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NOTE SUL MIO TACCUINO DI VIAGGIO
2005: greetings from Sarajevo and Mostar,
via Zagreb
(di Carlo)
Ti guardano strano se dici che vai a trascorrere le feste in
Bosnia. Un collega mi chiede, imbarazzato: "...ma... ci vai
per 'piacere'?"
Io vado in Bosnia perché son dieci anni che la guerra è
finita e sono dieci anni che penso che venir quaggiù possa
avere un piccolo valore simbolico: augurarsi buon anno a Sarajevo.
29 dicembre 2004, Zagreb: tappa 400 km. Zagabria di sera
è fredda, è slava. E' bello tornare ad est. Albergo
in centro, di cartone, finestra su un vicolo del retro. Camera:
un forno, impossibile regolare il riscaldamento.
Siamo di nuovo in viaggio dopo un anno e mezzo, è come respirare
a pieni polmoni dopo una lunga apnea. Temperatura 6 gradi. In una
locanda ci abbuffiamo di Cevapi a metà pomeriggio.
Tram, traffico. Di notte, il centro storico è molto suggestivo.
Caffé, locali. Zagabria alta è deserta, palazzi governativi,
luci gialle soffuse di vecchi lampioni, scalini. Ombre che scivolano
lungo i muri. Nei caffé, fumo denso, giovani, famiglie, musica.
Un ristorante in piazza per la sera, davanti alla cattedrale. Musica
dal vivo, ci stiamo riscaldando. Come rimettere in moto un ingranaggio
collaudato che è rimasto fermo a lungo. A Sarajevo, a Sarajevo.
30 dicembre 2004, Sarajevo: tappa 425 km, sei ore. Le autostrade
dell'est, quelle che amo da sempre: vuoti nastri infiniti che attraversano
pianure sconfinate, nebbiose, lattiginose. Il nostro nastro va verso
Belgrado, Sofia e Istanbul. TIR di un altro mondo, targhe che -
incredibile a dirsi - ancora non conosco. Cos'è SCG?
Lo scopriamo su un opuscolo croato: è Serbia e Montenegro.
Non è più YU, a quanto pare.
Arriviamo a Slavonski Brod. Frontiera, coda. Un lungo ponte sul
fiume Sava. E' davvero una frontiera, questa, strategica: in caso
di problemi, butti giù il ponte e ciao. Del resto
il ponte è nuovo. Via vai di croati che sconfinano per fare
acquisti in Bosnia. Volti e scene che abbiamo già vissuto
molte volte, in Asia. Ma qui è Europa. O no? I confini
bosniaci sono ancora presidiati dalla NATO.
Oltre frontiera entriamo nella RS, ed è allucinante. Per
50 km è tutto distrutto, bruciato. La strada corre attraverso
una teoria di campi minati, segnalati da cartelli rossi con un teschio
bianco. Dovunque giriamo lo sguardo, testimonianze della pulizia
etnica. E' spaventoso. Ed inconcepibile. Scritte in cirillico.
A Doboj entriamo nella Federazione di Bosnia-Herzegovina. Qui la
ricostruzione avanza ed anche la strada migliora. Neve sui rilievi.
Pochissimo traffico. Dalla frontiera, turisti zero. Occidentali
zero. Ci siamo noi, la nostra auto, la nostra targa, in mezzo ad
un flusso di veicoli targati BiH. Forse vorrei fare qualche ripresa,
qualche scatto, catturare immagini. Ma non mi fermo e poi temo un
po' la disapprovazione di Emanuela.
Sarajevo, infine. Primo pomeriggio. Neve tutto attorno, sui tetti
delle case, sulle colline. Campi minati, ancora, in periferia. Abitazioni
distrutte e bruciate, di nuovo. Scritte a vernice sui muri in rovina,
messaggi inquietanti e terribili, ricordano le scritte naziste sui
muri delle case degli ebrei. Bambini che giocano fra le rovine,
e le mine. Panni stesi fra cumuli di macerie.
Lunga coda per entrare in città, attraverso il viale dei
cecchini. Lo chiamano così, ormai, Sniper's Alley.
Scheletri di grattacieli di cemento distrutti. Fori di granate,
di proiettili. Camionette della Nato, della Croce Rossa. E poi,
tutto il resto è normale. Sì, normale.
La guerra è rimasta scritta sui muri e nei campi minati,
per le vie si è tornato a camminare, la neve è sempre
bianca. Il cielo è colore del piombo, nevicherà ancora?
Centro città, mercati, quartiere turcomanno, dove stiamo
noi. Sembra di essere ad Istanbul. Ma anche il paragone con Beirut
è fin troppo facile. I fori dei proiettili sui muri, delle
granate per terra. A tratti riempiti con gomma rossa. Moschee, caffè.
Muezzin che cantano, alle sei. Strano, di solito è alle cinque.
