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LUG Fotoblog, Diario, Prima pagina
E niente, siamo andati anche noi, poche ore prima che la tirassero via. Non c'era nemmeno tutta quella gente che ci aspettavamo, non abbiamo fatto code, ci siamo divertiti molto, abbiamo visto anche Christo.

Dunque, abbiamo visto Christo e camminato sulle acque. Probabilmente abbiamo anche tramutato l'acqua in vino, perché una bottiglietta di minerale costava come un Berlucchi.

Fate conto che praticamente questo weekend sul Lago d'Iseo è stato un terzo delle nostre vacanze estive.
Quest'anno va purtroppo così.

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The floating piers, Lago d'Iseo
TAG: floating piers, iseo, sulzano, christo
22.28 del 09 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
11 Di Red, Robi, Dodi, Stefano (e Riccardo)
GIU Viaggi fra le note
Ma parliamone di questo concerto-evento dei Pooh di ieri sera a San Siro, che ha aperto quello che dovrebbe essere il loro tour di addio al pubblico in occasione dei cinquant'anni di carriera. Come annunciato, sono tornati sul palco col bonus della inedita formazione a cinque, grazie al rientro di Stefano d'Orazio e al ritorno nel gruppo, dopo 33 anni, di Riccardo Fogli (uscito nel '73, pare per correr dietro a Patty Pravo).

Diciamo fin d'ora che non ci credo, nel senso che secondo me finisce come per l'"addio" degli Who dello scorso anno (e le divinità protettrici delle rockstar mi perdonino l'accostamento irriverente): anche Daltrey e Townshend a fare i conti con cinquant'anni di carriera, anche loro che prima annunciano un unico concerto di addio ad Hyde Park - e io mi sveno per trovare i biglietti e volare a Londra per esserci - poi decidono di replicare la settimana seguente a Donington, poi le date diventano una decina e lo spettacolo arriva negli Stati Uniti, poi dopo un anno siamo ancora qui a parlare del tour di addio degli Who che sta per sbarcare anche in Italia, Milano compresa, a metà del prezzo che ho pagato per il biglietto di Hyde Park.
E qualcosa mi dice che, a meno che non schiattino prima, posso già iniziare a prenotare per il tour di addio dei sessant'anni.

I Pooh hanno perlomeno il vantaggio di essere ancora tutti belli vivi e vegeti, nella loro formazione originale, direi anche perfettamente in salute, se escludiamo la dentiera di Battaglia (non so se sia vero, questo è un vile pettegolezzo di Sleepers).
Anche loro lo scorso anno hanno annunciato questo tour di addio per i cinquant'anni e bla bla bla, e la reunion con Riccardo Fogli per l'occasione, e l'evento unico in due date, una a Milano e una a Roma, e poi le date di Milano sono diventate subito due, immediatamente esaurite, e poi tre, e poi si è iniziato a parlare di un tour completo per tutta l'Italia e nel frattempo il programma è stato esteso fino a fine anno, e niente, io ve lo dico e ve lo sto anche per raccontare più sotto: tempo sei mesi e ci becchiamo un nuovo disco a formazione completissima e un nuovo tour promozionale. Scommettiamo?
Glielo chiedono i fan, credetemi, e i nostri quattro - pardon, cinque - amici, di scendere dal palco, non sono proprio capaci. E come dar loro torto?

Premessa indispensabile: non è che io sia esattamente un fan dei Pooh, anche se va detto, per onestà di cronista e anche un po' a mo' di coming out, che in giovanissima età due o tre loro album li comprai e a dirla tutta sono stati un pochetto fra i miei idoli di quindicenne. Ma c'è una ragione: suonavo la chitarra, sognavo di fare la rockstar, loro facevano già concerti negli stadi radunando folle oceaniche, avevano fumi e raggi laser sul palco mentre Battiato cantava "E non è colpa mia / se esistono spettacoli / con fumi e raggi lasee-er / Se le pedane sono piene-e / di scemi che si muovono... ", e io ancora dovevo scoprire i Pink Floyd (no, questo non è un accostamento), per cui sapete com'è: ai miei occhi di adolescente, in bilico fra cantautori impegnati e i Sex Pistols, alla fine i Pooh apparivano comunque dei gran fighi.
Poi vabbè, come tutti voi a un certo punto ho finto di abbandonarli al loro destino, snobbandoli e prendendoli sempre un po' in giro, ma tant'è le loro canzoni hanno continuato per decenni a piantarsi nelle orecchie di tutti noi, e non fate i santarellini: Dio delle città l'abbiamo presa per il culo per anni, è la canzone più triste e sfigata dell'universo, ma intanto ha vinto Sanremo e la conosciamo tutti e Dodi Battaglia, premiato da Stern nell'86 come migliore in Europa, è ancora oggi uno dei chitarristi più in gamba in circolazione.
Quindi su, mettiamo un attimo da parte la sufficienza, ché Pensiero l'abbiamo suonata tutti in spiaggia almeno una volta con la nostra chitarra.
Non è che La canzone del sole sia meglio eh, anzi.

