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MESOPOTAMIA
2000: Ramadam di inizio millennio
(di Emanuela)
Musica e caffè
Al Raqqa, pronuncia: arràkka. Un villaggio in mezzo alla
Mesopotamia. Il centro del mondo di un tempo, potremmo dire. Eppure
l'autista che ci porta fin qui da Palmyra non è convinto.
Vogliamo solo sostarci oppure davvero vogliamo che ci lasci qui?
Continua a non essere convinto. Prendiamo l'autobus domani, non
ti preoccupare. Autobùs. Ci capiamo. L'abbiamo voluta davvero
noi, ci fa scendere. Ci aiuta a portare le valigie fino al primo
piano di questo palazzetto di cemento. Un misto di architettura
araba anni sessanta e di non finito. Fatto sta che al primo piano
c'è davvero la locanda. Non saprei come definirla altrimenti.
Come da manuale, intorno alla stanza centrale, con tanto di tv sempre
accesa, salottino e scrivania per il proprietario, si affacciano
le stanze, sette o otto. E il bagno, naturalmente. L'autista scambia
un fitto dialogo arabo con il gestore della locanda. Ci guardano,
chiaramente parlano di noi, dove andiamo, cosa abbiamo fatto prima,
di dove siamo. L'autista ci abbandona, sistemiamo i bagagli nelle
stanze, gelide. Il proprietario, gentilissimo, ci mette a disposizione
altre coperte e asciugamani. L'ammorbidente non è ancora
arrivato fin qui, ma cosa pretendiamo. Ci offre un caffè
color pece, zuccheratissimo e aromatico, mentre Carlo si dedica
a fargli da assistente nella trascrizione dei nostri nomi nel registro
dell'hotel. Carlo non legge l'arabo e il signore non legge il nostro
alfabeto. Comunicazione verbale basata unicamente sui suoni. Mi
stringo meglio la sciarpa intorno al collo mentre il caffè
scende, caldo.
Mi appisolo un po' sui cuscini generosi di questo divanetto, che
poi scoprirò fare da letto al proprietario, mentre la telenovela
araba sembra al culmine del pathos. Carlo e il locandiere sono andati
insieme alla stazione degli autobus, per comprare i biglietti per
domani. Quell'uomo è di una gentilezza incredibile. Non è
certo merito dei pochi dollari che gli lasciamo per il pernottamento.
Un pomeriggio intero davanti a noi. Al Raqqa. Uno sguardo al ponte
sull'Eufrate, un giro intorno alla clocktower, ecco la grande decisione:
a destra o a sinistra? La strada principale è una, decidiamo
di risalirla.
I negozi sono perlopiù grossi garage con la saracinesca come
porta. Negozi di vettovaglie, negozi di oggetti per la casa, un
tappezziere, un antro pieno di tessuti coloratissimi per gli abiti
delle donne, da nascondere sotto strati di tessuti neri. Un negozio
vero e proprio, con vetrine e tutto il resto. E' un negozio di musica,
le vetrine zeppe di cassette e di foto di cantanti arabi. Entriamo,
la curiosità ci vince. Il negoziante è un tipo magro
e alto, naso aquilino e soprabito scuro. Fosse un film, sarebbe
troppo realistico, ma non è un film e sembra quasi finto.
Salam alaykum. Wa alaykum assalam. Fine del dialogo arabo. Perlomeno
abbiamo fatto la pace fin da subito: lui ha un certo sguardo penetrante.
Gli chiediamo compact disc, ovviamente non ne ha. Ma sa cosa sono,
chiaramente ci sta dicendo che da queste parti nessuno ha ancora
i riproduttori di cd. Troppo cari. Ovvio, qui le cassette sono tutte
taroccate. In compenso nei negozi là fuori è molto
facile comprare mollette per il bucato e oggetti di plastica in
generale, ma noi non ne abbiamo bisogno. Sbirciamo le cassette,
lui mette su un po' di musica da farci sentire, anche se è
chiaro che non siamo interessati alle cassette. Gentilissimo, ci
passa il suo sgabellino e dal retrobottega ne fa comparire degli
altri. Lui rimane in piedi e si mette ad armeggiare con la cuccuma,
la polvere di caffè, lo zucchero.
