Orizzontintorno Carlo Paschetto
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12 Gare de l'Est (*) (**)
APR Fotoblog, Amarcord
Sto mettendo mano ad alcune (bruttissime) fotografie scattate a Rouen una sera del 2009 con un vecchio cellulare. Niente che valga la pena di far circolare, anche perché la risoluzione di quell'HTC di dieci anni fa, perdipiù utilizzato al buio, è davvero orribile.
Fra queste ce n'è una che direi ho scattato alla Gare de l'Est di Parigi, tornando da Rouen e diretto a Lussemburgo. Almeno questo è quel che mi sembra di ricordare.
Era il periodo in cui lavoravo perlopiù all'estero, anche se nel 2009 in realtà avevo già spostato nelle Langhe il centro della mia vita professionale e preso (la seconda) casa ad Alba, dopo aver lasciato quella di Varsavia.

Ricordo quella sera in transito da Parigi, anche se non rammento bene la dinamica dei miei spostamenti. Stavo lavorando su un progetto internazionale e in quel periodo mi occupavo della sede di Rouen. Mi capitava talvolta di farci un salto partendo da Alba: di solito volavo a Parigi e noleggiavo un'auto per raggiungere la cittadina nel nord della Francia.
Non ricordo perché quel giorno invece andassi e tornassi in treno da Lussemburgo, che avevo lasciato un paio d'anni prima, ma sono certo che quella fosse la direttrice e sono anche quasi sicuro che fosse stato appunto un viaggio in giornata. A pensarci, ricordo anche che a Parigi dovetti cambiare stazione, perché i treni per Rouen partivano e arrivavano alla Gare St. Lazare, mentre quelli per Lussemburgo erano alla Gare de l'Est, per cui in effetti non sono certo di quale sia la stazione nella quale scattai la foto.
Così a memoria, fu poco prima di salire sul TGV per Lussemburgo: Est, dunque.

Ricordo la corsa con la metro fra le due stazioni, ché non avevo molto tempo fra un treno e l'altro. Ricordo anche che mandai un messaggio a Barbara, che sapevo essersi trasferita a Parigi qualche anno prima, per farle sapere che ero in rapidissimo transito in città.
Mi pare fossi in viaggio da solo e che a Lussemburgo alloggiassi presso un'hotel di cui ricordo bene la stanza, ma quel che non mi torna è che giurerei di essere stato solo una notte in vita mia in hotel a Lussemburgo e che in quell'occasione specifica, quella della stanza che ricordo, fossi in viaggio con un collega. Tutto il resto della mia vita lussemburghese era stato durante i mesi ad Arlon e il periodo di Rouen era due anni dopo. Quindi forse no, non rientravo a Lussemburgo per tornare a quell'hotel. Ma perché Lussemburgo allora, e per dormire dove in particolare?

Poi mi viene in mente che più o meno registro la mia vita dentro questo blog da ormai quindici anni e che nel 2009 ancora scrivevo parecchio, e immagino dunque che di quello spostamento debba essere rimasta traccia proprio fra queste pagine. In effetti è così.
Era il giorno del mio compleanno e stavo andando da Rouen a Lussemburgo, non rientrando a Lussemburgo dopo un breve salto a Rouen, come mi pareva di ricordare. Per la precisione, stavo tornando proprio ad Arlon dopo un paio d'anni.
Ad aspettarmi alla stazione di Arlon avrei trovato il fido Gianluca e quella notte avrei di nuovo dormito, dopo molto tempo dall'ultima volta, al mitico Arlux.
Tutta la storia di questa foto è qui.

È la storia dell'immagine di testata di questo stesso blog: la scelsi perché, più di qualsiasi altra foto, aveva un forte valore simbolico di quel che per un certo periodo era stata la mia vita, di quel che avrei voluto fosse stata per sempre, di quel che ero io e del mondo visto attraverso i miei occhi.
In qualche modo è l'immagine del treno che ho perso.

Paris0001

(*) Un amico di frenf.it che vive a Parigi mi ha fatto notare che la stazione nella foto non sembra essere nessuna fra quelle citate e che secondo lui l'immagine non è nemmeno stata scattata a Parigi. A un nuovo controllo osservo che lo scatto è delle quattro del pomeriggio: in archivio ho una foto presa nella stessa giornata in una stazione evidentemente diversa, perché il cielo è buio e sono quasi le sette di sera.
Quella nella foto qua sopra deve dunque essere la stazione di Rouen, mentre la foto successiva l'ho effettivamente scattata a Parigi qualche ora dopo.


(**) E niente, il mio amico ha insistito nella sua indagine e ha scoperto che quella nella foto è la stazione di Lussemburgo. E infatti ho ricontrollato le mie fotografie di quei giorni e quella di cui parlavo nella nota precedente, scattata a Parigi, è del giorno prima, non dello stesso giorno di questa. Mistero definitivamente risolto.
TAG: parigi, Rouen, lavoro
10.31 del 12 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
05 Primavera
APR Running
Nel frattempo son quasi otto mesi, è iniziata la terza stagione, sono ritornato al monostrato e sono ancora in strada.
Ogni tanto me lo appunto qui, così, come mònito.

Io2018.04.05
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
19.09 del 05 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
04 Mallorca 2010 e Menorca 2008 photo album
APR Travel Log: Baleares, Fotoblog, Lavori in corso
Sistemate le foto del giro del mondo, ho ripreso ad aggiornare il mio archivio su Smugmug proseguendo di viaggio in viaggio a ritroso nel tempo. Ecco dunque le foto dei viaggi alle Baleari del 2008 e 2010, riorganizzate e pubblicate qui.
Nel frattempo sto già lavorando a quelle della stessa estate in Corea del Sud, quando partii per Seoul appena rientrato coi ragazzi da Maiorca, nel giro di sole ventiquattr'ore.

Mi è venuto così in mente che la maggior parte dei miei viaggi degli ultimi dieci anni sono stati per isole e così è per buona parte dei progetti che ho nel cassetto. E dire che mi definisco uomo di montagna.
E però se ci penso c'è in effetti una ragione: le isole mi permettono di concentrare il tempo a disposizione, a maggior ragione se sono particolarmente piccole, mentre tutti i miei progetti in terraferma richiedono un tempo che quasi mai ho.
Così rimando a tempi futuri i grandi overland continentali e i viaggi itineranti nei paesi di grande richiamo turistico, i secondi soprattutto per non fare di una vacanza una stressante corsa contro il tempo, e mi concentro su destinazioni che mi permettano di sfruttare periodi di pochi giorni per coniugare al meglio i miei bioritmi tradizionalmente lenti, soprattutto al mattino, con la frenesia di voler vedere tutto quel che c'è da vedere.

Son venute così le Cook e prima di loro Madeira, le Farøe, le Canarie, le Hawaii - che però ho limitato alla sola O'ahu proprio per ragioni di tempo, e allo stesso modo ho in lista quasi solo isole nei miei progetti a breve termine, soprattutto nell'Atlantico e nel Pacifico.
Le destinazioni più remote sono sempre, ahimé, condizionate dal budget a disposizione, ma la scoperta di ottime soluzioni economiche alternative ai pernottamenti in hotel mi ha in parte allargato l'orizzonte delle possibilità, sebbene i miei veri progetti nel cassetto, anche in termini di isole, siano per il momento piuttosto irraggiungibili perlomeno da un punto di vista logistico.

Ma ormai so che è solo questione di tempo e che un passo alla volta posso arrivare ovunque. Del resto solo sei mesi fa mai avrei pensato che davvero avrei messo piede a Rarotonga ed Aitutaki, e invece.

