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RE AZUL E ALTRE STORIE
1990: immagini di Patagonia e Terra del Fuoco
(di Carlo)
"E quando finalmente vi arrivai, ebbi la sensazione di
essere approdato al nulla, ad un non-luogo."
[P. Theroux]
"In Patagonia si può camminare in mezzo alla strada.
Dove c'è."
[S. Metzelin]
Quando a Rio Gallegos piove è bene non avere affari urgenti
da sbrigare, che costringano ad avventurarsi all'aperto. La pioggia
trasforma le vie del paese in veri e propri torrenti di fango, che
non è possibile guadare senza ritrovarsi con l'acqua che
inesorabilmente si riversa dentro le scarpe entrando direttamente
dalle caviglie. L'ombrello, del resto, resisterà non più
di cinque minuti alla violenza di Re Azul.
Re Azul è il vento della Patagonia. Se si può a lungo
discutere sul fatto che sia più o meno "azul",
azzurro, certo è che pochi giorni di Patagonia non lasciano
dubbi sul fatto che il Re sia Lui.
Da Rio Gallegos partono quattro strade. A Nord si va verso Buenos
Aires, tremila chilometri lungo la costa atlantica e in mezzo solo
tre paesi sufficientemente grandi per poter essere definiti tali:
Comodoro Rivadavia, Trelew, e Bahìa Blanca.
A Sud la strada corre verso lo Stretto di Magellano, per terminare,
dopo soli ottocento chilometri, ad Ushuaia, Terra del Fuoco, sessanta
miglia da Capo Horn e centro abitato più meridionale del
mondo. In mezzo un solo paese, Rio Grande, 6200 abitanti e qualche
milione di pinguini durante l'estate australe.
Verso Nord-Ovest si raggiunge, dopo una corsa di trecento chilometri,
Calafate, cinquecento anime, ultimo avamposto prima delle Ande Patagoniche
e della catena del Fitz Roy. Infine, otto ore di autobus in direzione
Sud-Ovest sono sufficienti per arrivare a Punta Arenas, Cile, affacciata
sullo Stretto di Magellano. In mezzo: niente. Solo Patagonia.
Intorno a Rio Gallegos, dovunque si volga lo sguardo, c'è
solo Patagonia, piatta, desolatamente piatta, deserta, vuota, silenziosa.
L'unica variante al tema è rappresentata dall'Oceano Atlantico,
che a oriente preclude ogni via terrestre di fuga. Dovunque, altrimenti,
Patagonia, migliaia di chilometri quadrati sui quali regna sovrano
Re Azul.
Non ho mai attraversato, in tanti anni di viaggi, un territorio
così esteso e vuoto e, per contrasto, in grado di alimentare
riflessioni e suscitare emozioni tali da poterne scrivere per mesi.
E invero, viaggiatori di ogni tempo hanno molto scritto e detto
di questa estrema regione del Sudamerica.
Magellano, Darwin, Pigafetta, Chatwin: fra scrittori, scienziati
e viaggiatori, anche un fuorilegge come Butch Cassidy, che la leggenda
vuole ritirato in questa terra agli inizi del secolo, dopo essere
fuggito dagli Stati Uniti inseguito dagli investigatori di Nat Pinkerton.
Sembra quasi, leggendo fra le righe, che chiunque vi si ritrovi
a transitare, per scelta o per caso, avverta il bisogno di giustificare
la propria presenza, come se Re Azul rilasciasse visti d'ingresso
solo in presenza di validi motivi.
E forse il primo interrogativo da affrontare è: Perché
si viene in Patagonia?
Impossibile non chiederselo quando si atterra a Rio Gallegos in
una giornata di pioggia - ammesso di riuscire ad atterrare.
Impossibile rispondere dopo due mesi trascorsi immersi nel nulla,
senza provare un senso di impotenza e di angoscia nel timore di
non riuscire a spiegare a chi non c'è stato il perché.
La Patagonia, molto più probabilmente, è un'esperienza
così profonda che andrebbe vissuta solo interiormente senza
essere raccontata, certamente da soli e per un tempo il più
lungo possibile. Non si attraversa il vuoto per riempire le vacanze,
il vuoto si subisce accettando il rischio di non tornare, perché,
come Chatwin, incapaci a rispondere alla domanda che ogni giorno
risuona sempre più ossessiva: "Che ci faccio qui ?"
Poiché è stabilito che viaggiare in Patagonia è
in realtà dovuto per lo più ad una strana combinazione
di casi fortuiti e che, una volta arrivati, occasionali spostamenti
da un luogo all'altro sono determinati solo dalla condiscendenza
o meno di Re Azul, la conclusione è che non è possibile
tracciare itinerari di viaggio attraverso il cono terminale del
Sudamerica. Meglio quindi affidarsi ad immagini e aneddoti per dipingere
un quadro di luoghi, colori e personaggi che la logica fatica ad
assimilare.
Ciò che segue è dunque un insieme di istantanee molto
personali strappate ad un orizzonte sconfinato. Ognuno di noi, poi,
viaggia con una macchina fotografica differente.
