Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 I touched the Moon
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Al mio terzo ritorno a Houston, complice un weekend, sono finalmente riuscito a farmi un giro allo Space Center della NASA. A parte questo, la solita piatta desolazione di Sugar Land, un clima indeciso se virare decisamente all'estate già a febbraio o sparare ancora qualche cartuccia dell'inverno a salve texano e serate a macinar chilometri sul tapis roulant dell'hotel, nella speranza di contrastare gli hamburger e le birre della Big Ben Tavern, dove sono solito chiudere le mie giornate davanti a una partita di basket o di hockey, a meno sette fusi orari dalle mie abituali compagnie serali.

La speranza non serve a nulla: atterro a Milano a più quattro chili dalla partenza di tre settimane fa, che vanno a sommarsi ai più due del giro precedente. Nemmeno le scarpette in valigia e cinquanta chilometri fissando un monitor mi hanno salvato: un mese yankee è stato sufficiente a rubarmi un anno di dieta e allenamenti.
Guardo frustrato la bilancia e mi prende lo sconforto. Maledetto Texas, maledetta America. Non dovrei esser qui.
A malincuore rimando qualunque piano di emergenza casalingo, ché ho già il prossimo biglietto aereo nella casella di posta: ho giusto il tempo di sistemar le foto, far due lavatrici e la nota spese, riallineare inutilmente il jet lag e cambiare il tag al trolley, ché a questo giro ho imbarcato e me lo han fatto a pezzi.

Il Saturno V fa paura, sappiatelo, gli astronauti dell'Apollo erano pazzi, pazzi, pazzi.
Ho toccato un pezzettino di Luna ed è stato emozionante.
Sulle tangenziali di Houston si può viaggiare anche a cento miglia all'ora nonostante il limite delle sessantacinque e non è vero che gli sceriffi sbucano all'improvviso da dietro i cartelloni pubblicitari per inseguirvi.
Bryan infila un "you know what I mean" ogni due frasi, ma invece no, io non lo so cosa vuol dire, non lo capisco proprio.
Texas, la noia. Non che la Pennsylvania, comunque.
Son certo che avevo mille altre cose, ma di questi tempi il mondo gira troppo veloce attorno a me e non riesco a fermar nulla, non ricordo, tutto scorre fra un oblò, un monitor e una nuova alba sul vecchio mondo che arriva sempre troppo presto.

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Houston Space Center, TX
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Il razzo Saturno V che ha portato gli uomini sulla Luna
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I touched the Moon
TAG: houston, Texas, usa
23.58 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
03 Flying over the world
MAR Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
E poi ogni tanto faccio sempre qualche foto a caso attorno a me, di spostamento in spostamento, di aeroporto in aeroporto, di cielo in cielo, di volo in volo.
Altre stanno per arrivarne, altrove ancora.

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TAG: volare, aerei
22.54 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
24 Back in New England
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Uscendo dalla Wells Fargo Arena di Philadelphia, dopo aver assistito alla partita dei Flyers, mi chiedo se valga la pena buttar giù un post sull’hockey analogo a quello che scrissi anni fa dopo aver visto i Boston Celtics, ché altrove ho detto che potrei rifare le stesse identiche considerazioni sull’America e lo sport, anche se riflettendoci a freddo ci sono alcune sostanziali differenze fra hockey e basket, la prima delle quali, sorprendentemente, è che a questo giro mi sono divertito, mentre l’NBA dal vivo mi aveva annoiato a morte (e ogni volta che lo scrivo mi rendo conto di quanto possa sembrare un’eresia per chi legge dall’altra parte del monitor).
Poi Theo mi spiega che l’hockey non è uno sport, è entertainment. [In America] Climbing, tennis, marathon, skiing, horse riding, swimming, sono sport. Hockey, basket, football e baseball sono entertainment, come il wrestling, ed è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sono fake.
Dice Theo che funziona come nell’antica Roma: “Power gives people bread and games”. Obietto che però i leoni se li mangiavano davvero i cristiani, non è che fosse tutto ‘sto fake, poi d’altra parte ripenso ai Boston Celtics e ai Philadelphia Flyers, e capisco il punto.

Theo vive nei Stati Uniti ormai da qualche anno e mi invita a cena (alle 17:45, e va bene che ho saltato pranzo) in un bel ristorante nel centro di Philadelphia, proprio dietro al municipio, azzerando così in un colpo la mia esperienza fino ad oggi in termini di pessima e indigeribile cucina americana. Tutto perfetto, dalla delicata zuppa di molluschi come antipasto, al filet mignon, leggerissimo, ai contorni e al vino rosso californiano.
Il conto è una fucilata, ci pago tre notti in hotel all’Hilton with complimentary breakfast (*). La sintesi è che in America la salute è una roba da ricchi, sia che tu voglia curarti, sia che tu voglia evitare di cibarti di spazzatura.
(*) Alla seconda settimana di fila negli Stati Uniti non solo infilo parole inglesi a caso nelle frasi, continuando peraltro a capire zero quando mi parlano, ma quel che è peggio è che inizio a pensare come gli americani e mi ritrovo al mattino, appena svegliato, a scostare le tende della camera e guardare la pioggia che cade mista a neve osservando fra me e me che ci saranno trentadue, forse trentatré gradi.