E insomma, i Pooh a San Siro nel 2016. Iniziando a rispondere alla prima domanda che mi han fatto inevitabilmente tutti: perché ci sono andato? Be', la risposta è facile: perché no?
Innanzitutto, quando la reunion con Fogli per l'addio alle scene era stata annunciata mesi fa, non era ancora previsto un intero tour, ma erano state annunciate solo le due date speciali di Milano e Roma. Che tutto sommato sarebbe stato un evento di portata nazionale nel panorama musicale e mediatico nostrano era comunque abbastanza chiaro, così come che quelle due date sarebbero andate sold-out in poche ore.
E così, visto che comunque i Pooh han sempre fatto un po' parte della mia adolescenza, che so essere grandi professionisti, immaginando che comunque sarebbe stato uno spettacolo interessante, che Dodi Battaglia è universalmente riconosciuto come uno molto bravo, e visto anche - pensate un po' - che non ero mai stato a San Siro in vita mia, insomma, alla fine mi son detto perché no?
Tanto più che i biglietti non costavano un'esagerazione, che nella peggiore delle ipotesi, se per qualche ragione non fossi potuto andare, non sarebbe stato difficile rivenderli e che soprattutto avevo la possibilità di provare ad accaparrarmi i posti migliori in assoluto, proprio nella platea sotto al palco, prime file numerate, non la solita gradinata a due chilometri da dove il concerto te lo guardi solo col binocolo sugli schermi giganti.

Quindi sì, biglietti platea gold per vedermi comodo comodo, a pochi metri, Battaglia, Facchinetti e soci, e passare una serata forse un po' trash, forse un po' anziana, ma oggettivamente di sicuro interesse musicale.
Insomma: alla vostra età andate ancora a San Siro a vedere Vasco per cantare a squarciagola Vita spericolata e avete da dire su di me che vado a cantare Pensiero e Tanta voglia di lei? Eddai, su, fate i bravi.
Avessi potuto, guarda, ci avrei ben volentieri portato anche i figli.

La prima nota, non a caso, va al popolo dei Pooh, che già nel pomeriggio affollava la metropolitana ed era in marcia verso San Siro: mi sono ritrovato ingiaccato e incravattato, appena uscito dall'ufficio, con la borsa del pc a tracolla, diretto anche io allo stadio, pigiato fra migliaia di ultraquarantenni - ma che dico quarantenni, ultra cinquantenni - ma che dico cinquantenni, ce n'erano in abbondanza ben oltre i sessanta - in t-shirt d'ordinanza, fascetta Pooh attorno alle testa, nonne casalinghe tatuate, cori nella metro "NON RESTARE CHIUSO QUI / PENSIEROOOOO", insomma, per un attimo, confesso, mi sono chiesto se fosse stata davvero una buona idea.
Strategicamente al mattino avevo parcheggiato la macchina proprio allo stadio e avevo lasciato dentro una maglietta, almeno per non presentarmi in platea vestito come un pinguino. Avrei volentieri speso uno sproposito per comprare la maglietta ufficiale del concerto da aggiungere alla mia collezione, ma va bene, è vero, mi sono vergognato: non potevo farcela a mettermi sulla schiena la targa "popolo dei Pooh".
E così, il mio amico che coraggiosamente mi ha accompagnato ma vuole rimanere anonimo (CIAO EUGENIO) e io, dopo un classico panino con la porchetta e una mezza minerale gassata, ci siamo avviati all'entrata VIP, quella per i ricchi borghesi, e alle 20:30 siamo entrati nella bolgia del Grande Tempio Milanese, già quasi riempito fino in cielo e in ogni ordine di posti dal popolo dei Pooh, quello vero.
Bestia raga, quanto è grande San Siro visto dal campo. Che impressione.

