Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Notte di fine settembre
SET Amarcord
Tu
TAG: Islanda
01.46 del 26 Settembre 2020  
   
14 Qualcosa in più sui transiti solari
SET Fotografia
Niente, sarà il Corona, sarà che non volo più - e chissà fino a quando, sarà che boh. Fatto sta che dopo anni e anni di fotografie perlopiù mediocri, decine di migliaia di scatti archiviati nel computer, fiumi di parole spese negli ultimi tempi sulla mia intenzione di abbandonare la reflex in favore del viaggiare leggero con il solo smartphone, la tentazione temporanea di passare alla bridge, eccetera, alla fine questo è diventato l'anno in cui mi son messo a studiare davvero fotografia e post produzione, e a buttar via investire soldi in attrezzatura seria. Fra l'altro, via via che imparo cose, la prima conseguenza è che vorrei rimettere mano a tutte le foto passate per riprocessarle da capo, soprattutto quelle dei viaggi più belli dei quali ho conservato i file raw.
Ho fatto qualche esperimento su alcuni scatti in Islanda e alle Azzorre con quel che ho appreso fino ad ora e ho tirato fuori fotografie completamente diverse e spettacolari, che francamente han davvero poco a che fare con quelle che ho spesso pubblicato in giro per il web. Accidenti.

Così passo ormai tutto il mio tempo libero a studiare, far prove, aggiornarmi e documentarmi su corpi macchina e lenti professionali, e far poi un gran baccano attorno a tutta la mia attrezzatura.
Già, perché dopo i due acquisti primaverili sto continuando a comprare e anche a vendere. Un po' alla volta ho iniziato a dar via la mia vecchia dotazione, ma anche quella semi nuova e persino quella acquistata recentemente, per quanto ne sia soddisfatto, e col ricavato vado in giro per il web a caccia di attrezzatura più professionale, sfrugugliando fra aste e mercato specializzato dell'usato.
Sto anche valutando l'opportunità di passare definitivamente al full-frame, sebbene continui ad apprezzare i vantaggi del sensore APS-C, e magari fare un doppio salto verso le mirrorless, ma i prezzi sono al momento parecchio alti, perlomeno a voler conservare lo stesso grado di qualità della mia attrezzatura attuale.
E dunque leggo, studio, vendo, compro, faccio prove e confronti. Prossimamente scriverò qualcosa sulle nuove ottiche professionali che stanno andando a completare il mio corredo. Intanto, rientrato a casa dalle vacanze, ho ripreso a far foto dalla terrazza ed esperimenti.

A fine agosto sono tornato a occuparmi di transiti astronomici. Consultando Transit finder ho scoperto che all'inizio di settembre, nel giro di meno di ventiquattr'ore, avrei avuto ben due opportunità di fotografare nuovamente il transito solare della ISS (quelli lunari sono per contro eventi davvero rari e mi son fatto l'idea che per diverse ragioni siano anche molto più difficili da fotografare).
Forte della mia prima esperienza a giugno, questa volta mi sono preparato per tempo per provare a far qualcosa di meglio.

Transito202009
Transiti dell'1 e 2 settembre

Il 2 settembre il cielo era completamente coperto e ho mancato quindi l'appuntamento, ma il giorno precedente la mattinata era splendida e il transito era previsto perfettamente centrato sul disco solare: un evento dunque da non perdere.
Per questo nuovo tentativo ho deciso di cambiare strategia rispetto a quella della volta scorsa. In quell'occasione avevo montato un filtro solare vero e proprio, che però ha (giustamente) la caratteristica di assorbire pressoché tutta la luce. Di conseguenza, per scattare con un tempo abbastanza rapido per catturare la ISS e chiudere il diaframma a sufficienza alla ricerca di un po' di nitidezza, ero stato obbligato ad alzare parecchio gli ISO.
Con il sensore APS-C della mia macchina, per quanto il Bigma possa essere nitido a 500mm di focale (e senza contare che col moltiplicatore la nitidezza nativa in realtà viene meno), questo approccio vanifica l'effetto della chiusura del diaframma e la ISS rimane pressoché indistinguibile, annegata nel rumore dovuto agli ISO elevati. Praticamente una macchia scura contro il disco solare, come nel mio scatto di giugno.
Perlomeno, questo è quel che ero riuscito a tirar fuori allora, anche se va detto che ero ai miei primissimi scatti col Bigma e dovevo ancora imparare come utilizzarlo al meglio.

A questo giro ho dunque deciso di rischiare e rinunciare al filtro solare, con l'idea di abbassare gli ISO il più possibile e azzerare il rumore. Per proteggere il sensore almeno il minimo indispensabile dalla luce del Sole e rientrare nei parametri di scatto gestibili dalla macchina fotografica, ho montato un filtro ND1000. Ho fatto anche qualche prova mettendolo in cascata con un ND64, ma mi è sembrato che l'effetto risultante avesse un impatto eccessivo sulla nitidezza dell'immagine e la messa a fuoco, e quindi mi sono arrischiato a scattare con il solo ND1000, che comunque comporta una riduzione di 10 stop.
Ho usato di nuovo il Sigma 50-500@500mm, moltiplicato ad 1,4x con il convertitore Kenko, per una lunghezza focale equivalente complessiva di 1120mm. Con questa configurazione, per riuscire a tenere ISO100, mettere a fuoco il disco solare e rimanere all'interno dei parametri di esposizione disponibili, ho impostato la macchina a 1/8000s con f13. Avrei preferito f11, l'apertura ideale per il Bigma col moltiplicatore, ma avrei dovuto sovraesporre oltre limite.

