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IL SUPERVIDEOGRAPH
1989: Capo Nord verso il Duemila...
(di Carlo)
Sprofondo nella poltrona di velluto rosso e subito mi si chiudono
gli occhi. Vorrei dormire ma la sala si riempie rapidamente. La
luce si abbassa e sui quattro schermi che mi stanno di fronte va
in scena l'ultimo spettacolo della giornata.
E' circa l'una di notte, ma all'esterno risplende il sole e la temperatura
è piuttosto rigida. Anche per questo sono seduto in questa
sala, fa caldo e ho una poltrona tutta per me. Mentre sto per addormentarmi
inizia dunque la proiezione.
Il cinema si trova sotto terra. Ai piani superiori ci sono i telefoni
e più in alto ancora, al sole, il salone panoramico e i negozi,
il bar, il self service, l'ufficio postale ed il tourist information.
Hostess in divisa si aggirano per i corridoi, controllando che ogni
cosa funzioni a dovere. Non sono sicuro che il mio zaino ammucchiato
contro un muro dentro il ristorante incontri la loro approvazione.
L'altoparlante ha scandito incessantemente il messaggio in quattro
lingue per tutto il pomeriggio. Il "Supervideograph" replica
ogni ora, ma la voce misteriosa non spiega di che cosa si tratti.
Tanto vale seguire la folla nei sotterranei, nella speranza di svelare
il mistero e trovare magari un posto per dormire un po'. Più
tardi recupererò il mio zaino e ripartirò.
Verso Sud.
Oggi ho viaggiato verso Nord, e così nelle ultime tre settimane.
Sono tornato per la seconda volta davanti alla sbarra che chiude
la strada. O meglio, che chiude tutte le strade. Questa volta, per
arrivare, ho chiesto un passaggio ad un camper olandese che mi ha
portato per gli ultimi quaranta chilometri fino alla sbarra.
L'addetto al parcheggio sbircia dentro il camper. Dopo essersi consultato
con il conducente mi fa capire che, in qualità di autostoppista,
pago l'accesso solo venti corone. Nessuna pietà invece per
i miei simpatici accompagnatori, per loro vale la tariffa piena,
ottanta corone a testa.
E' dunque questa la seconda volta che pago il biglietto di ingresso
a Capo Nord, estrema punta settentrionale della Norvegia, ultimo
lembo di terra europea davanti al Polo Nord. Non è vero,
ma non importa, l'aria è quella. Sono trascorsi sei anni
dal primo viaggio. Due anni fa sono arrivato nuovamente a pochi
chilometri da qui, ma poi ho deviato in volo verso le Svalbard.
Capo Nord è anche stato il mio primo Viaggio. Credo lo sia
stato per molti.
Scendo dal camper e mi guardo intorno, mentre i giovani coniugi
olandesi che mi hanno raccolto ad Honnigsvåg preparano il
caffè. E' un pomeriggio splendido, soffia una lieve brezza,
ma si può stare tranquillamente in maglietta.
La bimba olandese non ha ancora due anni, ma è già
stata in Italia ed è arrivata fin quassù. Non so se
abbia apprezzato la mia terra, certo è che Capo Nord proprio
non le va giù e non manca di farlo notare immediatamente
scoppiando in un pianto dirotto. Un piccolo orso portafortuna appeso
al mio zaino attira inevitabilmente la sua attenzione e ciò
sembra decisamente consolarla. Questo viaggio di colpo acquista
molto più fascino anche per lei.
Il sole, indiscusso protagonista delle notti estive locali, è
già piuttosto basso sull'orizzonte. E' la seconda settimana
di agosto, troppo tardi per assistere al fenomeno del sole di mezzanotte.
Ciò nonostante migliaia di persone continuano ad affluire
nella radura circostante. Fra qualche ora inizierà il tramonto
più spettacolare del mondo. E se dovessero arrivare le nuvole
nessun problema, naturalmente. C'è il Supervideograph.