Autostop
La strada, dove c'è, può anche essere asfaltata.
Più spesso è un nastro diritto dal fondo ciottoloso,
che viene dal nulla e si perde nel nulla, spazzata dal vento, talvolta
un cartello. Mi viene in mente una fotografia che ho visto in una
guida: una strada contrapposta ad un orizzonte ossessivamente piatto,
un cartello che indica una distanza chilometrica abissale e la didascalia
dell'immagine, "Da qualche parte in Patagonia".
Può capitare anche che lungo la strada transiti un mezzo.
Se ciò accade sarà un'esperienza memorabile, poiché
l'autostop è certamente il sistema più indicato per
imparare la Patagonia.
Grandi fuoristrada dotati di ricetrasmittente, autobus dai colori
improbabili guidati da strani personaggi. Velocità media,
comunque, venti-trenta chilometri orari. Generalmente si viaggia
con tre o quattro ruote di scorta, qualche tanica di benzina, musica
andina diffusa dall'autoradio, voci lontane che giungono all'apparecchio
a bassa frequenza: "Ola, que pasa Silvio ? Cambio !".
Spesso si guadano piccoli rivoli d'acqua, o si affonda in inverno
nella neve, quando la strada è a mala pena transitabile ed
è indicata, se qualcuno è passato di recente, solamente
da due solchi incisi nella sterminata coltre bianca.
Capita, talvolta, che proprio in mezzo alla sede stradale stia ritto
e immobile un condor. L'occhio del conducente ne valuta rapidamente
le dimensioni ed una cosa è certa: almeno per questa volta
il condor lì ha deciso di sostare e lì rimarrà.
Decisi a non contrariarlo, non resta che aspettare o tentare, con
scarsi risultati, di passare al di fuori del tracciato stradale.
Del resto neanche il clacson lo turba sensibilmente.
Un solo consiglio per un autostop vincente. Assolutamente necessario
disporre almeno di un sacco a pelo. Si può rimanere ai margini
della strada intere giornate ad aspettare che transiti qualcuno.
E si può anche stare certi che, chiunque esso sia, si fermerà.
Chi percorre la strada sa che una persona lungo il tragitto in
mezzo al nulla può voler dire bisogno di aiuto.
Rio Gallegos
Quando a Buenos Aires, presso il terminal dell'Aerolineas Argentines,
prenoto il volo di ritorno da Rio Gallegos sei settimane dopo la
data di arrivo, lhostess spalanca gli occhi. "Si ferma
sei settimane a Rio Gallegos? A fare cosa ?".
In realtà per me, come per molti altri, Rio Gallegos è
solo una porta di ingresso alla Patagonia, che mi propongo di attraversare
con altri mezzi. Ma la graziosa hostess, che pure è abituata
a prenotare voli per le spedizione alpinistiche che da lì
muovono alla volta delle Ande, non può credere che un viaggiatore
isolato perda così tanto tempo in uno dei luoghi più
sperduti del mondo.
E la schiacciante angoscia di Rio Gallegos comunica davvero un
solo sentimento: andarsene.
Arrivarci di sabato, sotto una pioggia torrenziale, con trenta
chili di bagaglio, è quanto di più alienante si possa
immaginare. Il paese, che pure è sede di un'università,
vive completamente addormentato in mezzo a migliaia di chilometri
di niente, quasi ai confini della Terra del Fuoco. Da qui partono
i grandi e confortevoli autobus con destinazione Punta Arenas in
Cile e la città è incrocio obbligato per quasi tutte
le destinazioni in Patagonia, soprattutto per chi vuole cimentarsi
con le leggendarie vette andine.
Le strade dividono il centro abitato in quadrati perfetti, i cuadras,
permettendo di verificare che Rio Gallegos è lunga circa
trenta cuadras e larga una ventina. Tutte le vie sono disposte esattamente
nelle direzioni dei quattro punti cardinali e il territorio è
perfettamente piatto, cosicché si può osservare il
fenomeno alquanto curioso di poter spaziare con lo sguardo oltre
i limiti dell'abitato fino a perdersi all'orizzonte.
Nei pressi scorre l'omonimo "rio", un fiume che, almeno
in questo punto, è più grande del Po. Per le strade
grandi macchine americane creano l'atmosfera un po' surreale caratteristica
di certi film di Wenders. Dappertutto odore di gas, i contatori
vengono installati all'esterno delle abitazioni e sono tutti difettosi.
Le costruzioni sono quasi ovunque ad uno o a due piani ed un palazzo
di cinque piani è visibile da ogni punto del paese.
Strade polverose, vento, rumore di marmitte o silenzio totale,
baraccopoli in periferia, allagamenti ovunque. Gente per la strada
solo dopo le otto di sera. Sembra che capitare a Rio Gallegos sia
una vera e propria maledizione ed ogni volta, non si capisce perché,
è impossibile impiegare meno di tre giorni per andarsene.
