Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


17 Prova in strada
LUG Fotoblog, Fotografia, Diario
Alla fine comunque c'è sempre un buon motivo per non rinunciare alla reflex, al di là dei viaggi. L'eclissi capita a proposito mentre preparo l'attrezzatura da portare alle Azzorre: ci sono giusto da provare la Canon 80D e il nuovo convertitore 1,4x della Kenko montato sullo zoom EF 70-300, che tirato alla lunghezza massima, grazie al crop del sensore APS e al moltiplicatore, arriva a una focale di oltre 670mm.
Per la verità, la combo zoom + convertitore non è il massimo in termini di luminosità e qualità dell'immagine, soprattutto a fronte di condizioni abbastanza estreme e difficili da interpretare come quelle di un'eclissi lunare parziale, ma lavorando un po' con Adobe Camera Raw alla fine i risultati non sono pessimi.

Peccato la Luna bassa sull'orizzonte. Ho anche sbagliato a tenere gli ISO fissi a 100, avrei potuto tranquillamente scattare con valori più elevati e tempi di posa decisamente inferiori.
Dicono che nel 2028 avrò un'altra ottima opportunità.

EclissiLuna1
EclissiLuna2
EclissiLuna3
EclissiLuna4
TAG: eclissi, luna, canon
14.57 del 17 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
08 APS-C ancora una volta
LUG Fotografia
Per la verità l'idea iniziale era di disfarmi della reflex, o perlomeno di parcheggiarla definitivamente e rivoluzionare una volta per tutte il mio corredo da viaggio, migrando a una bridge. Ho scritto diverse volte qua dentro del come e del perché ormai già da qualche anno abbia rinunciato in linea di massima a viaggiare con l'attrezzatura fotografica completa e ad accontentarmi del cellulare nella maggioranza delle situazioni, soprattutto in virtù dell'evoluzione delle ottiche degli smartphone di ultima generazione (considerati gli ovvi limiti, il mio attuale iPhone XS fa obiettivamente delle foto di ottima qualità anche in condizioni di luce difficile, come è stato ad esempio nel caso del recente viaggio di lavoro in India, ed è pure equipaggiato con uno zoom ottico di base).
Ormai da anni mi piace viaggiare il più leggero possibile, col solo bagaglio a mano: la reflex e le sue ottiche significano portarsi uno zainetto in più di qualche chilo che va fra l'altro a scapito di equipaggiamento altrimenti più utile, senza contare poi la schiavitù derivata dal doversi prendere cura dell'attrezzatura per tutto il tempo e il doversela trascinare sempre dietro.
C'è poi il fatto che alla fine, di cento foto che scatto in viaggio, novantacinque sono semplici ricordi personali senza alcuna pretesa che rimangono perlopiù sepolti nei miei hard disk, e molto raramente rimpiango di non avere con me una macchina fotografica seria, a meno che il viaggio stesso non abbia una motivazione in questo senso.
Ad esempio, non avrei certo potuto rinunciarvi cinque anni fa in Sudafrica per catturare gli animali, o l'anno successivo in Islanda per fotografare l'aurora boreale, e nemmeno due anni fa a Madeira per riuscire a scattare queste foto ai delfini (e pensare che fino all'ultimo momento ero stato indeciso se portarla o meno). Rimane però il fatto che nella maggior parte dei viaggi degli ultimi anni ho rinunciato ad avere la reflex con me e non me ne sono pentito, come è accaduto anche in occasione del giro del mondo dello scorso anno.

Fra un paio di settimane partiremo (finalmente, dopo anni che le avevamo in programma) per le Azzorre, un viaggio perlopiù fotografico fra i cui obiettivi c'è di avvicinare il più possibile le balene. Non è certo un viaggio da cellulare ma, di nuovo, si ripropone il tema del dover partire con qualche chilo di attrezzatura fotografica.
Alla ricerca di un compromesso, mi sono messo a studiare e dopo il solito benchmarking di un paio mesi mi ero infine orientato sulla Sony DSC-RX10M4, una bridge con caratteristiche fuoriserie, probabilmente la migliore in assoluto oggi nella sua categoria: sensore full frame da 20mp, uno spettacolare zoom 24-600mm f2.4-4, raffica monster da 24 scatti al secondo, formato raw, modalità tradizionali di scatto e avanzamento come una normale reflex. Di fronte alla lista delle specifiche tecniche, all'improvviso la mia povera Canon 60D mi è sembrata un'inutile e ormai datata zavorra.
Unico neo della Sony, il prezzo (in realtà costa la metà di una reflex full frame seria): sfrugugliando sul web si riesce a portare via a poco meno di 1.600€, comunque eccessivo purtroppo in questo momento per le mie tasche.
A malincuore ho dunque messo la RX10M4 in wishlist, rimandando a un futuro più ricco, ma ormai mi ero messo a studiare. E quindi.

Volendo aggiornare la mia attrezzatura in occasione del nuovo viaggio, senza spendere una fortuna e considerato il mio attuale parco ottiche, la strada era una sola: rimanere nel perimetro delle reflex Canon.
A questo punto si è trattato di scegliere se restare sul sensore APS-C (canditate la 80D e la 7D Mark II) o fare il passaggio definitivo al full-frame (candidata pressoché unica, visti i prezzi, la 6D Mark II).

Il corredo obiettivi della mia Canon in questo momento è abbastanza soddisfacente: ho un bel 17-55 EF-S f2.8 stabilizzato, un 17-70 f2.8-4 della Sigma per sensore APS ed un 70-300 EF f4-5.6 stabilizzato, che col sensore ridotto diventa un 480mm.
Ho anche preso un buon moltiplicatore 1,4x della Kenko per tirare lo zoom fino a 670mm. Mangia un (bel) po' di luce, ma costa un decimo di un "bianchino" usato della Canon e per fotografare in mezzo al mare in pieno sole va più che bene senza nemmeno bisogno di tirare troppo gli ISO, consentendo di scattare ad f8 con tempi sufficientemente rapidi da limitare il micromosso.
Per un po' ho anche cercato su eBay qualche offerta per un bianchino Canon usato 100-400 o per il Sigma 100-500, ma alla fine sono pur sempre ottiche che viaggiano fra il chilo e mezzo e i due chili, e tutto sommato no, prezzo a parte non ho davvero voglia di viaggiare così pesante per far tre foto buone ad essere fortunati. E poi, a meno di non partire con tre obiettivi, fra il 17-55 e un 100-x mi rimarrebbe scoperto un intervallo di focali troppo ampio, che fra l'altro è quello che uso maggiormente durante il giorno.
In ogni caso, con la mia configurazione di ottiche, passare al full frame avrebbe significato dover ricomprare anche uno zoom con la focale corta, tipo un 24-70 f2.8, poiché il Canon 17-55 e il Sigma 17-70 sono compatibili solo con il sensore APS-C. Alla fine la scelta di rimanere sul formato ridotto è stata dunque pressoché obbligata, ma non certo a malincuore viste le eccellenti caratteristiche delle due reflex candidate rimanenti.

Morale. In principio fu la Canon 20D, la mia prima reflex digitale, acquistata nel 2005. Lasciavo alle spalle una storia mai decollata con una Nikon F65 e una precedente convivenza pluriennale con la Yashica, passata attraverso diversi modelli.
Nel 2010, complice il mercato dell'usato di Seoul, feci un doppio upgrade nel giro di una settimana, passando prima alla Canon 30D e subito dopo alla 40D. Nel 2014 fu la volta della Canon 60D, aggiornamento obbligato in seguito al furto della 40D a Johannesburg.
Oggi, spendendo un quarto rispetto alla Sony di cui alla lista dei desideri lassù, è infine entrata in casa la Canon 80D e almeno sulla carta si tratta di un salto notevole rispetto alla 60D.

A parte la differenza di prezzo nei confronti della 7D Mark II, fra le ragioni per cui alla fine mi sono deciso per la 80D ci sono la maggior risoluzione, il fatto che sia un modello più nuovo, il range dinamico decisamente maggiore, il touch screen e lo schermo del live view orientabile. Rispetto alla 7D manca purtroppo il GPS (una caratteristica che apprezzo tantissimo e che ormai dovrebbe essere un must-have), la raffica è un po' più lenta e manca anche il doppio slot per le schede di memoria, ma trecento euro sono tanti e le funzionalità in più non giustificano secondo me la differenza di prezzo a sfavore della 7D, soprattutto a fronte del sensore migliore e più nuovo della 80D.

