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10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
03 Dieci millimetri
NOV Diario
Dice Mark Webber che tutti guardano ai meccanici che son lì pronti con le gomme nuove, ma intanto c'è quello che deve sollevare l'auto ed è addestrato a rimanere perfettamente immobile, con gli occhi aperti mentre l'auto in corsia box gli arriva addosso a centoventi orari.

Se il pilota sbaglia il punto di frenata, mettiamo, di dieci millimetri, questo vuol dire che una squadra di quindici persone deve spostarsi di dieci millimetri. Traducilo in centesimi di secondo.
Se poi lo sbaglia di venti, o quellolà è molto rapido di riflessi, o ciao gambe, se gli va bene.

Dice che comunque provano il pit stop a casa almeno ottocento volte all'anno.
Dice, il teamwork.

Webber
Mark Webber and me, World Business Forum 2019
TAG: mark webber, lavoro, formula uno
01.14 del 03 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   
29 UK calling
OTT Travel Log: Business Trips 2019, Amarcord
Al rientro da una cena di lavoro in un bel ristorante elegante di Chelsea, con la scusa di far due passi prima di andare a dormire, saluto i colleghi con cui ho condiviso il passaggio Uber fino all’hotel e mi incammino verso la sponda del Tamigi.
È una bella serata di fine ottobre, a Londra non fa molto freddo. Alzo il bavero della giacca, ché solo questa indosso sopra la camicia bianca d’ordinanza da businessman in transito nella City. Google Map mi dice che ci vuole una mezz’oretta a piedi per il Tower Bridge, così mi avvio attraverso le strette vie buie del Southbank, qua e là intervallate da qualche nuovo locale alla moda frequentato da giovani hipster londinesi mescolati a turisti russi, cinesi, giapponesi ed emigranti italiani che a Londra lavorano, vivono, scappano.
Ho sentito parlare più italiano in queste ultime ventiquattr’ore per le vie di Londra che in Piazza del Duomo a Milano.

Quattro anni fa, l’ultima volta che son stato a Londra, ero venuto con te a vedere gli Who ad Hyde Park per il cinquantenario. Era la tua prima volta sulle rive del Tamigi e davanti al Tower Bridge abbiamo una delle nostre foto più belle. L’avevamo scattata esattamente da questo punto, ma sulla sponda opposta.
Per questo mi sono incamminato fin qui stasera, per questo ci sono venuto da solo e per questo ho scelto di rimanere da questo lato, nel Southbank.
Scatto la stessa foto al Tower Bridge con la prospettiva ribaltata.
Poi chiedo a Google Map di guidarmi verso lo Shard, così passo a dargli un’occhiata da vicino, prima di riprendere la mia via verso l’hotel e andarmene a dormire. È quasi mezzanotte e adesso sì, fa freddo e domani devo svegliarmi presto, ché ho un meeting alle otto del mattino in uno dei grattacieli di cristallo che disegnano la skyline londinese del terzo millennio.

Nel pomeriggio, esauriti i miei impegni, mi incammino per le vie di Waterloo e raggiungo a piedi Westminster. Passo sotto il London Eye e no, nemmeno questa volta sono salito. Lo sai che mi fa paura.
Aspetto un Uber davanti a Downing Street come un primo ministro qualunque, ma non ho voglia di attraversare la strada e andare a rifare la solita stessa foto.
A Londra è impossibile non fare sempre le stesse foto.
Mi pare di averlo scritto anche allora. Poi magari vado a controllare.

