| GIORNALE
DI BORDO: SETTEMBRE 2004 |
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HAPPY
BIRTHDAY
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di Carlo,
27 settembre 2004
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Era circa quest'ora, un anno fa, quando inviai una e-mail
agli amici per informarli che Orizzontintorno era finalmente
in linea. Una specie di scatola vuota ancora tutta da riempire,
una fisionomia non ancora ben definita, poche idee ma ben
confuse al riguardo, una lista pressoché infinita
di cose da fare. E qualche dubbio di aver davvero la voglia
di perder del tempo a smanettarci.
Sono passate 366 notti, ci si è messo di mezzo anche
l'anno bisestile, ma direi che abbiamo fatto un buon lavoro,
nonostante un'intera vita che ci scorre addosso comprimendo
sempre più ogni attimo di tempo libero. Francamente,
un anno fa non credevo nemmeno che avrei davvero finito
di caricare tutto il diario
di viaggio di Asia Overland. Invece ci volle meno
del previsto, al solo prezzo di un paio di occhiaie un po'
più scavate.
A pensarci, è curioso. Il primo anno di Orizzontintorno
è coinciso il nostro primo anno stanziale dopo tanti
trascorsi viaggiando per i quattro angoli del Globo. L'arrivo
di Leonardo ha rivoluzionato il nostro modo di fare le valige
e di studiare le nostre rotte, e ancora stiamo organizzando
il nuovo equipaggio. A me questo sito è anche servito
per metabolizzare definitivamente l'indigestione sabbatica
e inziare a lasciarla alle spalle. Anche se è in
arrivo il libro, anche se ancora facciamo qualche serata
in giro con la nostra conferenza, anche se continuiamo spesso
a guardarci e a dire "ti ricordi?".
Certo, mi ricordo eccome. Ci sono notti che sono ancora
là, sotto a quei cieli. Ma ormai ho iniziato di nuovo
ad addormentarmi studiando la prossima rotta.
Qua dentro i lavori, come al solito, non finiscono mai.
La prossima novità importante sarà l'introduzione
del nuovo blog aperto ai commenti, che ormai da mesi rimandiamo,
ma la cui versione beta sta in realtà già
pronta nel cassetto da tempo. Necessita solo di un test
un po' approfondito e di qualche cosmesi.
Ancor prima del blog, il prossimo mese dovrebbe dunque arrivare
in libreria Asia
Overland, pubblicato da EDT. Poi riprenderemo anche
a viaggiare davvero e allora avremo materiale nuovo, oltre
alla possibilità di caricare foto e diari di viaggio
in tempo reale.
Nel frattempo il contatore sulla copertina
di Orizzontintorno ha toccato quota novemila visitatori
unici da 90 Paesi del mondo e doppierà i diecimila
ai primi di novembre. In realtà, grazie alle statistiche
del nostro provider,
abbiamo scoperto che gran parte degli accessi non transita
affatto dalla cover, ma arriva direttamente sulle pagine
all'interno del sito, proveniente dai motori di ricerca.
I conteggi
reali ci dicono che ormai siete circa tremila visitatori
unici al mese, in costante crescita. Un bel successo!
Orizzontintorno ci ha portato anche nuovi amici, un po'
di lavoro e qualche proposta interessante. Tutti gli obiettivi
centrati dunque?
Quando scriveremo qua dentro per raccontarvi in diretta
di un nuovo cielo, allora sì: andrò a letto
prima.
Per stanotte accontentatevi della luna milanese che mi tiene
compagnia.
Buon compleanno Orizzontintorno. E grazie, naturalmente,
a tutti voi.
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VENTO
D'AUTUNNO
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di Carlo,
24 settembre 2004
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Cristina
mi chiama mentre sto lottando con Fastweb sull'altro telefono:
"Ciao Carlo, tutto bene? Me la fai una foto al tramonto
di questa sera e me la spedisci?".
Tramonto? Quale tramonto? Do un'occhiata fuori dalla finestra
e scatto, mentre le prime luci milanesi della sera iniziano
ad accendersi. Niente male. Le infilo anche qui.
A breve queste immagini faranno ufficialmente parte dell'album
dei ricordi. Meno due mesi.
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CONTURBANTEINSOGNO
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Era giorno, era caldo. Era una frontiera. In una piana
desertica, rilievi opachi sullo sfondo, come nel nord dell'Iran.
Intorno ai due edifici di cemento c'erano due piccole folle,
gente che parlava, si muoveva, si agitava, parlava ancora,
alzava la voce. Qualcuno contrattava, qualcuno cambiava
denaro. Cosa si vendesse, lì vicino, non so. Forse
le solite cose che trovi se sei fortunato, ad una frontiera
del genere: qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, qualcosa
di illegale. I colori erano sfumati, erano deserto anche
loro, colori di deserto addosso alla gente.
Io passavo di lì, non so in che direzione, in effetti
forse non c'erano neanche ombre, il sole era offuscato.
