Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 The Far East chronicles, chapter 1: preparazione
NOV Travel Log: Far East for business
Dopodomani parto e sto studiando un po'. E niente, sono passati sedici anni e la Cina corre alla velocità della luce. O quasi.

2018. Da Suzhou a Shanghai ci sono 57 treni proiettile al giorno che coprono la distanza di oltre cento chilometri in un minimo di 25 minuti. Il biglietto in prima classe costa circa 9$.
Figo, penso, così uscendo dall'ufficio alle cinque riesco ad essere a Shanghai nel tardo pomeriggio e trascorrerci ancora un paio di serate, viaggiando pure comodo. Posso quindi prendermi con più calma il weekend in cui arrivo e soggiorno nella metropoli.
Verifico anche che la stazione ferroviaria di Suzhou è proprio a due passi dal mio hotel, comoda dunque se rientro da Shanghai la sera tardi.
Leggo le FAQ sull'acquisto dei biglietti: è possibile fare il ticket elettronico con una app fighissima, che scarico subito e mi installo sull'iPhone. Scopro però che il biglietto elettronico serve per recarsi alla biglietteria in stazione e ritirare quello cartaceo. Cioè, per prendere il treno è obbligatorio avere il tagliando di carta, quello digitale serve solo come facilitatore per non perdere poi tempo allo sportello a spiegarsi con l'impiegato delle ferrovie.
In effetti è un passo avanti rispetto a sedici anni fa, non fosse che praticamente usano la tecnologia come i Flintstones.

Una cosa che non è cambiata affatto in sedici anni è che in Cina, per prendere il treno, bisogna presentarsi in stazione almeno un'ora e mezza prima, meglio due. A quanto pare persistono le maledette procedure di controllo e check-in come in aeroporto (che poi per la verità è un po' come accade negli Stati Uniti).
Quindi, in sostanza, per fare venticinque minuti col treno proiettile impiegherei quasi cinque ore in totale di viaggio, tutto considerato. Tanto varrebbe andarci a piedi a Shanghai, anche perché a questo punto il tempo che avrei a disposizione si riduce a quello di un caffè.

Mi scrive la segretaria da Shanghai per dirmi che all'aeroporto mi aspetta una macchina con l'autista per portarmi all'hotel. È circa un'ora di viaggio, immagino il costo sia piuttosto elevato.
Mi viene in mente che all'aeroporto di Shanghai deve esserci qualcosa di figo. Controllo: c'è in effetti il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, che viaggia oltre i 400km/h. Costa circa 7$ e in 7' netti mi porta diretto a una fermata di metro di distanza dal mio hotel. In dieci minuti posso essere dall'aeroporto alla reception dell'hotel, a più di trenta chilometri di distanza.
Scrivo alla segretaria che rinuncio al driver. A parte l'assurdità di trascorrere un'ora nel traffico di Shanghai spendendo una cifra, avendo una qualsiasi alternativa più economica e veloce, non voglio certo perdermi l'esperienza del Maglev (che per fortuna fa parte della rete metropolitana di Shanghai e sfugge alle demenziali procedure delle ferrovie cinesi).

Confermo: a Suzhou sembrano esserci dei bellissimi giardini protetti dall'Unesco e ci sono anche tre o quattro linee della metro.

Coi giapponesi sto già diventando pazzo ancora prima di partire. Queste ultime due settimane di preparazione del mio viaggio in oriente hanno completamente ribaltato il punto di vista su cinesi e giapponesi che mi ero costruito nelle esperienze precedenti.

Questa volta, dopo anni e anni, non riuscirò a partire col solo cabin-trolley e mi toccherà imbarcare: non riesco a ficcare dentro al bagaglio a mano gli abiti e le camicie per due settimane di lavoro, e i giapponesi in particolare, a differenza degli americani, ci tengono al dress code. Maledetti.
TAG: cina, shanghai
23.21 del 01 Novembre 2018 | Commenti (0) 
 
28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
21 USA chapter 6th, section 3: Houston, anzi no
OTT Travel Log: USA for business
[una settimana fa, circa]