Per questo tipo di fotografia la messa a fuoco è sempre il problema più difficile da risolvere. La durata del transito è brevissima (poco più di due secondi e mezzo il 1° settembre) e non c'è dunque modo di aggiustare il tiro durante il passaggio. Del resto non ci sarebbe in ogni caso poiché anche ad oltre 1000mm di focale la ISS apparirebbe minuscola nell'inquadratura e completamente offuscata dalla luce solare.
In mancanza perciò di macchie solari o altri riferimenti, l'unica soluzione per mettere a fuoco è improvvisare. In questo caso, usando il live view per simulare l'esposizione, ho chiuso il diaframma al massimo fino a isolare completamente il disco solare dal cielo circostante ed eliminare il bagliore attorno alla corona, e ho usato il bordo del Sole come punto di riferimento per la messa a fuoco di precisione, che va sempre fatta in modalità manuale. L'operazione non è comunque affatto semplice, perché a 1120mm di focale, senza un solidissimo treppiede professionale, basta sfiorare la macchina fotografica per avere un'oscillazione dell'immagine praticamente impossibile da controllare.
Insomma, ho un po' tirato a caso cercando di fare del mio meglio. Ho poi riportato i parametri di esposizione a quelli che avevo scelto per scattare le foto e non ho più toccato la macchina fotografica fino al momento del transito.
Tutto il procedimento di messa a fuoco va fatto pochi minuti prima del passaggio, perché - esattamente come accade con gli scatti ravvicinati alla Luna - più ci si avvicina con lo zoom, più il Sole si muove molto rapidamente nell'inquadratura. Se si anticipa troppo la messa a fuoco si rischia semplicemente che al momento del transito il sole non sia più all'interno del fotogramma, e addio occasione.

Sincronizzazione con il transito a parte, l'istante in cui iniziare effettivamente a scattare va infine scelto con attenzione: da un lato è bene far partire la raffica qualche secondo in anticipo per essere sicuri di catturare la ISS, dall'altro, a seconda delle caratteristiche della macchina fotografica utilizzata e della relativa capacità di buffering, dopo alcuni secondi la raffica rallenta e dunque c'è il rischio che anticipando troppo l'evento, al momento del passaggio effettivo, la reflex non riesca a scattare e manchi l'obiettivo.
D'altra parte va considerato che per quanto si possa essere sincronizzati esiste sempre un margine possibile di errore fra l'orario preciso al secondo calcolato per il transito e l'istante effettivo in cui accade, per cui è bene prendere in considerazione un intervallo di tempo sufficientemente sicuro, almeno 3-4 secondi se la macchina "tiene la raffica".
Insomma, telecomando e orologio atomico alla mano (anzi, sullo smartphone), ho sparato le mie cartucce cercando di anticipare l'evento di circa un paio di secondi per essere certo di catturarlo.

Alla fine il risultato mi ha lasciato del tutto sconcertato: senza filtro solare e con le impostazioni scelte per questa occasione, le foto sono venute completamente sovraesposte e della ISS, lipperlì, non riuscivo a vedere alcuna traccia in nessuna immagine della sequenza.
Negli scatti di giugno il sole era giallo e la stazione spaziale, per quanto sfocata e quasi indistinguibile, appariva come una piccolissima e labile macchia marrone contro il disco solare. Questa volta nulla: sole bianco sparato in tutte le foto e nessun segno della ISS. Ho quasi pensato di aver mancato completamente il momento, anche se ero piuttosto certo di aver centrato l'istante esatto previsto per il transito. Che avessi anticipato o ritardato un secondo di troppo?
Stavo per cancellare le foto, ma giusto per curiosità ne ho caricata una su Adobe Camera Raw, tanto per fare una verifica più approfondita. Mi è venuto in mente che l'eccessiva luminosità del sole potesse in realtà nascondere la stazione, ma che essendo l'immagine così sovraesposta l'informazione relativa alla ISS fosse comunque presente, per quanto con valori dei pixel prossimi al bianco circostante. Infatti.

E niente, stirando ripetutamente l'istogramma e lavorando un bel po' sulla sequenza di fotografie, eccola lì: la ISS è infine apparsa dentro al sole. Non nitidissima per la verità, anche perché con quelle dimensioni il diaframma a f13 introduce molti artefatti, ma sicuramente molto meglio della volta scorsa, al punto che in alcuni scatti della raffica si distinguono bene i pannelli solari e osservando tutta la sequenza si può anche apprezzarne il movimento rotatorio. Centro pieno, insomma.
Ho infine preso i quindici scatti che hanno immortalato il transito in tutta la sua traiettoria e li ho sovrapposti con un semplice algoritmo di stacking per ottenere un'immagine del passaggio completo. Niente di paragonabile a quel che si può trovare in giro per il web, ma accidenti, sono molto, ma molto soddisfatto, considerato che è stato solo il mio secondo tentativo.
Osservo anche che in realtà ho fatto partire la raffica qualche decimo di secondo in ritardo, perché la traiettoria della ISS era dall'alto verso il basso e nel mio stacking si vede chiaramente che in alto "manca" almeno un fotogramma: quando ho iniziato a scattare la stazione era già entrata nel disco solare da una frazione di secondo.

Transito202009b
La mia posizione (pin rosso) rispetto alla traiettoria centrale del transito
TransitoBianco
Uno degli scatti originali, prima dell'elaborazione in ACR
Transito202009c
Il risultato finale dopo lo stretching e lo stacking dei 15 scatti

Adesso devo assolutamente andare a caccia di un transito lunare e sto anche pensando di procurarmi un obiettivo ancora più spinto e nitido. Non escludo di sacrificare il Bigma in cambio, ci sto lavorando ormai da un po' di giorni, anche perché in questi tre mesi di utilizzo ho comunque avuto modo di mettere insieme alcune considerazioni in merito alle quali prossimamente butterò giù due note qui dentro.

Nel frattempo, qualche sera fa c'era un bel cielo limpido sopra casa mia, così ho di nuovo tirato fuori il Bigma, ho montato il moltiplicatore, il treppiede, eccetera e sono uscito in terrazza a far qualche scatto, tanto ormai ho imparato e faccio veloce: ISO100, f/11, 1/100s o comunque lì attorno (*), messa a fuoco manuale in live view, stabilizzatore off, specchio alzato, telecomando, bilanciamento del bianco spostato verso i 4500K.
Qui la Luna non è esattamente piena, ma più o meno al 99% calante (era al 100% una quindicina di ore prima): quanto basta perché la luce solare incida con un angolo sufficiente a mettere in rilievo i crateri sul bordo e mitigare l'assenza totale di tridimensionalità della classica luna piena.
Era una Luna che meritava. Adesso vediamo di dar via bene il Bigma in favore di un upgrade ancora più spinto.