Nel caldo mi spostavo, con abiti da uomo, avvolta in un
soprabito color sabbia, abbondante, informe, comodo. Non
so che scarpe avessi, certamente mi si era disfato il turbante,
me lo riavvolgevo con calma intorno alla testa mentre camminavo
lentamente nella terra di nessuno. Un colore tra il grigio
e il blu, come queste parole. Un giro dopo l'altro, tutt'intorno,
le mie mani si muovevano esperte. Portavo abiti da uomo,
ma non era strano per me esserci dentro. Forse ero un uomo,
magari avevo pure i baffi. Non saprei. Ero io. Mi dirigevo
verso la nuova frontiera.
(quanto
zucchero?)
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ZDRAVSTVUITE
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di
Carlo, 17 settembre 2004
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Non so quanti siano gli immigrati in regola in Italia.
Fra questi, non so quanti/e lavorino a servizio come badanti,
colf, tate, portinai e blablabla. Ci sono fatti rispetto
ai quali manifesto un'ignoranza preoccupante, lo riconosco.
Ma per fortuna anche io, talvolta, mi alzo al mattino con
un residuo barlume di lucidità, nonostante il biberon
delle sei e venti.
Questa è una di quelle mattine, ore otto e trenta:
il colloquio con la nuova candidata tata ucraìna
per Leonardo.
Tutto in regola: documenti, permesso di soggiorno, referenze
ottime. Già mi vedo il piccolo tigrotto che invece
di gattonare saluta il papà alla sera battendo il
passo dell'oca. Pravda, dasvidania, glasnost, niet, sputnik.
Mi chiedo anche come sarà la convivenza fra la filippina,
alias Pina, che da anni mette ordine nella nostra vita,
tipico carattere catto-orientale, sette figli, cresciuta
a colpi di fotoromanzi filippini a colori stampati su carta
lucida, silenziosa ed efficiente regista incontrastata di
casa nostra, misteriosa come solo i filippini sanno essere
dopo dieci anni di convivenza - buongiolno siniole, buonasela
siniole, finito cip siniole complale, settimana plossima
perie - con la nuova tata d'oltrecortina, cresciuta a fotoromanzi
in bianco e nero stampati su cartavetra, che in qualche
vita precedente probabilmente ha lavorato nelle miniere
di uranio della Buriazia settentrionale, o per la sezione
del KGB di Yakutsk.
Vi spiego: la filippina non fa la tata, la tata non fa la
filippina, che vi credete?
A proposito, avete presente le famose "tate russe supergnocche"?
Ecco, non proprio.
Dicevo: un barlume di lucidità, indotto da Svetlana
(nome a caso, non l'ho mica capito come si chiama davvero...)
mentre mi mostra i documenti INPS e il suo permesso di soggiorno.
No, non lo so quanti siano gli immigrati in regola in Italia,
sta di fatto che un paio sono da noi.
Ora, né la Pina, né Vladimira Putina, chiedono
i contributi con il fine di garantirsi una tranquilla vecchiaia:
quella contano di trascorrersela un giorno a casa propria
con la famiglia. Quello che versiamo allo Stato serve solo
per garantire loro il permesso di soggiorno, non avere grane
e, tutto sommato, consentirgli di andare da un dentista
se mai ne avessero bisogno.
E quindi: dedotto che mai ritireranno quei quattro euri
dignitosamente sudati che gli spettano, che fine fanno i
soldi che versiamo all'INPS per conto loro? Moltiplicati
per i contributi versati a favore di tutte le Pine e Svetlane
in regola in Italia...
(Sono un po' tardo a volte, che ci volete fare, non si può
star dietro contemporamemente a tutti gli interrogativi
esistenziali del mondo).
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NON
SI DIALOGA CON UN CONCETTO
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di
Carlo, 10 settembre 2004
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Bellissimo il post
di Flavio Grassi sul suo Pfaal:
"[...] Per quello che ne ho visto io, in tutti i paesi
musulmani che ho visitato ci sono persone che praticano
quella religione perché capita che ci siano nati
dentro. Uomini e donne che vivono la loro fede come da noi
si vive il cattolicesimo, con tutte le approssimazioni e
contraddizioni e piccole furberie umane nei rapporti con
Dio che noi consideriamo normali per noi stessi e non riusciamo
a vedere negli altri..."
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URLA
DEL SILENZIO
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di
Carlo, 8 settembre 2004
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Era il minimo. Che (quasi) subito si levasse il coro di
quelli che sì, i terroristi, però con tutta
la gente che Putin ammazza in Cecenia. E di quelli che sì,
i bambini di Beslan, però nessuno si commuove per
tutti i bambini che muoiono di fame. E di quelli che sì,
i bambini, ma perché allora non quando ci sono di
mezzo gli adulti. E di quelli che sì, è stato
Osama. E di quelli che sì, la strage, ma osserviamo
per favore tutti un rispettoso silenzio. E di quelli che
scusate, ma questa volta non ho parole. E di quelli che
perché allora le candele non le mettiamo anche per
i bambini ceceni e africani. E di quelli che è colpa
di Bush, di Berlusconi, di Blair, di Putin. E di quelli
che sterminiamole queste bestie arabe. E di quelli che la
televisione fa solo propaganda, ci nascondono la verità,
bisognerebbe fare informazione e non spettacolarizzare il
dolore. E di quelli che tutto questo sangue in televisione
è uno schifo e una vergogna. E di quelli che non
c'è nulla di cui meravigliarsi. E di quelli che i
giornali sono osceni.