Downtonwn Philadelphia è insolitamente trafficata, insolitamente in termini americani intendo, sembra sempre di essere in centro a Milano in ora di punta. C’è pure gente che suona il clacson ai semafori.
Non se se l’ho già scritto ma, traffico a parte, mi ricorda Boston, anche se come direbbe Charles, il tassista Uber che mi porta alla Wells Fargo Arena per assistere all’incontro fra i Philadelphia Flyers e i Detroit Red Wings, Boston è la città dei Kennedy, sono tutti “kennedyani” - dice proprio così, kennedyans - hanno la puzza sotto al naso, e fa il gesto col dito, mentre a Philly la gente è più easy, meno snob, è la città dei padri fondatori e ci tiene a sottolineare che ha pagato molto al Paese in termini di vittime del nine-eleven. Poi certo, se sei di Philly sud non hai nulla a che fare con quelli di Philly nord, è proprio gente diversa, non parlano nemmeno con lo stesso accento. Non capisco chi detesti fra quelli di Philly sud e quelli di Philly nord, o se faccia solo dell’ironia.
Charles ha cinquantotto anni - we belong to the same generation, we’ve grown up with the same values and we understand each other, it does not matter if you are Italian and I am American - è orgogliosissimo della sua Jeep Renegade rossa, rossa perché lui era un pompiere e ha perso qualche amico il nine-eleven, ma soprattutto ama la sua moto, un monster da ottocento libbre che lui chiama The Beast, col quale tutti i weekend va in giro coi suoi amici bikers.
Charles è un biker dentro, ama la moto come filosofia di vita. Mi mostra le foto di The Beast - mentre guida, naturalmente - e mi spiega che da ragazzo, alla high school, i compagni lo odiavano perché rimorchiava un sacco con la sua moto di allora, mentre quei bulli perdevano tempo a fare sport, giocavano a football e mostravano i muscoli. A lui del football non è mai fregato nulla, le ragazze amavano il suo spirito indipendente e ribelle, e insomma finiva sempre a scazzottate con quelli del football, lui le prendeva, ma tanto poi gli portava via le ragazze.
Mi spiega che Boston non gli piace anche perché la carne costa cara, non puoi farti un hamburger o una T-bone come dio comanda senza spendere una fortuna. Una volta lui e i suoi amici bikers si sono fermati a Boston per una bistecca e il proprietario del locale li ha trattati male solo perché erano bikers, maledetti fottuti kennedyani, e quando gli ha portato il conto lui non voleva crederci.
Non ci tornerà mai più a Boston, Boston sucks, magari è solo la sua opinione per carità, ma proprio Boston no, ma se vai più a nord, seguendo la costa, ci sono dei posti meravigliosi dove puoi mangiare delle bistecche stupende.

Arriviamo davanti allo stadio e prima che io scenda mi chiede per chi tiferò. Non lo so, è la prima volta che vedo una partita di hockey, ma forse tiferò per i Flyers visto che sono a Philadelphia. Mi dice che è una buona scelta e che prima o poi vorrebbe venire in Italia, che gli piacciono le montagne e sogna di volare sopra le Alpi, e vuole sapere se si vedono le Alpi volando in Italia.
Gli rispondo che se arriva dal nord Europa si vedono, basta che sia una bella giornata e la cosa lo fa molto ridere.

Nel frattempo i giorni passano e imparo nuove cose sull’America nel corso di quella che sta diventando la mia permanenza più lunga fra gli yankees. Philadelphia è paralizzata per mezza giornata da una tempesta di neve annunciata da giorni, veniamo evacuati dall’ufficio all’ora di pranzo e spediti tutti a casa per prevenire i problemi di circolazione stradale, e così un mercoledì mi ritrovo nel mio hotel di Montgomeryville, Pennsylvania, a metà giornata, nulla da fare tranne macinare chilometri sul tapis roulant.
Montgomeryville, nella contea di Montgomery, è a circa un’ora da Philadelphia in condizioni normali di traffico, fra i cinquanta e i sessanta dollari con Uber. Studio su Wikipedia le divisioni amministrative americane, le contee, le township, i borough e i census-designated place, come Montgomeryville. Passo un’oretta sul sito della contea di Montgomery, tipo le ultime notizie sul sito del Comune di Arcore, e mi immergo sempre più nella mia vita a stelle e strisce.
La provincia americana del New England mi sta diventando familiare, un po’ come quella del Texas e dell’Ohio. Cambia il clima, cambiano le architetture, ma non lo spazio attorno e il senso di vuoto, l’impronta standard della cultura americana filtrata dai miei luoghi comuni che mi inseguono ovunque mi sposti in questo mio vagabondaggio per lavoro attraverso gli Stati Uniti. I centri commerciali, i Roadhouse, i concessionari di auto, le grandi strade a otto corsie, l’alienazione della provincia, la percezione degli universi paralleli e completamente disgiunti abitati dai bianchi, dai neri e dagli ispanici, il mio muovermi attraverso le differenti dimensioni come un pesce fuor d’acqua, il mio annaspare linguistico che aumenta all’aumentare della permanenza, invece di diminuire, perché più mi immergo, più vivo qua, più devo vivere in prima persona, più parole, espressioni, modi di dire, sfumature, mi servono. E non le ho.
Così faccio fatica.

E poi, di nuovo, volo in Texas, dove mi aspettano venticinque gradi e un’umidità tropicale.

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Philadelphia Flyers vs. Detroit Red Wings
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Downtown Philadelphia
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Contea di Montgomery, PA
TAG: Usa, Philadelphia, NHL
22.49 del 24 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
15 Che poi di Taco bell io non ne ho visto uno
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Albuquerque, che non imparerò mai a pronunciare per quanto ci provi da settimane, ché parto sempre pronunciando albequ-alburque-alberqu-albuché, per poi arrendermi frustrato, ma che invece si dice semplicemente, semplicemente si fa per dire, “albukrki”, o se proprio sei del profondo sud puoi spingerti fino ad “albiukrki”, Albuquerque dicevo, al nono (o decimo?) viaggio negli States riparametra quasi da zero la mia America, o forse a voler ben vedere, per alcuni versi, va ancora di più a confermare tutti i miei luoghi comuni, a partire dal fatto che son quattro giorni che non riesco a mangiare altro che non sia carne racchiusa fra fette di pane, qualunque sia il tipo di pane - rotondo, bianco tostato, coi semini, tacos - ma il punto rimane lo stesso: gli americani non possono fare a meno di mettere la carne fra due fette di pane e d’altra parte il pane fa almeno quattrocento delle minimo ottocento calorie di qualunque piatto americano.
Comunque volevo scrivere di Albuquerque.

In America non esistono i cucchiaini, o perlomeno io non li ho mai visti. Ad esempio, se prendi uno yoghurt dovrai mangiarlo con un cucchiaio da zuppa. Esistono i bastoncini di legno e le cannuccine di plastica per mescolare lo zucchero nel caffè, ma i cucchiaini no. Forse perché sono piccoli e in America tutto deve essere grande.
E poi le insalate. Nelle insalate ci puoi mettere di tutto, anche l’uvetta, il tofu, le albicocche secche che noi mangiamo a Natale, la salsiccia a cubetti, le mandorle, i mandarini, le fragole e la feta, i pomodorini e i peperoni interi, e i cetrioli naturalmente, e inesorabilmente tutto verrà innaffiato con qualche salsa americana, la cui densità media è proporzionale al numero di ingredienti, minimo otto, con cui viene preparata.
Che poi è un po' il fil rouge della cucina americana: arrivi a sera e hai sempre la sensazione di aver mangiato un bidone di roba presa completamente a caso e mescolata insieme, senza distinzione, né criterio, né ordine.
Così, quando sono in America, dopo quarantotto ore il mio metabolismo comincia a gridare vendetta e sogna vasche di rucola e insalata trevigiana cruda, o persino i broccoletti, per dire, al massimo un filo d'olio appena accennato a guarnire, e null'altro.
Ma volevo scrivere di Albuquerque (albukrki), non al solito dellamerica, ché ogni volta va a finire che scrivo sempre le stesse cose dellamerica.