Sono passato quattro volte in questo paese. Già alla seconda
volta avvertivo qualcosa di imperscrutabile nei miei sentimenti
verso di esso. Mi sono innamorato di quella stanza nell'albergo
del quale ero l'unico ospite, dove ho passato ore ed ore ad aspettare
che accadesse qualcosa che mi portasse via da Rio Gallegos, leggendo,
scrivendo, osservando dalla finestra.
Forse è stato l'aglio appeso dalla padrona sulla porta della
mia camera per scacciare gli spiriti del male. Ho quasi pianto quando
l'ho lasciata per l'ultima volta.
Ushuaia
Anni fa avevo visitato le Spitzbergen ed ero stato nel centro abitato
più settentrionale del mondo, ad 80°N di latitudine.
Da allora sognavo Ushuaia, nell'estrema punta della Terra del Fuoco,
alla ricerca della stessa atmosfera di frontiera che avevo già
vissuto una volta.
Ushuaia è raggiungibile con sei ore di volo da Buenos Aires,
un'ora da Rio Gallegos, sorvolando lo Stretto di Magellano.
Sono atterrato ai primi giorni di agosto sotto un'intensa nevicata.
Il piccolo aereoporto sembra un vero e proprio avamposto di frontiera
immerso nel grigio clima invernale della regione antartica. Mi aggiro
per le strade sterrate con il pesante zaino sulle spalle, fra casette
di legno tutte colorate e tutte uguali, cercando di evitare di farmi
travolgere da un insolito traffico di automobili infangate e rumorose
che certo non mi aspettavo. La signora Marta, una donna simpatica
con tre figli, amante dell'Italia, mi offre infine ospitalità.
Ride la signora Marta quando, dopo avermi chiesto a che ora voglio
essere svegliato la mattina seguente, rispondo: "Mah, non so,
va bene verso le otto ?". Alle otto mi sveglia. Sposto appena
la tenda della finestra e vedo che è tutto buio. E così
pure alle nove. Alle dieci albeggia leggermente, alle undici, finalmente,
il sole.
La signora Marta mi porta la colazione sorridendo e dice: "'Chico',
a Ushuaia, in inverno, abbiamo sei o sette ore di sole e i bambini
vanno a scuola alle dieci e mezza, quando la luce arancione dei
lampioni lascia il posto al giorno appena iniziato."
Con il nuovo sole inizia il mio vagabondare per le vie del paese.
Un cartello nei pressi del porto dice tutto: "Ushuaia, 57°S,
Buenos Aires 3580km, Polo Sud 2118km, Cabo de Hornos 91km."
La prima cosa che mi colpisce di Ushuaia sono i negozi di attrezzature
sportive invernali. Vetrine piene di sci, scarponi, piumini, sembra
quasi di trovarsi in una qualsiasi delle nostre località
alpine di grande richiamo turistico. Il traffico non concede tregua,
la città è molto animata. Poco lontano dall'abitato
si intravedono le piste da sci che scendono quasi fino al mare.
Il mare, qui, passa attraverso il Canale Beagle, lo stretto dove
transitò Darwin con il capitano Fitz Roy, durante il viaggio
nel quale elaborò la teoria sull'evoluzione delle specie.
L'alba sul Canale Beagle è uno spettacolo multicolore, congelato
nel clima rigido ed avvolto dal silenzio antartico presto rotto
dal rumore delle prime automobili che si riversano sulle strade.
In effetti, l'unico modo di staccarsi da quell'atmosfera di centro
ricreativo propria di Ushuaia è avventurarsi in navigazione
sul canale, regno di leoni marini, cormorani imperiali e, in estate,
di milioni di pinguini. Oppure strappare un passaggio alla seggiovia
e farsi abbandonare ai piedi del ghiacciaio Martial, per iniziare
una solitaria esplorazione delle nevi perenni della Terra del Fuoco.
Solo allora si può incontrare quell'aria desiderata, osservando
dall'alto il paese più meridionale della Terra. Il cielo
dei confini del mondo, il silenzio antartico, rotto solo dall'immancabile
urlo del vento; il freddo intensissimo, che fa sorridere all'idea
di trovarsi nella Terra del Fuoco. Pare che il nome, secondo la
versione più accreditata, le sia stato dato da Magellano
nel '500 durante la prima circumnavigazione del globo, avendo osservato
dal mare i fuochi accesi dagli indigeni lungo le sponde dello Stretto.
Questi indios, chiamati Yaghan, erano certo di statura molto superiore
al normale, tanto da meritarsi il nome Patagoni, "piedi grossi",
appellativo coniato dai marinai spagnoli. A tutt'oggi è forse
questa l'ipotesi più valida circa l'origine del nome "Patagonia",
anche se esistono numerose interpretazioni alcune delle quali molto
più suggestive.
Degli indios e delle leggende attorno alla toponomastica dei luoghi
scrive molto Chatwin nei suoi libri e molto ne hanno parlato i grandi
viaggiatori attraverso i secoli. L'ultimo Yaghan pare sia deceduto
agli inizi del nostro secolo. Oggi l'80% della popolazione di Ushuaia
è costituita da discendenti di immigrati italiani.