Era il minimo che (quasi) subito si levasse il coro, ma
in questo caso solo dopo un opportuno intervallo di silenzio,
perché sai, le circostanze.
Insomma come Paperino che, avendo appreso della morte di
Zio Paperone (notizia ovviamente fasulla), piange e si dispera
per tre giorni consecutivi. Poi smette di colpo ed esclama:
"Beh, tre giorni di pianto mi sembrano sufficienti
per lo Zio, adesso vado a godermi l'eredità".
Incredibilmente non mi ricordo quale storia fosse e sì
che sono un'enciclopedia in merito.
Tirare in ballo Paperopoli discutendo di Beslan vi sembra
sacrìlego? Parliamone.
Da qualche parte ho letto una delle poche cose davvero intelligenti
che si potessero scrivere di questi tempi: qualunque cosa
si voglia dire, davanti ad alcuni eventi è possibile
solo essere banali, retorici e inadeguati. Del resto, ciò
che la mente umana (posso dire normale?) non può
concepire, la stessa mente non ha mezzo per esprimere in
modo adeguato. Equazione piuttosto facile. Aggiungo: non
è affatto detto che sia un buon motivo per tacere.
Più avanti spiego il perché.
E va bene che, come cita Sasaki,
un bel silenzio non fu mai scritto e certo il concetto ci
sta tutto di fronte ad alcune idiozie di cui sopra. Ma,
a differenza di Giulia,
non sono d'accordo su questo silenzio, non completamente
almeno.
Com'è ad esempio che schiere di commentatori, tuttologi
e onniscenti, pronti sempre a scendere in piazza quando
viene loro pestato un callo, di colpo questi giorni esordiscono
tutti sul tema invocando il silenzio "per non dire
banalità", o "per non cadere nella retorica",
o "per non strumentalizzare", o in nome di un
"rispetto" che non mi è ben chiaro verso
cosa sia indirizzato?
Sarà che invece, visto che si fa sul serio, all'improvviso
tutti non sanno che accidenti dire e i consueti (non) argomenti
scricchiolano un pochetto?
Poi, bastano giusto due o tre giorni e finalmente ci siamo,
qualcuno
ci prova e, a seconda dei punti di vista e di come ciascuno
voglia interpretarla, spara la propria sentenza più
o meno discutibile (rimane il dubbio lecito: per non voler
apparire banale, o retorico, o inadeguato?), così
tutti possono finalmente scatenarsi in libertà.
Non ho la minima voglia di mettermi a discutere sul perché
sia infinitamente più agghiacciante il coinvolgimento
di bambini rispetto a quello di adulti e, banalità
per banalità, evitiamo per favore di dire che non
si fanno classifiche dell'orrore. Che lo si voglia ammettere
o meno, in qualche caso si fanno: in questo, per lo meno,
sì.
Per cui, se abbattere due torri simbolo del potere occidentale
e far duemila morti può avere un suo significato,
aberrante e mostruoso quanto si vuole, ma pur sempre significato,
radere al suolo una scuola falciando centinaia di bambini
va oltre qualsiasi ipotesi razionalmente concepibile e non
è rappresentabile per aggettivi (non sono il primo
ad esprimere questo concetto e mi perdoni la non citazione
colui che può rivendicarne la paternità: non
ricordo chi sia).
Non discuterò nemmeno del perché sia del tutto
fuorviante aggrapparsi a discorsi del tipo "ma Putin
in Cecenia ha fatto ben di peggio". E' talmente elementare:
ci sarà un tempo per tornare a riflettere sulla questione
cecena, ma adesso è il tempo di piangere i bambini
di Beslan. Altrimenti mettiamoci a discutere di cosa abbia
fatto Stalin in Tagikistan e in Turkmenistan, se proprio
vogliamo fare i pignoli, o riflettiamo sulla questione uyghura,
o diamo a Tamerlano quel che è di Tamerlano.
Com'è che c'è sempre qualcuno che di fronte
all'orrore non riesce a fare a meno di pensare "sì,
ma allora come la mettiamo con quello che Caino ha fatto
ad Abele?"
Questo sì, lo trovo intollerante.
Meno che meno interverrò per dire la mia su tutto
ciò che ho letto e che è perfettamente riassunto
nell'introduzione a questo post. Potrebbe anche essere che
non abbia argomenti a sufficienza e quindi, io sì,
mi astengo (in parte) dal commentare le opinioni altrui.
Mi preme invece segnalare alcuni interventi che ho letto
sulla questione. Un paio (qui
e qui)
sono del solito Sofri
junior, del quale continuo ad apprezzare gli spunti
di riflessione. Anche in questa circostanza a mio avviso
riesce a contribuire alla discussione in modo equilibrato,
senza cadere nelle trappole di cui sopra. Non posso fra
l'altro che essere d'accordo con il suo "Scusi,
signor sgozzatore". Ecco, avrei voluto scriverlo
io.
