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LADRI DI BICICLETTE A LA DIGUE
2003: Seychelles
(di Carlo)
Ancora non abbiamo finito di scrollarci la polvere d'Asia di dosso.
Ancora dobbiamo asciugarci i panni dalle piogge e dal vento gelido
della Manica d'inverno. Ancora ci manca il mare, 'ché il
Baltico che abbiamo visto quattro mesi fa era un'infinita lastra
di ghiaccio. E poi Emanuela è al quarto mese di gravidanza,
Zuz in pancia comincia a farsi sentire e abbiamo voglia di tranquillità,
e nullafacenza, e sole, e palme, e noci di cocco, e acque corallo,
e pesci, e sabbia bianca, e il soffio dell'Aliseo che ci manca ormai
da tanto, e musica creola a cullare il piccolo viaggiatore che verrà...
***
La signora Mary e suo marito Bobby mi guardano incuriositi, mentre
affondo nella poltrona e apro il pc portatile sulle mie ginocchia.
Stiamo lavorando a un nuovo sito Internet, si chiamerà Orizzontintorno.
A casa non abbiamo mai tempo da dedicargli. Queste settimane naufragate
in mezzo all'Oceano Indiano sono un'ottima occasione per scrivere,
navigare fra migliaia di fotografie, ordinare i frammenti dei nostri
orizzonti ormai trascorsi, passarli al setaccio e impaginarli qua
dentro. C'è la giusta tranquillità, il silenzio, la
brezza oceanica. E qualche geko che corre sui muri.
Siamo arrivati da pochi giorni e stasera mi accingo finalmente,
per la prima volta, a scrivere qualcosa, a pochi passi dalla lunga
striscia di sabbia di Beau Vallon, che questo pomeriggio ci ha regalato
un tramonto da incorniciare. Guardo il pc accendersi con la solita
inutile lentezza, mi fa un po' strano vedere il monitor illuminarsi
quaggiù, a migliaia di chilometri da casa. E' come se un
pezzetto di vita ordinaria mi avesse inseguito fino a qua.
Si accende, sembra che abbia superato il viaggio senza difficoltà.
Batteria cento per cento. Autonomia due ore. Già. Mi manca
un adattatore per attaccarlo alla corrente. Mary e Bobby si guardano,
studiano la mia spina e sentenziano: "Non esiste".
La presa standard dell'Oceano Indiano ha tre poli disposti a triangolo,
mi ricorda quella sudafricana. Ci penserò domani, due ore
sono sufficienti per stasera.
Abbiamo girato almeno quattro elettricisti di Victoria, capitale
di questo strampalato e iperturistico arcipelago. Siamo stati anche
alla SBM, che poi altro non è che il tarocco seychellese
della IBM. Niente. Esistono adattatori per le prese di cinque continenti,
potrei asciugarmi i capelli con un phon del Bangladesh, o radermi
la barba con un rasoio prodotto in Uganda, ma non ho alcuna speranza
di attaccare il mio modernissimo ed internazionale pc provvisto
di classica spina italiana ad una qualunque presa delle Seychelles.
A meno che.
A meno che non vada dal ragazzo all'angolo. Il ragazzo all'angolo
osserva il cordone del mio pc. Nuovissimo. Ancora in garanzia. Un
tipico cordone per l'alimentazione, sul quale c'è attaccata
la solita etichetta che ammonisce e diffida chiunque dal lasciarsi
andare a tentativi di manomissione, pena l'esclusione da qualunque
forma di garanzia su tutto il territorio planetario e la minaccia
di malfuzionamenti, effetti collaterali paranormali, radioattività
dell'hard disk e diffusione di Ebola nel processore.
Il ragazzo osserva il cordone distrattamente e sorride un po' strano.
E lo taglia.
Usciamo dalla bottega del ragazzo all'angolo dieci minuti dopo.
Il mio nuovissimo pc funziona ora con un moncone di cordone per
l'alimentazione al quale è stata attaccata una esagerata
spina standard delle Seychelles. Il ragazzo ha fatto il lavoro gratis.
Mi sento un po' come se il produttore del mio pc avesse messo una
taglia sulla mia testa.
***
La Digue è uno scoglio di 5x4 km circondato dalla barriera
corallina, abitato da circa cinquecento anime e altrettante tartarughe
giganti. Le automobili, di fatto, non esistono. C'è un'unica
strada, in gran parte sterrata, che corre per un po' lungo la costa,
senza peraltro fare neanche il giro completo dell'isola. Per il
resto, solo sentieri. Ci si muove a piedi, o in bicicletta. Se bisogna
trasportare qualcosa di pesante, o di ingombrante, i carretti trascinati
dai buoi offrono un servizio molto efficiente. Un po' lento, se
proprio vogliamo.
C'è anche un unico taxi sull'isola, che contravviene alla
regola di non esistenza delle automobili. E' caro e inaffidabile:
nonostante le dimensioni dell'isola e la prenotazione obbligatoria
(!), riesce ad essere sempre in ritardo, o a non arrivare del tutto.
Lasciate perdere.
A La Digue la vita scorre lenta, o non scorre del tutto. I bambini
vanno a scuola, i giovani si danno al surf, le mamme vanno al supermercato,
gli uomini vanno a pesca, o si inventano qualche attività.
Noi oziamo.
Oziamo non rende esattamente l'idea.
