Scirocco andante e mare formato.

A proposito: sulla strada del ritorno, una rapida sosta a Pisa. Circa le sette di sera, una luce bellissima. Ne approfittiamo. La piccola Nikon digitale si difende bene, anche questa volta. Probabilmente già domani sera troverete qui i nuovi scatti.

 
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REMOTE CONNECTION

di Carlo, 16 agosto 2004
 

In fondo è un po' una prova di diario di viaggio on line: quasi, potremmo dire, il fine ultimo di Orizzontintorno così come lo avevamo immaginato un paio d'anni fa, prima di dare il via ai lavori.

Ecco, qui siamo noi. Oggi vi facciamo vedere Rio nell'Elba, così come la vediamo dalla nostra terrazza. C'è il caso che dal prossimo giro riusciamo a portarvi in viaggio con noi, aggiornando in diretta questo contenitore con foto, storie e videoclip dei nostri vagabondaggi. Giusto il tempo di stabilizzare l'equipaggio con il nuovo piccolo marinaio (che, a dire il vero, mostra già pericolose ambizioni da capitano), prima di rimetterci in cammino oltre confine.

No perché ogni tanto incontriamo qualcuno convinto che metter su famiglia significhi cambiar del tutto vita, non considerando che può semplicemente voler dire allargare il proprio modo di intenderla, tutt'al più giocando un po' con qualche ripianificazione. Ecco, questo è il nostro caso, se non si fosse capito.

N.B. Qualche altro scatto nell'archivio immagini.

 
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DIARIO RETROATTIVO/3

di Emanuela, 14 agosto 2004
 

La matematica è relativa.

Questa luce di tramonto offuscato, il rosa che quasi non ha ombre, leggeri bagliori sull'acqua, appena percettibili le lingue di bianco attraverso il cielo chiaro, chiarissimo. È la luce che fu del Giorgione, del Canaletto, del Tiepolo. È l'umidità che mi ha accolto, avvolto, imprigionata di nuovo al mio ritorno da un anno di blu desertico, nove anni fa. Ci passo attraverso, la respiro, palpabile e presente, addosso, in una sera estiva, un tre agosto che è forse uguale ad un tre agosto di cent'anni fa.

Duemilaquattro, chi l'avrebbe detto. Ho un marito, un bambino, ora anche una casa, a trecento chilometri da qui. E, come quando ero piccola, estate dopo estate piena di sabbia, come quando ero adolescente, sguardo dopo sguardo intorno, come quando ero un po' più grande, segreto dopo segreto, cammino lungo questa riva, affondo nella sabbia, gioco con la marea che si abbassa, con le onde che si ritraggono ma non vogliono cedere terreno all'aria.

I colori che coprono la laguna e il primo Adriatico sono speciali, usciti da un teorema pastello che nasconde le linee, abbassa le certezze, elimina le distanze. Sono i colori che tradiscono d'inverno e ammaliano d'estate. Questo rosa è forse simile a un tramonto indiano, caldo, pesante, umido sul corpo, eppure leggero allo sguardo. Questo rosa è forse ciò che affascina quel pakistano che ha lasciato le sue collane a terra e si è seduto, semplicemente a guardare il mare. Striscia dopo striscia di onde sottili, che cullano l'orecchio e lo sguardo, ammaliano interrompendo il silenzio che non esiste. Inseguo i suoi pensieri oltre l'orizzonte, un filo di seta che stacca due colori quasi identici. Un motore lontano, vecchio peschereccio che non dovrebbe essere lì, a quest'ora.

Io corro. Corro, respiro, evaporo, mi fondo con l'umidità che mi circonda. Sudare non è un delitto, correre è matematica. Da diciannove a ventuno volte quattro passi tra un pontile e l'altro, due passi per saltare sopra il legno e riatterrare di là, sulla sabbia, un po' soffice e un po' dura del bagnasciuga e ricominciare. Unoduetreuno unoduetredue unoduetretre unoduetrequattro unoduetrecinque. Pontili equidistanti, unoduetrediciannove. Salto su, unodue, salto giù.
Pura matematica, correre è respiro, un respiro che corre insieme ai piedi, compasso che si apre avanti e avanti e avanti. Un cuore che batte, che batte, che batte col respiro. Il rosa intorno si fa più palpabile, di lato scorre il filo di seta, si accorcia lo spazio fino al prossimo pontile, si avvicinano e si allontanano i puntini degli ultimi bagnanti. Una coppia amoreggia più in là, sulla secca. Un ragazzo esce nudo correndo, una scommessa. Un papà è impegnato nel mestiere antico di costruire il castello per i suoi bimbi, esigenti e indifferenti. Un altro papà scava una buca con l'acqua per un granchio già morto. Una giovane slava esce dal mare, pienotta nel suo costume intero a fiori. Di fronte a me si accorcia l'arco infinito del litorale, segnato da una perfetta prospettiva di piccoli pezzi di lego, da quadrati che diventano finestre colorate, da righe che si avvicinano in terrazze lunghe sul mare.

