|
|
| ETTORE
MO |

immagine scaricata da www.ciriello.com |
| Chi è |
Ettore Mo si chiama come il
nonno di Carlo, che molti anni fa gli scrisse una lettera per
verificare se, considerata la rarità del nome e la coincidenza,
fossero per caso parenti. Non lo erano, ma il giornalista rispose
alla lettera e i due Ettore Mo si conobbero pure al telefono.
Almeno, questo è ciò che nonno Ettore Mo ha sempre
raccontato parlando di Ettore Mo inviato speciale.
E' proprio da questo piccolo aneddoto che nasce la curiosità,
prima, e l'ammirazione, poi, per il giornalista che è
oggi uno dei rappresentanti più autorevoli al mondo di
una professione, quella dell'inviato di guerra, che negli ultimi
anni, ha acquistato una notevole popolarità, grazie soprattutto
alla mediatizzazione globale che, attraverso la televisione,
ha portato i conflitti in diretta nelle nostre case.
In realtà, il mestiere del giornalista al fronte esiste
da quando esistono le guerre e i giornali. Basterebbe citare
Sydney Shamberg e i suoi reportage dalla Cambogia, Oriana Fallaci
e le sue esperienze in Medio Oriente, Peter Arnett, premio Pulitzer
per la copertura della guerra nel Vietnam, che trasformò
la guerra in Iraq del 1991 in un appuntamento televisivo fisso
per milioni di spettatori.
Fra giornalisti impegnati, giornalisti divi, giornalisti controcorrente,
abbiamo scelto di dedicare la nostra pagina alla prestigiosa
firma del Corriere della Sera, che da ben prima della spettacolarizzazione
televisiva delle guerre è stato un osservatore privilegiato
e testimone straordinario degli eventi della Storia del nostro
tempo.
Antidivo per eccellenza, Ettore Mo c'è sempre stato,
dove esserci era considerato, talvolta, una missione folle:
dalla rivoluzione islamica in Iran alla prigionia in Bosnia,
passando attraverso oltre vent'anni di presenza quasi continua
in Afghanistan, Paese che conosce palmo a palmo, al quale ha
dedicato più di un libro e che ama particolarmente.
Fra le mille attività che di volta in volta lo hanno
visto protagonista, autore e commentatore, merita una segnalazione
particolare la collaborazione con Gino
Strada nella realizzazione del film "Jung",
un viaggio in presa diretta nella realtà del nord Afghanistan,
terra dei mujaheddin.
Jung è un documentario narrativo che segue lavventura
umana e professionale dei suoi protagonisti: Gino
Strada, chirurgo di Emergency, che offre assistenza alle
vittime di guerra, ed Ettore Mo, inviato speciale del Corriere
della Sera che segue le vicende di quel Paese dai tempi dellinvasione
sovietica. Emergency ha un progetto importante: aprire laggiù
un ospedale per alleviare le infinite sofferenze di un popolo
che la comunità internazionale ha abbandonato e dimenticato.
Basterebbero le sconvolgenti e commoventi immagini di Jung per
ringraziare Ettore Mo (ma altrettanto l'équipe tv e Gino
Strada) della lucida testimonianza che ha saputo costruire su
una delle vicende più terribili della nostra epoca. |
| Un libro |
 |
KABUL, Rizzoli, 2001. La raccolta
delle cronache di Ettore Mo dall'Afghanistan, dal 1979 fino
alla guerra del 2001. Un documento unico per capire ed approfondire
le vicende di un bellissimo Paese sconvolto da vent'anni di
conflitti continui, che Mo ha vissuto tutti in prima linea.
Dalla guerriglia dei mujaheddin contro l'esercito russo, all'occupazione
sovietica, alla guerra islamica, all'occupazione talebana ed
alla resistenza di Ahmad Shah Massud, il "Leone del Panshir".
Mo attraversa tutte le fasi della storia tormentata dell'Afghanistan,
arrivando ad entrare illegalmente nel Paese per continuare ad
inviare le sue preziose testimonianze dal fronte. E ogni volta
che torna a Kabul trova "...una città sempre più
muta, o straziata, una vera e propria discarica popolata da
larve umane, storpi, donne e bambini inebetiti dalla fame, che
rovistano come cani nell'immondizia". |
| Una frase |
"Basta con
la guerra. E' vero, la gente ne è stufa, ne ha fin sopra
i capelli. Troppo sangue, troppi morti, troppi profughi, troppa
fame, troppa miseria. Ma la pace non si addice all'Afghanistan".
[da "Kabul"] |
|
|
|