Tutto il resto è in quei negozi. Ad Ushuaia stanno costruendo
un aereoporto intercontinentale per i voli transantartici verso
la Nuova Zelanda. Dicono che farà la fortuna del paese e
di questa regione.
Io sono contento di aver avuto la possibilità di vedere
i cormorani imperiali prima che i grandi uccelli di ferro arrivino
fino qui.
Minuscolo ed immenso
Jorge Luis Borges ebbe una volta a dire: "Non ci troverete
nulla. Non c'è nulla in Patagonia".
E viaggiare per ore su questo tavolato sconfinato può ben
dare l'idea di cosa si possa intendere per deserto. Non deserto
in quanto formazione geologica, ma in quanto aggettivo riferito
ad un luogo che è stato così descritto: "Lo spazio
si misura con impronte fugaci di cani, buoi, cavalli e carri. La
velocità non ha nessuna importanza, quindi non esiste."
Allontanandomi a piedi da Calafate in direzione Est, in compagnia
di un viaggiatore franco-argentino di nome Federico, mi sento dire:
"Non camminare in mezzo alla strada. E' pericoloso".
Ho sempre pensato che in questa battuta sia racchiusa tutta l'essenza
della Patagonia.
Se accade di incontrare qualcuno si viene sempre salutati. In prossimità
dei laghi si osservano grandi stormi di fenicotteri il cui colore
rosa dà luogo ad accesi contrasti con il blu dell'acqua.
Avvicinandosi alle Ande il rosa viene rimpiazzato dal bianco e dall'azzurro
intenso degli iceberg staccatisi da enormi ghiacciai che si gettano
direttamente negli specchi d'acqua andini; i blocchi di ghiaccio
galleggiano immobili, creando sculture surreali appoggiate all'orizzonte
rosso del deserto.
Acqua spesso increspata dal vento, condor statuari sulle creste
delle colline. Dovunque capita di accorgersi di essere osservati
da lontano dagli occhi attenti ed interrogativi dei guanacos, parenti
patagoni dei lama. L'importante è essere loro simpatici:
in questo caso i guanacos smetteranno di curarsi del viaggiatore
sconosciuto e se ne andranno con aria di sufficienza.
A volte, dal nulla, spunta un gaucho a cavallo: impossibile non
domandarsi da quale inaccessibile e sperduto luogo possa venire
e da quante ore sia in sella. Altre figure scompaiono all'orizzonte,
ogni sera è difficile non dubitare delle immagini percepite
durante il giorno. Fino a che punto posso fidarmi di quello che
il mio obiettivo vede ?
Si incontrano spesso per terra scheletri di piccoli animali, forse
lepri, l'orizzonte sembra sempre infinito, il cielo bassissimo,
e poi silenzio, silenzio e ancora silenzio. Ho letto una volta:
"In Patagonia si deve decidere fra il minuscolo e l'immenso".
Giunge il tramonto, la notte porta stellate sconosciute agli occhi
degli abitanti dell'emisfero boreale, popolate da miriadi di stelle
che trasformano il cielo in una cupola fosforescente. La Via Lattea
qui è più assimilabile ad un'autostrada, nei pressi
della quale brilla isolata la Croce del Sud. Se il mondo andasse
incontro alla distruzione è certo che in Patagonia la notizia
arriverebbe molto tardi.
Mi ha detto una volta Ezequiel: "Se cade la bomba, scrivi
per avvertirmi", accompagnando la frase con una risata che
è andata persa nell'infinito.
Re Azul
Difficile, estremamente difficile scrivere qualcosa di originale
circa Re Azul. In una regione dove in media si contano trecentoquaranta
giorni di maltempo all'anno, ogni raggio di sole è comunque
un miracolo, indipendentemente dalle leggende.
Un giorno, mentre mi accompagnava all'aereoporto sotto una pioggia
torrenziale illuminata a tratti da frammenti di sole, un tassista
di Rio Gallegos mi ha detto: "Es Patagonia, hombre, cuatro
stagiones en un solo dia."
Il maltempo in Patagonia non è una giornata grigia e piovosa,
è un fattore determinante nella vita quotidiana, un'abitudine
senza la quale la Patagonia non è più tale.
Fra le pagine di un libro, Re Azul è stato così dipinto:
"Il vento è la misura della vita ed è onnipresente.
Avvolge di polvere e luce la cordigliera, la pampa e tutti gli altri
cammini."
Di mio potrei aggiungere solo una cosa: Re Azul non ama gli scettici.
Ne è la prova un piccolo aneddoto personale.
Dopo vari giorni di tempo curiosamente stabile e soleggiato, in
totale assenza di vento, mi chiedevo che fine avesse fatto la leggenda
che conoscevo. Ho scritto a casa una cartolina con queste sole quattro
parole: "Re Azul non esiste."
Di lì a tre giorni sono rimasto bloccato in uno sperduto
villaggio della costa cilena per quasi una settimana. L'uragano
si era abbattuto con una violenza indescrivibile, raffiche di vento
a centotrenta chilometri orari, più di un metro di neve in
poche ore, impossibile uscire di casa, ancora peggio cercare di
camminare per le strade.
