| GIORNALE
DI BORDO: AGOSTO 2004 |
 |
GIOCHI
DI LUCE
|
|
| |
Questa strana estate volge al termine. Domani pomeriggio
abbandoneremo il nostro eremo elbano e ci imbarcheremo per
tornare a casa. Erano molti anni che non trascorrevo le
ferie in Italia.
Tanto per dire, le acque di Capo S. Andrea sono chiare,
chiarissime. Sott'acqua, un festival di pesci. In testa,
milioni di pensieri.
Sì, domani si torna a casa. Intanto, stasera la piccola
digitale lavora, come sempre. E ci portiamo a casa qualche
nuovo gioco di luce isolana.
Altri scatti qui. |
| |
|
 |
BANDIERE
|
|
| |
La bandiera. Un pezzo di stoffa, il vessillo: colori accostati
riuniscono sotto di sé un popolo, una cultura, un'identità,
un modo di fare, un legislatore, un'amministrazione, un
giudice. Lo stemma di una grande famiglia. Un simbolo di
coesione e coerenza.
Ho visto bianco, rosso e verde dipinto sopra l'insegna di
un ristorante veneto. Forse è una dichiarazione contro
la moderna Serenissima, forse è una dichiarazione
di accoglienza agli stranieri che calano numerosi d'estate
attraverso quelle pianure, forse è semplicemente
bianco rosso e verde, tre colori che stanno bene sopra una
scritta in veneto.
A Milano bianco rosso e verde è sinonimo di stelle
e strisce, di bianco rosso e blu britannico, di giallo e
rosso, di moderna crociata contro il pericolo del terrore.
A Milano, sempre più grigie e stinte penzolano bandiere
arcobaleno che intimano, dall'alto di brutti e bei palazzi:
pace. Sette colori che la natura regala raramente attraverso
l'atmosfera umida sono rinchiusi in un nuovo significato,
ormai sbiadito e scolorato nell'abbigliamento alternativo.
Un mio amico ha un bel giubbotto nuovo, bianco rosso e blu,
con la bandiera australiana. Mi dice: c'era anche con la
bandiera americana, ma sai mai di questi tempi. Colori,
sono gli stessi colori. Gli stanno bene. E così è
che le stelle e le strisce che regolarmente sventolano orgogliose
sui pennoni dei McDonald's americani fanno di quegli hamburger
un potenziale esplosivo di carne umana in tutto il mondo.
Ronald sorride sempre più triste a barboni, extracomunitari
e bambini col palloncino in mano e macbox nel pancino. Sono
le stesse stelle e strisce della copertina di Born in the
USA, del sogno di libertà, successo, realizzazione
economica e forse anche personale che ha drogato gli anni
ottanta: gli USA della classe operaia graffiante che si
fa largo in un pub di una squallida cittadina del New Jersey.
Sono le stesse stelle e strisce che decidevano il destino
di chi arrivava alla famosa isola della speranza, nel non
luogo per eccellenza di fronte a Manhattan, quando non c'erano
ancora le torri che non ci sono più, quando c'era
già quella statua francese diventata un tutt'uno
con le stelle e le strisce.
Bianco rosso e verde è ancora bello ma a molti fa
paura, forza azzurri si potrà dire alle Olimpiadi
finché qualcuno non chiamerà così un
partito, defraudando ancora un po' il vocabolario dell'uomo
comune.
L'uomo comune cerca un'identità altrove. Quest'estate,
in giallo e verde. Qualsiasi cosa, purché gialla
e verde. Una maglia brasiliana ha lo stesso valore cromatico
e modaiolo di una maglia giamaicana. Il significato si perde,
a volte pure la nazionalità. Il messaggio diventa
allora: "narcos", "de puta madre", "penitenciario
de Cartagena", "fucking criminal". Proclamarsi
illegale è bello. Per chi non lo è, o lo è
poco. E forse la signora che stira quella maglietta non
si rende conto che suo figlio le ha appena dato della baldracca.
Giallo e verde, quest'anno è fondamentale. Insieme
all'altra bandiera collettiva: gli occhialoni, veri o taroccati,
bombati a mo' di coacervo di occhi di mosca. Una bandiera
dietro cui nascondersi, veramente internazionali dietro
ad un marchio che di francese non ha più niente.