Il Supervideograph è un film a 180°, una sequenza di
immagini grandangolari proiettate su quattro schermi dove sole,
mare, renne e pescatori danno vita ad un mondo irreale a due dimensioni
nel quale le quattro stagioni scorrono in un'ora e la neve lascia
il posto ai primi fiori nello spazio di circa dieci minuti.
Il Supervideograph è un film con Capo Nord per protagonista,
proiettato nel cinema sotterraneo che si trova nel sottosuolo più
settentrionale d'Europa, all'ultimo piano del comprensorio multifunzionale
costruito a venti metri di distanza dal mappamondo più famoso,
o almeno più frequentato, del pianeta.
L'entrata al Supevideograph è gratuita. In realtà
il prezzo del biglietto è già compreso nelle ottanta
corone della tariffa di accesso a Capo Nord, attraverso la sbarra.
Per la terza volta ho compiuto il Viaggio, percorso migliaia di
chilometri di niente e di nessuno, lasciandomi alle spalle il Circolo
Polare Artico per attraversare foreste e laghi, e ancora laghi e
foreste e montagne fino a Narvik, estremo terminale settentrionale
ferroviario del continente, a quaranta ore di alberi e binari da
Oslo.
A Narvik ci si può arrivare anche guidandosi la E6, la Strada,
l'unica strada che conta, fiordo dopo fiordo, e sono duemila chilometri
di coste, e gallerie, e villaggi di pescatori, e piccole spiagge.
Se ci passi distrattamente, Narvik non lascerà alcuna traccia
nei tuoi ricordi di viaggio. E' un villaggio qualunque, un capolinea
ferroviario nero come il ferro che arriva qui dalla Svezia, un brutto
paese sub-artico dove non vedi in giro un'anima dopo le sei del
pomeriggio.
Se ci arrivi in treno, insieme a te, oltre al ferro, viaggeranno
decine, centinaia di zaini ammucchiati provenienti da ogni angolo
del globo, e lingue differenti, sacchi a pelo nei corridoi dei vagoni,
panini raffermi e bottiglie di plastica vuote, tutti insieme lanciati
verso un'unica meta. Capo Nord, il mito.
Sono dunque tornato a Narvik, per la terza volta ho ripercorso le
quaranta ore di treno da Oslo, attraverso la Norvegia e la Svezia
e poi ancora la Norvegia, e di nuovo la Lapponia mi ha riportato
a sè. Come in tutti i viaggi veri, le distanze si misurano
in giorni: Capo Nord è a due giorni da Narvik, che è
a due giorni da Stoccolma e da Oslo.
Sul fiordo di Narvik, a circa tre chilometri dal paese, c'è
un promontorio. Sul promontorio c'è un piccolo campeggio,
dove ogni volta torno a piantare la tenda. Durante l'estate polare
il minuscolo campeggio di Narvik è punteggiato da decine
di igloo colorati mescolati fra camper di ogni provenienza.
Il campeggio è come un campo base. Si raccolgono informazioni
sui prezzi del battello postale, dell'aereo, degli autobus. Si cercano
compagni occasionali per dividere eventualmente la spesa del noleggio
di un'auto. I giorni trascorrono preparandosi all'ultimo salto,
l'ultima tappa del Viaggio verso Nord. Siamo circa duecento chilometri
a nord del Circolo Polare, ma ne mancano ancora settecentotrenta
all'appuntamento con il traguardo.
Chi arriva a Narvik in camper, lungo la E6, si incontra con i ragazzi
degli zaini in cerca di un passaggio verso nord. Il rito si ripete
sempre uguale, bussano alla porta del caravan e chiedono "andate
o tornate ?". Esiste un'unica direzione a Narvik, indicata
dalla E6. In su si va verso nord, corsia a monte, in giù
si va a casa, corsia sul mare.
Si possono trascorerre le notti al campeggio - notti di luce, magiche
notti estive polari - osservando la processione ininterrotta di
camper lungo la E6. Se i fari spuntano a sud probabilmente si fermeranno
al campeggio. Quelli che arrivano da nord hanno tutti la stessa
scritta, "NORDKAPP", e la data della conquista.