Alle ventuno, spaccando il secondo - che sono dei professionisti tipo McKinsey, mica come quelle rockstar drogate e supponenti che ti fanno aspettare delle ore perché godono a farsi chiamare dal pubblico - si accendono le luci, partono i fumi e i raggi laser di cui sopra, ed eccoli i quattro di Liverpool, nel senso di Bergamo, Bologna, Roma e Treviso (mi pare, giusto?). Manca ancora Riccardo Fogli, che entrerà solo qualche canzone dopo, chiamando una seconda ovazione come probabilmente non aveva mai avuto in vita sua prima.

E allora, i Pooh. I numeri del concerto di addio-che-addio-non-è dicono che San Siro era sold out con oltre cinquantamila presenze (considerate che le tribune dietro al palco erano ovviamente chiuse), che hanno suonato quasi tre ore per cinquanta canzoni esatte, che sono tantissime, e da non fan vi dirò che praticamente le conoscevo quasi tutte. Ora, provate a pensare quante sono le canzoni che conoscete davvero degli artisti che amate, e ditemi se potete dire di conoscere cinquanta canzoni di qualcuno di loro. Be', il popolo dei Pooh le conosceva tutte a memoria, le ha cantate tutte e più o meno sono state tutte delle hit attraverso cinquant'anni di musica italiana.
Ora, ditemi se - a prescindere da qualunque altra considerazione - non si possa chiamare questo "successo". Ve la sentite davvero di prendere in giro un fenomeno del genere?
Allo stadio c'erano migliaia e migliaia di coppie che con quelle canzoni per cinquant'anni si sono innamorate ed erano lì a farsi i selfie col palco dietro, a baciarsi ancora a cinquant'anni, a sessanta, a ballare ascoltando i Pooh e a ringraziarli. Erano venuti/e apposta. Be', oh, che devo dirvi: io mi sono anche un po' commosso (c'era una coppia di coetanei a fianco a me, tenerissimi, tipo impiegati del catasto con la polo sbiadita e gli occhialini rotondi, che quando è partita Tanta voglia di lei si sono alzati, baciati e si sono messi a ballare in mezzo a noi, abbracciati: madonna la piccyness).

Poi che devo dirvi: oh, io mi sono divertito, e parecchio. È stato un gran bel concerto e un spettacolo molto suggestivo, grazie anche alla scenografia e alla partecipazione della straordinaria corona di pubblico. C'erano molta emozione e commozione nell'aria, sia fra gli spettatori che, soprattutto, sul palco. Ne ho visti in questi anni di revival e di concerti di addio di vecchie glorie, ma nessuno mi è sembrato così... sincero e genuino come questo. È stato davvero un grande e lungo abbraccio fra i Pooh e il loro pubblico.
Le tre ore di concerto mi sono scivolate via leggerissime e ve lo dice uno che a fatica regge due ore ai concerti degli artisti che più ama. Oltre, mi rompo inesorabilmente i coglioni. In questo caso nemmeno me ne sono accorto.

Loro vabbè, che ve lo dico a fare: ineccepibili. Sono dei professionisti che ciao, bravi bravi, con un mestiere che lévati.
Tecnicamente, Dodi Battaglia è magistrale, praticamente lui da solo fa il 70% del sound, per quanto contribuiscano i caratteristici tappeti di tastiere di Facchinetti e il basso del buon Canzian: da quel punto di vista però, se escludiamo l'amalgama complessivo che è scolasticamente sempre perfetto, gli altri tre (Fogli non lo considero nemmeno) sono quasi inesistenti, nel senso che non emergono mai per virtuosismi particolari, ma è indiscutibile che il risultato complessivo sia impeccabile. Mi hanno anche molto impressionato le capacità polistrumentiste di tutti (sono assolutamente intercambiabili a rotazione su quasi tutti gli strumenti e ne suonano diversi altri).
Soprattutto, le incredibili voci, che pur con qualche inevitabile pecca dovuta all'età, madonna ragazzi: c'han settant'anni e tengono alla grande tutti e quattro (cinque), alternandosi in continuazione come lead vocal, brano dopo brano, per tre ore. In questi anni ho visto, per dire, Roger Waters e Roger Daltrey e non gliela fanno proprio al confronto, a pari età.

