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ISOLE DEL SUD
1999: dalle spiagge della Nuova Caledonia
all'inverno australe tasmano
(di Emanuela)
E' fatta. Siamo a testa in giù. E ci sentiamo, anche, a
testa in giù. Non difficile, dopo una giornata di aereo,
una dozzina di fusi, uno stopover nel bel mezzo della notte (notte?)
caldissima e afosa di Singapore. Anzi, è già tanto
che non collassiamo, e non solo per l'emozione.
Lunghi corridoi pieni di suoni di didgeridoo, dogana, ritroviamo
il bagaglio ed ecco: fuori, a respirare un'aria diversa, l'aria
frizzante di un pomeriggio terso di metà agosto, cielo azzurro
immenso sopra al parcheggio dell'aeroporto. Sydney? Sì, grazie.
Vabbè, aspettate, prima mi fumo una sigaretta. Giusto, che
fretta c'è? Il tassista bofonchia ancora qualcosa in una
sorta di irlandese storpiato, getta la cicca e finalmente ci apre
il bagagliaio.
La città ci è subito familiare, semplice da capire:
qui il fiume e le splendide barche a vela, di là le colline
e le ville da sogno, oltre c'è l'Oceano, quello con la grande
O.
Simon, del Flight Center, prende a cuore la nostra causa e si getta
sul computer, procurandoci i biglietti per la folle sequenza di
voli che gli abbiamo richiesto: Sydney - Nouméa - Auckland
- Hobart - Sydney. Gli siamo simpatici, lui è stato tre volte
in Italia, sempre sul lago di Garda. Beh, noi partiamo per i mari
del sud, eh!?
*****
Acque da sogno, pesci inventati da un mago dell'arcobaleno, palme,
palme, e ancora palme, enormi rami di corallo bianchissimo su spiagge
deserte, intere spiagge di sabbia finissima candida, infinite distese
di enormi conchiglie e corallo, pacifici cani che passano il proprio
tempo a grattarsi contemplando assorti l'oceano, clima tropicale:
cosa potrebbero chiedere ancora i Kanaki?
La popolazione indigena, nera quanto lo può essere chi vive
da generazioni al tropico, naturalmente loquace quanto lo può
essere chi fino a un paio di generazioni fa minacciava di mangiare
naufraghi ed invasori, è divisa ormai fra chi convive con
l'invasore francese e il turista che arriva in Boeing da Tokyo a
trascorrere il weekend, e tutti gli altri. Gli altri, cioè
chi vive nelle Isole della Lealtà e gli abitanti della Provincia
Nord della Grande Terre, l'isola principale.
Se da un lato non è facile biasimare i Francesi, storicamente
conquistatori (si può dire così, se le armi non sono
alla pari?) di arcipelaghi paradisiaci, dall'altro è quasi
banale immedesimarsi in chi ha da sempre vissuto, più che
posseduto, queste isole, vivendo in straordinaria simbiosi con la
natura di terra e mare. Niente da fare, e poi ci si è messo
di mezzo il nichel. I rilievi della Grande Terre sono uno dei maggiori
giacimenti al mondo di questo raro metallo. Il bianco delle spiagge,
le sfumature di turchese dell'acqua, il verde intenso delle foreste
cedono improvvisamente il passo ad un rosso dantesco man mano che
ci si avvicina alle alture, un poco alla volta sventrate in gironi
e gironi da ruspe e bulldozer. Un gigantesco deserto a strati solcato
lentamente, ma con forza e costanza, da automezzi di metallo che
sputano fumo nero sopra la polvere rossa senza che il turista, sulla
costa, possa sospettare un granché. A meno che non abbia
fatto caso alla nicheleria all'entrata di Nouméa.
Il nostro Suzuki Jimny ci accompagna su e giù per la Grande
Terre alla ricerca di nuove spiagge, di punti rialzati da cui goderci
il panorama, di un panificio per comprare profumate baguette e deliziosi
pain au chocolat, di piccole mucche tropicali da fotografare
oziose sotto un ciuffo di palme.
Varchiamo le montagne a Nord, nella provincia periodicamente soggetta
a spinte irredentiste. Diamo un passaggio ad un autostoppista kanako.