MallorcaA
MallorcaB
MallorcaC
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Maiorca, Baleari, 2010
TAG: Baleari, Maiorca
12.56 del 04 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
03 Chiusura di stagione
APR Viaggi verticali, Diario
Complici la finestra di tempo splendido che si è aperta fra la domenica di Pasqua e il lunedì, e le straordinarie condizioni di innevamento, ne abbiamo approfittato per andare a chiudere la stagione e infilare così una sequenza Capodanno-carnevale-Pasqua che non ci riusciva da anni.
Un'annata con così tanta neve, soprattutto in condizioni pressoché invernali nonostante la primavera iniziata ormai da giorni, non si vedeva da parecchio tempo e il manto ha ancora una tenuta quasi perfetta perfino alle quote più basse nelle ore pomeridiane. Quest'anno rimpiango davvero di avere appeso le pelli al chiodo da diverse stagioni, perché avrei potuto approfittare di una primavera eccezionale. E in effetti potrebbe essere uno stimolo a riprendere anche questa attività, dopo essere tornato a correre.
Chissà.

E proprio la ritrovata ottima forma di questi ultimi mesi ha portato con sé anche il rinnovato piacere, dopo anni, di tornare finalmente a stare sulla neve ore e ore di fila, spingendo al massimo, come non accadeva davvero da troppo tempo. Mi sono persino riscoperto capace di affrontare dei bei muri di gobbe in assorbimento a velocità che ormai potevo solo sognare, con le gambe e i polmoni che tengono perfettamente anche al tardo pomeriggio, arrivando a chiudere la giornata senza averne ancora abbastanza.
Mi pare impossibile se penso allo sventurato scorso anno in cui riuscii a fare un'unica uscita molto a fatica, condizionata dalla paura per i problemi cardiaci che avevo appena attraversato, e alle ultime stagioni nelle quali inforcavo gli sci ormai di malavoglia, eccessivamente appesantito, portandomi appresso tutti i miei guai alla schiena, completamente senza fiato e allenamento, frustrato: salivo sempre in tarda mattinata, mi lasciavo trascinare demotivato giù da qualche pista, irrigidito e stanco, senza alcun entusiasmo, spinto solo dalla volontà di non cedere alla tentazione estrema di appendere definitivamente al chiodo anche i miei amati sci, dopo avere abbandonato già da tempo ogni altra velleità alpinistica.
Mi fermavo poi alla solita baita per il pranzo e chiudevo lì la giornata, affidando i ragazzi agli amici, ormai arreso a una condizione fisica e mentale in realtà inaccettabile alla mia età.

Sì, mi pare impossibile a ripensarci. Sono persino tornato a mettere le assi in neve fresca senza timore per i legamenti e la schiena, di nuovo in sintonia con me stesso e l'ambiente, in una situazione di ritrovato controllo, consapevolezza e serenità.
Come ho potuto davvero rischiare di rinunciare a quel che più amo nella vita, alle mie montagne, alla neve, l'elemento che mi appartiene da quando son nato?

E poi c'è questa cosa dei ragazzi ormai grandi, che van come treni. Per quanto io abbia ritrovato una forma tutto sommato non comune, per quanto abbia fiato e gambe ed esperienza da vendere, non riesco a star loro dietro: sono loro ad aspettare me. È una soddisfazione straordinaria.
Li inseguo quasi in apnea, li affianco, cerco di rimanere nella loro scia lasciando che siano loro a tracciarmi il pendio e penso che ho fatto un lavoro bellissimo questi anni, che il loro entusiasmo è benzina per tenere ancora ben in vita il mio. Adesso che andiamo davvero insieme, alla pari, mi diverto come forse mai mi sono divertito in vita mia, per quante stagioni abbia alle spalle e per quante ne abbia viste e fatte in montagna.
Rimango sempre più stupefatto e incantato a vederli filar via così sicuri e veloci, a loro agio, spensierati, su qualunque pendio e in qualunque condizione, perfettamente padroni della tecnica e degli attrezzi, concentrati, come pochi loro coetanei sono in grado, a parte i ragazzi delle scuole agonistiche che però hanno una preparazione specifica mirata alla competizione, mentre ai miei ho insegnato prima di tutto la montagna, l'ambiente, l'aria sottile: un contesto nel quale lo sci è solo uno dei mezzi possibili di esplorazione ed espressione, la neve un elemento al di là della superficie battuta di una pista.
Ora che son pronti ho voglia di portarli a scoprire e fare cose che ho fatto io alla loro età, aprirgli tutto un mondo, trasmettergli ancor più il mio entusiasmo e il mio amore per il mio universo verticale.

Dopo aver ripreso a macinare chilometri in strada mi chiedo se un po' alla volta potrei davvero riprendermi anche i miei passi in montagna, rispolverare i ferri del mestiere e qualche obiettivo lasciato indietro, chiuso nel cassetto del forse mai più.
Intanto potrei finalmente mettere in cantiere qualche piccolo progetto estivo coi ragazzi che in questi anni ho sempre rimandato a chissà quando.

Progetti futuri a parte, questa è stata probabilmente anche la nostra ultima volta sulle nevi di Madesimo, dopo otto anni consecutivi di presenza, e un capitolo significativo della mia vita coi ragazzi va forse in qualche modo a chiudersi.
Venni in Valchiavenna per la prima volta con loro nel 2010, proprio agli inizi di aprile, in occasione del terzo compleanno di Carola. Leonardo aveva solo sei anni. Anche quell'anno c'era molta neve e ne venne parecchia anche quei giorni.
Scelsi Campodolcino perché alcuni cari amici, fra cui un mio storico compagno di cordata i cui figli erano coetanei dei miei, avevano qui la casa da anni. Era una buona soluzione per trascorrere alcune giornate in montagna in compagnia, sia per me che per i bambini. L'hotel Europa era perfetto, proprio alla partenza della funicolare che porta agli impianti del comprensorio di Madesimo: da allora non lo abbiamo più tradito e nel corso degli anni ho fatto amicizia col proprietario, mio coetaneo.
Anche la compagnia col tempo si è via via allargata e ormai venire su era diventata anche l'occasione per ritrovarsi sulla neve anno dopo anno, condividere tavolate alla Baita del Sole, ritrovo fisso di tutti noi all'ora di pranzo, o uscire tutti insieme la sera a cena. E quante discese dal Canalone, e notti di San Silvestro, e giornate di neve e pioggia chiusi in baita a strafogarci di polenta e salsicce, e neve spalata per disseppellire l'auto a ogni nevicata eccezionale: quante ne ho viste quassù questi anni, alla faccia del riscaldamento globale.

Ma i ragazzi crescono, anche quelli degli amici, che alla fine, dopo anni, lasciano le case in affitto perché cambiano le esigenze familiari e vanno a loro volta verso nuove vite altrove. E così un po' viene a mancare la ragione principale per venire quassù, un po' anche io inizio ad essere stanco e un po' annoiato di percorrere a memoria sempre le stesse tracce da anni: ho voglia di mostrare ai ragazzi ormai grandi altri mondi verticali, altra neve, allargare i loro orizzonti.
E quindi forse basta Valchiavenna, basta Campodolcino, basta hotel Europa. È venuto anche per loro il momento di iniziare a zingarare un po' in giro per le Alpi.
Leonardo ha quattordici anni e all'improvviso mi viene in mente che avevo esattamente la sua stessa età ed era la stagione invernale quando i miei lasciarono la casa di Andalo, dove ero praticamente nato, dove per anni avevo trascorso gran parte dei weekend invernali e tutte le infinite vacanze estive, dove avevo imparato a sciare, a camminare in montagna, ad affrontare le mie prime vie ferrate e le prime facili arrampicate. Dove avevo conosciuto la mia prima fidanzatina e mi ero innamorato per la prima volta.
Per i miei primi quattordici anni di vita tutto il mio universo verticale (e non solo) era stato circoscritto ad Andalo: quella era la montagna per me, lì avevo imparato ad amarla e a conoscerla.
I miei lasciarono la casa un po' per le stesse ragioni per cui oggi io probabilmente non tornerò più a Campodolcino.