Soprattutto se a venderlo sono dei ragazzi altissimi magrissimi
e nerissimi che comprano all'ingrosso da uomini minuti con
gli occhi a mandorla.
Bandiere. Ed è così che i fratelli d'Italia
si riuniscono se un'auto rossa inacquistabile sfreccia imprendibile,
guidata da un tedesco o da un brasiliano, diretta, in primis,
da un francese e da un inglese. Ed è così
che ci mettiamo la mano sul cuore se una bella ragazza si
fa largo veloce sull'acqua. Ed è così che
ci ricordiamo fino all'elmo di Scipio se perdiamo contro
il Sol Levante - e forse un giorno ci confronteremo di nuovo
con quell'altro pericolo giallo che già ci disfò,
forse anche per merito di un colombiano.
Bandiere. Ho visto passare l'ennesimo bambino tedesco con
l'ennesima maglietta di Totti. Significati che oggi ci sono
e domani dipende. Colori annacquati nella calura estiva
e nelle nebbie invernali. Rimaniamo tutti con il fiato sospeso,
molti ad osservare il calendario, a ricercare un possibile
indizio nella cabala dei giorni e dei mesi, nell'abbinamento
dei numeri a significati nazionali. Novecentoundici, emergenza.
Manchiamo noi, mancano gli inglesi. Qualcosa succederà,
o forse no. Non è importante per chi attraversa il
mare di mezzo con mezzi di fortuna, non è importante
per chi sta pestando cereali nel mortaio all'ombra di un
baobab, non è importante per chi si sta già
preparando ad un altro inverno in una dacia di legno, non
è importante per chi sta per perdere tutto sotto
l'annuale uragano tropicale. Certe bandiere hanno colori
fuori moda.
|
| |
|
 |
SCIROCCO
|
|
| |
Un paio di giorni fa abbiamo riattraversato il mare a rovescio
e, grazie all'invito di due amici, siamo tornati in continente
per fare un bel giro nel cuore della Garfagnana. Ritorno
attraverso le Apuane. Un frammento di marmo bianco andrà
ad arricchire la nostra collezione di sassi raccattati qua
e là.
L'ultimo traghetto della sera ci ha riportato qui nel nostro
eremo elbano. Traversata piuttosto movimentata, Scirocco
andante e mare formato.
A proposito: sulla strada del ritorno, una rapida sosta
a Pisa. Circa le sette di sera, una luce bellissima. Ne
approfittiamo. La piccola Nikon digitale si difende bene,
anche questa volta. Probabilmente già domani sera
troverete qui
i nuovi scatti.
|
| |
|
 |
REMOTE
CONNECTION
|
|
| |
In fondo è un po' una prova di diario di viaggio
on line: quasi, potremmo dire, il fine ultimo di Orizzontintorno
così come lo avevamo immaginato un paio d'anni fa,
prima di dare il via ai lavori.
Ecco, qui siamo noi. Oggi vi facciamo vedere Rio nell'Elba,
così come la vediamo dalla nostra terrazza. C'è
il caso che dal prossimo giro riusciamo a portarvi in viaggio
con noi, aggiornando in diretta questo contenitore con foto,
storie e videoclip dei nostri vagabondaggi. Giusto il tempo
di stabilizzare l'equipaggio con il nuovo piccolo marinaio
(che, a dire il vero, mostra già pericolose ambizioni
da capitano), prima di rimetterci in cammino oltre confine.
No perché ogni tanto incontriamo qualcuno convinto
che metter su famiglia significhi cambiar del tutto vita,
non considerando che può semplicemente voler dire
allargare il proprio modo di intenderla, tutt'al più
giocando un po' con qualche ripianificazione. Ecco, questo
è il nostro caso, se non si fosse capito.
N.B. Qualche altro scatto nell'archivio
immagini.
|
| |
|
 |
DIARIO
RETROATTIVO/3
|
|
| |
La matematica è relativa.
Questa luce di tramonto offuscato, il rosa che quasi non
ha ombre, leggeri bagliori sull'acqua, appena percettibili
le lingue di bianco attraverso il cielo chiaro, chiarissimo.
È la luce che fu del Giorgione, del Canaletto, del
Tiepolo. È l'umidità che mi ha accolto, avvolto,
imprigionata di nuovo al mio ritorno da un anno di blu desertico,
nove anni fa. Ci passo attraverso, la respiro, palpabile
e presente, addosso, in una sera estiva, un tre agosto che
è forse uguale ad un tre agosto di cent'anni fa.