London Euston è una brutta e anonima stazione. Osservo che una civiltà che può permettersi di annunciare sul tabellone elettronico che il treno per Glasgow inizierà l’imbarco “approximately 16:39”, peraltro quando non sono ancora le sedici, è una civiltà superiore.
L’imbarco inizia alle 16:39 e quattordici secondi, il che inequivocabilmente giustifica l’approximately e spiega meglio di qualsiasi altra metafora perché Shackleton non abbia mai rinunciato al tè delle cinque nemmeno mentre era alla deriva sulla banchisa antartica e perché a differenza degli americani gli inglesi abbiano davvero conquistato il mondo.
La Brexit, capirài.
Poi, anche gli inglesi telefonano sul treno, il che me li ricolloca purtroppo un po’ troppo approximately ai costumi del Belpaese e mi obbliga a riconoscere che l’educazione e la sobrietà sono giapponesi, quella inglese è più che altro supponenza aristocratica.

Tamworth è poco più di un villaggio a un’ora di campagna inglese, pecore e pioggia da Londra. A differenza della capitale - e del Giappone - i taxi qui accettano solo contanti ed è solo per un caso del destino che mi ritrovo nel portafogli una banconota da venti pounds con cui riesco fortuitamente a saldare il mio passaggio dalla stazione all’hotel.
Ad occhio è la prima volta quest’anno che uso contanti nelle trasferte di mezzo mondo, salvo giusto quando ti ho comprato il Ganesh nel negozietto di Panaji, in India.
E d’altra parte l’India l’han ben colonizzata gli inglesi.
Poi certo, l’Italia. Che vista da Tamworth, ti dirò, ma sai che.

Ho una camera in una fredda e molto British guest house, unica sistemazione dignitosa che abbia trovato “in centro”, chiamiamolo così. A guardarmi attorno, avrei potuto scegliere un qualunque Holiday Inn disperso fra le pecore nella campagna a mezz’ora da qui.
La proprietaria è però molto friendly, la birra nel pub annesso è buona e il ristorante è invero ottimo, compresa la soup of the day di patate, alla quale lipperlì mi ero fatto convincere a dare una chance con più di qualche perplessità, se non altro con l’obiettivo primario di scaldarmi. E invece, vedi come può sorprenderti Tamworth.
Comunque evitatela pure. Tamworth, intendo, non la zuppa di patate.

Fuori piove tutta la Gran Bretagna, fa abbastanza freddo e l’umidità inglese mi penetra diretta nella ossa. Faccio due passi al buio e mi ritrovo ad attraversare un cimitero nel mezzo di un parco cittadino. Mi bagno, non c’è un’anima in giro - salvo quelle inquiete qua attorno che verosimilmente non sono più terrene e non riescono a trovar pace.
Me ne sto lì sotto la pioggia a contemplare una brutta cattedrale gotica nera, chiusa, fradicia. Non c’è alcuna ragione per andare in giro a Tamworth, di notte e sotto la pioggia. Esco dalla mia trance e vado a rifugiarmi sotto al piumone della mia camera al Peel Aldergate hotel.
Ho voglia del mio letto. Ecco sì. Stasera mi mancano il mio letto in mansarda, il mio piumone, il mio libro.
Le sedici tu che mi tengono d’occhio dalla parete a sinistra e che nessuna di quelle sei più tu. Non so più come sei, adesso.
Non sei più nemmeno come eri due settimane fa.
Nemmeno io, del resto, che son rimasto metà.

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Random shots in Chelsea, London
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Business dinner in Chelsea
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Back in London, four year after
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My life in Tamworth
TAG: Londra, uk
23.13 del 29 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
19 Il Golfo e io e tu
OTT Travel Log: Business Trips 2019
Quando rientro da New York salto regolarmente la nottata. Prendi quest'ultimo giro: siamo decollati dal JFK verso le diciotto, ora della costa Est, più o meno alle venti han servito la cena, poi mi sono guardato un film, verso le ventitré ho provato a sdraiarmi e chiudere un po' gli occhi, ma attorno a mezzanotte - sempre ora americana - han servito la colazione, perché in realtà stavamo già volando sull'Europa ed era ormai l'alba.
Un'ora e mezza più tardi, cioè alle sette e trenta ora italiana, l'una e trenta di notte per me, siamo atterrati. Ciao notte.
Però, nello spazio di poche ore, dall'oblò sul mio lato ho visto un tramonto e un'alba meravigliosi, e ho volato tutto il tempo con una straordinaria luna piena al mio fianco che si rifletteva sull'oceano.
Ho scattato qualche brutta e inutile fotografia, ché col cellulare hai voglia a catturarla la luna, dal finestrino di un aereo poi, e intanto pensavo che di Galveston e del Golfo del Messico avrei dovuto scrivere lipperlì, davanti al tramonto rosso fuoco dell'Atlantico, seduto al tavolino sulla terrazza di quel motel affacciato sulla spiaggia di Freeport.