Compare un fornellino e inizia a spandersi un profumo appena speziato
di anice. Anche stanotte il mio sonno è a rischio per eccesso
di caffeina. Del resto, negarsi a questo aroma caldo che sa di accoglienza
è impossibile. Il dialogo, per quanto incredibile sembri,
continua. La pioggia ha ripreso, gelida e incessante, e stare qui
dentro è un po' come rifugiarsi in cucina in una sera d'inverno.
Fuori, ormai, sta calando il buio e qui stiamo bene. Faccio le acrobazie
tra i tentativi di captare un senso nelle frasi del nostro amico
e le furiose ricerche nel minivocabolario che Carlo mi ha regalato
a Natale. Natale, pochi giorni fa. So i numeri, so due parole, ho
una vaga idea dell'alfabeto, eppure, chissà perché,
un po' alla volta questo signore di fronte a noi sembra che dica
cose comprensibili. A volte.
Parliamo delle nostre famiglie, della sua, di quello che facciamo,
di quanto si guadagna in Italia. Ah, Italia. Rum. Eh, sì,
Roma è la capitale. Mi sento un genio a capire che la u e
la o per un arabo sono strette parenti, e che Rum non è un
liquore giamaicano. Roma. Ci sono stata un mese fa. Ed ecco che
questo signore fa un gesto eloquente: gente di Roma, qui, ad Al
Raqqa. E incrocia le mani in aria, gesto internazionale per indicare
l'ammanettamento. Silenzio, anzi no: la cassetta continua a gracchiare
il suo crescendo arabo, sinuosa e invitante. Ci guardiamo. Cerchiamo
di mettere insieme tutte le informazioni. Scoppio a ridere. Ma sta
parlando degli antichi Romani!
Halab, Ramadan 1420
"Allah Akhbar! Allah Akhbar!". In fondo alla mia coscienza
raccolgo una voce di donna, agitata in mezzo ad uno strepito di
altre voci. Apro gli occhi completamente intontita. Ah, sì,
il pullman. Ci stiamo fermando bruscamente, le ruote fanno un grande
attrito sul terreno sconnesso, i passeggeri urlano in arabo.
Sono vicina al finestrino, do un'occhiata fuori. La gran nuvola
di polvere si acquieta. Vedo dove siamo. Al mio fianco: il baratro.
Gli uomini scendono a vedere. Tutto a posto, non abbiamo nemmeno
bucato. Colpo di sonno dell'autista? Non lo sapremo mai. Questione
di secondi e pochi metri. Allah è grande. Il loro, il mio.
Che poi è lo stesso. Siamo ancora tutti qui e io ho forse
più sonno di prima. La donna dietro di me è ancora
in piedi, leva le braccia al cielo, si sgola, ripete le stesse parole.
Non è una scena di isterismo. E' preghiera. Grazie.
Il risveglio successivo è meno violento. Clacson tutt'intorno,
pioggia contro il vetro, fango che schizza intorno alle ruote: siamo
ormai alla periferia di Aleppo. Quasi arrivati. Traffico, traffico,
gente che passeggia, gente che tira un carretto, nessuno che si
preoccupi di queste gocce gelate che cadono sopra tutto. Veli tirati
meglio sulla testa, coppole calate, sigarette che si ostinano a
bruciare agli angoli della bocca.
Scendiamo appena in tempo per evitare che il bagaglio sia gettato
nel fango, che cola a rivoli nel piazzale della stazione. Saliamo
sul primo taxi dopo una contrattazione minima, da cui forse non
usciamo nemmeno perdenti. Ci infiliamo nella bolgia di macchine,
camioncini e ressa umana. Il nostro amico suona il clacson ogni
volta che respira e ci parla come se capissimo. Le considerazioni
sul traffico sono universali, tanto più comprensibili da
italiani come noi. Quando torneremo a Milano, però, piazza
Repubblica ci sembrerà un paradiso svizzero per un po'.
Prima di farci definiticamente schiattare di freddo, umidità
e gas di scarico per il finestrino spalancato, l'amico accosta.
Baron Hotel. Quello dove hanno dormito Lawrence d'Arabia e Freya
Stark, il passaggio obbligato per la noblesse di cent'anni fa. La
Lonely Planet ci assicura che è intatto, comprese le famose
cimici dei letti. Chissenefrega, siamo a dicembre.
