Orizzontintorno Carlo Paschetto
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17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Viaggi verticali
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

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Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
01 Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)
SET Centodieci, Blog e luoghi
[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


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Il Monte Vettore salendo da Pretare
Aquila02
Aquila03
Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
Aquila04
Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Aquila07
Aquila08
Aquila09
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Aquila11
Aquila12
Aquila13
Aquila14
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Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.
TAG: l'aquila, terremoto, amatrice, sibillini, monte vettore, castelluccio, pretare
00.47 del 01 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
18 Un anno
AGO Running, Salute, Diario
Ieri ho compiuto un anno da quando mi sono rimesso le scarpette e sono tornato in strada, e già questo è un traguardo di cui essere contento perché, onestamente, non avrei scommesso un euro che questo nuovo tentativo di riprendere a correre dopo sette anni sarebbe andato più in là di qualche settimana.
Invece questa volta ho tenuto duro, tutto sommato senza nemmeno troppi alti e bassi. Con l'arrivo dell'autunno ho ripreso il lavoro e ho portato le scarpette con me anche in trasferta, anzi ho approfittato delle mie serate solitarie a San Martino per darci sempre più dentro e un po' alla volta limare i tempi, allungare i percorsi, riavvicinarmi alle prestazioni di un tempo.
Non mi sono fermato nemmeno quando il freddo ha iniziato a farsi davvero sentire: ho rispolverato l'abbigliamento invernale rimasto chiuso negli armadi per anni e ho continuato, con la pioggia e con la neve, sotto zero e la sera tardi, iniziando a correre spesso anche in salita.
Ho scollinato l'inverno e a maggio ho passato anche la visita sportiva.

Per fermarmi, quasi, c'è voluto il ritorno delle fibrillazioni, improvvise e inattese, solo pochi giorni dopo aver ottenuto la certificazione. In realtà, pur con qualche timore, sono riuscito a non smettere lo stesso: il cardiologo mi ha raddoppiato i betabloccanti, ho studiato la situazione per qualche settimana, ho più o meno individuato la causa dei problemi e con molte cautele ho continuato.
Certo ho diminuito le occasioni, un po' per il caldo, che quest'estate ho patito parecchio, un po' per paura, un po' per frustrazione: negli ultimi due mesi sono andato solo una o due volte a settimana, spesso interrompendo per il manifestarsi delle fibrillazioni, e le prestazioni si sono drasticamente abbassate di colpo, complice anche la doppia dose di betabloccanti.
Un po' alla volta ho iniziato a fare sempre più fatica a completare i miei dieci chilometri standard e anche i tempi sono tornati sopra l'ora. A un certo punto, qualche settimana fa, avevo perso quasi dieci minuti rispetto a soli due mesi fa, addirittura fino a un minuto e mezzo al chilometro. Praticamente non riuscivo più a completare un percorso, anzi, spesso mi fermavo dopo quattro o cinque chilometri.

Nelle ultime due settimane, con un po' più di tranquillità interiore, grazie anche a temperature leggermente più moderate e non avendo altro da fare, ho ripreso ad andare con regolarità e finalmente sono tornati anche i risultati.
Dopo più di due mesi, questa settimana ho finalmente infilato di nuovo un paio di uscite consecutive di dieci chilometri sotto il limite dei sessanta minuti, oggi fermando il cronometro di poco sopra i cinquantotto. Ci voleva per festeggiare questo anniversario con un po' di ottimismo e continuare a guardare in avanti.

I numeri delle statistiche mi dicono che in questi dodici mesi ho totalizzato oltre 1.100km, circa la metà di quelli che correvo dieci anni fa nello stesso intervallo di tempo, uscendo 115 volte, ovvero quasi una ogni tre giorni: un altro indicatore di perseveranza del quale posso andare fiero. Non ho mollato mai.
Ho perso quasi venti chili e a parte la schiena, che per la verità non si è praticamente più davvero ripresa, tutto il resto sembra funzionare bene: compreso il cuore, tutto sommato, perché è evidente che le fibrillazioni hanno origine da problemi non strutturali, diciamo così.
Comunque in autunno dovrò tornare dal cardiologo e se ne riparlerà.
A malincuore ho invece purtroppo abbandonato pilates, dopo tre anni: non potevo più permettermelo economicamente e d'altra parte riuscire ogni settimana a infilare due o tre uscite di corsa e la lezione di pilates era sempre più difficile. Però mi dispiace, anche perché in questi anni mi aveva fatto davvero bene alla schiena.