Invece niente, come spesso mi accade da un po' di tempo, molto tempo ormai.
Ho scattato fotografie, troppe come al solito, e ho guidato qualche ora la mia Dodge Grand Caravan - praticamente una specie di inutile container a quattro ruote che consuma come un transatlantico - lungo le grandi autostrade del Texas e la costa deserta del Golfo, allontanandomi da tutto ciò da cui avevo bisogno di allontanarmi.
Il Golfo del Messico è un buon luogo per allontanarsi, in caso di necessità.
Avrei voluto una Mustang rossa per la verità, ché secondo me, se sei in America e hai bisogno di allontanarti da tutto, una Mustang rossa o una Camaro son quello che ci vuole. L'app della Hertz me ne proponeva una per 52$, un affare, ma il tempo di pensarci su un attimo e addio Mustang, andata.
Ci sarebbero state una Cinquecento, per dire, o una Ford Focus, ma che fai, sei in America e ti prendi un'auto da gita domenicale in Liguria?
Così alla fine la Dodge. Che saran stati sei metri di auto, non arrivavo nemmeno ad appoggiare il gomito sinistro sul bordo del finestrino da quanto era larga e non avevo nemmeno un borsello con me da trasportare. Ma non è che in Texas ci sia particolare problema a parcheggiare o far manovra, e quindi.
Se hai bisogno di allontanarti, una Dodge da sei metri, un esagerato motore V6 da tremilaseicento di cilindrata, è una buona alternativa a una Mustang rossa.

Il Golfo è un po' quell'America lì, quella delle auto coi motori tipo locomotiva, quella che era anche di Albuquerque, per esempio. Col senno di poi, poi quando sei in spiaggia intendo, una spiaggia lunga più o meno trecento miglia e larga almeno uno intero, con quel senno di poi ti rendi conto che in fondo non una Mustang, e tanto meno una Dodge.
Un pick-up maledizione, ci sarebbe voluto un pick-up, di quelli con le ruote enormi, quelle ruote che ti permettono di guidare per miglia e miglia proprio lungo la spiaggia deserta, costeggiando le onde, come quella volta in Namibia vent'anni fa, con la Rocsta Jeep a Walvis Bay. Ecco, quella roba lì.
Infatti gli americani, quei pochi che incrocio a sud di Galveston, hanno il pick-up. Loro sì che sanno l'America.
Io invece mi becco le zanzare e il sole che picchia, ché sul Golfo, in ottobre, ci son novantadue Fahrenheit e un'umidità tropicale.

È un po' quell'America lì, a sud di Galveston. Tipo che puoi accostare a bordo carreggiata, in mezzo al tutto piatto attorno, sdraiarti in mezzo alla strada e fare la solita foto come nel deserto.
Tipo che ti allontani dall'auto, fai due passi nel nulla fra erbacce e sterpaglie, e all'improvviso realizzi che non sei in Brianza e forse no, potrebbe non essere un'idea meravigliosa, potrebbero esserci un serpente, o le sabbie mobili, o un serial killer che spunta dai campi di granturco.
Poi ti tranquillizzi perché in effetti no, qui non ci sono campi di granturco. Ci sono gli uragani, per carità, ma il cielo questo pomeriggio è perfettamente limpido e caldo.
C'è il mare, da una parte e dall'altra, ché la strada corre per molte miglia su una specie di striscia pressoché deserta di sabbia ed erba, lunga lunga lunga e larga non più di un miglio, collegata al resto del Golfo e del mondo da un ponte.
Che in effetti sì, avercela una Mustang rossa. Non ci sono nemmeno i cartelloni pubblicitari per nascondere le pattuglie della polizia stradale.