In qualche modo è uno strappo anche per me, ma è il momento giusto per farlo. Ogni tanto c'è bisogno di dare una svolta e cambiare un pezzo di vita, anche se col passare degli anni il solo pensarlo è sempre più faticoso: in fondo la mia routine quassù coi ragazzi è in qualche modo confortevole, rassicurante e riposante.
Ma è ora che li porti a conoscere l'altrove che io conosco già e far conoscere loro le grandi montagne.
Ciao Campodolcino.

MadesimoPasqua2018
TAG: madesimo, sciare, campodolcino, valchiavenna
23.41 del 03 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
23 Ancora sulla questione reflex vs. cellulare
MAR Lavori in corso, Coffee break
Sto lavorando sulle foto del giro del mondo, che presto inserirò nell'archivio, e riflettevo una volta di più sulla scelta, anche in questo viaggio, di lasciare a casa la reflex.

Alla fine, come avevo già osservato in analoghe occasioni passate nelle quali avevo rinunciato a portarmi la Canon, per quel che serve ai miei scopi oggi l'iPhone basta e avanza, soprattutto via via che con l'evolvere dei modelli l'ottica migliora in modo sempre più apprezzabile.
A meno di safari fotografici, o condizioni davvero estreme, l'iPhone 6 copre ormai il 90% abbondante delle mie esigenze amatoriali. Immagino che se ne avessi uno di ultima generazione (ma probabilmente anche un Samsung di fascia alta o un telefono equivalente), questa percentuale sarebbe ancora più elevata.

In questo viaggio avrei voluto forse in un paio di occasioni al massimo avere con me lo zoom della Canon, o il suo super grandangolare, ma sono state davvero eccezioni e complessivamente sono stato ben contento di non essermi trascinato dietro i chili in più della reflex e non aver dovuto avere a che fare con la menata delle ottiche intercambiabili.
La verità è che non sono un professionista, non ho quasi mai davvero bisogno di una vera macchina fotografica e molto difficilmente, a pari condizioni, sono in grado di fare una foto migliore con la Canon rispetto a quella che porto a casa con l'iPhone. Tanto più che ormai si tratta spesso di una lotta fra software, ben prima che fra ottiche, a meno che non si parli di condizioni di luce molto, molto difficili, o di un contesto particolare dove la tecnologia di una reflex evoluta è in grado di fare davvero la differenza (penso ad esempio alle foto dei delfini scattate lo scorso anno a Madeira, che non sarei mai riuscito a fare con un telefonino).

Per quel che sono la mia esperienza e le mie necessità, in condizioni standard gli unici veri limiti oggi dell'iPhone (dell'iPhone 6 perlomeno, che è già obsoleto) sono la risoluzione, non un granché sopratutto sulla fotografia da lunga distanza, e il non poter scattare in raw, che per un viaggio così vale però anche un bel chissenefrega e non è certo un problema.
Peraltro, non poter scattare in raw potrebbe in generale anche non essere un problema, non essendo appunto io un professionista, ma naturalmente apprezzo la possibilità offerta dal raw di intervenire in post produzione in modo sofisticato sulle mie foto, in quei rarissimi casi nei quali possa valerne la pena.
La non eccessiva risoluzione dell'iPhone 6, 8Mp contro i 18Mp della Canon 60D, un confronto effettivamente impietoso, è invece davvero un po' un limite (e ovviamente lo era ancor più nei modelli precedenti) che si fa sentire soprattutto nelle foto panoramiche: appena si prova un po' a ingrandire emerge inesorabilmente la sgranatura e sono naturalmente da dimenticare del tutto le foto zoomate. D'altra parte che lo zoom digitale sia una schifezza non è certo una gran novità: quando parto senza reflex ho già messo in conto dall'inizio che dovrò fare a meno di qualunque possibilità di ingrandimento e delle fotografie da lontano.

Un altro limite che sento particolarmente è il non poter usare un mirino e la conseguente difficoltà a trovare la giusta inquadratura in condizioni di luce forte che batte sullo schermo del telefonino. Va sempre a finire che faccio seimila scatti (pressoché tutti uguali) quando ne basterebbe solo uno, perché non riuscendo a vedere un tubo di quel che sto fotografando procedo a caso per tentativi e croppo poi a casa.

Sempre con lo scopo di voler fare un po' il pignolo, osservo anche che detesto il formato 4/3 nativo dell'iPhone. Non ho mai capito perché la app standard di iOS non consenta di scegliere il formato di scatto, visto che tecnicamente è possibile: gli scatti fatti direttamente da Whatsapp, ad esempio, sono in 16/9.
Questo è davvero un mistero, soprattutto perché l'inquadratura non sfrutta tutto lo schermo del telefonino, come invece ad esempio accade se si registra un video o si fa una foto panoramica. Mah.

La sintesi comunque è che se è vero che con l'iPhone sono costretto a scattare tutto in automatico, completamente vincolato alle impostazioni del telefono, è altresì vero che normalmente io uso solo una volta su cento le impostazioni offerte dalla Canon, a voler essere generosi, e le sfrutto se va bene al dieci per cento delle possibilità. In questo senso potrei dire che uso la reflex come uso Excel o Word: hanno milioni di funzioni, ma alla fine a me servono un foglio elettronico che faccia le somme e abbia qualche funzione di calcolo avanzata, e un software per scrivere i verbali.
Per di più, mentre Excel e Word sono pur sempre strumenti della mia professione, in campo fotografico sono appunto un gran dilettante: in viaggio, soprattutto quando ho poco tempo per scattare, o ho le mani impegnate, e in mille altre situazioni, io scatto in automatico e basta, senza stare troppo a menarmela.
L'unica cosa che sfrutto quasi sempre con la reflex è la priorità di diaframma, giusto per regolare un minimo la profondità di campo, ma molto raramente mi avventuro nello scatto completamente in manuale e devono essere condizioni davvero difficili, che il software della macchina da solo non sarebbe in grado di interpretare. Nella maggioranza delle situazioni io non posso certo far meglio degli algoritmi di Canon o Apple.
Per questo, alla fine e al di là delle considerazioni sulla risoluzione o sulla difficoltà di inquadrare bene la foto, non fa così differenza per me partire con la Canon o con l'iPhone, perlomeno in un viaggio normale dove già so che il 95% delle foto saranno semplici panorami ricordo o primi piani.