Duemilaquattro, chi l'avrebbe detto. Ho un marito, un bambino,
ora anche una casa, a trecento chilometri da qui. E, come
quando ero piccola, estate dopo estate piena di sabbia,
come quando ero adolescente, sguardo dopo sguardo intorno,
come quando ero un po' più grande, segreto dopo segreto,
cammino lungo questa riva, affondo nella sabbia, gioco con
la marea che si abbassa, con le onde che si ritraggono ma
non vogliono cedere terreno all'aria.
I colori che coprono la laguna e il primo Adriatico sono
speciali, usciti da un teorema pastello che nasconde le
linee, abbassa le certezze, elimina le distanze. Sono i
colori che tradiscono d'inverno e ammaliano d'estate. Questo
rosa è forse simile a un tramonto indiano, caldo,
pesante, umido sul corpo, eppure leggero allo sguardo. Questo
rosa è forse ciò che affascina quel pakistano
che ha lasciato le sue collane a terra e si è seduto,
semplicemente a guardare il mare. Striscia dopo striscia
di onde sottili, che cullano l'orecchio e lo sguardo, ammaliano
interrompendo il silenzio che non esiste. Inseguo i suoi
pensieri oltre l'orizzonte, un filo di seta che stacca due
colori quasi identici. Un motore lontano, vecchio peschereccio
che non dovrebbe essere lì, a quest'ora.
Io corro. Corro, respiro, evaporo, mi fondo con l'umidità
che mi circonda. Sudare non è un delitto, correre
è matematica. Da diciannove a ventuno volte quattro
passi tra un pontile e l'altro, due passi per saltare sopra
il legno e riatterrare di là, sulla sabbia, un po'
soffice e un po' dura del bagnasciuga e ricominciare. Unoduetreuno
unoduetredue unoduetretre unoduetrequattro unoduetrecinque.
Pontili equidistanti, unoduetrediciannove. Salto su, unodue,
salto giù.
Pura matematica, correre è respiro, un respiro che
corre insieme ai piedi, compasso che si apre avanti e avanti
e avanti. Un cuore che batte, che batte, che batte col respiro.
Il rosa intorno si fa più palpabile, di lato scorre
il filo di seta, si accorcia lo spazio fino al prossimo
pontile, si avvicinano e si allontanano i puntini degli
ultimi bagnanti. Una coppia amoreggia più in là,
sulla secca. Un ragazzo esce nudo correndo, una scommessa.
Un papà è impegnato nel mestiere antico di
costruire il castello per i suoi bimbi, esigenti e indifferenti.
Un altro papà scava una buca con l'acqua per un granchio
già morto. Una giovane slava esce dal mare, pienotta
nel suo costume intero a fiori. Di fronte a me si accorcia
l'arco infinito del litorale, segnato da una perfetta prospettiva
di piccoli pezzi di lego, da quadrati che diventano finestre
colorate, da righe che si avvicinano in terrazze lunghe
sul mare.
Corro, respiro, corro, respiro. I palazzi sono sempre gli
stessi, stessa spiaggia stesso mare. Duemilaquattro, ho
un marito, un bambino e ora anche una casa. E corro. Corro
come prima, come prima forse mi guardano i calciatori da
spiaggia, non so. Le onde, leggere, continuano a infrangersi
vicino ai miei piedi, le mie vecchie Reebok con i loro vecchi
granellini di sabbia mi portano ancora una volta un po'
più in là, verso il prossimo pontile, attraverso
il calore, attraverso l'umidità, attraverso il rosa.
Il mare la sera regala un'infinita brezza, che sale sopra
le onde, sale sopra la battigia, si arena sulla sabbia.
Ci corro attraverso, la sento addosso.
Duemilaquattro e un nuovo pannello luminoso mi informa inutilmente:
tre agosto, ventisette gradi, diciannove e ventuno. Ottuso,
non ho bisogno di te. Non ho bisogno della tua stupida matematica.