È una serata magnifica e struggente a Freeport. Gli americani scendono direttamente in spiaggia coi loro pick-up e accendono un barbecue, c'è un tramonto tipo palla di fuoco che cala dietro le palme contornandone di nero la silhouette, per cui anche uno sperduto motel del cazzo in mezzo a una radura di sabbia e cespugli, ai bordi della provinciale, ti sembra il posto più bello dell'universo.
La temperatura è perfetta, nel bicchiere una specie di aperitivo colorato di giallo e rosso, lievemente alcolico, a base di rum, e una cannuccia.
Se potessi fermarmi qui, ora, per sempre, forse il dolore rimarrebbe di là dell'oceano, ma il punto è che invece di là dell'oceano è rimasto il pezzo di me che dovrebbe essere su questa sponda, ora, con me a questo tavolo, a far piani per fermarsi qui per sempre.
Che poi è un posto del cazzo, Freeport, per fermarsi per sempre.
Non fosse altro perché alla fine, prima o poi, arriva un uragano a piallarti quelle quattro assi sulle quali hai magari pensato di investire la tua vecchiaia.
E allora no, Pico tutta la vita, lo sai.

Ché me lo chiedo sempre, e ancor più me lo chiedo a Galveston: ma perché gli americani si ostinano a costruire questi castelli di legno e cartongesso fronte uragano per poi farsi evacuare un anno sì e l'altro anche, e trovarsi magari con una catasta di detriti e la lavatrice distrutta scaraventata a trecento metri di distanza in mezzo a una palude?

Pianto la bandierina anche sul Golfo e la mia lista americana si allunga ad ogni giro.
È ormai sera quando mi rimetto in viaggio verso Houston. Guido lungo le autostrade buie del Texas seguendo la voce metallica in inglese del navigatore, le insegne illuminate dei motel che scorrono alla mia destra, i grandi impianti per la raffinazione del petrolio, i concessionari di auto, gli enormi svincoli stradali dell'America, l'autoradio che non ne vuole sapere di trasmettere almeno un po' di musica country e si ostina a tormentarmi col reggaeton.
Lascio la Dodge nel parcheggio buio del piccolo aeroporto di Sugar Land. Chiamo un Uber - "to uber", dicono qui, lo declinano proprio come fosse un verbo, intransitivo direi - e rientro al mio hotel.
Domani mattina l'America torna ad essere solo un ufficio da questa parte dell'oceano, e allora tanto vale.
Dobbiamo venire in America insieme, altrimenti a che serve attraversare l'oceano, se tu rimani di là.

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TAG: Galveston, texas, usa, america, golfo del Messico
19.37 del 19 Ottobre 2019 | Commenti (1) 
   
04 Il profumo che scende dai boschi
OTT Diario
Ieri, attorno all'ora di pranzo, per la prima volta ho evidentemente superato una soglia di allarme e mi sono spaventato. Proprio in quel momento una collega è entrata nel mio ufficio. Le ho chiesto se poteva tornare più tardi perché avevo bisogno di rimanere un attimo solo. Mi ha guardato, mi ha chiesto se mi sentivo bene. Ci ho pensato un attimo e ho risposto di no. Cinque minuti dopo è tornata con una bottiglietta d'acqua ed è rimasta sulla porta ad accertarsi che non avessi problemi.
Sono rimasto lì un po', seduto alla mia scrivania. Ho respirato con calma. Ho chiuso un attimo gli occhi. Mi sono accertato di essere lucido e orientato. Poi sono uscito e mi sono preso un paio d'ore per me stesso.