Appoggiandomi ad un muro nel tentativo di coprire la breve distanza
che separava l'ufficio postale dal mio albergo, e tenendomi una
mano sugli occhi per ripararmi dalle folate di nevischio accecante,
sorridevo fra me e me: "Va bene, va bene Re Azul, ho capito".
Poi, di colpo, più niente. Il silenzio.
Certo, si può crederci o non crederci, è solo un
problema di scetticismo...
Cordillera
Mi avvicinavo alle Ande. Dall'oblò del piccolo piper la
piattaforma patagonica si innalzava all'improvviso. Ghiaccio ovunque.
E a terra, sulle rive del Lago Argentino, davanti allo spettacolare
fronte del ghiacciaio Perito Moreno che emerge per trenta metri
dalle acque e che si spinge fra le montagne per diversi chilometri,
mi è tornata in mese la poesia di Coleridge, "The rime
of the ancient mariner":
"The Ice was here, the ice was there,
the ice was all around.
It cracked and growled
and roared and howled,
like noises in a swound !"
[Il ghiaccio era ovunque / era qua / era là / era tutto
all'intorno. / Crepitava, gemeva / scricchiolava ed ululava / come,
svenuti, s'ode un vano rombo]
L'Urlo di pietra
Dove la Patagonia si innalza ad occidente verso il cielo, in un
moltiplicarsi di torri e guglie di granito rosso, per formare l'appendice
meridionale delle Ande, c'è una montagna la cui storia si
è oramai tramutata in leggenda.
Si chiama Cerro Torre, per la geografia è una vetta di poco
più di tremila metri nel massiccio del Fitz Roy, un piccolo
punto nero su mappe molto dettagliate. Per chi la conosce è
solo l'Urlo di Pietra. Un obelisco di puro granito e ghiaccio che
si innalza verticale per più di due chilometri da terra,
un vero e proprio missile puntato verso il cielo.
A vederlo, semplicemente inaccessibile.
Negli anni '50 il Cerro Torre era già ritenuto la montagna
più difficile del mondo, da molti addirittura impossibile
a salirsi by fair means, con mezzi leali. Proprio in quegli anni
un piccolo uomo, ma grande campione italiano, di nome Cesare Maestri,
ne raggiungeva la vetta con il suo compagno Toni Egger, dopo una
lotta in parete durata sette giorni. Era il 31 gennaio 1959 e qualcuno
ha scritto, quarant'anni dopo, che l'Urlo si era solo distratto
per un attimo.
Purtroppo Egger morì durante la discesa e Maestri venne ritrovato
in stato confusionale ai piedi della montagna. L'alpinista raccontò
ai compagni giunti in soccorso che la macchina fotografica era rimasta
nello zaino di Egger e, come era nelle sue abitudini, non fu molto
preciso nella descrizione della via di salita.
Maestri non doveva avere un buon rapporto con la pubblicitá
e del resto il corpo di Egger non venne mai recuperato. La riuscita
o meno dell'impresa divenne il centro di accese polemiche in tutto
il mondo alpinistico, messo a soqquadro dalla notizia dell'ascensione.
Negli anni seguenti numerosi altri tentativi andarono ripetutamente
a vuoto. Il Cerro Torre continuava a rimanere inaccessibile da ogni
versante, perennemente circondato dalle nebbie, battuto dagli elementi
più ostili, avvolto dalla leggenda che ormai gli aleggiava
intorno e forse, fra sè e sè, si compiaceva davvero
di tutto questo rumore attorno al suo nome. Il suo famoso "fungo
di ghiaccio", un ghiacciaio pensile che ne riveste la vetta,
sembrava allontanarsi nuovamente sempre più dai sogni degli
alpinisti.
Poi Maestri tornò. Io non so se cedette alle pressioni dei
Mass Media o se non sopportasse l'idea, come è stato scritto,
che il Torre provasse gusto nel trovarsi al centro dell'attenzione
grazie al suo nome.
Maestri tornò nel '70 e portò con sè un grosso
martello compressore del peso di un quintale. Con l'aiuto di due
compagni, per una nuova via di salita, trascinò quel compressore
fin sotto il fungo di ghiaccio, lo utilizzò per piantare
qualche manciata di chiodi a pressione in un punto completamente
privo di appigli, arrivò nuovamente in vetta e sulla via
di discesa spezzò tutti i chiodi, chiudendo così l'accesso
alla sommità e lasciando il compressore appeso all'ultimo
chiodo cento metri più sotto.
Aveva di nuovo vinto, e il Torre aveva perso un'altra occasione
per scrollarsi di dosso il fastidioso minuscolo uomo, compromettendo
così irreparabilmente la propria leggenda.
Il gesto di Maestri, apertamente polemico verso i suoi denigratori,
procurò all'alpinista nuove inimicizie ed accese rinnovate
polemiche. Venne questa volta accusato di non avere vinto con mezzi
leali, ma la sua via rimase senza ripetizioni per molti anni ancora.