Dove ormai invece spendo sempre più tempo è nella post produzione e se è vero che non mi importa più tanto lo strumento con cui ho scattato una foto, è anche vero che ormai non c'è foto sulla quale non intervenga successivamente.
In realtà non applico elaborazioni particolari: non mi piace in linea di massima l'HDR, detesto quasi tutti i filtri "artistici", non vado a caccia di effetti speciali. Passo ad esempio un sacco di tempo a scegliere se e come ritagliare l'inquadratura definitiva (a "cropparla", per l'appunto), alla ricerca di un punto di osservazione o di un dettaglio diverso da quello dello scatto originale. Anzi: potrei dire che ormai, ogni volta che faccio una foto, nella mia testa la sto già tagliando in modo diverso da quello inquadrato dall'obiettivo, e questo perché detesto sempre più il limite delle proporzioni offerte dalle macchine fotografiche.
E in realtà, a pensarci: ma perché mai le macchine digitali non permettono di croppare in sede di scatto quel che inquadra l'obiettivo, già mentre lo hai dentro il mirino? Che motivo c'è di blindare l'nquadratura dentro un 4/3, o un 16/9, o un 3/2, dal momento che dietro non ho più il fotogramma di una pellicola, ma un file digitale qualunque?

Un'altra cosa che di norma spingo in post produzione è la nitidezza, spesso applicata solo ad alcune zone specifiche della foto, e lavoro allo stesso modo sulla ridistribuzione delle luci e delle ombre, intervenendo in modo diverso su aree differenti.
Qualche volta accentuo i colori, qualche volta li spengo apposta, qualche volta viro al bianco e nero tanto per sperimentare un po': alcune fotografie, totalmente anonime a colori, emergono meglio giocando solo su luci ed ombre.
Cerco di non (ab)usare mai del timbro clone. Mi capita di intervenire solo in casi un po' estremi, dove qualche fattore esterno mi ha compromesso l'inquadratura, e se proprio voglio usarlo allora sono maniacale: non sopporto le immagini dove si vede l'artifizio, sono capace di mettermi a lavorare pixel a pixel per cancellare lo stupido cavo di una linea elettrica che mi attraversa un cielo perfettamente blu.
Tempo fa ho acquistato per pochi euro un filtro anti rumore potente da installare come plug-in per Photoshop: è molto utile ad esempio quando la bassa risoluzione dell'iPhone mi sgrana un cielo limpido ed è perfetto per eliminare le discontinuità introdotte dalle basse prestazioni dell'ottica. Questo è un classico caso in cui è evidente la differenza fra le foto fatte con la Canon, in cui non lo uso praticamente mai, e quelle fatte con l'iPhone, dove mi capita spesso di utilizzarlo, soprattutto con i panorami.

Il mio approccio alla post produzione è un po' riassunto nelle due immagini qua sotto. Sembrano panoramiche, ma non lo sono: si tratta di due fotografie qualunque fatte a Seattle con l'iPhone, due foto anonime che ho scelto fra dozzine di altre più o meno uguali (ricordate? Non riesco a inquadrare quel che voglio in campo aperto con la luce forte), inizialmente scattate nell'odiato formato standard 4/3, senza zoom e pure in navigazione, dunque una postazione non proprio ferma e stabile.
In testa avevo già idea di tagliarle e sfruttare il lato da oltre tremila pixel per dare l'idea - sullo schermo del computer - di un effetto panoramico. Avessi avuto la Canon, che consente di scattare immagini con un lato di più di cinquemila pixel, ovviamente l'effetto e la risoluzione sarebbero stati decisamente migliori, ma per un monitor di un qualunque portatile, che è poi la mia destinazione d'uso, posso appunto accontentarmi dell'iPhone.

fotografiaA
La skyline di Seattle da Bainbridge island
fotografiaB
Il Mount Rainier da Bainbridge island

Nella foto della skyline di Seattle quel che ho fatto è stato semplicemente tagliarla, desaturarla lasciando un accenno quasi impercettibile di colore, applicare al cielo il filtro anti rumore ed enfatizzare la nitidezza dei grattacieli.
Ovviamente la resa finale è migliore riducendo un po' il fattore di visualizzazione: alla risoluzione originale la sgranatura è inevitabile.

La seconda foto ha richiesto invece un po' più lavoro: quel che volevo era riuscire a mettere in evidenza la sagoma del Mount Rainier, un compito non facile.
La foto è stata scattata nel primo pomeriggio, col sole quasi a picco; il Rainier all'orizzonte era piccolissimo e innevato, color bianco latte contro il cielo azzurro: insomma, una schifezza irrilevante e quasi indistinguibile nella fotografia originale. A quella distanza la bassa risoluzione è un handicap insormontabile per l'iPhone. Persino con il teleobiettivo stabilizzato da 300mm della Canon sarebbe stata una foto non facile in quelle condizioni di luce e movimento.
Questo è un classico caso dove ho fatto la foto (e altre venti gemelle) senza star troppo a pensare, avendo ben presente i limiti dell'ottica a disposizione e affidando tutto alla post produzione, sulla base di un'idea iniziale.
Ho tagliato quindi la foto come nel primo caso, ho eliminato il rumore, l'ho virata in bianco e nero per poterla contrastare al massimo e giocarla tutta esaltando le ombre del mare per staccarlo completamente dal cielo. Quindi ho mascherato la sagoma del Mount Rainier e mi sono accanito col contrasto, finché non è venuto fuori sullo sfondo.
Infine ho enfatizzato la nitidezza al centro della foto, concentrandola sul Rainier, le onde e i pali di segnalazione, e ho sfocato ai lati, per accentuare ancora di più il soggetto.
Anche in questo caso alla massima risoluzione la sgranatura è evidente, ma riducendo un po' il fattore di visualizzazione diventa quasi impercettibile.

Sarebbe venuta meglio con la Canon? Be', intanto avrei avuto a disposizione una risoluzione decisamente migliore, uno zoom e uno stabilizzatore, e soprattutto avrei avuto un file raw su cui lavorare. Non avrei avuto bisogno di un'idea a partire dallo strumento nelle mie mani, avrei semplicemente fatto una foto diversa.

Il risultato di per sé, poi, può piacere o non piacere a prescindere: di nuovo, non sono un professionista, faccio foto per ricordo e devono piacere a me. A me queste due foto piacciono, quindi ho ottenuto il mio risultato.

Quindi, in questo caso, partire con il solo iPhone è stata una scelta azzeccata.
Che poi era esattamente la questione di partenza.
TAG: fotografia, reflex, iPhone, viaggiare
00.34 del 23 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
20 Credo fossero primule
MAR Diario, Mumble mumble, Travel Log: Japan
Son passato da papà e visto che è giorno feriale, nessuno in giro, e c’era una bella atmosfera tranquilla, come talvolta mi capita mi son fatto un giro lì dalle sue parti per dare un’occhiata, vedere se c’era qualcuno di nuovo, leggere le date, guardare le fotografie e immaginare la vita dietro ciascun ritratto.
Mi piace sempre farlo, mi comunica pace e serenità e mi lascio attraversare dalle sensazioni sul senso dell’esistenza.

E niente, lì a due passi mi sono imbattuto nel signor Fabio. Non lo avevo mai visto prima. Ci siamo guardati a lungo negli occhi, ho cercato di immaginarmi la sua storia e cosa gli fosse accaduto.
Sono rimasto lì un bel po’, impietrito a fissare la mia data di nascita scolpita nel marmo.

