Orizzontintorno Carlo Paschetto
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21 Happy Christmas
DIC Diario
2010, il primo senza i ragazzi.
2014, il primo senza papà.
2019, sulla scrivania di camera un regalo dello scorso anno, inutilizzato.
Magari nel 2020 lo riciclo a qualcuno.
13.14 del 21 Dicembre 2019  
   
19 Ancora due giorni
DIC Diario
E all'improvviso, guardandomi allo specchio, mi accorgo che mi sono comparse due nuove rughe profonde, verticali, proprio in mezzo alla fronte. Nettissime, scure.

Ho il volto molto stanco questi giorni, segnato, con le occhiaie.
Da quando son qui, ormai una decina di giorni, dormo malissimo, quasi nulla.

Queste nuove rughe mi dicono molte cose.
Nessuna bella.
TAG: vita
18.15 del 19 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
17 Di America e solitudine e ghiaccio sotto
DIC Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Giorni fa sul volo per Houston ho visto questo film molto americano, “Breakthrough”, tratto da una recente storia vera che narra la vicenda di un ragazzino di quattordici anni sopravvissuto a un annegamento in un lago ghiacciato.
È quello che si potrebbe definire un film a scopo di evangelizzazione, immagino prodotto coi finanziamenti della chiesa presbiteriana-avventista-pentecostale o qualcosa del genere, interamente centrato sulla tesi del miracolo che interviene di fronte alla resa della medicina, e dunque della scienza. Le preghiere della mamma che vincono dove l'intubazione e il defribillatore non possono più nulla, insomma.
Oh, magari ci sta. Dacché poi ci si va a interrogare sull'imperscrutabilità del disegno divino che salva il ragazzo vitaminico della famiglia bene americana, ma condanna i poveri negri della porta accanto (che infatti verso la fine del film si lamentano e protestano anche un po': ma come, perché tu sì e mio papà no?).
Comunque.

La storia scava a fondo nella cultura cattolica profondamente bigotta e conservatrice - qui ovviamente imprescindibile per ogni buon americano - tipica della provincia yankee, dove democrazia e giustizia sono amministrate affidandosi all’interpretazione letterale della Bibbia e la bandiera americana sventola davanti a ogni casa e al cospetto di Dio. È quel tipo di cultura evangelica che affonda le radici nei discendenti dei padri Pellegrini e ancora oggi si radicalizza ad esempio nelle comunità mormoni che avevo visto in Ohio qualche mese fa.
A modo suo Breakthrough è un film anche commovente e coinvolgente, e d’altra parte è costruito apposta per far piangere e portare in chiesa gli onesti cittadini patrioti americani, retorico a sfiorare il grottesco, spaventosamente reale nella rappresentazione dell’America vera, quella al di là del New England e dell’avanguardia Californiana, l’America profonda, coi suoi sermoni, i suoi pastori, le congregazioni, i college, le piccole comunità del countryside.
Un film dell’orrore, a seconda dell'angolo di osservazione, ma con un suo punto.

Sorvolavamo le sterminate pianure gelate del Minnesota e dell’Iowa, una teoria infinita di forme geometriche disegnate dai campi di grano spolverati di neve e ricoperti di ghiaccio, e dal reticolo di strade rettilinee che tagliano tutta la regione centrale degli Stati Uniti; un mosaico invernale affascinante che avevo già apprezzato un anno fa durante il volo da Seattle a Minneapolis.
Ogni tessera del mosaico è punteggiata dalla sua farm, la vedi bene anche da dodicimila metri di quota e puoi immaginare il pickup inesorabilmente parcheggiato davanti alla porta del garage, il mulino per il pozzo d’acqua, la bandiera americana che sventola orgogliosa nel prato antistante, il recinto che delimita il terreno di proprietà, la cassetta della posta all’intersezione fra il viale d’accesso alla casa colonica e la strada statale.
Un rettangolo bianco, il quadratino nero della casa, un altro rettangolo bianco, un altro quadratino nero al suo interno. Ore così in volo e hai visto l’America.
E allora la capisci la solitudine di questa gente che vive nel nulla, in mezzo a un territorio così sconfinato che ci vogliono ore di volo per attraversarlo, il cui vicino sta a mezz'ora a piedi di pianura gelata, e che però si sente invasa dallo straniero e costruisce il muro con il Messico, duemila chilometri più a sud, e poi va a combattere in Iraq per portar la Bibbia ed insegnare la vita in comunità.
La capisci la solitudine di questa gente per cui lo straniero è quello che viene dalla contea vicina e magari mette gli occhi sulle donne che frequentano il tuo bowling e con cui hai fatto la scuola elementare.
Le capisci le comunità avventiste, il sermone in chiesa la domenica, il pastore che conosce la vita di tutti gli abitanti nel perimetro del villaggio - ovvero nel raggio di qualche dozzina di rettangoli disegnati nella pianura infinita - e che durante la celebrazione della domenica chiama i fedeli uno a uno per nome, chiede loro di fronte a tutti se hanno peccato, se hanno guardato alla tv quello show sconveniente, e allo stesso tempo se hanno bisogno di un falegname, di un idraulico, di un aiuto col bambino piccolo.
Guardi per ore la pianura congelata sotto di te e comprendi perfettamente la solitudine e l'appartenenza alla comunità.

