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04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
03 Sounds of my life
SET Amarcord, Travel Log: Isole Azzorre
Ci pensavo ieri, mentre scrivevo di Pico.
Fra decine di migliaia di fotografie e ore di filmati, conservo brevi registrazioni sparse, suoni del mio passato che ho catturato altrove per caso col telefonino, per fissare istanti della mia vita.

La voce di Albert che mi parla in armeno, mentre guida a rompicollo giù dai tornanti del Vayots Dzor raccontandomi cose sue che non saprò mai.
Una musica balcanica strana che esce da un bar, lungo una strada affossata in un canyon alla frontiera fra Kosovo e Montenegro.
Una struggente cantilena polinesiana, diffusa dagli altoparlanti e disturbata dal rumore di fondo della folla in coda all'ufficio immigrazione, in una calda alba di marzo nella hall della dogana all'aeroporto di Rarotonga.
Una piccola orchestra che suona al mercato di Avarua.
Una intensa telefonata in indi fra Vinay e un interlocutore sconosciuto, il dialogo velocissimo e incomprensibile che la rende ancora più bizzarra e misteriosa, mentre mi accompagna in hotel con la sua auto dopo una cena in un'umida e malinconica serata davanti al golfo di Goa.
Gli uccelli notturni di Pico che fanno un chiasso incredibile con quei versi buffi a cui viene naturale rispondere cercando di imitarli, per cui sembra davvero che ne nasca una discussione accesa in terrazza, nella notte tiepida di Terra Alta.

L'ultima non è stata un'idea mia ed è la traccia più bella.
12.48 del 03 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
02 Casa da baía do canto
SET Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine la verità è che io le montagne non le salgo. Nella mia vita ho immaginato, sognato, pianificato centinaia di salite sulle cime di mezzo mondo, ma quelle che avrei voluto e potuto affrontare davvero, per una ragione o per l'altra, son rimaste perlopiù progetti nel cassetto.
Non so quando è stato il momento esatto in cui ho capito che il mio ottomila non lo avrei mai conquistato, o quando ho messo davvero via il sogno delle Seven Summit. A un certo punto, semplicemente, mi sono detto che non era più vero. Ma non è tanto questo, o forse mah, è invece proprio tutto lì.
Faccio ruotare il mappamondo - per meglio dire, passo il mouse sul planisfero di Google Map - e mi viene in mente il Kinabalu.
Ho passato almeno dieci anni a far programmi per metter piede in cima al Borneo, tutti rimasti sulla carta. Qualche volta ci sono arrivato abbastanza vicino, perlomeno a prendere l'aereo per Kota Kinabalu, intendo, ma poi zero, non ne ho mai fatto nulla. L'ultima volta in cui ci ho pensato seriamente alla fine il volo è stato per Seul. Conservo ancora a distanza di anni i bookmark alle pagine web che mi ero appuntato come riferimento.
Sai mai, mi dico sempre. Ma non ci credo più davvero da tempo ormai.

Faccio mente locale e mi rendo conto all'improvviso che quelle a cui ho davvero rinunciato, quelle che ho sognato a lungo e che sarebbero state tranquillamente alla mia portata, son quasi tutti vulcani. Chissà se è un caso o un'inclinazione del subconscio.
Il Chimborazo e il Cotopaxi, pescando così a caso nella memoria, che ho tenuto sulla scrivania per anni. L'Elbrus, per salire il quale una decina di anni fa avevo pure iniziato ad allenarmi. L'Ararat, sotto alle cui pendici mi ero ripromesso di tornare con l'unico obiettivo, perlomeno lì, di andare in cima, senza ovviamente aver poi mai ripreso in mano il progetto. Il Kilimanjaro, rimasto nella mia agenda virtuale per non so più quanto tempo: ormai è addirittura scomparso il ghiacciaio di vetta, per dire le ere geologiche, l'acqua che scorre sotto i ponti, le occasioni buttate, la vita alle spalle che se ne va.
E lasciamo perdere il Muztagh Ata, che in effetti un vulcano non è, almeno lui: epperò anche lì, mi son fermato al campo base a guardare lassù e ho pensato prima o poi tornerò. Ovviamente no. E quando, del resto, che mi ci vorrebbe un altro mutuo, e poi non è nemmeno questo in realtà, quando mai il problema economico mi ha fermato davvero, c'è sempre dell'altro alla fine.
Persino l'Etna: ho desiderato per una vita di portarmi gli sci in vetta e scendere le colate di cenere e lava. Ricordo di averne letto ai tempi dell'università, all'epoca avevo anche tenuto da parte un paio di vecchi Rossignol di legno per provarci. Non l'ho mai fatto. Perché? Boh.
Non esiste una ragione vera, solo il disagio che mi porto addosso da sempre.

Prendi il Fujiyama, ad esempio. Se molti altri li ho solo immaginati, sul Fuji ho messo più che un piede. È vero, c'era Leonardo piccolo, era un viaggio in famiglia, ma mi sarebbe bastato prendermi mezza giornata e avrei certamente raggiunto la sommità insieme a quella milionata di giapponesi che tutti gli anni si mettono in fila indiana lungo gli infiniti tornanti che portano sul punto più alto.
Invece non ci provai nemmeno: rimasi lì sullo sterrato oltre il rifugio, col passeggino, a fotografare la gente che partiva per la salita, invece di infilarmi lo zaino in spalla e proseguire.
Posso darmi mille ragionevoli risposte naturalmente, ma avrei anche potuto incamminarmi con altrettante motivazioni sostenibili.

Lo scorso anno a Rarotonga ho affrontato da solo la salita del Needle: sono tornato indietro dopo un paio d'ore di giungla verticale, claustrofobica, fradicia e rovente, a non più di venti minuti dalla vetta probabilmente, la parte difficile ormai alle spalle, preso dall'ansia del ritorno da solo. Ho avuto paura di farmi male, della discesa ripida e scivolosa, di non ritrovare la via, di me stesso.
Niente, alla fine in cima io non arrivo. Spesso nemmeno ci provo.

Il giorno che avremmo dovuto provare a salire il Pico ha piovuto. Avevamo una sola possibilità da giocarci, lo sapevo fin dall'inizio: il tempo non ci è stato favorevole, come del resto era ampiamente probabile ed anzi, è stato proprio il giorno peggiore di tutto il viaggio. A mille metri di quota, dove siamo arrivati in macchina per esplorare almeno i fianchi del vulcano, la visibilità era zero assoluto, al punto che non sono nemmeno arrivato in fondo alla strada sterrata che porta al rifugio da cui parte l'itinerario di salita e ho fatto dietro-front.
La verità è che anche se il tempo fosse stato bellissimo probabilmente non ce l'avremmo fatta: è un percorso che richiede molte ore, parecchio ripido, con un dislivello non indifferente; il meteo è sempre piuttosto variabile e bisogna essere veloci nel salire e poi nel scendere, prima di farsi sorprendere dalla nebbia.
Era in conto che fra tutte le cose in programma probabilmente la salita del Pico sarebbe saltata. Avevo messo in valigia l'equipaggiamento, ma tant'è con poca convinzione.
E poi eravamo stanchissimi, da giorni collezionavamo sveglie all'alba e arrivavamo a casa la sera sfiniti, e la mattina del Pico la sveglia era programmata al massimo per le cinque. Nessuno di noi ne aveva davvero voglia, poca io, immagina il resto della famiglia.