Era una giornata di sole bella e calda. Davanti a un'insalata, a un tavolo di una trattoria dell'Ortica, per un attimo ho considerato davvero l'idea di non rientrare più. Mai più intendo. Mai più ovunque, proprio, non varcare mai più alcun cancello di ingresso.
Ho guardato davanti a me e ho provato a dare a questa idea una forma reale, tangibile. Poi ho preso il caffè e mi sono avviato ad affrontare la fila di riunioni pomeridiane che avevo in agenda.

Ieri sera sono uscito di corsa, come di consueto, tiratissimo coi tempi. Ho fatto il solito slalom nel perenne imbottigliamento della tangenziale est, ho preso Carola al volo a pianoforte spaccando il minuto, poi Leonardo, sono riuscito a metterli in tavola alle venti precise. Abbiamo guardato un film insieme, li ho messi a letto e poi mi sono rimesso sul divano a rispondere alla pila di email che mi erano rimaste indietro nel pomeriggio.
Ho finito attorno all'una di notte. Stamattina alle otto e trenta ero in ufficio.

Domani ho un aereo alle sei del mattino a Malpensa, fatti due conti significa alzarsi al massimo, correndo, alle tre del mattino. Non ho ancora preparato nulla per partire e devo star via una settimana negli Stati Uniti, dividendomi fra il caldo afoso del Texas e l'autunno già inoltrato dell'Ohio. Due abbigliamenti diversi per pochi giorni, da infilare al solito nell'unico trolley a mano col quale viaggio. Se voglio provare a trovare il tempo per correre una sera, significa almeno tre paia di scarpe.
Mentalmente passo la lista delle cose che non devo dimenticarmi: il secondo telefono, il passaporto, i caricabatterie americani, il Mophie, le pillole e le ricette in inglese. Che giacca porto? Non posso partire con due, una invernale ed una estiva, non ho abbastanza spazio. E poi parto di sabato, non ho voglia di viaggiare in abito da lavoro. Come diavolo faccio a portarmi tutto quello che mi serve rinunciando a una valigia vera?
Ogni volta la stessa storia, gli stessi riti, la stessa stanchezza, gli stessi automatismi. Se almeno avessi il tempo di fare un momento mente locale.

Do un'occhiata all'agenda di oggi per capire che margini ho. Non ne ho, perlomeno fino alle 17. Annullo il meeting successivo, così cerco di essere a casa almeno per le 18, il tempo di far su 'sto benedetto trolley, farmi una doccia veloce, mangiare un'insalata e buttarmi subito a letto cercando di dormire qualche ora. Per un attimo avevo quasi pensato di andare anche a correre, ché poi non andrò chissà per quanto, ma alla fine anche vaffanculo, no. Amen.
Scorro il calendario, tutta l'agenda delle prossime sei-sette settimane è un disastro.

Rimango in ascolto per capire se è mi è rimasto addosso qualcosa del segnale di avvertimento di ieri. Tutto tace, a parte una sensazione spiacevolissima, una sorta di livido al centro esatto di me stesso. Quella è rimasta forte e chiara.
Ho superato la soglia di tolleranza.
Era già capitato in realtà tre anni fa, con tutto quello che ne è conseguito dopo.
Questa volta la spia è su luce fissa e il motore ha picchiato in testa. Se n'è andata la riserva.
Mi manca una mano da prendere e da cui farmi portare.
Mi manca tantissimo.

Quindi, Parigi, Houston, Cleveleland, New York, Milano, Londra, Birmingham, Milano. Poi avrei dovuto ripartire, ma a quanto pare no.
È sbagliato, ma sai che c'è: meglio. Ho voglia di starmene a casa sul divano, spegnere tutto, passare un weekend coi ragazzi, pieno, a far cose con loro.
Devo decidermi a mettere i nuovi vasi da fiori almeno sul balcone di sala. Alla terrazza penseremo più avanti.
Devo decidermi per un'altra vita, la mia vita.