L'entrata è esattamente come dovrebbe essere. Semibuia, tappeti
ovunque, salone bar sulla sinistra, salotto con ricordi di un tempo
e libri a destra. Di fronte a noi, la reception e uno scalone rivestito
di tappeti visibilmente consunti. Il receptionist, un ometto coi
baffi di una certa età, chiaramente uscito da un racconto
di Agatha Christie, ci porge i pesanti portachiavi e ci chiede,
in un soffio appena percettibile: "Change dollàr?"
Le stanze sono come dovrebbero essere. Il letto alto, materasso
su materasso, cigola e si piega un po' sotto il mio peso, ma è
comodo. Sprofondo fra materassi e cuscini e mi sento per un attimo
una divina di fine ottocento. Le vecchie tubature ululano per qualche
istante. Un mobile scricchiola. E dalle finestre scrosciano i rumori
di una Aleppo di inizio millennio, impegnata a combattere le lotte
del traffico.
La lambada risuona spesso, ad Aleppo, più dei canti dei muhezzin.
Niente paura, è solo l'avviso di retromarcia, il must
per tutti i furgoni della città - quelli con la scritta Suzuki
dipinta a mano sul retro del cassone circa bianco. I dintorni del
suk ne echeggiano in continuazione, fra strepiti di altoparlanti,
urla di mercanti e scaricatori, asinelli che si ribellano nella
confusione di donne e veli. La città è tutta qui dentro,
il suk ne è un'essenza concentrata. Il girone dei venditori
di tappeti, il corridoio di venditori di argenteria, i cunicoli
pieni di abbigliamento e mollette per il bucato sono solo alcuni
dei possibili ingressi.
Perdersi è immediato, lasciarsi andare all'inseguimento di
corridoi, gallerie e vicoli è per chi non soffre di claustrofobia.
I veri duri, invece, non temono l'infinito girone delle macellerie.
Quarti di bue, mezzi ovini, grossi pezzi accatastati e pronti per
il macete sono inframmezzati da esposizioni di viscere scarsamente
riconoscibili, di ogni colore e soprattutto odore. Vicino ad una
catasta di teste di capra ecco uno spettacolo per i meno deboli:
un monticello di apprezzatissimi occhi di capra e una raccolta di
cervella. I venditori sono giustamente orgogliosi, uno dopo l'altro,
dell'esposizione dei lori banchi. Un bambino di cinque anni ci mostra
i suoi polli, felice di brandirli, morti stecchiti (e magari è
stato lui il colpevole), ed alzarli sopra la sua testa come un trofeo.
Una donna si avvicina per una dura contrattazione.
E' Ramadan, fino alle tre e mezza non se ne parla, di mangiare.
Si sa, il viaggio dentro il suk, con le sue infinite varianti di
giri in tondo, deviazioni verso vicoli deserti, o rami di mercato
interessanti, contribuisce all'appetito. I mercanti ci invitano,
continuamente, a visitare le loro esposizioni, ad entrare nelle
loro botteghe. Come se noi potessimo essere interessati ad acquistare
dodici tazzine da caffè orlate di porporina, chili di detersivo
per la biancheria, sacchi di tè, o coltelli di tutte le fogge
e dimensioni. Ma non demordono, ci chiamano, ci invitano. Letteralmente,
siamo costretti ad un caffè dopo l'altro, ad un tè
dopo l'altro. E, dopo il coprifuoco da Ramadan, fanno a gara a farci
parte dei loro banchetti a base di ottimo pollo arrosto, pezzi di
agnello profumato, peperoncini e cetrioli da mangiare con le dita.
Una delizia cui non possiamo rifiutarci, impegnandoci in conversazioni
in un surreale misto arabo sulla nostra vita e sulla loro.
Vogliamo lavarci le mani? Il nostro ospite di oggi, un negoziante
di tappeti che ha mandato a comprare pollo e peperoncini per tutti,
insiste che lasciamo le nostre macchine fotografiche e zaini sopra
i suoi tappeti e che lo seguiamo all'interno del caravanserraglio.
Da una vecchia porta di legno si entra davvero in un vecchio, enorme
bagno, con lavandini di pietra che hanno visto secoli. La luce filtra
dall'alto. Sulle pareti della grande volta grigia risuona una goccia
dopo l'altra. Ci laviamo davvero le mani, il nostro amico ha addirittura
portato una sorta di asciugamano. E' di una gentilezza inquietante.
Torniamo insieme alla sua bottega e ritroviamo, così come
era scritto che fosse, zaini e nikon. E del caffè nerissimo.
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