Ho aperto gli occhi attorno alle quattro e mezza. Dalle grandi vetrate panoramiche della nostra bellissima Casa da baía do Canto a Terra Alta ho guardato le nuvole nere scaricare la pioggia a scrosci sull'oceano. Mi sono girato nel letto, ho rimboccato il piumino sottile, mi sono rilassato e abbandonato a una stanchezza infinita, e mi sono rimesso a dormire.
Anche il Pico sarebbe andato ad aggiungersi alla lunga lista delle cime che non ho salito.
È fin troppo facile farne la storia della mia vita.

Di sera a Terra Alta è un concerto indescrivibile di uccelli che cantano - cantano? - fanno versi stranissimi, mai ascoltati prima. Li registriamo con l'iPhone per portare a casa qualcosa di questa struggente vita di Pico sperduta nell'oceano, perlomeno i suoni, la musica della natura attorno a noi che riempie un silenzio altrimenti sconfinato.
Il profilo di São Jorge, dall'altra parte del braccio di mare, è stato inghiottito dal buio. Si vedono solo le luci di Velas e di Calheta lungo la costa.
Mi aggrappo in qualche modo a tutto questo. Sarebbe possibile vivere davvero nella Casa da baía do Canto? Dice Benedicta che è la più bella in assoluto, è stata la prima che hanno costruito.
Cucino spaghetti al pomodoro per provare, il vino arriva dalle vigne di Terceira. Almeno le balene non ci hanno tradito, sebbene tre ore di gommone al largo con l'onda lunga siano state faticose, fisicamente impegnative e a tratti inquietanti. Ci eravamo spinti fin quaggiù con l'obiettivo fin dall'inizio di avvicinare le balene nel loro santuario: missione compiuta.

Il Pico è illuminato da uno spicchio sottilissimo di luna. Chissà com'è l'alba da lassù. Domani, quando sorgerà il sole, ci imbarcheremo e se sarò fortunato lo fotograferò dal mare.
È pur vero che se non hai visto Flores non hai visto nulla. Toccherà andare a Flores prima o poi, per tornare a Pico e riprovarci.
Chissà com'è viverci davvero, a Casa da baía do canto.

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Il Pico
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Panorama su Pico da São Jorge
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Casa da baía do Canto, Terra Alta, Pico
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I tramonti di Terra Alta, Pico
TAG: Azzorre, pico
00.26 del 02 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
31 E poi celeste ovunque
AGO Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine niente. Avevo una mezza intenzione al rientro di scrivere un post per ciascuna delle isole che abbiamo incrociato sulla nostra rotta, ma non ho preso nemmeno un appunto in corsa come faccio di solito, non mi sono segnato nulla, ho solo collezionato istanti speciali per me e migliaia di fotografie - quante fotografie, quante, ho perso il conto e anche un po’ il controllo credo, migliaia davvero, ho impiegato queste due settimane a casa a fare ordine, a ripassarle una per una, a selezionarle, a scegliere quelle da inserire nel mio archivio.
Ogni giorno in viaggio ho pubblicato qualcosa su Twitter, una sorta di microblog fotografico, senza aggiungere nulla che non fossero giusto didascalie minime per localizzare le immagini, e niente altro. È stato un viaggio così, differente da molti altri, piuttosto unico per tanti versi.
Sono rientrato da più di due settimane ormai. Ogni giorno mi sono ripromesso di mettermi qui a buttar giù qualche nota, qualche pensiero, ma per quanto ci provi il ritmo non decolla, e rimando, rimando, rimando. Intanto ho anche ripreso a lavorare e le Azzorre sono già laggiù, a migliaia di chilometri, disperse al largo dell’Atlantico Settentrionale.

Mi hanno chiesto come è andata. Ho un po’ eluso le domande, come sempre non ho alcuna voglia di raccontare i fatti miei alla macchinetta del caffè e le mie isole sono mie, come tutti i miei viaggi, sempre. Ma a qualcuno ho risposto “è un viaggio da adulti”.
Ed è così in effetti. Un viaggio da adulti. Per quanto Leonardo, al rientro, abbia detto che gli sono piaciute tantissimo, e certo non avrei scommesso prima di partire - e non scommetterei ancor più oggi - sulle Azzorre per un viaggio ideale con un quindicenne e una dodicenne al seguito.
Col senno di poi in effetti non lo è stato, ma poi vai a capirli i giovani.
Del resto per me sarebbe inspiegabile oggi, e lo sarebbe stato a quindici anni, essere indifferenti all’inquietudine dell’abbandono al largo nell’oceano, spiagge bianche e barriera corallina, o scogliere di lava che siano, pur sempre acqua e acqua e acqua e acqua ancora fra il tuo orizzonte e il mondo esterno, giorni e giorni di navigazione sul mare profondo, oppure volare per ore sul nulla, è l’unica.
Non mi abbandona mai quella sensazione, ogni istante, sulle isole nell’oceano, qualunque isola.
Figurati alle Azzorre, con quei vulcani, la foresta, le scogliere, la pioggia bassa e sottile, le nebbie.

Non è stato un viaggio di mare questo. Per meglio dire, non andate alle Azzorre se avete in mente una vacanza al mare, perché in realtà devo correggermi, un viaggio di mare - e di isole - lo è stato eccome, certo. Dimenticate però di passare le vostre giornate spiaggiati da qualche parte, andate altrove.
Anzi, non andateci proprio alle Azzorre, lasciatele in pace, finché ancora è possibile.
Ti sembra sempre che non ci sia nessuno, eppure c’è gente eccome. Laggiù nel continente dici Azzorre e c’è sempre quel momento di smarrimento nel tuo interlocutore, tipo ah sì, belle caspita, Azzorre, ma aspetta, dove sono esattamente? Cosa c’è alle Azzorre? All’improvviso ti rendi conto che non hai mai sentito nessuno che ti raccontasse delle spiagge delle Azzorre, dei villaggi turistici delle Azzorre, delle discoteche delle Azzorre, del mare delle Azzorre, e allora?
Infatti non c’è nulla, andate altrove.

A São Jorge, per dire, ci sono le fajã. Immagina di vivere su una specie di altipiano a seicento metri dalla superficie del mare e se al mare vuoi andare l’unica è calarti, letteralmente, giù per i tornanti scavati lungo i fianchi di scogliere di lava verticali alte centinaia di metri e ricoperte di vegetazione, finché al mare arrivi, a una striscia di ciottoli e scogli neri larga al massimo una decina di metri, dove arrivano a infrangersi alte onde oceaniche.
Se sei fortunato, fra quegli scogli le onde vanno a riempire delle piscine naturali e lì sì, puoi anche farti un bagno, “bagnarti”, per meglio dire e sempre che la temperatura dell’acqua atlantica non ti sia troppo ostile.

È così misteriosa e silenziosa São Jorge che alcune cose le ho scoperte solo al ritorno, grazie alle fotografie. Ad esempio lavorando su quelle scattate al largo mentre navigavamo sull’onda lunga atlantica verso Graciosa.
Ho eliminato con Photoshop la foschia che avvolgeva l’isola e che la nascondeva sotto una patina azzurra uniforme, quasi confondendola con il mare e il cielo nuvoloso, e che sorpresa, accidenti! Che colori! Che spettacolo!
All’improvviso ecco lì tutta la variopinta e meravigliosa natura vulcanica di São Jorge, le inaccessibili scogliere alte centinaia di metri, colorate da un arcobaleno acceso di lava rossa, gialla, verde, nera, viola, ricoperte da un’assurda vegetazione che mescola pini e abeti e flora d’alta montagna con una insospettabile - per l’anomala latitudine - esplosiva natura tropicale, dipinta da migliaia di fiori spontanei provenienti da tutti i continenti, trasportati fin lì dalle correnti e dagli alisei.

