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ASIA OVERLAND 2002

MESOPOTAMIA
2000: Ramadam di inizio millennio
(di Emanuela)

Musica e caffè

Al Raqqa, pronuncia: arràkka. Un villaggio in mezzo alla Mesopotamia. Il centro del mondo di un tempo, potremmo dire. Eppure l'autista che ci porta fin qui da Palmyra non è convinto. Vogliamo solo sostarci oppure davvero vogliamo che ci lasci qui? Continua a non essere convinto. Prendiamo l'autobus domani, non ti preoccupare. Autobùs. Ci capiamo. L'abbiamo voluta davvero noi, ci fa scendere. Ci aiuta a portare le valigie fino al primo piano di questo palazzetto di cemento. Un misto di architettura araba anni sessanta e di non finito. Fatto sta che al primo piano c'è davvero la locanda. Non saprei come definirla altrimenti. Come da manuale, intorno alla stanza centrale, con tanto di tv sempre accesa, salottino e scrivania per il proprietario, si affacciano le stanze, sette o otto. E il bagno, naturalmente. L'autista scambia un fitto dialogo arabo con il gestore della locanda. Ci guardano, chiaramente parlano di noi, dove andiamo, cosa abbiamo fatto prima, di dove siamo. L'autista ci abbandona, sistemiamo i bagagli nelle stanze, gelide. Il proprietario, gentilissimo, ci mette a disposizione altre coperte e asciugamani. L'ammorbidente non è ancora arrivato fin qui, ma cosa pretendiamo. Ci offre un caffè color pece, zuccheratissimo e aromatico, mentre Carlo si dedica a fargli da assistente nella trascrizione dei nostri nomi nel registro dell'hotel. Carlo non legge l'arabo e il signore non legge il nostro alfabeto. Comunicazione verbale basata unicamente sui suoni. Mi stringo meglio la sciarpa intorno al collo mentre il caffè scende, caldo.

Mi appisolo un po' sui cuscini generosi di questo divanetto, che poi scoprirò fare da letto al proprietario, mentre la telenovela araba sembra al culmine del pathos. Carlo e il locandiere sono andati insieme alla stazione degli autobus, per comprare i biglietti per domani. Quell'uomo è di una gentilezza incredibile. Non è certo merito dei pochi dollari che gli lasciamo per il pernottamento.

Un pomeriggio intero davanti a noi. Al Raqqa. Uno sguardo al ponte sull'Eufrate, un giro intorno alla clocktower, ecco la grande decisione: a destra o a sinistra? La strada principale è una, decidiamo di risalirla.

I negozi sono perlopiù grossi garage con la saracinesca come porta. Negozi di vettovaglie, negozi di oggetti per la casa, un tappezziere, un antro pieno di tessuti coloratissimi per gli abiti delle donne, da nascondere sotto strati di tessuti neri. Un negozio vero e proprio, con vetrine e tutto il resto. E' un negozio di musica, le vetrine zeppe di cassette e di foto di cantanti arabi. Entriamo, la curiosità ci vince. Il negoziante è un tipo magro e alto, naso aquilino e soprabito scuro. Fosse un film, sarebbe troppo realistico, ma non è un film e sembra quasi finto. Salam alaykum. Wa alaykum assalam. Fine del dialogo arabo. Perlomeno abbiamo fatto la pace fin da subito: lui ha un certo sguardo penetrante.
Gli chiediamo compact disc, ovviamente non ne ha. Ma sa cosa sono, chiaramente ci sta dicendo che da queste parti nessuno ha ancora i riproduttori di cd. Troppo cari. Ovvio, qui le cassette sono tutte taroccate. In compenso nei negozi là fuori è molto facile comprare mollette per il bucato e oggetti di plastica in generale, ma noi non ne abbiamo bisogno. Sbirciamo le cassette, lui mette su un po' di musica da farci sentire, anche se è chiaro che non siamo interessati alle cassette. Gentilissimo, ci passa il suo sgabellino e dal retrobottega ne fa comparire degli altri. Lui rimane in piedi e si mette ad armeggiare con la cuccuma, la polvere di caffè, lo zucchero.