Nella palestra del Marriot di Albuquerque i monitor dei tapis roulant sono sintonizzati su un canale televisivo che trasmette uno di quei reality show i cui protagonisti si sfidano ai fornelli e una giuria assaggia con aria più o meno schifata e supponente. Siccome però siamo in America, questi poveri disgraziati cucinano roba orrenda che, al di là dell’impiattamento improponibile persino per i Camionisti in trattoria di Chef Rubio, gronda colesterolo e zuccheri a fiumi attraverso lo schermo, riversandoli sul nastro che scorre veloce sotto ai miei piedi.
Così, mentre corro, più che alle calorie che sto bruciando e a quello che mi scofanerei come premio al termine dell’allenamento, penso piuttosto a combattere la nausea e giuro a me stesso che non toccherò mai più un hamburger o un muffin. La strategia, nel complesso, ha in effetti un suo perché.
Osservo che di tanto in tanto la trasmissione è intervallata, fra mille altre, dalla pubblicità dell’Hilton. Nella palestra del Marriot.
Ma dicevo di Albuquerque.

C’è quest’altra cosa che mi fa impazzire degli americani, questa forma di cortesia idiomatica che non è solo quella fornitore-cliente tipica ad esempio dei camerieri che non ti lasciano in pace un secondo perché devono guadagnarsi la mancia, e non è nemmeno la gentilezza rituale dei giapponesi, parte integrante di una cultura collettiva millenaria, no, è questa cosa del “Ciao, come stai amico, io mi chiamo Bob, come ti va, tutto bene oggi?” che il mio tassista non rivolge solo a me, suo cliente, ma anche al bigliettaio del parcheggio, al casellante, al collega, al passante per strada, a chiunque, e l’”appreciated” a seguire ogni risposta.
Fanno così, tutti con tutti, qualunque scambio per qualunque ragione, “Ciao amico, come stai, spero che ti vada tutto bene”, questo apparente senso di protezione e preoccupazione per il vicinato che fa palesemente a pugni con la competitività e l’individualismo di cui questa società è permeata fino al midollo.
Come se in ogni momento tutti sentissero il bisogno di abbracciarsi tipo sopravvissuti al termine dell’ennesima sparatoria in un luogo pubblico, per poi rinchiudersi nelle proprie case davanti al baseball a ingozzarsi di pop corn, fino al prossimo conflitto a fuoco.
Dopo un po’ non so, ci divento matto. Perché rivoglio il mio anonimato europeo, il mio recinto attorno, la mia misantropia, e tutto questo impicciarsi del mio umore odierno, senza alcuna ragione tranne la codifica genetica dell’americano medio, mi disturba, mi irrita, invade il mio spazio.
In un paese in cui lo spazio attorno è la ragione di vita e di morte.

Ti racconto della funivia del Sandia Peak. C’è questa funivia appena fuori da Albuquerque che porta agli oltre tremila metri del Sandia Peak, dove si trovano anche alcuni impianti da sci. No, non ho sciato, neve ce n’era e avevo pure messo in valigia apposta la roba, ma gli impianti sono aperti solo nel weekend e io sono dovuto ripartire proprio il venerdì. Comunque.
Dicono che sia la funivia più lunga del mondo, e magari lo è anche, in effetti la corsa dura una quindicina di minuti e ha un paio di campate piuttosto lunghe, ma se sei abituato alle funivie sulle Alpi (e senza andare a scomodare quelle del Caucaso) ti sembrerà tutto sommato un’esperienza abbastanza ordinaria, a parte il bel panorama sul deserto e la riserva Navajo attorno ad Albuquerque.
C’è una corsa ogni venti minuti, come in qualunque stazione invernale del mondo. Fai il biglietto, aspetti il tuo turno, arriva la funivia. E lì inizia la realtà parallela americana, la spettacolarizzazione di qualunque evento della giornata che ti conduca al di fuori del tragitto casa-lavoro-baseball-Taco bell.

Un’addetta al controllo biglietti afferra un microfono e annuncia che è arrivata la funivia, che stai per vivere una straordinaria ed eccitantissima avventura, e “wooooooow”, “yuppieeeeeh”, siate felici, datemi il cinque, è una giornata meravigliosa (non è vero, il tempo è anche bruttino), preparatevi a salire, fate attenzione al gradino, quanto siete eccitati? Siete pronti? Siete carichi? Woooooooow, e allora partiamo!
A bordo c’è un altro addetto. Appena saliti, saluta tutti, si presenta, dice che ci accompagnerà in questa splendida avventura fino all’incredibile quota di oltre diecimila piedi, che non solo sarebbe una quota abbastanza media sulle Alpi, ma a maggior ragione lo è in America, e che possiamo rivolgerci a lui se abbiamo qualche timore, chiedergli tutto quello che vogliamo, qualunque cosa abbiamo bisogno, lui sarà felicissimo di aiutarci. Chiede se ci sono dei “first timer”, gente che non ha mai preso una funivia prima, si alzano alcune mani, scatta l’applauso generale, woooooooow, non preoccupatevi, vi spiegherò tutto io, non abbiate paura e preparatevi per questa straordinaria avventura.
La funivia parte. E lui con la funivia: passo a passo, metro a metro, per quindici lunghissimi minuti, racconta tutto della funivia, dal diametro dei cavi, alla portata, ai tempi di costruzione, al clima della regione, al panorama attorno, descrivendo ogni sasso sotto di noi, ogni albero, ogni “canyon” - ce ne sono tre secondo lui, io vedo soltanto degli avvallamenti dovuti alla normale orografia della montagna - passando per la geologia, la flora, la fauna. Non smette un solo istante e ogni tanto fa domande per coinvolgerci, chiede attenzione, “fa gruppo”.
È tutto surreale. E ancora più surreale è che la stessa identica scena si ripete al ritorno, con un’addetta diversa, nonostante sia possibile affermare con un margine di incertezza irrilevante che il 99,99% dei passeggeri è salito con la medesima funivia, a meno di quelli che sono arrivati in cima al Sandia Peak volando, o risalendo a piedi i mille metri di dislivello delle piste da sci, chiuse, sul versante opposto.
Tutto questo ogni venti minuti, per ciascuna corsa della funivia, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno. Pensa a quelli che vengono a sciare qui abitualmente.