Interessante è anche l'intervento
di una giovane lettrice di Beppe
Severgnini, contro la diffusione da parte dei Media
delle immagini strazianti provenienti da Beslan. "Perché",
si chiede, "si può mantenere quel giusto decoro
NON pubblicando le foto della morte di Enzo Baldoni o il
video dell'uccisione di Quattrocchi, ma si mostra poi alla
gente quella serie di cadaveri di bambini innocenti?"
Raccolgo l'interrogazione e provo a giocare al piccolo giornalista.
Questo sito, o meglio, il sottoscritto, ha scelto di replicare
alcune delle fotografie
di Beslan pubblicate dal sito del Corriere.
Mi sono chiesto se volevo farlo, l'ho fatto. Quelle immagini,
come ho
scritto, sono state causa di un forte shock emotivo
e immagino di non essere stato il solo a provarlo.
Qualora fosse pubblicata, la foto del cadavere di Baldoni
non aggiungerebbe nulla all'evento in sé. E' invece
probabile che il pubblicarla sconfinerebbe nel doloroso
silenzio nel quale si è raccolta la sua famiglia.
Sembrerebbe (e verosimilmente sarebbe) una mossa volta ad
alzare l'audience o la tiratura.
Le immagini di Beslan, per contro, riguardano un evento
collettivo di portata del tutto straordinaria. Un evento
che nel suo orrore tocca l'umanità intera ed ha un
impatto emotivo elevatissimo.
L'evento Baldoni ci colpisce e ci porta a riflettere sulla
persona e sulla sua famiglia. L'evento Beslan, invece, ci
coinvolge in quanto esseri umani (e genitori, figli, nonni).
Al di là della diversa portata mediatica, io credo
che la circolazione delle immagini di Beslan debba essere
perseguita proprio per l'impatto emotivo che esse suscitano.
Per i sentimenti di orrore, di pietà, di disperazione
che provocano in ciascuno di noi. Per la riflessione che
inducono sull'umana esistenza.
Riallacciandomi a quello che scrivevo prima, la violenza
di Beslan è talmente fuori dei nostri schemi che
quasi tutti si sono astenuti, in prima battuta, dal commentare
alcunché. E' calato improvviso il silenzio. E più
arrivavano immagini, e più calava il silenzio. Perché,
suppongo, per una volta a nessuno è venuto in mente
come prima cosa di identificare un colpevole, o di collocarsi
in difesa di una qualunque ideologia. Le nostre grida di
rabbia e dolore sono rimaste, almeno inizialmente, soffocate.
La pietà ha colpito più dellistintivo
sentimento di vendetta. Ci sono state eccezioni,
ma sono state, appunto, eccezioni.
Per questo credo che immagini come quelle di Beslan siano
una specie di monumento alla follia umana e debbano circolare
eccome. Io credo che sia sempre un bene per l'umanità
essere messa di fronte alle proprie aberrazioni.
E' il principio del fumatore: mettigli davanti la radiografia
dei suoi polmoni e come minimo non ci dormirà la
notte. Spesso smetterà di fumare o, quanto meno,
ci proverà davvero.
Con buona pace di tutti coloro che, adesso, dopo il "rispettoso
silenzio", sollevano la propria indignazione all'indirizzo
dell'informazione propagandista, del giornalismo spazzatura
sottomesso al potere, dell'inadeguatezza dell'informazione,
della mancanza di approfondimenti, e bla bla bla.
Per quanto mi riguarda, il pugno allo stomaco che mi hanno
provocato quelle immagini è stato piuttosto profondo.
Oddio, me ne rendo conto: sarà che io mi informo
a priori.
Vogliamo iniziare a parlare della questione degli Uyghuri
o della frontiera uzbeko/tagika prima che la scopriate attraverso
i giornali? E, a proposito; vi ricordate ancora tutti, vero,
dei bambini del Darfur?
No perché, vi rendo noto, è passato solo un
mese...
N.B. Io sono banale, retorico, inadeguato, qualunquista,
non scendo in piazza e non ho la bandiera della pace appesa
alla finestra. E sabato scorso ho acceso una candela. Pur
non avendo un balcone.
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UN
PENSIERO
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Un pensiero per un altro luogo ignorato.
Fonte: AFP, via Corriere della Sera
Un pensiero per un altro luogo con un nome che pare finto.
Un pensiero per un altro luogo che non ha pace.
Un pensiero per tutti i luoghi che non hanno pace.
Un pensiero per chi ci vive, in un luogo che non ha pace.
Un pensiero per chi non è in pace.
Un pensiero per chi è innocente.
Un pensiero per la follia.
Un pensiero per la religione.
Un pensiero per tutte le religioni.
Un pensiero per chi non ha religione.
Un pensiero per chi della religione fa una ragion di Stato.
Un pensiero per le ragioni di Stato.
Un pensiero per la ragione.
Un pensiero per la posizione di chi comanda uno Stato.
Un pensiero per chi vorrebbe crearne uno suo, di Stato.