Adesso però, mentre le guardo affiancate sul tavolo, già lo so: andrà a finire che partirò con entrambi i corpi macchina, ché zainetto per zainetto vuoi mettere la comodità di non dover cambiare obiettivo, ma averli entrambi pronti all'occorrenza.
Intanto faccio il primo scatto in automatico dalla finestra di casa con la 80D, lo zoom tirato al massimo e il moltiplicatore di focale, tanto per capire quanto rumore si porta dietro lasciandola lavorare da sola. Dopodiché non resta che configurarla (cinquecento pagine di manuale, nemmeno l'Apollo 11 credo ne avesse così tante), pulire i filtri, mettere in carica le batterie e procurarsi uno zaino apposta per ficcar dentro tutto.
Appuntamento a Pico e dintorni fra qualche settimana.

EOS80d3
EOS80d4
Primo scatto con la 80D: 300mm con Kenko 1,4x e sensore APS = 672mm
TAG: canon, fotografia, reflex, bridge
17.53 del 08 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Shots from Goa, India
LUG Travel Log: Business Trips 2019
All’aeroporto di Mumbai sono le tre del mattino, fa caldo, sono stanchissimo, sudato, avrei più di dure ore a disposizione per provare a chiudere occhio fra un volo e l’altro, ma se ne vanno irrimediabilmente a combattere con la demenziale burocrazia indiana. A iniziare dall’immigrazione: infilo la corsia veloce riservata alla business class e ai frequent flyer, ma evidentemente in India hanno tutti un qualche status privilegiato, perché sto in coda quasi un’ora, nemmeno fosse ora di punta a Houston. Quando finalmente è il mio turno mi chiedono la carta d’imbarco (in uscita? Chissà dove accidenti l’ho infilata alla partenza), mi prendono le impronte digitali e mi fotografano (ma non lo avevano già fatto apposta al consolato a Milano per rilasciarmi il visto?), mi interrogano, mi chiedono della mia professione, del mio itinerario, delle mie precedenti esperienze in India, delle mie prossime tappe. Dico “Goa” e il poliziotto mi strizza l’occhio: “Ah, vai a divertirti eh?”.
No, vado a lavorare e sono stanco, nel frattempo si son fatte le quattro e se mi tiene ancora un po’ lì a menarmela perdo il volo in coincidenza.

Mi ci vuole un’altra ora, tutta, per attraversare i controlli in aeroporto fra gli arrivi internazionali e le partenze domestiche. Devo anche passare attraverso la coda del ritiro bagagli anche se non ho nulla da ritirare, ma non esiste scorciatoia per i trasferimenti. Mi ricontrollano il passaporto e il bagaglio a mano almeno cinque volte, ogni volta uno scanner, ogni volta mi timbrano la carta di imbarco, ogni volta devo passare la perquisizione, ogni volta una fila e sono quasi certo che almeno in un’occasione il percorso ripassi dal via, perché mi ritrovo in coda a quello che sono sicuro essere l’ufficio immigrazione iniziale, questa volta nella corsia normale, dove naturalmente mi ritimbrano la carta di imbarco, che a questo punto è quasi illeggibile.
Dal momento in cui sbarco a Mumbai mi bastano pochi minuti perché l’India mi investa in pieno ed eccolo lì, il passato mi piomba addosso per intero e all’improvviso sono a diciassette anni fa, mi sento come se non fossi mai andato via. Tutta la fatica e la frustrazione dei mesi dell’overland in Asia, naufragati nell’aria liquida del subcontinente, mi travolgono oggi come allora, e mi assale una stanchezza infinita.
Arrivo a prendere il mio volo Air India per Goa per un soffio. È quasi l’alba, piove, l’aereo è vuoto, la business class è larga e comoda, e sono praticamente da solo. Chiudo gli occhi un po’ mentre decolliamo per l’ultimo balzo di questa notte interminabile e mi lascio trasportare dagli eventi.

Il sole sorge al di sopra dello spessissimo strato di nuvole monsoniche e una luce stupenda illumina il cielo della costa occidentale. Ormai posso rinunciare alla speranza di riposare almeno un’ora. Faccio colazione a bordo e scatto mille fotografie dall’oblò al mio ritorno in India.
L’aeroporto di Goa è un buco di posto stanco, fradicio e fatiscente. Anche qua, code e controlli infiniti. Per uscire dal terminal, nonostante arrivi da un volo domestico, mi ricontrollano passaporto, bagaglio e carta di imbarco almeno tre volte e a ogni controllo me la timbrano.
Metto finalmente, davvero, nuovamente piede in India dopo diciassette anni. Mi libero rapidamente di pochi, poco convinti e stanchi touts, e mentre cerco di identificare il mio autista mi ritrovo a pensare che da qui potrei anche tornare a casa via terra, e che lo so fare.
L’ho fatto davvero, una volta. Vorrei rifarlo. Lo rifarò, prima o poi.
Per ora il passato è qui, attorno a me. Lo riconosco tutto, lo respiro immediatamente. Non so se sono in grado di affrontarlo.
Non ho nemmeno sonno tutto sommato e non fa nemmeno così caldo, ci sono dieci gradi in meno rispetto ad Abu Dhabi e sono le sei del mattino, capirài, par quasi d’essere a Cortina al confronto. Be’, Cortina: facciamo l’Etna, va’.
Per il resto è tutto come quella mattina di diciassette anni fa, alla frontiera fra Zanghmu e Kodari, entrando in Nepal. È quella l’immagine che associo immediatamente, ancora più di quello che fu il passaggio vero del confine indiano a Bhairawa. Oggi come allora pioviggina, l’umidità permea l’aria, il mondo attorno è completamente cambiato rispetto a poche ore fa, sono appena atterrato su un altro pianeta. Un paio d’ore di India e già potrei scriverne per pagine e pagine, ogni passo è una storia da appuntare.

Viaggio verso il mio hotel a Panaji, ho bisogno di riposare qualche ora e di una doccia prima di presentarmi in ufficio. La pioggia lava via tutto: il traffico caotico e surreale, il suono ininterrotto dei clacson, la terra rossa e il fango, la vegetazione tropicale che avvolge qualunque cosa attorno, le mucche in mezzo alla strada, l’India che inizia ad abbracciarmi nella sua stretta claustrofobica.
Viaggiamo fissi in mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, tentando di sorpassare qualunque cosa, autobus, altre auto, motocicli, tuc-tuc, bici, pedoni, animali, mentre altri veicoli fanno la stessa cosa cercando di sorpassare noi a destra, altri lo fanno a sinistra - qui la guida è all’inglese, nel senso di marcia intendo. Viaggiamo perlopiù contromano, rientrando solo all’ultimo secondo per evitare i frontali coi mezzi che provengono in senso opposto. Viaggiamo col clacson spianato, Ganesh che mi osserva dal cruscotto, le perline che tintinnano dallo specchietto, l’autista che non dice una parola. Viaggiamo, forse, verso un angolo climatizzato di tranquillità.
Eppure mi è tutto familiare. Mi sembra tutto normale. Mi sembra normale evitare all’ultimo secondo i veicoli che provengono dal senso opposto, sorpassare in curva cieca, sorpassare a sinistra invece che a destra, a seconda degli spazi probabili o improbabili che si aprono in mezzo al traffico, aggirare le mucche, le bancarelle e la gente che cammina sul ciglio della strada, sotto la pioggia, scalza, in mezzo al nulla. Mi rendo conto che è un caos che mi appartiene, o semplicemente non mi ha mai più lasciato, si è impadronito di me senza che me ne rendessi conto, l’ho fatto mio e lo conosco, quasi non sudo nemmeno.

Per un lungo tratto costeggiamo il mare. A ridosso di queste spiagge chilometriche, fotografate contro il cielo color piombo, giacciono arenate e abbandonate le carcasse consumate di decine di navi, arrugginite dal tempo, spogliate dagli uomini di qualunque cosa potesse essere smontata, portata via, riciclata. Ci sono addirittura scafi di enormi portacontainer e vecchie petroliere che sono stati tagliati a pezzi. Sembra uno di quei cimiteri delle navi in Bangladesh, dove migliaia di disperati rischiano la vita per pochi dollari smantellando illegalmente, a costo zero e al riparo degli occhi e delle legislazioni internazionali, gli avanzi delle flotte occidentali.
L’India è la discarica del mondo, dell’umanità, di tutto. Il caos è qui e qui convivono, fianco a fianco, mescolati senza soluzione di continuità, il ricco trafficante in Mercedes, il borghese benestante con la sua Tata impolverata e il relitto umano scalzo che smonta le navi a mani nude, uniti dallo stesso continuum esistenziale, per cui nella prossima vita i ruoli verranno equamente redistribuiti dalla giustizia divina, magari oggi stesso, se dietro alla prossima curva spunterà un camion troppo vicino per essere evitato e la mano dello smontatore di navi perderà la presa nel medesimo istante.
Ha una sua logica. A distanza di molti anni mi accorgo che l’India può insegnarmi molte cose. Devo resistere alla stanchezza, avrò tempo a casa di riposarmi, adesso c’è da andare in avanscoperta ad imparare.