La radio trasmette musica araba. Cevapi al mercato. Sera
in cafeteria. Gran vita in giro, no freddo. Moschee illuminate,
aria che sa di carbone, carbone per il riscaldamento della città,
e legna. Fumo denso nei locali e per strada. Sarajevo è in
una conca e l'assedio te lo senti addosso. Sì, un posto da
assedio, un crocevia, non una roccaforte, affatto.
31 dicembre 2004, Sarajevo. Il mercato, quel mercato,
lo troviamo. C'è una targa, un piccolo monumento. E sessantacinque
nomi scritti in bianco su un pannello di plastica rossa. Sulle bancarelle
frutta, verdura, carne. Gente che va e che viene. Vita. Cena al
To be or not to be. Tre tavoli. Una compagnia di francesi
e alcuni italiani. Sembra gente che è qui per lavorare.
Una bottiglia di vino rosso. E' croato. La cameriera sembra seccata
che abbia scelto proprio quella bottiglia. Di bosniaco ha solo vino
bianco e io non scelgo i vini in base all'etnia. Ma forse è
solo una mia impressione. Comunque lei dice che non si assume alcuna
responsabilità perché ho scelto quel vino. Intanto
tiriamo le undici.
Poi, in giro per le vie del centro. Sparano, da tutte le parti.
Vecchiette con razzi che sembran quelli che Wil Coyote compra all'ACME.
Mi chiedevo se in un posto dove ne han visti di veri per anni, ne
avessero i coglioni pieni di botti. No. Anzi, ci dan dentro. E,
a ben udire, alcune raffiche suonano un po' strane, o almeno anomale.
Avanzi di cantina? Un terra-aria colpisce Emanuela alla schiena
e addio piumino. Tutti in giro, comunque. Locali pieni, caffé,
pasticcerie. Strade affollate, fuochi d'artificio. Ma non è
strano tutto 'sto baccano quaggiù? Credevo avessero gli incubi
di notte a sentir petardi.
Valida ci invita alla sua festa nella taverna della guest house.
Ci spiega qualcosa sul fatto che loro sono una comunità croata,
tutti amici. Non capiamo molto, anche perché la musica pompa
a tutto volume. Bregovic e danze slave. Fino alle sei del mattino.
Noi andiamo a letto alle due, per la verità, ma il casino
è tale che è impossibile chiudere occhio. E poi questa
tosse non mi abbandona da giorni e i locali fumosi di Sarajevo non
aiutano certo.
1° gennaio 2005, Sarajevo. La città è addormentata,
ma c'è il sole. La neve si è quasi sciolta del tutto.
Qualche foto, qualche ripresa e una passeggiata lungo gli Sniper's
Alley. Poi in qualche caffé. Ci compriamo anche il solito
tappeto, da un iraniano che ha un negozio esagerato. Come sempre,
impieghiamo mezzo pomeriggio fra selezione e trattativa. Ma l'abitudine
ci consente ormai di negoziare da subito ad armi pari e il dialogo
si sviluppa in modo equo e piacevole. Lui capisce che ne capiamo,
noi capiamo che ne capisce anche lui. Confrontiamo i prezzi di mezza
Asia e discorriamo di canali di importazione, di mercato del tappeto,
di tipi e lavorazioni particolari. Naturalmente ci salta fuori il
solito té e ci regala un ravatto orrendo.
2 gennaio 2005, Mostar (serata a Split), tappa 130+190 km.
Mostar fa ancora paura. Cammini lungo la linea del fronte, il viale
che separa cattolici da musulmani, ed è una teoria infinita
di scheletri di case bruciate e distrutte, rovine, macerie, vegetazione
incolta che riconquista il terreno. Di là i cattolici: i
quartieri sembrano deserti e sono spettrali. Di qua i musulmani:
c'è più vita e la ricostruzione avanza. In mezzo,
il fiume. Sopra, un sole caldo e innaturale, un cielo blu cobalto.
Sembra piena primavera.
Il ponte l'han ricostruito, e con lui tutta la zona medievale. Nuova
nuova: sui muri c'è ancora la polvere bianca dei mattoni
freschi appena posati. Attorno, un eccessivo proliferare di negozi
di souvenir. Turisti pochini pochini, timidi timidi. Negozi, comunque,
vuoti.
Mostar è diversa da come me l'aspettavo. Non è in
montagna, non è in una gola. E' che il fiume, qui, scava
un solco. Infinito e antico. Ed è impossibile non avvertirne
la profondità.
Poi, la strada corre di nuovo veloce verso la Croazia, verso il
mare. Ci accoglie in serata un caldo Mediterraneo, immobile, trasparente.
Una bella cena in un ristorante di Split. E la mia tosse che continua
a tormentarmi.
Solo pochi chilometri all'interno ci sono ancora migliaia di case
bruciate e distrutte. No, non è più Bosnia. Siamo
in Croazia ed è così fino in Istria. Poco più
avanti sventola la bandiera dell'Europa.
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