La scaletta è filata via benissimo, studiata perfettamente per ripercorrere cinquant'anni di carriera, spaziando dai grandissimi classici cantati da tutto lo stadio, al pop-rock, alle lunghe suite strumentali progressive caratteristiche degli anni '70 che hanno ricordato a tutti quanto siano davvero degli straordinari musicisti prestati all musica leggera: a tratti potevi essere tranquillamente a un concerto degli Yes, o dei Genesis, per dire.
È stato davvero così, è inutile che facciate quelle smorfie: studiate la discografia dei Pooh e andate ad ascoltarli dal vivo, poi ne riparliamo (fra le altre cose hanno fatto una bellissima long version di Parsifal).

L'altra cosa che mi ha colpito, a differenza di qualunque altra band famosa abbia visto fino ad oggi, sono l'armonia e la coesione fra loro sul palco, non solo dal punto di vista musicale, e quanto facciano squadra senza alcun protagonismo individuale: sono tutti alla pari come frontman, si scambiano i ruoli in continuazione, nessuno di loro pretende un ruolo di leader, nemmeno Facchinetti. Tutto sommato hanno reintegrato bene anche Fogli, pur - questo si nota, sì - relegandogli un po' il ruolo di ospite / figliol prodigo, ma non lo hanno mai lasciato in seconda linea (alla fine Fogli ha partecipato a trentatré brani su cinquanta, cantando e suonando diversi strumenti).
Ognuno di loro ha il proprio momento su palco, se parla uno parlano tutti a turno, è tutto perfettamente equilibrato e regolato come un meccanismo ultra preciso e automatico che solo grandissimi professionisti che davvero suonano insieme da cinquant'anni - e lo fanno divertendosi - possono riuscire a sincronizzare in questo modo.
E se ti diverti ancora così, se sei bravo così, se continui a vendere dischi e a riempire gli stadi, se non vieni mai messo in secondo piano dai tuoi colleghi-amici, se tutto è perfetto così e riesci ancora a far cantare insieme cinquantamila persone, se sei forse l'unica band al mondo che ha resistito unita così a lungo, praticamente nella formazione di partenza, senza mai litigi, cadute, divisioni, ambizioni soliste, gelosie interne - pensateci davvero: ne conoscete altre a livello planetario? - se tutto questo è vero, perché mai dovresti davvero aver voglia di smettere? Io non ci credo.

Insomma, si può dire tutto quello che si vuole e possiamo fare gli snob finché vogliamo perché siamo qui apposta, ma quella di ieri allo stadio era la nostra generazione al completo, trasversale a ogni strato sociale e background musicale, e sentire migliaia di persone che cantano in coro Pensiero abbracciate insieme con un sacco di lacrimoni, ecco, sai che c'è: a Brusse Springstin, a Vascoooo, a Rollin Stoneee, ma annatevene affanculo, va' (detto con rispetto, eh) (soprattutto per gli Stones).

Pooh2
TAG: pooh
23.45 del 11 Giugno 2016 | Commenti (1) 
 
10 Basta che non si sappia in giro (*)
GIU Viaggi fra le note, Diario
È quasi ora di muoversi verso San Siro.

Pooh

(*) Tanto questo blog ormai non lo legge più nessuno.
TAG: pooh
17.50 del 10 Giugno 2016 | Commenti (0) 
 
19 Foto in bianco e nero e colori su neve
MAG Amarcord, Fotoblog, Viaggi verticali
Eugenio ha scovato queste in qualche armadio di casa. Nella prima foto sono senza alcun dubbio io, né si può sbagliare sul luogo: è la Cresta di Furggen a Cervinia, ai tempi in cui era ancora aperta la funivia. La seconda foto è scattata all'inizio della discesa, proprio dove sbucava il tunnel che dalla stazione di arrivo della funivia conduceva alla cresta.