Non grande conversazione, a lui basta sapere che non siamo francesi.
Scende al villaggio successivo, vicino alla bandiera biancarossaeblu
della gendarmerie. Incrociamo gente che passeggia, come se niente
fosse, lungo la strada, in mezzo alla foresta, in mezzo alle montagne.
Uno scroscio di pioggia. A loro non importa un granché. Poi
torna il sole. Oppure no, ma non fa niente. Incrociamo altra gente,
tutti ci salutano, noi salutiamo tutti. Il saluto kanako è
un po' rasta, un movimento al rallentatore del polso a lanciare
in alto due o tre dita, mentre il mento si alza un filo ma non troppo
e gli sguardi si incontrano. Ogni tanto ci si sorride anche. I mezzi
che incrociamo alzano i fari al nostro passaggio. Salutare tutti
diventa automatico anche per noi - non sarebbe altrettanto facile
in Europa.
Due bambini procedono a piedi nella nostra stessa direzione. Decidiamo
di prenderli a bordo, c'è posto anche per loro. Nessuna conversazione.
Vabbè, mica tutti hanno il dono dell'eloquenza. Ci chiediamo
quando ci fermeranno, è da chilometri che li abbiamo caricati.
Aspettiamo un bel po', fino a quando uno dei due borbotta qualcosa
in kanako-francese e rallentiamo ad un incrocio con due o tre case.
Scendono e ci fanno un saluto-ringraziamento kanako. Almeno, a noi
è sembrato.
La costiera est scende attraverso la foresta, a poca distanza dalla
spiaggia. Qui e lì, in punti qualsiasi in mezzo alla foresta,
banchetti di legno espongono varia merce: banane; noci di cocco;
frutta non identificata; conchiglie e rami di corallo enormi. Non
c'è mai nessuno nei paraggi. Basta fermarsi ed aspettare.
Aliseo fra le foglie. Un ruscello gorgoglia verso il mare. Ed ecco,
sorpresa: dalla foresta spuntano dei bambini. Ti guardano, li guardi,
sorrisi, si passa al business. La mercanzia è quella, qualche
volta ne salta fuori dell'altra. Statuine di legno, statuine di
pietra saponaria intagliata, dèi kanaki che ti guardano sopra
a labbroni enormi e naso schiacciato. Breve contrattazione, molti
sorrisi, escono facilmente i franchi del Pacifico. Uno scambio equo.
Blocchiamo l'auto ancora una volta: un varco nella vegetazione ci
consente di raggiungere facilmente la spiaggia, un centinaio di
metri più in là. Un paradiso, nessuno in vista, tantomeno
qualcosa che somigli ad un turista, ad un bianco. Niente barriera
corallina davanti a noi, l'Oceano ruggisce direttamente sulla spiaggia
bianca, oggi arrabbiato sotto nuvole grigie e veloci. La spiaggia
è fatta di sole conchiglie, grandi, piccole e qualche volta
enormi. Estraggo dalla spiaggia un bivalve del peso di chili, incastrato
fra migliaia di altre conchiglie. Madreperla, tonalità rosate
e tigrate, conchiglie a cono da esposizione... siamo nel paradiso
della caccia alla conchiglia più bella. Immersi nella nostra
esplorazione, ci accorgiamo all'ultimo momento di una donna che
ci sta osservando da chissà quanto. Emersa dalla vegetazione,
si è accovacciata ai bordi della spiaggia con una bimba,
forse due anni, in braccio. Ci guardano, la donna ha un'età
indefinibile, forse quindici, forse trenta, sotto una quantità
incredibile di capelli crespi, chiari. La bimba, occhioni sbarrati
e silenziosa, ha gli stessi capelli selvaggi, più decisamente
biondi.
Ancora strada sterrata, lastre di cemento gettate sopra un ruscello,
strada rossa sotto la foresta, alla nostra sinistra si intravedono
il bianco della sabbia e ancora un brillio grigioperla sul mare.
La strada sale, superiamo delle case, ormai il tramonto è
sceso. Superiamo la collina, incrociamo gente che risale a piedi,
ci salutiamo. E' buio, nero come la pece, neanche una stella.