E poi mi becco pure il gran finale.
Appena rientrati alla stazione di partenza, un tipo che fino a quel momento nessuno si era filato chiede l’attenzione un istante prima di farci scendere: ci presenta - nuovamente - l’addetta che ci ha accompagnato durante la discesa e annuncia in modo piuttosto solenne e serissimo che la tipa ha oggi completato il suo addestramento con successo e che dunque da domani sarà in servizio regolare sulla funivia come i suoi colleghi. Chiede un grande applauso, tutti applaudono, qualcuno la incoraggia, lei si commuove e piange.
Finisce in grande amicizia, come fossimo tutti sopravvissuti a un’avventura ai limiti dell’impossibile, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, lei che piange.

Ecco, c’è questa cosa dell’America e degli americani tutti eroi per caso, qualunque minchiata facciano, che mi fa impazzire. Ricordo la stessa esperienza qualche anno fa, quando ero andato a veder giocare i Boston Celtics e durante l’intervallo avevano premiato l’eroe del giorno.
C’è una trasmissione su Weather Channel, un canale che di qualunque evento meteorologico fa una manifestazione catastrofica unica nell’universo conosciuto, che racconta della vita di alcuni camionisti sulle “strade dell’inferno”, letteralmente. La puntata di questa sera è dedicata alla storia di Tim, un camionista obeso che grazie a Weather Channel ha finalmente il suo momento di celebrità.
Tim guida un camion per il soccorso attrezzato con un grande paranco. Durante l’inverno scorso ha dovuto fare un intervento ai limiti dell’impossibile, qualcosa che gli ha quasi cambiato la vita, ma se sei un camionista sulle strade dell’inferno sai bene qual è il tuo compito e la tua missione e devi essere pronto a tutto (cito, ovviamente).
Seguono immagini dall’alto del camion di Tim che percorre una grande statale, la “strada dell’inferno”, abbastanza trafficata, che ha la caratteristica di attraversare un paesaggio invernale piuttosto comune. Non c’è nemmeno neve sulla carreggiata, ma la voce narrante ti spiega che sono condizioni davvero estreme, siamo a circa cinque sotto zero e come vedi c’è neve ovunque, la strada può essere scivolosa, la visibilità scarsa, in inverno può succedere di tutto. Insomma, l’autostrada del Brennero a gennaio.
Le immagini dall’alto si alternano all’intervista con Tim, che ti racconta le sue giornate drammatiche, perché quando guidi un camion del soccorso sei già un eroe a prescindere, se poi lo guidi d’inverno vabbè, che te lo dico a fare.
E insomma, si arriva al luogo dell’intervento: c’è un autoarticolato che si è intraversato e il rimorchio si è girato attorno alla motrice per quasi 180°. Fortunatamente, non ostruisce nemmeno la strada, semplicemente è lì a bordo carreggiata. Non ci sono feriti, niente incidenti, il traffico riesce a scorrere regolare, un poliziotto segnala alle auto in arrivo di rallentare qualche centinaio di metri prima.
Arriva in appoggio una macchina per il controllo del traffico, devia le auto sulla carreggiata opposta e Tim si mette all’opera: “La velocità è tutto in questo mestiere”, ti spiega concentratissimo. Aggancia col paranco il rimorchio dell’autoarticolato e, al rallentatore, in una interminabile sequenza di venti minuti e dodici pubblicità, lo fa ruotare al suo posto. Un altro camion aggancia l’autoarticolato e lo rimorchia via. Fine.
Nessun ferito, danni quasi zero, il traffico riprende regolare.
Anche oggi Tim ha concluso la sua giornata eroica sulle strade dell’inferno. “Non puoi sapere cosa ti accadrà domani”.

Dicevo di Albuquerque.
Il Sandia Peak si trova nella National Forest di Cibola. Lipperlì ho pensato solo ad un’assonanza, ma invece no: si tratta proprio del luogo celebrato da Disney in “Zio Paperone e le sette città di Cibola”, una delle avventure degli anni d’oro fra le mie preferite, pietra miliare della mia infanzia e prima gioventù.
E d’altra parte Albuquerque si trova al centro delle riserve indiane Navajo, Hopi e Apache, a due passi da Santa Fe, da El Paso, da Gallup, Tucson, Durango. All’improvviso attorno a me tutto è Tex Willer, Kit Carson, i film western di quand’ero ragazzo, John Wayne, Tombstone e Silverado. Adesso sì, sono in America e mi commuovo un po’.
In città passa la Route 66, qui è stato girato Breaking Bad e non ultimo è uno dei luoghi più famosi al mondo per gli avvistamenti degli alieni, celebrati quasi più della cultura locale, una mescolanza ispanico-nativa pellerossa. Il New Mexico, di cui Albuquerque è la capitale, è lo stato americano più spagnolo e pellerossa di tutta l’Unione, la lingua ufficiale è lo spagnolo.
Qui hanno anche fatto esplodere la prima bomba atomica, il che probabilmente ha contribuito a convincere gli alieni che la Terra è un posto di merda, perché evidentemente non si sono fermati. Io perlomeno non ho avvistato nulla durante la mia permanenza, nonostante tutti garantiscano che le visite degli ufo sono abbastanza frequenti.
Ad Albuquerque questa cosa degli alieni la prendono piuttosto sul serio.