Abbiamo invece impiegato un po' per riuscire a datarle, ma confrontando la mia giacca a vento con altre foto d'epoca sappiamo che sono collocabili fra il 1986 e il 1989. Nell'85 sul Gran Paradiso avevo una giacca diversa e nel '90 in Patagonia avevo già la giacca blu che ritrovo in tutte le mie fotografie fino al 1998, anno in cui mi venne regalata quella gialla amatissima che mi ha accompagnato fino allo scorso anno, attraverso mille avventure e fino in Himalaya.

Praticamente, una vita scandita dal colore delle giacche a vento che ho indossato.

Furggen1

Furggen2
Cresta di Furggen, anni '80
TAG: furggen, cervinia, sci
13.48 del 19 Maggio 2016 | Commenti (0) 
 
29 Adesso sì
APR Diario
Home
TAG: casa, diario, trasloco
15.06 del 29 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
25 Meno tre (zero, per loro)
APR Diario
Ho sempre avuto un planisfero sopra al letto. Ad ogni trasloco sempre più grande e con un numero sempre maggiore di bandierine piantate in giro per il mondo.
Da quando sono in questa casa - son più di sei anni - per la prima volta ho dovuto farne a meno.
La ragione è che in camera, proprio sopra al letto e in centro alla parete, si trova una (brutta) lampada e non è possibile appendere nulla di così grande. Davanti al letto c’è un armadio, a destra uno specchio, a sinistra una porta finestra. Dunque, niente: lo spazio per il mio mondo, qui, perlomeno in camera, non c’è mai stato.
E il mio mondo deve stare in camera, con me.

Fra tre giorni lascerò questa casa, che non è mia, dopo sei anni e tre mesi. La lascerò per una casa nuovamente mia, che mi somiglia di più, credo, alla quale in questi ultimi quattro mesi ho lavorato per far sì che fosse molto più mia e simile a me di quando l’ho comprata.
La nuova casa ha una mansarda e nella mansarda ho messo il mio letto nuovo e sopra il letto nuovo c’è di nuovo un planisfero, dopo più di sei anni.
Non è un planisfero normale: è un mondo a colori, a chiazze di colore, costituito da tre tele accostate fra loro, America a sinistra, Europa e Africa in centro, Asia e Oceania a destra. Dice Carola che sembra un quadro di Pollock: io non lo so, l’artista è lei. Mi fido e se Pollock non dipinge così pazienza.
Di sicuro c’è che è un planisfero unico e meraviglioso, certo non uno in cui piantare bandierine, e va bene così, perché in questi ultimi anni ho messo insieme così tante bandierine che a piantarle davvero lo trasformerei in una foresta di aghi.
Ormai il mondo è mio.

Chi mi ha regalato il planisfero ha lavorato con me per farmi uscire dalla casa in cui sto scrivendo quest’ultimo post e a immaginare quella dove appendere il mio nuovo mondo. Del resto, chi mi ha regalato il planisfero mi ha regalato anche Habu Jôji (che Carola avrà letto venti volte: sarà un caso?), e Vienna per completare l’Europa, e Venezia per chiudere un cerchio, e soprattutto una nuova vita che sotto al planisfero, che forse è di Pollock, fra tre giorni ripartirà per l'ennesima volta. Sempre insieme a chi mi ha regalato (anche) il planisfero, che evidentemente di me ne sa.
Perché solo chi ne sa di me può regalarmi Habu Jôji e un planisfero a colori dove non ha alcun senso piantare bandierine.

Questa è anche l’ultima notte in cui i ragazzi dormono qui, nel loro letto a castello, in quella piccola camera che sei anni fa ho messo insieme di corsa in pochi giorni, cercando di inventargli al volo un nuovo mondo in qualche modo fatto il più possibile a loro misura, che non li spaventasse, che li tranquillizzasse, che li accogliesse nel modo migliore possibile, ammesso che ci fosse un modo migliore per accoglierli in quelle circostanze.
Ora dormono. Chissà come dormono. Chissà se lo sentono. Certo che lo sentono.
Chissà cosa sentono.
Questo pomeriggio, fra uno scatolone e l’altro, abbiamo per l’ultima volta misurato le altezze di entrambi e segnato le ultime tacche dietro la porta di camera mia, sigillando così la progressione del tempo passato disegnata dai trattini a matita lasciati sul muro: 168cm Leonardo, 141cm Carola.
Le prime due tacche risalgono al ventidue febbraio duemiladieci: 120 e 97,5. Nel mondo dei piccoli sei anni sono quasi cinquanta centimetri.