Skreeetch. Frenata improvvisa, polvere che si raccoglie intorno
ai fari. Ai piedi della discesa nerissima la strada finisce, netta.
Davanti: acqua. Fino a dove? Non si vede. Quanto è fonda?
Fonda. Mare? Fiume? A mezzo chilometro, sulla collina, si vedono
due o tre luci. Probabilmente il bed and breakfast che stiamo cercando,
l'unico rifugio per la notte nel raggio di un centinaio di chilometri,
insieme al Club Med ancora oltre. Un cartello sul bordo della strada
indica chiaramente un'auto che finisce in acqua. Noi ci siamo fermati
due metri prima.
Scherzo kanako. E adesso? La cartina parla chiaro: troppo lunga
la strada all'indietro fino al primo distributore, "bac"
davanti a noi. Cos'è un bac? Scherzo kanako espresso in francese.
Un generatore in lontananza, probabilmente dall'altra parte di questa
distesa d'acqua. Qualunque cosa sia, un bac è l'acqua che
abbiamo davanti. Immaginavamo il solito ruscello, il solito torrente
o fiume che sfocia ampio nel mare, un ponte. A ben guardare, sulla
cartina la strada prosegue. Ma dove? Carlo getta la cicca. Tiriamo
fuori quello che avanza della baguette. Eppure, ciomp, quella gente
che abbiamo incontrato veniva ben da qualche parte. E non ci hanno
fatto, ciomp, segnali particolari. Fine della baguette. Un sorso
d'acqua.
Tomp-tomp-tomp. Il rumore del motore diventa più forte. Non
è un motoscafo, chissà cos'è, proviamo a sparare
i fari dell'auto sopra l'acqua. Nero. Tomp-tomp-tomp. Una candid
camera kanaka. La notte si fa umida, infilo una camicia. Ed ecco
Caronte. Dentro alla polvere di insetti illuminata dai fari si fa
strada la sagoma di una chiatta, la silhouette di un uomo tarchiato
in piedi. Ecco a cosa serve il cavo d'acciaio che parte dalla riva,
che continua sull'acqua. E' un traghetto bello e buono, una gran
chiatta di lamiera legata al cavo d'acciaio.
L'amico ha visto i nostri fari contro l'acqua ed è venuto
a prenderci. Proviamo un istintivo senso di amicizia per quest'uomo
di cui non vediamo nemmeno i lineamenti. Accetta una sigaretta,
per un istante indoviniamo il suo sguardo abbassato sul fiammifero.
Caricati noi e Jimny, riparte in senso opposto.
Attraversiamo l'enorme foce di un fiume, forse un'ansa più
tranquilla del mare. L'acqua è nera, il cielo è nero,
teniamo accesi i fari di Jimny per sentirci meno persi. Il filo
d'acciaio è lungo, l'acqua continua a scivolare ai fianchi
della chiatta. Caronte non accetta pagamenti. Sbarchiamo ed eccoci
su un altro tratto di strada sterrata che risale rapidamente, curva
dopo curva, il promontorio. Le luci che vedevamo ci passano sopra,
siamo ancora alla ricerca della nostra destinazione per questa notte.
*****
L'aeroporto nazionale di Nouméa è ben diverso da
quello internazionale. Un gabbiotto di cemento, un bar e poche cose
da comprare, affollato di donne scure dai vestiti ampi e coloratissimi,
fioriti come solo ai tropici si può immaginare. Bambini con
le manine appiccicate al vetro per guardare l'aereo pronto al parcheggio,
uomini carichi di pacchi. Ci imbarchiamo, con il nostro carico ridotto
- abbiamo abbandonato metà bagaglio al nostro rifugio di
Nouméa, il fido Lantana, sotto al bancone della reception.
L'hostess di Air Calin ci dà i cartoncini di imbarco, mentre
vediamo pacchi di ogni forma e dimensione, piante e televisioni,
entrare nella stiva.