Quanto è diversa São Jorge da São Miguel. Da Faial. Da Pico. Quanto è diversa Pico da Faial, da Graciosa, da Terceira. E quanto Terceira da São Miguel, da São Jorge e da Faial. Quanto ognuna delle Azzorre è completamente differente dalle altre.
A parte le ortensie. I tappeti infiniti di ortensie. L’inverosimile, quasi imbarazzante, coperta di ortensie che le avvolge tutte, in uno spettro che va dal bianco al rosso cupo, passando per l’azzurro, il celeste, il viola, il rosa, il maculato, a seconda dello stadio di fioritura delle piante.
Le strade che attraversano le isole corrono delimitate da vere e proprie pareti di piante di ortensie, per cui guidi incredulo per chilometri guardando verso l’alto, invece che la strada davanti a te, avvolto da un arco celeste fiorito a chiudere la prospettiva.
Dopo qualche giorno è così naturale viaggiare fra le ortensie in fiore che sbarcati a Terceira ci rendiamo conto all’improvviso che lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo verso casa non c’è traccia di azzurro, né di blu, né di rosa. Solo normale vegetazione attorno a noi, e ci rimaniamo un po’ male. Non siamo più abituati.

Se me lo chiedi, alla fine vivrei a São Miguel. La più grande, la più affollata sì, diciamo così, per quanto si possa parlare di folla alle Azzorre. La più abitata, meglio. Hai tutto quel che serve a Ponta Delgada, anche Decathlon, se ti servono le scarpette, ché alle Azzorre corrono tutti e attorno al capoluogo ci sono delle ciclabili meravigliose lungo il mare dove andare a correre all’alba e al tramonto. Anche Ikea secondo me, ché le posate nelle nostre case a São Roque e a Santo Amaro sfoggiavano l'inconfondibile logo.
Forse non è la più bella São Miguel, ammesso che sia davvero possibile stilare una classifica, ma è sicuramente il miglior compromesso. C’è un aeroporto internazionale, non ci sono vulcani (troppo) attivi, non battono terremoti da abbastanza tempo, ci sono diversi villaggi , c’è qualche spiaggia vera, per quanto oceanica, c’è una strada a scorrimento veloce che la attraversa da un capo all’altro, come a O’ahu, per cui puoi raggiungere rapidamente qualunque punto dell’isola in mezz’ora.
Le altre isole, se vuoi, son lì, a qualche ora di traghetto, o meno di un’ora di aeroplanino, quindi sei sempre in tempo a fuggire alla ricerca di meno folla ancora, ammesso che ti serva davvero.

È bellissima e particolare São Jorge, ma bisogna scoprirla e saperla apprezzare. Sembra tranquilla ed è la più estrema e inaccessibile. Forse vorrei vivere a São Jorge, ma gli ultimi terremoti violenti son troppo recenti, è esattamente al centro della faglia atlantica, ed è così drammatico il contrasto fra l'altipiano che emerge dall'oceano tappezzato da tranquilli pascoli alpini e foreste, le scogliere altissime su cui si appoggia e che difendono l'isola come una fortezza, le claustrofobiche fajãs laggiù in fondo al precipizio, dove vanno a infrangersi le onde e i pescatori ormeggiano le loro barche colorate.

È bellissima Faial, coi suoi vulcani attivi e preistorici, ma un po’ troppo mondana a modo suo, con quel suo porto dove attraccano le vele transoceaniche, la mezzaluna di sabbia della spiaggia di Porto Pim, i trekker che si avventurano giù per la caldeira avvolta dalla nebbia.
È interessante Terceira, ha le foreste con gli gnomi e le grotte profonde scavate nella lava, la vita di Praia da Vitória e i caffè di Angra do Heroismo, ma non ci sono i tappeti di ortensie e il celeste a guidarti i cammini.

E poi Pico, vabbè. Magari di Pico ti racconto altrove.
Certo, vivere a Pico, e affacciarti al terrazzo ad avvistare le balene.
È che a Pico l’ombra lunga del vulcano sopra di te non ti molla mai.
Lo vedi da ovunque, il Pico. Lo vedi da São Jorge, da Faial, da Graciosa, da Terceira. Sospetto tu lo possa vedere anche da Corvo e Flores, quando le nuvole che lo avvolgono perennemente decidono all'improvviso di ritirarsi del tutto per qualche istante, cosicché lo vedi infilarsi nel cielo, al di sopra delle Azzorre tutte.
Devi tornare a São Miguel per riuscire, forse, a togliertelo dall’orizzonte.
Immagina viverci sotto.
Che poi, immagina vivere a Stromboli del resto, che però non è abbandonata in mezzo all’Atlantico, sulla rotta dell’America, a ore e ore di acqua sotto di te.
Magari ti parlerò di Pico, sì, altrove.

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São Miguel
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Pico appare fra le nuvole dietro São Jorge
TAG: Azzorre, sao Miguel, sao Jorge, pico
13.28 del 31 Agosto 2019 | Commenti (0) 
   
17 What a wonderful world
AGO Travel Log: Isole Azzorre
Càpitano, quei momenti nella vita unicamente perfetti, precisi in ogni dettaglio, istanti magici dove ogni cosa è esattamente al posto nel quale deve essere, in equilibrio assoluto e quasi impercettibile, ed è importante coglierli, accorgersene, congelare l’attimo, assorbirlo, non lasciarlo fuggire, lasciarlo penetrare sotto pelle, farlo proprio, viverlo e respirarlo fino in fondo.

Come quella volta ad O’ahu, al tramonto, sull’autostrada per Honolulu. O sul volo di ritorno dalle Canarie, coi ragazzi ancora piccoli, rientrando dal mio primo vero viaggio da solo con loro al di fuori dei confini mediterranei, Leonardo che dorme con la testa appoggiata su di me, Carola concentrata sul suo disegno.

Càpitano, sì. Come qualche sera fa in mezzo all’Atlantico, dopo una bella cena a Praia da Vittoria, guidando verso la nostra strana casa a Terceira, la luna che si rispecchia perfettamente sull’oceano scuro illuminandolo completamente, noi quattro finalmente insieme, i ragazzi dietro felici, l'autoradio che passa una splendida cover di What a wonderful world di Louis Armstrong interpretata da Ben Caplan, il resto del mondo distante migliaia di chilometri di mare e aliseo, e l’unica cosa che vorrei è accostare la macchina sul ciglio della strada in quel punto preciso, fermare il tempo, l’universo tutto e non avanzare un istante in più nella vita, perché la perfezione di ogni cosa è esattamente quella e non è possibile migliorare nulla di quel che c’è dentro quell’istante, l’avanzare di un solo secondo o metro sposterà l'angolo di prospettiva e anche la luce proiettata dalla luna non sarà più nel posto corretto, la canzone finirà, arriveremo a destinazione, saremo qualche istante più vicini a casa, quella vera, e questa curva sarà alle spalle, come tutto il resto.

Così mi concentro sull'attimo prima di perderlo per sempre e di ogni altra cosa.
Poi arriveranno via via le fotografie, i tramonti sul vulcano e le balene di Pico, i colori di São Miguel, la lava di Faial, le scogliere vertiginose di São Jorge, le foreste di Terceira, le onde lunghe dell'oceano navigando verso Graciosa e tutto il resto.
A me basta anche solo questo.