Dopo un paio di giorni mi rendo conto che mi piace Albuquerque. È tutta un’altra America rispetto a quella che ho visto questi anni, fatta solo di grattacieli, centri commerciali, svincoli autostradali, aeroporti, civiltà occidentale consumista sviluppata all’estremo. Intendiamoci, i centri commerciali e gli svincoli autostradali ci sono anche qui, ma ad esempio i grattacieli no. Albuquerque è bassa e piatta, completamente piatta, come il deserto attorno, che si perde all’orizzonte.
Dalle vie della città lo sguardo attraversa tutto l’estesissimo agglomerato urbano, favorito dal territorio lievemente ondulato, e sconfina oltre l’abitato fino a perdersi nel deserto, una sensazione che ho sperimentato solo un’altra volta in vita mia in una città, trent’anni fa in Patagonia, a Rio Gallegos. Albuquerque come Rio Gallegos e in effetti il panorama attorno, lo spazio infinito, ricordano proprio la pianura patagonica attorno a Rio Gallegos. Anche il clima, la neve sul rilievo del Sandia Peak che chiude il deserto e la città a oriente, il Rio Grande che scorre al confine dell’urbanizzazione.
Albuquerque è in quota, il deserto qua sta attorno ai millecinquecento metri. Rovente d’estate, freddo d’inverno. A Santa Fe, un’ottantina di miglia a nord, c’è una stazione sciistica importante. Siamo sulle ultime prominenze delle Montagne Rocciose che si perdono nel deserto pellerossa.
Le case di Albuquerque sono tutte di un piano o due e l’architettura imita la vecchia tradizione coloniale. I condomini sono moderne copie delle case di argilla che si vedono nei film western, coi tronchi infilati in orizzontale a sostenere il tetto.
Gli spazi sono americani, va da sé. La città è attraversata dai soliti viali a otto corsie, il traffico è irrilevante. Come al solito l’America non è un paese a dimensione pedonale. Non esistono pedoni, non esistono marciapiedi quasi ovunque, tutto è distante, sparso, prendi un taxi per andare dall’hotel a downtown e fai venti miglia di freeway ed enormi svincoli urbani, solo che a differenza di Houston o di Philadelphia non si attorcigliano attorno a un pugno di grattacieli e quartieri di villette a schiera, ma sono perduti in mezzo a questo altopiano deserto, giallastro e nero, macchiato da agglomerati di costruzioni in stile pueblo messicano e dai soliti concessionari di auto, Taco bell, Domino’s pizza, Verizon e T-Mobile, Drive-thru.
Scatto qualche foto sulla Route 66 e mi faccio portare da un taxi sulle rive del Rio Grande che, almeno qui, non è più grande del Ticino.

Piove. Mi rifugio in uno Starbucks e per un attimo torno in America, nella mia solita America. Sono circondato da americani che girano in bermuda e t-shirt, anche se piove, anche se fa freddo, anche se siamo in pieno inverno. Bambini, adulti, tutti. Vengono in bermuda e t-shirt a far colazione in hotel, ci vengono in ufficio, ci vanno a fare la spesa, ci salgono a tremila metri. Han le braccia viola dal freddo ma niente, come nulla fosse. Bermuda, t-shirt e in mano il cazzo di bicchierone di caffè o Coca Zero.
L’americano medio è il suo paio di bermuda e la sua t-shirt, come un quindicenne qualsiasi, e in culo se fuori nevica. Al massimo indossa una camicia sopra la t-shirt, o una giacchetta primaverile, la prima cosa presa a caso che trova nell’armadio, totalmente incurante di quello che gli offrirà la giornata e della situazione meteorologica, e d’altra parte devo aver già scritto almeno un altro intero post sulle giornate tutte uguali, tutto l’anno, dell’americano medio, per cui quadra tutto.

Alla Cucina Azul il cameriere mi chiede di dove sono. Quando rispondo “Italia”, sorride compiaciuto, “Ooooh, Coliseo”. Mi chiede conferma che il Coliseo sia effettivamente in Italia ed è soddisfatto delle mie rassicurazioni in merito. Chiede se Londra è lontana dall’Italia e quando gli dico che fra Milano e Londra c’è un’ora e mezza di volo, come un qualsiasi volo locale negli Stati Uniti, mi guarda incredulo.
Il mio ufficio, come al solito, si trova in mezzo al nulla, in una zona industriale al confine col deserto. A pranzo senza macchina sei perduto e infatti i colleghi vengono al lavoro portandosi da mangiare da casa, come in tutti gli altri luoghi in America dove questi mesi sono stato per lavoro.
Non ho la macchina. Di prendere un Uber per andare a pranzo, e uno per tornare in ufficio, non se ne parla. In cucina - tutti gli uffici americani, almeno quelli che frequento io, hanno delle cucine bellissime e fornitissime - ci sono dei sacchetti di patatine a fianco alle macchine per il caffè.
Mi rassegno e pranzo con un sacchetto di patatine e l’ennesimo bicchierone di caffè. Tanto stasera sarà impossibile rimanere sotto le millecinquecento calorie.

Faccio scalo a Houston (maledetto Texas, non mi molla, e d’altra parte ci torno la prossima settimana) ed è tarda sera quando atterro a Philadelphia.
Arrivo infine a Montgomeryville, Pennsylvania, e riesco a infilarmi in un locale tex-mex prima che tutto chiuda e rimanga senza cena. Ordino la cosa più leggera in lista, un'insalata con dentro qualsiasi cosa da 690 calorie, secondo il menù, e una birra "piccola" che così a occhio sta sul mezzo litro.
C'è parecchia neve in giro. Ci sono le ville di legno del New England.
Sono tornato in America.

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Random New Mexico
TAG: Albuquerque, USA, America
22.30 del 15 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
10 Duemiladiciannove so far
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Non è un buon momento per ripartire, per ragioni diverse, comunque intanto riparto ché devo ripartire, poi si vedrà.
Torno ancora in America, per la quarta volta in undici mesi, e faranno cinque in un anno col prossimo giro. La mia America è ormai una collezione di statistiche disordinate prive di correlazione, di un disegno chiaro, una trama. Aeroporti, hotel, taxi e limousine, uffici, grattacieli e zone industriali, hamburger, uova e bacon, caffè, tanto caffè, bicchieroni di carta e tazze di caffè filtrato, con un goccio di latte scremato, il bastoncino di legno in Texas, la cannuccina di plastica in Ohio, il cucchiaino lungo in Pennsylvania. Chissà cosa troverò in New Mexico.

Vado (anche) in New Mexico, questa volta. Ho scoperto, tardi, che il mio hotel è vicino agli impianti da sci. Impianti da sci in New Mexico.
Io credevo ci fosse il deserto e il deserto in effetti c'è, tutto attorno, ma Albuquerque è in quota, rovente d'estate e gelida d'inverno, così basta un panettone qualunque per tracciare una manciata di piste e farne una stazione sciistica. C'è anche, pare, la funivia più lunga del mondo, per quanto dubito sia davvero più lunga di quella del Tatev.
Ho dato un'occhiata su internet, c'è neve. Parecchia, come ci si può aspettare da una stazione invernale americana. Ho sfrugugliato un po' per il web e ho verificato che ci sono dei negozi che affittano tutta l'attrezzatura necessaria, compreso l'abbigliamento.
Ho spostato il volo per Philadelphia e ho allungato la mia permanenza ad Albuquerque prendendo un giorno di ferie.
Poi si vedrà.

