Orizzontintorno Carlo Paschetto
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30 È stato un anno straordinario
DIC Diario
Gli scorsi giorni sui social network se ne è parlato molto, così ho visto anche io il video su YouTube di Dario Bressanini (che non conoscevo) (prendete coraggio e guardatelo fino in fondo). E ho pensato che il mio è stato un anno straordinario.
Mentre il Covid mi ha rivoluzionato la vita costringendomi a terra, a lasciare l’auto in garage per mesi e a mettermi la mascherina anche per portar giù la spazzatura, c’è gente che quest’anno, indossando la stessa mascherina e facendo mille attenzioni al distanziamento sociale come me, si è presa un tumore, un infarto, si è rotta una gamba, ha avuto un incidente stradale.
Direte voi, come sempre. Certo, come sempre. Ma di norma sempre è quando mandi avanti la tua vita normale fino a un attimo prima preoccupandoti del mutuo, non quando passi le giornate a difenderti dalla pandemia del secolo e ti svegli ogni mattina pensando “belìn, che assurdo anno di merda”.
Sempre è quando finisci in ospedale e non devi augurarti che in ospedale ci sia posto e che i medici non abbiamo bisogno della stessa rianimazione che serve a te.
Sempre è un’altra cosa. Così, secondo me, se ti becchi un tumore nel 2020, o un infarto, o ti rompi una gamba, non è come può purtroppo sempre accadere.
È che la sfiga ha preso la mira molto bene.

Io ho avuto un anno straordinario. Ho iniziato il 2020 sulle nevi delle Alpi a cavallo fra Svizzera e Francia, insieme ai figli, quindi (anche) quest’anno a sciare ci sono andato e ho fatto in tempo a timbrare la stagione prima che chiudesse tutto.
Io 1 - Duemilaventi 0.
Poi sono volato in Oriente e ho sciato anche in Giappone, e ho trascorso un meraviglioso weekend in uno chalet di Nagano, ospite della mia azienda, e da Tokyo sono quindi andato a sudare all’equatore, nell’umidità insopportabile di Singapore, e ho preso un aperitivo sulla terrazza del Marina Bay Sands davanti a uno dei panorami più esclusivi del mondo con un tramonto magnifico.
Ho camminato infine sul lungomare di Doha, in Qatar, e anche nel 2020 ho così messo a segno almeno un Paese nuovo per la mia collezione.
Io 2 - Duemilaventi 0.

In tutto l’anno, non mi sono mai ammalato. Sì, per carità, ho avuto i soliti problemi col mal di schiena e per la verità anche una colica renale molto dolorosa, ma risolta assai rapidamente. A voler cercare il pelo nell'uovo sono pure dovuto tornare dal dentista dopo otto anni.
Ma a novembre, grazie all'azienda per cui lavoro, sono riuscito a vaccinarmi contro l’influenza. Nel 2020, nella Lombardia di Fontana e Gallera. Un po’ come vincere a poker.
Non si è nemmeno ammalato nessuno nella mia famiglia, nonostante abbiamo temuto per Carola, e invece tampone negativo, sia lei che io. Leonardo non si è preso nemmeno un mal di testa.
Il Covid ha colpito vicino, ma non vicinissimo. Qualche conoscente, uno solo finito intubato all’ospedale. È riuscito per fortuna a scamparla, dopo un mese. Per il resto nessuno a meno di due gradi di separazione.
È vero che non frequento molta gente, anzi, e che conduco una vita piuttosto ritirata, ma ad oggi abbiamo avuto oltre due milioni di contagiati in questo Paese, e decine di migliaia di vittime, e se non siamo stati coinvolti in prima persona, chi più chi meno, ormai perlomeno conosciamo tutti qualcuno che.
Nel mio perimetro familiare e nella mia prima cerchia di amicizie e frequentazioni, nessuno (che io sappia).
Io 3 - Duemilaventi 0.

Ad agosto avevo il contratto in scadenza. Me lo hanno rinnovato a marzo, “per sicurezza”, in anticipo di cinque mesi, e me lo hanno anche prolungato per tre anni, “perché in questa situazione è bene innanzitutto dare alla gente delle certezze”. Così mi hanno detto.
In giro non conto le persone, soprattutto coetanei, che hanno problemi seri, o han perso il lavoro, o dovuto sospendere l’attività. Io non ho smesso di lavorare un giorno e anzi, abbiamo portato a termine i progetti internazionali di mia responsabilità nonostante non abbiamo più potuto viaggiare e siamo stati costretti, nello spazio di pochi giorni, a inventarci un nuovo modo di lavorare a quei progetti, organizzando e gestendo tutto da casa, a cavallo di quindici fusi orari e tre continenti, con decine e decine di persone coinvolte ai quattro angoli del Globo.
Ci hanno premiato, intervistato, invitato un po’ ovunque a raccontare la nostra esperienza (inesorabilmente in videoconferenza).
A livello personale è stato uno degli anni migliori della mia vita professionale.
Io 4 - Duemilaventi 0.