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TAG: azzorre
17.59 del 17 Agosto 2019 | Commenti (0) 
   
21 Rotta verso l'Atlantico
LUG Travel Log: Isole Azzorre, Spostamenti
Quindi, dopo le Canarie nel 2013 e Madeira nel 2017, torniamo nell'Atlantico e questa volta è finalmente il turno delle Azzorre, a lungo inseguite negli ultimi anni e per una ragione o per l'altra sempre rinviate.
Sul mio personale ruolino di marcia annoto anche che, almeno secondo la classificazione del CIGV, con le Azzorre completo definitivamente l'album dell'Europa, inanellando il 55° territorio del nostro continente (le capitali le avevo già completate nel 2015 con il weekend a Vienna), e il 103° paese della mia carriera di viaggiatore. Per curiosità - e naturalmente anche per disturbo ossessivo compulsivo - ho inoltre verificato che le isole portoghesi saranno il ventesimo arcipelago in cui metterò piede in giro per i sette mari, il decimo nell'Oceano Atlantico (contando anche l'Islanda).
Insomma, fin qui le statistiche.

Sarà finalmente una vacanza lunga, vera, che ce n'è un gran bisogno. Nei piani, almeno cinque delle nove isole dell'arcipelago.
Andiamo innanzitutto a caccia di balene per l'ennesima volta, e speriamo che questo sia il giro buono: io le vidi nel 2011 alle Hawaii, ma non sono mai riuscito con Lorenza e i ragazzi. A parte un fugace avvistamento da lontano nel 2014 in Sudafrica, missione fallita alle Canarie nel 2013, missione fallita alle Farøe nel 2014 e in Islanda nel 2015 (del resto eravamo fuori stagione), e missione nuovamente fallita a Madeira nel 2017.
Dicono che le Azzorre siano tutto l'anno un paradiso terrestre per l'avvistamento dei cetacei, soprattutto in estate. Metto a punto l'attrezzatura fotografica e incrociamo le dita.

E poi vulcani, natura, l'oceano e le colonie portoghesi che un po' per caso sembrano il fil rouge di quest'anno, nel quale sono stato fra l'altro anche in Brasile e a Goa. Per farne un progetto vero ci vorrebbe almeno una puntata in Angola ed una a Macao: l'enclave in Cina potrebbe quasi scapparci come rapida estensione di una prossima nuova trasferta di lavoro a Shanghai e Singapore, per l'Angola direi che quest'anno la vedo più complicata.

Batterie in carica, valigie quasi chiuse, equipaggiamento da trekking incluso. Nemmeno un mese che sono a terra e di nuovo in volo verso occidente, finalmente non da solo.

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TAG: Azzorre
14.14 del 21 Luglio 2019 | Commenti (1) 
   
17 Prova in strada
LUG Fotoblog, Fotografia, Diario
Alla fine comunque c'è sempre un buon motivo per non rinunciare alla reflex, al di là dei viaggi. L'eclissi capita a proposito mentre preparo l'attrezzatura da portare alle Azzorre: ci sono giusto da provare la Canon 80D e il nuovo convertitore 1,4x della Kenko montato sullo zoom EF 70-300, che tirato alla lunghezza massima, grazie al crop del sensore APS e al moltiplicatore, arriva a una focale di oltre 670mm.
Per la verità, la combo zoom + convertitore non è il massimo in termini di luminosità e qualità dell'immagine, soprattutto a fronte di condizioni abbastanza estreme e difficili da interpretare come quelle di un'eclissi lunare parziale, ma lavorando un po' con Adobe Camera Raw alla fine i risultati non sono pessimi.

Peccato la Luna bassa sull'orizzonte. Ho anche sbagliato a tenere gli ISO fissi a 100, avrei potuto tranquillamente scattare con valori più elevati e tempi di posa decisamente inferiori.
Dicono che nel 2028 avrò un'altra ottima opportunità.

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TAG: eclissi, luna, canon
14.57 del 17 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
08 APS-C ancora una volta
LUG Fotografia
Per la verità l'idea iniziale era di disfarmi della reflex, o perlomeno di parcheggiarla definitivamente e rivoluzionare una volta per tutte il mio corredo da viaggio, migrando a una bridge. Ho scritto diverse volte qua dentro del come e del perché ormai già da qualche anno abbia rinunciato in linea di massima a viaggiare con l'attrezzatura fotografica completa e ad accontentarmi del cellulare nella maggioranza delle situazioni, soprattutto in virtù dell'evoluzione delle ottiche degli smartphone di ultima generazione (considerati gli ovvi limiti, il mio attuale iPhone XS fa obiettivamente delle foto di ottima qualità anche in condizioni di luce difficile, come è stato ad esempio nel caso del recente viaggio di lavoro in India, ed è pure equipaggiato con uno zoom ottico di base).
Ormai da anni mi piace viaggiare il più leggero possibile, col solo bagaglio a mano: la reflex e le sue ottiche significano portarsi uno zainetto in più di qualche chilo che va fra l'altro a scapito di equipaggiamento altrimenti più utile, senza contare poi la schiavitù derivata dal doversi prendere cura dell'attrezzatura per tutto il tempo e il doversela trascinare sempre dietro.
C'è poi il fatto che alla fine, di cento foto che scatto in viaggio, novantacinque sono semplici ricordi personali senza alcuna pretesa che rimangono perlopiù sepolti nei miei hard disk, e molto raramente rimpiango di non avere con me una macchina fotografica seria, a meno che il viaggio stesso non abbia una motivazione in questo senso.
Ad esempio, non avrei certo potuto rinunciarvi cinque anni fa in Sudafrica per catturare gli animali, o l'anno successivo in Islanda per fotografare l'aurora boreale, e nemmeno due anni fa a Madeira per riuscire a scattare queste foto ai delfini (e pensare che fino all'ultimo momento ero stato indeciso se portarla o meno). Rimane però il fatto che nella maggior parte dei viaggi degli ultimi anni ho rinunciato ad avere la reflex con me e non me ne sono pentito, come è accaduto anche in occasione del giro del mondo dello scorso anno.

Fra un paio di settimane partiremo (finalmente, dopo anni che le avevamo in programma) per le Azzorre, un viaggio perlopiù fotografico fra i cui obiettivi c'è di avvicinare il più possibile le balene. Non è certo un viaggio da cellulare ma, di nuovo, si ripropone il tema del dover partire con qualche chilo di attrezzatura fotografica.
Alla ricerca di un compromesso, mi sono messo a studiare e dopo il solito benchmarking di un paio mesi mi ero infine orientato sulla Sony DSC-RX10M4, una bridge con caratteristiche fuoriserie, probabilmente la migliore in assoluto oggi nella sua categoria: sensore full frame da 20mp, uno spettacolare zoom 24-600mm f2.4-4, raffica monster da 24 scatti al secondo, formato raw, modalità tradizionali di scatto e avanzamento come una normale reflex. Di fronte alla lista delle specifiche tecniche, all'improvviso la mia povera Canon 60D mi è sembrata un'inutile e ormai datata zavorra.
Unico neo della Sony, il prezzo (in realtà costa la metà di una reflex full frame seria): sfrugugliando sul web si riesce a portare via a poco meno di 1.600€, comunque eccessivo purtroppo in questo momento per le mie tasche.
A malincuore ho dunque messo la RX10M4 in wishlist, rimandando a un futuro più ricco, ma ormai mi ero messo a studiare. E quindi.