Mi basta la mia, unoduetresedici unoduetrediciassette. La
matematica è solo la mia, relativa, quella che mi
fa scorrere intorno questa scena già vista, il mare
già visto, le onde già viste, i pontili già
saltati, i bambini già cresciuti, le coppiette già
disperse, i palloni già calciati, le serate già
vissute, il rosa già dipinto, le ombre già
passate.
|
| |
|
 |
DIARIO
RETROATTIVO/2
|
|
| |
Una prospettiva diversa.
Esco da Milano con la macchina, mi avvicino alla mia nuova
vita. Esco dai cubi, esco dal grigio, esco da un Buenos
Aires intasato anche a fine luglio, i soliti deficienti
in doppia fila anche a fine luglio, nessun vigile, soprattutto
a fine luglio. Imprecazioni di tutti, oltretutto nel caldo
di fine luglio. Mi spoglio del cemento, allontano la periferia
che mi scorre ai lati, una Palmanova precisa, linea retta
grigia solcata da perfetti lampioni come in un modellino.
Brutti treni grigi e verdi alla mia destra, colonna a settanta
all'ora sull'asfalto, ora semivuoto sotto il sole del pomeriggio.
Vado, vado. E il cielo si apre, il cielo si allarga, l'orizzonte
si delinea. In lontananza si profila il triangolo della
Grigna, più in là i denti del Resegone che
vide Manzoni e che videro tutti i Renzo e Lucia che passarono
da queste parti. La peste, le lotte per il pane e tutto
il resto. Il cielo è questo, il suolo è questo,
asfalto più e metropolitana meno. L'aria si apre,
l'azzurro si ripulisce, la patina giallastra evapora. La
dimentico e mi guardo intorno, mentre il verde dei campi
mi stupisce, mi ricorda di me.
Il pensiero di Milano scompare, mi viene in mente l'aeroporto
di San Pietroburgo, ed è colpa di questo cielo nuovo.
Un perfetto atterraggio dopo chilometri di banchisa bianca,
una Volga nera guidata da una bionda che ci accoglie dopo
due ore di dogana, una strada attraverso il nulla russo,
impiastricciato a casaccio da moderni stabilimenti e vecchie
industrie logore. Mi vengono in mente i silenzi delle distese
dell'est, spaccati da motori solitari, inutili doppler che
si allontanano chissà dove.
Un quesito: perché. Perché nascere, perché
viverci, perché stare fermi, inchiodati a terre difficili,
a politiche ostili, al nulla intorno. Mi ritornano agli
occhi contadini solitari, aratri tirati da animali lenti,
semplici profili su una collina. Davanti a me volano ancora
cicogne, impeccabili, col lungo becco rosso a fendere un'aria
intiepidita dopo mesi di gelo, cicogne capaci di costruire,
di sfidare le intemperie, di affidare la loro piccola famiglia
alla cima instabile di un comignolo, di una torre, di un
palo del telefono. Mi si aprono ancora davanti gli orizzonti
di quell'Europa orientale, placidi in apparenza. Le distese
che uccisero di gelo, di stenti, di scorribande di genti
che nessuna montagna poteva fermare. Pianure verdi, fangose
nella breve stagione calda, infinite intorno a chi non crede
che possano finire.
Poi la mia testa ritorna all'entrata a San Pietroburgo,
che forse mai fu Leningrado. Alla trasformazione della strada
in un percorso ampio, metropolitano, solcato di binari,
lungo, lungo, affiancato da imponenti palazzi, da un senso
di stabilità, di civiltà, di durevolezza.
Sempre più fregi, decori, colori spesso sbiaditi.
E, nonostante tutto, sopra tutto, quel cielo. Che oggi è
anche il mio cielo, qui, appena fuori Milano. Un cielo terso,
limpido, svuotato degli eccessi di smog ma abitato, aperto
intorno. Aperto, panorami, prospettive larghe e spazzate
dall'aria.
La mia nuova vita.
|
| |
|
 |
DIARIO
RETROATTIVO/1
|
|
| |
Tempesta al mare.
Vento, fuori c'è vento. Un vento estivo, forse ancora
caldo, forse no. Non importa, sono dentro, fuori c'è
vento. Si sente sbattere, la gente alza la voce anche se
è notte. Si diventa nervosi, si tende l'orecchio,
come se stesse per succedere qualcosa. È solo un
po' di vento. Sbatte una porta.