La scorsa estate sono stato a camminare sul Monviso, sull’Appennino e un po’ in giro per l’Italia. Ho messo a segno sei nuove tappe del Progetto Centodieci, ho visto luoghi bellissimi e ho viaggiato coi figli anche senza poter prendere aerei. Non era affatto scontato quest’anno, anzi.
Abbiamo vissuto anche qualche piccola avventura, fatto bagni nel Tirreno e in Adriatico, siamo usciti a cena, abbiamo incontrato amici, ci siamo divertiti. Anche se indossavamo le mascherine e ci tenevamo a distanza precauzionale da tutti.
Poteva essere un’estate disastrosa, per mille motivi per quanto mi riguarda, non solo per il Covid. È stata una bella estate che ricorderemo tutti e tre con piacere, con due momenti straordinari: una giornata meravigliosa, da soli, sui pendii innevati sotto al Quintino Sella, e una indimenticabile notte in rifugio nel Parco Nazionale d'Abruzzo, a fotografare una stellata infinita.
Io 5 - Duemilaventi 0.

Questi mesi, inizialmente un po’ per caso, tutto sommato nell’anno meno indicato e apparentemente senza alcuna logica, ho rinnovato quasi completamente la mia attrezzatura fotografica, della quale negli ultimi anni avevo persino pensato di disfarmi, e ho fatto un bel salto di qualità.
Ho investito in ottiche semiprofessionali e in accessori vari, spendendo anche un piccolo capitale (quello peraltro che era previsto per le vacanze estive di lungo raggio). Mi sono inventato una nuova passione e mi sono dato all’astrofotografia. Ho iniziato a studiare, mi sono iscritto a gruppi di discussione, ho imparato molte cose e ho tirato fuori anche qualche risultato interessante.
Sono riuscito a fotografare la cometa, il transito solare della ISS e la congiunzione Giove-Saturno, nonostante l’astrofotografia, come l’alpinismo, dipenda un po’ (anche) dai capricci del meteo. Forse per questo mi ha preso così tanto.
Ho in programma qualche altro investimento per il prossimo anno e mi sto preparando per nuovi esperimenti. Ho trovato qualcosa di completamente nuovo in cui buttarmi a capofitto, e poi, prima o poi, tornerò anche a viaggiare e a poter usare nel contesto a me più familiare la nuova attrezzatura fotografica e tutta l’esperienza che sto accumulando nell’usarla. Non vedo l’ora.
Intanto termino il 2020 regalandomi un grande e bellissimo quadro realizzato con i migliori scatti di quest’anno. Erano quasi vent’anni che non scattavo delle fotografie così belle da aver voglia di spendere dei soldi per farle stampare professionalmente, incorniciare e appendermele in casa.
Io 6 - Duemilaventi 0.

Ho letto diversi libri, qualcuno molto bello, qualcun altro abbastanza noioso. Leggere libri è sempre un successo e peraltro ne ho letti comunque sempre troppo pochi se penso al tempo infinito che quest’anno, rispetto agli anni scorsi, avrei avuto a disposizione per leggere.
Ho ascoltato e scoperto moltissima nuova musica. È stato un anno con tanta musica in casa, quasi in continuazione. Non mi capitava da quando ero ragazzo. Ero ormai abituato da anni ad ascoltarla solo in macchina, o in aereo, comunque in movimento, quasi mai a casa.
È che in realtà ho sempre vissuto pochissimo le mie case.
Quest’anno l’ho vissuta per dieci mesi senza soluzione di continuità. Adesso in casa ho spesso musica, ovunque nelle stanze. Ogni tanto mi fa piangere, ogni tanto mi rilassa, ogni tanto mi dà la carica. Mi fa comunque sempre compagnia. E mi piace, mi aiuta, mi fa sembrare le cose diverse.
Dei cento brani che secondo Apple Music hanno costituito la colonna sonora del mio 2020 almeno ottanta nel 2019 non li conoscevo e non li avrei mai scoperti altrimenti.
Io 7 - Duemilaventi 0.

Quest’anno, come abbiamo fatto in molti, ho cucinato tantissimo. Solo che io, un tempo, detestavo cucinare. Ne ho già scritto qua dentro.
Ho imparato tante cose, ho speso un sacco di soldi in attrezzi da cucina e ingredienti. Ho scoperto che mi piace cucinare. Mi appassiona, mi impegna.
Ho chiuso l'anno sfornando un paio di panettoni e un pandoro, una sfida non facile che dodici mesi fa non mi avrebbe di certo nemmeno sfiorato. È stata tipo la mia maratona del 2020.
Potrebbe fare io 8 - Duemilaventi 0, non fosse che 'sta cosa del cucinare, più che altro sfornare, qualche controindicazione con sé se l'è ahimè portata dietro.
Lipperlì, a primavera e dopo l’estate, l’ennesimo tentativo di riprendere a correre stava iniziando a dare qualche risultato, persino vicino ai vecchi tempi, e ad aiutarmi a perdere da capo un po' di chili importanti. Alla fine però ho nuovamente smesso del tutto e niente, ho ripreso peso alla velocità della luce, anche più di prima, complici la valanga di dolci e carboidrati che ho infornato, qualche bottiglia di troppo di quelle buone e naturalmente il lockdown.
Vabbè, diciamo che non è proprio un 8-0, ma comunque.
A un certo punto, amen. Fra pochi giorni ne faccio cinquantasei, c’è molta gente che alla mia età è messa assai peggio e alla fine è ora di riconoscere che non ne ho più voglia, non sono più motivato, non me ne frega (quasi) più nulla. Non ho più le energie di dieci e nemmeno di cinque anni fa.
Mangio, sto a casa, faccio fotografie. Posso anche smettere di menarmela perché non vado più a correre e accettarmi così.
Ecco, dovrei magari cercare in ogni caso di alzare il culo e fare un po’ di movimento in più, questo sì, ché comunque cuore e schiena ne han sempre bisogno.