Ho trascorso interminabili notti chiare sul promontorio di Narvik,
seduto davanti al fornellino che riscalda il tè, chiacchierando
con ragazzi olandesi e tedeschi, francesi e australiani, arrivati
in treno, in nave, in motocicletta e in autostop, tutti con un'unica
meta, quella sbarra. Anche se, quando arrivi la prima volta, ancora
non sai che c'è una sbarra.
Non ho mai visto tramonti così belli come quelli a cui si
assiste dal promontorio di Narvik, quel sole che fino all'ultimo
credi di veder scendere, la luce radente sul fiordo, e quando ormai
è quasi mezzanotte un veloce tuffo dietro le montagne per
ricomparire pochi minuti dopo.
Non ci sono rumori di notte, il mare del fiordo è fermo,
solo pochi camper che sfruttano la notte solare, o il trenino del
ferro in lontananza che, verso l'alba, arriva dall'altra parte delle
montagne.
Ci sono le piste da sci sulle montagne di Narvik, e scendono fino
al mare. Mi chiedo se è un buon motivo per non tentare l'avventura
di un bagno. Qualcuno lo fa, nella luce del tramonto, l'acqua è
trasparente ed immobile. Immergo un piede, è fredda, molto
fredda, ma non "gelata". La neve sulle vette di fronte
a me mi guarda con malcelata ironia. Mah, meglio tornare al fornellino
del tè.
E quindi in Viaggio, ancora. Risalgo la Lapponia, fiordo dopo fiordo,
ed è una Lapponia che mostra segni di cambiamento. L'ho ormai
attraversata in auto, l'ho vista dall'aereo, ho navigato lungo le
sue coste, ho persino attraversato a piedi decine di chilometri
di tundra a settanta gradi di latitudine. I pochi Lapponi che si
incontrano lungo la strada vendono bamboline e guanti sotto tettoie
di nylon, ed hanno la macchina parcheggiata dietro il banco. Quelli
che non si vedono vivono ancora il loro nomadismo all'interno fra
le montagne. I loro accampamenti sono segnati sulle cartine turistiche,
ma i turisti sono incanalati lungo la E6, verso l'unica direzione
che conta.
Appena ti allontani dalla strada scopri un altro mondo. Più
ci si avvicina a Capo Nord e più la vegetazione scompare
per lasciare il posto ad un terreno acquitrinoso, fangoso, muschioso
e freddo. Le spiagge sono incontaminate, l'acqua è limpidissima.
La Lapponia si scopre anche così, camminando a piedi lungo
le rive dei fiordi.
I pescatori dei piccoli villaggi costieri parlano inglese. Qui tutti,
a dire il vero, parlano inglese.
Un'esperienza del mio primo viaggio, una sera tardi, lungo la E6.
Non si trovava un posto dove comprare qualcosa da mangiare. Sostiamo
presso un villaggio e chiediamo ad un abitante se hanno del pesce
da vendere. Esce in barca con i suoi amici, su una barca a remi,
si allontanano qualche centinaio di metri. Tornano dopo mezz'ora
e portano un sacco di plastica pieno. Salmoni. Tutto regalato. Improvvisiamo
un fuoco sulla spiaggia e mangiamo sotto il solito cielo chiaro
notturno. Poi si riparte, cambio alla guida e di nuovo verso nord.
Più Capo Nord si avvicina e più diventa impossibile
capire con quale tempo ti accoglierà. La prima volta l'umidità
condensava sotto la tenda anche all'ora di pranzo. Due anni fa,
pochi chilometri più a sud, nevicava ad agosto. Quest'anno
ho portato il piumino ed il Goretex. A Narvik la gente faceva il
bagno, ad Hammerfest prendevano il sole.
Poi la strada diventa piatta, la vegetazione scompare del tutto.
Settecento chilometri più in su di Narvik finisce il mondo.