Alla fine, almeno per ora, ho messo da parte qualunque ambizione di tornare a fare dell'agonismo, o di rispolverare qualche sfida lasciata nel cassetto. Se ancora a maggio mi trastullavo con un po' di idee in tal senso, il rimanifestarsi delle fibrillazioni mi ha tagliato le gambe definitivamente, almeno sul medio termine. Va già bene riuscire a conservare la motivazione per non smettere e mantenere la forma ritrovata.
Magari più avanti se ne riparlerà, forse, ma dovessi proprio dire ho la sensazione che difficilmente nel mio futuro ci saranno altre maratone, o anche solo mezze distanze, men che meno obiettivi più ambiziosi. Problemi di cuore a parte, la verità è che se mi volto indietro a guardare questi mesi mi rendo conto non ne ho: più tempo e più testa di quel che ho investito in questo ritorno in strada non riesco a trovare.

Però sono tornato in montagna con fiato da vendere, ho alle spalle una stagione sciistica come non mi godevo da anni, ho portato i ragazzi in Grigna e se mi mantengo posso sperare di fare altre cose più impegnative con loro, come tutto sommato ho sempre sognato.
Sono anche tornato a farmi lunghe nuotate al mare, ho perso tre taglie (e ho dovuto rifarmi di nuovo tutto il guardaroba) e posso mangiare un po' quel che voglio senza troppi sensi di colpa.
E infine ho una scorta di pantoprazolo nell'armadietto della farmacia che sta lì a prender polvere da un anno e che ormai è prossima alla scadenza.

Tutte ottime ragioni per comprare un nuovo paio di scarpette alla fine dell'estate, tenendo un occhio al cuore ché non faccia troppi capricci.

rapporto1
TAG: running, salute, corsa, cuore
22.23 del 18 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

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ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
13 Intanto fuori fa temporale
AGO Diario
A occhio, a quest'ora avremmo dovuto lasciare Fermo (67) in direzione di Ascoli Piceno (68), dopo aver trascorso la scorsa notte a Macerata (66). Almeno, così avevamo organizzato le prenotazioni negli hotel.
Poi, dopo un paio di notti ad Ascoli per poter mettere piede anche a Teramo (69), un giro ad anello attraverso i Sibillini e le zone terremotate, una sosta a Norcia e quindi altre due notti a l'Aquila (70). Da lì, Campo Imperatore, la salita al rifugio Duca degli Abruzzi, poi Pescara (71) e Chieti (72). Quindi la sfida a dimostrare che il Molise esiste: una notte a Termoli, poi Campobasso (73) e Isernia (74). Rientro probabilmente toccando Frosinone (75) e Latina (76).
Questo il programma di massima per queste due settimane, una bella botta al Centodieci. Me lo appunto qui per la prossima volta.

Non siamo partiti. Come già accaduto un anno fa quando eravamo in prossimità di un giro analogo in Sardegna, purtroppo abbiamo dovuto rinunciare all'ultimo momento, solo trentasei ore prima di metterci in macchina.
E così questa estate scivola via nel nulla, quasi interamente trascorsa a casa, con l'esclusione di tre rapide puntate nel buon retiro dell'Elba nei weekend di luglio per portare i ragazzi e andare poi a riprenderli. Erano due anni peraltro che non ci tornavo, ché l'estate scorsa avevamo saltato anche il consueto appuntamento stagionale con Tara.
Ogni volta che salgo sul traghetto e attraverso il braccio di mare in direzione di Rio riesco almeno a lasciare tutto il resto in continente, anche se solo per poche ore.
Ora nulla, casa, nessun programma, cerco di andare un po' a correre al parco tenendo a bada le fibrillazioni.

Elba20181
Elba20182
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In realtà, in questa estate che va a chiudersi rapidamente lasciando dietro un vuoto a perdere che proprio non ci voleva, qualcosa è successo.
Settembre porterà l'inizio di una nuova vita: ormai non le conto più, forse la mia sesta o settima esistenza. Come un felino rinasco ogni volta e più passano gli anni, più devo ricordarmi che il conto sale e il bonus tende a zero.