Così riflettevo sul fatto che mai come in questo periodo mi sono sentito così solo, e all’improvviso la vita raccontata in Breakthrough ha un suo senso, ha senso la ricerca di una comunità che qui si declina nel credere ai miracoli, nello stringersi assieme la domenica, attorno a una chiesa, a un gruppo di anime solitarie disperse in mezzo a un orizzonte scoraggiante.
Persino io, nella mia misantropia, forse darei di matto. Se invece di dovermi far spazio dentro a un condominio della Brianza e lottare ogni giorno per scappare dall'abbraccio mortale del traffico pendolare, dovessi camminare nel vuoto della pianura del Minnesota, o del Kansas, o dell'Iowa, o del Nebraska, per poter anche solo parlare con qualcuno, forse andrei a bussare al vicino per chiedergli il latte, forse andrei dal pastore la domenica per confessargli i miei peccati, forse chiederei di entrare nel gruppo di preghiera del sabato mattina, forse mi ritroverei la sera sotto alle finestre della casa di un membro della mia comunità, insieme ai pompieri, alla polizia, agli insegnanti, ai colleghi di lavoro, con una candela accesa a pregare perché il figlio guarisca presto.

Forse la follia americana è tutta nel volersi appropriare di un territorio assurdo, volerlo colonizzare, resistergli attraverso inverni gelidi, estati umide e flagellate dai tornado, anno dopo anno, l’orizzonte piatto intorno, il mare a migliaia di chilometri, il confine più vicino a giorni e giorni di autobus, per poi trovarsi davanti a un muro nel nulla, e di là c’è il Messico, per dire, mica l’Europa, mica Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid, Praga, Tokyo, Shanghai, Papeete.
Di là c’è Ciudad Juarez. E se vai dall’altra parte, a nord, solo foreste e gelo per grande parte dell’anno, e alci, e fiumi artici e violenti, e laghi, e montagne e ghiacciai invalicabili.
In mezzo il nulla. Nemmeno più i bufali, nemmeno più gli indiani.
E allora, la solitudine.

Così sorvolavamo le grandi pianure gelate del Minnesota e dello Iowa, avevo visto Breakthrough, che è un orrendo polpettone tanto assurdo e inutile da fare il giro completo e diventare un imprescindibile saggio sull’America, e intanto riflettevo sulla mia solitudine.

È stato un volo magnifico, la mia trentacinquesima traversata atlantica. Appicciato al finestrino come un bambino, a guardare per ore il mondo freddo, le misteriose e inesplorate distese ghiacciate della Groenlandia, prima, la banchisa al largo del Labrador, poi, Il Minnesota congelato, ore dopo ancora, e per tutto il volo l’incontenibile desiderio di essere laggiù, in mezzo al nulla, coi miei sci, le pelli di foca, ad avanzare da solo nell’ignoto: nessuna traccia tranne la mia, nessun rumore tranne il gelo artico, nessuna forma di vita a parte gli orsi polari, le volpi e gli alci alla ricerca di cibo.