La vita è un cazzo di dado che rotola in giro a caso e io ne ho già buttata via fin troppa.
TAG: Vita, papà
13.50 del 20 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
19 Cosa porto con me
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Mi è stato chiesto da alcuni lettori come abbia poi risolto la configurazione del bagaglio per questo giro del mondo, cosa ho infine portato con me e a cosa ho rinunciato.
L’ultima domanda è scontata: come avevo immaginato, ho lasciato a casa la reflex. Tutte le foto che ho pubblicato e tutte quelle che sto selezionando per l’archivio sono state fatte con l’iPhone 6.
In alcune rare occasioni ho un po’ rimpianto di non avere la fedele Canon con me, più che altro per qualche foto macro o per il teleobiettivo, ma francamente il vantaggio di viaggiare il più leggero possibile e senza la preoccupazione aggiuntiva della reflex ha di gran lunga prevalso di fronte all'alternativa di avere al collo per quindici giorni qualche chilo di ferro, solo per portare a casa magari un paio di scatti particolari centrati bene.
Fra l’altro, dovermi preoccupare della cura della macchina fotografica, ad esempio durante la navigazione nella laguna di Aitutaki sulla piccola imbarcazione di Puna, o fare il trekking del cross island a Rarotonga con il macigno al collo, sarebbe stato di gran lunga più una scocciatura che un vantaggio.

Per questo viaggio ho comprato apposta un nuovo trolley, rinunciando al mio fido e solito compagno di viaggio della Samsonite. Due le ragioni: la prima, il peso del Samsonite, 2,5kg da vuoto, che dovendo combattere con il limite teorico dei 7kg imposto dalle compagnie aeree sul bagaglio a mano avrebbe voluto dire partire col 40% del peso consentito già bruciato dal solo contenitore; la seconda, cercavo qualcosa che fosse un ibrido fra un classico trolley e uno zaino: questo perché avevo immaginato di trovarmi nella situazione di dover portare il bagaglio con me sullo scooter a Rarotonga e l’unica possibilità sarebbe stata trasportarlo sulle spalle.

A meno di viaggi che richiedano per qualche motivo spostamenti specifici in cui sia l’unica soluzione, da anni non viaggio più con lo zaino: sia in generale per problemi di schiena, sia perché nel trolley viaggia molto meglio qualunque tipo di vestito (specialmente camicie o capi di abbigliamento che non siano solo t-shirt e jeans), sia perché alla fine trovo infinitamente più comodo trascinarmi dietro il bagaglio e all’occorrenza abbandonarlo per terra ben stabile sulle sue rotelle, piuttosto che avere sempre a che fare con lo zaino addosso (coi giacconi d’inverno, o col caldo d’estate), o con una normale sacca da viaggio che struscia per terra ovunque, mi dà fastidio a tracolla, si affloscia e si deforma a seconda dei contenuti e di quello a cui si appoggia contro, eccetera.
Insomma, sono ormai del partito trolley forever, non rigido in modo che la capienza abbia una buona tolleranza, di dimensioni adeguate per essere trasportato come bagaglio a mano con qualunque compagnia aerea, e con qualche tasca frontale per gli accessori che devono essere tenuti a portata di mano: almeno una piccola (chiavi, penna, cavi di ricarica, ecc) e una più grande (documenti A4, libro, iPad o laptop).

Detto ciò, dopo la solita infinita ricerca su Amazon, ho comprato questo:

RTW2018-47
Trolley Cabin Max

che poi è quello nella foto del post di tre settimane fa: estremamente leggero, funge sia da trolley che da zaino, ha un paio di discrete tasche frontali, è omologato per tutte le compagnie aeree (l’ho provato con tutte le griglie di verifica del bagaglio a mano che ho incrociato negli aeroporti e ha sempre superato il test senza problemi), soprattutto costa poco.
Dopo quindici giorni di viaggio in cui l’ho piuttosto maltrattato si è un po’ rovinato: non è robustissimo, va detto, ma alla fine fa il lavoro per cui l’ho scelto e considerato il prezzo sarebbe andato bene anche se fosse durato solo per questa occasione.
Così a occhio, non credo supererebbe tre viaggi di questo genere senza che una cerniera si rompa o che il tessuto si buchi in prossimità del fondo. Nel caso, sappiatelo.

Oltre al trolley sono partito con una piccola borsa a tracolla della Swissgear, una roba tipo questa:

RTW2018-48
Mini bag Swissgear

ma un po’ più sottile (non trovo il modello su internet).
È stata utilissima durante tutti gli spostamenti aerei, perché l’ho usata per tenere a portata di mano tutto quello che mi serviva in viaggio: caricabatterie, biglietti, documenti di viaggio, penna, libro, portafoglio e all’occorrenza ci ho infilato anche il MacBook Pro, che sebbene non ci entrasse completamente per lunghezza, ci stava perfettamente in larghezza e dunque potevo trasportarlo così.
A parte ciò, questa borsa mi è servita anche per truccare un po’ le carte in tavola: siccome non è catalogata come bagaglio a mano e rientra normalmente nelle cose che possono essere portate a bordo senza alcun limite di sorta, ho potuto all’occorrenza metterci dentro alcune cose pesanti (tipo appunto il MacBook) e alleggerire “ufficialmente” il trolley abbastanza da non rischiarne un imbarco forzato.

Infine, dentro al trolley stesso ho portato un piccolo zainetto della Quechua preso in prestito da Carola, di quelli che si comprano per pochi euro da Decathlon: l’ho prevalentemente usato durante la mia permanenza alle Cook come zainetto quotidiano, per andare in giro e portarmi dietro anche il telo da mare, gli occhialini, eccetera.

Detto del capitolo “contenitori”, ecco il contenuto per affrontare le stagioni e i climi che ho attraversato: dalla neve di Milano, alla stagione ciclonica delle Cook (temperatura fra i 28 e i 30 gradi di giorno, attorno ai 22-24 gradi di notte, scrosci di pioggia occasionali), alla tiepida tarda stagione invernale della costa pacifica americana (fra i 5 e i 15 gradi, ma ero preparato a temperature ben più rigide):

* Un paio di jeans, indossati alla partenza;
* Un paio di pantaloni leggeri di cotone da trekking, convertibili in bermuda;
* Tre magliette di fibra sintetica da running, leggerissime e che si asciugano in brevissimo tempo;
* Tre t-shirt di cotone, una indossata alla partenza: avrei potuto portarne una o due in meno, come al solito;
* Una camicia di cotone leggero a maniche lunghe, sportiva, da indossare di sera alle Cook per proteggermi un po’ dalle zanzare: mi sarebbe eventualmente tornata utile anche in America come secondo strato sotto il maglione, se avessi dovuto affrontare un clima più rigido di quel che ho trovato;
* Un maglione pesante, indossato alla partenza;
* Una felpa sottile di cotone, pensata per la sera alle Cook e mai usata;
* Un pigiama invernale;
* Kway, pensato in caso di poggia persistente alle Cook e mai usato;
* Guscio sottilissimo di goretex da alpinismo, indossato alla partenza;
* Shell termica da alpinismo, indossata alla partenza;
* Guanti (mai usati), berretto di pile e sciarpa sottile;
* Sei paia di mutande, due di calze di cotone sottile, due di calze più spesse;
* Un paio di sandali da outback, da usare come calzature alle Cook, come scarpe protettive per fare il bagno sulla barriera corallina, come ciabatte negli hotel, eccetera;
* Scarpe da trail running in goretex e suola in vibram, indossate alla partenza, usate in viaggio e alle Cook per il trekking nella foresta: impermeabili, indistruttibili, leggere;
* Occhiali da sole;
* Occhialini da bagno;
* Un paio di bermuda da bagno, che uso normalmente anche per andare in giro: sono quelli che si vedono ogni tanto nelle fotografie al mare;
* Un telo sottile da spiaggia (superfluo, i miei host alle Cook li avevano a disposizione);
* Farmacia completa che sono solito portare in viaggio, con le prescrizioni delle medicine indispensabili, per la dogana;
* Nel beauty case spazzolino, un mini dentifricio, lenti a contatto usa e getta e rasoi: li avrei tranquillamente lasciati a casa, ma ho pensato che non avevo alcuna voglia di presentarmi alla frontiera americana con la barba lunga avendo sul passaporto una foto completamente diversa;
* Lampada frontale;
* Un libro;
* Due mini Lonely Planet: Seattle e Vancouver;
* iPod con cuffiette;
* Moleskine e due penne Muji;
* MacBook Pro 13”;
* Powerbank;
* Un trasformatore con quattro prese USB e spine intercambiabili per tutti i continenti (quattro: australiana, americana, asiatica ed europea);
* Trasformatore MBP con spine intercambiabili come sopra;
* Due cavi micro usb e cavo lightning di scorta (superfluo, perché potevo ricaricare l’iPhone con il micro usb via Mophie, ma per precauzione);
* Un portamonete per levarmi dal portafoglio tutte le monetine che via via non mi servivano cambiando nazione;
* Un piccolo asciugamano da viaggio;
* Occhiali di scorta;
* Fototessera, ché non si sa mai: le porto sempre con me;
* Passaporto e fotocopia passaporto;
* Carta d’identità e patente;
* Bancomat e tre carte di credito: ne ho una senza limiti che è la mia carta preferenziale, una universale che uso in alternativa quando non mi prendono la prima e un’altra che trasporto separatamente, nascosta nel bagaglio, in modo che se per disgrazia perdo il portafoglio quando sono in giro ho sempre un’alternativa in hotel per emergenza.