È tutta la sera che mi guardo attorno senza rendermene conto. Apparentemente è ancora tutto qui, ma in realtà in questi ultimi giorni ho traslocato nella casa nuova molte cose significative, in gran parte piccoli oggetti disseminati in giro che sarebbero andati dispersi alla rinfusa fra dozzine di scatoloni e che fanno parte della mia vita quotidiana.
Ad esempio l’orologio da parete delle ferrovie svizzere appeso in cucina, uno dei primissimi oggetti entrati con me in questa casa. Carola oggi mi diceva che ricorda ancora benissimo quando siamo andati a comprarlo a Lugano e, sulla strada, avevo fatto vedere loro il mio ufficio svizzero vicino al lago, dove lavoravo a quel tempo.
È tutta la sera che mi capita di voltarmi inconsciamente verso la parete per guardare l’ora, dimenticandomi che l’orologio non c’è più: ci sono rimasti solo il chiodino al quale era attaccato e la classica impronta nera lasciata sui muri dalle cose appese per lungo tempo. Non mi ero mai reso conto fino a stasera di quanto quell’orologio, che amo tantissimo, regolasse la mia vita quotidiana in questa casa, fosse il mio riferimento costante.
Questo pomeriggio l’ho appeso nella nuova cucina, sopra al frigorifero, ma l’ho messo troppo in alto e non è nemmeno centrato, non sono contento. D’altra parte mi scoccia, adesso, appenderlo più in basso dopo aver piantato il chiodo nel muro nuovo.

Mancano altre cose, già trasportate di là: il nostro classico calendario con le foto dell’anno precedente, la piccola stazione meteorologica, gli oggetti che stazionano permanentemente sul mio comodino e sul mobile del mio bagno, gran parte delle cose in cucina, tutto il Lego di casa e i contenuti dei cassetti dei ragazzi. È già tutto nella casa nuova.

Poi, giovedì mattina all’alba, arriverà il grande camion a prendere tutto il resto: i libri e le librerie, i vestiti, la mia scrivania, i quadri, i tappeti, le maschere africane, i sassi dei viaggi, le sabbie dei deserti, le fotografie e le macchine fotografiche, la musica, la televisione, i computer, la lavatrice, i piatti e i bicchieri, le pentole, la macchinetta del caffè…

E mi chiuderò la porta di Via Giulio Natta 59 alle spalle, definitivamente.
Un importante pezzo di me rimarrà qui, come altri importanti pezzi di me sono rimasti altrove in passato, da Piazza San Materno 12 fino a Sienna 72a-404.
Poi, giovedì sera, dormirò sotto al mio nuovo planisfero di (forse) Pollock.

pollock
TAG: casa, diario, trasloco
23.56 del 25 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
24 Meno quattro
APR Diario
Si comincia. Scommetto sulle 100, ma potrebbero anche essere di più. Intanto nel frigo nuovo di là sono arrivate una bottiglia e un barattolo di pesto.

Trasloco
TAG: casa, diario, trasloco
18.54 del 24 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
16 Meno dodici
APR Diario
Squaring Bonaldo atterrato in mansarda. Non so come abbiamo fatto a far girare su dalle scale i centocinquanta chili di componenti, ma ci siamo riusciti.
È arrivato anche il frigorifero e la cucina è completa.
Mancano ormai solo il divano e l'allacciamento a internet, e poi è fatta.

Menododici
TAG: casa, diario, trasloco
23.53 del 16 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
09 Meno diciannove
APR Diario
Meno di tre settimane, le cose iniziano a farsi serie.

Cucina
Trapano
TAG: casa, diario, trasloco
21.33 del 09 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
01 Meno ventisette
APR Diario
I lavori sono quasi terminati e questa è la prima consegna in assoluto (in realtà sono arrivati anche il piano cottura, la cappa, quasi tutte le lampade e alcuni accessori, ma diciamo che questo è il primo pezzo vero di arredamento giunto a destinazione).

La prossima settimana arriva buona parte di tutto il resto.
Fra quattro settimane esatte varchiamo la soglia di una nuova vita.

Mazzini01
TAG: casa, diario, trasloco
17.47 del 01 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
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