È stato un volo magnifico la mia trentacinquesima traversata atlantica, la cinquantatreesima trasvolata oceanica in totale. Mi ha ricordato la seconda, quasi trent’anni fa, tornando da Rio de Janeiro, quell’insopportabile italiano qualche fila più avanti, con la camicia a fiori aperta sulla catena d’oro al collo, che spiegava a tutti noi di essere alla sedicesima e si vantava delle sue conquiste in Brasile, e io che cercavo di ignorarlo con fastidio e disprezzo, ma intanto mi chiedevo se sarei mai arrivato nella vita a poter girare così tanto il mondo da attraversare l’oceano sedici volte, da dovermele segnare per non perdere il conto.

Ché si sa, di ogni cosa io tengo il conto, sempre.
Sta alla voce "manie assurde".
Ché sì, è vero, anche questo sono io. Non è che mi faccia vivere bene e il risultato sempre questo è.
Finisce sempre che conto per uno.

VoloAmerica1
VoloAmerica2
In volo sulla Groenlandia
VoloAmerica3
La banchisa al largo delle coste del Labrador
VoloAmerica4
La pianura gelata del Minnesota
TAG: america, volare
05.32 del 17 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
13 Quello che sono
DIC Diario
Intanto sono due (quattro) mesi.
Intanto il tempo passa.
Intanto in Texas è inverno e il buio cala presto, su tutto.
Intanto mi sono arreso, su tutto.

Ho comprato un biglietto aereo da solo e volo nel deserto.
Ché mai come in questo momento il deserto è il posto che più mi si addice e in cui voglio stare.
Solo.
Lontano.
In silenzio.

Non porto con me nulla, di proposito. Davvero nulla questa volta. Voglio essere leggero e libero, da tutto.
Metto nello zainetto piccolo solo la biancheria di ricambio per una notte, uno spazzolino, il dentifricio.
Il passaporto.
La patente.
Le mie pillole.
Solo una cosa porto con me. La reflex.
È una scelta precisa.
È quello di cui ho bisogno.
È quello che sono.
TAG: viaggio
15.48 del 13 Dicembre 2019  
   
09 Selenite
DIC Diario
Amarillo.
Alamogordo.
Key West.
Faccio quel che ho sempre fatto. Provo a mettere insieme idee, ma poi le smonto e lascio perdere.
Sono accadute troppe cose spiacevoli queste settimane, altre sono cambiate.
Ho quasi in mente di chiudere qui, fra l'altro.
Guardo il trolley ancora a metà.
A differenza dei cristalli di sabbia a base di quarzo, il gesso non converte facilmente in calore l'energia del sole. D'altra parte, se non posso imbottigliarlo, non vale.
Mi siedo sul letto.
Fra un po' è Natale.
Devo ancora fare i pacchetti.
Rientro giusto in tempo.
Ma in tempo per cosa, esattamente, poi?

WSA
14.42 del 09 Dicembre 2019  
   
06 Lei dorme ancora
DIC Diario
Dawn
12.26 del 06 Dicembre 2019  
   
04 Quattro dicembre.
DIC Diario
Noi
00.40 del 04 Dicembre 2019  
   
24 Cinque.
NOV Diario
Ti ricordi, pa’, quando sono passato di lì lo scorso marzo? Ti avevo chiesto se potevi dirglielo tu, perché io non avevo avuto la possibilità di farlo.
Forse averglielo detto non è servito a nulla. Al massimo a far spostare bicchieri, ma chissà poi che voleva davvero significare.
O forse non vi siete poi incontrati.
Non cambia nulla: nel caso, se lo vedi tu diglielo comunque, anche se le cose cambiano, talvolta vanno a rotoli, il tempo scorre. Quelle cose lì insomma.

Son cinque anni. Ti dico la verità: raramente “mi sembra ieri”, come si dice sempre. A me sembra proprio una vita, adesso. Lo sembra ancora di più queste settimane, ché avrei bisogno di te, ché sono state e sono tuttora settimane, di nuovo, di grandi terremoti, e sliding doors, e novità, e conferme, anche.
La prima, sempre, è che la gente non è mai quel che appare e che ti vende di sé, soprattutto quella più prossima a te. Non fa un po’ paura ‘sta cosa?
Immagino valga anche per me, d’altra parte.
Immagino di avere usato “immagino” come intercalare, per quanto sia in effetti convinto del contrario.