La limousine coi finestrini scuri mi sta portando in hotel e la skyline illuminata di Houston sfila rapida davanti al finestrino, mentre percorriamo un labirinto infinito di svincoli autostradali come quelli di Starsky & Hutch, o di Chips, o di Heat, che però sono ambientati tutti a Los Angeles, o di Walker Texas ranger, suppongo, ma non l’ho mai visto, e però questa è l’America delle highway a dodici corsie dentro le metropoli e dei grattacieli di cristallo e acciaio, e la limpida notte texana mi accoglie per la mia ultima notte a stelle e strisce.
Sto viaggiando verso Sugar Land, la mia terza tappa di questo viaggio rocambolesco fra le metropoli e il countryside degli States, a circa un’ora di autostrada dall’aeroporto, e purtroppo questa vista dal finestrino sarà l’unica immagine di Houston che porterò a casa, e mi dispiace da morire, mi dispiace sempre quando transito di corsa in posti che non ho mai visitato e non ho il tempo di fermarmi per dare nemmeno una rapidissima occhiata.
Sono riuscito a trascorrere almeno una giornata piena a Cleveland, ho anche messo piede al volo a downtown Philadelphia, ma con Houston no, non ce la farò proprio.
Non importa, so già che tornerò, probabilmente a breve fra l’altro, ché mi sono lasciato indietro anche Pittsburgh: era in programma, ma proprio non ci stava, Lamerica è grande, maledettamente grande, per quanto mi appaia tutta uguale

Sono in Texas e un po’ alla volta la mia lista di bandierine in America si allunga, nonostante continui a mancarmi il grande viaggio. Mi viene voglia come sempre di fare ordine, di vederla la mia America, raffigurarla, mettere insieme i miei sei viaggi, così punto gli spilli sulla mappa, ed eccola qui:

USAMap

Con la consueta pignoleria distinguo gli stop over del 2018 a Minneapolis e a Los Angeles, brevissime soste che non mi hanno permesso nemmeno di uscire dall’aeroporto, e dunque non valgono, dalle città che ho visitato o almeno attraversato rapidamente, come Houston: due volte New York, nel ’91 e quest’anno, Chicago per lavoro nel ’97, la giornata ad Atlanta nel 2011 arrivando dalle Hawaii, e poi la bella vacanza a Boston del 2014, e ancora Seattle a marzo di quest’anno, e le tappe di questo viaggio a Cleveland e Philadelphia.
La mia America inizia a colorarsi un po’ alla volta e un po’ la conosco, ormai, l’America.

E poi è già ora di tornare a casa: a Sugar Land mi fermo giusto il tempo di un paio di riunioni e il pomeriggio dopo sono già in aeroporto, pronto per la mia dodicesima traversata atlantica, il quarantaduesimo volo intercontinentale, e all’improvviso mi sembrano numeri troppo piccoli rispetto a quelli di un viaggiatore vero. Sono sempre un principiante, nonostante le tessere Privilege, le centinaia di migliaia di miglia, i miei trolley consumati, l’indifferenza che ostento e la posa che mi do mentre percorro il finger collegato all’aereo, diretto al mio posto in business class, nascondendo i brividi che sempre, sempre, sempre mi attraversano la schiena ogni volta che mi stacco dal suolo e volo verso la prossima meta.
Indosso una camicia bianca e la giacca blu, che consegno alla hostess mentre mi offre un calice di champagne, e mi scappa da ridere: non posso ingannare me stesso, anche se dentro al fedele trolley non ho le solite t-shirt.

Ma approfitto dell'occasione e recito la parte che a questo giro mi compete: reclino il sedile del mio privilegiato posto singolo fino alla posizione orizzontale, indosso le cuffie che cancellano il rumore e chiudo gli occhi per questa notte a diecimila metri che nonostante tutto non dormirò comunque, come sempre, ché mentre nell'aereo si fa buio e voliamo a oriente verso l'alba io cerco di fermare per sempre ogni istante del mio viaggio.