Volendo aggiornare la mia attrezzatura in occasione del nuovo viaggio, senza spendere una fortuna e considerato il mio attuale parco ottiche, la strada era una sola: rimanere nel perimetro delle reflex Canon.
A questo punto si è trattato di scegliere se restare sul sensore APS-C (canditate la 80D e la 7D Mark II) o fare il passaggio definitivo al full-frame (candidata pressoché unica, visti i prezzi, la 6D Mark II).

Il corredo obiettivi della mia Canon in questo momento è abbastanza soddisfacente: ho un bel 17-55 EF-S f2.8 stabilizzato, un 17-70 f2.8-4 della Sigma per sensore APS ed un 70-300 EF f4-5.6 stabilizzato, che col sensore ridotto diventa un 480mm.
Ho anche preso un buon moltiplicatore 1,4x della Kenko per tirare lo zoom fino a 670mm. Mangia un (bel) po' di luce, ma costa un decimo di un "bianchino" usato della Canon e per fotografare in mezzo al mare in pieno sole va più che bene senza nemmeno bisogno di tirare troppo gli ISO, consentendo di scattare ad f8 con tempi sufficientemente rapidi da limitare il micromosso.
Per un po' ho anche cercato su eBay qualche offerta per un bianchino Canon usato 100-400 o per il Sigma 100-500, ma alla fine sono pur sempre ottiche che viaggiano fra il chilo e mezzo e i due chili, e tutto sommato no, prezzo a parte non ho davvero voglia di viaggiare così pesante per far tre foto buone ad essere fortunati. E poi, a meno di non partire con tre obiettivi, fra il 17-55 e un 100-x mi rimarrebbe scoperto un intervallo di focali troppo ampio, che fra l'altro è quello che uso maggiormente durante il giorno.
In ogni caso, con la mia configurazione di ottiche, passare al full frame avrebbe significato dover ricomprare anche uno zoom con la focale corta, tipo un 24-70 f2.8, poiché il Canon 17-55 e il Sigma 17-70 sono compatibili solo con il sensore APS-C. Alla fine la scelta di rimanere sul formato ridotto è stata dunque pressoché obbligata, ma non certo a malincuore viste le eccellenti caratteristiche delle due reflex candidate rimanenti.

Morale. In principio fu la Canon 20D, la mia prima reflex digitale, acquistata nel 2005. Lasciavo alle spalle una storia mai decollata con una Nikon F65 e una precedente convivenza pluriennale con la Yashica, passata attraverso diversi modelli.
Nel 2010, complice il mercato dell'usato di Seoul, feci un doppio upgrade nel giro di una settimana, passando prima alla Canon 30D e subito dopo alla 40D. Nel 2014 fu la volta della Canon 60D, aggiornamento obbligato in seguito al furto della 40D a Johannesburg.
Oggi, spendendo un quarto rispetto alla Sony di cui alla lista dei desideri lassù, è infine entrata in casa la Canon 80D e almeno sulla carta si tratta di un salto notevole rispetto alla 60D.

A parte la differenza di prezzo nei confronti della 7D Mark II, fra le ragioni per cui alla fine mi sono deciso per la 80D ci sono la maggior risoluzione, il fatto che sia un modello più nuovo, il range dinamico decisamente maggiore, il touch screen e lo schermo del live view orientabile. Rispetto alla 7D manca purtroppo il GPS (una caratteristica che apprezzo tantissimo e che ormai dovrebbe essere un must-have), la raffica è un po' più lenta e manca anche il doppio slot per le schede di memoria, ma trecento euro sono tanti e le funzionalità in più non giustificano secondo me la differenza di prezzo a sfavore della 7D, soprattutto a fronte del sensore migliore e più nuovo della 80D.

Adesso però, mentre le guardo affiancate sul tavolo, già lo so: andrà a finire che partirò con entrambi i corpi macchina, ché zainetto per zainetto vuoi mettere la comodità di non dover cambiare obiettivo, ma averli entrambi pronti all'occorrenza.
Intanto faccio il primo scatto in automatico dalla finestra di casa con la 80D, lo zoom tirato al massimo e il moltiplicatore di focale, tanto per capire quanto rumore si porta dietro lasciandola lavorare da sola. Dopodiché non resta che configurarla (cinquecento pagine di manuale, nemmeno l'Apollo 11 credo ne avesse così tante), pulire i filtri, mettere in carica le batterie e procurarsi uno zaino apposta per ficcar dentro tutto.
Appuntamento a Pico e dintorni fra qualche settimana.

EOS80d3
EOS80d4
Primo scatto con la 80D: 300mm con Kenko 1,4x e sensore APS = 672mm
TAG: canon, fotografia, reflex, bridge
17.53 del 08 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Shots from Goa, India
LUG Travel Log: Business Trips 2019
All’aeroporto di Mumbai sono le tre del mattino, fa caldo, sono stanchissimo, sudato, avrei più di dure ore a disposizione per provare a chiudere occhio fra un volo e l’altro, ma se ne vanno irrimediabilmente a combattere con la demenziale burocrazia indiana. A iniziare dall’immigrazione: infilo la corsia veloce riservata alla business class e ai frequent flyer, ma evidentemente in India hanno tutti un qualche status privilegiato, perché sto in coda quasi un’ora, nemmeno fosse ora di punta a Houston. Quando finalmente è il mio turno mi chiedono la carta d’imbarco (in uscita? Chissà dove accidenti l’ho infilata alla partenza), mi prendono le impronte digitali e mi fotografano (ma non lo avevano già fatto apposta al consolato a Milano per rilasciarmi il visto?), mi interrogano, mi chiedono della mia professione, del mio itinerario, delle mie precedenti esperienze in India, delle mie prossime tappe. Dico “Goa” e il poliziotto mi strizza l’occhio: “Ah, vai a divertirti eh?”.
No, vado a lavorare e sono stanco, nel frattempo si son fatte le quattro e se mi tiene ancora un po’ lì a menarmela perdo il volo in coincidenza.

Mi ci vuole un’altra ora, tutta, per attraversare i controlli in aeroporto fra gli arrivi internazionali e le partenze domestiche. Devo anche passare attraverso la coda del ritiro bagagli anche se non ho nulla da ritirare, ma non esiste scorciatoia per i trasferimenti. Mi ricontrollano il passaporto e il bagaglio a mano almeno cinque volte, ogni volta uno scanner, ogni volta mi timbrano la carta di imbarco, ogni volta devo passare la perquisizione, ogni volta una fila e sono quasi certo che almeno in un’occasione il percorso ripassi dal via, perché mi ritrovo in coda a quello che sono sicuro essere l’ufficio immigrazione iniziale, questa volta nella corsia normale, dove naturalmente mi ritimbrano la carta di imbarco, che a questo punto è quasi illeggibile.
Dal momento in cui sbarco a Mumbai mi bastano pochi minuti perché l’India mi investa in pieno ed eccolo lì, il passato mi piomba addosso per intero e all’improvviso sono a diciassette anni fa, mi sento come se non fossi mai andato via. Tutta la fatica e la frustrazione dei mesi dell’overland in Asia, naufragati nell’aria liquida del subcontinente, mi travolgono oggi come allora, e mi assale una stanchezza infinita.
Arrivo a prendere il mio volo Air India per Goa per un soffio. È quasi l’alba, piove, l’aereo è vuoto, la business class è larga e comoda, e sono praticamente da solo. Chiudo gli occhi un po’ mentre decolliamo per l’ultimo balzo di questa notte interminabile e mi lascio trasportare dagli eventi.