Compare un fornellino e inizia a spandersi un profumo appena speziato di anice. Anche stanotte il mio sonno è a rischio per eccesso di caffeina. Del resto, negarsi a questo aroma caldo che sa di accoglienza è impossibile. Il dialogo, per quanto incredibile sembri, continua. La pioggia ha ripreso, gelida e incessante, e stare qui dentro è un po' come rifugiarsi in cucina in una sera d'inverno. Fuori, ormai, sta calando il buio e qui stiamo bene. Faccio le acrobazie tra i tentativi di captare un senso nelle frasi del nostro amico e le furiose ricerche nel minivocabolario che Carlo mi ha regalato a Natale. Natale, pochi giorni fa. So i numeri, so due parole, ho una vaga idea dell'alfabeto, eppure, chissà perché, un po' alla volta questo signore di fronte a noi sembra che dica cose comprensibili. A volte.
Parliamo delle nostre famiglie, della sua, di quello che facciamo, di quanto si guadagna in Italia. Ah, Italia. Rum. Eh, sì, Roma è la capitale. Mi sento un genio a capire che la u e la o per un arabo sono strette parenti, e che Rum non è un liquore giamaicano. Roma. Ci sono stata un mese fa. Ed ecco che questo signore fa un gesto eloquente: gente di Roma, qui, ad Al Raqqa. E incrocia le mani in aria, gesto internazionale per indicare l'ammanettamento. Silenzio, anzi no: la cassetta continua a gracchiare il suo crescendo arabo, sinuosa e invitante. Ci guardiamo. Cerchiamo di mettere insieme tutte le informazioni. Scoppio a ridere. Ma sta parlando degli antichi Romani!

Halab, Ramadan 1420

"Allah Akhbar! Allah Akhbar!". In fondo alla mia coscienza raccolgo una voce di donna, agitata in mezzo ad uno strepito di altre voci. Apro gli occhi completamente intontita. Ah, sì, il pullman. Ci stiamo fermando bruscamente, le ruote fanno un grande attrito sul terreno sconnesso, i passeggeri urlano in arabo.
Sono vicina al finestrino, do un'occhiata fuori. La gran nuvola di polvere si acquieta. Vedo dove siamo. Al mio fianco: il baratro. Gli uomini scendono a vedere. Tutto a posto, non abbiamo nemmeno bucato. Colpo di sonno dell'autista? Non lo sapremo mai. Questione di secondi e pochi metri. Allah è grande. Il loro, il mio. Che poi è lo stesso. Siamo ancora tutti qui e io ho forse più sonno di prima. La donna dietro di me è ancora in piedi, leva le braccia al cielo, si sgola, ripete le stesse parole. Non è una scena di isterismo. E' preghiera. Grazie.

Il risveglio successivo è meno violento. Clacson tutt'intorno, pioggia contro il vetro, fango che schizza intorno alle ruote: siamo ormai alla periferia di Aleppo. Quasi arrivati. Traffico, traffico, gente che passeggia, gente che tira un carretto, nessuno che si preoccupi di queste gocce gelate che cadono sopra tutto. Veli tirati meglio sulla testa, coppole calate, sigarette che si ostinano a bruciare agli angoli della bocca.
Scendiamo appena in tempo per evitare che il bagaglio sia gettato nel fango, che cola a rivoli nel piazzale della stazione. Saliamo sul primo taxi dopo una contrattazione minima, da cui forse non usciamo nemmeno perdenti. Ci infiliamo nella bolgia di macchine, camioncini e ressa umana. Il nostro amico suona il clacson ogni volta che respira e ci parla come se capissimo. Le considerazioni sul traffico sono universali, tanto più comprensibili da italiani come noi. Quando torneremo a Milano, però, piazza Repubblica ci sembrerà un paradiso svizzero per un po'.