Che è poi ben la ragione della mia proverbiale misantropia. Diciamo che scoprirlo, ogni volta, non fa mai bene, anzi. In questo caso ha ferito doppiamente, perché per una volta, almeno questa volta, guardando in faccia la gente che mi sorride, mi son chiesto “ma io che c’entro?”. Che volete da me? Che v’ho fatto, io, a voi?
Fa anche, sì, paura. O perlomeno ti lascia addosso un senso costante di inquietudine perché non la guardi più negli occhi allo stesso modo, la gente attorno a te.
Io poi mi chiudo definitivamente, lo sai. Inizio a fingere, mentre sto già migrando altrove.

Mi manchi. Mi manchi ogni anno di più. Vengo raramente ormai, una volta al mese se va bene, lo so. È che non so più che dirti, anche perché non hai mai risposto questi anni e se lo hai fatto - e magari lo hai fatto sì - non sono stato in grado di capirlo.
Però vengo, poco, ma vengo. Sto lì e ti guardo un po’. Ti porto sempre le stesse piantine, lo so, è che quelle ci stanno, lo spazio è quel che è.
Mi chiedo sempre, ogni volta, se ci sei. Se davvero sei lì e mi vedi. Se sai che son lì da te. Guardo la tua foto e ogni anno che passa ho paura di non ricordarmi più di te, di non riconoscerti più.
Recentemente ho letto alcune cose di molti anni fa, una quarantina suppergiù. Mi è capitato anche perché avevo cominciato a scrivere proprio quando avevo l’età di Leonardo oggi e dunque cerco risposte, confronti, spiegazioni, interpretazioni.
Non mi piace mai rileggermi. Tornano a galla eventi sepolti da una vita che non hanno ormai davvero alcun significato per nessuno, certamente non per me, se non quello di far parte della mia memoria, come vecchie enciclopedie inutili che stan lì a prendere polvere e che non butti più che altro perché ti pesa il culo, non perché abbiano davvero un qualunque valore intrinseco.
Comunque.

Leggevo di me, immaginavo qua e là Leonardo, talvolta mi imbattevo in te.
Ogni volta son brutti ricordi. Ogni volta, pa’. Ogni accidenti di volta.
Che poi è ben quello che mi sono trascinato dietro per gran parte degli anni successivi.
Quel che sono oggi, nel bene e nel male, è anche opera tua, molto probabilmente più per buona fede e involontariamente che per un disegno cosciente.
Ché fare i padri è difficile, maledettamente, non te lo insegna nessuno, di solito nemmeno il tuo.
L'unica cosa sensata, davvero sensata, l'unica cosa che all'improvviso mi ha fatto capire che di me, tu, sapevi davvero tutto, che ero tuo figlio eccome, che eri mio padre, me l'hai detta quando ormai era troppo tardi. Il tempo di guardarti all'improvviso, dopo cinquant'anni, con occhi nuovi e sorpresi, di abbracciarti, e te ne sei andato. Mi hai lasciato così.
Adesso vengo lì a portarti le piantine, sto lì a parlare con te, adesso. Torno sempre lì, a quelle ultime disgraziate settimane, quelle in cui mi sono aggrappato disperatamente a te che te ne stavi andando, cercando di trattenerti in tutti i modi.
Quell’accidenti di maniglia in bagno.
Quella sera in garage sotto la pioggia, gli ultimi giorni, quando mi arrabbiai con tutti e ti dissi "andiamo a casa papà, dài accidenti".
Il tuo maglione, che ancora ho e talvolta indosso.
Ti parlo sempre, o almeno spesso.
Sto sempre a pensare che quando capitano le cose, quelle che contano, quelle che cambiano in corner il corso degli eventi, che ti allontanano all’improvviso dal precipizio, che lipperlì ti appaiono come disgrazie, ma col tempo ti sembra appartengano a un disegno più grande e logico, quando capitano queste cose penso sempre che dietro ci sia tu, che sia opera tua.
Che guidi tu, che sia tu al mio volante e sai quel che fai.
Così, nel caos, tendo ad affidarmi a te, e quando per caso inciampo nel destino penso sempre che in mezzo alla mia strada ce l’abbia messo tu.

Non smettere di guardar giù, per favore.
Ne ho sempre bisogno.
E se lo incontri, per favore, ricordati di dirglielo.
Perché io, di qua, non so più che fare.

Papa5
TAG: papà
00.32 del 24 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   
15 Scrivo lettere
NOV Diario
Che poi leggo da solo.
23.48 del 15 Novembre 2019  
   
10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
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