La penna è quella di papà. Ci sono voluti quasi quattro anni per tirarla fuori di nuovo. Per fortuna avevo una cartuccia di ricambio.

FirmaDeNora
TAG: Elba, lavoro
16.15 del 13 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
11 Seychelles 2003
AGO Lavori in corso
A ritroso nel tempo, è il turno delle foto del viaggio alle Seychelles del 2003. Da qui in avanti (indietro), gli originali sono tutti su pellicola e il recupero delle fotografie parte dalla digitalizzazione massiva del mio archivio di diapositive che commissionai sette anni fa.
Per contenere i costi dell'operazione e ridurre i tempi di lavorazione (ci volle comunque quasi un anno per completare la digitalizzazione), scelsi di far scannerizzare le diapositive a media risoluzione, circa 1600x1000 pixel, che all'epoca sembrava già una buona qualità. Oggi sul monitor 2500x1600 del mio MacBook Pro le immagini appaiono già come dei francobolli.

Di far nuovamente ridigitalizzare in alta definizione l'intero l'archivio direi che non se ne parla proprio, sia per una questione - tuttora - di costi, sia perché non troverò più la voglia di metterci le mani una seconda volta, dopo questo lavoro di selezione, recupero e classificazione che mi sta portando via mesi.
Purtroppo col passare degli anni le foto originali si stanno rapidamente deteriorando e già la digitalizzazione di qualche anno fa ha messo in evidenza il cattivo stato di conservazione delle diapositive, nonostante siano tutte riposte al buio nei loro classificatori. Anche se le sottoponessi a una nuova scansione in alta definizione, dovrei poi comunque affrontare da capo lo stesso processo di restauro a cui sto lavorando a questo giro, perché nessun automatismo è in grado di ridare alle vecchie diapositive la luce e il contrasto originali, né ripulirle da polvere, macchie, graffi.

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Seychelles, 2003

A proposito del recupero e della digitalizzazione delle vecchie diapositive, qua sotto ho messo a confronto il lavoro di questi anni.
La prima immagine è il risultato della scansione a risoluzione 535x350 che feci io circa quindici anni fa per la prima versione di questo sito web. All'epoca era una qualità già buona per il display delle foto su internet, oggi è inguardabile. La maggior parte delle vecchie foto conservate in questo sito vennero acquisite in modo analogo e sono dunque ancora oggi visibili qua dentro a questa risoluzione: questa foto nella fattispecie è in questa pagina, insieme alle altre immagini di Mahè.
La seconda immagine arriva dalla digitalizzazione massiva del mio archivio fatta fare sette anni, a risoluzione 1605x1071. È il frutto di un processo di scansione automatica fatta con un uno scanner per diapositive Nikon per caricatori lineari. La qualità della diapositiva originale si è già deteriorata parecchio: la foto è scura e i colori sono parecchio ingialliti. Lo scanner Nikon non corregge colori e contrasti, semplicemente acquisisce la diapositiva così com'è.
La terza foto è la versione restaurata oggi della precedente, ripulita grazie a Lightroom e Photoshop.

Praticamente tutte le foto dal 2003 a ritroso, comprese le oltre settemila diapositive di Asia Overland che ho restaurato lo scorso anno, sono state passate una ad una attraverso operazioni analoghe di recupero a partire dalla digitalizzazione del 2011.

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Recupero delle vecchie diapositive: confronto fra 2003, 2011 e 2018
TAG: Seychelles
17.46 del 11 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
27 Bosnia 2005
LUG Lavori in corso, Travel Log: Bosnia
Continua il lavoro di riorganizzazione del mio archivio fotografico e nel frattempo sono arrivato al viaggio in Bosnia del gennaio 2005.
Non era la prima volta che mi avvicinavo al teatro di un conflitto terminato da poco tempo, o che mi vi addentravo durante un periodo di tregua. Avevo già visto gli effetti dei bombardamenti nel Libano presidiato dai contingenti delle forze ONU ed ero stato in Cambogia ben prima che diventasse una nuova meta turistica esotica, quando ancora le strade non erano percorribili e buona parte del Paese era un unico campo minato.
Non ero dunque del tutto nuovo ai carri armati e ai cavalli di Frisia, ma i giorni a Sarajevo, ancora sorvegliata dai blindati dell'UNPROFOR e devastata dalla guerra, raggiungibile solo attraverso poche strade aperte fra i campi minati, furono particolarmente claustrofobici. Nemmeno qualche giorno dopo a Mostar, che era in condizioni molto peggiori, si respirava la stessa aria opprimente.