I controlli di sicurezza all’ingresso dell’hotel arrivano a livelli paradossali. L’auto viene fermata ai cancelli, ci controllano il vano portabagagli, il cofano del motore, passano uno specchio sotto alla carrozzeria. Davanti alla porta di ingresso devo lasciar giù tutto, come se fossi in aeroporto. Il cellulare in una cesta, lo zaino, in un’altra, il trolley viene portato a uno scanner e io passo attraverso l’arco del metal detector. La stessa procedura verrà ripetuta ogni santissima volta che questi giorni rientrerò in hotel.
È per il terrorismo, mi dicono. Come se qualcosa potesse impedire che dal caos a pochi metri venisse lanciato un colpo di bazooka contro questo hotel a cinque stelle piantato nel mezzo dell’India lì fuori. Come se ci fosse poi una qualsiasi ragione per prendere questo hotel a colpi di bazooka. Ma poi mi viene in mente il Taj a Mumbai, e io sono pur sempre al Taj di Panaji e niente, devo arrendermi alla sfiancante paranoia all’americana che sembra avermi inseguito fin qui. Va già bene che non mi riprendano le impronte per l’ennesima volta.
Fuori, dalla finestra della mia camera tutto marcisce sotto la pioggia che va e viene. La climatizzazione non riesce a combattere l’umidità, che penetra nella stanza e permea l’ovunque, cosicché mi ritrovo col passaporto umido, le magliette umide, il telefono umido. Di me, lasciamo perdere.
Mi stendo un paio d’ore, ma di dormire non se ne parla proprio, sono pur sempre le otto del mattino, anche se sul fuso orario di Delhi, e il mio cervello non registra più sonno. Tanto vale indossare l’ultima maglietta buona rimasta dopo Abu Dhabi e affrontare le vie di Panaji, per poi fare un salto in ufficio e pianificare le prossime giornate.

Dell’India mi mandano ai matti le supponenti formalità demenziali inutilmente applicate al disordine universale attorno, la stratificazione sociale, la babele linguistica, la quantità di addetti all’inutile.
Prendi quello che mi schiaccia il bottone dell’ascensore in hotel. Non c’è sempre per la verità, e anche questo: non è chiaro quale sia il criterio perché in determinati orari, senza alcuna logica apparente, ci sia l’addetto a schiacciarti i bottoni dell’ascensore e in altri momenti debba far tu la fatica di pigiarlo. Comunque.
L’addetto a pigiare il bottone dell’ascensore funziona così: tu fai per avvicinarti agli ascensori, lui ti schiaccia il bottone. Appena l’ascensore arriva l’addetto si precipita fra te e la porta che si sta aprendo, ti indica l’ascensore e fa il gesto di trattenere la porta apposta per te, come se ogni volta corressi il rischio di essere tritato dalla chiusura improvvisa mentre tenti di entrare.
L’addetto ti chiede a che piano devi andare e ti indica il bottone da schiacciare. Per fortuna non ti segue, lui.
Gli altri ti seguono tutti.
Per esempio, prova ad andare al buffet.

Al buffet c’è quello che mi accompagna al tavolo, quello che mi indica la sedia, quello che mi sistema la sedia sotto al culo e quello che mi chiede cosa desidero, non fosse che devo rialzarmi perché, appunto, è un buffet, e mi servo dunque da solo, grazie. O almeno ci provo.
Al buffet c’è tutto e quando dico tutto intendo tutto. Perlomeno, la cucina di quattro continenti, distribuita lungo metri e metri di banconi. Devo fare colazione: vorrei un croissant, un caffè, uova strapazzate e bacon. Il caffè però bisogna ordinarlo al tipo che mi segue passo a passo e mi chiede in continuazione cosa desidero, indicandomi una per una tutte le etichette del buffet scritte in tre lingue.
Gli chiedo del caffè.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o sa il cielo quale altro tipo di caffè. Gli dico americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano. Gli rispondo di sì, americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè espresso. Gli rispondo di no, voglio caffè americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o mocha o con la panna o con la vaniglia o col cacao o con il brandy, lo zucchero, il dolcificante, le zollette, la tazza di vetro, di porcellana, take away, lungo, corto, medio, in caraffa.
Inizio a spazientirmi e gli rispondo che voglio caffè americano, sillabandoglielo. A-ME-RI-CAN, BLACK, TALL.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano.
Mi porta caffè espresso.

Il fatto è che gli indiani sono davvero convinti di parlare inglese e soprattutto di capirlo. Lo studiano fin dalla nascita, in un paese che ha mille e una differenti lingue ufficiali lo usano correntemente come lingua transazionale per capirsi fra loro e formalmente nell’amministrazione pubblica. Un mio collega indiano, un giorno, mi ha tenuto una filippica di venti minuti per spiegarmi che loro l’inglese lo parlano e lo capiscono benissimo, che non hanno alcun problema, che il resto del mondo li prende in giro ma che siamo noi a non capire un tubo. Era infervorato e offesissimo, mi ha fatto praticamente un comizio.
Almeno, credo che quello fosse il senso. Perché capivo una parola su dieci di quel che diceva e parlava velocissimo.
Davvero se lo credono, crescono a curry e inglese, ma quel che parlano è un dialetto tutto loro, incomprensibile al resto dell’umanità che parla inglese. Puoi abituarti all’accento di Houston e arrivare a intenderti coi contadini dell’Ohio, puoi riuscire a mediare con l’anglogiapponese e il demenziale sinoinglese, puoi capire persino, con l’esercizio, se un inglese vero ti sta chiedendo un accendino o se conosci Elisa (questa la capiamo solo io e lei), ma capire cosa diavolo ti sta dicendo un indiano, be’, da’ retta: fai prima a imparare a leggere il sanscrito.
E quindi, le uova.

Le uova ci sono sode, fritte, in camicia, alla coque, mescolate con qualunque spezia e verdura conosciuta al genere umano, ma non ci sono strapazzate.
Il tipo del caffè è andato, ne ho un altro attaccato che a sua volta mi sta indicando tutte le etichette del buffet, una per una, e mi chiede insistentemente, sorridendo, cosa desidero.
- Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, one side or two side fried?
- No fried eggs. Scrambled eggs.
Lo fisso immobile. Ripeto, sillabando, con calma: scram-bled-eggs. No fried eggs.
- Yes Sir, scrambled eggs.
Mi arrivano fried eggs, double side. Però me le ha fatte fare apposta invece di prenderle dal buffet.

E poi c’è quello che a cena non mi lascia mangiare in pace. Ho il mio libro, ho scelto un tavolo isolato, in un angolo, apposta. Voglio stare solo, non voglio parlare, non voglio nessuno. Voglio leggere.
Arrivano i piatti di portata. Provo a servirmi, ma il tipo si fionda al mio tavolo, mi prende le posate dalle mani e inizia a mettermi il cibo nel piatto chiedendomi quando basta. Lo fermo. Lo ringrazio. Riprendo il mio libro.
Finisco quel che ho nel piatto, ho voglia di prenderne un'altra cucchiaiata, faccio per servirmi, ma il tipo si rifionda su di me, mi afferra le posate dalle mani, mi mette la roba nel piatto chiedendomi cosa voglio, quanto ne voglio, se mi basta, se ne voglio altro, se mi serve altro. Lo ringrazio seccamente e cerco di spiegargli che posso servirmi da solo trattandosi di trasferire del cibo dal piatto che sta alla mia sinistra a quello che ho davanti. Sorride, se ne sta in piedi lì di fianco, aspetta con pazienza che provi ad allungare la mano verso qualunque cosa si trovi sul mio tavolo per anticipare i miei movimenti e impedirmi di fare da solo qualsiasi gesto che non sia portarmi il cibo alla bocca. Ho l’avvoltoio personale.
Rinuncio al dessert, non posso farcela a cenare col palo di fianco che mi spia.

Gli addetti all’inutile sono ovunque. Prendi l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
In mezzo al caos gli indiani costruiscono le grandi opere. Un po’ come da noi, per certi versi. Chilometri di cantieri e lavori in corso apparentemente abbandonati, monconi spettrali di enormi piloni con le armature arrugginite che fuoriescono dal cemento, pezzi di viadotti a cinquanta metri dal suolo destinati forse un domani-chissà-quando a scavalcare l’umanità e l’entropia sottostante, impalcature che impalcano il nulla abbandonate sotto la pioggia, jersey e nastri di plastica arancione che delimitano deviazioni artificiali che tutti sembrano seguire diligentemente, ma che nessuno in realtà segue, perché non esiste un ordine a monte al quale fare riferimento.
In mezzo lui, l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
Se ne sta lì, appeso sotto al troncone di un viadotto staccato da tutto, un tratto a quattro corsie che non arriva da nessuna parte e non porta da nessuna parte, né forse mai porterà ovunque, a meno che attorno non gli venga costruito il resto della strada. I lavori paiono abbandonati, ma forse è il monsone, forse è l’estate, forse è l’India, chissà.
L’uomo col pennello se ne sta lì appeso, sotto alla pioggia, sospeso nel vuoto, col suo secchio di vernice bianca appeso alla cintura e il pennello in mano. Dipinge il pezzo di viadotto. Così, da solo, senza alcuna ragione apparente, con calma, una pennellata alla volta. Il moncone sarà lungo cento metri, a qualche decina di metri dal suolo, appoggiato al suo enorme pilone, cemento armato grezzo grondante acqua. Lui, diligentemente, lo dipinge di bianco, col suo pennello e il suo secchio appeso alla cintura.
Lo immagino ancora lì, fra mille anni, appeso solo qualche metro più in là, a fianco di un tratto di pilone che digrada dal bianco lucido, al bianco opaco, al grigio, al cemento armato.