Mi viene in mente, non so perché, il profumo dei boschi sotto il Pizzo Gallino, dove da ragazzo andavo con mio padre a raccogliere funghi in questa stagione. All'improvviso è come se quell'odore mi penetrasse intensamente le narici, senza ragione alcuna, mi passasse sottopelle.
Ce l'ho qui. Non l'ho mai ricordato prima ed ora è qui. Lo avverto distintamente, è come se fossi esattamente lì. La mia gioventù mi travolge senza preavviso e un perché, e una malinconia infinita si impadronisce di me.

Aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro di quest'anno.
Mi aggiungo alla call conference con Cleveland e Pittsburgh.
Tengo d'occhio l'orologio.
Magari esco per le 16 e vado a preparare il trolley.

OCTPartenze
TAG: vita, lavoro
22.04 del 04 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
02 La tempesta perfetta
OTT Diario, Prima pagina
Lorenzo ha colpito le Azzorre e nel perimetro della mia esistenza l'evento ha una sua logica ineccepibile, al di là di un coinvolgimento emotivo imperscrutabile.
TAG: Azzorre
22.26 del 02 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
01 Ottobre
OTT Diario
Cose di inizio ottobre.

Ho staccato un cinquantasetteezerosette. Non vedevo un tempo così da una vita, ma secondo me il Garmin ha battuto qualche chilometro un po' troppo corto. Comunque, anche se non un cinquantasette, sarebbe stato al massimo un cinquantotto o un cinquantanove scarso. Quindi bene.
D'altra parte sabato riparto e starò in giro un po', poi ritornerò, poi ripartirò di nuovo. In mezzo altri impegni a riempire qualunque spazio fra un viaggio e l'altro. Ho giusto fatto in tempo a rientrare su tempi dignitosi e in un peso accettabile, e già devo mollare per intere settimane, chissà per quanto.
Così non andrò mai da nessuna parte, non c'è nulla da fare.

Dopo dieci anni mi sono cancellato dall'unico angolo privato che conservavo in rete e ho lasciato la mia comunità di riferimento. Nonostante per varie ragioni meditassi da tempo il distacco, non è stato facile e ho abbandonato per altri motivi. Mi sento come se avessi preso un lungo pezzo di vita e tutte le relazioni sociali connesse, e avessi spazzato via tutto in un attimo.
La mia storia di questi ultimi dieci anni, giorno dopo giorno, è stata legata a doppio filo a quel cassetto chiuso a chiave di me stesso, dove scrivevo qualunque cosa, trascorrevo talvolta ore a leggere e dialogare di cazzate con una ristrettissima cerchia di amici più o meno immaginari, a condividere frammenti di vita quotidiana. Cose di me che non sono altrove, stupidate, depressione, sarcasmo, disillusioni, rapporti coi figli, idee politiche, goliardate, codici per iniziati incomprensibili agli estranei.
Per una sorta di magia, o per una via imperscrutabile del fato, fin quasi dall'inizio ho condiviso quel pezzo di strada con qualcuno che lì ho incontrato e con cui ho in seguito diviso tutto il resto, o almeno ho creduto di, non accorgendomi che invece no, o almeno non come era nella mia testa e nel mio cuore.
L'invece no alla fine ha mandato tutto in pezzi.
Non aveva più senso rimanere da solo su quell'isola, non avrei potuto. Sono salpato e l'ho abbandonata, dopo aver bruciato tutto quel che avevo costruito per la mia sopravvivenza e le mie cose, per non lasciare traccia alcuna del mio passaggio.
È stato un distacco doloroso, anche quello. Ma forse era davvero l'ora.
Adesso non ho più un luogo mio, salvo questo, che in realtà è una stanza chiusa senza finestre.
Fuori, solo mare aperto. Sono senza approdo, senza bussola e senza riferimenti a cui chiedere, con cui orientarmi.

Riparto, sabato prima dell'alba. Torno a Houston, poi di nuovo a Cleveland. Rientro e riparto ancora, Londra, poi Birmingham o giù di lì. Rientro e riparto ancora, un po' più in là.

