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ASIA OVERLAND 2002
ETTORE MO

immagine scaricata da www.ciriello.com
Chi è Ettore Mo si chiama come il nonno di Carlo, che molti anni fa gli scrisse una lettera per verificare se, considerata la rarità del nome e la coincidenza, fossero per caso parenti. Non lo erano, ma il giornalista rispose alla lettera e i due Ettore Mo si conobbero pure al telefono. Almeno, questo è ciò che nonno Ettore Mo ha sempre raccontato parlando di Ettore Mo inviato speciale.
E' proprio da questo piccolo aneddoto che nasce la curiosità, prima, e l'ammirazione, poi, per il giornalista che è oggi uno dei rappresentanti più autorevoli al mondo di una professione, quella dell'inviato di guerra, che negli ultimi anni, ha acquistato una notevole popolarità, grazie soprattutto alla mediatizzazione globale che, attraverso la televisione, ha portato i conflitti in diretta nelle nostre case.
In realtà, il mestiere del giornalista al fronte esiste da quando esistono le guerre e i giornali. Basterebbe citare Sydney Shamberg e i suoi reportage dalla Cambogia, Oriana Fallaci e le sue esperienze in Medio Oriente, Peter Arnett, premio Pulitzer per la copertura della guerra nel Vietnam, che trasformò la guerra in Iraq del 1991 in un appuntamento televisivo fisso per milioni di spettatori.
Fra giornalisti impegnati, giornalisti divi, giornalisti controcorrente, abbiamo scelto di dedicare la nostra pagina alla prestigiosa firma del Corriere della Sera, che da ben prima della spettacolarizzazione televisiva delle guerre è stato un osservatore privilegiato e testimone straordinario degli eventi della Storia del nostro tempo.
Antidivo per eccellenza, Ettore Mo c'è sempre stato, dove esserci era considerato, talvolta, una missione folle: dalla rivoluzione islamica in Iran alla prigionia in Bosnia, passando attraverso oltre vent'anni di presenza quasi continua in Afghanistan, Paese che conosce palmo a palmo, al quale ha dedicato più di un libro e che ama particolarmente.
Fra le mille attività che di volta in volta lo hanno visto protagonista, autore e commentatore, merita una segnalazione particolare la collaborazione con Gino Strada nella realizzazione del film "Jung", un viaggio in presa diretta nella realtà del nord Afghanistan, terra dei mujaheddin.
Jung è un documentario narrativo che segue l’avventura umana e professionale dei suoi protagonisti: Gino Strada, chirurgo di Emergency, che offre assistenza alle vittime di guerra, ed Ettore Mo, inviato speciale del Corriere della Sera che segue le vicende di quel Paese dai tempi dell’invasione sovietica. Emergency ha un progetto importante: aprire laggiù un ospedale per alleviare le infinite sofferenze di un popolo che la comunità internazionale ha abbandonato e dimenticato.
Basterebbero le sconvolgenti e commoventi immagini di Jung per ringraziare Ettore Mo (ma altrettanto l'équipe tv e Gino Strada) della lucida testimonianza che ha saputo costruire su una delle vicende più terribili della nostra epoca.
Un libro KABUL, Rizzoli, 2001. La raccolta delle cronache di Ettore Mo dall'Afghanistan, dal 1979 fino alla guerra del 2001. Un documento unico per capire ed approfondire le vicende di un bellissimo Paese sconvolto da vent'anni di conflitti continui, che Mo ha vissuto tutti in prima linea.
Dalla guerriglia dei mujaheddin contro l'esercito russo, all'occupazione sovietica, alla guerra islamica, all'occupazione talebana ed alla resistenza di Ahmad Shah Massud, il "Leone del Panshir". Mo attraversa tutte le fasi della storia tormentata dell'Afghanistan, arrivando ad entrare illegalmente nel Paese per continuare ad inviare le sue preziose testimonianze dal fronte. E ogni volta che torna a Kabul trova "...una città sempre più muta, o straziata, una vera e propria discarica popolata da larve umane, storpi, donne e bambini inebetiti dalla fame, che rovistano come cani nell'immondizia".
Una frase "Basta con la guerra. E' vero, la gente ne è stufa, ne ha fin sopra i capelli. Troppo sangue, troppi morti, troppi profughi, troppa fame, troppa miseria. Ma la pace non si addice all'Afghanistan".

[da "Kabul"]

 

 

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