Dopo un'ora di volo a elica e un buon sandwich ci scappa da ridere:
il comandante ha bucato le nuvole basse, trovando davvero la striscia
rossa di aeroporto in mezzo alla foresta di Lifou. Siamo oltre i
confini del mondo. L'aeroplanino fa manovra, parcheggia, scendiamo
in modo disordinato, ci lanciamo a cercare i nostri bagagli ammassati
senza criterio insieme agli altri, al di là di un bancone.
Parenti e amici dei nostri compagni di volo sono arrivati in massa,
sembra che tutta l'isola sia qui, facce serie e nerissime che si
cercano fra gli abiti colorati e svolazzanti delle donne, la confusione
di bambini. Chissà se è venuto davvero qualcuno a
prenderci. Il kanako dell'ufficio delle Isole della Lealtà
di Nouméa, il serio e gentile impiegato con trenta centimetri
di nuvola di capelli crespi sopra la testa, ci ha assicurato di
sì. Qui intorno nessuno con un cartello con i nostri nomi,
ma in effetti sarebbe ridicolo. Siamo gli unici bianchi. Ci troverà
lui.
E' certamente questo tipo che avanza, serio come tutti gli altri
uomini intorno. E' lui. Stretta di mano vigorosa, ci aiuta con i
bagagli, usciamo. Apre la sua Alfa 80. Alfa 80? Rossa, un po' sfondata,
il motore parte come un orologio svizzero. Sospensioni a parte,
sembra che fin qui sia arrivata quasi tutta la meccanica. Parliamo
del più e del meno mentre ci spostiamo in un'alternanza di
foresta e graziose case isolate con giardini curati e fiori quasi
fluorescenti. In mezzo all'Oceano Pacifico, su uno sputo di scoglio
ricoperto di vegetazione, discorriamo piacevolmente di calcio con
il proprietario di un'Alfa 80 rossa, il cui nonno forse ci avrebbe
forse trovati gustosi.
Il paradiso è qui. Non potremmo chiedere altro. Non troveremo
niente di simile per tutta la nostra vita, forse. Ma adesso, per
pochi giorni, è nostro. Ci siamo sopra, in mezzo, sotto.
Un bungalow sotto alle piante, ai bordi della spiaggia. Solo per
noi, tutta questa spiaggia, bianca, bianchissima, abbagliante. Soffice
sotto ai piedi, solo candida polvere di corallo. Ci si può
commuovere, davanti ad un'acqua impossibilmente trasparente, cristallina,
di sfumature acquamarina solo immaginabili in cocci di vetro controluce.
A un centinaio di metri da questa riva deliziosamente rilassante
l'Oceano Pacifico si infrange con cattiveria contro la barriera
corallina, sollevando spruzzi altissimi con un rombo spaventoso.
A chiudere gli occhi si indovina lo scontro fisico fra masse potenti
di acqua salata e la crosta durissima dei coralli che emergono dalle
profondità. A riaprirli si rimane abbagliati dal bianco,
dai colori della vegetazione, dalle acque trasparenti, dalle rocce
nere che affiorano qui e lì. E' tutto nostro.
E del nostro amico cane nero pulcioso, autentico padrone della spiaggia,
grande contemplatore di orizzonti acquatici, silenzioso corridore
verso non si sa cosa, buffo annusatore di sabbia e noci di cocco
cadute, a volte intento ad inseguire un granchietto bianco appena
emerso dal suo buco. Pelo nerissimo impolverato di bianco, grattarsi
all'ombra degli alberi su questa spiaggia infinita è uno
spasso. Tanto poi si rituffa in acqua, si imbratta di nuovo di sabbia
e siamo da capo.
La notte equatoriale ci sorprende improvvisa anche qui, con un tramonto
esplosivo quanto rapido. Giusto il tempo di farsi assorbire completamente
dall'abbaglio tra le onde ed è finito, la palla si è
sciolta, è scomparsa, colata nell'Oceano sempre più
scuro come il gelato sull'asfalto d'agosto. L'aria diventa violacea,
le ultime nuvole sottili si tingono di rosa e arancio, l'ombra è
già su tutta la terra. Poco ancora e il firmamento si impossessa
del palcoscenico, sempre più intensamente, sempre più
pieno di puntini luminosi, ancora più fluorescente di un
momento prima. La Via Lattea si fa evidente, si accende, si riflette
sulla spiaggia bianca. Si può scorgere anche il nostro amico
cane là in fondo, vicino all'acqua. Chissà cosa sta
curiosando.