Questi giorni mi trovo spesso a pensare che all'improvviso non ho più progetti. Ne avevo parecchi, ma erano disegni condivisi.
Non ho progetti da solo. Prima o poi magari mi ci aggrapperò in qualche modo come a un salvagente. Del resto ho sempre fatto così, è la mia arma di difesa.
Navigo in mare aperto e non c'è vento.
Magari qualche corrente mi porterà altrove.

AddioFF
10.47 del 01 Ottobre 2019 | Commenti (7) 
   
26 Ostinazione e resilienza
SET Running
In questo difficile inizio di autunno, una cosa buona: almeno con la testa, sono riuscito a non mollare mai e ho continuato a consumare inesorabilmente la gomma delle scarpette, nonostante un anno complicato dalle trasferte per lavoro, una nuova logistica familiare tutta da inventare e assai impegnativa che mi prende il doppio del tempo di prima, ritmi di lavoro su quindici fusi orari, gli ormai cronici problemi di salute che a intermittenza ricompaiono e riscompaiono e non vogliono abbandonarmi.
Spesso sono dovuto scendere a una sola uscita a settimana, talvolta ho saltato settimane intere, fino a un mese di vuoto consecutivo a maggio e poi ancora fra luglio e agosto. Ho ripreso peso velocemente e altrettanto inevitabilmente, e anche l'attenzione alla dieta degli ultimi due anni è andata ultimamente un po' a quel paese.
Tant'è, ho tenuto botta e in un modo o nell'altro non ho mai smesso.

Ho attraversato l'estate forzandomi, quando possibile, a uscite con temperature inaccettabili, precipitando su tempi al chilometro parecchio difficili da far digerire al mio orgoglio di ex-maratoneta (*) e per lunghi periodi non ho più avuto le gambe nemmeno per completare le mie uscite standard da dieci chilometri. Piuttosto di una resa che questa volta sarebbe peraltro definitiva, sono tornato a fare qualche chilometro di brevi serie di pochi minuti alternando corsetta e camminata, sempre accompagnato dal timore delle fibrillazioni improvvise, costantemente con un occhio al cardiofrequenzimetro.
Rientrato dalla vacanze, dopo Ferragosto, con un peso addosso che non vedevo da ormai due anni, ho ripreso ostinandomi a cercare di mantenere almeno una media di due uscite settimanali, ripartendo da zero per l'ennesima volta, inchiodato dal cronometro su tempi che chiamare "corsa" richiede una discreta dose di fantasia.

Alla fine, ieri sera, ce l'ho infine fatta: dopo mesi di frustrazione, il Garmin ha nuovamente timbrato il decimo chilometro sotto l'ora, pur avendo corso i primi cinque in salita (e aiutato di conseguenza dai successivi in discesa, ma tant'è).
Non accadeva dal 19 aprile.

Fra qualche mese compirò cinquantacinque anni e, considerata la vita che faccio, sai che c'è: posso anche battermi il cinque da solo.
Io dico che in questo tristissimo e solitario inizio di autunno è dunque venuto il momento di comprare un nuovo paio di scarpette, ché quelle attuali alla fine han passato i mille chilometri.
Bravo Carlo.

(*) Non esistono "ex"-maratoneti.
TAG: running, salute, corsa
10.34 del 26 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
19 Seduto per terra in mezzo a una stanza
SET Diario
Così intanto ho rifatto l'unico posto dove posso starmene da solo a guardare in silenzio i miei pezzi di vita che se ne sono andati. Ché l'unica cosa da fare, alla fine, è raccattar cocci e provare almeno a fare ordine, per quanto possibile.
Naturalmente non ho finito, né probabilmente finirò mai.
Almeno ho di che tenermi occupato.

Poi, a breve, volo di nuovo via, che non c'è più nulla a tenermi qui.
Magari vi scrivo da laggiù.
TAG: vita
01.01 del 19 Settembre 2019  
   
04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
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