Al museo di Goa Velha non c’è quasi nessuno. Non che il museo meriti di per sé, ci sono perlopiù statue lignee di santi cristiani portate qui fra il seicento e il settecento, ma Vinay mi sta accompagnando a visitare le testimonianze della colonizzazione portoghese a Goa.
All’entrata del museo una vecchia indiana distribuisce i biglietti di ingresso.
Il biglietto è in realtà un pezzo di carta bianca a quadretti tagliato con un righello dalla pagina di un bloc notes. Esattamente così: ti presenti davanti alla vecchia, lei prende il suo righello, taglia un quadratino da una pagina del bloc notes, non ci scrive assolutamente nulla, ti consegna il fogliettino.
Il fogliettino viene ritirato un metro più avanti - un metro vero, ossia lì a fianco - da un’altra vecchia indiana, che lo butta in una cesta.
Le guardo, guardo l’India, accaldato, frustrato dall’inutilità e dall’inconsistenza. Voglio capirla.

Mi viene da chiedermi perché tutti i miei occasionali accompagnatori, ovunque mi trovi, mi portino a visitare chiese e testimonianze varie della colonizzazione cattolica. Era stato ad esempio così in Brasile, con Decio. Ora Vinay mi porta a vedere le cattedrali portoghesi di Goa.
Belle, per carità, ma siamo in India accidenti. Mi mostra i confessionali e mi spiega come funziona la confessione. Gli faccio inutilmente presente che essendo italiano e di estrazione culturale cattolica so benissimo come funziona, ma non è convinto e si perde nei dettagli.
All’uscita dalla cattedrale del Bon Jesus provo a giocare la mia carta e osservo, quasi distrattamente, che è interessante come in India convivano più o meno pacificamente quattro grandi religioni i cui culti vengono professati a pochi metri uno dall’altro, e chiedo quanti templi di altre confessioni ci siano nei dintorni. Vinay, sorpreso, mi chiede se sono interessato a visitare un tempio induista, la sua religione, ma mi avverte che dovrò camminare scalzo e vuole sapere se è un problema per me. Perché mai poi, chissà. Ovviamente no, non lo è.
Va a finire che abbandono le scarpe in macchina e passo una mattinata per templi indù, definitivamente scalzo, camminando a piedi nudi sull’India, sulla sua umanità, sul suo fango rosso, sull’acqua che scivola via lungo i cammini tutti e lava via i miei, e loro, peccati.

Vengo introdotto a un bramino e accetto (?) di sottopormi a un rito propiziatorio al cospetto di Balaji, il potente dio della ricchezza. Chiedo a Vinay se funziona, mi assicura che qualunque uomo d’affari indiano lo prende molto seriamente. E dunque.
Mi viene offerto un impasto di ingredienti sconosciuti che devo mangiare davanti all’altare di Balaji. Sembra una sorta di bolo premasticato dal bramino. Non mi faccio domande, ingoio. Il sapore richiama fragranze floreali. Non ho sensazioni particolari, mi pare di essere sempre sufficientemente lucido. Ciò nonostante deciderò di abbandonare in hotel il sacchetto con il resto del bolo che mi ha offerto da portare a casa: non me la sento di rischiare in dogana, qualunque cosa sia ai cani dell’aeroporto potrebbe non piacere.
Il bramino mi offre dell’acqua sacra che devo bere dalle sue mani. Ormai sono dentro al trip mistico e non posso più tirarmi indietro, accada quel che deve accadere. Trascorro le ventiquattr’ore successive calcolando ad ogni istante la distanza che mi separa dal bagno più vicino, ma misteriosamente sopravvivo.
Ne deduco che la gastroenterite di diciassette anni fa mi ha definitivamente vaccinato contro qualunque contaminazione biologica, non c’è più nulla che possa ormai ammazzarmi, tranne forse aggirarmi per i campi di raccolta dei contagiati da ebola.

Vinay mi spiega un po’ la questione delle milionate di divinità indù e di come di ciascun credente ne scelga una fra quelle principali (di solito Shiva, Vishnu, Brahma, Ganesh, o Parvati, ad esempio) a cui votarsi in particolare, un po’ come quando i cattolici si scelgono il santo preferito a cui raccomandarsi. La complicazione maggiore è che ciascuna divinità ha le proprie regole, perlopiù alimentari, cosicché nella famiglia di Vinay, cinque componenti, ciascuno devoto a un dio differente, ogni sera sua moglie deve preparare la cena incrociando obblighi e veti specifici relativi al giorno della settimana in funzione dell’accoppiata dio-familiare, il che richiede un sistema a più incognite e molta, molta pazienza, suppongo.
È complicato essere induisti, ma favorisce un esteso mercato delle infradito, ché alla terza volta nella giornata che devi toglierti le scarpe chiuse e le calze alla fine abbracci il bramanesimo e ti abbandoni allo scorrere dello yuga.

Per uscire dall’India devo attraversare sette controlli - sette - dei documenti, carta d’imbarco, bagaglio, perquisizione, mostrare un biglietto da visita, spiegare la mia professione a un funzionario di dogana eccessivamente zelante, cercando fra l’altro di giustificare che no, non so quanto la mia azienda paghi i propri dipendenti indiani, non dipende da me; superare un altro funzionario eccessivamente zelante che proprio davanti al mio gate, alle quattro del mattino - evidentemente l’ora di punta negli aeroporti indiani - decide di pesare il mio trolley con il suo bilancino a molla tascabile e impedirmi l’imbarco perché sforo di un paio di chili il limite stabilito dal regolamento; parlare col suo superiore e col superiore del suo superiore; mettere in scena la parte del Very Important Person che ha amicizie molto in alto, facendo intendere che mi sto annotando i nomi di tutti i miei inquisitori affinché vengano presi adeguati provvedimenti.
Alla fine, dopo una buona mezz’ora, il bluff funziona e vengo fatto imbarcare con le scuse d’ordinanza. Di sicuro ho imparato molto rapidamente il sistema delle caste e la regola del clacson spianato.

Sprofondo, sfinito, nella mia poltrona sul volo Qatar Airways per Doha. È quasi l’alba, ho un’altra a notte saltata alle spalle, il volo durerà solo tre ore e l’arrivo è previsto alle prime luci del mattino, fuso orario della penisola arabica. Si preannuncia un’altra infinita giornata.
Ho cenato bene, prima di partire. Vinay e Deepak mi han portato in un ristorante sull’oceano. C’era un tramonto meraviglioso con una luce quasi commovente.
Sono sopravvissuto alla cucina speziata in modo assurdo, non ho perlopiù idea di cosa abbia mangiato e all’uscita dal ristorante mi è sembrato perfino normale inciampare nelle mucche e abbandonarmi alla pioggia monsonica che mi ha inzuppato l'ultima camicia buona e i pantaloni, e all'acqua che mi è entrata inesorabilmente nelle scarpe trascinando con sé il suo (s)carico di India decomposta.
Sono sfinito, bagnato, ma sereno, in pace con me stesso e con l’universo.
Prima di provare a chiudere un po’ gli occhi mi godo il decollo sull’oceano e saluto Panaji. Mi dispiace andarmene, devo tornare assolutamente, con più tempo.
Ci sono voluti diciassette anni, ma ho infine fatto pace con l’India.

Goa01
Goa02
Goa03
Goa04
Goa05
Goa06
Goa07
Goa08
Goa09
Goa10
Goa11
Goa12
Panaji, Goa
TAG: goa, panaji, india
11.28 del 01 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confòrt dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

AbuDhabiA1
AbuDhabiA2
AbuDhabiA3
AbuDhabiA4
AbuDhabiA5
TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a ovest
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E poi, sulla via del ritorno, decolli da Doha con una una giornata così.