Gli americani accreditano a tutt'oggi la prima ascensione ufficiale
a Casimiro Ferrari, nel 1974, attraverso un itinerario che sale
dal versante opposto.
Sebbene oggi il Cerro Torre sia stato salito in meno di 23 ore
dall'altoatesino Hans Kammerlander, le persone che ne hanno calpestato
la vetta si contano sempre sulle dita delle mani. Fra queste l'attore
Vittorio Mezzogiorno che, durante le riprese del film di Werner
Herzog, "Grido di pietra", è stato trasportato
sul punto più alto grazie ad una manovra acrobatica effettuata
da un elicottero, per poi essere recuperato non senza difficoltà.
Il compressore è sempre là, la strada di Maestri,
la celebre Via del Compressore, è stata ripetuta, ma l'Urlo
mantiene intatto il suo fascino.
Migliaia di fotografi giunti da tutto il mondo hanno atteso invano
per settimane che Lui si mostrasse attraverso le nebbie, tormentati
continuamente dal clima implacabile. Il maltempo al Cerro Torre
è praticamente una costante. Un alpinista argentino mi ha
detto: "'El Torre' non è solo questione di tecnica,
sebbene sia una delle montagne più difficili del mondo. E'
questione di fortuna ed astuzia, di pazienza e di nervi, di saper
aspettare per settimane quell'unica finestra di bel tempo che lui
ti concede per poche ore. Allora deve venire fuori il campione e
la tecnica, e la corsa contro Re Azul diventa determinante.
Chi sbaglia è perduto: il 'frio te mata', il freddo ti uccide,
la temperatura precipita a -30°, il vento arriva a raffiche
di cento, centocinquanta chilometri orari, trasportando neve e ghiaccio
che si abbattono sulle pareti, le slavine non concedono pause.
Non si torna dall'inferno."
Pavarotti
Ai piedi del Cerro Torre, in una casupola di un minuscolo villaggio
formato da dodici case, vive Pavarotti.
Pavarotti è il soprannome che io stesso gli ho dato al nostro
primo incontro e la somiglianza è davvero impressionante.
La sua casa è accogliente, perfettamente identica alle altre
undici del piccolo villaggio di Chalten. I suoi dieci bambini vanno
e vengono per la cucina, Pavarotti è il re della cucina.
Conosce le ricette di mezzo mondo, si fa portare gli ingredienti
più disparati con l'elicottero del soccorso andino da trecento
chilometri di distanza e un invito a tavola, dopo giorni e giorni
di scatolette dentro una tenda, diventa un'occasione irripetibile,
assolutamente da non perdere.
A tavola Pavarotti racconta di quando ha incontrato il Presidente
Menem e mostra orgoglioso le fotografie in cui compare accanto al
Capo di Stato che è venuto a trovarlo in questo avamposto
pionieristico in fondo alla Patagonia. Racconta dei suoi tre viaggi
di sei mesi ciascuno in Antartide, al seguito di una spedizione
scientifica argentina. E' stato il terzo uomo a raggiungere il Polo
Sud in inverno e mi mostra altre incredibili immagini.
Offre liquori dalla gradazione micidiale, preparati con le sue
mani, e ride forte Pavarotti. Ogni tanto si alza e va a rispondere
a qualcuno che lo chiama attraverso l'apparecchio a bassa frequenza
installato in casa al posto del telefono. E' l'unico mezzo di comunicazione
con il mondo che si possa trovare in paese.
Si parla anche del Cerro Torre con Pavarotti, ed è tutto
felice: il mese prossimo al suo tavolo siederà forse Reinhold
Messner con la troupe di Herzog che sta per venire a girare il film
sul Torre.
Saluto Pavarotti per rientrare nella mia tenda sotto una stellata
unica al mondo. Di fronte a me una costruzione in legno appena iniziata.
Pavarotti sta costruendo un ristorante.
Il ristorante si chiamerà "Da Eugenio", perché
lui si chiama Eugenio, suo padre si chiamava Eugenio e anche suo
nonno si chiamava Eugenio.
Lo costruisce da solo, con le sue mani, è il sogno della
sua vita. Sa che il turismo ormai sta arrivando anche qui. I suoi
figli, al mattino, prima di andare nella piccola scuola del villaggio,
accatastano in ordine la legna che il padre utilizzerà durante
la giornata.
Il Cerro Torre, sullo sfondo, osserva compiaciuto. Arriveranno
da tutto il mondo per pranzare da Eugenio, ma arriveranno per Lui.
E Lui lo sa.
Riparto mentre alle mie spalle l'Urlo di pietra scivola rapidamente
nella nebbia. Un boato assordante riempie lo spazio circostante.
Una slavina, forse. O una risata di granito rosso...
Locanda La Leona
Sette ore di fuoristrada nel deserto. Il Cerro Torre non è
più in vista da diverso tempo. E' tutto piatto, maledettamente
piatto.