Non è lo stesso. No, non è lo stesso se sei
in un ger, in una yurta. Se sei in una tenda rotonda in
un punto qualunque dell'Asia centrale. Un puntino in un
punto qualunque dell'Asia centrale. Sei in mezzo al vento,
allora, diventi vento, sei lo stesso rumore che senti. Devi
costruirla bene, quella tenda. Rotonda, il vento ci deve
scivolare intorno, disperdersi oltre, in fondo, dopo di
te, dopo che ti ha superato. Devi sapere qual è la
direzione, del vento. Ed aprirai la porta solo in quella
direzione. Non ci saranno spifferi, punti deboli. Tra pelle
e pelle di montone, il rivestimento deve essere impenetrabile,
uno scudo contro tutto. È la tua cuccia, il tuo nido,
il guscio sottile che custodisce la tua vita, la madre che
ti protegge in sé. Un ger costruito bene ti rende
intoccabile. Pali perfettamente incastrati fra loro, legati
da minuscoli, preziosi legamenti di crine di cavallo o striscioline
di cuoio. Una stufa di ferro in centro: per scaldarsi, mangiare,
sopravvivere al freddo e all'umidità.
E quando tira vento ti puoi placidamente addormentare, accoccolato
nelle tue coperte, sopra a folte pelli di montone, a tappeti
colorati di lana, ed aspettare. Che passi, un'altra volta.
Non so perché, ma stanotte il vento non mi fa dormire.
|
| |
|
 |
DICIOTTO
ANNI
|
|
| |
Con il nuovo aggiornamento di ieri ho inserito nell'archivio
immagini le foto dei miei viaggi in Scandinavia
degli anni'80. Dovrei forse dire le foto che si sono salvate.
Gran parte delle diapositive scattate nel 1983 sono oggi
sbiadite, o rovinate. Ma la verità è che moltissime
sono orrende.
Amici, avevo diciott'anni! Capo Nord era il mio primo vero
viaggio e di fotografia non sapevo praticamente nulla, senza
contare che non avevo una lira e spendere soldi per qualche
rullino in più era certo l'ultima delle mie preoccupazioni.
Per buona parte dell'itinerario viaggiai con Luigi, ma al
ritorno, durante una sosta ad Amsterdam, le nostre strade
si separarano. Iniziava a venire alla luce la mia proverbiale
predisposizione alla vita da orso ed al viaggio in solitudine.
Insomma, delle fotografie del 1983 ho salvato giusto qualche
scatto che più che altro ha significato per me e
che ben ritrae la tipica vita dell'interrailer.
Sono tornato in Scandinavia una prima volta nel 1987, viaggiando
alla volta delle Svalbard.
Anche in quel caso il mio obiettivo era dunque altro che
non fermarmi a fotografare la Norvegia, o la Svezia. Risultato:
di nuovo pochi scatti, perlopiù tirati via. Quasi
nulla di salvabile.
L'ultima vacanza lassù risale al 1989, ancora un
viaggio a Capo Nord. Da allora sono tornato qualche volta
in Svezia e in Danimarca solo per lavoro, senza macchina
fotografica al seguito. Nel 1989 qualche scatto migliore,
soprattutto al sole di mezzanotte, lo indovinai. In ogni
caso feci pochissime foto, perché tant'è era
la terza volta che tornavo in Lapponia e non avevo voglia
di perder tempo dietro all'obiettivo.
Insomma, tutto questo per dire: non aspettatevi granché.
Quel poco che rimane dei miei epici viaggi a Capo Nord,
che hanno segnato l'inizio della mia carriera di viaggiatore,
è tutto lì in quelle quattro brutte fotografie.
Che, a ripassarle oggi per cercarne qualcuna di decente,
un po' mi immalinconiscono.
Deve averlo già detto qualcuno: diciott'anni si hanno
una volta sola.