Il bagaglio completo, alla fine, compreso quel che avevo dentro la borsa a tracolla, pesava attorno agli 11kg alla partenza e una quindicina al rientro, considerato quello che ho acquistato in viaggio.
Col trucco della borsa sono riuscito a tenere il trolley sempre attorno agli 11-12kg al massimo, ma non ho mai avuto alcun problema a portarlo a bordo con me, perché le dimensioni sono sempre rimaste nei limiti consentiti e il peso eccessivo non dava nell'occhio.

Cose che ho dimenticato: un cappellino. O meglio, non l’ho dimenticato, volevo portare il mio panama, ma mi sembrava scemo partire da Milano sotto la neve con un panama in testa e d’altra parte poi non avrei saputo che farmene nelle città americane. Non avevo invece voglia di portarmi un cappellino normale.
Così alle Cook mi sono bruciato stupidamente la testa.

Cose che controllo continuamente in modo maniacale quando sono in viaggio, praticamente ogni cinque minuti, per essere certo che siano sempre con me: portafoglio, passaporto e telefono.
No: non lascio mai e poi mai il passaporto in albergo, nemmeno nei Paesi più pericolosi e nelle situazioni più impestate. Piuttosto lascio giù carte di credito e soldi, ma mai i documenti: li ho sempre con me.
TAG: bagaglio, valigia, viaggiare
15.28 del 19 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
15 America e non America (Vancouver e Seattle, e non viceversa)
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Mi viene in mente una cosa che scrisse Storvandre al ritorno da un suo viaggio: in sintesi, l’America è un paese costruito per la sopravvivenza degli stupidi. È esattamente quello che penso ogni volta che torno dall’America.
È esattamente quello che penso in viaggio sul treno da Seattle a Vancouver, mentre Oliver mi spiega come devo tenere in mano il passaporto al controllo di frontiera, così come prima mi aveva spiegato come si deve prendere il treno e come si viaggia su un treno, e penserò ancora la stessa cosa quando mi saluterà prima di scendere, ringraziandomi per aver viaggiato con il suo treno e augurandosi che dopo questa esperienza io desideri ancora viaggiare in treno.
Mi viene da invitarlo a farsi una tratta Monza-Milano su un regionale di Trenord, un lunedì mattina qualunque, magari arrivando in corsa alla stazione senza avere il biglietto già fatto.

Pur essendoci stato cinque volte è vero che non ho mai viaggiato davvero in America. Nel curriculum mi mancano sia Los Angeles, dove ho fatto lo stop over rocambolesco di qualche giorno fa, sia San Francisco; non ho mai fatto il classico coast to coast, né sono mai stato in Florida e alle Keys; non ho visto i canyon o giocato alle slot machine di Las Vegas, né ho visitato Yosemite o Yellowstone. Perfino le cascate del Niagara le ho viste dal lato canadese e non da quello statunitense.
Prima o poi tutto questo arriverà, tuttavia in questi anni ho trascorso abbastanza tempo in America da iniziare ad averne un’idea piuttosto chiara: un po’ ci ho lavorato, un po’ ci ho speso qualche giorno in vacanza a sprazzi; alla fine, fra un’occasione e l’altra, ho tutto sommato messo insieme più di un mese sul suolo a stelle e strisce. Di hamburger ne ho mangiati insomma, e inizio ad avere un campione di esperienze abbastanza significativo, da New York, a Chicago, a Boston, ad Atlanta, a Seattle, passando per le Hawaii, che sono pur sempre uno spaccato assai interessante dell’american way of life e la cosa più vicina all’America dei grandi parchi io abbia visto.

E ogni volta di più continuo a pensare inesorabilmente le stesse cose dell’America.
La prima è che ho sempre a piano di venire una volta per starci almeno sei mesi e realizzare qui uno dei miei progetti overland.
E questo nonostante io, dell’America, continui a pensare di sapere già tutto quel che c’è da sapere e conoscere già tutto quel che c’è da conoscere, senza averla mai vista davvero.

La seconda è appunto quel che ne dice Stor. A cui aggiungo che per me l’America si traduce invariabilmente nell’essere rappresentabile come quel posto dove tutti fanno le stesse cose, tutti i giorni sono identici, tutto è esattamente uguale ai telefilm americani, per cui se tu hai visto Starsky e Hutch sappi che l'America è quella roba lì, e se vedi le serie tv americane sai già tutto quel che devi sapere dell'America, perché in realtà le serie tv e gli show televisivi americani sono documentari.
Questa cosa del resto sono certo di averla già scritta, almeno ogni volta che sono tornato dall’America.

Prendi i trentenni americani, ad esempio. Ovunque tu sia in America, indipendentemente da quando tu ci sia sull’asse temporale degli anni che passano, i trentenni americani sono quelli che vanno in giro tutto l’anno, con qualunque temperatura, in bermuda e t-shirt, o maglia a maniche lunghe di cotone, o più raramente camicia di flanella a quadri, ma devi almeno essere negli stati del nord. Quando i trentenni diventano un po' più adulti indossano il cappellino da baseball con la tesa piegata. Se sono afroamericani la tesa è piatta. E se sono più giovani la portano all'indietro. Il cappellino da baseball identifica il gruppo sociale di appartenenza dell'americano medio.
Per il resto, ci sono cinque gradi e tira vento? Non importa, il trentenne americano va in giro in bermuda e t-shirt, immancabilmente tenendo in mano il suo bicchierone di caffè bollente. Perché? Boh. Perché è scemo secondo me.
Cioè, non è vero che non ha freddo. È che non ci pensa. È come mio figlio, che ha quattordici anni, solo che lui ne ha trenta, quaranta, spesso anche cinquanta: esce di casa con la prima cosa che trova nell’armadio e siccome la prima cosa che trova sono i bermuda e la maglietta, lui indossa i bermuda e la maglietta, e il cappellino da baseball. Fuori ci sono cinque gradi, non importa: ha la pelle viola dal gelo e per lui è normale.