Corro, respiro, corro, respiro. I palazzi sono sempre gli stessi, stessa spiaggia stesso mare. Duemilaquattro, ho un marito, un bambino e ora anche una casa. E corro. Corro come prima, come prima forse mi guardano i calciatori da spiaggia, non so. Le onde, leggere, continuano a infrangersi vicino ai miei piedi, le mie vecchie Reebok con i loro vecchi granellini di sabbia mi portano ancora una volta un po' più in là, verso il prossimo pontile, attraverso il calore, attraverso l'umidità, attraverso il rosa. Il mare la sera regala un'infinita brezza, che sale sopra le onde, sale sopra la battigia, si arena sulla sabbia. Ci corro attraverso, la sento addosso.

Duemilaquattro e un nuovo pannello luminoso mi informa inutilmente: tre agosto, ventisette gradi, diciannove e ventuno. Ottuso, non ho bisogno di te. Non ho bisogno della tua stupida matematica. Mi basta la mia, unoduetresedici unoduetrediciassette. La matematica è solo la mia, relativa, quella che mi fa scorrere intorno questa scena già vista, il mare già visto, le onde già viste, i pontili già saltati, i bambini già cresciuti, le coppiette già disperse, i palloni già calciati, le serate già vissute, il rosa già dipinto, le ombre già passate.

 
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DIARIO RETROATTIVO/2

di Emanuela, 13 agosto 2004
 

Una prospettiva diversa.

Esco da Milano con la macchina, mi avvicino alla mia nuova vita. Esco dai cubi, esco dal grigio, esco da un Buenos Aires intasato anche a fine luglio, i soliti deficienti in doppia fila anche a fine luglio, nessun vigile, soprattutto a fine luglio. Imprecazioni di tutti, oltretutto nel caldo di fine luglio. Mi spoglio del cemento, allontano la periferia che mi scorre ai lati, una Palmanova precisa, linea retta grigia solcata da perfetti lampioni come in un modellino.
Brutti treni grigi e verdi alla mia destra, colonna a settanta all'ora sull'asfalto, ora semivuoto sotto il sole del pomeriggio.

Vado, vado. E il cielo si apre, il cielo si allarga, l'orizzonte si delinea. In lontananza si profila il triangolo della Grigna, più in là i denti del Resegone che vide Manzoni e che videro tutti i Renzo e Lucia che passarono da queste parti. La peste, le lotte per il pane e tutto il resto. Il cielo è questo, il suolo è questo, asfalto più e metropolitana meno. L'aria si apre, l'azzurro si ripulisce, la patina giallastra evapora. La dimentico e mi guardo intorno, mentre il verde dei campi mi stupisce, mi ricorda di me.

Il pensiero di Milano scompare, mi viene in mente l'aeroporto di San Pietroburgo, ed è colpa di questo cielo nuovo. Un perfetto atterraggio dopo chilometri di banchisa bianca, una Volga nera guidata da una bionda che ci accoglie dopo due ore di dogana, una strada attraverso il nulla russo, impiastricciato a casaccio da moderni stabilimenti e vecchie industrie logore. Mi vengono in mente i silenzi delle distese dell'est, spaccati da motori solitari, inutili doppler che si allontanano chissà dove.
Un quesito: perché. Perché nascere, perché viverci, perché stare fermi, inchiodati a terre difficili, a politiche ostili, al nulla intorno. Mi ritornano agli occhi contadini solitari, aratri tirati da animali lenti, semplici profili su una collina. Davanti a me volano ancora cicogne, impeccabili, col lungo becco rosso a fendere un'aria intiepidita dopo mesi di gelo, cicogne capaci di costruire, di sfidare le intemperie, di affidare la loro piccola famiglia alla cima instabile di un comignolo, di una torre, di un palo del telefono. Mi si aprono ancora davanti gli orizzonti di quell'Europa orientale, placidi in apparenza. Le distese che uccisero di gelo, di stenti, di scorribande di genti che nessuna montagna poteva fermare. Pianure verdi, fangose nella breve stagione calda, infinite intorno a chi non crede che possano finire.