Anche il viaggio fino a Sarajevo, dal posto di frontiera di Slavonski Brod attraverso la Repubblica Srpska, fu allucinante. Avvicinandosi alla capitale bosniaca si attraversavano per chilometri campi minati e paesi completamente rasi al suolo, letteralmente cancellati dal paesaggio.
La pulizia etnica la toccavi con mano, era lì oltre il ciglio della strada.

Trascorsi la notte di Capodanno a Sarajevo, ospite di una giovane coppia croata che aveva organizzato una festa assai movimentata per il veglione. Ricordo che mi chiedevo se i ragazzi presenti fossero tutti croati, o se la fine della guerra avesse in qualche modo iniziato a ricucire gli strappi in quella che un tempo era stata la città più multiculturale e multietnica dei Balcani.
Ancora sapevo molto poco del conflitto che per anni aveva infiammato la sponda orientale dell'Adriatico, a parte quello che quotidianamente riportavano i giornali. Le letture di approfondimento, i film, le storie, i contatti di lavoro durante il mio "periodo slavo", vennero negli anni successivi. Rispetto al viaggio di dieci anni dopo in Kosovo ero molto più impreparato, per quanto si possa essere preparati sugli eventi della guerra nei Balcani.

A Sarajevo mi aspettavo una città spenta e silenziosa, annientata da anni di assedio. In realtà c'era una vita incredibile, la gente aveva una voglia irrefrenabile di risvegliarsi da una guerra spaventosa.
Le case erano ancora piene di armi, del resto tuttora la Bosnia è una polveriera pronta ad esplodere. Così, invece dei botti di Capodanno, la gente usciva per strada e sparava per aria coi Kalashnikov, le pistole e tutto l'arsenale che teneva ancora in cantina. Sembrava di essere in guerra, il che era surreale in una città che ti aspettavi desiderasse solo silenzio e pace dopo anni di granate, cecchini, stragi e bombardamenti.

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Shots from Sarajevo, 2005
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Pijaca Markale, il mercato delle stragi del '94 e '95
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Segni delle granate sull'asfalto di Sarajevo, riempiti di gomma rossa
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Ulica Zmaja od Bosne, conosciuta come "Sniper's alley", Sarajevo
TAG: Bosnia, sarajevo, fotografie, archivio fotografico
15.51 del 27 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
24 Centodieci/65: Firenze
LUG Centodieci
Eran due anni che il Progetto 110 era fermo. Così fra una ventina di giorni si parte in spedizione per andare a dargli nuovamente una botta, ché finite le regioni del nord e già avanti con quelle del centro ormai bisogna macinare chilometri per fare progressi.
Nel frattempo, abbiamo un po' allungato la strada verso il consueto ritiro estivo elbano e ne abbiamo approfittato per piantar la bandierina a Firenze, portando così a termine anche la Toscana.

Perché sì, incredibilmente Firenze mancava all'appello, nonostante io divida ormai da più di sei anni la mia vita con una torinese trapiantata nel capoluogo del Granducato e nonostante io stesso vi abbia vissuto per un anno e mezzo, ormai vent'anni fa.
Ma la prima ferrea regola del Centodieci vuole la fotografia del duomo, possibilmente col cellulare, e del resto io foto di Firenze non ne avevo proprio, ché detesto (fotografare) le città d'arte e monumentali, ché sono infotografabili a meno di essere dei professionisti e sterminare l'infinito tappeto di turisti che le assedia, e allo stesso tempo sono fotografate milioni e milioni e milioni di volte da milioni e milioni e milioni di quegli stessi turisti, tutti i mesi dell'anno, tutti gli anni, da sempre, per sempre.
Non c'è nulla da scoprire nelle grandi città d'arte se l'obiettivo è il Progetto 110, anzi, e son città queste già difficili lungo gli itinerari più classici, che per (ri)scoprirle davvero dovresti studiare, e studiare, e studiare, e cambiare prospettiva, uscire dagli schemi noti, improvvisare e soprattutto avere tempo e fermarti: esattamente il contrario della filosofia del Progetto 110.