Così, sul traghetto che collega Seattle a Bainbridge, a inizio marzo, sul ponte fa un freddo porco e la gente normale e i turisti, che son lì per fare foto, stanno all’esterno avvolti nei loro piumini e col cappello (non da baseball) in testa. Il trentenne (se sei a Seattle è hipster, con la barba e gli occhiali da sole) americano no: sta in bermuda e t-shirt. La sua compagna in canottiera e sandali, a piedi nudi.
Nemmeno i norvegesi sono così e io posso dirlo, ché in Norvegia ci sono stato molto più che in America e i norvegesi li conosco bene.
Non che l’impiegato americano sia poi diverso: ci sono cinque gradi, lui esce in camicia e cravatta, con la giacca stropicciata che gli cade un po’ male, e va al lavoro così. Ce ne sono trenta? Uguale. Nevica? Uguale. Sempre quel vestito, sempre la camicia bianca, sempre la cravatta orrenda. Mai un soprabito, mai un cappotto, un giaccone. No, se è un colletto bianco, solo la giacca blu, la camicia bianca, il bicchierone di caffè in mano.

Perché l’altra cosa che in America è uguale dappertutto è che tutti vanno in giro col loro bicchiere di caffè in mano. Almeno da mezzo litro, perché poi l’America è quel posto dove tutto è per forza esagerato, sempre.
Sono esagerati i bicchieri di caffè e Coca Cola, è esagerata la quantità di ghiaccio che mettono dentro qualunque bevanda, sono esagerate le confezioni di pop corn, sono esagerarti gli hamburger, le strade sempre a settordicimila corsie e i marciapiedi, i palazzi e gli ingressi dei palazzi, il numero di cuscini sui letti degli hotel, il consumo e le cilindrate delle automobili, le taglie delle t-shirt che van sempre dalla XL in su, i traghetti (quello che collega Seattle a Bainbridge è grande dieci volte un qualunque traghetto per l’isola d’Elba).
Tutto sempre troppo e spesso inutilmente grande.

L’America è un unico grandissimo, enorme palcoscenico dove un Truman Show collettivo va avanti inesorabile da decenni, sempre allo stesso modo, sempre immutato, sempre uguale a se stesso, ogni giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Persino i democratici e i repubblicani secondo me si alternano sulla base di un copione prefissato e immodificabile.
Del resto, a parte il Giorno del Ringraziamento, cos'hanno gli americani che interrompa la loro routine esistenziale, cosa fanno, che si inventano che non sia falciare l'erba del giardino o, se sono giovani e portano la tesa del cappellino a rovescio, armarsi su internet e andare di tanto in tanto nelle scuole a sparare?
Al massimo vanno a fare il barbecue fuori porta al weekend. Il loro è un anno di trecentosessantacinque giorni identici.

Dal Minnesota al Texas, dalla California alla Pennsylvania, dalla Florida all’Oregon: gli americani fanno tutti le stesse cose, vivono tutti la stessa vita, mangiano tutti le stesse cose, pensano tutti allo stesso modo.
Ehi, ma questa è la Cina!
No be', in Cina non è banalissimo comprare armi su internet. E poi invece degli hamburger hanno quelle orrende e puzzolenti zuppette pronte che ciuppano coi bastoncini. Meglio gli hamburger e le armi, cioè, internet.

Così, non importa che io sia a Seattle, o a Boston, o ad Atlanta: ai miei occhi l’America è sempre quella roba lì. Io sbarco in America e ogni volta l’America che si presenta a me è fatta da personaggi tutti uguali, coi loro bicchieri di caffè in mano, che mi spiegano tutto, tutto, tutto, nei minimi dettagli, compreso come devo tenere in mano un passaporto e i mille modi in cui posso farmi male e a cui devo quindi fare attenzione, che sia scendere due gradini o affrontare un grizzly. In America ci sono istruzioni per tutto, non è possibile affrontare nulla senza che ti siano date delle istruzioni per.
L’America è quel posto dove a Seattle, nel parco di Bainbridge, sono esposte ovunque ben visibili le istruzioni per come comportarsi in caso di tsunami.
Ora, non importa che la probabilità di uno tsunami a Bainbridge sia più bassa di quella di essere colpiti da un meteorite nello stesso luogo: è importante che tu abbia delle istruzioni su come comportarti in caso di tsunami.
Per curiosità sono andato a googlare la relazione fra Seattle e gli tsunami. È effettivamente possibile che da qui ai prossimi mille anni Seattle sia colpita forse da un terremoto devastante, ma forse anche no e nel caso potrebbe non verificarsi comunque alcuno tsunami. Mai.
Ma l’americano ha sempre un piano.
In Caccia a ottobre rosso il generale americano dice che i russi non vanno nemmeno in bagno se non hanno un piano, il che è vero, ma lo hanno imparato dagli americani.

Ma non volevo parlare degli americani e dei luoghi comuni dell'America, che trattandosi di America non c'è altro come i luoghi comuni per descriverla.
Volevo perlopiù addentrarmi nella discussione se sia più bella Seattle o Vancouver, premettendo che lo stesso discorso che ho fatto per gli Stati Uniti potrei farlo tale e quale per il Canada: non ho mai viaggiato su e giù per il Canada, ma sono stato anni fa in Quebec e a Toronto, e Vancouver non ha cambiato la mia prima impressione di allora.

Perché Vancouver, come Toronto (meno il Quebec) ha un po’ quella roba del vorremmo essere America ma ci dà fastidio che si noti. Perché dài, non è che puoi darti arie intellettuali servendo a colazione croissant invece dell'eggs and bacon che ti rifilano cinquanta chilometri più a sud, e poi però a pranzo mettermi davanti un hamburger ricoperto di brie fuso.
Non che non sia buono, per carità, ma capisci.
Hamburger col brie fuso.
E birra belga.
E poi cosa, le crêpes con lo sciroppo d’acero?
Le baguette con il burro d’arachidi?
E noi dovremmo ridere delle fettuccine Alfredo?
Senza contare che Vancouver ha una foresta di grattacieli che nemmeno a Seul, altro che America. Vancouver è la quarta città più alta di tutta l’America e questo effettivamente no, non me l’aspettavo. È più americana della stessa America che le sta appena sotto.
A un certo punto, mentre passeggiavo per downtown, mi dicevo: prendi Atlanta, mettila sul mare, aggiungi qualche montagna con la neve davanti e hai fatto Vancouver.
Poi c’è in effetti quel fatto del groviglio di grattacieli come a Seul. Gli stessi, proprio, uguali.
Poi ci sarebbe che la Marina è in realtà la fotocopia di Montecarlo: se non fai caso alla neve alle spalle, ti sembra *davvero* di essere nella città monegasca.
Poi peraltro ci sono delle ciclabili e delle pedonali meravigliose, larghe e lunghissime, chilometri, che seguono tutta la costa e attraversano la città, per cui correre a Vancouver è bellissimo e in effetti tutti corrono a Vancouver, anche se è lunedì mattina e ti chiedi quando cazzo lavorano se son tutti in giro a correre, ma questa cosa è comunque bellissima.
Poi non c’è alcun traffico a Vancouver: hanno queste vie americane da seimila corsie che corrono in mezzo ai grattacieli e fra un tappeto sterminato di bellissime case residenziali tutte uguali in periferia, come in America del resto, ma sono strade pressoché deserte, dove va anche detto che ho visto più Lamborghini e MacLaren che in tutta la mia vita, il che mi fa supporre che comunque, statistiche a parte, a Vancouver si viva piuttosto bene.
E ci sono anche le piste da sci davanti a Vancouver.
E oltre alla metro per spostarsi ci sono gli idrovolanti. Gli idrovolanti in città, capisci? Che altro vuoi di più?
Poi c’è la solita rotella a Vancouver. Anche ‘sta cosa della rotella panoramica sul pilone col ristorante che gira: ormai ce l’han tutte le città, diobono. Non sei una città figa se non hai la rotella panoramica. Ce l’ha Toronto, fra l’altro molto più alta; ce l’ha Berlino - ah no, forse quella di Berlino è una sfera; in Cina ce l’hanno tutte e ce l’ha perfino Seattle, a titolo di sfregio, ché sta proprio davanti a Vancouver. Quindi che differenza vuoi che faccia avere la rotella in città, ormai? Non è che puoi spacciarla davvero come un’attrazione, non siamo più negli anni ’60.