E già, il cuore. Quest’anno si è fatto sentire più spesso, soprattutto durante i giorni di trekking in Abruzzo, ma adesso ho imparato ad ascoltarlo, so che non è l'affaticamento e conosco la diagnosi.
Crisi vere, come tre anni fa, non ne ho più avute. In tempi di Covid, anche questo non è male. Se non sono state le mie ricette a segnare l'8-0, è andato comunque in gol il mio cuore.

Non sono solo. Vale due punti.
Finisce dieci a zero per me.
Nel 2021 si riparte da zero a zero, e io giocherò di nuovo la mia partita, come sempre.

Post scriptum
Per infinite ragioni, in parte già accennate in passato, alcune delle quali di natura prettamente tecnologica, ma anche altre e più profonde necessità personali, è probabile (sebbene non ancora certissimo, diciamo: è innanzitutto una questione di coraggio), che questo sia l’ultimo post di questo blog e la fine di Orizzontintorno dopo diciassette anni.
D'altra parte, al di là del blog, il resto del sito è morto e abbandonato ormai da tempo.

È stato questo un anno di svolta per tante cose.
In questo spazio virtuale c’è un pezzo lungo e importante della mia vita. Orizzontintorno è in piedi dal 2003, ma alcuni contenuti arrivano addirittura dal sito personale che lo aveva preceduto, datato 1998.
Fanno ventidue anni. Anni di cambiamenti spesso radicali, storie condivise, avventure, ricordi meravigliosi e altri orribili.
Soprattutto, qua dentro c’è troppo di un passato che non voglio più ricordare e di un futuro che non mi perdonerò mai di essermi lasciato sfuggire, finché mi porterò appresso le rovine. È ora di disfarmene.
Io non sono più né quello di diciassette anni fa, né quello di dieci, né quello di un anno fa. Ho un’età, alla mia età, in cui alleggerirsi diventa obbligatorio, perché non ci sono più né le forze, né il tempo, per piangersi addosso, e le cose belle ci seguono a prescindere, da tutto: dalle fotografie, dalle mappe con i nostri percorsi passati, dalle parole che abbiamo scritto, dagli amori andati irrimediabilmente perduti, da tutto quel che accade. Persino dalle pandemie.

Due anni fa, nel post di fine anno, scrivevo “il tempo buono va vissuto. Va capito subito e vissuto.”
Io non ne sono stato capace.
Nel 2019 non ho scritto un post di fine anno, perché ho perso l’anno intero e i sette precedenti insieme in un colpo solo, e nessuno me li ridarà più.
Le cose belle ci seguono a prescindere, a meno che non le buttiamo per stupidità.

Il duemilaventi non l’ho perso. L’ho vissuto tutto e me lo porterò nel mio futuro, cercando di fottere il Covid (e non solo) anche nel 2021.
Nel caso, mi trovate comunque altrove. Se sapete come e dove significa che siete i benvenuti.

(Poi magari invece tornerò qui, ma ora come ora non credo)

Click.

QUadro2020
Il mio 2020
Saturno01
Saturno, lavorando alle foto della congiunzione con Giove
TAG: vita
11.29 del 30 Dicembre 2020 | Commenti (4) 
   
29 La prima neve in questa casa
DIC Diario, Masterchef
Quattro giorni e due notti di lavoro, oltre 1,5kg di rarissima farina W400, 16 uova, 400g di burro, 380g di zucchero, 4 arance, 2 limoni, 4 baccelli di vaniglia, 150g di arancia candita, 70g di cedro, 330g di uvetta, 18g di lievito, 4 cucchiai di rum, 100g di miele, 25g di sale, zucchero vanigliato in abbondanza.
Se conto anche la spesa per gli attrezzi (pirottini, stampo di alluminio, termometro alimentare, spillone per panettoni, ecc.), suppergiù il prezzo al dettaglio si aggira attorno ai trecento euro al chilo.

Mi sentirei di dire che non riuscirò a farne un business e per la verità non li ho ancora assaggiati, ma da un punto di vista prettamente estetico posso ritenermi assai soddisfatto. Considerato il lavoro e il tempo che mi ha portato via, non credo peraltro che ci sarà una seconda volta, a meno che non sprofondi nella depressione.
Però sono molto orgoglioso di me.

Natale01
Natale02
Natale03
Natale04

Nel frattempo, dopo qualche anno, ne è venuta di nuovo parecchia, venticinque centimetri misurati sulla terrazza di camera.
È la prima neve da quando abito qui.
Mi mancherà da morire non poter partire per la montagna a Capodanno coi ragazzi, come abbiamo sempre fatto.

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Natale06
TAG: panettone, pandoro, cucina, casa
17.13 del 29 Dicembre 2020 | Commenti (0) 
   
26 Tre canzoni e una colonna sonora (anzi, due)
DIC Viaggi fra le note
Qualche anno fa avevo scritto un lunghissimo post su alcune canzoni legate ai miei ricordi in giro per il mondo. È uno dei miei preferiti, di tanto in tanto mi capita di pensare che dovrei riprenderlo e aggiornarlo.