Ho un piano di volo complesso, otto voli: scalo a New York, troppo in corsa a questo giro per approfittarne, scalo ad Atlanta, a distanza di otto anni dal mio primo giro del mondo, poi Albuquerque, poi scalo a Houston, sempre Houston.
E torno quindi a Philadelphia e poi ancora, di nuovo, a Houston. Dove d'altra parte tornerò nuovamente a marzo e poi più avanti ancora. Houston state of mind.

Ho un biglietto per una partita di hockey a Philadelphia. Volevo tornare a vedere l'NBA, ma i Rockets saranno in trasferta quando sarò a Houston. Arriverò però in concomitanza col festival nazionale del rodeo: ho una sola giornata di sovrapposizione, proprio quella dell'inaugurazione, in cui d'altra parte ho alcune riunioni importanti in agenda, che sono poi la ragione per cui vado a Houston, non il festival nazionale del rodeo. Chissà se riuscirò a metterci piede.
Sarà però la prima occasione in cui trascorrerò un weekend in Texas e può essere che a questo giro ci scappi finalmente la visita alla NASA.

O forse rimarrò inchiodato in qualche hotel con l'influenza e la febbre, ché son qui a casa con Leonardo atterrato da due giorni. Ho messo in valigia una scorta di Tachipirina e Tachifludec, e un termometro. Qualcosa mi dice che a breve potrei averne bisogno, scommetterei fra Albuquerque e Philadelphia.

Intanto aggiorno la mappa del 2019, che d'altra parte è una mappa in movimento continuo, come questi mesi avanti e indietro, questo strano vivere da pendolare attraverso i continenti.
Non riesco quasi più a correre, a malapena trovo il tempo una volta a settimana. A questo giro mi porto le scarpette e il Garmin, magari è la volta che sfrutto un po' le palestre degli hotel.

Non è un buon momento per ripartire, no, ma intanto ripartire devo. Porto con me due libri e la nuova cuffia della Bose che ho comprato per i viaggi in aereo.
Poi si vedrà.

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TAG: usa, houston, Albuquerque, Philadelphia
19.53 del 10 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Houston secondo me
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Quindi la scorsa settimana mi son preso un pomeriggio, il pomeriggio del mio compleanno, mi son fatto dare un passaggio da Bobby e ho fatto un giro in centro a Houston.
Houston è proprio quella roba lì che uno - perlomeno io - si immagina. Prendi l'auto anche per attraversare la strada e andare all'edicola, perché il pedone a Houston non è previsto. Nemmeno l'edicola per la verità.

Houston (l'ho già scritto, sì?) è una ragnatela di svincoli autostradali, un pugno di grattacieli ad uso uffici a downtown, parcheggi all'aperto e parcheggi a silos di proporzioni adeguate al Texas, concessionari d'auto, burger king, tacos drive, burger drive e occasionali centri commerciali. L'attrazione più visitata a Houston è The galleria, un centro commerciale, nemmeno troppo grande e nemmeno a downtown.
Sono stato un'ora a gironzolare per The galleria, ho messo piede all'Apple Store, che è uguale a tutti gli Apple Store del mondo ma aveva esaurito gli AirPods, ho messo piede al Microsoft Store che vendeva Dell e HP, ho messo piede al Tesla Store, sono stato dentro alla Tesla Model 3 e non mi è piaciuta, ho messo piede da Macy's, da Oakley, da Starbucks e in qualche negozio di abbigliamento, e alla fine è stato come trascorrere un'ora al Gigante di Villasanta a menarsela.
Non ho comprato nulla e lì è finita Houston.

Houston è armata, così armata che all'aeroporto alcuni cartelli all'ingresso delle partenze raccomandano di non entrare con armi non dichiarate. Se sono dichiarate va tutto bene, ma non ho capito se è poi necessario imbarcarle o si possono portare come bagaglio a mano.
Houston è fredda a gennaio e rovente d'estate, flagellata dall'umidità, dalle zanzare, dalle inondazioni e battuta pure dagli uragani. Sostanzialmente un posto di merda, tipo che almeno a Cologno Monzese ci sono i bar dove rovinarsi alle slot machine, a Houston al massimo puoi sfondarti di hamburger chiuso in macchina dentro un parcheggio.

Sono stato a Houston una settimana e ho preso tre chili, perché in America c'è sempre 'sta cosa che a colazione te la menano col latte scremato, parzialmente scremato, scremato al novanta per cento, totally fat free, e sedici diversi tipi di dolcificante zero calories, e poi però ti puoi ammazzare con uova e bacon e pancakes e waffles con lo sciroppo d'acero e pane fritto e imburrato e muffin da ottomila calorie, e gli hamburger partono da novecento calorie in su, fino ai jumbo combo da duemilacinquecento più mezzo chilo di patatine fritte, serviti sotto a un cartello che ti ricorda che il fabbisogno calorico medio giornaliero è di duemila calorie e che devi fare attività fisica, mentre accosti direttamente al McDrive a bordo del tuo pickup da sette tonnellate, ottomila di cilindrata.

Così sono stato a Houston e aumenta il numero delle città americane dove sono stato in questi anni senza aver mai fatto davvero un viaggio in America. Numero che peraltro è pure destinato ad aumentare, così come quello delle volte in cui mi accingo a tornare in America a breve - pure a Houston - per cui alla fine sarò stato in America settordicimila volte, ma tutti continueranno a parlarmi del Grand Canyon e di Las Vegas.

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Houston, Texas
TAG: Houston, Texas, USA
00.19 del 01 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
27 American style
GEN Masterchef, Diario
Così gli anni volano via, io sono appena rientrato dagli Stati Uniti e Leonardo è partito (quasi) da solo per Londra, e questa mattina all'aeroporto lo guardavo all'imbarco in mezzo ai suoi compagni e pensavo che in qualche modo è un passaggio del testimone, e un po' mi sono commosso, ché alla fine è pur sempre ieri che lo tenevo in braccio e lo mettevo a letto raccontandogli le storie.

E quindi niente, pancakes. Che mi son venuti proprio bene, va detto (va detto anche che è la terza colazione, dopo quella all'alba appena svegliato e quella in aeroporto).