Il sole sorge al di sopra dello spessissimo strato di nuvole monsoniche e una luce stupenda illumina il cielo della costa occidentale. Ormai posso rinunciare alla speranza di riposare almeno un’ora. Faccio colazione a bordo e scatto mille fotografie dall’oblò al mio ritorno in India.
L’aeroporto di Goa è un buco di posto stanco, fradicio e fatiscente. Anche qua, code e controlli infiniti. Per uscire dal terminal, nonostante arrivi da un volo domestico, mi ricontrollano passaporto, bagaglio e carta di imbarco almeno tre volte e a ogni controllo me la timbrano.
Metto finalmente, davvero, nuovamente piede in India dopo diciassette anni. Mi libero rapidamente di pochi, poco convinti e stanchi touts, e mentre cerco di identificare il mio autista mi ritrovo a pensare che da qui potrei anche tornare a casa via terra, e che lo so fare.
L’ho fatto davvero, una volta. Vorrei rifarlo. Lo rifarò, prima o poi.
Per ora il passato è qui, attorno a me. Lo riconosco tutto, lo respiro immediatamente. Non so se sono in grado di affrontarlo.
Non ho nemmeno sonno tutto sommato e non fa nemmeno così caldo, ci sono dieci gradi in meno rispetto ad Abu Dhabi e sono le sei del mattino, capirài, par quasi d’essere a Cortina al confronto. Be’, Cortina: facciamo l’Etna, va’.
Per il resto è tutto come quella mattina di diciassette anni fa, alla frontiera fra Zanghmu e Kodari, entrando in Nepal. È quella l’immagine che associo immediatamente, ancora più di quello che fu il passaggio vero del confine indiano a Bhairawa. Oggi come allora pioviggina, l’umidità permea l’aria, il mondo attorno è completamente cambiato rispetto a poche ore fa, sono appena atterrato su un altro pianeta. Un paio d’ore di India e già potrei scriverne per pagine e pagine, ogni passo è una storia da appuntare.

Viaggio verso il mio hotel a Panaji, ho bisogno di riposare qualche ora e di una doccia prima di presentarmi in ufficio. La pioggia lava via tutto: il traffico caotico e surreale, il suono ininterrotto dei clacson, la terra rossa e il fango, la vegetazione tropicale che avvolge qualunque cosa attorno, le mucche in mezzo alla strada, l’India che inizia ad abbracciarmi nella sua stretta claustrofobica.
Viaggiamo fissi in mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, tentando di sorpassare qualunque cosa, autobus, altre auto, motocicli, tuc-tuc, bici, pedoni, animali, mentre altri veicoli fanno la stessa cosa cercando di sorpassare noi a destra, altri lo fanno a sinistra - qui la guida è all’inglese, nel senso di marcia intendo. Viaggiamo perlopiù contromano, rientrando solo all’ultimo secondo per evitare i frontali coi mezzi che provengono in senso opposto. Viaggiamo col clacson spianato, Ganesh che mi osserva dal cruscotto, le perline che tintinnano dallo specchietto, l’autista che non dice una parola. Viaggiamo, forse, verso un angolo climatizzato di tranquillità.
Eppure mi è tutto familiare. Mi sembra tutto normale. Mi sembra normale evitare all’ultimo secondo i veicoli che provengono dal senso opposto, sorpassare in curva cieca, sorpassare a sinistra invece che a destra, a seconda degli spazi probabili o improbabili che si aprono in mezzo al traffico, aggirare le mucche, le bancarelle e la gente che cammina sul ciglio della strada, sotto la pioggia, scalza, in mezzo al nulla. Mi rendo conto che è un caos che mi appartiene, o semplicemente non mi ha mai più lasciato, si è impadronito di me senza che me ne rendessi conto, l’ho fatto mio e lo conosco, quasi non sudo nemmeno.

Per un lungo tratto costeggiamo il mare. A ridosso di queste spiagge chilometriche, fotografate contro il cielo color piombo, giacciono arenate e abbandonate le carcasse consumate di decine di navi, arrugginite dal tempo, spogliate dagli uomini di qualunque cosa potesse essere smontata, portata via, riciclata. Ci sono addirittura scafi di enormi portacontainer e vecchie petroliere che sono stati tagliati a pezzi. Sembra uno di quei cimiteri delle navi in Bangladesh, dove migliaia di disperati rischiano la vita per pochi dollari smantellando illegalmente, a costo zero e al riparo degli occhi e delle legislazioni internazionali, gli avanzi delle flotte occidentali.
L’India è la discarica del mondo, dell’umanità, di tutto. Il caos è qui e qui convivono, fianco a fianco, mescolati senza soluzione di continuità, il ricco trafficante in Mercedes, il borghese benestante con la sua Tata impolverata e il relitto umano scalzo che smonta le navi a mani nude, uniti dallo stesso continuum esistenziale, per cui nella prossima vita i ruoli verranno equamente redistribuiti dalla giustizia divina, magari oggi stesso, se dietro alla prossima curva spunterà un camion troppo vicino per essere evitato e la mano dello smontatore di navi perderà la presa nel medesimo istante.
Ha una sua logica. A distanza di molti anni mi accorgo che l’India può insegnarmi molte cose. Devo resistere alla stanchezza, avrò tempo a casa di riposarmi, adesso c’è da andare in avanscoperta ad imparare.

I controlli di sicurezza all’ingresso dell’hotel arrivano a livelli paradossali. L’auto viene fermata ai cancelli, ci controllano il vano portabagagli, il cofano del motore, passano uno specchio sotto alla carrozzeria. Davanti alla porta di ingresso devo lasciar giù tutto, come se fossi in aeroporto. Il cellulare in una cesta, lo zaino, in un’altra, il trolley viene portato a uno scanner e io passo attraverso l’arco del metal detector. La stessa procedura verrà ripetuta ogni santissima volta che questi giorni rientrerò in hotel.
È per il terrorismo, mi dicono. Come se qualcosa potesse impedire che dal caos a pochi metri venisse lanciato un colpo di bazooka contro questo hotel a cinque stelle piantato nel mezzo dell’India lì fuori. Come se ci fosse poi una qualsiasi ragione per prendere questo hotel a colpi di bazooka. Ma poi mi viene in mente il Taj a Mumbai, e io sono pur sempre al Taj di Panaji e niente, devo arrendermi alla sfiancante paranoia all’americana che sembra avermi inseguito fin qui. Va già bene che non mi riprendano le impronte per l’ennesima volta.
Fuori, dalla finestra della mia camera tutto marcisce sotto la pioggia che va e viene. La climatizzazione non riesce a combattere l’umidità, che penetra nella stanza e permea l’ovunque, cosicché mi ritrovo col passaporto umido, le magliette umide, il telefono umido. Di me, lasciamo perdere.
Mi stendo un paio d’ore, ma di dormire non se ne parla proprio, sono pur sempre le otto del mattino, anche se sul fuso orario di Delhi, e il mio cervello non registra più sonno. Tanto vale indossare l’ultima maglietta buona rimasta dopo Abu Dhabi e affrontare le vie di Panaji, per poi fare un salto in ufficio e pianificare le prossime giornate.