Ci ho provato a fermarmi a Doha, avevo anche trovato posto sul volo successivo, ma viaggiavo col bagaglio a mano e all'aeroporto non c'è deposito bagagli. Così nulla, di certo non potevo trascinarmi il trolley e lo zainetto tutto il giorno in giro per la città con quarantadue gradi all'ombra.
Capiterà una nuova occasione di timbrare definitivamente il Qatar, ché è inaccettabile transitarci tre volte in pochi mesi e non avere ancora avuto modo di sdoganare e aggiungerlo una volta per tutte alla collezione delle bandierine.

Arab01
Doha, Qatar
Arab02
Bahrein
Arab03
Kuwait City
Arab04
Golfo del Kuwait
TAG: volare, aerei, Qatar, penisola arabica, Kuwait, Bahrein
23.46 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
08 Verso l'estate
GIU Mumble mumble
La passione per il viaggio ce l’ho scritta nel DNA e mi accompagna da quand’ero un ragazzino e trascorrevo le ore in auto con i miei in giro per le strade di mezza Europa - l’Europa degli anni ’70, mica quella di Ryanair che conoscono i Millennials - seduto sul sedile dietro al posto di guida per avere la stessa prospettiva di mio padre, fingendo di guidare un TIR. Sognavo di fare il camionista e peraltro ho continuato per un bel pezzo a sognarlo anche da adulto, ma pareva fosse un progetto di vita bizzarro avendo la possibilità di laurearsi e trascorrere la propria esistenza dentro un ufficio per stare dietro a una scrivania a farsi venire il reflusso, le fibrillazioni cardiache, il mal di schiena (be’, quello forse viene anche a fare il camionista) e passare il tempo ad occuparsi di cose di cui, fondamentalmente, non me n’è mai fregato una cippa.
Ogni tanto la tiro fuori ‘sta storia del camionista, a distanza di secoli, e niente, ho cinquantaquattro anni ormai e faccio il manager in una multinazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Comunque.

Dopo la laurea trascorsi qualche anno al CNR, con il duplice scopo dichiarato di non indossare mai una cravatta in vita mia e andare a lavorare in Antartide, unica meta che quasi certamente non avrei mai potuto raggiungere nella vita con mezzi propri.
Con quelli che andavano in Antartide pranzavo tutti i giorni, ma loro partivano e io restavo a casa a occuparmi di scemenze. Dopo qualche anno, a un certo punto mi sono rotto, ho capito che in Antartide non mi ci avrebbero mai spedito e mi sono arreso: ho comprato una cravatta, mi sono presentato a un colloquio e ho preso il primo lavoro che mi hanno offerto, che purtroppo non era il camionista.
Bilancio dei primi cinque anni di vita professionale: due obiettivi, due fallimenti. Col sogno di fare il camionista fanno tre.

Entrai in una grande multinazionale dove tutti indossavano giacca e cravatta, ma mi avevano detto che avrei girato il mondo e così accettai senza farmi troppo domande. In effetti i miei colleghi giravano il mondo parecchio, anche in posti piuttosto interessanti e non convenzionali. Io lavorai quasi tre anni a Sesto San Giovanni e statisticamente, a distanza di oltre vent’anni, rimane a tutt’oggi il lavoro più vicino a casa che abbia mai avuto.
Be’ no, il CNR era proprio di fianco al mio portone di casa, ma in quel caso prima avevo trovato lavoro e dopo avevo cercato una casa vicina.

La storia dice che a un certo punto decisi di mettere le radici e fine, almeno professionalmente, ché a viaggiare per i fatti miei avevo iniziato a farlo piuttosto seriamente già da qualche anno in qualsiasi ritaglio di tempo libero e farlo per lavoro, a quel punto, iniziava invece a sembrarmi perlopiù una scocciatura. Così cambiai lavoro perché altrove mi avevano promesso che sarei rimasto a Milano per sempre.
Una settimana dopo l’ingresso nella nuova azienda ero a Linate col mio trolley e per i primi due anni riuscii a rientrare a Milano solo nei weekend, e nemmeno tutti.
Da allora, per sole ragioni professionali, ho volato quasi mille ore in tre continenti e in una ventina degli oltre cento paesi che ho visitato nella mia carriera di globetrotter.
Comunque no, non vado a parare dove qualcuno di voi già immagina: non ho comprato un camion. Ancora.

Ai tempi del CNR avevo già viaggiato un po’ per il mondo e fatto alcune cose interessanti, e considerato che non avevo nemmeno trent’anni non era male. Ero ad esempio stato un paio di mesi da solo in Patagonia durante l’inverno australe, che sembra un particolare superfluo, ma non lo è, come ben sa chi conosce la Patagonia; avevo raggiunto Capo Horn e il campo base del Cerro Torre, e gironzolato un po’ per il Sudamerica, che farlo da solo, all’epoca e con vent’anni in tasca, be’ forse potrei anche battermi il cinque. In effetti allora, lipperlì, me lo battevo.
Contavo poi la spedizione alle Svalbard dell’87, organizzata in autonomia a soli 22 anni. Negli anni ottanta era tutto sommato una piccola impresa che mi aveva anche aperto le porte ad alcune riviste di viaggi e alla copertina di un numero di Tuttoturismo, che aveva pubblicato le mie foto e un mio articolo (orrendamente farcito di retorica e onestamente illeggibile, a riprenderlo in mano oggi). Un milione di compenso, una bella cifra all'epoca, sia per me ovviamente che per lo standard del mercato.
Insomma, ancora non avevo trent’anni e il mondo iniziavo a conoscerlo davvero un po’, non è che fossi proprio uno sprovveduto alle prime armi. Epperò, a ripensarci, a me sembrava nulla e il mio metro di confronto era sempre molto più in là.

Al CNR avevo un collega coetaneo, Marcello, che era un habitué del Sahara, di cui conosceva praticamente ogni segreto e che aveva attraversato in autonomia con ogni mezzo, da nord a sud e da oriente a occidente.
Se c’è un peccato capitale che davvero non mi appartiene è l’invidia, ma il senso di frustrazione nell’ascoltare i racconti di viaggio di Marcello, madonna, quello sì, e l’ammirazione che nell’intimo avevo per lui, senza però manifestargliela mai, ché c’era chiaramente della competizione fra noi ed anzi, probabilmente era solo mia nei suoi confronti. Agli occhi dei colleghi il vero viaggiatore era lui; io, con le mie pubblicazioni e i miei viaggi solitari un po' snob in culo al mondo, non potevo competere col fascino del Sahara e di Marcello che lo attraversava con dei cadaveri di auto tenute insieme col fil di ferro.
Ho già raccontato anni fa in questo blog del bizzarro incontro fortuito con Marcello proprio nel Sahara, a Douz, una circostanza casuale davvero assurda, e di quanto dell'arte di viaggiare imparai in soli due giorni con lui e una manciata di chilometri di sabbia percorsi insieme con le nostre auto a due sole ruote motrici.
Insomma, per quanto avessi o mi sembrasse di avere già fatto, all’epoca Marcello era per me un punto di riferimento assoluto, qualcuno che alla mia età era già molto, ma molto più avanti di me nella realizzazione dei miei stessi sogni, e confrontarmi con lui mi faceva sentire irrimediabilmente al palo.

C’erano poi quei due ragazzi svizzeri che avevo incontrato qualche anno prima proprio alle Svalbard, più o meno miei coetanei anche loro. Epperò, a ripensarci oggi, se proprio avesse dovuto capitarmi di incontrare dei viaggiatori fuoriclasse e no-limits, dove mai altro avrebbe potuto succedere se non in un posto come le Svalbard, che nel 1987 avevano visto, in totale, trentasette visitatori, uno dei quali potevo orgogliosamente dire di essere io?
Se non era quella una meta estrema riservata solo a professionisti del viaggio, del resto sufficiente a portarmi sulla copertina di Tuttoturismo, quale mai avrebbe potuto esserlo all’epoca, a parte - appunto - l’Antartide, o la Siberia sovietica, o lo spigolo nord del K2?
Ricordo quando uno dei due svizzeri mi mostrò il suo passaporto, che praticamente non aveva una pagina libera, e mentre io mi facevo timbrare il mio dalla stazione meteorologica di Ny-Ålesund, l’avamposto abitato più settentrionale del mondo, lui esibiva la certificazione dell’attraversamento contemporaneo dell’equatore e della linea del cambiamento di data a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico.
Accidenti l’invidia, sì. Invidia proprio, nonostante fossimo nel luogo dove eravamo. Come riuscire (stupidamente) a sentirsi completamente inadeguati e limitati anche in condizioni in cui tutto sommato davvero non ha alcun senso.
L'insoddisfazione come misura sistematica di una vita ostinata a guardare sempre oltre, invece di imparare a contemplare il presente e farlo proprio.