Pancakes
TAG: pancakes
11.54 del 27 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Fahrenheit cinquantaquattro
GEN Diario
Così per la prima volta in vita mia il giorno del mio compleanno sono altrove. A Houston fa freddo ed è la terza volta in dieci mesi che torno negli Stati Uniti. A Houston non c’è nulla, così nulla che negli hotel è normale ordinare da mangiare dai fast food a domicilio e farselo portare in camera.
C’è un pugno di grattacieli a downtown, un reticolo infinito di autostrade a sedici corsie che le si attorciglia attorno, e niente altro. In giro nessuno, la gente qui si sposta solo in macchina. Non ci sono quasi negozi, a meno dei centri commerciali, non ci sono ristoranti, a meno dei fast food, dei burger king, dei tacos, dei pizza take away. Houston è la città col più alto tasso di obesità degli Stati Uniti e il maggior consumo di aria condizionata.
Non c’è alcun motivo al mondo per venire a Houston, a meno che tu non lavori a Sugar Land. Io ora sto lavorando a Sugar Land.

Così ho cinquantaquattro anni e grazie ai fusi orari ho due giorni e sette ore in più dell’età anagrafica. Il 2019 è iniziato da soli ventuno giorni e ho già volato quattro volte, attraversato un oceano, messo piede in quattro paesi stranieri e fatto un’altra foto con l’elmetto.
Cinquantaquattro anni sono un discreto precipizio dal quale provare ad affacciarsi e guardare giù. Vito ne aveva cinquantacinque. Stefano ne aveva quarantasette e qualche giorno fa se n’è andato anche lui senza avvisare, come Vito, per caso, non per ingiustizia, ché la giustizia e il senso non c’entrano nulla, il caso sì.
Io Stefano lo conoscevo, Vito praticamente no, e tuttavia i sottotitoli che scorrono sotto l’immagine riflessa ogni mattina nello specchio sono gli stessi.

Così sabato eravamo in chiesa, il trolley appena disfatto lasciato sul letto di casa, ché ero appena rientrato dalla Germania e dovevo ripartire subito per gli States, e mentre ero in chiesa pensavo che era tanto tempo che la morte non colpiva così vicino, e che forse la cosa davvero priva di senso è che ci alziamo ogni mattina, non che il caso ci porti spesso via senza avvisare, un po’ quando vuole, e che dovremmo stupirci di più ad ogni nostro risveglio e farne qualcosa di utile.
Poi invece non ci riusciamo quasi mai e amen. Perlomeno, io non ci riesco.
Così sabato in chiesa pensavo che sono un po’ stronzo e anche che un po’ di fede, o perlomeno il dubbio, non guastano mai.

Così, dopo non so più quanti anni che ci raccontiamo le nostre vite ed essermi tenuto per tutto questo tempo ostinatamente a distanza da ogni altra occasione di intrecciarle davvero, è capitato che (mi) ci volesse una chiesa per conoscere infine .mau., e MrFisk, e dirsima, e Bob Draco, e anche altri che non sono (stato) capace di ricordare già l’istante dopo esserci presentati e spero mi perdonino se e quando ricapiterà che ci incontreremo di nuovo e non li riconoscerò, perché no, il contesto non favoriva, e già io non sono fisionomista di mio, anzi, sono un vero disastro, ho anche scritto un post non molto tempo fa sul fatto che non mi ricordo delle persone dopo che me le hanno presentate, nemmeno se ci sto assieme per tre ore in riunione chiuso dentro una stanza, figùrati lìpperlì che perdipiù ero già di mio parecchio altrove, occupato a cercare di distogliere lo sguardo da un po’ tutto e a divincolarmi dal disagio, dall’inadeguatezza, dallo smarrimento, dall’inevitabile transfer dell’immaginare il destino che scambia la carta d’imbarco col tuo vicino in coda nel quale ti rispecchi, per poi scacciare immediatamente il pensiero, vergognandoti anche un po’ del provare a far tuo anche per un solo istante quel dolore che non ti appartiene e che ti appare sconfinato.

Così, dopo la messa, ero lì in disparte fuori dalla chiesa, incapace a trovare una collocazione giusta al mio malessere, e osservavo con la coda dell’occhio la folla, cercando di non perdere di vista i movimenti di Lorenza, mia unica guida nel mondo immaginario, sperimentando la sensazione del tutto straniante di conoscere tutti e non conoscere nessuno, non avere la minima idea di chi fossero le persone attorno a me eppure sapere probabilmente molte più cose di buona parte di loro di quanto non sappia cosa combinano i miei figli a scuola ogni giorno, e l’impossibilità e l’incapacità di associare un volto reale ai nickname e a ciascuna di quelle storie quotidiane che mi accompagnano da anni, rendermi conto di non aver mai assimilato davvero nemmeno le fotografie e gli innumerevoli selfie che pubblichiamo di continuo, e dunque la disarmante e sorprendente estraneità di quella che è la mia abituale e familiare comfort zone, come i pezzi alla rinfusa di un puzzle dentro a una scatola priva della figura intera.
Vorrei ringraziare MrFisk e .mau., gli unici peraltro ai quali avevo già dato un volto a priori, per avermi sottratto a quel disagio e anticipato nel rompere il ghiaccio. E sì, ci sarebbe voluta tutt’altra occasione. Capiterà spero.

Così non l’ho mai fatto e ho sempre volutamente evitato di interrogarmi sul senso di una comunità alla quale appartengo da anni (le appartengo?), incomprensibile a chiunque altro io frequenti al di qua del monitor, così ad altrui incomprensibile da averci scritto anni fa un post particolarmente polemico, mirando dritto alla mia generazione e agli amici coi quali divido bottiglie di vino fin da quando nemmeno avevo la patente, così a fuoco che sono certo quegli stessi amici mai lo abbiano letto, pur essendo il post in assoluto più letto in sedici anni di questo blog.
Capiscono molto più Leonardo e Carola quando racconto loro di amici in ogni dove che fanno e sanno cose che io non so e non faccio, e pur sempre resto convinto, un po’ come Yeridiani, che almeno per quanto mi riguarda il confine del monitor contribuisca alla conservazione della mia comfort zone e al mio essere quel che sono, mi consenta di riappropriami ogni giorno della mia identità.
Ciò non toglie che talvolta poi io scavalchi il monitor. Con Stefano (e Federica) lo avevo scavalcato, naturalmente un po’ trascinato a farlo.
E alla fine è tutto lì.