Dell’India mi mandano ai matti le supponenti formalità demenziali inutilmente applicate al disordine universale attorno, la stratificazione sociale, la babele linguistica, la quantità di addetti all’inutile.
Prendi quello che mi schiaccia il bottone dell’ascensore in hotel. Non c’è sempre per la verità, e anche questo: non è chiaro quale sia il criterio perché in determinati orari, senza alcuna logica apparente, ci sia l’addetto a schiacciarti i bottoni dell’ascensore e in altri momenti debba far tu la fatica di pigiarlo. Comunque.
L’addetto a pigiare il bottone dell’ascensore funziona così: tu fai per avvicinarti agli ascensori, lui ti schiaccia il bottone. Appena l’ascensore arriva l’addetto si precipita fra te e la porta che si sta aprendo, ti indica l’ascensore e fa il gesto di trattenere la porta apposta per te, come se ogni volta corressi il rischio di essere tritato dalla chiusura improvvisa mentre tenti di entrare.
L’addetto ti chiede a che piano devi andare e ti indica il bottone da schiacciare. Per fortuna non ti segue, lui.
Gli altri ti seguono tutti.
Per esempio, prova ad andare al buffet.

Al buffet c’è quello che mi accompagna al tavolo, quello che mi indica la sedia, quello che mi sistema la sedia sotto al culo e quello che mi chiede cosa desidero, non fosse che devo rialzarmi perché, appunto, è un buffet, e mi servo dunque da solo, grazie. O almeno ci provo.
Al buffet c’è tutto e quando dico tutto intendo tutto. Perlomeno, la cucina di quattro continenti, distribuita lungo metri e metri di banconi. Devo fare colazione: vorrei un croissant, un caffè, uova strapazzate e bacon. Il caffè però bisogna ordinarlo al tipo che mi segue passo a passo e mi chiede in continuazione cosa desidero, indicandomi una per una tutte le etichette del buffet scritte in tre lingue.
Gli chiedo del caffè.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o sa il cielo quale altro tipo di caffè. Gli dico americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano. Gli rispondo di sì, americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè espresso. Gli rispondo di no, voglio caffè americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o mocha o con la panna o con la vaniglia o col cacao o con il brandy, lo zucchero, il dolcificante, le zollette, la tazza di vetro, di porcellana, take away, lungo, corto, medio, in caraffa.
Inizio a spazientirmi e gli rispondo che voglio caffè americano, sillabandoglielo. A-ME-RI-CAN, BLACK, TALL.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano.
Mi porta caffè espresso.

Il fatto è che gli indiani sono davvero convinti di parlare inglese e soprattutto di capirlo. Lo studiano fin dalla nascita, in un paese che ha mille e una differenti lingue ufficiali lo usano correntemente come lingua transazionale per capirsi fra loro e formalmente nell’amministrazione pubblica. Un mio collega indiano, un giorno, mi ha tenuto una filippica di venti minuti per spiegarmi che loro l’inglese lo parlano e lo capiscono benissimo, che non hanno alcun problema, che il resto del mondo li prende in giro ma che siamo noi a non capire un tubo. Era infervorato e offesissimo, mi ha fatto praticamente un comizio.
Almeno, credo che quello fosse il senso. Perché capivo una parola su dieci di quel che diceva e parlava velocissimo.
Davvero se lo credono, crescono a curry e inglese, ma quel che parlano è un dialetto tutto loro, incomprensibile al resto dell’umanità che parla inglese. Puoi abituarti all’accento di Houston e arrivare a intenderti coi contadini dell’Ohio, puoi riuscire a mediare con l’anglogiapponese e il demenziale sinoinglese, puoi capire persino, con l’esercizio, se un inglese vero ti sta chiedendo un accendino o se conosci Elisa (questa la capiamo solo io e lei), ma capire cosa diavolo ti sta dicendo un indiano, be’, da’ retta: fai prima a imparare a leggere il sanscrito.
E quindi, le uova.

Le uova ci sono sode, fritte, in camicia, alla coque, mescolate con qualunque spezia e verdura conosciuta al genere umano, ma non ci sono strapazzate.
Il tipo del caffè è andato, ne ho un altro attaccato che a sua volta mi sta indicando tutte le etichette del buffet, una per una, e mi chiede insistentemente, sorridendo, cosa desidero.
- Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, one side or two side fried?
- No fried eggs. Scrambled eggs.
Lo fisso immobile. Ripeto, sillabando, con calma: scram-bled-eggs. No fried eggs.
- Yes Sir, scrambled eggs.
Mi arrivano fried eggs, double side. Però me le ha fatte fare apposta invece di prenderle dal buffet.

E poi c’è quello che a cena non mi lascia mangiare in pace. Ho il mio libro, ho scelto un tavolo isolato, in un angolo, apposta. Voglio stare solo, non voglio parlare, non voglio nessuno. Voglio leggere.
Arrivano i piatti di portata. Provo a servirmi, ma il tipo si fionda al mio tavolo, mi prende le posate dalle mani e inizia a mettermi il cibo nel piatto chiedendomi quando basta. Lo fermo. Lo ringrazio. Riprendo il mio libro.
Finisco quel che ho nel piatto, ho voglia di prenderne un'altra cucchiaiata, faccio per servirmi, ma il tipo si rifionda su di me, mi afferra le posate dalle mani, mi mette la roba nel piatto chiedendomi cosa voglio, quanto ne voglio, se mi basta, se ne voglio altro, se mi serve altro. Lo ringrazio seccamente e cerco di spiegargli che posso servirmi da solo trattandosi di trasferire del cibo dal piatto che sta alla mia sinistra a quello che ho davanti. Sorride, se ne sta in piedi lì di fianco, aspetta con pazienza che provi ad allungare la mano verso qualunque cosa si trovi sul mio tavolo per anticipare i miei movimenti e impedirmi di fare da solo qualsiasi gesto che non sia portarmi il cibo alla bocca. Ho l’avvoltoio personale.
Rinuncio al dessert, non posso farcela a cenare col palo di fianco che mi spia.

Gli addetti all’inutile sono ovunque. Prendi l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
In mezzo al caos gli indiani costruiscono le grandi opere. Un po’ come da noi, per certi versi. Chilometri di cantieri e lavori in corso apparentemente abbandonati, monconi spettrali di enormi piloni con le armature arrugginite che fuoriescono dal cemento, pezzi di viadotti a cinquanta metri dal suolo destinati forse un domani-chissà-quando a scavalcare l’umanità e l’entropia sottostante, impalcature che impalcano il nulla abbandonate sotto la pioggia, jersey e nastri di plastica arancione che delimitano deviazioni artificiali che tutti sembrano seguire diligentemente, ma che nessuno in realtà segue, perché non esiste un ordine a monte al quale fare riferimento.
In mezzo lui, l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
Se ne sta lì, appeso sotto al troncone di un viadotto staccato da tutto, un tratto a quattro corsie che non arriva da nessuna parte e non porta da nessuna parte, né forse mai porterà ovunque, a meno che attorno non gli venga costruito il resto della strada. I lavori paiono abbandonati, ma forse è il monsone, forse è l’estate, forse è l’India, chissà.
L’uomo col pennello se ne sta lì appeso, sotto alla pioggia, sospeso nel vuoto, col suo secchio di vernice bianca appeso alla cintura e il pennello in mano. Dipinge il pezzo di viadotto. Così, da solo, senza alcuna ragione apparente, con calma, una pennellata alla volta. Il moncone sarà lungo cento metri, a qualche decina di metri dal suolo, appoggiato al suo enorme pilone, cemento armato grezzo grondante acqua. Lui, diligentemente, lo dipinge di bianco, col suo pennello e il suo secchio appeso alla cintura.
Lo immagino ancora lì, fra mille anni, appeso solo qualche metro più in là, a fianco di un tratto di pilone che digrada dal bianco lucido, al bianco opaco, al grigio, al cemento armato.