Ed ecco l'incredibile. All'orizzonte si profila all'improvviso una
locanda, un vero e proprio posto di ristoro nel vuoto più
totale, in riva ad un fiume. Saprò mai se la locanda La Leona
è un miraggio patagonico ? Noi arriviamo e lei apre come
per incanto. Paghiamo un caffè come in centro a Milano, l'oste
ci fa il pieno aspirando la benzina da una tanica con un tubo, i
bambini ci guardano incuriositi, la signora mi prepara anche un
panino.
Noi ripartiamo e la locanda richiude. Quanto tempo era che non vedevano
qualcuno ? Forse mi sono sognato tutto e siamo in realtà
a pochi chilometri dal paese.
Il mio autista, comunque, sorride sotto il cappello.
"Cosas patagonicas", mi dice mentre mi riaddormento.
Yerba de Mate
Yerba de Mate è una bevanda simile al tè solo in
apparenza. La yerba è di colore verde, in piccole foglie,
e si può comprare in qualunque supermercato ovunque in Sudamerica.
Il mate è un piccolo contenitore, di legno o di alluminio,
all'interno del quale viene pigiata la yerba.
Dentro il mate si versa in continuazione acqua bollente prelevata,
di solito, da un thermos, e si beve l'infuso attraverso la bombilla,
una pipetta munita di un piccolo filtro che viene venduta insieme
al mate.
In Patagonia la gente beve yerba de mate in continuazione, più
o meno come noi fumiamo sigarette. Tranquilli anziani a passeggio
con il thermos sotto braccio, autisti di autobus e tassisti mentre
guidano, impiegati di agenzie turistiche, uomini d'affari in doppiopetto:
la yerba non è un tè, è una filosofia di vita.
Anch'io ho cominciato a bere yerba de mate. Secondo me ha qualcosa
a che vedere con lo strano scorrere del tempo tipico della Patagonia.
In Patagonia il tempo è un concetto molto astratto, soprattutto
molto soggettivo. La velocità non ha nessuna importanza,
il tempo è segnato dagli zoccoli dei cavalli, oggi non si
può e allora pazienza: sarà domani.
Guai a viaggiare con l'orologio al polso, con il calendario in tasca.
Si deve sempre considerare l'umore di Re Azul e quindi chissà
se gli aerei volano, se le strade sono percorribili, se i traghetti
traghettano, se non è oggi pazienza. Forse domani.
E poi, vale davvero la pena di andare ? Hombre, ripensaci un poco,
ma quanti siete, no troppo pochi, forse qualcuno in più e
si può fare, forse domani.
E per pagare il biglietto ? Oggi no, è chiuso, provi domani.
Abituarsi a questo ritmo di vita vuol dire entrare a far parte
di un mondo dal quale diventa poi difficilissimo distaccarsi, nel
quale il tempo limitato, lo stress da orologio, la frenesia della
nostra vita occidentale sono concetti del tutto sconosciuti. L'avanzare
delle ore è segnato dal consumarsi dell'acqua bollente dentro
il thermos, tutto il resto non ha alcuna importanza.
Può fare qualche differenza, in fondo, arrivare a Calafate
domani invece di oggi? Che vai a fare, hombre, a Calafate, là
Re Azul ti aspetta come qua, es Patagonia, bevi anche tu una tazza
di yerba e ripensa con calma a cosa è giusto fare.
Sir Francis Drake
Da Punta Arenas in Cile, dove ho provato l'emozione di sciare a
duecento metri di quota con vista mare, ho attraversato per la seconda
volta lo Stretto di Magellano traghettando verso Porvenir in Terra
del Fuoco, una piccola comunità yugoslava fondata dai padri
salesiani. Sul molo del porto un cartello punta verso Nord-Est:
"Yugoslavia 18622 km".
Mi ospita Eugenio, i cui nonni erano italiani. Nella minuscola
casa di lamiera e legno è appesa ad una parete una bandiera
tricolore. Una grossa antenna gli permette di captare i programmi
della radio italiana. Eugenio non ha mai visto l'Italia e l'immagine
che ne ha potrebbe essere uscita dalla "Dolce vita" di
Fellini. Dice che grazie a me ha la possibilità di parlare
italiano per la prima volta dopo quarant'anni e, a sorpresa, mi
prepara un piatto di spaghetti al succo d'ananas.
Ora, mangiare spaghetti al succo d'ananas, in una giornata di fine
agosto sotto la neve, a circa diciottomila chilometri da casa, cucinati
da un abitante della Terra del Fuoco... non so se mi spiego...
Eugenio mi fa conoscere Benjamin. Questo inglese dai capelli rossi,
che porta un piccolo paio di occhialini rotondi, dalle grosse ciglia
e dalla voce tuonante, è il personaggio più incredibile
che abbia mai incontrato.
Benjamin è in viaggio attraverso la Patagonia da circa tre
anni. Mi racconta di essere sulle tracce della rotta che il pirata
Sir Francis Drake seguì navigando in queste acque alla fine
del '500, durante la prima circumnavigazione del globo compiuta
da un marinaio inglese.