Oggi stavo buttando giù qualcosa che, molto a làtere, ha anche a fare con la musica e mi sono interrotto perché la mia playlist random stava passando Daughters, di John Mayer. È un periodo che l’algoritmo di Apple Music me la propone spesso.
Ogni volta che ascolto Daughters penso inesorabilmente a mia figlia e mi viene da piangere, senza una ragione particolare, così, per commozione e amore suppongo. Forse perché tempo fa mi è capitato di ascoltarla in un momento per lei particolarmente difficile, in cui aveva bisogno di aiuto e non sapevo che fare. Mi veniva solo da abbracciarla e trattenerla a me in silenzio, e quei giorni alla fine avevo sempre Daughters che mi girava in testa.
Da allora mi è rimasta addosso. È un po’ come quando tutto un insieme di melodia e parole si appiccica a un’immagine e non te la levi più dalla testa, così come mi accade con quelle canzoni in viaggio di cui raccontavo. D'altra parte immagino che ascoltando Daughters accada la stessa cosa a qualche milionata di persone che hanno una figlia.
E vabbè, niente, Daughters è ormai la canzone di mia figlia. Se la ascolto penso a lei, quando sono con lei ho in testa questa canzone.

Non ricordo se Carola fosse già nata, Leonardo era sicuramente molto piccolo, direi tre anni al massimo. Ero a casa da solo con lui un giorno, stavamo giocando insieme e la radio passò Learning to fly di Tom Petty.
Ho trascorso molti mesi con Leonardo quando era piccolo, “grazie” ad alcuni lunghi periodi di disoccupazione. Ricordo che quella mattina eravamo vicino alla scala che portava in mansarda. Gli presi le mani e iniziammo a ballare insieme sulle note di Tom Petty. Rideva tantissimo, era proprio felice.
Fra pochi giorni Leonardo compirà diciassette anni. È alto come me e ha un sorriso meraviglioso. È un periodo che abbiamo un rapporto bellissimo e ieri sera mi ha detto che è felice. Vedo che lo è, come quella mattina di molti anni fa mentre ballavamo insieme tenendoci le mani.
Ho scoperto di recente che Learning to fly è nella playlist delle sue canzoni preferite e mi sono commosso. Immagino sia una specie di reminiscenza dell’infanzia che gli è rimasta, o chissà che. A me piace pensare che lo sia, anche se non credo che lui ricordi l’episodio.
Così, da anni, Learning to fly è la canzone di mio figlio e sono certo che in qualche modo abbia un significato particolare anche per lui.

Scopro poi per combinazione, mentre scrivo questo post e googlo alcuni link da inserire, che John Mayer ha fatto una bellissima cover live di Free fallin' di Tom Petty e all'improvviso mi sembra un inequivocabile segno dell'universo che lega fratello e sorella al loro papà.

L’ultima sera che ho visto mio padre vivo dormiva ormai già da un paio di giorni senza essersi più svegliato. Sapevo che era ormai una questione di giorni, forse di ore. Rimasi con lui un po’ a parlargli per l’ultima volta, anche se non poteva sentirmi, e poi me ne tornai a casa.
Scrissi un post per lui quella sera, ascoltando a rotazione Father, son di Peter Gabriel, una canzone che da sempre mi faceva venire in mente noi due.
Quando uscì Father, son, anni prima, lessi un’intervista con Peter Gabriel che raccontava le circostanze in cui l’aveva scritta e del rapporto con suo padre. Mi aveva colpito parecchio e, come accade spesso con le canzoni che ci appartengono, mi sono sempre immedesimato in quella storia.
La sera in cui lo salutai passai la notte a piangere ascoltando Peter Gabriel.
Father, son è la canzone di mio padre. L'ho riascoltata questa sera per la prima volta dopo sei anni. Non ci ero più riuscito dal 24 novembre 2014.
Sono riuscito a sorridere, anche se qualcosa è rimasto fermo in gola.

Qualcosa in gola si ferma sempre quando ascolto Time, di Hans Zimmer. Non so perché la associo come la associo.
Inception è uno dei film che amo di più in assoluto. Penso di averlo visto almeno dieci volte, potrei rivederlo cento, ogni volta mi regala emozioni nuove e sicuramente buona parte di quelle emozioni mi arrivano dalla colonna sonora di Hans Zimmer e dal finale sulle note di Time.
La cosa più strana e significativa allo stesso tempo è che faccio la stessa identica associazione con il tema principale di Interstellar e il suo finale.
Uguale. Le stesse immagini, gli stessi brividi, le stesse sensazioni.
Certo, facile: stesso regista, stesso compositore, stesso filo conduttore. Non è quello.
Inception e Interstellar non c'entrano apparentemente nulla qui dentro. Ma io so che sì.
Mesi fa ho vagato per casa una notte intera, come un fantasma, ascoltando a rotazione Time senza soluzione di continuità, senza riuscire a spegnere la musica una volta per tutte, fino all'alba.
Certe associazioni mentali non sai perché ti rimangono dentro.

Ho rivisto Inception e Interstellar in tempi recenti.
Tenet non è all'altezza, ma lo rivedrò la prossima settimana e sono certo che mi piacerà di più della prima volta.
Lo scrivo solo perché è l'unica conclusione a questo post che in questo istante mi sembra abbia un senso.
Il resto rimane con me.
TAG: figli, papà, musica
01.41 del 26 Dicembre 2020 | Commenti (0) 
   
04 Nel buio all'improvviso
DIC Diario, Amarcord
4 dicembre 2011.

Lilith
10.42 del 04 Dicembre 2020  
   
24 6
NOV Diario
Son tempi strani, pa'. Mi capita ogni tanto di pensare a che ne diresti tu, cosa faresti, come la prenderesti.
Son venuto a trovarti poco quest'anno, quasi nulla, lo so. Ho idea di non essere passato più di due volte dallo scorso Natale, forse tre. Una prima di partire per le vacanze, quest'estate, dopo il lockdown di primavera, e una quando son tornato.
Volevo venire per il tuo compleanno, ma ho rimandato in continuazione, preso dal mio solito nulla. Son stato a Genova dai nonni, con la mamma e mi ero ripromesso di passare poi da te attorno a inizio novembre, e invece niente.
Poi ancora clausura, di nuovo.