UsABusiness23
Atterrando a Houston, TX
USABusiness24
Sugar Land from my hotel window, TX
USABusiness25
Houston dal finestrino, TX
TAG: USA, houston
01.23 del 21 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
12 USA chapter 6th
OTT Travel Log: USA for business
6 ottobre, somewhere in USA

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, anche se per me sono le quattro del mattino, perché sono partito all’alba da Milano, ho viaggiato per quasi ventiquattr’ore, sono appena arrivato e dunque il mio è ancora il fuso orario dell’Europa Centrale, e probabilmente per il sonno fra un po’ crollerò con la faccia dentro al piatto che ho davanti.
Fuori piove, o meglio, fa uno di quei temporali che si vedono nei film americani, con tantissimi lampi che illuminano la foresta, le casette di legno col prato attorno e il pickup parcheggiato davanti al garage (perché gli americani parcheggiano la macchina davanti al garage e non dentro il garage?), la Interstate 90, la stazione di servizio lungo la Interstate 90, il Burger king e il KFC lungo la Interstate 90, il mio Holiday Inn lungo la Interstate 90 e tutto quel che c’è sotto il cielo buio e nuvoloso di questa regione del Lago Erie attraversata dalla Interstate 90, che a Est va a finire alle Cascate del Niagara, credo un centinaio o poco più di miglia in là, e a Ovest porta fin sulla costa Pacifica, a Seattle, dove peraltro ero a Marzo.
Perché questa, a parte essere la mia sesta volta in America, è anche la seconda quest’anno, e non era programmata. Per essere un Paese che non mi sono praticamente mai filato davvero, Lamerica, negli ultimi anni, sta diventando quasi un'abitudine.

Dicevo.

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, sono seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, un ristorante come vi potete aspettare che sia un ristorante americano lungo la Interstate 90, tipo che in Italia ci sarebbe una trattoria per camionisti e invece in America sei dentro a un film di Tarantino e a un tavolo ci sono seduti Samuel L. Jackson e Tim Roth, l’aria condizionata è a palla e sto per cenare, diciamo così, anche se appunto per me continuano ad essere le quattro del mattino e questo, per la verità, è almeno il sesto pasto di oggi, perché ho fatto colazione a casa alle cinque prima di uscire, poi una seconda colazione in aeroporto alle sette, poi un’altra colazione in aereo sul volo per New York, che tuttavia era quasi un pranzo, anche perché ho volato in First Class e lì non fanno altro che darti da mangiare in continuazione, e infatti poi mi han dato un pranzo vero, che però a quel punto per me era quasi cena, e poi ancora uno spuntino prima di atterrare al Kennedy, che per me erano già quasi le otto di sera, ma per gli americani della costa est era appena passata l’ora di pranzo.
Poi invece la sera, la sera americana intendo, sul volo per Cleveland non mi hanno dato la cena, solo dei salatini, e quando a Cleveland sono infine arrivato, all’aeroporto era ormai tutto chiuso, quindi niente cena, che anche se per me ormai era notte fonda per gli americani invece eran le nove di sera, e comunque io avevo fame.

E questo a prescindere dai dodici litri di caffè americano che probabilmente ho bevuto dall’istante in cui sono salito sul primo volo questa mattina (e un succo di arancia, che chissà poi perché quando sono in volo mi vien sempre da prendere il succo d’arancia, forse perché quando passano col carrello, soprattutto in prima classe, ci son seimila cose da bere ed è sempre l’ora sbagliata per tutto, perché non è che prendi il vino o lo spumante alle dieci del mattino, e io non bevo praticamente più bibite gassate da quando sono entrato nell’età adulta e dunque alla fine, per non far la figura di quello che chiede solo acqua, ma anche per non rinunciare quando passa il carrello a prendere qualcosa che è pur sempre gratuito, ché un po’ di sangue genovese evidentemente mi è rimasto, va a finire che ordino sempre un succo d’arancia, oppure il caffè e se è un mattino che dura quindici ore finisce che bevo dodici litri di caffè americano).

Comunque niente, alle nove di sera passate sono arrivato a Cleveland e l’aeroporto era deserto. A margine, sappiate che esiste un volo Cleveland-Reykjavík, che immagino essere probabilmente una distorsione di Matrix, un errore di cui mi sono accorto per un caso fortuito, o forse perché sono l’eletto.
All’aeroporto di Cleveland ho preso un taxi e sono arrivato fino a Mentor, sperduta località sulle rive del Lago Erie dove si trova il mio hotel, l’Holiday Inn citato poc’anzi, a circa una quarantina di miglia da Cleveland. E a quel punto niente, ho lasciato il trolley in hotel e sono uscito, al semaforo ho attraversato l’Interstate 90 ormai deserta e fra il Burger King, il Taco Bell e il KFC qua davanti ho scelto il Ruby Tuesday e mi ci sono infilato dentro per mangiar qualcosa al volo, per cena, chiamiamola così, anche perché stava iniziando a piovere forte, ero (sono) molto stanco, per me sempre le quattro del mattino sono e non avevo voglia di perder troppo tempo a guardarmi in giro.
Tanto si vede benissimo che attorno a qua non c’è un belìno.