È stato così quando ho dovuto affrontare Roma e poi Venezia. Mi sono dovuto preparare, ché non ne avevo proprio voglia. Ma Roma è Roma, e Venezia è Venezia. Ho risolto i miei rapporti con entrambe le città, a Roma abitandoci prima e tornando poi coi ragazzi qualche giorno proprio con la scusa del Centodieci, attraversandola coi loro occhi; a Venezia ritornando fra le calli insieme a lei, fermandoci apposta qualche giorno, così che la foto a San Marco col cellulare fu annegata in mezzo ad altri percorsi.

Firenze invece non sono mai riuscito ad amarla. Ho un conflitto irrisolto con le rive dell'Arno.
Era parecchio tempo che non ci tornavo, perlomeno che non mi fermavo qualche ora. Non ho bei ricordi qui, è una città legata a un periodo della mia vita che ho rinnegato.
Mi aggiro un po' spaesato, quasi come non la riconoscessi, e in effetti è un po' così. Addirittura la ricordavo rovesciata: cioè, il centro lo avevo in mente sulla sponda opposta e San Miniato al Monte evidentemente non esisteva, sebbene sia dell'anno mille.
Avevo un'immagine stralunata e ribaltata della topografia cittadina, un negativo. Forse è questa la ragione del mio disamore per Firenze.
O forse è che di giorno lavoravo, fuori città, e in centro venivo sempre la sera tardi, al buio, e nemmeno tutte le settimane, anzi.

Tant'è, in Santa Maria del Fiore non siamo riusciti ad entrare, ché apriva solo nel pomeriggio e la coda in attesa era già lunga alle undici del mattino, per non parlare di quella per salire sul Campanile di Giotto. Gli Uffizi poi non son certo roba da Centodieci.
Quindi, dopo le foto di rito col cellulare al duomo e al rinomato panorama da Piazzale Michelangelo, ho fatto definitivamente pace con Firenze a tavola.
Che si sa, la diplomazia vince sempre se è accompagnata dai piatti giusti.

Dunque Firenze, tappa numero sessantacinque timbrata. E anche la Toscana è finita.
Il mese prossimo facciamo rotta a sud e portiamo un po' di bandierine in valigia, ché la lista in programma è abbastanza nutrita e ho appena finito di leggere un bel libro Rumiz sull'Appennino che mi ha aperto nuovi orizzonti.

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Firenze, tappa numero 65 del progetto 110
TAG: Firenze
23.13 del 24 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
18 E ora devo aggiornare la bio (*)
LUG Viaggi verticali, Mondo piccolo
Per un attimo, sulla cima, mi sono commosso. E adesso, qualche giorno dopo, mentre scelgo quali fotografie inserire in questo post fra le centinaia (ovviamente) che tutti noi abbiamo scattato, mi rendo conto che ho desiderato quell'istante per così tanto tempo che ora mi mancano un po' le parole.
Del resto sto provando a scrivere due righe da ormai quattro giorni e per la verità ieri ero anche arrivato a metà di un lungo papiro, ma poi, come talvolta accade, ho chiuso la finestra sul computer senza salvare.
Così ora son qui da capo a riprovarci.

Insomma.
E così, dopo essercelo ripromesso per anni, ce l'abbiamo fatta davvero.
Due anni fa, di questi giorni, avevo portato i ragazzi in vetta al Resegone, la loro prima vera cima. Il normale percorso che porta a Punta Cermenati, la massima elevazione sulla caratteristica frastagliata cresta sommitale, è in realtà poco più di una facile passeggiata su un bel sentiero che affronta un dislivello tutto sommato contenuto, ottocento e rotti metri che si risalgono in un paio d’ore di cammino.
Quanto basta comunque per provare l’emozione di una vera cima alpina, soprattutto della prima cima della propria vita.
Questa volta abbiamo invece fatto un po’ più sul serio ed è stata un’avventura più impegnativa, ché la Grigna sa essere montagna severa e le sue vie sono lunghe e mai banali, perfino la semplice via normale dal Pialeral, che è pur sempre una botta da quasi millesettecento metri di dislivello, e devi aver le gambe, altrimenti ciao.
Noi l’abbiam fatta da nord, dalla mai banale Cresta di Piancaformia, una via che ben conosco e che ho ripetuto alcune volte, con tratti di facili rocce da arrampicare e alcune sezioni un po' esposte attrezzate con corde e catene: una bellissima avventura per i ragazzi, vissuta in ambiente di vera montagna, lungo un itinerario non breve.