Così non vengo a trovarti da tempo e non parlo più nemmeno con te, ché anche l'ultima volta son passato di fretta, giusto al volo per lasciarti la solita piantina.
Passano gli anni, passano le cose, passa sempre tutto, più o meno.

Chissà se poi ti è capitato di far quella cosa là che ti avevo chiesto. Direi di no.
Direi che era stupido chiedertelo e che in realtà non c'è nulla, in effetti, a parte nella mia testa.
Prometto di passare, appena ci liberano.
Comunque, se ti capita, tu diglielo accidenti. Per favore.
E ricordati di darmi un'occhiata ogni tanto, che ne ho sempre bisogno.
TAG: papà
23.37 del 24 Novembre 2020 | Commenti (0) 
   
23 Che cosa strana e magica
NOV Masterchef
Non ricordo dove, alcuni mesi fa avevo letto qualcosa a proposito del fatto che il pane del fornaio è senza dubbio mille volte migliore di quello che chiunque di noi possa fare in casa, e che tutta questa retorica sulla quarantena e la riscoperta del fare il pane in casa è una enorme sciocchezza.
Il senso era che la nostra civiltà si è evoluta proprio perché ci siamo specializzati e paghiamo altri per far quello per cui sono più competenti di noi, ciascuno per la propria parte. Ci siamo divisi apposta i compiti per garantire e migliorare la sopravvivenza del gruppo.

Anni fa detestavo cucinare. Sono trent'anni da che sono uscito di casa e per anni, nelle case in cui ho vissuto, ho avuto bellissime cucine immacolate che arredavo con cura esclusivamente come oggetto di contemplazione. Mi piacciono le cucine, mi piace che siano belle e funzionali, mi è sempre piaciuto avere delle belle cucine in casa, ma nei miei anni di vita da single "cucinare" significava mangiare i würstel crudi direttamente dalla confezione, con le dita, per non sporcare le posate e non accendere il fornello.
Da sposato, come molti mariti, mi sono in seguito dedicato al campionato delle lavastoviglie, di cui sono cintura nera quinto dan, ma di nuovo, per anni, non mi sono mai sognato di avvicinarmi al piano cottura, nemmeno per scaldare il latte ai figli piccoli, ché per quello c'era un comodo scalda biberon elettrico.

Poi, quasi undici anni fa, mi sono ritrovato di nuovo da solo, ma questa volta con due figli che nel frattempo crescevano e a settimane alterne si aspettavano che il loro padre, giustamente, si occupasse della loro sopravvivenza.
Nutrirli a würstel crudi in effetti mi è sembrata da subito una soluzione poco praticabile.
È così che ho iniziato, piano piano, ad avvicinarmi alla cucina. Tipo scaldare il latte col pentolino, per intenderci, e rovesciare un barattolo di sugo pronto dentro la pentola della pasta.

La prima cosa che abbia davvero "cucinato" (...) in vita mia, darei quasi per certo, fu ormai molti anni fa il leggendario salame al cioccolato della Bat, ma questa possono capirla solo in pochi. Conservo ancora la foto della ricetta scritta a mano sul foglio a quadretti, all'epoca pubblicata in un posto che oggi non esiste più, ma che noi che c'eravamo sappiamo.
La storia dice che il salame al cioccolato della Bat mi venne perfettamente ed è da allora che i figli hanno iniziato a guardare al loro padre con occhi diversi.

Con gli anni mi sono applicato e sono migliorato. Mi sono inizialmente specializzato in pizze e poi via via allargato a molte altre cose, anche complicate. Oggi ho una bellissima cucina a isola di cui sono parecchio orgoglioso e vado assai fiero della mia New York cheesecake, delle mie crêpes, della mia fügassa genovese, perfetta, e del mio pesto fatto col mortaio e il basilico del mercato orientale.
Per altre cose ho ampissimi spazi di miglioramento, tipo le crostate, ma ci lavoro.
La cucina è diventata un po' il mio spazio zen del weekend, complice mia figlia che nel frattempo si è fatta grande, è decisamente più brillante del padre e collabora attivamente.
Poi certo, la quarantena ci ha messo del suo. Ma in cucina, ormai, ci stavo già da tempo. Negli ultimi mesi ho solo avuto molte più occasioni per misurarmi.

Senza nessuna particolare ragione, non avevo mai fatto il pane.
Sono un gran consumatore di pane, a me il pane piace tutto. Potrei vivere solo di pane e poche altre cose. Sono uno di quelli che al ristorante, se gli mettono davanti il cestino del pane, lo svuota a tempo zero e quando glielo rimettono davanti lo risvuota di nuovo, finché dopo un'ora non arrivano col primo piatto e a quel punto ho già mangiato per almeno seimila calorie.
Per questa ragione non compro mai pane. In casa mia non lo troverete praticamente mai, al massimo i cracker.
Perché col pane mi faccio davvero del male e il pane, di massima, sono carboidrati e zuccheri a palla. Se mi porto a casa un chilo di pane, finisco un chilo di pane mentre sistemo il resto della spesa.
Capite bene che.
C'è gente che ha problemi con la cocaina o con l'alcol, io ce l'ho col pane.