Il nostro ritmo di vita quotidiano è scandito dalle maree
e dagli orari ai quali siamo attesi a tavola dalla nostra simpatica
padrona di casa. A La Digue la pensione completa non è un'opzione,
a meno di non volersi avventurare nel self-catering, confidando
nell'offerta dell'unico supermercato dell'isola. Per cui, magari,
oggi non c'è pane, ma c'è dell'ottima vernice verde
per palizzate.
La nostra giornata tipo segue dunque un ritmo fra il creolo e la
calma piatta: colazione intorno alle dieci del mattino, pennichella
sull'ampia terrazza del nostro bungalow, a dieci metri dal risciacquo
delle onde; poi inforchiamo stancamente le nostre mountain bike
noleggiate in paese e pedaliamo con molta calma verso qualche striscia
di spiaggia risparmiata dall'alta marea diurna, possibilmente del
tutto deserta, davanti alla barriera. Di solito ci accompagna qualche
cane pulcioso, con il quale dividiamo i nostri biscotti. Dimenticavo:
il pc giace abbandonato sul tavolino del bungalow. Si è bruciato
un banco di memoria. Il pezzo di ricambio più vicino credo
sia più o meno seimila chilometri a sud-ovest, in direzione
degli alisei predominanti.
Andiamo ad Anse Source d'Argent. Dicono che sia una delle spiagge
più belle del mondo. Ci hanno girato gli spot del Bacardi
e della Bilboa, ed anche Cast Away.
Anse Source d'Argent si trova a dieci minuti di pedalate dal nostro
bungalow. E, al massimo, a mezz'ora di pedalate da qualunque altro
luogo dell'isola. Se c'è bassa marea, tutta La Digue si ritrova
ad Anse Source d'Argent, che non è esattamente Copacabana,
per cui cinquecento abitanti, cinquecento turisti (almeno il novantacinque
per cento dei quali sono italiani e hanno un telefono cellulare
che squilla con una certa frequenza) e una decina di cani pulciosi,
su un fazzoletto di sabbia largo un paio di metri e lungo non più
di cento, creano più o meno lo stesso effetto che si può
sperimentare su un treno indiano in ora di punta.
Ad Anse Source d'Argent, a dire il vero, si arriva a piedi, attraverso
un sentierino nella boscaglia. Le biciclette si abbandonano in uno
spiazzo ricavato apposta nella foresta, dove hanno addirittura sistemato
alcune griglie per allinearle ordinate. C'è anche un piccolo
chiosco di bibite. In ora di punta nel parcheggio ci sono centinaia
di biciclette, quasi tutte noleggiate dai turisti. Del resto, noleggiare
una bicicletta è la prima cosa che fa chiunque sbarchi a
La Digue, e costa appena qualche dollaro. E' quasi indispensabile
volendosi muovere per l'isola, è comoda, è divertente.
Anse Source d'Argent è davvero bella, quando la gente se
ne va. Rimaniamo noi due ed il nostro amico cane pulcioso, innamorato
dei nostri biscotti, ad aspettare il tramonto. Silenzio, sciabordìo
delle onde, barriera corallina, cielo rosso fuoco. Poi ci incamminiamo
lungo il sentierino nella foresta ed arriviamo al parcheggio, ormai
vuoto.
No, proprio vuoto. Del tutto vuoto. Tranne una bici. Quella di Emanuela.
La mia me l'hanno rubata. Dire che siamo senza parole non rende
esattamente l'idea. Anche il cane è incredulo.
Arriviamo - a piedi - all'ingresso del parco dove si trova Anse
Source d'Argent: questo, fra l'altro, è l'unico luogo di
tutte le Seychelles dove si paga per entrare, ci era addirittura
sembrata una vergogna. Chiediamo lumi all'impiegato locale. Risponde
serafico: "Turisti. Sono stati i turisti. Lo fanno spesso.
Si rubano le biciclette fra loro".
Ancora non ci credo. Uno spende milioni per arrivare fino a qua
e poi, per risparmiare qualche dollaro, ruba la bicicletta a qualcun
altro, in un posto dove fra l'altro c'è una sola strada lunga
otto chilometri e più o meno ci si incrocia tutti dieci volte
al giorno. La gente è folle.
Ci incamminiamo a piedi verso casa, mentre scende la sera su La
Digue. Sono triste. Non posso fare a meno di rimuginare sul fatto
che la nostra "bella civiltà" ci insegue ormai
dappertutto, con i suoi cellulari cafoni e i suoi ladri di biciclette
milionari. Che squallore.
Poi, appoggiata al muro di un negozio, vedo all'improvviso una bicicletta
che assomiglia alla mia. Entro nel negozio e chiedo alla proprietaria.
Mi risponde che è di qualche turista che l'ha lasciata lì.
Le spiego la mia disavventura. Anche lei non fa un piega e mi risponde
semplicemente: "Turisti. Fanno tutti così. Prendila
pure se assomiglia alla tua". Rimango perplesso per qualche
minuto. Mi scappa da ridere, a dire il vero. Emanuela ed io ci guardiamo.
E poi ce ne andiamo, in bicicletta naturalmente.
Qualche giorno dopo riporto la "mia" bicicletta al ragazzo
che me l'ha noleggiata. Mi chiede se mi sono trovato bene e mi fa
notare che mi ha dato la sua bicicletta migliore, non ce n'è
una uguale su tutta l'isola. Confermo e lo ringrazio. Sorridiamo
tutti e due.
Mi consolo pensando che io, il cellulare, lo tengo spento da tre
settimane.
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