Poi la mia testa ritorna all'entrata a San Pietroburgo, che forse mai fu Leningrado. Alla trasformazione della strada in un percorso ampio, metropolitano, solcato di binari, lungo, lungo, affiancato da imponenti palazzi, da un senso di stabilità, di civiltà, di durevolezza.
Sempre più fregi, decori, colori spesso sbiaditi. E, nonostante tutto, sopra tutto, quel cielo. Che oggi è anche il mio cielo, qui, appena fuori Milano. Un cielo terso, limpido, svuotato degli eccessi di smog ma abitato, aperto intorno. Aperto, panorami, prospettive larghe e spazzate dall'aria.

La mia nuova vita.

 
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DIARIO RETROATTIVO/1

di Emanuela, 12 agosto 2004
 

Tempesta al mare.

Vento, fuori c'è vento. Un vento estivo, forse ancora caldo, forse no. Non importa, sono dentro, fuori c'è vento. Si sente sbattere, la gente alza la voce anche se è notte. Si diventa nervosi, si tende l'orecchio, come se stesse per succedere qualcosa. È solo un po' di vento. Sbatte una porta.

Non è lo stesso. No, non è lo stesso se sei in un ger, in una yurta. Se sei in una tenda rotonda in un punto qualunque dell'Asia centrale. Un puntino in un punto qualunque dell'Asia centrale. Sei in mezzo al vento, allora, diventi vento, sei lo stesso rumore che senti. Devi costruirla bene, quella tenda. Rotonda, il vento ci deve scivolare intorno, disperdersi oltre, in fondo, dopo di te, dopo che ti ha superato. Devi sapere qual è la direzione, del vento. Ed aprirai la porta solo in quella direzione. Non ci saranno spifferi, punti deboli. Tra pelle e pelle di montone, il rivestimento deve essere impenetrabile, uno scudo contro tutto. È la tua cuccia, il tuo nido, il guscio sottile che custodisce la tua vita, la madre che ti protegge in sé. Un ger costruito bene ti rende intoccabile. Pali perfettamente incastrati fra loro, legati da minuscoli, preziosi legamenti di crine di cavallo o striscioline di cuoio. Una stufa di ferro in centro: per scaldarsi, mangiare, sopravvivere al freddo e all'umidità.
E quando tira vento ti puoi placidamente addormentare, accoccolato nelle tue coperte, sopra a folte pelli di montone, a tappeti colorati di lana, ed aspettare. Che passi, un'altra volta.

Non so perché, ma stanotte il vento non mi fa dormire.

 
12:15 | Permalink

DICIOTTO ANNI

di Carlo, 11 agosto 2004
 

Con il nuovo aggiornamento di ieri ho inserito nell'archivio immagini le foto dei miei viaggi in Scandinavia degli anni'80. Dovrei forse dire le foto che si sono salvate. Gran parte delle diapositive scattate nel 1983 sono oggi sbiadite, o rovinate. Ma la verità è che moltissime sono orrende.
Amici, avevo diciott'anni! Capo Nord era il mio primo vero viaggio e di fotografia non sapevo praticamente nulla, senza contare che non avevo una lira e spendere soldi per qualche rullino in più era certo l'ultima delle mie preoccupazioni.
Per buona parte dell'itinerario viaggiai con Luigi, ma al ritorno, durante una sosta ad Amsterdam, le nostre strade si separarano. Iniziava a venire alla luce la mia proverbiale predisposizione alla vita da orso ed al viaggio in solitudine.
Insomma, delle fotografie del 1983 ho salvato giusto qualche scatto che più che altro ha significato per me e che ben ritrae la tipica vita dell'interrailer.

Sono tornato in Scandinavia una prima volta nel 1987, viaggiando alla volta delle Svalbard. Anche in quel caso il mio obiettivo era dunque altro che non fermarmi a fotografare la Norvegia, o la Svezia. Risultato: di nuovo pochi scatti, perlopiù tirati via. Quasi nulla di salvabile.

L'ultima vacanza lassù risale al 1989, ancora un viaggio a Capo Nord. Da allora sono tornato qualche volta in Svezia e in Danimarca solo per lavoro, senza macchina fotografica al seguito. Nel 1989 qualche scatto migliore, soprattutto al sole di mezzanotte, lo indovinai. In ogni caso feci pochissime foto, perché tant'è era la terza volta che tornavo in Lapponia e non avevo voglia di perder tempo dietro all'obiettivo.

Insomma, tutto questo per dire: non aspettatevi granché. Quel poco che rimane dei miei epici viaggi a Capo Nord, che hanno segnato l'inizio della mia carriera di viaggiatore, è tutto lì in quelle quattro brutte fotografie. Che, a ripassarle oggi per cercarne qualcuna di decente, un po' mi immalinconiscono.

Deve averlo già detto qualcuno: diciott'anni si hanno una volta sola.