E niente, domenica scorsa mi annoiavo, ero da solo, senza i ragazzi, e non sapevo che fare. Così, per ingannare il tempo mi sono messo a fare il pane.
Che alla fine è facile fare il pane. Bastano farina, acqua, sale, malto, lievito - ce l'ho, io, il lievito, che credete: ho fatto scorta per i prossimi due anni di quarantena e lo spaccio a prezzi da capogiro durante i lockdown.
E mentre era lì, il mio pane, che lievitava, pensavo questa cosa.
Pensavo che cosa strana e magica che è, fare il pane.
È una specie di cosa primordiale. Di focalizzazione sull'essenza delle cose. Di pace con se stessi.

Bill Bryson ha scritto qualcosa di molto interessante e bello sul pane nel suo "Breve storia della vita privata", qualcosa che ha a che fare col fatto che tutti diamo per scontato il pane, ma nessuno pensa al grande mistero che si cela dietro la sua scoperta. Cioè, non è una cosa affatto semplice da spiegare, né da immaginare: com'è che l'uomo a un certo punto ha capito che quella roba lì, il grano, poteva macinarlo, trasformarlo in farina, e che la farina poteva combinarla col sale e con l'acqua, e poi scoprire il lievito, e poi cuocere tutto, e per quanto tempo cuocerlo, e in che modo, eccetera?
Che cosa strana e magica che è, il pane.

Comunque non è venuto male il mio primo pane, ma certo, il pane del fornaio è mille volte meglio.
Finirà questa cazzo di quarantena.
Oh se finirà.

Pane
TAG: cucina, quarantena, lockdown
11.35 del 23 Novembre 2020 | Commenti (0) 
   
21 La Luna minerale
NOV Fotografia
La Luna minerale è una fotografia del nostro satellite elaborata per mettere in risalto la riflettanza della superficie in funzione dei diversi minerali prevalenti che la compongono.

Anche se la Luna normalmente ci appare grigia, ogni minerale ha una sua caratteristica firma spettrale, ovvero riflette in modo differente la radiazione solare nelle diverse lunghezze d'onda. Il sensore della macchina fotografica rileva la radiazione nello spettro della luce visibile e registra le informazioni relative alle lunghezze d'onda del rosso, del verde e del blu.
Con una particolare tecnica di post-produzione applicata ai file in formato raw, è possibile mettere in risalto le differenze di riflettanza registrate dal sensore, saturando opportunamente i canali RGB ed elaborando in modo separato il canale della luminanza per esaltare le ombre, i rilievi e i dettagli della superficie.

E insomma, in attesa di usare il nuovo Sigma da 600mm con un bel cielo limpido invernale e la Luna quasi piena, faccio prove con qualche foto scattata negli ultimi mesi. In giro si possono trovare elaborazioni straordinarie (peraltro ottenute spesso con ben altra attrezzatura rispetto alla mia), ma un po' alla volta imparo e mi aspetto ottimi risultati.

LunaMinerale01

LunaMinerale04
TAG: astrofotografia, luna
16.13 del 21 Novembre 2020 | Commenti (0) 
   
16 The Lockdown Project
NOV Diario, Fotoblog
Come quando è un lunedì sera di lockdown e ho appena accompagnato i ragazzi a casa della mamma dopo una decina di giorni trascorsi insieme, e sono al supermercato, ché ho il frigo vuoto e bisogna che compri qualcosa per me, per i prossimi giorni.
Le corsie sono quasi deserte, per fortuna, e mi aggiro da solo con la mia mascherina, distratto e con poca voglia, nelle cuffiette un album di John Mayer, mentre cerco di far mente locale su quel di cui potrei aver bisogno, che poi son sempre le solite cose di quando sono a casa da solo, roba veloce, qualcosa da microondare al volo, un po’ di verdura, frutta, yoghurt.

E all’improvviso mi viene da piangere.
Così, lì in mezzo a quella corsia vuota del supermercato.
Mi affretto ad uscire.

Ché è lunedì sera, sono di nuovo da solo dopo dieci giorni e arrivo a casa coi miei sacchi della spesa, una lavatrice e una lavastoviglie da svuotare, qualche email di lavoro a cui rispondere.
Le camere dei ragazzi sono spente e vuote, le hanno lasciate perfettamente in ordine.
Mi mancano già da morire, anche se fra una settimana saranno di nuovo qui.
Mi mancano sempre di più. Più passano gli anni, più crescono, più facciamo cose insieme e più non ne facciamo affrontando questo tempo assurdo chiusi insieme in casa, più mi mancano.
Più li vedo diventare grandi, più ridiamo insieme, più parliamo, più si chiudono nelle loro stanze per ore a combattere con la loro adolescenza, più quando non ci sono mi mancano.
Più li vedo crescere e so che si allontaneranno, più mi mancano e sto male.
Più se ne andranno, più rimarrò solo.
Più questa casa è vuota, più sono solo.

