| Chi è |
Nel panorama della storia dell'alpinismo, Hermann Buhl è
un mito perfino per Reinhold Messner, che gli ha dedicato
un libro e che da sempre lo indica come uno dei suoi punti
di riferimento.
Raccontare in poche righe, o semplicemente elencare le imprese
delle quali Buhl è stato capace negli anni '50, è
davvero impossibile. Forse, bastano un paio di episodi significativi
per delineare il carattere di ferro di questo austriaco, conquistatore
di ben due 8.000 (il Nanga Parbat nel 1953 ed il Broad Peak
nel 1957, il primo dei due addirittura con un'ascensione solitaria),
che rispetto al suo tempo è stato sicuramente un "visionary"
ed un vero viaggiatore dell'estremo.
E' il 1952. Buhl è già un alpinista affermato
a livello mondiale, ma non è ancora la leggenda che
è predestinato a diventare. Durante la settimana lavora
e vive ad Innsbruck, con la moglie, e dedica alla montagna
i weekend. In uno di questi, concepisce un'impresa che ancora
oggi ha dell'incredibile.
Un sabato mattina di inizio luglio, all'alba, sale sulla sua
bicicletta (è ancora lontano il tempo in cui tutti
girano in automobile...), parte da Innsbruck e si dirige verso
la Val Bondasca, al confine fra Svizzera e Italia. Sono quasi
180 km e, fin qui, nulla di strano. Attraversata l'Engadina
e sceso dal passo del Maloja, sale al rifugio Sciora, dove
si ferma per la notte.
Siamo ai piedi della parete nord est del Pizzo Badile, una
delle pareti leggendarie delle Alpi, dove una quindicina di
anni prima Riccardo Cassin ha tracciato una via estrema che,
ancora nel 1952, ha visto ben poche ripetizioni, e tutte assai
avventurose. E' considerata una delle pareti più difficili
al mondo. Agli alpinisti presenti al rifugio Sciora, Buhl
dice di voler salire, la mattina dopo, lo spigolo nord, una
via classica e facile. Nessuno, peraltro, lo riconosce.
Alle quattro di domenica mattina, quando tutti ancora dormono,
Buhl parte. Da solo. In direzione della Cassin alla nord est,
ovviamente. Alle sei è alla base della parete. Alle
10.30 esce in vetta! Un record spaventoso. Le nove cordate
che precedentemente erano riuscite nell'impresa avevano impiegato
almeno quattro giorni!
Gli alpinisti che Buhl incontra in cima al Badile, provenienti
dal facile versante italiano, lo accolgono allibiti e increduli,
e, dopo averlo riconosciuto, lo invitano a seguirlo giù
in Italia per festeggiare. Fra di loro Carlo Mauri, uno dei
grandi alpinisti italiani dell'epoca. Buhl non può
però seguirli, la sua avventura non è ancora
finita. Scende dal Badile, arriva alle 15 alla base della
parete, poi al rifugio e quindi giù in paese, dove
risale sulla sua bicicletta per tornare a casa. Deve però
prima affrontare in salita i 1.100 metri di dislivello per
20 km. del micidiale passo del Maloja, un valico che oggigiorno
le stesse automobili fanno fatica a salire...
Lo risale, ed alle otto di sera si trova all'inizio dell'Engadina
svizzera, dove lo attendono ancora 140 km, di strada per arrivare
ad Innsbruck. Scrive Buhl nella sua biografia: "Speriamo
che non succeda qualche guaio alla bicicletta, altrimenti
dovrei proseguire a piedi"...
Al buio, inizia a pedalare di nuovo; alle due del mattino
passa la frontiera fra Svizzera ed Austria, all'alba è
quasi a Landeck. Ma, all'improvviso, probabilmente per la
stanchezza ed in preda al sonno, cade nel fiume sottostante
e batte la testa. L'acqua gelida lo sveglia e lo rianima.
Sono le 4.30 del mattino e non ce la fa più a pedalare.
Allora, si mette la bicicletta in spalla e si incammina! Per
presentarsi regolarmente al lavoro qualche ora dopo.
Nel 1953 compie l'impresa che lo lancia definitivamente nel
firmamento della storia dell'alpinismo. A soli ventinove anni,
viene invitato ad unirsi ad una spedizione tedesca che tenterà
la conquista del Nanga
Parbat, la nona montagna della Terra, ancora inviolata,
considerata uno degli 8.000 più ostici e sulla quale
si contano già molti alpinisti morti nel tentativo
di scalarla. Sono già sette le spedizioni che sono
state respinte nei precedenti tentativi.
Quando, dopo settimane di infruttuosi tentativi, la spedizione
rinuncia per l'ennesima volta e viene ufficialmente dichiarato
il fallimento, Buhl non si arrende, e riparte. Ancora una
volta da solo, il 3 luglio, dopo una straordinaria cavalcata
di 17 ore iniziata a 6.900 metri di quota, raggiunge sfinito
la vetta. E' la prima volta che un uomo solo scala un 8.000.
Bisognerà aspettare quasi trent'anni perché
un tale chiamato Messner riesca a ripetere l'impresa.
E ancora, nel 1957 Buhl conquista il suo secondo 8.000, l'inviolato
Broad
Peak, e diventa l'unico uomo al mondo a poter così
vantare la prima ascensione di ben due 8.000.
Hermann Buhl muore qualche giorno dopo, all'apice della sua
fama, scendendo dal Chogolisa, una facile vetta di 7.000 metri
che aveva appena salito con il suo giovane e inesperto compagno
Kurt Diemberger,
che negli anni a venire sarebbe diventato uno degli alpinisti
più famosi al mondo.
Nella nebbia, gli è fatale una cornice di neve che,
cedendo sotto il suo peso, lo fa precipitare nella parete
sottostante per migliaia di metri. Il suo corpo non verrà
mai ritrovato.
La raggelante foto delle ultime orme di Buhl sulla neve, che
si dirigono verso l'abisso, è l'ultima testimonianza
che rimane di questo personaggio che, senza alcun dubbio,
è stato uno dei più grandi viaggiatori di ogni
tempo.
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