Siccome sono molto stanco e sono appena arrivato, mi sono peraltro dimenticato di essere in America, così a Mentor, Ohio, a questo punto della storia sono le 22:30, le quattro e mezza del mattino per me, sono in viaggio da quasi ventiquattr’ore, sono stanco e ho sonno nonostante tutto il caffè che mi sono scolato in viaggio, e questo sarebbe ormai il quarto pasto di oggi, volevo solo fare un rapido spuntino leggero, e invece ora davanti a me ci sono due petti di “chicken fresco” - non uno, due - che più o meno sarebbe la cosa più leggera nel menù, tipo un petto - due - di pollo alla griglia, e invece alla fine è un petto - due - di pollo marinati nel limone, affogati in una salsa barbecue, accompagnati da un chilo di patatine fritte e di insalata mista mescolata con varie cose, a sua volta accompagnata da almeno mezzo chilo di pane impregnato nel burro fuso, rosolato nel sale grosso, a sua volta accompagnato da una ciotola di senape dentro la quale andrebbe inzuppato, e infine un boccale da circa mezzo litro di birra.
Ho mangiato tutto, tranne l’ultimo pezzo di pane.

A làtere, per arrivare fin qui, ho anche fatto uno scalo a New York di qualche ora ed era dal 1991 che non venivo a New York, città della quale peraltro non avevo un bel ricordo. Ma ero giovane e inesperto, ed oggi, uscendo dal Kennedy e infilandomi nella metropolitana per tentare una sortita quick and dirty a Manhattan, un brivido mi è corso lungo la schiena, ché alla fine se non ti dà un po' i brividi essere a New York, checcazzo, ma che cosa deve darteli nella vita?
Così, forte ormai del fatto che - possiamo dirlo? - alla mia età, e con buona parte del globo terraqueo in tasca, la verità è che sono davvero capace di essere ovunque un cittadino del mondo - e mi piace pure pensare di saperlo essere davvero - be', sono sbarcato dall'aereo, mi sono fatto rapidamente due conti con Google - e dio benedica Google e gli Stati Uniti d'America, ché io proprio non lo so come facevamo quando Google e tutto l'ambaradan intorno non esistevano - e pur non tornando a New York da ventisette anni l'ho affrontata come fosse stata Milano, così che cronometrando al minuto il tempo che mi separava dal volo per Cleveland mi sono infilato nella metro, sicuro come a San Babila, e con 7$ sono sbarcato diretto a Fulton Street, Manhattan, dentro all'Oculus di Calatrava, attraversandolo di corsa e riuscendo pure a fare un paio di foto strappate al volo, per ritrovarmi infine esattamente dove volevo essere e non mancare l'occasione: Ground Zero, il 9/11 Memorial.

Perché io, nel 1991, in cima alla Torre 2 avevo cenato. Era stato l'unico momento davvero emozionante di quel viaggio: avevo ventisei anni, era la mia prima volta in America, mi ero portato una giacca e una cravatta apposta per cenare lassù al Windows of the World e l'America, da lassù, era tutta illuminata ai miei piedi.
Dove ventisette anni fa avevo cenato oggi c'è un buco con una fontana e lungo il perimetro della fontana sono incisi duemilaseicentrotre nomi. Il buco è quadrato ed esattamente grande quando il perimetro della torre che era lì e che non c'è più.
Tutta la zona attorno, bellissima, è completamente irriconoscibile. È un'altra città e no, non è la mia memoria.
Mi è venuto da piangere. Mi sono fatto il segno della croce, mi è sembrata l'unica cosa da fare. E mi sono infilato di nuovo nella metro per correre in aeroporto, che ormai ero al pelo per perdere il mio volo per Cleveland.

Ho anche sbagliato metro, nella fretta. Ché niente, sono un cittadino del mondo, ma New York è l'unico posto al mondo dove sbaglio la metro, anche ventisette anni dopo. Non a Pechino, non a Tokyo, non a Mosca. A New York, inesorabilmente, la sbaglio.