Anche gli ultimi quarantadue chilometri per arrivare a Capo Nord si fanno a piedi, sotto la neve, una volta sola. A diciotto anni. Poi si diventa grandi e per fortuna ci si possono permettere altri mezzi.

 
01:30 | Permalink

APERTO PER FERIE

di Carlo, 4 agosto 2004
 

Due terzi di famiglia già al mare, un terzo ancora a mollo nell'aria liquida di Milano. Orizzontintorno non va in ferie comunque, mica siamo un blog qualsiasi che ad agosto tira giù la saracinesca. La prossima settimana raggiungo gli altri due terzi, portandomi dietro quest'affare da cui scrivo: metti che scattiamo qualche immagine interessante, o che salti fuori qualche notizia degna di nota. E poi, volete mettere? Come lo scorso anno alle Seychelles, una serata tranquilla sulla terrazza, cullati dalla brezza di mare, in attesa del solito turno di biberon: quale occasione migliore per mettere un po' d'ordine qua dentro? Ammesso, poi, che l'antennina GPRS funzioni all'isola d'Elba, il che è tutto da vedere. Altrimenti, buio fino a settembre.

Già, perché quest'anno, dopo anni e anni, niente viaggione estivo, nessuna nuova bandierina nel nostro elenco. Il piccolo tigrotto ha bisogno di tranquillità e di mare: non è che a meno di sette mesi di vita ti puoi permettere facilmente di spararti alcune ore di aereo per raggiungere qualche esotica ed ustionante meta delle nostre abituali. Ed anche un facile trekking nella giungla, o un po' di ritiro mistico in qualche monastero himalayano a cinquemila metri, li vedo un po' difficili. Non fosse altro perché portarsi dietro la piscinetta gonfiabile dove Leonardo fa splash splash, ridendo come un pazzo, mi sembra una soluzione poco percorribile.

Diamo tempo al tempo. Il piccolo zainetto può ancora aspettare, abbiamo davanti una vita. Magari la prossima estate qualcosa ci inventeremo, quest'anno evviva la vera vacanza alternativa: al mare con i nonni e noi tre insieme per tutto il mese.

Nel frattempo, un paio di note. Ho letto Odissee di Gian Antonio Stella. Qualunque sia la vostra posizione in merito al problema dell'immigrazione clandestina e ai continui sbarchi di disperati a Lampedusa, ve ne consiglio la lettura. Poi ne riparliamo.
L'Italia raccontata da Stella è tanto surreale ed agghiacciante ai nostri giovani occhi, quanto appartenente ad un passato tutt'altro che remoto. E' l'Italia dei nostri bisnonni, ma anche dei nostri nonni. E se pensate che la storia e le vicende attuali di curdi, somali, nigeriani, senegalesi, cinesi, albanesi, beluci, pakistani (completate la lista a piacere) non vi appartengano, andate a leggervi chi erano gli italiani di inizio '900. Sia che vi impressionino le quotidiane storie odierne dei naufraghi nello Stretto di Sicilia, che proviate indignazione per la sorte di "quei poveretti degli extracomunitari", sia che pensiate di prenderli a cannonate e rispedirli a calci in culo al loro Paese, spendete bene un pomeriggio del vostro tempo in spiaggia e leggetevi Odissee. Poi, provate a sfogliare nuovamente i giornali con la stessa distrazione di prima.
Io sono nato nel 1965. Alcune di quelle storie sono più vicine al mio anno di nascita di quanto non lo sia il 2004. Riflettete.

In questa mezza estate quasi priva di notizie - la "solita" guerra in Iraq, la caccia al bandito, il tempo va bene, il tempo va male, gli incidenti sulle strade e la benzina cara - i quotidiani hanno trovato qualcosa con cui riempire le pagine. Toh, si potrebbe parlare del Darfur. Perché no?

La crisi del Darfur è tutt'altro che una novità. Nel giro di un paio di settimane i giornali probabilmente non se ne ricorderanno più. Come d'abitudine, non voglio approfondire il tema su Orizzontintorno, già ampiamente trattato da molte fonti su Internet. Preferisco segnalarvi gli spunti iniziali e lasciare che chi è interessato parta da qui alla ricerca di altre informazioni.
Mi preme però sottolineare che già da alcuni mesi Emma Bonino cercava di sollevare l'attenzione pubblica sulla questione. Non posso fare a meno di pensarci ogni sera, quando tutti i tiggì danno ampio spazio al meteo da spiaggia ed alle vacanze dei vip e di queste notizie non trovo traccia alcuna.

Lo so, è una considerazione inutile e banale. Che volete, è estate anche per me.

 
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