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ASIA OVERLAND 2002
HERMANN BUHL

fotografia scaricata da www.hermann-buhl.de
Chi è

Nel panorama della storia dell'alpinismo, Hermann Buhl è un mito perfino per Reinhold Messner, che gli ha dedicato un libro e che da sempre lo indica come uno dei suoi punti di riferimento.
Raccontare in poche righe, o semplicemente elencare le imprese delle quali Buhl è stato capace negli anni '50, è davvero impossibile. Forse, bastano un paio di episodi significativi per delineare il carattere di ferro di questo austriaco, conquistatore di ben due 8.000 (il Nanga Parbat nel 1953 ed il Broad Peak nel 1957, il primo dei due addirittura con un'ascensione solitaria), che rispetto al suo tempo è stato sicuramente un "visionary" ed un vero viaggiatore dell'estremo.
E' il 1952. Buhl è già un alpinista affermato a livello mondiale, ma non è ancora la leggenda che è predestinato a diventare. Durante la settimana lavora e vive ad Innsbruck, con la moglie, e dedica alla montagna i weekend. In uno di questi, concepisce un'impresa che ancora oggi ha dell'incredibile.
Un sabato mattina di inizio luglio, all'alba, sale sulla sua bicicletta (è ancora lontano il tempo in cui tutti girano in automobile...), parte da Innsbruck e si dirige verso la Val Bondasca, al confine fra Svizzera e Italia. Sono quasi 180 km e, fin qui, nulla di strano. Attraversata l'Engadina e sceso dal passo del Maloja, sale al rifugio Sciora, dove si ferma per la notte.
Siamo ai piedi della parete nord est del Pizzo Badile, una delle pareti leggendarie delle Alpi, dove una quindicina di anni prima Riccardo Cassin ha tracciato una via estrema che, ancora nel 1952, ha visto ben poche ripetizioni, e tutte assai avventurose. E' considerata una delle pareti più difficili al mondo. Agli alpinisti presenti al rifugio Sciora, Buhl dice di voler salire, la mattina dopo, lo spigolo nord, una via classica e facile. Nessuno, peraltro, lo riconosce.
Alle quattro di domenica mattina, quando tutti ancora dormono, Buhl parte. Da solo. In direzione della Cassin alla nord est, ovviamente. Alle sei è alla base della parete. Alle 10.30 esce in vetta! Un record spaventoso. Le nove cordate che precedentemente erano riuscite nell'impresa avevano impiegato almeno quattro giorni!
Gli alpinisti che Buhl incontra in cima al Badile, provenienti dal facile versante italiano, lo accolgono allibiti e increduli, e, dopo averlo riconosciuto, lo invitano a seguirlo giù in Italia per festeggiare. Fra di loro Carlo Mauri, uno dei grandi alpinisti italiani dell'epoca. Buhl non può però seguirli, la sua avventura non è ancora finita. Scende dal Badile, arriva alle 15 alla base della parete, poi al rifugio e quindi giù in paese, dove risale sulla sua bicicletta per tornare a casa. Deve però prima affrontare in salita i 1.100 metri di dislivello per 20 km. del micidiale passo del Maloja, un valico che oggigiorno le stesse automobili fanno fatica a salire...
Lo risale, ed alle otto di sera si trova all'inizio dell'Engadina svizzera, dove lo attendono ancora 140 km, di strada per arrivare ad Innsbruck. Scrive Buhl nella sua biografia: "Speriamo che non succeda qualche guaio alla bicicletta, altrimenti dovrei proseguire a piedi"...
Al buio, inizia a pedalare di nuovo; alle due del mattino passa la frontiera fra Svizzera ed Austria, all'alba è quasi a Landeck. Ma, all'improvviso, probabilmente per la stanchezza ed in preda al sonno, cade nel fiume sottostante e batte la testa. L'acqua gelida lo sveglia e lo rianima. Sono le 4.30 del mattino e non ce la fa più a pedalare. Allora, si mette la bicicletta in spalla e si incammina! Per presentarsi regolarmente al lavoro qualche ora dopo.
Nel 1953 compie l'impresa che lo lancia definitivamente nel firmamento della storia dell'alpinismo. A soli ventinove anni, viene invitato ad unirsi ad una spedizione tedesca che tenterà la conquista del Nanga Parbat, la nona montagna della Terra, ancora inviolata, considerata uno degli 8.000 più ostici e sulla quale si contano già molti alpinisti morti nel tentativo di scalarla. Sono già sette le spedizioni che sono state respinte nei precedenti tentativi.
Quando, dopo settimane di infruttuosi tentativi, la spedizione rinuncia per l'ennesima volta e viene ufficialmente dichiarato il fallimento, Buhl non si arrende, e riparte. Ancora una volta da solo, il 3 luglio, dopo una straordinaria cavalcata di 17 ore iniziata a 6.900 metri di quota, raggiunge sfinito la vetta. E' la prima volta che un uomo solo scala un 8.000. Bisognerà aspettare quasi trent'anni perché un tale chiamato Messner riesca a ripetere l'impresa.
E ancora, nel 1957 Buhl conquista il suo secondo 8.000, l'inviolato Broad Peak, e diventa l'unico uomo al mondo a poter così vantare la prima ascensione di ben due 8.000.
Hermann Buhl muore qualche giorno dopo, all'apice della sua fama, scendendo dal Chogolisa, una facile vetta di 7.000 metri che aveva appena salito con il suo giovane e inesperto compagno Kurt Diemberger, che negli anni a venire sarebbe diventato uno degli alpinisti più famosi al mondo.
Nella nebbia, gli è fatale una cornice di neve che, cedendo sotto il suo peso, lo fa precipitare nella parete sottostante per migliaia di metri. Il suo corpo non verrà mai ritrovato.
La raggelante foto delle ultime orme di Buhl sulla neve, che si dirigono verso l'abisso, è l'ultima testimonianza che rimane di questo personaggio che, senza alcun dubbio, è stato uno dei più grandi viaggiatori di ogni tempo.

Un libro

E' BUIO SUL GHIACCIAIO, Società Editrice Internazionale, 1960. L'unico libro scritto da Hermann Buhl è la sua avvincente biografia, un volume che è assolutamente imperdibile, anche per lo stile pacato con il quale l'alpinista racconta le sue straordinarie imprese.
La particolarità di questa opera è nel fatto che si interrompe proprio pochi giorni prima della scomparsa di Buhl, dopo la salita del Broad Peak. Le ultime pagine della sua vita sono raccontate da Kurt Diemberger, che lo vide precipitare proprio davanti a sè.
C'è una sorta di strano destino in questo libro. Diemberger diventerà a sua volta un famoso alpinista e sarà testimone, ed unico sopravvissuto, della tragedia del 1986 sul K2, dalla quale trarrà a propria volta un libro che ha fatto il giro del mondo tanto quanto quello qui recensito...

Una frase "L'alpinismo è un'attività sfiancante. Uno sale, sale, sale sempre più in alto, e non raggiunge mai la destinazione. Forse è questo l'aspetto più affascinante. Si è costantemente alla ricerca di qualcosa che non sarà mai raggiunto".

 

 

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