Non so: bella Vancouver, sì, e ci vivrei pure - e chi no? Però, dovessi davvero dire, Seattle ha una personalità che la città canadese si sogna.
Vancouver è un po’ priva di carattere, potrebbe appunto essere qualunque anonima città americana in una bella posizione, oppure Zurigo, o Montecarlo. Ha un po’ di tutte queste, a modo suo.
Qualche chilometro più giù, in un bellissimo palcoscenico naturale dominato dalla spettacolare mole del Mount Rainier innevato, Seattle suona, è viva, frizzante, decisamente più a misura europea. Per molti versi mi ha ricordato parecchio Boston. Paradossalmente mi aspettavo il contrario e invece, delle due, la più americana è Vancouver, dove peraltro ostentano un bilinguismo snob che è solo una facciata di opportunità politica. Fra le dozzine di etnie che popolano le sue strade, tanto da farle meritare il soprannome di Hong Couver, i francofoni sono probabilmente una minoranza trascurabile, ammesso che ci siano.

Ci sono parecchi homeless a Seattle, ma ce ne sono anche a Vancouver.
E poi si capisce che i giovani di Seattle vanno a Vancouver in cerca di avventure e i giovani di Vancouver vanno a Seattle in cerca di avventure, perché in fondo le due città sono solo le due interpretazioni americana e canadese del modo di vivere davanti al Pacifico, pressoché identiche, persino nelle dimensioni urbane, nella geografia del luogo e nell'integrazione etnica.
O almeno, questo è l'occhio del turista frettoloso.

Poi, socialmente ed economicamente, è possibile che sia più facile vivere a Vancouver che a Seattle. Sicuramente nella città canadese è più facile correre la maratona.

Così ho preso un caffè da Starbukcs a Seattle e il giorno dopo un caffè da Starbucks a Vancouver, ed erano uguali. Ho cenato in un bel ristorante di Seattle, europeo, e in un bel ristorante di Vancouver, americano, e ho mangiato bene in entrambi. Ho visto gente correre a Seattle e gente uguale correre a Vancouver, però quelli a Seattle correvano in salita lungo la Queen, che tira un casino, madonna se tira.
Ho visto la rotella di Seattle e quella di Vancouver, e non sono salito su nessuna delle due, ché si sa che odio gli ascensori, soprattutto quelli inutili delle torri panoramiche.
Ho visto l'oceano di Seattle e quello di Vancouver, e forse se la giocano alla pari, ma poi ho visto la neve del Rainier a Seattle e quella delle Coast Mountains a Vancouver e vabbè dai, non c'è proprio storia: il Rainier da solo riempie qualunque cartolina, mettici poi sotto la skyline di Seattle con i fiordi oceanici e ciao.
E ho camminato per le strade di uptown e navigato fino a Bainbridge, per esplorare i quartieri bene residenziali di Seattle, e ho poi camminato per gli stessi quartieri a Fairview, per vedere come sono quelli di Vancouver, e sono uguali. Han tutti la barca davanti a casa e le case son fatte di legno e cartongesso tenuto assieme con lo spago, come tutte le case americane e come si vede nei reality americani su Real Time in cui comprano e vendono case.
Te l'ho detto che basta guardare la televisione, senza stare ad attraversare l'oceano.
A Vancouver ho anche visto il trasporto dei tronchi lungo le acque del Fraser e anche questo, in effetti, è come nei film.

È più ordinata e svizzera Vancouver, più tranquilla e serenamente cosmopolita, è una città dove non accade nulla e l'unica cosa che accade è che spaccano i finestrini delle auto come in Italia, persino in pieno centro, e la polizia canadese considera questo la vera piaga criminale della città. Cioè, in una delle metropoli più importanti e grandi d'America la cosa più pericolosa che accade è che ti possano ciulare l'autoradio. Capisci che.
Seattle è più mediterranea e questo basta per renderla più simpatica e allegra. Non so se ti ciulino l'autoradio a Seattle, posso però dirti che Uber funziona da dio, mentre a Vancouver Uber non c'è. In compenso ci sono i tassisti indiani che non sanno una cippa, come in America, al solito.

Per quanto comunque possa forse essere un po' più difficile sopravvivere a Seattle, io non mi preoccuperei molto. Pensano loro a darti le istruzioni per qualunque cosa.
Anche per lo tsunami, sai mai.

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La skyline di Seattle con la sua "rotella"
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La costa del Pacifico fra Seattle e Vancouver
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Vancouver downtown
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L'Orca Digitale, Vancouver
TAG: seattle, America, vancouver, canada
23.38 del 15 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
14 Timeline for dummies
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Il vero trascorrere del tempo, questi giorni, è tracciato dal blister dei miei betabloccanti. Per quanto la mia mente possa non concepire come sia possibile avere guadagnato un (altro) giorno di calendario e vissuto due volte la stessa giornata, per quanti fusi orari possa attraversare e perdere cognizione dell’alternarsi dei giorni e delle notti nel mio viaggio, il conteggio delle pillole è lì sotto ai miei occhi a ricordarmi che la relatività dello spazio tempo è un concetto molto concreto e misurabile.

Così, io devo prendere una pillola ogni dodici ore. A casa, alle otto di ogni mattino e sera, più o meno. A Rarotonga, dall’altra parte del mondo, è sempre alle otto: facile da ricordare.
Solo che a un certo punto mi rendo conto che qualcosa non torna: il blister ha le pillole disposte su due file, che è anche utile per tenere il conto e non sbagliarsi, magari prendendone due di fila, o accorgersi se si è saltato un giro. Se lo inizi al mattino, ogni giornata è una coppia di pillole.
Una sera a Rarotonga mi accorgo che sto iniziando una coppia nuova e penso di aver sbagliato qualcosa: o ho saltato un giro, o forse ne ho prese due in fila senza rendermene conto. A un conteggio più preciso delle giornate mi rendo conto che ho saltato appunto un giro.

E invece no: mi manca semplicemente mezza giornata. Quella che a casa è già arrivata e a Rarotonga ancora no. Sono io che sono indietro di mezza giornata, non è vero che ho guadagnato un giorno sul calendario, ho solo “vissuto” una notte in più, ma il conteggio assoluto delle ore trascorse da casa, sull’orologio, è ovviamente corretto.
Ecco lì la teoria for dummies dei fusi orari e della linea del cambiamento di data, spiegata da un semplice blister di medicinali.

Così, in America mi trovo a prendere le pillole a mezzogiorno e a mezzanotte, e una volta a casa il conteggio torna ad essere corretto: trenta pillole, pari a quindici giorni.
Non trentuno, non trentadue.

pillole
TAG: fusi orari
11.49 del 14 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
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