Quello di terraferma. Il traghetto carica ogni ora migliaia di auto,
motociclette, camper, autobus e ragazzi a piedi con lo zaino. Dall'altra
parte dello stretto si trova l'isola Magerøya, la cui estremità
settentrionale è costituita da Capo Nord. Arrivare sull'isola
con i piccoli aerei da turismo è comunque un'esperienza che
vale la pena di provare.
Il traghetto sbarca tutti a Honnigsvåg, sulla costa meridionale.
Il villaggio è protetto da barriere antivalanga ed è
attraversato da un'unica via, dal nome inequivocabile, "Nordkappsgate".
L'autobus per Capo Nord costa una fortuna, così mi piazzo
sotto il cartello appena fuori dal paese:"Nordkapp 36 km."
Fin qui tutto come ai vecchi tempi, solo che allora avevo attraversato
l'isola a piedi, dodici ore di cammino sotto la neve. Certe cose
si fanno solo una volta nella vita.
Espongo il pollice. Ed ecco il camper olandese, con a bordo la bimba
giramondo.
Gli ultimi chilometri non sono ancora asfaltati, ma è questione
di tempo. Viaggiatore, qui la strada sta per finire. Invero qui
finiscono tutte le strade del mondo. Quello che non sai è
che finiscono con un casello, e con una sbarra che chiude l'accesso.
La sbarra c'è sempre stata, c'era anche la prima volta che
sono venuto, a dividere i cinquemila chilometri alle mie spalle
dagli ultimi cento metri. Anche allora avevo pagato il pedaggio,
ero arrivato a piedi, ma il casellante non ebbe ugualmente pietà.
Bagnato di neve e stanco sborsai le mie ottanta corone.
C'era allora, oltre la sbarra, il nulla. Un vecchio ufficio postale,
un piccolo rifugio ed una bancarella di souvenir. O forse è
questo che è rimasto registrato fra i miei ricordi. C'erano
dei lapponi veri, quelli con la tenda di pelle di renna. Avevo scritto
cento cartoline e bevuto un tè caldo al rifugio per fare
riposare le gambe.
Contro l'orizzonte, a picco sul mare, un grande mappamondo di ferro.
Il sole era nascosto dalla pioggia, ma la fortuna non abbandonò
le poche decine di viaggiatori giunti da tutto il mondo. Ad un tratto,
verso le due del mattino, le nuvole si aprirono a nord. Balzammo
tutti fuori dal rifugio abbandonando gli zaini ammucchiati negli
angoli, le macchine fotografiche al collo ed i piumini ben allacciati.
Eravamo forse cento a vedere il sole più bello del mondo.
Risplendeva in piena notte, incurante del freddo e delle leggi che
alle nostre latitudini governano l'ascesa degli astri nel cielo
notturno, e ben presto dimenticai la manciata di corone lasciate
all'uomo della sbarra.
Quando ripartii portai con me un pezzo di carta preso all'ufficio
postale, un timbro e la scritta "Sono stato a Capo Nord".
Il pezzo di carta, adesso, lo ritrovo in vendita in quindici lingue.
Quest'anno il sole non è stato un problema, ed eravamo forse
diecimila. Centinaia di camper allineati fronte al sole e l'altoparlante
che scandisce in quattro lingue i ritmi della festa.
Il nuovo impianto sotterraneo può accogliere turisti a migliaia
e si può osservare il sole al riparo dal freddo. E se il
sole non c'è, nessun problema. C'è il Supervideograph
che lo mostra in tutte le stagioni.
Una guida mi dice: "Tutto questo era necessario, non era possibile
portare migliaia di turisti fino qua senza offrire un po' di assistenza
e comfort".
Può darsi che sia vero. Aspetto nuovamente le due di notte.
Lo spettacolo è finito, tutti tornano a casa e rimaniamo
in pochi sotto il mappamondo a guardare il mare verso nord.
Mi hanno detto che stanno per costruire un motel. Mi chiedo se resisterà
il Mito a guardarlo dalle finestre di un albergo.
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