Un pensiero per chi mette la religione al di sopra dello
Stato.
Un pensiero per chi mette lo Stato sopra la religione.
Un pensiero per chi ha inventato le maiuscole e le minuscole
e le regole.
Un pensiero per chi non riconosce lo Stato.
Un pensiero per chi non riconosce la religione.
Un pensiero per tutte le religioni.
Un pensiero per Dio, che è il perché - sai?
- di una religione.
Un pensiero per chi dà a Dio i meriti di tutto.
Un pensiero per chi dà a Dio la colpa di tutto.
Un pensiero per chi offre a Dio la propria vita.
Un pensiero per chi non vede Dio.
Un pensiero per chi vede sfumature di colore.
Un pensiero per chi vede differenze di statura.
Un pensiero per chi parla una lingua diversa.
Un pensiero per chi usa il machete.
Un pensiero per le evoluzioni del machete.
Un pensiero per l'evoluzione.
Un pensiero per l'involuzione.
Un pensiero per chi crea e per chi distrugge.
Un pensiero per quei bambini.
Un pensiero per quei genitori.
Un pensiero per quei morti.
Un pensiero anche per tutti gli altri: bianchi, neri, gialli,
rossi, a strisce.
Un pensiero anche per tutti gli altri: figli di uno o di
un altro o di nessun Dio.
Un pensiero per quelli a cui non si pensa più perché
è passato del tempo.
Un pensiero per quelli a cui non si penserà più
perché sarà passato del tempo.
Un pensiero per quelli a cui nessuno ha pensato mai perché
erano lontani.
Un pensiero per quelli a cui nessuno pensa mai perché
sono lontani.
Un pensiero per la ragion economica, che definisce lontano
e vicino.
Un pensiero per le vite spezzate, per i corpi a pezzi, per
il cuore in pezzi.
Un pensiero per Erode e uno per i margini dell'impero e
della ragione e del cuore.
Libera nos a malo.
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IO
PIANGO
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di Carlo,
3 settembre 2004
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Di prima mattina avevo trovato questa immagine e pensavo
di scrivere qualche commento in proposito:
per le vie di Kabul, Afghanistan
Fonte: Emilio Morenatti/AP, via Corriere della Sera
Poi, nel corso della giornata, altre immagini hanno iniziato
a piovere su Internet, rilanciate dai giornali e dalle agenzie
di tutto il mondo. Via via che scorrevano ho iniziato ad
estranearmi da chi, in ufficio, mi stava intorno. Non sono
più riuscito a parlare, né ascoltare il vuoto
intorno a me. Avevo solo voglia di correre a casa ed abbracciare
stretto Leonardo.
A casa, infine, sono arrivato. Deve essere perché
sono da solo: Emanuela e Leonardo sono dai nonni a Treviso.
Mi è venuto da piangere.
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MORIRE
IN MESOPOTAMIA
|
di Carlo,
2 settembre 2004
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Premessa: non sarò breve, alla faccia di coloro
che mi rimproverano di essere prolisso. Se avete tempo da
perdere, leggete fino in fondo.
Svolgimento: a volte vorrei cedere alla tentazione di utilizzare
questo spazio diversamente, in modo, come dire, più
"impegnato". E già mi si riempie la bocca
ad utilizzare questa parola. Il fatto è che Orizzontintorno
dovrebbe in primo luogo essere, e in effetti è, lo
specchio di ciò che noi siamo ed amiamo, il contenitore
dei nostri sogni, il catalogo dei temi a noi più
cari e la vetrina sulle nostre attività a questi
stessi temi legate. Ne ho già discusso, proprio qui,
altre volte.
Che a noi piaccia viaggiare, e che i viaggi siano un po'
il filo conduttore della nostra esistenza, immagino traspaia
eccome. Molto probabilmente è questo il motivo per
il quale siete qua e state leggendo. Che il nostro viaggiare
sia fatto solo di spostamenti spazio-temporali è
invece totalmente riduttivo.
Noi, questo Globo, lo amiamo davvero. Lo teniamo d'occhio
e lo studiamo continuamente, anche a casa. Cerchiamo di
aggiornarci, di informarci, di coglierne le infinite facce:
culture e costumi, geopolitica, demografia, storia. Un bidone
senza fondo, pressoché inesauribile.
Emanuela, ad esempio, legge moltissimo, sicuramente molto
più di me che fino a un po' di anni fa divoravo a
mia volta libri in quantità industriale. Di tomo
in tomo, la sua lunghissima pipeline si arricchisce
di titoli di viaggiatori e non, di viaggi e non, di sogni,
di storie vissute e di grandi classici (quando l'ho vista
girare per casa con due chili di Anna Karenina mi sono preoccupato).
Io, al contrario, tendo ormai all'indigestione da informazione
appena sfornata. Lascio sempre più i libri in favore
dei Media: giornali, Internet, riviste. Sempre meno telegiornali,
sempre meno tv: almeno questo, forse, è un fatto
positivo. E quando son libri, leggo comunque di viaggi,
o di viaggiatori, o saggi legati alle vicende internazionali
attuali o passate.