Per tutta una sera ascolto avventure che hanno Drake come protagonista.
Benjamin è ossessionato dalla figura di questo pirata del
quale conosce tutto e il sogno della sua vita è riposto in
questo viaggio che lo sta portando ad attraversare la Patagonia
lungo un arco di tempo lunghissimo e con mezzi di fortuna.
Sta scrivendo un libro, Benjamin, su Drake. Il libro lo scrive con
una penna d'oca ed un calamaio, ed altri viaggiatori che ho incontrato
successivamente mi hanno parlato di uno strano personaggio dal forte
accento inglese, che si aggira con una penna d'oca e che non fa
altro che raccontare storie su Francis Drake.
Allalba Benjamin riparte. Difficile non seguirlo di nascosto.
Lo guardo allontanarsi avvolto nel suo cappotto in un turbinio di
polvere e Re Azul. In qualche modo avverto la consapevolezza che
la trama del suo Viaggio è lontana dal risolversi, mentre
la mia segue un percorso che ho già dentro. Ecco, forse manca
ancora questo al "mio" Viaggio.
Abbandonare lungo la strada lidea di seguire una rotta prefissata
dentro di me.
Cosas Patagonicas
"Le cosas patagonicas sono avvenimenti che possono capitare
a chiunque, che però sono sempre un pò strani, troppo
strani per sembrare una mera coincidenza, pur senza sembrare un
sortilegio. E' ovvio che si possono ricercare interpretazioni razionali
per tutte le varie cosas patagonicas, che vanno poi semplicemente
a scapito di una visione poetica sempre possibile.
[...] Dove succede poco, dove le notizie degli avvenimenti non
giungono mai e quelle degli avvenimenti locali giungono a cavallo,
oppure per radio su lunghezze d'onda di bande teoricamente non concesse,
per contrasto alcuni avvenimenti finiscono con l'assumere un'importanza
straordinaria."
Leggevo questo passo una mattina a Puerto Natales, mentre ero in
coda allo sportello di una banca.
A un certo punto mi accorgo che due signori di fianco a me parlano
di un italiano che circa tre settimane prima si trovava a Calafate
in Argentina. Questo italiano pare volesse andare al Cerro Torre,
che si trova a circa trecento chilometri dal paese, ma non riusciva
a trovare nessuno che gli desse un passaggio in fuoristrada.
Uno dei due interlucotori sosteneva, però, che forse l'italiano
ce l'aveva fatta perché Ricardo, proprio in quei giorni,
muoveva verso Chalten, a poche ore di cammino dal campo base.
Ho alzato lo sguardo verso i due uomini e gli ho detto: "Sono
io quell'italiano". Mi hanno sorriso e hanno chiesto se ce
l'avevo fatta davvero. Ho risposto: "Es el Torre, no hay palabras
para describirlo, solo admirandolo se puede describir su belleza."
Fundaciòn del sueño
"Entre los delirios alguien encontrò
una banda de gorriones que latìa tras las rejas,
una profecìa señalada fue.
Cuando se despueble la càrcel
veràs conspiracion del sol de medianoche
guerreando entre los àrboles.
Haran los niños lucha
la verdadera fiesta
la loca a gritos abre sus alas tiernas
sueño de pais largo
que llevamos dentro del pecho."
(Ascoltata attraverso l'autoradio di un vecchio autobus colorato
che percorreva una strada sterrata, venendo dal nulla, andando verso
il nulla).
In Patagonia
"Il n'y a plus que la Patagonie, la Patagonie, qui convienne
à mon immense tristesse."
(Blaise Cendrars, "Prose du Transsiberien" - Ripresa
da Chatwin nell'introduzione del suo libro, "In Patagonia")
Nota bibliografica
I titoli che seguono non coprono certamente la vastissima letteratura
esistente a proposito della Patagonia. Sono i libri che hanno accompagnato
il mio viaggio, lo hanno seguito, a cui lo devo, e da cui sono tratte
le citazioni che ho riportato. In essi è racchiusa la Patagonia
che ho vissuto e durante il trascorrere di quei giorni ho spesso
associato frasi di Chatwin, di Buscaini e di Theroux ad immagini
che i miei occhi hanno registrato.
Gli ultimi due titoli sono guide in lingua inglese delle quali
mi sono servito come riferimento durante tutto il viaggio.
Gino Buscaini, Silvia Metzelin - Patagonia [ed. Dall'Oglio, 1987]
Bruce Chatwin - In Patagonia [ed. Adelphi, 1982]
Bruce Chatwin, Paul Theroux - Ritorno in Patagonia [ed. Adelphi,
1991]
Luis Sepùlveda - Patagonia Express (appunti dal sud del mondo)
[ed. Feltrinelli, 1995]
Casimiro Ferrari - Cerro Torre parete Ovest [ed. Dall'Oglio, 1975]
Hilary Bradt - Backpacking in Chile & Argentina [ed. Bradt Publications
UK, 1989]
Alan Samagalski Argentina [ed. Lonely Planet, 1989]
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