Così questi giorni ho iniziato un progetto fotografico su questo lockdown, con la loro complicità. Come un maldestro tentativo di fermare il tempo in qualche modo. Di catturare la loro anima e tenerla con me. Di entrare dentro di loro e far entrare loro dentro di me.
Accettano e partecipano volentieri, e mi metto a girare per casa con la macchina fotografica, scatto letteralmente migliaia di foto a caso, poi passo ore a sfogliarle, le guardiamo e le commentiamo insieme, ne scegliamo alcune.
Ridiamo.

Così è lunedì sera, arrivo a casa, metto via la spesa, svuoto la lavatrice e la lavastoviglie, metto ancora su quell’album di John Mayer e mi metto sul divano a riguardare le foto che abbiamo scattato questi giorni.
Piango di nuovo. Mi mancano da morire.

C’è una sola persona al mondo a cui vorrei dirlo.
E non posso.
Mi manca da morire anche lei.

Lockdown100
TAG: figli, vita
19.55 del 16 Novembre 2020 | Commenti (2) 
   
06 Novembre, intanto
NOV Fotoblog, Diario
Ho fatto altri acquisti, e ancora sto studiando ed esplorando internet per completare la mia wishlist. Prima o poi ne scrivo, appena mi vien voglia di farlo. Per il momento mi appunto cose.
Nel frattempo lavoro a un progetto e ogni tanto la notte esco in terrazza a far prove.
Miglioro.

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23.35 del 06 Novembre 2020 | Commenti (0) 
   
14 Quella cosa delle radici
OTT Masterchef, Diario, Amarcord
Quella cosa delle radici, hai presente. Tipo un sabato mattina presto di ottobre che guido verso sud, di poco, quanto basta per scavalcar gli Appennini via Serravalle e tornare, dopo sei anni (*), a ricordare cose.
Che io, la Serravalle, l'ho guidata per più di trent'anni e posso recitarla ad occhi chiusi, soprattutto a scendere, ché da giovane, quando fai cose che poi non racconti ai figli, da Assago a Bolzaneto staccavo sotto i sessanta minuti.
Ché sulla Serravalle ho imparato a guidare.
Poi ho smesso di arrampicare e di attraversare i ghiacciai da solo, slegato. Ho insegnato cose a due figli. Il mal di schiena non mi ha più lasciato e ho messo le lenti bifocali.
E però, quando papà si ammalò all'improvviso, non lo ricordo quanto impiegai. Comunque poco, molto poco. Arrivavo da Boston e uscivo a Nervi, quella volta.

Quei giorni, sei anni fa, la feci avanti e indietro per parecchie sere di seguito. Uscivo dall'ufficio a Milano, mi fiondavo giù all'ospedale di San Martino, rientravo a notte fonda. Era marzo.
Tornai poi in settembre. Andammo al Monte. Ho le foto più belle di mio padre lassù, sulla balconata del Monte, quel pomeriggio di settembre di sei anni fa, con Genova sotto a riempire il panorama.
Due mesi dopo se ne sarebbe andato per sempre.
Non sono mai più tornato nella mia città da allora.

Adesso è venuto il momento. Accompagno mia madre, è un'occasione per passare una giornata insieme io e lei, una cosa che non faccio quasi mai, ché vivo sempre staccato da tutti e da tutto, sempre di più.
Andiamo per cimiteri. Andiamo alle radici di entrambi. Io guido, mia madre mi racconta cose della sua vita che so, e altre che non so.
Ci fermiamo davanti alla casa dove viveva quando aveva tre anni. Si commuove mentre mi indica la finestra di quella che era la sua camera. La vedo affacciarsi mentre passano gli americani lungo la strada, la vedo correre in giardino, la vedo in bianco e nero e un brivido mi corre lungo la schiena. Vorrei abbracciarla. Invece mi affretto a risalire in macchina, ché non sono sicuro di saper gestire quel che mi attraversa. Ché è un giorno strano e particolare anche per me, che ho scelto di accompagnarla in questo viaggio alle nostre radici.
Torno dopo non so quanto - vent'anni forse? Forse ancora di più - a Rivarolo e a Sestri, dove sono i miei nonni. Me me sto lì a fissare il marmo, i nomi, le date. Mi passa tutta la vita davanti.
E quante vite in mezzo. Quante ne ho vissute, bruciate, buttate.
1995 e 1996. Quante volte la Serravalle anche allora.
Se ne andarono insieme, i nonni, uno dopo l'altro, quasi all'improvviso. Io e mio padre che correvamo su e giù, Milano-Genova avanti e indietro a turno, a volte insieme, per tenerci svegli a vicenda.
Lavoravo a San Donato all'epoca, Milano ovest era a pochi chilometri. Uscivo dall'ufficio, anche allora, inforcavo l'autostrada, cenavo a Genova, rientravo in serata. La Serravalle la recitavo come un rosario.

A pensarci, le autostrade hanno segnato la mia vita ancor più degli aerei.
La Serravalle è la mia spina dorsale.
La Milano-Firenze, che ho percorso infinite volte quando lavoravo proprio per la Società Autostrade e vivevo a Firenze nord. Per un imperscrutabile disegno del destino la Milano-Firenze ha indelebilmente segnato le mie tre vite più importanti, come a volermi ricordare, ad ogni giro, che non si sfugge a se stessi e ai propri torti, che ciò che è passato nessuno te lo ridà più indietro. Che alla fine l'orologio corre avanti ed è sempre troppo tardi. Sempre.
L'ultima volta l'ho guidata a salire, la Milano-Firenze, esattamente una notte di un anno fa.
La Milano-Venezia ha segnato almeno due dei più significativi fra i miei numerosi trascorsi professionali ed è inesorabilmente intrecciata con la mia vita. Non ho idea di quante volte possa averla guidata, ma negli ultimi vent'anni potrebbero essere state anche più di mille.
Mentre scrivo mi rendo conto che l'ultima volta che l'ho guidata per intero viaggiavo verso la Stazione Centrale (**). E all'improvviso vorrei smettere di scrivere e avrei bisogno di essere altrove.
E poi la Milano-Torino. La Milano-Torino, che vorrei non guidare mai più e che ho guidato mille e mille volte, per lavoro, per salire le mie montagne, per amore. Per scappare.