Credo che divorare informazione sia il mio antidoto al non
sapermi guadagnare da vivere facendo informazione.
Così, impegnato dicevo, e pesco a caso: Iraq ed Afghanistan.
O anche Somalia, Sudan. O ancora Cina, un tema a noi assai
"caro".
Tutti argomenti sui quali ho opinioni stratificate, eccome,
ancorché le rimetta in perenne discussione con me
stesso. Vicende che conosco bene, che seguo da anni, che
approfondisco attaccandomi a tutte le fonti possibili. C'è
anche che, per quanto legga e per quanto metabolizzi informazioni,
mi sento sempre ignorante. Temo il confronto, l'inadeguatezza,
in qualche modo.
Poi, talvolta, leggo interventi che mi mandano in bestia
e allora alzo la mano, perdo la pazienza. Urlacchio la mia
cercando di non elevare troppo il tono di voce, ché
il chiasso mi dà fastidio, ma subito dopo torno in
ultima fila fra i miei appunti e mi estraneo dal caos, dalle
polemiche, dalle discussioni infinite, inutili, vuote, spesso
prive dell'ingrediente base: la conoscenza di ciò
di cui si dibatte. Opinioni (in)fondate sul nulla, o sul
sentito dire, o sul passa parola.
Io, invece, temo la mia ignoranza. Potrei discutere per
ore utilizzando le mie opinioni, entrare in un forum a caso
e blobbarlo di bla bla bla, ma sta di fatto che ogni volta
che ne sono tentato mi rimetto in discussione e mi chiedo
se ho davvero cognizione di causa. Se c'è una cosa
che detesto è ritrovarmi ad essere vacuo tanto quanto
quegli stessi interventi e quelle stesse opinioni che mi
danno la gastrite.
Impegnato: a volte vorrei trasformare il Giornale di Orizzontintorno
in un campo di battaglia. Vorrei buttar qui le mie idee
per poi lasciarmi travolgere dai commenti (ai quali, tanto
per batter sempre sullo stesso chiodo, ancora non siamo
riusciti ad aprire), ammesso che i commenti vengano. Fra
parentesi, abbiamo finalmente scoperto che siete quasi tremila
al mese, unici, ma vi fate sempre sentire poco, sia pure
per e-mail o guest-book.
Vorrei scrivere: sapete che penso, io, della vicenda Baldoni
e dell'intervento di Feltri? Sapete che penso, io, dell'Italia
in Iraq? Sapete che penso, io, della questione afgana?
Forse, quando avremo risolto la questione dei commenti al
blog, e questo spazio sarà infine aperto al pubblico,
virerò la rotta del Giornale, almeno per parte mia,
verso argomenti a me cari di politica internazionale. A
nessun titolo, sia chiaro: sono uno scemo qualunque con
opinioni qualunque. Ma se questo sito è lo specchio
di chi siamo, io sono anche le mie opinioni di viaggiatore
e di navigatore dell'informazione.
D'altro canto, mi chiedo quanto ho voglia di virare e perché
farlo. Perché non lasciare che Orizzontintorno sia
solo un bel sito di immagini e diari di viaggio. Per aggiungere
dell'altro inutile bla bla bla alla Rete? Per ego? Per rispondere
ad un bisogno di discussione e confronto che non sono affatto
certo di avvertire?
L'unica cosa che so è che quando mi ritrovai un paio
di anni fa ad esporre le mie opinioni (parte integrante
di Asia
Overland) sulla questione cinese, e sui cinesi in
generale, bastarono un paio di attacchi frontali a deprimermi
e a farmi reagire in modo assolutamente indisponente. Eppure
avevo argomenti, eccome. Li trovavo lì sul campo,
erano sotto ai miei occhi e ne dibattevo con interlocutori
che stavano in tribuna a guardare.
Mi sono però scottato. Difendere un'idea che può
apparire scorretta o contro tendenza non è facile.
Bisogna anche esserci un po' tagliati, o comunque avere
un valido motivo, voglia di discutere e una gran dose di
pazienza. A parte la voglia di discutere, delle altre qualità
io difetto un po'.
Poi, non c'è nulla da fare: le parole sono fatte
apposta per essere travisate e ben che vada c'è sempre
il rischio di passare per qualunquisti, o terzisti - posizione
che tutto sommato non mi dispiace.
Sta di fatto che io, l'esistenza di Enzo Baldoni, l'ho purtroppo
scoperta solo gli scorsi giorni attraverso i quotidiani.
Me lo sono letto tutto il suo blog.
L'ho pure segnalato su questo sito. Mi sono letto anche
tutto quello che aveva scritto e che ho trovato in Rete:
Colombia, Timor, Birmania. E ho continuato a navigare, di
link in link. Mi sono letto integralmente il blog di Pino
Scaccia, che segnalo oggi in home page. Immagino
quindi di averne digerito un quid in più della media
degli opinionisti che trovo in giro.
Ancora: seguo le vicende irachene da parecchio, come da
anni seguo quelle afgane. Mi sono letto quasi l'opera omnia
di Ettore Mo, tanto per citare uno a caso.