Comunque in Ohio sono arrivato ed eccomi seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, a Mentor, provincia di Cleveland.
Nel caso vi stiate chiedendo che ci faccio a Mentor, è la località più prossima agli uffici di Concord, prima tappa di questa mia breve tournée per lavoro negli States che dopo Cleveland (Concord), toccherà Philadelphia (Colmar, una quarantina di miglia a nord) e Houston (Sugarland, giassai), ché da inizio settembre, come ho scritto altrove, è iniziata me una nuova vita. Una vita che, qualcosa mi dice, sarà molto poco sedentaria, un po' come ai vecchi tempi, e dunque perfettamente in linea con lo spirito di questo ormai anziano blog.
Del resto appena iniziata son finito subito in Germania, a distanza di un mese sono in America e presto, a occhio, davanti a me si apriranno nuove e sempre più remote avventure.
Perlomeno si spera.

Intanto a Mentor, Ohio, sono quasi le 23:00, o le 11pm come dicono qui, per me ormai è l'alba di domani, devo riattraversare l'Interstate 90 e avviarmi verso l'hotel, dove finalmente crollerò a dormire.
Siccome è sabato e in realtà inizio a lavorare lunedì, domani magari mi affido a Uber - dio benedica Uber e gli Stati Uniti d'America - e mi faccio portare a Cleveland downtown, affacciata sul lago Erie e nota perlopiù per quei brocchi dei Browns e per la Rock and Roll Hall of fame.
I prossimi giorni conto di appuntarmi cose qua e là, e magari al mio rientro tirarne fuori qualche post interessante. Ché Lamerica, è un dato di fatto, ben si presta sempre ai post interessanti.

P.S. Breve recensione del Lago Erie, tanto che ci sono: il Lago Erie (ricordate: Erie, non Eire) è uguale al lago Michigan, al lago Ontario e all'Oceano Atlantico. Non sorprende che poi vengano a cercar casa a Laglio, provincia di Como.

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Ottobre 2018, di nuovo partenza...
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L'Oculus di Calatrava a Ground Zero, NYC
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9/11 Memorial, Ground Zero, NYC
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WTC, Ground Zero, NYC
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NYC subway
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Flying to Cleveland, Ohio
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Tifosi dei Cleveland Browns
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R&R Hall of Fame, Cleveland
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Random shots from Cleveland, Ohio
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Lake Erie, Mentor-on-the-lake, Ohio
TAG: USA, New York, cleveland, ground zero
02.34 del 12 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti, Travel Log: Italia Centrale
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

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Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
01 Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)
SET Centodieci, Blog e luoghi, Travel Log: Italia Centrale
[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


Aquila01
Il Monte Vettore salendo da Pretare
Aquila02
Aquila03
Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
Aquila04
Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Aquila07
Aquila08
Aquila09
Aquila10
Aquila11
Aquila12
Aquila13
Aquila14
Aquila15
Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.
TAG: l'aquila, terremoto, amatrice, sibillini, monte vettore, castelluccio, pretare
00.47 del 01 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
18 Un anno
AGO Running, Salute, Diario
Ieri ho compiuto un anno da quando mi sono rimesso le scarpette e sono tornato in strada, e già questo è un traguardo di cui essere contento perché, onestamente, non avrei scommesso un euro che questo nuovo tentativo di riprendere a correre dopo sette anni sarebbe andato più in là di qualche settimana.
Invece questa volta ho tenuto duro, tutto sommato senza nemmeno troppi alti e bassi. Con l'arrivo dell'autunno ho ripreso il lavoro e ho portato le scarpette con me anche in trasferta, anzi ho approfittato delle mie serate solitarie a San Martino per darci sempre più dentro e un po' alla volta limare i tempi, allungare i percorsi, riavvicinarmi alle prestazioni di un tempo.
Non mi sono fermato nemmeno quando il freddo ha iniziato a farsi davvero sentire: ho rispolverato l'abbigliamento invernale rimasto chiuso negli armadi per anni e ho continuato, con la pioggia e con la neve, sotto zero e la sera tardi, iniziando a correre spesso anche in salita.
Ho scollinato l'inverno e a maggio ho passato anche la visita sportiva.