Non la guidavo da sei anni la Serravalle, eppure l'ho guidata ancora ad occhi chiusi, immutabile, preciso su ogni punto di corda, curva per curva, perfettamente a memoria, sempre col numero di giri perfetto, senza traffico, senza spingere, chiacchierando con mia madre, ascoltando musica, come se ogni metro di asfalto mi appartenesse, fosse mio e di nessun altro, come se potessi parlare con queste curve, chiamarle per nome.
Sono tornato a ritrovare le mie radici e a guardarmi indietro.
Ho attraversato la mia città, i quartieri dove ho trascorso un tempo indefinito e indefinibile della mia infanzia e adolescenza, e poi di nuovo della giovane età adulta, per dovere prima e per amore poi.
Sono stato al mercato orientale a fare scorte, ho comprato basilico, e pinoli, e pecorino, e focaccia, e farinata, e ho guardato il mare.
Questo mare che non è mai stato il mio, anche se lo è stato da bambino, in un tempo in bianco e nero i cui ricordi amo in verità poco o nulla, o non so, non ho la misura in realtà, così come invece di sicuro amo poco questo mare. Son sempre stato uomo di montagna. Come mio nonno e mio padre. Tutti di Genova, tutti di Sampierdarena, ma uomini di montagna.
Il mio mare, al più, è quello dell'Elba. Il mare di Genova e della Liguria tutta mi ha sempre spaventato, è scuro, è profondo e buio, è vento, freddo e burrasca.
Eppure tutto l'amore più vero che ho vissuto nella mia vita è in qualche modo intrecciato a questa terra e a questo mare. Di un intreccio strano, parentele abbandonate in cerca di fortuna altrove, entroterra a terrazze e terre scoscese e tornanti, ma anche ciottoli e scogli e risacca, in momenti e tempi e vite diverse.
La Liguria alla fine è solitudine. Sarà per questo che, nonostante tutto, torno, cammino qui, respiro, mi lascio trascinare dalla malinconia, a tratti dal dolore, dalla tenerezza, dal passato, dal mare a cui tendo a voltare le spalle.
Dall'amore. Come ai piedi della Lanterna, anni fa, un pomeriggio di freddo, e buio, e vento e pioggia, insieme ai ragazzi, ancora piccoli, per insegnargli la mia città.

Il ponte no, non l'ho fatto spesso. Ma i nonni abitavano lì a due passi.
Il ponte fa parte del mio passato dal basso, non dall'alto.
Tornando da Sestri e guidando verso Genova ovest per andare a prendere la sopraelevata, decido di passarci sopra.
C'è poco traffico sul ponte nuovo ed è una bella giornata di sole caldo.
Il ponte di cemento si è portato via vite, un pezzo di Genova e qualcosa anche di me. Di infinitamente piccolo rispetto a tutto il resto, ma infinitamente importante per me.
Ché la misura delle cose l'abbiamo innanzitutto in quel che ci sta più vicino e poi, se ne siamo capaci, via via allarghiamo al resto.
Così passo sopra al ponte nuovo, che scorre via veloce, come fosse sempre stato qui e mai nulla fosse accaduto.
Alla fine, cosa c'è in fondo di più simbolico del crollo di un ponte e delle sue conseguenze.

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Così è domenica, sono rientrato a casa, i ragazzi non ci sono. Ascolto Gerry Raferty e musica americana, ché mi manca l'America, mi manca l'aria, mi mancano il cielo, le nuvole e l'aria sottile, mi manca la mia vita, mi manca tutto da mesi e mesi ormai. Non so più dove mi sono perso, né chi mi troverà, ma ho il basilico comprato al mercato orientale e le mie radici.
Il cielo brianzolo è grigio e freddo. Da una decina di giorni ho una strana tendinite al piede destro che mi tormenta. Non posso nemmeno metter le scarpette, non ho fiato né gambe né testa, ma ho il basilico e le mie radici.
E ho tempo. Ho spazio. Ho il mortaio. Ho pazienza, ché per pulire le foglie, una ad una col panno umido, servono queste cose tutte.

Da pochi chilometri a est delle Alpi Stefano mi manda un messaggio: "Belìn, col pestello, come le massaie genovesi."
Rispondo, "vorrei ben vedere". Ché ho il basilico, e le mie radici.
Almeno questo pomeriggio ho tutto quel che mi serve.

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(*) Su Twitter ho scritto cinque, ma mi sono sbagliato. Il tempo corre veloce e perdo il conto, perdo cose, perdo il tempo stesso. Perdo tutto.
(**) No, mi sbaglio. Viaggiavo verso casa, la stazione era quella di Venezia, dove ero stato prima di partire.
TAG: cucina, genova
00.41 del 14 Ottobre 2020 | Commenti (0) 
   
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