E, infine, mi sono letto anche gli articoli di Farina
e Feltri (che trovate nei commenti qui)
pubblicati su Libero.
Ora, detto questo, mi chiedo che accadrebbe se scrivessi
che:
a) Quello per Enzo Baldoni è stato un amore a prima
vista, riletto anche attraverso gli occhi di Pino Scaccia
e di altre testimonianze. A me Baldoni piace (assai tristemente,
da postumo). Davvero: umanamente innanzitutto, per come
si proponeva e per come scriveva.
b) I concetti espressi da Feltri e Farina su Libero, sui
cui toni si può certo discutere, non sono tuttavia
a mio avviso del tutto fuori di testa.
L'inviato di guerra è un gran bel ed affascinante
mestiere, dove probabilmente una pallottola in zucca la
metti in conto. Mi spiego, e consentitemi l'inadeguata metafora:
se vado a farmi una scialpinistica, sono certo che tornerò
a casa. Però indosso un apparecchio Arva di segnalazione
in caso di travolgimento da valanga. E, che possa capitarmi
una valanga, lo metto in conto.
"Lo metto in conto" non significa che me ne fotta
una sega, che sia un pazzo, o che sia in me un pensiero
costante. Significa che so che può accadere e sarei
un criminale a non considerare che la possibilità
esiste. Quindi, prendo tutte le precauzioni del caso e mi
tocco anche le palle.
In tanti anni di attività mi è capitato una
volta sola di vedere una valanga e di assistere al soccorso
dei travolti. In un altro caso, mi è capitato di
trovarmi le gambe bloccate da un inizio di slavina che ha
iniziato a scivolarmi sotto: non è stato affatto
bello e credo che mi si sia fermato il cuore per un secondo.
Certo sono diventato di gelatina.
Però a sciare sono tornato la domenica successiva.
Se dunque fai l'inviato di guerra sai già il ginepraio
(eufemismo) nel quale andrai ad infilarti. E prendi, immagino,
tutte le precauzioni del caso.
Se ti dicono che quella domenica il rischio valanga è
5, su una scala da 1 a 5, puoi fare due cose: startene a
casa con moglie e figli, o andare lo stesso a farti la tua
uscita. Ma attenzione ai termini: se esci non sei un eroe,
sei uno che ama la montagna. Hai tutto il diritto di amarla
e di farti la tua uscita, ma quello che io ne leggo è
che la montagna ti tira più della tua famiglia.
Non è un giudizio, chiaro? E' solo un modo di vivere
e ognuno si sceglie il proprio, a maggior ragione laddove
vi sia sostanzialmente il sostegno morale della propria
famiglia. Non è giusto o sbagliato: è giusto
che ognuno viva la propria vita secondo coscienza.
Baldoni scrive:
"[...] ho pensato che magari morirò anch'io
in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto
fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico,
e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca
da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il
culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".
E ancora:
"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la
possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente
non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate
che sono morto felice facendo quello che più mi piace
al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un
turista prima di me".
Ora, intitola Libero: "Voleva vacanze col brivido,
è stato accontentato" (mi manca il riferimento,
ma il titolo mi sembra fosse esattamente questo). Attacco
durissimo.
Ho letto entrambi gli articoli incriminati a firma di Farina
(25 agosto) e Feltri (26 agosto). Si può ampiamente
discutere della volgarità e dell'opportunità
dei toni, non foss'altro perché dare del pirlacchione
ad uno che rischia la testa in mano a dei terroristi, per
qualunque ragione la stia rischiando, è semplicemente
indice della tristezza intellettuale di chi esprime il giudizio
e di una buona fetta della nostra cultura odierna.
Ma, ciò detto, le opinioni espresse da Libero hanno
assoluto diritto di cittadinanza. Valgono più di
quelle dei molti detrattori che parlano, o scrivono, a vanvera,
semplicemente sulla scia emotiva indotta dallo schieramento
politico di appartenenza e che fanno di Baldoni, ora, una
bandiera, laddove prima facevano di Cupertino e soci dei
mercenari fascisti.
Per carità, se volete che mi schieri lo faccio: sono
dalla parte dell'informazione libera ed indipendente. Per
quanto mi riguarda l'informazione pura è l'evelina.
Poi, ad ognuno la propria interpretazione. E di seguito,
gli interpreti degli interpretatori, in questo caso Farina
e Feltri. Con le loro opinioni.
Sta di fatto che se i due scrivono che Baldoni avrebbe fatto
meglio a starsene a casa con moglie e figli invece di andare
a lasciar la pelle in Iraq, per quanto quella stessa moglie
e quegli stessi figli possano sostenere tuttora pubblicamente
le scelte di vita del padre/marito che è mancato
loro, non credo di andare molto lontano dalla verità
immaginando che dentro di sé vorrebbero con tutte
le loro forze la stessa cosa incautamente gridata con toni
insostenibili dalla coppia Feltri/Farina: che il giornalista
se ne fosse rimasto a casa invece di lanciarsi in quella
sciagurata avventura.
Perché, c'è poco da fare: è stata un'avventura
sciagurata. Da qualunque punto di vista la si voglia leggere.