*****
Staccarsi dal suolo della Nuova Caledonia è uno strappo,
autentico, nel cuore. Solo il turchese intenso dei diecimila metri
alla rincorsa del tramonto e l'idea di mettere piede sull'altro
angolo di pianeta riesce a distrarmi.
Siamo in Nuova Zelanda. Facile come bere un bicchiere d'acqua. Atterrati,
controlli doganali superati con un'astuzia nonostante i chili di
conchiglie e corallo che teniamo ben chiusi nel bagaglio, è
tutto user-friendly, più di una Svizzera che funziona in
inglese. Taxi, yes, please.
L'hotel che ci ha prenotato Simon è spettacolare, vista sul
porto di Auckland. Di notte una favola di luci e sagome bianche
che ondeggiano lentamente nell'acqua; di giorno un antipasto di
quanto la città può offrire, fra acqua e high tech,
i preparativi per l'America's Cup e le visioni dall'alto della Sky
Tower, il tutto sopra ad avanzi vulcanici neri come pece ed erbetta
verde brillante. Quello che desideri, burger o frappuccino, servito
con flemma neozelandese e accento esclusivo. La maglietta avvisa:
"If the world was flat we would be the ones living on the
edge".
*****
Cambio di aereo a Melbourne, giusto il tempo per adattare la mente
ad un clima più umido. Hobart: siamo in Tasmania. Tasmania.
Ormai la testa ci gira sempre di più, i nostri matti spostamenti
nei mari del sud ci rimbalzano da un mondo ad un altro. Tasmania.
Piovosa e fresca, su questo non c'è dubbio. La coda dell'inverno
tasmano è carica di umidità oceanica, di aria antartica,
di nuvole di stampo scozzese. Sarà per questo che la Corona
si è interessata ad un territorio così lontano.
Guido la nostra Nubira "a pedali" verso il centro di Hobart
rischiando un solo frontale ad una svolta a sinistra. Niente di
che. La capitale tasmana ha un aspetto britannico e nordico fino
alle fondamenta. Il nostro bed & breakfast, con i doppi rubinetti
e il minuscolo specchio per radersi durante la doccia è uscito
da una puntata di George & Mildred.
Ceniamo deliziosamente scaldandoci con zuppa di zucca e carne australiana,
in una taverna vicino al porto. All'ancora una nave per le spedizioni
polari, un paio di velieri storici, pescherecci. Continua a girarmi
la testa, non ricordo mai dove sono. Non è un effetto da
Jappo-tour, ma il risultato dei déjà-vu che si accavallano
sulle immagini di questa città così britannica. Capitale
di quel triangolino di terra a sud dell'"Isola di Sopra"
- l'Australia, bontà dei Tasmani. Facce che ti ricordano
la provenienza dei loro antenati, portati fin qui in detenzione,
o avanzi di vite che non valeva la pena di vivere altrove. Qui hanno
trovato un posto dove vivere, qualcuno la fortuna. Certamente un
luogo isolato da tutto, anche se ora parte dell'Australia a tutti
gli effetti, cricket, rugby e tutto il resto. Policeman con stella
d'argento sul petto, imponenti baffi nerissimi e gran tesa calata
sopra gli occhiali a specchio, intento a scribacchiare sul libretto
delle multe.
Giringirare per la Tasmania è uno spasso. Dolci colline verdi
quanto quelle d'Inghilterra, pecore gonfie di lana sparse un po'
ovunque, vegetazione piena da cui sbucano opossum, canguri e diavoletti
della Tasmania. Ci si ferma ad una fattoria per un tè con
i pasticcini - e che pasticcini! - prima di infilarci in un viottolo
che porta al mare. Sull'alto di un dirupo ricoperto di arbusti colorati
siamo sferzati da un vento potente e umido, che trasporta in velocità
nuvole basse, spostando la nebbia che copre le colline.
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