Oggi ho alle spalle più di cento paesi visitati nel mondo, la linea del cambiamento di data l’ho attraversata un paio di volte (anche a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico, che è poi l’equivalente del cargo battente bandiera liberiana) e l’equatore ben più spesso. Non ho mai più avuto la possibilità di compiere le traversate di Marcello, perché negli anni la situazione geopolitica è cambiata assai. Talvolta me ne cruccio, ché ho coltivato e studiato a lungo alcuni piani in quelle regioni, come faccio sempre coi progetti importanti, ma è ben vero che ho realizzato l'overland in Asia, la traversata del Namib e altre cose altrove che magari Marcello non ha avuto occasione di fare (o chissà, e chissà poi che fine ha fatto Marcello).
Soprattutto, da tempo mi sono pacificamente arreso al fatto che è una questione personale, che a me non basterebbe e non basterà mai una vita per fare quello che vorrei fare, che - in particolare modo parlando di viaggi - saranno sempre molti di più i miei sogni nel cassetto di quelli che potrò mai davvero realizzare.
Ci sono venuto così a patti con ‘sta cosa che da qualche anno ho persino iniziato ad apprezzare il ritornare in posti dove sono stato in passato, venendo meno a quello che era un mio dogma fondamentale: mai tornare nei posti dove sono già stato, primo perché gli anni passano e tutto irrimediabilmente cambia e si trasforma, noi compresi, e andare a caccia delle emozioni provate un tempo in determinate circostanze apre le porte, sempre, ad irrimediabili delusioni; vale per le donne del proprio passato, vale per i viaggi e i luoghi.
Secondo, perché la vita è una sola e troppo breve per sprecare il tempo a ripercorrere strade già battute, avendone da esplorare mille nuove e sconosciute.

Oggi non è più così, ho infranto questa barriera. Mi piace tornare nei posti a distanza di molti anni, a condizione di essere preparato a quel che troverò (in questo senso internet, nel bene e nel male, è uno strumento formidabile anche per tarare l’aspettativa al giusto livello). Mi piace tornarci coi figli e vederli attraverso i loro occhi, mi piace l’idea di tornarci con lei e raccontarle com’era un tempo, condividere con lei il mio mondo, in senso geografico e spirituale, mi piace voltarmi indietro e guardare tutti i chilometri percorsi alle mie spalle.
Metto da parte alcuni progetti che ormai so non essere più realizzabili, un po’ perché gli anni passano, di più per il fatto che come li avevo concepiti anni fa, e come mi sarebbe piaciuto farli allora, oggi non è più possibile, anche avendone i mezzi, il tempo, le risorse.
Oggi so che potrei andare su un ottomila e tentare davvero anche l’Everest, come ho sognato per trent’anni e forse più: ho il tempo, ho le risorse, tutto sommato ho anche la condizione fisica e mentale per provarci davvero. Ma quell’Everest e quegli ottomila che ho studiato per anni, con cui sono cresciuto, mi sono addormentato ogni sera e ho sognato per una vita, non esistono più. Il mio Everest ho fatto a tempo a toccarlo proprio un attimo prima che scomparisse, diciassette anni fa: immediatamente dopo è scomparso, travolto dall’inesorabile avanzare del tempo, e amen.
Devo scrivere prima o poi un epitaffio al mio sogno dell’Everest.

Lunedì prossimo, nel frattempo, riparto. Oggi viaggio tantissimo per lavoro, ancor più se possibile di quanto abbia fatto in passato. Più viaggio, più mi stanco, più quando sono via ho voglia di tornare a casa, più ho bisogno di viaggiare: lo scorso aprile sono a rimasto a casa tutto il mese per la prima volta dopo un anno di viaggi continui in giro per tutto il pianeta e all’improvviso mi è sembrato di essere fermo da mesi.
Non che mi dispiacesse, per la verità. Mi sono anche riposato e sono riuscito a vivermi un po’ casa mia, ma era strano.
Dice Mentegatto che nel momento in cui cominci a migrare, diventa difficile poi trovare un motivo per fermarsi da qualche parte. A parte la variabile che più viaggio e invecchio, più ho bisogno di sapere che ho una casa da qualche parte a cui tornare, mi sento di sposare in assoluto il concetto.
Dove poi debba essere esattamente questa casa è tutto un altro discorso.
Io non ho un luogo davvero mio. Non lo è Genova, non lo è Milano, non lo sono tutti i posti dove ho vissuto. Sento un po' mie l’Elba, la Valnontey (dove per la verità ho trascorso pochissimo tempo della mia vita), Campodolcino, ma quando poi mi trovo in ciascuno di questi luoghi sono comunque uno straniero di passaggio, un turista nella peggiore delle ipotesi, un habitué coi propri riti e i propri percorsi, che conosce bene i dintorni, nella migliore.
Vivo in Brianza, ci sono cresciuto da adolescente e ci sono tornato da adulto, ma non mi sono mai sentito brianzolo e ne sono anche fuggito per diversi anni. Oggi ho imparato ad apprezzarne alcune caratteristiche a mia misura, ma è una dimensione così personale e distorta dalla realtà che tutto sommato ha un valore relativo. Prendimi, portami a Rarotonga e dammi un tetto, e casa sarà Rarotonga dopo una settimana (vabbè, Rarotonga, certo).
E del resto ci sono momenti in cui mi sento più a casa in un aeroporto - in qualsiasi aeroporto - che non in Brianza. Ecco, gli aeroporti sono davvero casa mia.

Così, spesso mi chiedo: ma in realtà, io, dove vorrei morire? Perché alla fine casa è quel posto dove vorrei finire i miei giorni.
Quando vado a trovare papà mi guardo ogni volta attorno e penso se vorrei finire lì, con lui. Mah. Non ne sono proprio certo.
A Malpensa la vedo difficile, peraltro.
E comunque il camion non è una soluzione.
E comunque la domanda non è "dove", potrebbe essere ovunque, né come.
Vado a preparare il trolley, mentre ci penso. Chissà dov’è Marcello adesso.
Chissà se lui il Namib l'ha fatto.
TAG: viaggiare, viaggio
11.26 del 08 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

Rimini100
Rimini101
Rimini102
TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
30 Latest from di là dell'oceano
MAG Travel Log: Business Trips 2019
Dal mio hotel nei sobborghi di Pittsburgh all'ufficio ci sono circa trecento metri. Dice Google, sei minuti a piedi. Quello che Google non dice è che in mezzo c'è una specie di autostrada a dodici corsie, con uno spartitraffico a dividere i sensi di marcia, e non esiste ombra di attraversamento pedonale nel raggio di chilometri.
E perché mai dovrebbe esserci, poi, visto che come al solito non ci sono nemmeno marciapiedi. In America nessuno va a piedi, il pedone non è proprio previsto. Nella migliore delle ipotesi, è un eccentrico.

Me lo conferma un amico, citandomi un capitolo di "Notizie da un grande paese" di Bill Bryson, che potrei riscrivere tale e quale, parola per parola, e che fotografa esattamente una delle cose che mi mandano ai matti dell’America.
Accade così che l’altra mattina, non riuscendo bene a capire sulla mappa quale fosse esattamente il palazzo del mio ufficio fra quelli della zona industriale dall’altra parte della strada, ho chiesto un passaggio allo shuttle dell’hotel. Circa venticinque secondi dopo mi ha scaricato davanti all’ingresso della mia azienda, e mi sono vergognato un po’. Così, all’uscita a fine giornata, ho pensato che è imbecille prendere il taxi per fare trecento metri e mi sono avviato a piedi verso l’hotel.
Per farla breve, è stato come giocare a Frogger, con me stesso nella parte della rana (se siete millennials può essere che Frogger non vi dica nulla, e forse è un bene), e l’aspetto più imbarazzante della questione è che a parte il cercare di non farsi spiaccicare, cosa che di per sé vale mille punti più la fragola, data l’assenza totale di marciapiedi di fatto è impossibile anche camminare lungo la strada, per cui l’unica alternativa al farsi travolgere dal traffico è avventurarsi in mezzo alle erbacce e al fango che delimitano la carreggiata, mentre gli automobilisti che sfrecciano a fianco ti guardano come la mucca che guarda passare il treno.
O come un eccentrico, appunto, nel migliore dei casi.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche da noi l’urbanizzazione di molte periferie e talvolta anche gli infruttuosi tentativi di riqualificazione dei centri storici vanno nella direzione di una vita quotidiana a misura unica di automobilista, ma in realtà il confronto non regge proprio: la nostra è una civiltà storicamente pedonale, modernamente votata a un impigrimento consumista; quella americana è una civiltà radicalmente motorizzata a cui di umano, nel senso darwiniano del termine, è rimasto ben poco.
Poi, alla fine, semplicemente c’è anche che gli americani sono pazzi.