I fatti sono che Baldoni è partito per una terra
dove oggi nessuno, *nessuno*, può scommettere con
sicurezza sulla propria pelle. Dove, che tu ci vada per
missione, per soldi, per sete di conoscenza, per sfida,
per motivi umanitari, non puoi essere affatto certo di tornare
a casa con le tue gambe. Nemmeno se ti fai venti giorni
nella piscina del Palestine.
I fatti sono che Baldoni ci ha lasciato la pelle e il suo
culo, questa volta, non l'ha salvato. I fatti sono che Baldoni,
che lo si voglia ammettere o meno, una bella dose di incoscienza
e sopravvalutazione del proprio culo, come lo chiamava lui,
ce le ha messe tutte. Sia detto: io rispetto moltissimo
coloro capaci di interpretare la vita con quella dose di
incoscienza necessaria alle grandi imprese, ma di incoscienza
si tratta.
Del resto, ogni impresa passa sul filo del non ritorno.
Volo pindarico: se Colombo ci avesse lasciato le penne,
l'America l'avrebbe scoperta qualcun altro e lui sarebbe
passato alla storia come un navigatore pirla.
Baldoni aveva tutto il diritto di giocarsela la propria
pellaccia in Iraq, e ha pure la mia stima - ahimé
postuma - per questo. Ma certo non era indispensabile che
andasse laggiù.
Anche Gino Strada ha moglie e figlia. Anche lui vive da
tempo sotto le bombe. Mi sia consentito pensare che forse
- e ripeto, forse - le motivazioni alla base di Strada,
come quelle che sono alla base di qualunque professionista
della Croce Rossa, siano un po' più "nobili"
ed eticamente irrinunciabili rispetto a quelle che hanno
spinto Baldoni a lasciare la famiglia per incontrare il
proprio destino sulla strada per Baghdad. Lo scrivo anche
con tutto il rispetto che provo per gente come Pino Scaccia
e in generale per tutti gli inviati di guerra. Ricordo che
Ettore Mo è citato
(a nome di tutti coloro che praticano questa professione)
fra i nostri "viaggiatori" simbolo.
L'informazione è uno dei beni più preziosi
della nostra civiltà contemporanea e la circolazione
dell'informazione è possibile anche grazie a personaggi
come Enzo Baldoni. Dirò di più: i valori stessi
della democrazia sono possibili grazie a ciò, poiché
informazione libera è sinonimo stesso di democrazia.
Ma anche opinione libera ne è sinonimo in maniera
analoga. E, peraltro, anche io ho in testa il dubbio che
la scelta di sostenere una famiglia, e soprattutto di crescere
dei figli, sia in netta contrapposizione con la volontà
di andare a cercar guai in Iraq, soprattutto se cercar guai
in Iraq non è ciò che ti dà da vivere
e che ti permette di crescerli i figli, ma è solo
una passione, per quanto grande essa sia.
Lo scrivo ancora una volta: penso questo pur con tutta la
stima che ho per il lavoro di Baldoni e per la sua persona
(stima peraltro costruita in una settimana, sulla base soltanto
di quello che ha scritto) e ritengo ignobili i toni usati
da Libero. Ma rispetto l'opinione di Feltri e, a tratti,
trovo che il dibattito che voleva evidentemente sollevare
abbia la sua ragion d'essere.
E' tempo di caccia alle streghe, e mi fa paura. Non mi erano
affatto simpatici i nostri quattro connazionali presi in
ostaggio, ma ancor meno mi è piaciuta la strumentalizzazione
politica che della vicenda è stata fatta e che adesso,
tant'è, si ripete a parti invertite.
Non solo: francamente, non conoscendo nessuna di tutte queste
persone, non riesco davvero a fare distinzione fra ostaggi
italiani e di altre nazionalità. No, proprio non
ce la faccio. Per quanto mi riguarda sono tutti dei poveracci
in pessime acque, indipendentemente dal motivo che li ha
spinti ad andare a cacciarsi nei guai laggiù.
Tutta questa gente in Iraq c'è andata a titolo personale
e professionale, a fare un mestiere, sapendo a che andava
incontro. A priori non è un valido motivo né
per innalzarli al ruolo di eroi, né per crocifiggerli.
Il problema è solo tirarli fuori dai guai se possibile,
o rispettare in silenzio il dolore di chi è stato
loro vicino, quando l'epilogo sia tragico come nel caso
di Baldoni e Quattrocchi.
E lasciamo stare il fatto che tant'è, quando in ballo
sono gli italiani, le cose non siano mai chiare. Così,
che sia accaduto davvero a Baldoni non lo sapremo forse
mai e questo è l'unico fatto sul quale dovremmo soffermarci
a riflettere tutti.
Tutti noi, che scaldiamo il culo a casa davanti al televisore
a commentare. Chiunque sia laggiù, fino a prova contraria,
ha negli occhi un orrore che a noi non è dato sapere,
né immaginare neanche lontanamente.
Moderiamo dunque i nostri commenti. Tutti.
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Ottobre 2004 |
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