LunaSettembre

(*) Dopo aver scritto questo post ho casualmente scoperto su Google che questa terna di parametri, che ho imparato semplicemente per via sperimentale con le mie prove degli scorsi mesi, è l'impostazione classica per fotografare la luna piena e viene chiamata "la regola dell'11".
TAG: astrofotografia, transiti
10.16 del 14 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
06 Cose che il Bigma
SET Fotoblog
Frecce
TAG: fotografia, frecce tricolori
22.18 del 06 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
04 Più cose in cielo, Orazio, eccetera (Centodieci/75-80, parte due)
SET Viaggi verticali, Centodieci, Fotografia, Spostamenti
Più in cielo che in terra, nel senso. Ché son partito con sei o sette chili di attrezzatura fotografica con il proposito, anche, certo, di sfruttare il cielo buio e limpido dell'Appennino per qualche tentativo serio di astrofotografia, ma principalmente per la caccia fotografica all'orso e ai lupi marsicani.
È stato ben per gli appostamenti che mi son portato dietro il treppiede superpro di piombo e i due chili e passa del Sigma 50-500mm, oltre al Tamron 16-300mm (da tenere al collo durante il trekking), il Sigma 17-55mm (per l'astrofotografia), tre batterie e due power bank, una mezza dozzina di filtri, l'intervallometro col telecomando, iPad Pro, MacBook Pro e sa dio che altro, tutto ripartito fra il mio zaino e quello di Leonardo, mescolato a sacchi piuma, vestiti, giacche a vento, borracce e attrezzatura varia. Avevo quasi una mezza intenzione di partire pure con due corpi macchina, ma poi ha prevalso un nanosecondo di lucidità e ho preso con me solo la 80D.
Per dire, non ero così carico né l'ultima volta in Africa, né in Islanda, né certo lo scorso anno alle Azzorre quando pur andavo a caccia di balene. A pensarci, non lo ero stato nemmeno durante i sei mesi dell'overland in Asia, e dire che allora avevo anche la videocamera.

E niente. Ovviamente ho fatto quasi quattrocento fotografie col cellulare e meno di cinquanta con la Canon, perlomeno se parliamo di foto ad alzo zero, ovvero lo scopo principale del viaggio. Ché di orsi, lupi, financo talpe, cinghiali, lucertole, farfalle, formiche, chessò, almeno dei piccioni, nulla, non abbiamo visto una cippa in tre giorni di trekking e ore, e ore, e ore di cammino e scammellate nella peraltro bellissima e straordinariamente selvaggia natura dell'Appennino, che così selvaggia, e remota, e vuota, e silenziosa, va detto, sulle Alpi te la sogni.
Per contro, quassù al nord, stambecchi, camosci, marmotte e volpi vengono a mangiare al tuo tavolo in campeggio e ti fottono pure lo zaino con la merenda sotto al naso, se non fai attenzione. In Abruzzo no, un tubo, con buona pace del Corriere che mette sempre in home page i boxini con le foto della famiglia di orsi che va in paese a far la spesa, e della segnaletica del parco nazionale che avvisa i viandanti di fare attenzione a non fare a testate con plantigradi e lupi.
Ora, a quanto pare, a contarli ottimisticamente, ci son forse sessanta orsi in tutto l'Abruzzo e il Molise (fonte: le guardie forestali del Parco): dimmi tu la probabilità. Eddai, su.

Insomma: veniteci se vi piace camminare, se volete perdervi nella natura e in mezzo alle foreste vergini, se odiate la gente e non volete incontrare anima viva per giorni e se non avete i soldi per andare nel Pamir, che credetemi, è la stessa cosa tremila metri più in alto, a meno del caciocavallo e del Montepulciano, a più delle yurte dei nomadi kirghizi e dello yoghurt fermentato, che però può dare disturbi gastrointestinali. Il Montepulciano no.
Lasciate invece perdere se volete incontrare forme di vita appartenenti al regno animale, salvo naturalmente avere molta, ma molta, ma molta fortuna, e pazienza, e soprattutto parecchio tempo a disposizione.
Tutto quello che abbiamo avvistato in tre giorni è più o meno riassumibile in una poiana spennata, un paio di cervi e il cane del rifugio, che opportunamente mimetizzato nella bassa vegetazione è stato prontamente venduto sui profili Instagram dei gitanti come feroce lupo abruzzese nell'atto di divorare il gruppo tutto.
Per la verità inseguiva un bel pallone rosso.
Poi, per carità. Magari era davvero un lupo convertitosi a cane per mangiare a ufo, o un cane con antenati lupi marsicani, ci sta.

Comunque, quando dico "abbiamo avvistato" intendo una roba tipo questa, che per chiarirci è scattata con una reflex semipro, un sensore da 24Mp e una focale di oltre 1100mm. Praticamente ci sono due valli in mezzo di distanza.
Vatteli a trovare i sessanta orsi, così.

AbruzzoTip
"Papà, lo vedi laggiù l'erbivoro?"

Ma in fondo anche chissenefrega. Ci siamo divertiti? Sì, e i posti eran magnifici. Certamente indimenticabile è stata la serata soli nella foresta ad aspettare i lupi (che probabilmente erano sulle Alpi ad aspettare pecore): silenzio totale, frontali spente, buio assoluto, Via Lattea dipinta in cielo, non un'anima nel raggio perlomeno di venti chilometri, non una luce, non un sibilo, schiena sul prato della radura fra gli alberi, temperatura perfetta a millecinque suppergiù.
Pamir appunto, Mongolia, Patagonia, cose così per quel che ricordo. Certo non Europa.

E invece, Parco Nazionale d'Abruzzo, zona di riserva integrale (proibitissima, ha detto la nostra guida, prima di sgarrare).
Dove cammini sì per ore e ore senza incontrare anima, senza segnali che indichino il sentiero, che non è proprio detto che si intuisca sempre sempre dov'è, senza punti d'appoggio, nessun segno di antropizzazione, solo tracce (ed escrementi) di orsi e lupi. Quelle sì, magari anche fresche di qualche ora, che io mi sono immaginato per ore che camminassero in fila indiana dietro di noi mentre il capo branco spiegava la vita e i comportamenti degli umani.
Comunque ho fatto fatica. Sarà ormai l'età, sarà che sono allenato zero, sarà il mal di schiena, saran stati i chili sulle spalle del Bigma inutilizzato.

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Trekking nel Parco Nazionale d'Abruzzo

In verità, ci sono poi gli oltre duecento scatti alla Via Lattea. Ché a quanto pare le montagne in quella zona sono fra le zone più buie d'Italia, una delle regioni del mondo più affette da inquinamento luminoso. L'Italia tutta, proprio.
Il nostro campo base, il rifugio della Cicerana, è un punto di osservazione perfetto per l'astrofotografia e dunque sì, la sera ne ho approfittato e ho estratto dagli zaini il Bigma, il treppiede gigante, l'intervallometro, la maschera di Bahtinov (no, la maschera di Bahtinov non l'ho tirata fuori, ché a quel punto mi pesava il culo), il moltiplicatore di focale e bla bla bla, e finalmente ho avuto tempo e modo per provare a mettere a frutto tutto quel che ho studiato la scorsa primavera.

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Mappa dell'inquinamento luminoso in Italia
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Parco Nazionale d'Abruzzo e Rifugio della Cicerana

A dire il vero, non tutto il tempo che avrei desiderato, perché mi sarebbe servita qualche ora per fare un lavoro fatto bene, ma la sveglia era alle cinque del mattino, i compagni di ventura si sono ritirati a nanna subito dopo il liquore alla genziana, provati dalla giornata al passo della nostra guida, e dunque mi scocciava irrompere in camerata in piena notte e svegliarli col mio trafficare. Così mi sono accontentato di un'oretta di sessione fotografica, il minimo per provare a fare le cose un po' seriamente.
E poi faceva anche piuttosto freddo, per dirla tutta.

[Nerd alert: qui inizia la parte più pallosa del post]

Se avessi fatto quel che dovevo fare, e perlomeno avessi prima calcolato correttamente i tempi di posa con la regola NPF, avrei scoperto che con la mia ottica, a quella latitudine e con l'altezza sull'orizzonte alla quale ho scattato le fotografie, avrei potuto usare tempi ben più lunghi, fino a sei-sette secondi, e guadagnare un'enormità in termini di luce. Invece ho fatto a cazzo caso e ho scelto di scattare, chissà poi perché, a 1"3 e 1"6.
Ho portato gli ISO a 1600, senza esagerare, per non rischiare di avere troppo rumore. Diaframma fisso a f/2.8.
Ho scattato tre serie da sessanta foto alla Via Lattea con Giove e Saturno, puntando la zona di cielo più buia in assoluto. Tecnicamente, con quei tempi di posa, circa un minuto e mezzo di integrazione. Pochissimo considerato che per ottenere risultati seri avrei dovuto mettere insieme almeno una mezz'ora di integrazione, che con quelle impostazioni avrebbe significato non meno di 1200 scatti.
Anche coi dark frame ho fatto casino e ne ho scattati solo una dozzina, ma almeno mi sono ricordato di farli. Ai flat frame ho rinunciato e mi sono riservato di prepararli a casa artificialmente, usando come al solito la luce dello schermo dell'iPad.

Per lo stacking ho usato Siril, la registrazione delle immagini è stata effettuata con l'algoritmo Global star, l'unico che con qualche ora di elaborazione sia riuscito ad allineare perfettamente le circa sessanta fotografie di ciascuna serie.
Poi, infiniti cicli di stretching dell'istogramma con Photoshop, ancora riduzione rumore e gradiente a più livelli, eccetera. Qualche giornata di lavoro e di prove varie, insomma.
Alla fine questo è il miglior risultato. Non sono soddisfattissimo, ma tutto sommato è stato il mio primo vero tentativo e una foto come questa era anche una delle ragioni di questo viaggio in Abruzzo.

110202098
Giove e Via Lattea

Comunque non è proprio vero che per tutto il resto del tempo il Bigma è rimasto nello zaino (perlopiù di Leonardo, povero!). Il mattino seguente all'alba, mentre ci incamminavamo per l'ennesima infruttuosa caccia all'orso, ho alzato il naso per aria.
E questa è fatta a mano libera, così al volo. Il Bigma è davvero un bel giocattolo, li ho spesi bene quei soldi.

110202011
La Luna all'alba dal Rifugio della Cicerana
TAG: astrofotografia, Abruzzo, pescasseroli
11.12 del 04 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
24 Di nuovo per strada (Centodieci/75-80, parte uno)
AGO Centodieci
Alla fine, considerate le premesse, quest'estate è già stato un miracolo mettere insieme un programma. Cercavo qualcosa da far coi ragazzi in Italia, al più all'estero nelle vicinanze, nel senso, raggiungibile in auto; una decina di giorni suppergiù, niente di particolarmente faticoso, ché non è anno, né per me gli ultimi son stati mesi di grandi energie e motivazione, anzi.
Qualcosa per staccar la testa, non pensare, superare l'estate cercando di rimettere insieme pezzi, recuperare serenità e forze per l'anno che verrà, che si annuncia tutt'altro che facile per il mio ecosistema. Qualcosa che andasse bene per me e per loro, ché portare in giro da solo due adolescenti non è più com'era dieci o anche cinque anni fa, quando ancora eran bambini e mi seguivano ovunque, bastava un nulla per inventare un gioco ogni momento e far di qualunque giornata un'avventura.

Per certi versi oggi è meno faticoso, ché son completamente autonomi, si fan da soli il proprio trolley, viaggiamo quando possibile in camere separate, hanno un cellulare a testa ed entro certi criteri e contesti posso pure dar loro qualche libertà alla sera ovunque siamo, ma per contro diventa sempre più difficile coinvolgerli, o perlomeno condividere interessi con loro, soprattutto considerati alcuni borderline dei miei: per dire, non è ad esempio così immediato trasformare il Progetto 110 in un'ipotesi di vacanza coi ragazzi, se le tappe in programma sono Isernia, Frosinone, Latina, Campobasso; già rischierebbero di affondare un normale adulto che sogna un ombrellone da undici mesi, immagina una coppia di adolescenti che stai per strappare per un paio di settimane alla compagnia del mare, ai fidanzati/e, alle serate in spiaggia. Poi dici il parricidio.
Così, non era in effetti una qualche tappa del Progetto 110 ad essere fra le ipotesi ragionevoli sul tavolo, né peraltro i figli erano la sola ragione per cui. Ma poi.

Avevo in mente qualcosa tipo un breve trekking di due o tre giorni, magari una spiaggiata al volo, guidare un po' in giro, ché i mesi del lockdown mi han lasciato addosso il bisogno di chilometri, di movimento, di viaggio itinerante ancor più di quanto già normalmente non sia nella mia natura e solito fare. Pensavo anche a un ritorno in tenda nel nostro vecchio eremo in Valnontey, ma non avevo gran voglia di mettere in piedi tutta la logistica del caso. O magari in Verdon, dopo trent'anni e più, abbinando qualche giornata sulla Costa Azzurra. Boh, cose così.
Alla fine l'idea me l'ha suggerita un collega alla macchinetta del caffè, accennandomi ai trekking fotografici con guida organizzati nel Parco Nazionale d'Abruzzo e in Majella, a caccia di orsi e lupi. Così mi son messo a googlare. Ho tirato la monetina per scegliere fra alcune possibilità sul piatto e il centro di gravità è infine caduto su un'organizzazione di Pescasseroli, dove abbiamo quindi piazzato il campo base per qualche giorno.
Risolto dunque il problema di inventarmi un obiettivo che attirasse i ragazzi (ma che fosse di stimolo anche per me), ho costruito il resto del giro a inanellare qualche tappa del Centodieci, che tant'è.

Per la verità avevo qualche remora nel tornare in Abruzzo, già meta due anni fa di un breve viaggio per molti versi indimenticabile e costruito in corsa, come questo. Anche in quella occasione ero a caccia di capoluoghi per avanzare nel progetto.
Da allora era rimasto arenato in porto e questi ultimi mesi avevo preso in considerazione l'idea che fosse in via definitiva, che anche il Progetto 110 dovesse finir chiuso in uno scatolone, con mille altre cose. Però.
C'è che io non finisco mai le cose. Le inizio, mi ci accanisco per settimane, mesi, anni, come fossero l'unico scopo della mia vita, e quando ormai ci sono in mezzo, viaggiano regolari, quando so che potrò portarle a termine, le abbandono.
È la storia intera della mia vita.

Così ho guardato la cartina dell'Italia. Partendo dall'Elba avevo diverse opzioni a disposizione e sarebbe stato un peccato buttare l'occasione.
Ho messo in fila Latina e Frosinone, che eran parte di un altro piano mai andato in porto; Isernia e Campobasso, che avrebbero dovuto rientrare nell'itinerario di due anni fa, ma poi non ci fu abbastanza tempo; Chieti e Pescara, sempre lì a tiro e mai timbrate in favore di altre destinazioni.
In mezzo, preciso, il trekking sulle montagne di Pescasseroli e qualche altra deviazione fra Abruzzo, Molise e Marche.

E niente. Con i sei capoluoghi messi in fila a 'sto giro, grazie anche alla pazienza e collaborazione dei "Tati", sono arrivato a ottanta capoluoghi su centodieci. Ho impiegato undici anni per arrivare fin qui. Ho la foto scattata col cellulare di ottanta (*) dei centodieci duomi dei capoluoghi italiani (**).
In questi undici anni ho cambiato otto cellulari, ho cambiato tre case e ho vissuto in trasferta in dozzine di hotel in tutti i continenti, ho fatto due giri del mondo completi e un terzo a pezzi, ho cambiato vita almeno tre o quattro volte, ho cambiato non meno di dieci lavori e sono cambiato io, ho fatto cento progetti mai iniziati, altri cento ne ho mollati per strada ed è cambiato tutto attorno a me, ma il Centodieci è sempre lì.
Con questo giro ho completato quattordici regioni su venti. Mi manca Matera in Basilicata, Caserta in Campania. In quattro regioni sto ancora a zero: Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. A spanne, mi serviranno otto-dieci viaggi ancora per concludere il progetto, di questo passo diciamo circa una decina di anni se potrò riprendere a girare il mondo e a inseguire altri progetti, molto meno altrimenti.

Ottanta inizia ad essere un numero importante e no, non lo mollo il progetto. Voglio portarlo in fondo.
È una cazzata. Arriverò a centodieci, impiegherò altri dieci anni e alla fine me ne starò lì, con le mie centodieci brutte fotografie scattate col cellulare, senza sapere che farmene, ma col mio album delle figurine completo. Non serve a nulla, ma serve a me.

Camminando per le vie di Campobasso, mentre ragionava fra sé e sé sul fatto che tutto ciò abbia in effetti una sua logica (da qualcuno ha ben preso), Leonardo all'improvviso mi ha detto "Papà, bisogna che inizi a pensare a un altro progetto per quando avrai terminato questo".
Gli ho risposto che ce l'ho già in mente ed è molto più difficile.
Ovviamente.

(Del trekking nel Parco Nazionale d'Abruzzo ne parliamo al prossimo giro)

110202099
L'itinerario di questa estate
110202000
Situazione attuale del Progetto 110
110202001
Latina, Cattedrale di San Marco
110202002
Frosinone, Cattedrale di S. Maria Assunta
110202003
Isernia, Cattedrale di San Pietro Apostolo
110202004
Campobasso, Cattedrale della Santissima Trinità
110202005
Chieti, Cattedrale di San Giustino
110202006
Pescara, Cattedrale di San Cetteo

(*) In realtà i duomi che ho fotografato fino a oggi sono 83, per via dei doppi capoluoghi: Pesaro-Urbino (PU), Massa-Carrara (MS) e Forlì-Cesena (FC).
(**) Per la verità alla fine saranno 119, contando i doppi capoluoghi dell'Ogliastra (OG), Carbonia-Iglesias (CI), Medio Campidano (VS) e Olbia-Tempio (OT), e il triplo Barletta-Andria-Trani (BT).

Nota per quei due o tre follower superstiti ancora affezionati a questo sito: poiché ormai tengo in vita solo il blog e non aggiorno più le altre pagine di Orizzontintorno, questo viaggio non comparirà nella sezione Spostamenti.
Fotografie e itinerari si trovano ormai tutti su SmugMug.

TAG: Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso, Chieti, Pescara, Abruzzo, Molise
23.43 del 24 Agosto 2020  
   
23 Qualcosa di buono
AGO Masterchef, Running, Salute
Poi niente, avevo fermo 'sto post in canna da tre mesi, più che altro a mo' di sintesi della prima metà di quest'anno.
Che in sintesi, appunto, non ho idea - e non ho alcuna intenzione di verificarlo - di quanti chili mi abbia regalato la primavera in quarantena, ma se sto ai buchi della cintura fanno un paio di taglie sicure. Per dirla in altri termini, in pochi mesi ho buttato via gli sforzi di circa tre anni, complice l'avere contemporaneamente abbandonato quasi del tutto il ritorno alla corsa che ero riuscito a coltivare fino a un po' di tempo fa.
Da ormai parecchi mesi ho pressoché smesso, a meno di voler considerare "correre" quella specie di trotterellare a cui mi forzo stancamente più o meno una volta alla settimana, spinto più che altro dal senso di colpa, senza peraltro essere ormai più in grado di mettere in fila nemmeno dieci chilometri e men che meno tenere perlomeno una cadenza dignitosa, dove per "dignitosa" intenderei "un po' più rapida del camminare veloce". Invece no.

Non ci riesco più. Direi che sono proprio al capolinea questa volta, anche perché i buchi della cintura da soli non sono più una motivazione sufficiente ormai da tempo. Non posso nemmeno giustificarmi con l'età, considerato che conosco parecchia gente ben più avanti di me che ancora corre le mezze e se ne sta abbondantemente sotto i sei minuti al chilometro senza alcun problema.
Comunque, tornato dalle ferie, ho comprato l'ennesimo paio di scarpette nuove, anche perché quelle precedenti avevano ormai tre anni e almeno duemila chilometri sotto alle suole. Le scarpette nuove sono sempre una buona ragione per portare il culo fuori di casa almeno con cadenza settimanale, non fosse altro per non sentirsi stupidi nell'aver buttato via denaro inutilmente.

Comunque. L'obiettivo qui era semplicemente raccogliere i risultati del lockdown invernale-primaverile in un unico post, a titolo di memoria per i posteri e di classifica.
In testa ha fatto il vuoto la fügassa: mai ho raggiunto tale grado di perfezione assoluta con un prodotto casalingo, ma va detto che per ottenere questo livello di qualità ho lavorato sette ore con farine e malto specifico procurati clandestinamente sul dark web.
Al secondo posto si è piazzata senza dubbio alcuno la cheesecake decorata coi frutti di bosco, che avrebbe potuto far concorrenza senza timore a quelle di Starbucks, ma il cui contenuto calorico è stato responsabile di buona parte dei chili supplementari che mi sono portato dietro in questa estate che sta andando a chiudersi.
Meno riuscite sicuramente la mia prima crostata (con la pasta frolla ho ancora parecchio da imparare), la Guinness cake (anche perché l'abbiamo fatta con la Peroni) e l'inutile torta allo yoghurt, ribattezzata cheesefake.
Menzione d'onore per la diplomatica: il pan di spagna non mi è venuto un granché, ma la crema pasticcera e le sfoglie erano perfette.

Insomma, tutto il resto no, ma qualcosa di buono il lockdown lo ha comunque portato.

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TAG: coronavirus, quarantena, cucina, torte
16.21 del 23 Agosto 2020 | Commenti (0) 
   
23 Storia delle mie notti ai tempi, eccetera /2: Neowise e oltre
AGO Fotografia, Fotoblog
Ne ho viste di bellissime, di foto di Neowise, persino fatte col cellulare. Avrei forse dovuto approfittare della prima metà di luglio, quando era possibile vederla prima dell'alba, ma non ce l'ho proprio fatta ad alzarmi alle tre del mattino per andare in cerca di un qualche luogo con l'orizzonte aperto verso nordest e mettermi lì a quell'ora assurda a montare tutta l'attrezzatura, farmi un'ora di appostamento, eccetera.
Così ho aspettato la seconda metà del mese, quando ha iniziato ad essere visibile anche dopo il tramonto, fra l'altro in una posizione potenzialmente per me più favorevole, perché in teoria avrei potuto fotografarla agevolmente dalla mia terrazza che guarda proprio a nord-ovest, sotto all'Orsa Maggiore.

In verità, attorno a Milano, è stato pressoché impossibile osservarla di sera a occhio nudo. L'inquinamento luminoso ha reso difficile persino trovarla con il sensore fotografico, senza considerare che nelle giornate teoricamente più favorevoli il cielo è stato nuvoloso proprio a nord-ovest.
Un paio di scarsi successi dalla terrazza sono riuscito lo stesso a portarli a casa, ma nulla di cui essere soddisfatti. Così ho cambiato strategia e per un paio di serate mi sono trasferito in alta Brianza, a Monticello, da cui si apre un ampissimo panorama che abbraccia tutto l'arco Alpino dal Monte Rosa alle Grigne, sul quarto di orizzonte ovest-nord. Non ho risolto il problema dell'inquinamento luminoso, ma almeno me ne sono stato appostato qualche ora in un campo all'aperto pressoché al buio, a farmi mangiare dalle zanzare e con il bonus di un paio di tramonti meravigliosi sulle montagne.

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Appostamento a Monticello, Brianza

Detto che a occhio nudo era pressoché invisibile, a meno di non averla prima individuata in altro modo e dopo aver abituato gli occhi a guardare nell'oscurità per almeno un'ora, mi sono affidato ai sensori del cellulare e della macchina fotografica, spazzando con scatti casuali ad ampio campo visivo e ISO altissimi il settore di cielo dove Neowise avrebbe dovuto trovarsi ed esplorando con pazienza le immagini alla ricerca della scia della cometa. Una volta localizzata, l'ho puntata con lo zoom al massimo, ho messo a fuoco in manuale e dato il via alle sequenze di scatti per lo "stacking".
Ho scattato serie da 50 fotografie con tempi fra 1"3 e 1"6 e diaframma aperto al massimo, 5.6 o 6.3 a seconda della distanza focale, usando il Sigma 50-500mm. Tecnicamente, poco più di un minuto di integrazione per immagine. Ho impostato gli ISO a 640 e a 1600, a caso. Non volevo troppo rumore di fondo, ma d'altra con tempi di scatto così brevi avevo anche bisogno di guadagnare un po' di luminosità. Insomma, ho tirato a indovinare, da buon principiante.

Ho poi ripreso anche una cinquantina di dark frame per ciascuna immagine di riferimento, usando le stesse identiche impostazioni utilizzate per gli scatti alla cometa (i "light frame"), semplicemente coprendo la lente con il tappo copriobiettivo senza nemmeno tirar la macchina giù dal treppiede, come insegnano i manuali del bravo astrofotografo. Non avevo invece capito che avrei dovuto riprendere i "flat frame" allo stesso modo, a pari condizioni ambientali, così mi sono arrangiato e li ho preparati artificialmente a casa, fotografando lo schermo luminoso dell'iPad con le stesse impostazioni in macchina usate per fotografare la cometa.

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Preparazione dei "flat frame"

Insomma, il risultato è qua sotto: non sono all'altezza di quel che si può vedere in giro per i social network (sui gruppi di astrofotografia di Reddit ho visto foto pazzesche) e soprattutto non sono riuscito a fotografare la doppia coda blu e gialla, che era la peculiarità di Neowise e che un po' tutti quelli che si sono messi di impegno han catturato, ma sono ugualmente soddisfatto. Considerate le premesse, non era un risultato scontato, né comunque facile.
Poi vabbè, ho visto in giro foto incredibili prese col cellulare, ma qua era davvero impossibile e peraltro va da sé che la risoluzione e la qualità di queste è ovviamente diversa.

Per lo stacking e la registrazione delle immagini ho usato Siril, praticamente l'unico software gratuito per astrofotografia disponibile su Mac OS. La post produzione l'ho fatta con Photoshop e Adobe Camera Raw, ed essenzialmente consiste nello stretching a più riprese dell'istogramma e nella rimozione del gradiente dall'immagine TIFF ottenuta dal procedimento di stacking.
Sul mio iMac di qualche anno fa, l'intero processo di registrazione e stacking di tutti i frame (bias, dark, flat e light), lavorando con 50 immagini e usando algoritmi di registrazione avanzati (la cometa si muove in modo differente e più rapido rispetto alle stelle e questo rende difficile il processo di registrazione), ha richiesto qualche ora.

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Cometa04
C/2020 F3 (Neowise)

Alla fine ho impacchettato tutta l'attrezzatura e sono partito per una ventina di giorni di ferie. Durante la prima settimana all'Elba mi sono tenuto in allenamento approfittando di una bella Luna quasi piena, in attesa di misurarmi coi cieli limpidi e privi di inquinamento luminoso del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Ma questa è un'altra storia.

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TAG: astrofotografia, neowise, luna
15.59 del 23 Agosto 2020  
   
14 Un anno
AGO Diario, Amarcord
"Non ora, non fra un anno, ma prima o poi."

E invece.
16.06 del 14 Agosto 2020  
   
06 Trova le differenze [Il senso della vita, s02e19]
AGO Diario, Amarcord
Ero lì sulla sdraio e guardavo Leonardo in riva al mare, e all'improvviso mi è venuta in mente quella foto che mi scattò mio padre proprio qui (*), trentanove anni fa esatti, giorno più giorno meno. Avevo sedici anni, l'età di Leonardo oggi.
Così nulla, gli ho scattato una foto. Poi sono andato a buttarmi in acqua per cancellare la malinconia e la commozione.

16anni1
1981, Isola d'Elba
16anni2
2020, Isola d'Elba

(*) Non era proprio qui, ma un paio di chilometri più in là, ché da allora ci siamo spostati di spiaggia, ed è l'unica cosa che è cambiata in questi quarant'anni di buen retiro elbano. Forse dovrei scrivere un post anche su questo.
TAG: cose mie, vita
00.53 del 06 Agosto 2020 | Commenti (0) 
   
27 Lettera
LUG Amarcord, Diario
In attesa di imbarcarmi al molo numero 7, l’app che da qualche anno traccia i miei spostamenti mi ricorda che ne sono trascorsi due esatti dall’ultima volta che sono stato qui al porto di Piombino. L’anno scorso non eravamo riusciti a venir giù nemmeno un weekend, come del resto nel 2017. Due anni fa ero qua da solo coi ragazzi, come oggi.
Per meglio dire, ero già da solo allora, anche se non me ne rendevo conto. Del resto ero da solo con loro anche quattro anni fa.
Così, la sera, mentre sono in terrazza a fare la consueta foto a Rio illuminata, come faccio da ormai più di vent’anni ogni volta che arrivo qui e come prima cosa mi affaccio a guardare il continente al di là del mare, mi ritrovo a pensare con amarezza che questo luogo che così tanto amo, dove ho sempre pensato che prima o poi potrei trasferirmi per sempre e che avrei voluto come mille altre cose vivere e dividere con te, questo luogo alla fine non è mai stato fra quelli che in qualche modo han fatto parte di noi, perché la verità è che qui, insieme, siamo venuti molto poco e perlopiù abbiamo vissuto momenti infelici.
O almeno questo è ciò che la mia memoria, al momento, riesce a ricordare. Col senno di poi.
Con molta cautela mi avventuro a guardare indietro nel tempo, fra le fotografie, ché magari mi sbaglio. E no, non ne trovo insieme qui, felici. Anzi. Quasi non ne trovo affatto, e quelle che trovo vorrei dimenticarle, adesso che le guardo con altri occhi.
Con i tuoi.