Stefano era un viaggiatore, più di me, di quelli che ho sempre invidiato un po’. Ci siamo conosciuti nel momento in cui io volavo di meno e lui di più, ci siamo raccontati i nostri voli e i nostri figli hanno giocato insieme sul tappeto di casa. Ci siamo frequentati poco. Io frequento poco tutti, a volte forse troppo poco, a volte quasi per nulla, ma Stefano istintivamente mi piaceva molto. Quelle cose che ti annusi e il resto va un po’ da sé, o forse te lo immagini e basta.
Ho sempre invidiato soprattutto il suo avatar.
Vorrei dirgli che le foto con l’elmetto sono un po’ ispirate a lui, ma è tardi.

Il mese prossimo dovrei tornare nuovamente negli Stati Uniti, volare in New Mexico, poi andare direttamente in Brasile e poi ritornare ancora in Texas dal Brasile. Poi voglio stare a casa un po', che ho cinquantaquattro anni, ho delle cose e una vita a casa di cui occuparmi, e non voglio più partire da solo.
Dice che i blog sono tornati di moda. Per febbraio sono già a posto.
Da qualche tempo non riesco più a governare i capelli e mi appaiono sempre più bianchi, o forse sono io che mi sembro sempre più stanco.

compleanno20192
TAG: Houston, Texas, compleanno
06.07 del 21 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
06 Ritorno all'Aletsch Arena
GEN Viaggi verticali, Spostamenti, Diario
Dice che nel 2019 i blog tornano di moda. Questo non ha mai chiuso since 2003, nonostante qualche guerra, le magagne tecniche, l'ormai cronica assenza di manutenzione da qualche anno, le mie numerose vite che cambiano in continuazione, le stagioni che non ci sono più, eccetera.
In questi sedici anni sono cambiato io, sono cambiate le cose che scrivo e il mio modo di scrivere, sono cambiati i contenuti - viaggi a parte, ché di quello scrivo sempre, e del resto fin dall'inizio i miei spostamenti sono stati il fil rouge di questo sito, non bastasse il nome.

Comunque niente, dice appunto che tornano i blog e io in realtà volevo scrivere due righe sul mio ritorno a Fiesch sei anni dopo, questa volta coi ragazzi, a Fiescheralp per la verità, ché nell'hotel di allora - e in tutta Fiesch - posto non ne ho trovato, e peraltro Fiescheralp è tutt'altra storia, lassù isolata a duemila-e-due, raggiungibile solo in funivia, minuscola, niente più di un antico alpeggio trasformato in esclusiva stazione sciistica, due alberghi, piuttosto spartani invero, almeno il nostro, un negozio, la stazione della funivia e qualche baita, un gatto delle nevi e alcune motoslitte per spostarsi durante il giorno se non hai gli sci, e la sera, quando cala l'oscurità e la funivia chiude, fine, silenzio totale, gelo all'esterno, ché a quella quota a gennaio vai abbondantemente sotto zero, calore dentro all'hotel, vino caldo volendo, cucina svizzera, che un granché non è mai stata, un libro, buio e stelle in cielo, un paio di husky accoccolati all'esterno che si scaldano a vicenda, chiacchiericcio attorno a bassa voce, perlopiù di matrice germanica, alcuni inglesi due tavoli più in là.

Di giorno invece ti infili gli sci sull'uscio dell'albergo e al rientro te li togli praticamente in camera, dopo una giornata intera trascorsa a macinare chilometri e chilometri di neve battuta e non, col panorama infinito dell'Aletschgletscher, di tutti i quattromila dell'Oberland, del Monte Rosa e del Vallese, e la piramide del Matterhorn a segnare l'orizzonte infinito dal piccolo Himalaya che ha dato il nome a Concordia, al cospetto del K2, e dunque.
Che giornate spettacolari, di neve, sole, cielo cobalto e freddo intensissimo, fino a venti sotto zero, ma accidenti, che scia di tracce meravigliose e la sorpresa di quasi nessuno attorno, chilometri e chilometri e chilometri di neve bella per quasi noi soli.

Un po' sì, mi è mancata la consolidata familiarità della Valchiavenna, i volti di sempre, le chiacchiere serali con gli abituali incontri a scadenza annuale, i pranzi con gli amici alla Baita del Sole, le infinite discussioni sulle condizioni del Canalone, quest'anno è dura, quest'anno è troppo tracciato, quest'anno son meglio i Camosci, quest'anno vengo su solo per il Canalone, quest'anno ci vuole l'Arva, quest'anno la funivia è sempre chiusa. Quest'anno non siamo andati.
Per la verità non ci credevo davvero, un anno fa, quando scrivevo che quest'anno saremmo andati altrove.
E invece.

E invece abbiamo fatto bene, molto bene. Ha fatto bene a tutti e tre.
La Tunnelpiste non è il Canalone, ma l'attacco a cinquanta gradi è come lo ricordavo: verticale. Duecento metri di vera picchiata dove è vietato cadere. Nemmeno il Pas de Chavanette, il leggendario Muro svizzero di Champery, è così fuori dal codificato. Per quante volte la puoi ripetere, hai sempre un attimo di esitazione prima di oltrepassare l'orlo dell'attacco e affrontare la prima curva a salto verso il basso, calcolando il movimento e sperando che il fondo non sia troppo ghiacciato.
E poi l'esposta cresta dell'Eggishorn, affacciata sul ghiacciaio dell'Aletsch, spazzata da raffiche di vento a cento orari che a tremila metri sollevano nubi di polvere d'argento contro la luce radente del tramonto. Una discesa sempre mozzafiato, vertiginosa, per chiudere in modo perfetto la giornata prima che il sole scompaia dietro il Cervino.

E poi, ancora, niente. Non è la Valchiavenna e non è l'Aletsch Arena. È che nella mia aria sottile sono sempre a casa, ovunque. Mi bastano poche ore e tornare a valle diventa ogni volta sempre più un obbligo inaccettabile, l'anomalia di un altrove che non mi appartiene, proprio a me che appartengo ad ogni altro altrove.
Domani inizia un anno nuovo in pianura e io non sono mai acclimatato.

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Tutte le foto sono qui.
TAG: Aletsch, Fiesch, sci, montagna
22.58 del 06 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
01 È già un anno fa
GEN Diario
Così ho detto ciao all'anno vecchio. #LastRun2018

2019.01.01
TAG: selfie
14.33 del 01 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
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