La Grigna è la mia montagna, più di ogni altra. È vero, come ho spesso raccontato anche fra queste pagine, che sono cresciuto in Brenta e che ho trascorso le interminabili estati da ragazzo sui sentieri e le ferrate all’ombra del Campanile Basso e della Cima Tosa; è anche vero che ho trascorso gli anni dell’adolescenza perlopiù sulla montagne della Valtellina e che da giovane adulto ho poi battuto in lungo e in largo l’Engadina, la Val Bregaglia e i quattromila del Vallese e della Valle d’Aosta.
Ma son quarant’anni e passa che vivo con le Grigne e il Resegone che mi disegnano l’orizzonte dalle finestre di casa: sulle torri di calcare monolitico della Grignetta, terreno d’azione dei Ragni di Lecco e del leggendario Cassin, ho mosso i miei primi passi in parete attaccato a una corda; sugli infiniti pendii innevati della Grigna Settentrionale sono tornato da solo in inverno, da adulto, alla ricerca del me stesso perduto.

Non so più nemmeno quante volte esattamente sia stato sulle cime delle Grigne: mi giocherei solo un paio in Grignetta, ma otto sicure sulla Grigna Settentrionale e forse arrivo a contarne undici. Non c’è montagna che conosca allo stesso modo e che abbia salito così spesso per vie diverse.
Due volte dalla via normale invernale, entrambe da solo, le mie salite più belle. Una volta dalla via del nevaio, in estate.
La prima volta fu invece da Mandello, più di trentacinque anni fa: una salita infinita, oltre duemila metri di dislivello. Non ricordo però se fossi salito per la famosa ferrata, o per la più semplice via che passa per il rifugio Elisa: forse avevo combinato i due itinerari.
E poi tre volte sicure, forse quattro, per la Cresta di Piancaformia, questa compresa: una volta però ho raggiunto la cresta dal rifugio Bietti, per il canalino del Guzzi, altre due invece ho percorso la cresta in versione integrale.
E ancora conto quasi certamente un’altra salita dal Bietti, per la Via del Caminetto, ma non riesco a collocarla nel tempo. Di quasi certo, direi, c’è che la Via della Ganda l’ho sempre percorsa solo in discesa, altrimenti ricorderei la noia di una salita del genere per pietraie e ghiaioni. Comunque, non meno di quattro volte, se non addirittura cinque.
Di altrettanto certo c’è che mi mancano almeno quattro o cinque fra le vie più belle, a partire dalla traversata alta delle Grigne, che rimane un po’ il mio pallino, e la complicata salita dal rifugio Riva, che oltre ad essere poco battuta si svolge in una zona piuttosto remota, sviluppa un dislivello considerevole, è logisticamente difficile da gestire e tecnicamente impegnativa, con lunghi tratti attrezzati ed esposti.
Prima o poi.

Così ho finalmente portato i ragazzi sulla mia montagna: abbiamo impiegato nove ore per percorrere tutta la cresta, riposarci in cima una mezz’ora e affrontare poi la solita, per me, infinita discesa dalla Via della Ganda. È stato bellissimo arrivare insieme lassù, fra le nuvole che ci hanno negato - soprattutto a loro, ché io lo conosco bene - il panorama su tutta la Pianura Padana, i laghi, Milano e tutto l’arco alpino a nord.
Sono entrambi nati e cresciuti col panorama delle Grigne e del Resegone a far da orizzonte alle loro giornate: portarli su entrambe le cime, viverle e condividerle con loro, è stato mille volte più emozionante di qualunque altra salita ben più difficile e di tutt'altra natura io abbia fatto nella mia vita.

Con il prezioso aiuto di Eugenio e Andrea siamo così arrivati tutti insieme sulla cima, sotto alla croce dove altre volte mi sono seduto da solo a guardare la mia vita lasciata ai piedi della montagna.
Ci siamo abbracciati e abbiamo scattato mille fotografie.
E, per un attimo meraviglioso, tutto il resto è rimasto a valle, come sempre.

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Cresta di Piancaformia, Grigna Settentrionale, 14 luglio 2018

(*) Quella qua dentro, naturalmente.
TAG: grigna, alpinismo
23.23 del 18 Luglio 2018 | Commenti (1) 
 
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