Anche gli ultimi quarantadue chilometri per arrivare a Capo
Nord si fanno a piedi, sotto la neve, una volta sola. A
diciotto anni. Poi si diventa grandi e per fortuna ci si
possono permettere altri mezzi.
|
| |
|
 |
APERTO
PER FERIE
|
|
| |
Due terzi di famiglia già al mare, un terzo ancora
a mollo nell'aria liquida di Milano. Orizzontintorno non
va in ferie comunque, mica siamo un blog qualsiasi che ad
agosto tira giù la saracinesca. La prossima settimana
raggiungo gli altri due terzi, portandomi dietro quest'affare
da cui scrivo: metti che scattiamo qualche immagine interessante,
o che salti fuori qualche notizia degna di nota. E poi,
volete mettere? Come lo scorso anno alle Seychelles,
una serata tranquilla sulla terrazza, cullati dalla brezza
di mare, in attesa del solito turno di biberon: quale occasione
migliore per mettere un po' d'ordine qua dentro? Ammesso,
poi, che l'antennina GPRS funzioni all'isola d'Elba, il
che è tutto da vedere. Altrimenti, buio fino a settembre.
Già, perché quest'anno, dopo anni e anni,
niente viaggione estivo, nessuna nuova bandierina nel nostro
elenco.
Il piccolo tigrotto ha bisogno di tranquillità e
di mare: non è che a meno di sette mesi di vita ti
puoi permettere facilmente di spararti alcune ore di aereo
per raggiungere qualche esotica ed ustionante meta delle
nostre abituali. Ed anche un facile trekking nella giungla,
o un po' di ritiro mistico in qualche monastero himalayano
a cinquemila metri, li vedo un po' difficili. Non fosse
altro perché portarsi dietro la piscinetta gonfiabile
dove Leonardo fa splash splash, ridendo come un pazzo, mi
sembra una soluzione poco percorribile.
Diamo tempo al tempo. Il piccolo zainetto può ancora
aspettare, abbiamo davanti una vita. Magari la prossima
estate qualcosa ci inventeremo, quest'anno evviva la vera
vacanza alternativa: al mare con i nonni e noi tre insieme
per tutto il mese.
Nel frattempo, un paio di note. Ho letto Odissee
di Gian Antonio Stella. Qualunque sia la vostra posizione
in merito al problema dell'immigrazione clandestina e ai
continui sbarchi di disperati a Lampedusa, ve ne consiglio
la lettura. Poi ne riparliamo.
L'Italia raccontata da Stella è tanto surreale ed
agghiacciante ai nostri giovani occhi, quanto appartenente
ad un passato tutt'altro che remoto. E' l'Italia dei nostri
bisnonni, ma anche dei nostri nonni. E se pensate che la
storia e le vicende attuali di curdi, somali, nigeriani,
senegalesi, cinesi, albanesi, beluci, pakistani (completate
la lista a piacere) non vi appartengano, andate a leggervi
chi erano gli italiani di inizio '900. Sia che vi impressionino
le quotidiane storie odierne dei naufraghi nello Stretto
di Sicilia, che proviate indignazione per la sorte di "quei
poveretti degli extracomunitari", sia che pensiate
di prenderli a cannonate e rispedirli a calci in culo al
loro Paese, spendete bene un pomeriggio del vostro tempo
in spiaggia e leggetevi Odissee. Poi, provate a sfogliare
nuovamente i giornali con la stessa distrazione di prima.
Io sono nato nel 1965. Alcune di quelle storie sono più
vicine al mio anno di nascita di quanto non lo sia il 2004.
Riflettete.
In questa mezza estate quasi priva di notizie - la "solita"
guerra in Iraq, la caccia al bandito, il tempo va bene,
il tempo va male, gli incidenti sulle strade e la benzina
cara - i quotidiani hanno trovato qualcosa con cui riempire
le pagine. Toh, si potrebbe parlare del Darfur.
Perché no?
La crisi
del Darfur
è tutt'altro che una novità. Nel
giro di un paio di settimane i giornali probabilmente non
se ne ricorderanno più. Come d'abitudine, non voglio
approfondire il tema su Orizzontintorno, già ampiamente
trattato
da molte fonti
su Internet.
Preferisco segnalarvi gli spunti iniziali e lasciare che
chi è interessato parta da qui alla ricerca di altre
informazioni.
Mi preme però sottolineare che già da alcuni
mesi Emma
Bonino cercava di sollevare l'attenzione pubblica
sulla questione. Non posso fare a meno di pensarci ogni
sera, quando tutti i tiggì danno ampio spazio al
meteo da spiaggia ed alle vacanze dei vip e di queste notizie
non trovo traccia alcuna.
Lo so, è una considerazione inutile e banale. Che
volete, è estate anche per me.
|
| |
|
 |
Settembre 2004 |
|
|
|
|