Prendi gli amish.
Viaggio in auto fra la Pennsylvania e l’Ohio e per una volta, invece di spostarmi in volo da punto a punto come al solito e come peraltro fanno gli americani (gli aeroporti sono le fermate degli autobus degli americani, mi ha detto una volta un collega di Houston), ho finalmente modo di vedere un po’ di provincia americana vera, quella che tutti coloro che sono stati in America non mancano mai di ricordarti che va bene il Grand Canyon, va bene New York, vanno bene San Francisco e Yosemite, ma se non hai visto la provincia americana, quella vera e profonda, quella dei motel, delle infinite interstatali, delle grandi pianure e dei villaggi dispersi fra i campi di grano, l’America dei film dell’orrore insomma, be’, se non hai visto questa America allora non puoi dire davvero di conoscere l’America.
Così, una volta tanto, grazie ad Uber mi sono fatto qualche centinaio di chilometri di vera America, come dicono quelli informati. Più avanti ci ritorno su Uber.
Ho dunque visto i campi di grano, i motel, le chiese metodiste, i villaggi con il silos e il mulino a vento, le case di legno dei coloni che vengono regolarmente spazzate via ad ogni tornado come nei telefilm catastrofici, ciascuna col proprio giardino, il proprio garage col pick-up parcheggiato davanti, la cassetta della posta lungo la statale, la bandiera americana in giardino - ce l’hanno proprio tutti la bandiera americana in giardino, non è una cosa meravigliosa questa? A me lo sembra, in qualche modo - un’unica pompa di benzina e un unico negozio che vende qualsiasi cosa in mezzo all’incrocio della township. Ti immagini lo sceriffo che bussa alla porta di ogni cittadino e gli chiede come va la giornata, se è tutto ok, se ha notato qualcosa di strano. Mi vedo scendere dall’auto e lo sceriffo che mi viene incontro e mi chiede se sono forestiero, se ho intenzione di fermarmi e perché. Poi niente, io sparo a tutti perché non mi danno nemmeno un posto da parcheggiatore, per forza.
Quella del parcheggiatore mi auguro la cogliate tutti.
Lo tocchi con mano l’isolamento geografico e culturale di questa gente. Sono anni che dico e scrivo che l’America non ha nulla di davvero sorprendente, ché generazioni di film e serie televisive ce l’hanno dipinta con precisione assoluta in ogni dettaglio e dunque non c’è in realtà alcun bisogno di andarci.
E poi vedo gli amish. E piombo in pieno ‘700.

Li vedo in Ohio, fra Middlefield e Chardon più o meno. So dove mi trovo perché la tecnologia, quella che gli amish rifiutano, localizza le mie fotografie grazie alle coordinate GPS rilevate dal satellite. Ma di questo agli amish non frega nulla e probabilmente ha ragione Don, il mio autista Uber, che riflette un po’ fra sé e sé e osserva che forse, loro sì, stan bene davvero.
Attraversiamo i villaggi delle comunità amish stanziate in questa parte dell’Ohio, a qualche decina di chilometri da Cleveland, dal lago Erie e dalla Rock’n’Roll House of fame, e sorpassiamo alcuni carretti trainati dai cavalli. La segnaletica stradale è stata adeguata di conseguenza, le donne indossano abiti neri settecenteschi e cuffie di pizzo sulla testa. Non mi pare di vedere pali della luce lungo la strada, ma forse mi sto solo lasciando suggestionare.
Le case di legno sembrano quelle di qualche chilometro prima, ma è vero che non ci sono più i garage coi pick-up parcheggiati davanti. Forse sono semplicemente dentro.
L’angoscia e la sensazione di oscurantismo mi opprimono un po’, sarà anche che minaccia pioggia. Vorrei fermarmi ma non ho tempo, mi prendo un appunto per la prossima occasione, bisogna che noleggi una macchina per conto mio.
Gli americani sono pazzi.

Ormai l’app di Uber sul telefonino è il mio punto di riferimento fisso in America.
Sono a Pittsburgh e devo andare a Cleveland. Fa' conto che sia a casa, ad Arcore, e debba andare a Sasso Marconi: sono circa due ore e mezzo in auto, più o meno duecento chilometri di autostrade e statali. Non esiste collegamento ferroviario, niente voli diretti ovviamente, le due città sono troppo vicine. Ci sarebbe il greyhound volendo, e non mi dispiacerebbe nemmeno, ma ha almeno un paio di controindicazioni: la prima è che ci sono solo due corse in orari per me scomodissimi, la seconda è che comunque parto da ben fuori downtown Pittsburgh, dove si trova il mio ufficio, e devo andare in realtà a Mentor, che è a circa tre quarti d’ora di auto da Cleveland, dove arriva il greyhound.
Potrei noleggiare un’auto, ma poi non so che farmene i giorni successivi, a Mentor non ci sono punti di riconsegna comodi e dovrei tenermela fino al giorno della partenza da Cleveland. E poi non ho voglia di guidare.
Così ci provo: apro l’app di Uber, che ormai uso quotidianamente per gli spostamenti in qualunque città, e provo a prenotare per il giorno successivo alle 16:30 una tratta dal mio hotel fuori Pittsburgh al mio hotel a Mentor. Prenotazione confermata, 163$.
Il giorno dopo, alle 16:30 in punto, Don si presenta davanti al mio hotel, carica in macchina la mia valigia, controlla la mia prenotazione sulla sua app - alla quale evidentemente non aveva fatto attenzione particolare - e dice “Uh, Ohio! Non ho mai fatto una corsa così lunga, è il mio record. Posso fermarmi in autogrill a prendere un caffè se sono stanco?”
Ora, immagine di essere ad Arcore un pomeriggio, in mezzo alla Brianza, e volere andare a Sasso Marconi. Così, su due piedi.
Per curiosità ho provato a prenotare: 720 euro. Comunque non è possibile trovare una macchina disponibile.

Il cliente è l’ossessione degli americani. Il cliente ha *sempre* ragione in America. Sempre. Sono un tassista, sono in Pennsylvania, il mio cliente vuole andare in Ohio? E che problema c’è, si va in Ohio.
Don è simpatico, guida tranquillo e fa conversazione se vuoi fare conversazione, altrimenti ti lascia in pace. Quando stiamo per arrivare gli dico che forse sarà fortunato e troverà qualcuno in Ohio che vuole andare in Pennsylvania, così da non fare una corsa a vuoto. Mi dice che la sua licenza è valida solo in Pennsylvania, non può caricare gente fuori dal suo stato, ma è abbastanza sicuro che appena passato il confine qualcuno da tirar su lo troverà.
Hai capito i tassisti americani.
Hai capito gli americani.

Ha ragione Giammario, che in America vive ormai da qualche anno. Attorno alla Pennsylvania sembra di essere in Germania. Viaggi in autostrada e potresti essere in un punto qualunque fra le foreste della Baviera, o del centro Europa, con quel paesaggio che proprio pianura non è, il terreno modellato lungo linee ondulate e il tracciato stradale di conseguenza. Però qui puoi facilmente vedere animali in libertà fra gli alberi e in mezzo alle praterie, come se stessi guidando lungo qualche autostrada nella savana. Erbivori generici, come li chiamavamo in Sudafrica coi ragazzi. Sembrano daini, cervi, antilopi.
Quanto territorio libero che c’è in America. Quanto spazio da vivere.

Sono al mio quarto viaggio negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi, mi pare il decimo in totale. Ormai ho attraversato l’oceano diverse volte. Faccio due conti: ultimamente ho trascorso più di tre mesi negli States, ho messo piede in quasi venti stati fra una cosa e l’altra, e le mie bandierine iniziano ad essere distribuite un po’ ovunque. I miei occhi si stanno abituando all’America, ad ogni giro mi sento sempre più a mio agio.
Mi è familiare adesso, l’America. Mi muovo con sicurezza nel New England, fra New York, Boston, Philadelphia e Pittsburgh, ma anche al sud sono un po’ di casa e poi lo scorso anno ero stato per la prima volta anche nell'ovest.
Ad ogni viaggio imparo a conoscere la geografia americana, la distribuzione degli stati, le catene montuose, i fiumi, le pianure, la geografia amministrativa, le regole, i costumi locali, i segni invisibili del quotidiano. L’America sta diventando il posto dove ho viaggiato di più, più della Cina ormai, più della Polonia, dove ho ho vissuto un anno, ma non mi sono quasi mai mosso da Warszawa.
Eppure mi manca ancora tutta, l’America. Mi mancano la California e la Florida, per dire.