Quel che la app non ricorda, ma che io invece so, è che un anno fa esatto oggi partivamo per le Azzorre. Il 27 luglio 2019 non lo sapevo ancora, ma sarebbe stata l’ultima volta.
A differenza di questa casa che guarda il mare da lontano, le Azzorre purtroppo ci apparterranno per sempre. Alla fine, uno dei luoghi più belli dove sia mai stato in vita mia e, ne sono certo, anche tu, uno dei pochi dove davvero abbia pensato che ci saremmo potuti trasferire per sempre, rispetto al quale provare a fare qualche ipotesi per una vita alternativa per noi due, alla fine è il primo che vorrei poter cancellare dalla mia memoria e quello dove probabilmente, in questi anni, sono stato più infelice. Io, tu, tutti noi.
E pensare che le avevo sognate per anni.
Nessuno di noi oggi parla più delle Azzorre.
In macchina ho detto, sottovoce, “un anno fa oggi partivamo per le Azzorre”. Non ha risposto nessuno.

Guidavo di nuovo lungo la A12, dopo due anni, e riflettevo anche su questo mentre oltrepassavamo l'uscita per Massa. Pensavo a quando ci eravamo venuti apposta io e te, a Massa, e poi a Carrara, per infilare insieme qualche tappa del Centodieci. Che, certo, era un progetto mio, che avevo inventato io, ma che era diventato di noi due. Ci era servito come spunto per costruire qualche vacanza improvvisata e qualche fuga delle nostre, delle quali ho ricordi meravigliosi. Ti ricordi la foto sotto il cartello di Fermo?
Qualche decina di minuti più tardi mi lasciavo a sinistra la Torre di Pisa all’orizzonte: sette anni fa eravamo lì sotto insieme. Era stata la prima volta in cui tu e i ragazzi vi eravate incontrati. Ricordo ogni istante di quel giorno. Ho trattenuto le lacrime a fatica, avevo Leonardo seduto a fianco e se ne sarebbe accorto immediatamente.
Ma qualcosa avevo bisogno di dire e siccome sono mesi che in casa non ne parliamo più sono riuscito solo a dire, con la voce molto bassa e un po’ rotta, “di L. non so più nulla da mesi ormai, è proprio sparita”.
Leonardo ha staccato per un istante lo sguardo dal telefonino, ha guardato davanti a sé, non ha detto nulla. Poi è ritornato al suo video su YouTube.
Anche Pisa ce la siamo lasciati alle spalle, e il raccordo per Firenze.

Così me ne sto affacciato alla terrazza, c’è una bella brezza e si sta bene. Penso a questa casa che guarda il mare da lontano, a Massa, a Pisa e a un anno fa mentre ci imbarcavamo sul volo che ci avrebbe portato alle Azzorre e allontanato per sempre.
Quest’anno è volato via a una velocità spaventosa, se possibile ancor più di tutti gli anni precedenti, e un anno fa, visto da qui, in questo momento mi sembra una vita intera.
Quest’anno è pesato per dieci, per me. Per le mie energie, per la mia stanchezza, per il mio tempo. Me lo sento addosso come un macigno, e non riesco a sollevarlo. Non ci riesco più.
So di aver perso per sempre la mia occasione. Quella che ti passa davanti una sola volta, davvero, nella vita, e bisogna saperla riconoscere. La follia sta nel fatto che l’avevo riconosciuta eccome fin dall’inizio e l’ho lasciata scappare lo stesso, per non dire che ho fatto tutto il possibile per distruggerla da solo con le mie mani.
Nessuno me la ridarà più indietro.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo. Mi ha preso questa cosa di mettermi a fotografare le stelle, per il momento con risultati pessimi. Ma studio parecchio, faccio prove, mi ci accanisco un po’, come tutte le cose nelle quali di tanto in tanto mi tuffo senza motivo. Le mie manie assurde, lo sai.
Tanto non dormo. L’altra notte alla fine sono andato a letto alle quattro passate dopo aver scattato più di mille foto.
In qualche modo ho cominciato dopo un momento di follia, una sera di qualche settimana fa. Non so perché mi è venuto da fare una cosa che evito sempre come la peste, perché so quanto pericolosa sia. Sono passato a vedere i tuoi profili.
Su Instagram, fra mille foto bellissime come al solito, ché hai sempre avuto un talento meraviglioso per le immagini, ce n’era una recentissima, di pochi giorni prima. Un tavolino per due. A Milano, sui Navigli.
Milano. Sei dunque tornata a Milano. Ma questa volta non per me.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo e a scattare fotografie. Non so più dove altro guardare. Ovunque guardi, davanti a me, non riesco a sfuggire al male, per quanto ci provi, e più provo a sfuggirgli più mi prende a tradimento, senza alcun preavviso, scavando ogni volta un vuoto sempre più profondo, finché non mi arrendo sfinito e lo lascio fare, aspetto solo che passi l'ondata, ogni volta.
Eppure devo ben guardare avanti.
Fra qualche giorno riparto coi ragazzi. Faremo un po’ a metà, qualcosa che serva a me per provare a risalire e ad avanzare un altro po’, qualcosa che possa interessare loro e divertirli, per quanto ancora possano divertirsi alla loro età a star con un padre stanco e solo, senza energia, che passa le serate a fotografare un cielo perlopiù buio.
Staremo via poche giornate, giusto per non buttare via questa estate. Spero non si annoino troppo, del resto ho bisogno io di loro, ora. Tutto sommato il Covid mi ha pure dato la scusa per non dovermi confrontare con qualcosa che non sarei stato in grado di affrontare, adesso, da solo con loro.
All’Elba rimarrò poco, appena qualche giorno per provare a riconciliarmi con questo posto, o capire infine che no, non ci verrò mai per fermarmi una volta per tutte.
All’improvviso mi rendo conto che qui non sono mai stato davvero felice, fatto salvo forse a sedici o diciassette anni. Di sicuro invece negli ultimi venti è diventato un posto dove sono sempre stato solo. Sempre. Anche quando non lo ero.
Non è questo che voglio, non affacciarmi da solo a questa terrazza.
Non ho mai sognato questo.
Io volevo un’isola per due.
Qualunque isola.
Non era l’isola in sé.
E noi ne abbiamo viste di bellissime.

Elba202002
TAG: Elba
22.48 del 27 Luglio 2020  
   
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