Per fermarmi, quasi, c'è voluto il ritorno delle fibrillazioni, improvvise e inattese, solo pochi giorni dopo aver ottenuto la certificazione. In realtà, pur con qualche timore, sono riuscito a non smettere lo stesso: il cardiologo mi ha raddoppiato i betabloccanti, ho studiato la situazione per qualche settimana, ho più o meno individuato la causa dei problemi e con molte cautele ho continuato.
Certo ho diminuito le occasioni, un po' per il caldo, che quest'estate ho patito parecchio, un po' per paura, un po' per frustrazione: negli ultimi due mesi sono andato solo una o due volte a settimana, spesso interrompendo per il manifestarsi delle fibrillazioni, e le prestazioni si sono drasticamente abbassate di colpo, complice anche la doppia dose di betabloccanti.
Un po' alla volta ho iniziato a fare sempre più fatica a completare i miei dieci chilometri standard e anche i tempi sono tornati sopra l'ora. A un certo punto, qualche settimana fa, avevo perso quasi dieci minuti rispetto a soli due mesi fa, addirittura fino a un minuto e mezzo al chilometro. Praticamente non riuscivo più a completare un percorso, anzi, spesso mi fermavo dopo quattro o cinque chilometri.

Nelle ultime due settimane, con un po' più di tranquillità interiore, grazie anche a temperature leggermente più moderate e non avendo altro da fare, ho ripreso ad andare con regolarità e finalmente sono tornati anche i risultati.
Dopo più di due mesi, questa settimana ho finalmente infilato di nuovo un paio di uscite consecutive di dieci chilometri sotto il limite dei sessanta minuti, oggi fermando il cronometro di poco sopra i cinquantotto. Ci voleva per festeggiare questo anniversario con un po' di ottimismo e continuare a guardare in avanti.

I numeri delle statistiche mi dicono che in questi dodici mesi ho totalizzato oltre 1.100km, circa la metà di quelli che correvo dieci anni fa nello stesso intervallo di tempo, uscendo 115 volte, ovvero quasi una ogni tre giorni: un altro indicatore di perseveranza del quale posso andare fiero. Non ho mollato mai.
Ho perso quasi venti chili e a parte la schiena, che per la verità non si è praticamente più davvero ripresa, tutto il resto sembra funzionare bene: compreso il cuore, tutto sommato, perché è evidente che le fibrillazioni hanno origine da problemi non strutturali, diciamo così.
Comunque in autunno dovrò tornare dal cardiologo e se ne riparlerà.
A malincuore ho invece purtroppo abbandonato pilates, dopo tre anni: non potevo più permettermelo economicamente e d'altra parte riuscire ogni settimana a infilare due o tre uscite di corsa e la lezione di pilates era sempre più difficile. Però mi dispiace, anche perché in questi anni mi aveva fatto davvero bene alla schiena.

Alla fine, almeno per ora, ho messo da parte qualunque ambizione di tornare a fare dell'agonismo, o di rispolverare qualche sfida lasciata nel cassetto. Se ancora a maggio mi trastullavo con un po' di idee in tal senso, il rimanifestarsi delle fibrillazioni mi ha tagliato le gambe definitivamente, almeno sul medio termine. Va già bene riuscire a conservare la motivazione per non smettere e mantenere la forma ritrovata.
Magari più avanti se ne riparlerà, forse, ma dovessi proprio dire ho la sensazione che difficilmente nel mio futuro ci saranno altre maratone, o anche solo mezze distanze, men che meno obiettivi più ambiziosi. Problemi di cuore a parte, la verità è che se mi volto indietro a guardare questi mesi mi rendo conto non ne ho: più tempo e più testa di quel che ho investito in questo ritorno in strada non riesco a trovare.

Però sono tornato in montagna con fiato da vendere, ho alle spalle una stagione sciistica come non mi godevo da anni, ho portato i ragazzi in Grigna e se mi mantengo posso sperare di fare altre cose più impegnative con loro, come tutto sommato ho sempre sognato.
Sono anche tornato a farmi lunghe nuotate al mare, ho perso tre taglie (e ho dovuto rifarmi di nuovo tutto il guardaroba) e posso mangiare un po' quel che voglio senza troppi sensi di colpa.
E infine ho una scorta di pantoprazolo nell'armadietto della farmacia che sta lì a prender polvere da un anno e che ormai è prossima alla scadenza.

Tutte ottime ragioni per comprare un nuovo paio di scarpette alla fine dell'estate, tenendo un occhio al cuore ché non faccia troppi capricci.

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TAG: running, salute, corsa, cuore
22.23 del 18 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

Polcever1
ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
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