Prima di farci definiticamente schiattare di freddo, umidità e gas di scarico per il finestrino spalancato, l'amico accosta. Baron Hotel. Quello dove hanno dormito Lawrence d'Arabia e Freya Stark, il passaggio obbligato per la noblesse di cent'anni fa. La Lonely Planet ci assicura che è intatto, comprese le famose cimici dei letti. Chissenefrega, siamo a dicembre.
L'entrata è esattamente come dovrebbe essere. Semibuia, tappeti ovunque, salone bar sulla sinistra, salotto con ricordi di un tempo e libri a destra. Di fronte a noi, la reception e uno scalone rivestito di tappeti visibilmente consunti. Il receptionist, un ometto coi baffi di una certa età, chiaramente uscito da un racconto di Agatha Christie, ci porge i pesanti portachiavi e ci chiede, in un soffio appena percettibile: "Change dollàr?"
Le stanze sono come dovrebbero essere. Il letto alto, materasso su materasso, cigola e si piega un po' sotto il mio peso, ma è comodo. Sprofondo fra materassi e cuscini e mi sento per un attimo una divina di fine ottocento. Le vecchie tubature ululano per qualche istante. Un mobile scricchiola. E dalle finestre scrosciano i rumori di una Aleppo di inizio millennio, impegnata a combattere le lotte del traffico.

La lambada risuona spesso, ad Aleppo, più dei canti dei muhezzin. Niente paura, è solo l'avviso di retromarcia, il must per tutti i furgoni della città - quelli con la scritta Suzuki dipinta a mano sul retro del cassone circa bianco. I dintorni del suk ne echeggiano in continuazione, fra strepiti di altoparlanti, urla di mercanti e scaricatori, asinelli che si ribellano nella confusione di donne e veli. La città è tutta qui dentro, il suk ne è un'essenza concentrata. Il girone dei venditori di tappeti, il corridoio di venditori di argenteria, i cunicoli pieni di abbigliamento e mollette per il bucato sono solo alcuni dei possibili ingressi.
Perdersi è immediato, lasciarsi andare all'inseguimento di corridoi, gallerie e vicoli è per chi non soffre di claustrofobia. I veri duri, invece, non temono l'infinito girone delle macellerie. Quarti di bue, mezzi ovini, grossi pezzi accatastati e pronti per il macete sono inframmezzati da esposizioni di viscere scarsamente riconoscibili, di ogni colore e soprattutto odore. Vicino ad una catasta di teste di capra ecco uno spettacolo per i meno deboli: un monticello di apprezzatissimi occhi di capra e una raccolta di cervella. I venditori sono giustamente orgogliosi, uno dopo l'altro, dell'esposizione dei lori banchi. Un bambino di cinque anni ci mostra i suoi polli, felice di brandirli, morti stecchiti (e magari è stato lui il colpevole), ed alzarli sopra la sua testa come un trofeo. Una donna si avvicina per una dura contrattazione.

E' Ramadan, fino alle tre e mezza non se ne parla, di mangiare. Si sa, il viaggio dentro il suk, con le sue infinite varianti di giri in tondo, deviazioni verso vicoli deserti, o rami di mercato interessanti, contribuisce all'appetito. I mercanti ci invitano, continuamente, a visitare le loro esposizioni, ad entrare nelle loro botteghe. Come se noi potessimo essere interessati ad acquistare dodici tazzine da caffè orlate di porporina, chili di detersivo per la biancheria, sacchi di tè, o coltelli di tutte le fogge e dimensioni. Ma non demordono, ci chiamano, ci invitano. Letteralmente, siamo costretti ad un caffè dopo l'altro, ad un tè dopo l'altro. E, dopo il coprifuoco da Ramadan, fanno a gara a farci parte dei loro banchetti a base di ottimo pollo arrosto, pezzi di agnello profumato, peperoncini e cetrioli da mangiare con le dita. Una delizia cui non possiamo rifiutarci, impegnandoci in conversazioni in un surreale misto arabo sulla nostra vita e sulla loro.
Vogliamo lavarci le mani? Il nostro ospite di oggi, un negoziante di tappeti che ha mandato a comprare pollo e peperoncini per tutti, insiste che lasciamo le nostre macchine fotografiche e zaini sopra i suoi tappeti e che lo seguiamo all'interno del caravanserraglio.
Da una vecchia porta di legno si entra davvero in un vecchio, enorme bagno, con lavandini di pietra che hanno visto secoli. La luce filtra dall'alto. Sulle pareti della grande volta grigia risuona una goccia dopo l'altra. Ci laviamo davvero le mani, il nostro amico ha addirittura portato una sorta di asciugamano. E' di una gentilezza inquietante. Torniamo insieme alla sua bottega e ritroviamo, così come era scritto che fosse, zaini e nikon. E del caffè nerissimo.

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