Al museo di Goa Velha non c’è quasi nessuno. Non che il museo meriti di per sé, ci sono perlopiù statue lignee di santi cristiani portate qui fra il seicento e il settecento, ma Vinay mi sta accompagnando a visitare le testimonianze della colonizzazione portoghese a Goa.
All’entrata del museo una vecchia indiana distribuisce i biglietti di ingresso.
Il biglietto è in realtà un pezzo di carta bianca a quadretti tagliato con un righello dalla pagina di un bloc notes. Esattamente così: ti presenti davanti alla vecchia, lei prende il suo righello, taglia un quadratino da una pagina del bloc notes, non ci scrive assolutamente nulla, ti consegna il fogliettino.
Il fogliettino viene ritirato un metro più avanti - un metro vero, ossia lì a fianco - da un’altra vecchia indiana, che lo butta in una cesta.
Le guardo, guardo l’India, accaldato, frustrato dall’inutilità e dall’inconsistenza. Voglio capirla.

Mi viene da chiedermi perché tutti i miei occasionali accompagnatori, ovunque mi trovi, mi portino a visitare chiese e testimonianze varie della colonizzazione cattolica. Era stato ad esempio così in Brasile, con Decio. Ora Vinay mi porta a vedere le cattedrali portoghesi di Goa.
Belle, per carità, ma siamo in India accidenti. Mi mostra i confessionali e mi spiega come funziona la confessione. Gli faccio inutilmente presente che essendo italiano e di estrazione culturale cattolica so benissimo come funziona, ma non è convinto e si perde nei dettagli.
All’uscita dalla cattedrale del Bon Jesus provo a giocare la mia carta e osservo, quasi distrattamente, che è interessante come in India convivano più o meno pacificamente quattro grandi religioni i cui culti vengono professati a pochi metri uno dall’altro, e chiedo quanti templi di altre confessioni ci siano nei dintorni. Vinay, sorpreso, mi chiede se sono interessato a visitare un tempio induista, la sua religione, ma mi avverte che dovrò camminare scalzo e vuole sapere se è un problema per me. Perché mai poi, chissà. Ovviamente no, non lo è.
Va a finire che abbandono le scarpe in macchina e passo una mattinata per templi indù, definitivamente scalzo, camminando a piedi nudi sull’India, sulla sua umanità, sul suo fango rosso, sull’acqua che scivola via lungo i cammini tutti e lava via i miei, e loro, peccati.

Vengo introdotto a un bramino e accetto (?) di sottopormi a un rito propiziatorio al cospetto di Balaji, il potente dio della ricchezza. Chiedo a Vinay se funziona, mi assicura che qualunque uomo d’affari indiano lo prende molto seriamente. E dunque.
Mi viene offerto un impasto di ingredienti sconosciuti che devo mangiare davanti all’altare di Balaji. Sembra una sorta di bolo premasticato dal bramino. Non mi faccio domande, ingoio. Il sapore richiama fragranze floreali. Non ho sensazioni particolari, mi pare di essere sempre sufficientemente lucido. Ciò nonostante deciderò di abbandonare in hotel il sacchetto con il resto del bolo che mi ha offerto da portare a casa: non me la sento di rischiare in dogana, qualunque cosa sia ai cani dell’aeroporto potrebbe non piacere.
Il bramino mi offre dell’acqua sacra che devo bere dalle sue mani. Ormai sono dentro al trip mistico e non posso più tirarmi indietro, accada quel che deve accadere. Trascorro le ventiquattr’ore successive calcolando ad ogni istante la distanza che mi separa dal bagno più vicino, ma misteriosamente sopravvivo.
Ne deduco che la gastroenterite di diciassette anni fa mi ha definitivamente vaccinato contro qualunque contaminazione biologica, non c’è più nulla che possa ormai ammazzarmi, tranne forse aggirarmi per i campi di raccolta dei contagiati da ebola.

Vinay mi spiega un po’ la questione delle milionate di divinità indù e di come di ciascun credente ne scelga una fra quelle principali (di solito Shiva, Vishnu, Brahma, Ganesh, o Parvati, ad esempio) a cui votarsi in particolare, un po’ come quando i cattolici si scelgono il santo preferito a cui raccomandarsi. La complicazione maggiore è che ciascuna divinità ha le proprie regole, perlopiù alimentari, cosicché nella famiglia di Vinay, cinque componenti, ciascuno devoto a un dio differente, ogni sera sua moglie deve preparare la cena incrociando obblighi e veti specifici relativi al giorno della settimana in funzione dell’accoppiata dio-familiare, il che richiede un sistema a più incognite e molta, molta pazienza, suppongo.
È complicato essere induisti, ma favorisce un esteso mercato delle infradito, ché alla terza volta nella giornata che devi toglierti le scarpe chiuse e le calze alla fine abbracci il bramanesimo e ti abbandoni allo scorrere dello yuga.

Per uscire dall’India devo attraversare sette controlli - sette - dei documenti, carta d’imbarco, bagaglio, perquisizione, mostrare un biglietto da visita, spiegare la mia professione a un funzionario di dogana eccessivamente zelante, cercando fra l’altro di giustificare che no, non so quanto la mia azienda paghi i propri dipendenti indiani, non dipende da me; superare un altro funzionario eccessivamente zelante che proprio davanti al mio gate, alle quattro del mattino - evidentemente l’ora di punta negli aeroporti indiani - decide di pesare il mio trolley con il suo bilancino a molla tascabile e impedirmi l’imbarco perché sforo di un paio di chili il limite stabilito dal regolamento; parlare col suo superiore e col superiore del suo superiore; mettere in scena la parte del Very Important Person che ha amicizie molto in alto, facendo intendere che mi sto annotando i nomi di tutti i miei inquisitori affinché vengano presi adeguati provvedimenti.
Alla fine, dopo una buona mezz’ora, il bluff funziona e vengo fatto imbarcare con le scuse d’ordinanza. Di sicuro ho imparato molto rapidamente il sistema delle caste e la regola del clacson spianato.

Sprofondo, sfinito, nella mia poltrona sul volo Qatar Airways per Doha. È quasi l’alba, ho un’altra a notte saltata alle spalle, il volo durerà solo tre ore e l’arrivo è previsto alle prime luci del mattino, fuso orario della penisola arabica. Si preannuncia un’altra infinita giornata.
Ho cenato bene, prima di partire. Vinay e Deepak mi han portato in un ristorante sull’oceano. C’era un tramonto meraviglioso con una luce quasi commovente.
Sono sopravvissuto alla cucina speziata in modo assurdo, non ho perlopiù idea di cosa abbia mangiato e all’uscita dal ristorante mi è sembrato perfino normale inciampare nelle mucche e abbandonarmi alla pioggia monsonica che mi ha inzuppato l'ultima camicia buona e i pantaloni, e all'acqua che mi è entrata inesorabilmente nelle scarpe trascinando con sé il suo (s)carico di India decomposta.
Sono sfinito, bagnato, ma sereno, in pace con me stesso e con l’universo.
Prima di provare a chiudere un po’ gli occhi mi godo il decollo sull’oceano e saluto Panaji. Mi dispiace andarmene, devo tornare assolutamente, con più tempo.
Ci sono voluti diciassette anni, ma ho infine fatto pace con l’India.

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Panaji, Goa
TAG: goa, panaji, india
11.28 del 01 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confòrt dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

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TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
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