Frank ha una casa in Florida, dove sogna di ritirarsi quando andrà in pensione. Adesso ci va quando ha tempo, preferibilmente d’inverno, perché d’estate fa troppo caldo. Qualche volta ci va coi figli. Usa le miglia premio per andarci, lo so perché ci confrontiamo sulle compagnie aeree e sui programmi fedeltà, come accade spesso fra colleghi che volano parecchio per lavoro.
Scopro che Frank è in realtà canadese, di Montreal, non americano, ma vive qui da diciannove anni. Il cognome tradisce le origini inequivocabilmente italiane. I suoi sono delle parti di Pontremoli e della Liguria, trapiantati in America da giovani sposi. Lui è nato e cresciuto di qua dell’oceano, ma si sente legatissimo all’Italia. So che capisce perfettamente l’italiano e lo parla anche bene, ma fra di noi parliamo in inglese dal primo giorno, anche perché quando l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione della mia prima visita a Cleveland, non sapevo né delle sue origini, né tanto meno che lo parlasse, così ormai questo è il nostro canale di comunicazione.
Frank mi porta fuori a cena, è una compagnia piacevolissima e mi parla della vita americana e della sua passione per i vini pregiati, che colleziona in una cantina personale. Mi fa vedere le foto e mi mostra anche quelle dei figli, di poco più grandi dei miei. La gente come Frank mi aiuta a stare bene in America e me la fa sentire più vicina, più mia. Mi fa sentire americano per una sera.

Via via che conosco l’America e i suoi riti, le sue città, che imparo come sono fatte, come si vivono, come funzionano, che mi ci muovo come fossero la mia città, provo a immaginare una mia vita americana. So individuare immediatamente, adesso, i quartieri nelle piccole township del countryside e le case dove probabilmente vivrei, adeguate a quello che potrebbe ragionevolmente essere il mio tenore di vita al di qua dell'Atlantico, quelle il cui mutuo potrei permettermi come in Italia, distinguerle dalle abitazioni che quasi certamente avrebbero costi proibitivi e che spesso sono bellissime come solo le ville americane finto medie-borghesi delle serie tv sanno essere - e che noi europei arrederemmo in modo completamente diverso.
Il mio sguardo ha imparato ad accorgersi delle file tutte uguali delle modeste case popolari a schiera, che all'inizio registravo distrattamente come anonimi quartieri residenziali contigui ai giardini curati delle villette neocoloniali, e che invece ora realizzo con più attenzione essere quartieri parecchio disagiati, ghetti neri, spesso, che esistono ancora, eccome, e anche quelli sì, sono come nei telefilm.
È che da noi c'è una distinzione netta e concentrica fra centro e periferia, qui le realtà sono permeabili, mescolate, con geometria variabile ed arbitraria, per cui attraversi la strada e senza rendertene conto passi dalla vetrina di Vuitton alla palestra di Rocky, al vicolo degli spacciatori italo-afro-portoricani, alla ennesima Chinatown, al concessionario delle Porsche, alla zona industriale, al mio ufficio.
Vedessi certe zone di Baltimora, per esempio.

Conosco queste case di legno e cartongesso, le abito e le respiro. La vita col giardino all’inglese, ma senza il marciapiede.
Il paese dove gli animali sono liberi di fianco all’autostrada e la natura è ancora selvaggia, nonostante gli sforzi paranoici degli americani di neutralizzarla e regolamentarla, dove non esistono i marciapiedi e i pedoni, dove la gente si muove solo in macchina e se deve camminare lo fa sul tapis roulant seguendo un programma preimpostato.

Mi appunto cose varie, mentre vado in giro per l’America. I cimiteri con le bandierine sulle tombe. Anche le tombe, come le case, hanno la loro bandierina americana, sempre. Sono belli i cimiteri americani, mi piacciono molto.
I necrologi sui giornali locali, lunghissimi. Di ogni defunto si racconta la vita, chi era, le tappe fondamentali della sua esistenza. Anche questa mi pare una cosa bellissima. Immagino il mio necrologio in America e mi chiedo cosa scriverebbero di me, ad esempio, i miei figli.
Il marketing telefonico, che colpisce come in Italia. Anche qua esistono i servizi che ti dicono se il numero che ti sta chiamando sul telefonino è di un seccatore che vuole vederti qualcosa.
Il solito abbigliamento assurdo e sconsiderato di qualunque americano, che annoto ad ogni viaggio, che mi irrita ad ogni viaggio, completamente casuale e sciatto, incurante del clima, della stagione, della circostanza. L’abuso ovunque delle ciabatte e delle infradito, anche in città, nei locali, nei ristoranti, negli hotel, nei negozi. Girano scalzi, o indossano le ciabatte col calzino, i bermuda e la t-shirt, anche se fuori piove, c’è vento e ci sono otto gradi. Non gliene frega un cazzo a nessuno. Escono con addosso la prima cosa che trovano nell'armadio, fine. Ovunque vadano, con qualunque temperatura e condizione atmosferica.
È una delle cose che odio di più. È quasi un fatto personale.

Il linguaggio diretto, banale, stupido perché sia comprensibile anche gli stupidi. L’America è il paese per gli stupidi, per permettere anche a loro di sopravvivere, diceva Stor. Quanto ho fatto mia quella frase.
Pensa alla nostra assurda burocrazia e al nostro incomprensibile, borioso e supponente linguaggio aulico amministrativo: "I trasgressori saranno sanzionati pecuniariamente a norma bla bla bla”. In America il cartello in autostrada te lo dice in tre parole, chiaro e tondo: “Speeding fine doubles.” Fine. Non puoi dire di non aver capito, nemmeno se sei stupido.
Lo diceva Marchionne, parlando della differenza fra lavorare in America e in Italia. Raccontava che in America è tutto più semplice, chiaro, facile. Per esprimere qualsiasi concetto bastano tre parole. In Italia tutti ti rompono i coglioni con giri infiniti di metafore, sfumature, cose dette e non dette, doppi sensi. In America il concetto è quello, punto.
Speeding fine doubles.

Bella Pittsburgh, è stata una gran sorpresa. Ha l’isola coi grattacieli come Manhattan, la vista dalle colline come Firenze, il fiume come Shanghai, gli hipster come Seattle, i ristoranti come Boston e Philadelphia, le foreste e i boschi attorno come Vancouver.
Bella Pittsburgh, ci vivrei eccome. A Washington DC, che in America tutti chiamano semplicemente “Dissì”, invece mi sono scottato come fossi stato a Miami Beach.

Ecco, prendi Washington Dissì. Ho approfittato di un weekend a Philadelphia per farmi un giro nella capitale, che è a meno di due ore di treno. Volevo sentirmi un po’ nel centro del mondo, vedere la Casa Bianca e provare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Nessuno.
È una mezza delusione la Casa Bianca, a partire dal fatto che non è nemmeno possibile avvicinarsi, si rimane molto lontani, e francamente non me lo aspettavo, pensavo di poter camminare liberamente nel giardino del presidente della più grande democrazia del mondo. In effetti si può, volendo, ed è anche gratuito, ma bisogna prenotarsi con tre mesi di anticipo, immagino perché la CIA abbia prima il tempo di scansionare tutta la tua vita privata minuto per minuto e capire se vuoi in realtà distruggere il loro grande paese.
Ecco, l’unico effetto che mi ha fatto stare davanti alla Casa Bianca, abbastanza spiacevole per la verità, è stato quello di essere osservato da mille occhi e registrato passo a passo.
Il Congresso invece mi è piaciuto. Dovessi dire, quella sensazione di centro vero del potere, globale, l’ho avuta davanti al Palazzo del Congresso. Più di quando sono stato al Cremlino, o in Piazza Rossa a Mosca. L’accostamento mi è venuto spontaneo.
Poi in aereo ho visto "Vice" e quella sensazione si è trasformata in disagio profondissimo.

Ho detto a Frank, scherzando - ma in realtà no - che in fondo Washington è uguale a Pyongyang, a meno delle statue di Kim, a più di quelle degli eroi americani. Mi ha guardato sorpreso e incredulo e ha esclamato “Oh, noooooo, absolutely not, my God!”
Gli ho risposto che stavo scherzando, ma poi ho aggiunto “Dai Frank, pensaci: gli stessi palazzi enormi in stile neoclassico per celebrare la grandezza dell’impero, gli stessi viali enormi e infiniti per le parate, le stesse statue ciclopiche, lo stesso spazio vuoto e autoreferenziale, la totale assenza di negozi e di case normali, lo stesso traffico di limousine nere con i finestrini oscurati, gli stessi militari e la stessa polizia”.
Mi ha fissato ancora incredulo e poi ci ha riflettuto un attimo. Mi ha detto che tutto sommato forse ho ragione, non ci aveva mai pensato.
"You have a point, Carlo".
Mi ha sorriso e abbiamo stappato una bottiglia di ottimo vino californiano.

PITTWASH01
PITTWASH02
PITTWASH03
Washington DC
PITTWASH04
PITTWASH05
PITTWASH06
PITTWASH07
PITTWASH08
PITTWASH09
PITTWASH10
Pittsburgh, Pennsylvania
TAG: Washington, Pittsburgh, usa, america
01.26 del 30 Maggio 2019 | Commenti (1) 
   
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2019 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo