Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Storia delle mie notti ai tempi del lockdown /1
LUG Fotoblog, Fotografia
Cose che in questi mesi ho imparato scattando millemila foto alla Luna. Alcune elementari, altre ovvie - dopo averle lette da qualche parte; altre meno scontate, frutto perlopiù di tentativi e confronti.

Uno. Se il soggetto è solo la Luna, ovvero se rimaniamo nel campo dell'astrofotografia e non stiamo parlando di roba tipo "la Luna e il campanile", "la Luna e il mare", "la Luna, io e tu", il plenilunio è in assoluto il momento peggiore per tirar fuori delle foto decenti.
A pensarci, certo: quando è luna piena la luce del Sole colpisce perpendicolarmente la superficie, un po' come da noi a mezzogiorno, quindi niente ombre, niente rilievo, niente profondità. In qualunque altra fase l'illuminazione è più radente ed esalta crateri e rilievi, restituendole tridimensionalità. A margine, ho letto che i risultati migliori si ottengono con la luna calante, quando è circa fra il settanta e l'ottanta per cento. Confermo.
Mi sono anche scaricato una app che indica fase lunare e posizione nel cielo in base a calendario, ora e luogo, così posso programmare le mie serate fotonerd (ho scaricato anche altre app per altre cose che c'entrano in qualche modo con la Luna e più in generale con l'astrofotografia, ma ne parliamo alla fine).

Due. Il treppiede. E vabbè, ovvio. Ma c'è treppiede e treppiede, e non è vero affatto che uno qualsiasi va bene, perlomeno con la reflex e un'ottica pesante.
L'astrofotografia richiede la messa a fuoco manuale, soprattutto nel caso della Luna (o del Sole) usando lo zoom spinto a lunghezze elevate. Senza autofocus e comando a distanza, qualunque microvibrazione impercettibile trasmessa dalla mano alla macchina fotografica si propaga lungo le gambe del treppiede, che se è troppo leggero e poco stabile causa un'oscillazione tellurica dell'inquadratura, amplificata in modo proporzionale alla lunghezza della focale. Insomma, sembra di guardare un terremoto.
Quindi, meno il treppiede è solido e proporzionato alla macchina fotografica, più è impossibile mettere a fuoco in modalità manuale, più basterà poi un alito di aria fresca perché l'inquadratura rimanga irrimediabilmente microsfuocata.

Tre. La messa a fuoco, appunto. In modalità manuale, la precisione usando il live view batte dieci a zero quella ottenibile attraverso il mirino.
In genere con la Canon 80D questo è vero anche con l'autofocus, perché per la regolazione il live view fa uso di tutti i punti dello schermo LCD, mentre il mirino ottico utilizza al massimo quarantacinque punti AF. Nel caso di messa a fuoco manuale della Luna, il live view consente di procedere per step successivi, avvicinandosi in modo progressivo con lo zoom digitale e regolando la nitidezza passo per passo.
Con la visione attraverso lo schermo LCD è anche possibile verificare la simulazione dell'esposizione e avere un'idea abbastanza precisa del risultato finale.
Tutta l'operazione di messa a fuoco va fatta veloce, per via del punto Quattro.

Dunque, Quattro. La luna si muove, tanto. Sembra ovvio dirlo, è molto più strano vederlo davvero via via che ci si avvicina con l'inquadratura. Di conseguenza, più si spinge la focale verso lunghezze significative, più è complicato metterla a fuoco e più bisogna fare attenzione al tempo di scatto, perché se l'esposizione è troppo lunga la foto verrà - incredibilmente e per quanto appoggiati a un treppiede - mossa.
Inoltre, se una mossa non ve la date voi mentre mettete a fuoco e se usate una focale molto spinta, tipo 500mm e oltre, al momento di scattare la Luna non sarà più dov'era mentre trafficavate con la regolazione, e quel che è peggio a volte sarà addirittura uscita dall'inquadratura.

Cinque. Scattare ovviamente in modalità manuale, usando un tempo il più rapido possibile e cercando di tenere gli ISO non troppo elevati, perché Luna+atmosfera+luce diffusa+zoom uguale rumore, molto. Diffidate di coloro che consigliano di scattare a ISO 800 o 1600. (Perlomeno a me) vengono delle schifezze.
Dopo settordicimila tentativi a diverse distanze focali, con e senza filtri, ho appurato che per quanto mi riguarda il diaframma perfetto per la Luna è f/11. È vero a 500mm col Sigma 50-500mm e a 300mm col Canon 70-300mm e con il Tamron 16-300mm, con e senza moltiplicatore di focale.
A f/8 le foto sono sempre un po' meno nitide, a f/13 e oltre emergono troppe aberrazioni.
A f/11 si riesce a scattare a ISO100, sebbene abbastanza al limite col tempo di scatto.

Sei. Non è vero che coi filtri ND si ottengono risultati migliori, anzi.
Da qualche parte avevo letto che per fotografare la Luna è sempre consigliato montare un ND64, o addirittura un ND1000, e mi sono dunque procurato i filtri corrispettivi per il Sigma 500mm, spendendo un patrimonio. Non avendo mai usato filtri a densità neutrale, mi sono fidato, anche perché pare che siano gli unici filtri dei quali un buon fotografo non dovrebbe mai fare a meno.
In verità, poiché gli ND mangiano progressivamente una quantità di luce esagerata, gli eventuali vantaggi ottenibili in questo tipo di fotografia vanno inesorabilmente a discapito dei miei punti precedenti: preferenza a ISO bassi, velocità di scatto elevata, diaframma piuttosto chiuso, tutte condizioni che diventano impossibili con un filtro a densità neutrale di valore elevato montato sullo zoom. Con un ND64 e il diaframma a f/11, bisogna portare gli ISO almeno a 800 e il tempo di scatto attorno al secondo.
Portatemi una foto della Luna perfettamente nitida e luminosa, scattata con un ND64 o un ND1000, e sono pronto a ricredermi. Nel frattempo vendo serie di filtri a densità neutrale, praticamente nuovi, diametro 95mm.
(Magari poi basterebbe usare un ND8).

Sette. Scattare sempre in RAW, naturalmente. Usare Adobe Camera Raw per rimuovere foschia e aberrazione cromatica ai bordi e attorno ai crateri, e dare una limatina a rumore, nitidezza e contrasto. Ribilanciare il bianco. Fine.
Personalmente, se lo zoom è spinto (da 500mm in su) preferisco non croppare. È meglio una Luna un po' più piccola nel terzo in alto, che una Luna centrata a riempire tutta l'inquadratura. Questo naturalmente a meno di non essere capaci a fotografare la Luna allo stesso modo esponendo altrettanto correttamente altri soggetti nell'inquadratura. Io non sono (ancora) capace.

Comunque adesso sono pronto per la lunga eclissi del 27 luglio.
[Rettifica: ho letto tre minuti dopo aver pubblicato il post che il 27 non ci sarà alcuna eclissi, è una vecchia notizia del 2018 ripresa per sbaglio da parecchie testate. E vabbè.]

Moon2020
Sigma 50-500mm, focale a 500mm con Kenko 1,4x, ISO100, f/11, 1/15s

E insomma, non viaggio (ancora), non dormo, faccio poche cose. Così (di notte) studio quel che davvero mi piace, che è poi quel che avrei dovuto continuare a fare trent'anni fa, e vabbè. Meglio tardi che mai.
La cosa più interessante è che studio ciò su cui trent'anni fa, per l'appunto, ho fatto la tesi di laurea e su cui ho poi lavorato per ben cinque anni. Vedi la vita, a volte.

Guardo per aria, mi preparo, faccio prove.
Ho imparato la Luna, o almeno un po'.
Sono riuscito a fotografare (male) il transito solare della ISS, di cui ho brevemente raccontato qualche settimana fa.
Da qualche giorno sto tentando coi fulmini, ma i temporali di questi giorni han fatto solo un gran baccano e al massimo qualche bagliore diffuso in mezzo alle nuvole, e invece avrei bisogno di qualche bella scarica ramificata. Comunque tengo la macchina pronta, fissa sul treppiede davanti alla finestra di camera. In questo caso peraltro il filtro ND64, e forse anche l'ND1000, servono sì, ma quelli di diametro 77mm, che mi sono costati molto meno.
In agenda ho la cometa Neowise. Qualche chance ce l'ho: dovrebbe essere ben visibile dalla mia terrazza e starà in cielo ancora un po' di giorni. Ovviamente stasera è nuvolo a nord - nord ovest, dove si trova lei, e perfettamente limpido altrove.
Nel frattempo sto approfondendo le tecniche per l'astrofotografia. Studio parecchio e mi attrezzo di conseguenza comprando un sacco di cianfrusaglie e spendendo soldi per roba che potrei usare una sola volta in vita mia, o anche mai. Ad esempio, stasera ho comprato un inutile intervallometro, inutile perché tutto sommato ho già un telecomando e potevo benissimo usare quello, e ho messo nel carrello una maschera di Bahtinov.
Secondo me, quando ci si imbatte (prima) nell'esistenza della maschera di Bahtinov e (dopo) si decide pure di comprarla, ecco, quello è il momento in cui ci vorrebbe qualcuno al fianco che ti ama davvero, ti accarezza la testa, ti chiude il computer e ti prepara una tisana calda.
Poi ho iniziato a preparare i bias frame e i flat frame. Ho capito che i dark frame devo scattarli solo poco prima dei light.
Quando (a cinquantacinque anni) ci si imbatte (prima) nei bias frame e nei flat frame, e (poi) si decide pure di passare una serata a scattare quattrocento foto per prepararli, ecco, quello è il momento in cui si capisce che drogarsi seriamente a vent'anni avrebbe probabilmente fatto male, ma forse avrebbe aperto a una vita più frizzante.

Siccome non sono certo che userò mai davvero i miei bias frame (né che persevererò in questa faccenda), ne metto qui uno, così, perché è comunque bello.
Se sapete cosa sono i bias frame, sì, ho ovviamente alterato l'originale con Adobe Camera Raw portando esposizione e luce al massimo.

Bias
"Bias frame" estratto dalla Canon 80D

Infine ho scaricato sul cellulare anche una app per l'osservazione del cielo, una che localizza temporali e fulmini in tempo reale, un orologio atomico, una per l'analisi dell'inquinamento luminoso, una per il calcolo dell'NPF, una per il calcolo dei transiti astronomici e infine quella già citata per il calcolo dell'orbita lunare. Sul Mac invece mi sono installato un paio di app per lo stacking fotografico massivo.
Intervallometro, maschera di Bahtinov, bias e flat frame, app, eccetera, farebbero parte accessoria del programma in pista per il prossimo mese.
Si suppone che la Luna sia solo un esercizio e che questo post sia la prima puntata di una storia che continua.
Che davvero mi ci metta, è tutto da vedere.
TAG: Luna, astrofotografia, fotografia, Canon
11.21 del 13 Luglio 2020 | Commenti (0) 
   
28 Da quel che resta
GIU Viaggi verticali, Diario
Da qualche parte bisogna sempre ripartire. Io riparto dal Monviso, a centosette giorni dall'inizio del mio lockdown, centoquarantuno dall'ultima volta che sono andato in montagna, centocinquantacinque da quando sono atterrato a Malpensa l'ultima volta. È una montagna nuova per me, per questo l'ho scelta. Perché avevo bisogno di ripartire da qualcosa di nuovo.
Un tempo sarei ripartito salendo da solo sulla cima, oggi riparto camminando coi ragazzi.

A guardarlo da vicino, ad avvicinarglisi dal Pian del Re seguendo il corso dei torrenti che dilavano dai ghiacciai in quota e vanno a confluire nella sorgente del Po, via via che la parete nord riempie l'orizzonte e diventa sempre più grande, il Monviso assomiglia a un incrocio fra il K2 e l'Everest. Una perfetta e isolata piramide di roccia e ghiaccio a chiudere la valle, la cui sagoma e proporzioni ricordano moltissimo il versante settentrionale della seconda cima della Terra, ma nel cielo cobalto la linea di vetta disegna a destra la stessa diagonale obliqua della cresta sud-est dell'Everest, verso l'anticima sud, identica a come appare dal versante nepalese. È incredibilmente precisa, persino nella geometria degli angoli: potresti sovrapporre perfettamente le foto delle due montagne.
Non c'è quasi nessuno sulla via per il Quintino Sella. Solitudine totale oltre il lago Chiaretto, dove la traccia del sentiero risale i ghiaioni delle morene e attraversa i primi nevai.
Col calore del mezzogiorno il ghiacciaio pensile della parete nord scarica parecchio. I boati delle frane e delle slavine fanno paura sufficiente per fermarsi a valutare la distanza fra il percorso davanti a noi e l'enorme nuvola di polvere sollevata dalle tonnellate di ghiaccio e roccia che rimbalzano nel vuoto e vanno a schiantarsi centinaia di metri più in basso, accumulandosi sui coni detritici alla base. Quest'anno la stagione è in ritardo, al Pian del Re mi avevano avvertito.
I rifugi sono ancora chiusi, non c'è un'anima e il segnale del cellulare ce lo perdiamo dopo meno di un'ora. Sulle Alpi è una situazione ormai davvero rara, non mi capitava da una vita. Siamo finalmente altrove. Monviso, Himalaya.

Non ho certo pensato a portare i ramponi, né abbiamo i bastoncini. Non li uso praticamente mai, di solito mi danno fastidio a camminare e i ragazzi preferiscono far senza, ma per attraversare i frequenti nevai che incontriamo in alto una volta tanto sarebbe meglio averli, anche perché la traccia è poco battuta e piuttosto scivolosa.
Così niente, ci fermiamo dopo qualche ora a quota duemilacinquecento e rotti, prima del traverso finale sotto al colle del Viso. Troppa neve, troppo scivoloso senza nemmeno poter contare su un bastone da piantare.
La giornata è magnifica, il cielo blu come solo l'aria sottile sa regalare.
La montagna è tutta per noi ed è una montagna meravigliosa.
Siamo in alto, siamo soli, siamo senza mascherina. Il Corona è laggiù a valle da qualche parte, quassù finalmente lo dimentichiamo per qualche ora.

È stato un anno senza primavera. Era febbraio l'ultima volta che mi sono allontanato dal triangolo casa-supermercato-lavoro. Da inizio marzo, poi, non ho più visto nemmeno l'ufficio: il mio universo si è ridotto da allora a un cerchio del diametro di dieci chilometri.
Sono stato scollegato per così tanto tempo dal mondo che sono partito senza nemmeno rendermi conto che è estate. Che fa caldo. Che il sole picchia, soprattutto a fine giugno, soprattutto in alta quota, soprattutto sulla neve.
Sono partito senza cappellino e crema solare. Sono sceso a valle dopo due giorni con la pelle completamente viola, bruciata dal sole. Ho il volto e un braccio ustionati in modo preoccupante, perfino per me che non sono proprio nuovo a questo genere di disavventure.
Il naso mi si è letteralmente sbriciolato due volte consecutive in tre giorni. Il braccio si è ricoperto tutto di bolle, come fosse venuto davvero a contatto con il fuoco.
Mi brucia, lo guardo: è la misura di quanto abbia perso la percezione di ogni cosa. Della follia di questi mesi, dell'universo parallelo nel quale siamo precipitati.

La verità è che non mi interessa parlarne, non mi interessa scriverne e nemmeno più leggerne. Mi interessa pressoché zero quel che ne pensa la gente, tutta, e ormai seguo anche molto distrattamente l'evolversi della situazione in generale. Ho altro di cui curarmi, altro me stesso.
Nelle ultime settimane, da quando ho ripreso più o meno a vivere (quasi) normalmente, mi sono creato un protocollo di sicurezza personale, adeguato al mio abituale stile di vita, in linea con il modo in cui mi sono sempre comportato e rapportato a situazioni potenzialmente a rischio.
Va bene per me, sicuramente apparirebbe totalmente inadeguato agli occhi di molti, certamente fin esagerato per altri. Proprio per questo non mi ci metto nemmeno. Mi tengo fuori dalle discussioni e fine.
Osservo dalla stessa distanza quelli che si ammassano al bancone del bar con la mascherina attaccata a un orecchio e quelli che si lavano le mani sei volte prima di indossarla, ne cambiano una ogni quattro ore, lavano le borse della spesa e la casa intera con l'Amuchina e quando rientrano lasciano le scarpe fuori dalla porta.
Tutto sommato, vita sociale ne ho sempre fatta quasi zero e il distanziamento lo praticavo già come scelta di vita ben prima che ci pensasse il Covid. È la mia normale unità di misura, da sempre.
Non sarà certo il virus a rendere migliore e più civile chi civile non è mai stato, né sarà peraltro la paranoia a evitarci il Corona più di quanto non possa evitarci un frontale all'improvviso dietro la curva sbagliata al momento sbagliato.

Ho dunque toccato l'ultima neve di stagione, sono stati giorni bellissimi coi figli e il tempo è stato stupendo.
Ho passato solo un pessimo momento al chilometro centosettantatrè da casa. Me lo aspettavo. Anche per questo ho scelto il Monviso, del resto.
Ho chiesto a Leonardo se conosceva la canzone che l'autoradio stava trasmettendo, ho mostrato il Monviso all'orizzonte ai ragazzi e mi sono lasciato lo svincolo alle spalle.
Da qualche parte bisogna ben ripartire.

Monviso02
Monviso03
Monviso04
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Monviso11
Monviso07
Monviso08
Monviso09

[Tutte le foto sono disponibili qui. L'obiettivo è il Tamron che mi sono regalato il mese scorso.]
TAG: Monviso, montagna, covid, coronavirus
13.13 del 28 Giugno 2020 | Commenti (0) 
   
18 14-10-16
GIU Diario
Ho fatto l'unica cosa che so fare. Ho tracciato un itinerario su Google Map.
Ho messo insieme alcune idee. Ho fatto un progetto. Piccolo, ma quanto basta, per ora.
Ho prenotato alcune cose. Ho versato un acconto.
Adesso è sufficiente che di qua a un mese non ci si metta ancora di mezzo il corona o qualunque altro evento imponderabile, ché non sono più in grado di lottare, qui, da solo.
È ora che scappi nuovamente altrove.
Per quanto non sarà facile.
Per nulla.
TAG: cose mie
15.16 del 18 Giugno 2020 | Commenti (1) 
   
07 Farsi un regalo. Anzi, due. [Parte 3/3: il "Bigma"]
GIU Fotografia
[Le prime due puntate di questa trilogia di post sono qui e qui.]

Ho impiegato del tempo a scrivere quest'ultima parte: alla luce dei primi scatti col Bigma, col dubbio di aver pagato un'autoradio ed essermi ritrovato con un mattone nella scatola, mi son messo a studiare e ad approfondire un po' di tecnica fotografica per capire perché mi venissero foto orribili, sovraesposte e terribilmente sfuocate. A conti fatti, è stato un po' come essere abituati a guidare un'utilitaria, salire per la prima volta su una fuoriserie e non riuscire nemmeno a partire perché ogni volta che molli la frizione ti si spegne il motore.

Il Sigma 50-500mm non è un obiettivo "turistico": è una lente importante, difficile da usare per un dilettante, perlomeno per me, che faccio foto un po' come se usassi sempre una compattina automatica e che fino ad oggi avevo usato solo ottiche amatoriali, salvo alcune eccezioni con focali molto più corte e maneggevoli.
Innanzitutto il Bigma fa onore al suo appellativo e pesa davvero tanto, soprattutto a confronto con i classici obiettivi da viaggio come il mio vecchio Canon 70-300mm, rispetto al quale pesa ben il triplo.
A mano libera affatica le braccia quasi subito ed è praticamente ingestibile, a meno di scatti in piena luce e con ISO elevati. E del resto è intuitivamente facile da capire: a 500mm si dovrebbe scattare almeno a 1/500, ma considerato che a quella distanza focale l'apertura massima del Bigma è f/6.3 bisogna per forza portare gli ISO come minimo a 400.
In verità è talmente faticoso da tenere in mano che volendo scattare a focali oltre i 300mm gli ISO 800 diventano pressoché indispensabili, soprattutto se il cielo è anche solo un po' nuvoloso, e a ISO 1200 si inizia a respirare. Non fosse che a quel punto si inizia anche a salutare la nitidezza delle immagini.
Insomma, senza un punto d'appoggio, un compromesso decente fra ISO, apertura e velocità di esposizione diventa dunque abbastanza complicato da trovare, già a distanze focali non estreme. In questo senso il classico ed economico Canon 70-300mm è tutta un'altra vita, non fosse altro perché ai 300mm è luminoso il doppio e pesa (e costa) un terzo.

La collocazione naturale del Bigma è dunque sul treppiede e in effetti ho ben dovuto acquistarne uno nuovo (*) per usarlo, perché quello vecchio non reggeva il peso: alla fine è pur sempre come prendere due bottiglie di acqua da (più di) un litro e mezzo e tenerle fra le mani fingendo che siano una macchina fotografica. Non so voi, ma io dopo cinque minuti ho i bicipiti affaticati e di certo non riesco a tenerle immobili.

La prima osservazione è che alla massima distanza focale, puntando l'obiettivo verso l'alto, proprio a causa del peso lo zoom tende a rientrare scivolando all'indietro e non è possibile bloccarlo. Un inconveniente non proprio irrilevante, ad esempio volendo fotografare la Luna. Scopro così perché alcuni zoom professionali hanno il blocco del cilindro non solo alla focale più corta, ma anche a quella più estesa.
La seconda osservazione, dunque, è che il Sigma 50-500mm non è proprio un obiettivo che semplicemente monti sulla reflex, scatti e via.
La terza è che non è vero che sei hai uno zoom da 500mm e gli agganci un moltiplicatore 1,4x ti ritrovi con uno zoom da 700mm che semplicemente monti sulla reflex, scatti e via. Quel che vien fuori è una schifezza inimmaginabile che nemmeno sto a dire.
Fra l'altro, probabilmente non riesci nemmeno a scattare, perché a quella distanza focale, con tutto quell'accrocchio da tre chili e passa montato sulla povera Canon, l'autofocus va completamente nel pallone ed è solo a quel punto che ti ricordi di una qualche nota in piccolo che forse avevi letto tempo fa sul foglietto di istruzioni del Kenko 1,4x, o forse fra le seimila pagine del manuale della 80D, o chissà dove altro: il moltiplicatore non trasmette tutti gli automatismi dei tele zoom oltre una certa apertura minima, e peraltro la già ridotta apertura del Bigma va - appunto - moltiplicata per il valore di ingrandimento del Kenko.
Insomma: ai 700mm ciao proprio, altroché. Perlomeno all'autofocus e in buona parte anche all'affidabilità delle letture dell'esposimetro.

Altra cose che ho imparato: col Bigma (a maggior ragione col moltiplicatore 1,4x innestato), è meglio disattivare le correzioni automatiche dell'obiettivo nelle impostazioni della macchina fotografica, come nel caso del Tamron provato la scorsa settimana.
Sebbene la Canon 80D riconosca l'ottica 50-500mm, sembra non avere in memoria i dati del Sigma e certamente si perde completamente una volta montato anche il Kenko.
Vanno dunque disattivati gli automatismi di riconoscimento della lente, che peraltro - scattando in raw - possono essere ripresi poi in ACR, che ha invece nel proprio database il profilo corretto dell'obiettivo.
E qui anticipo il primo vero riscontro del Sigma: non ho notato alcuna aberrazione cromatica, a nessuna distanza focale. Nemmeno andando a caccia di dettagli. Accidenti!
Infine, qualche dubbio su quel che avevo imparato in precedenza, ovvero sull'opportunità di disattivare lo stabilizzatore con la macchina montata sul cavalletto: a 500mm basta una minima bava di vento per osservare nel mirino una vibrazione significativa dell'apparecchiatura. Forse dovrei fare qualche scatto in più per mettere a confronto i risultati.

Comunque, per iniziare a far sul serio: col Bigma si possono ad esempio fare cose così:

Bigma301
500mm, ISO 400, f/11, t1/6, filtro ND64
Bigma302
Transito della ISS davanti al Sole (500mm, ISO 1250, f/6.3, t1/2000)

La foto del transito solare della ISS merita una breve storia a sé. Tanto che c'ero, i giorni scorsi avevo messo nel carrello di Amazon un filtro solare, non sapendo bene che farmene in realtà, a parte andare il 21 giugno in Etiopia a vedere l'eclissi anulare o aspettare quella prevista nel 2027 in Italia, per la quale però non c'è tutta 'sta fretta.
Poi mi sono imbattuto per caso in alcune foto del transito di Venere davanti al Sole e da lì a studiare la questione dei transiti astronomici è stato un attimo. È così che ho scoperto come calcolare i transiti della ISS davanti al Sole e alla Luna in funzione del punto di osservazione e, soprattutto, come imparare a fotografarli, considerato che sono eventi che durano solo pochi decimi di secondo, che è necessario trovarsi nella posizione geografica precisa e ovviamente centrare l'istante esatto, meglio servendosi di un orologio atomico.
Insomma, lascio a voi due affezionati lettori googlare tutti i dettagli tecnici del caso, ma sappiate che quel modestissimo, sfuocato e pur incredibilmente riuscito primo tentativo mi è costato ore di studio e preparazione e mi ha fatto felice come un bambino. Da oggi non solo so cosa farmene di un filtro solare, ma soprattutto ho un nuovo hobby: andare a caccia dei transiti della ISS e fotografarli decisamente meglio di quanto non sia riuscito col mio primo maldestro tentativo.

Torniamo dunque al nostro Bigma. Per dare l'idea del fattore di ingrandimento, qui sotto ho messo a confronto alcune fotografie scattate lungo tutta l'escursione dello zoom, ai suoi estremi e alle tipiche focali intermedie: 50mm, 75mm, 200mm, 300mm e 500mm. Le fotografie scattate a 700mm sono ottenute innestando anche il moltiplicatore Kenko Pro 300 1,4x.
Ad ogni distanza focale ho fatto due scatti, uno a f/8 e uno a f/11. Dopo qualche prova, confermo che sono le due aperture che garantiscono la migliore nitidezza, come avevo letto in giro: al di sotto di f/8 le foto sono sempre leggermente sfuocate, sopra f/11 bisogna alzare molto gli ISO e i risultati sono comunque inferiori.
Va inoltre ricordato che il sensore APS-C della Canon 80D introduce un ulteriore fattore di ingrandimento pari a 1,6x. A 500mm è quindi come scattare con un obiettivo di 800mm usando un sensore full frame, e col moltiplicatore 1,4x si arriva a una focale equivalente di ben 1120mm. Ovviamente montando il Kenko si perde molto in nitidezza e soprattutto in luminosità, perché l'apertura massima possibile, col Sigma a 500mm, diventa f/9. Senza un treppiede è praticamente inutilizzabile.

Bigma303
50mm
Bigma304
75mm
Bigma305
200mm
Bigma306
300mm
Bigma307
500mm
Bigma308
700mm (500mm + moltiplicatore Kenko Pro 300 1,4x)

Qui di seguito trovate i link a tutte le singole immagini originali in formato jpg, sviluppate dai rispettivi file raw applicando solo la correzione automatica di luminosità e contrasto in Adobe Camera Raw. Non ho applicato né la correzione dell'aberrazione cromatica, pressoché assente, né il profilo dell'obiettivo, che avevo disattivato anche dalle impostazioni della Canon 80D.

- 50mm: f/8, f/11.
- 75mm: f/8, f/11.
- 200mm: f/8, f/11.
- 300mm: f/8, f/11.
- 500mm: f/8, f/11.
- 700mm: f/8, f/11.

Via via che la distanza focale aumenta la fotografia scattata a f/8 è migliore e più nitida di quella scattata a f/11, fino ad arrivare a 500mm dove la differenza è decisamente netta, soprattutto nelle immagini raw originali. Alla massima estensione dunque il Sigma dà senza dubbio il meglio di sé ad f/8 e la nitidezza è davvero molto buona. Montando il moltiplicatore Kenko però l'effetto è invertito e il diaframma ad f/11 dà un risultato nettamente migliore rispetto ad f/8 (nota: mentre scrivo mi rendo conto che in effetti, come detto in precedenza, l'apertura massima consentita in questo caso sarebbe f/9, quindi ho forzato il limite senza rendermene conto. In più non mi sono accorto che a differenza dei casi precedenti ho scattato a ISO 100, fortunatamente favorito dal treppiede).
Come già osservato in precedenza, in nessuno scatto è inoltre visibile aberrazione cromatica: rispetto alle foto fatte un po' di giorni fa col Tamron è proprio un altro pianeta.

Metto quindi a confronto il fedele Canon EF 70-300mm f/4-5.6 IS USM con il Sigma 50-500mm f/4.5-6.3 DG APO OS HSM.
A 70mm il Sigma risulta decisamente più nitido del Canon, ma va detto che le foto col Canon sono scattate a mano libera, perché non avevo voglia di tirar giù il Bigma dal treppiede. Scatto però a 1/160, sto usando una lunghezza focale normale, c'è il sole e il 70-300mm è sufficientemente leggero da non aver bisogno di punti di appoggio in queste condizioni: non credo dunque che la differenza di nitidezza sia dovuta a questo fattore.
Ingrandendo le immagini al 300% il confronto è ancora più evidente.

Bigma309
70mm, ingrandimento 100%
Bigma310
70mm, ingrandimento 300%

Ancor più sorprendente è il risultato a 300mm, la massima distanza focale del Canon, alla quale peraltro è più luminoso del Sigma (f/5.6 contro f/6.3): il Sigma rende decisamente meglio e l'immagine è molto più nitida.
Potrei sempre imputare la differenza al fatto che gli scatti col Canon sono fatti a mano libera, ma osservo anche che le foto fatte col 70-300mm hanno una lieve aberrazione cromatica rispetto a quelle, perfette, fatte col 50-500mm.

Insomma, il Bigma è davvero un obiettivo eccellente, non fosse per il peso e le dimensioni che lo rendono pressoché inutilizzabile nelle situazioni tipiche in cui porto il Canon con me. Immagino di doverlo usare durante un Safari, a bordo di un fuoristrada in movimento, per catturare al volo immagini di mammiferi in corsa nella savana, oppure su un gommone oceanico all'inseguimento delle balene, come alle Azzorre: semplicemente improponibile.

Bigma312
300mm, ingrandimento 100%
Bigma313
300mm, ingrandimento 100%

Nota: i file raw originali di questi ultimi due scatti utilizzati per il confronto alla distanza focale di 300mm sono disponibili qui (Sigma 50-500mm) e qui (Canon 70-300mm).

Insomma, il Bigma è un grande acquisto, ma è chiaro che potrò portarlo con me solo in alcune circostanze, ad esempio durante i viaggi in auto e certamente non in aereo, considerati il peso e l'ingombro, e solo per far foto in circostanze particolari, sempre col treppiede (o almeno il monopiede) a disposizione. Magari situazioni come le vacanze in tenda nel parco del Gran Paradiso, o quando vado all'Elba, o ancora per qualche bella foto astronomica. E naturalmente per l'eclissi del 2027.
Diciamo comunque che trattandosi di un regalo consolatorio il suo lavoro lo ha già fatto egregiamente.

Un'ultima nota a riguardo del mio buon Canon EF 70-300mm. Questi giorni, in un ultimo lampo di follia, avevo quasi pensato di cambiarlo con l'equivalente "bianchino", il Canon EF 70-300mm f/4-5.6 L IS USM, o perlomeno col più nuovo ed ergonomico EF 70-300mm f/4-5.6 DO IS USM che usa l'elemento di diffrazione ottica.
Il bianchino costa una fucilata, ma francamente da quel che ho letto in giro non vale la pena spendere tutti quei soldi per una lente che, alla fine, ha la stessa luminosità del mio, per quanto la qualità costruttiva e dello stabilizzatore possano sicuramente essere migliori.
La caratteristica principale per la quale spendere in una buona ottica, almeno per me, sta soprattutto nella luminosità. Se proprio avessi quei soldi da buttare preferirei allora investirli in un "bianchino" serio, magari con la focale più corta, ma che mi permetta di guadagnare due o tre stop di luminosità, il vero tallone d'achille degli zoom come i miei.
Per quanto riguarda il modello a diffrazione ottica, invece, tutto sommato un pensierino lo farei: sebbene abbia la stessa luminosità del mio, è molto più piccolo e meno ingombrante, pur pesando qualche etto in più, e ha una resa qualitativa migliore (sulla carta) e tecnologia più nuova.
Sul mercato usato si trova a qualche centinaio di euro: non fosse che effettivamente non mi servirà a breve, che quest'anno non farò altri viaggi e che ho appena comprato il Tamron e il Sigma, farei l'investimento quasi certamente. Diciamo che lo metto nella lista dei prossimi acquisti.

(*) A proposito del nuovo treppiede: acquisto ottimo, rapporto qualità prezzo eccellente. Una volta tanto soldi spesi davvero bene. Ho preso questo.
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17.53 del 07 Giugno 2020 | Commenti (0) 
   
25 Farsi un regalo. Anzi, due. [Parte 2/3: prova del Tamron]
MAG Fotografia
Fatta la cazzata, non resta che verificare quanto è grande. E quindi, prima prova in strada col Tamron 16-300mm Di II VC bla bla bla, nell'attesa che mi arrivino un paio di accessori utili a corredo del Bigma (ché si sa, una volta crollata la diga della resistenza all'acquisto compulsivo, la parte più difficile è poi arrestare lo tsunami conseguente).
Nota: per quei quattro due affezionati lettori a cui interessano (?) davvero queste logorroiche ed estemporanee derive nerd, la prima puntata è qui.

Dunque, confronto iniziale fra il Tamron 16-300mm e il fedele Canon 70-300mm che fino ad oggi ha fatto un buon lavoro, pur nelle mani di un incapace come me, e al quale devo alcune belle foto come ad esempio quelle dei delfini e delle balene alle Azzorre dello scorso agosto, o quelle alla Luna di un paio di settimane fa.
Alla massima lunghezza focale il Tamron è meno luminoso, con un'apertura massima di f/6.3 contro f/5.6, ma leggo che la miglior resa per entrambe le ottiche sta fra f/8 ed f/11 e mi regolo di conseguenza.
È una bella giornata, così faccio tutte le prove a mano libera, senza cavalletto. Mentre scatto con il Canon passa una nuvola davanti al sole e le foto risultano dunque leggermente meno contrastate di quelle fatte col Tamron, ma per la mia verifica poco importa.
La prima osservazione, abbastanza strana, è che a 300mm le lenti si comportano in modo decisamente differente: l'ingrandimento dello zoom Canon è visibilmente maggiore del Tamron. Mi chiedo se sia una cosa che accade normalmente fra ottiche di marca differente a pari lunghezza nominale, ma non ho voglia di mettermi a far prove tirando fuori anche il vecchio Sigma 28-300.
Segno il punto e fine lì, anche se il minor ingrandimento del Tamron, tant'è, un po' mi scoccia, per quanto irrilevante alla fine sia, e mi rimane la curiosità di sapere quale dei due sia il più preciso in rapporto alla lunghezza dichiarata.
Nelle due immagini seguenti il fenomeno è chiaramente evidente, soprattutto nella seconda.

Bigma04
1: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 300mm
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2: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 300mm

Se volete fare qualche prova con Adobe Camera Raw, potete scaricare i file raw originali delle due foto a confronto qui (Tamron 16-300) e qui (Canon 70-300).
A parte la differenza di ingrandimento, a 300mm in prima battuta il Canon sembra essere meno nitido, soprattutto guardando il secondo accostamento, ma le prove successive dimostrano esattamente il contrario. Probabilmente nel secondo confronto il camino fotografato con la lente Canon (immagine a destra) è un filo sfocato per via della mano meno ferma e di una luce più velata al momento dello scatto rispetto a qualche minuto prima quando ho fatto la foto col Tamron.
Il confronto successivo (immagine n.3) è infatti è abbastanza impietoso e in questo esempio la foto fatta col Canon, ingrandita al 100%, a pari ISO, diaframma e tempo di esposizione, è assai più definita di quella scattata col Tamron, nonostante in quest'ulltimo caso lo scatto sia stato fatto in condizioni migliori di luminosità.
Le immagini sono state rielaborate in Adobe Camera Raw e ricontrastate. In quella fatta col Tamron ho provato anche a correggere la nitidezza, ma non è stato comunque possibile eguagliare quella nativa della foto fatta col Canon.

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3: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 300mm
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4: Tamron alla focale 300mm (jpg rielaborato da raw+ACR)
Bigma08
5: Canon alla focale 300mm (jpg rielaborato da raw+ACR)

Potete scaricare qui il file raw originale della foto numero 4 (Tamron 16-300) e qui quello della numero 5 (Canon 70-300).
Confrontando le immagini raw si nota che la distorsione prospettica introdotta dal Tamron è lievemente maggiore di quella del Canon, ma finché si fotografano paesaggi anche questa differenza è tutto sommato irrilevante. Il database dell'attuale versione di ACR ha comunque i profili di entrambi gli obiettivi e dunque la correzione automatica delle immagini ristabilisce facilmente la giusta prospettiva con un semplice click.
Lipperlì, a prima vista, non mi sembra di vedere nemmeno particolari effetti di aberrazione cromatica, né nelle foto fatte col Tamron, né in quelle scattate col Canon. Continua solo a infastidirmi il differente ingrandimento.

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6: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 300mm

Ingrandendo le immagini al 100% sul monitor del computer e andando a caccia di dettagli, nitidezza a parte, alcune differenze a livello di aberrazione invece compaiono, tuttavia ancora poco significative. Anche in questo esempio il Canon si rivela migliore, ma come nel caso della distorsione l'applicazione in ACR del profilo di correzione sistema automaticamente lo scatto del Tamron, rendendo la differenza fra le immagini pressoché impercettibile, almeno a questo livello di ingrandimento.
Aumentando ulteriormente al 300% si nota come in realtà l'aberrazione cromatica introdotta dal Tamron sia piuttosto significativa, mentre nell'immagine scattata con il Canon sia abbastanza irrilevante. A questo fattore di zoom si vede però anche che la correzione automatica in ACR sistema l'immagine del Tamron quasi perfettamente.
In termini di nitidezza osservo invece che nell'immagine scattata con il Canon le mollette sono assai meglio definite, ma per contro il tubo di alluminio dello stendibiancheria appare molto più sfocato. Pareggio dunque, almeno a questo giro.

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7: Confronto aberrazione cromatica fra Tamron 16-300 e Canon 70-300
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8: Confronto aberrazione cromatica fra Tamron 16-300 e Canon 70-300

La maggiore aberrazione cromatica del Tamron è comunque via via più evidente facendo qualche altra prova e ingrandendo le immagini. In certi casi, ad esempio nel confronto dell'immagine n.10, la differenza di qualità fra le due lenti è parecchio significativa. Di nuovo, selezionando il corrispondente profilo dell'obiettivo, la correzione automatica fatta in post-produzione con ACR sistema le cose.

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9: Confronto aberrazione cromatica fra Tamron 16-300 e Canon 70-300
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10: Confronto aberrazione cromatica fra Tamron 16-300 e Canon 70-300

Insomma, in prima istanza si può convivere in pace con la minor qualità del Tamron, ma va detto che queste sono normali fotografie di paesaggi scattate in pieno giorno e con luce normale. Fino ad ora, più che l'aberrazione cromatica e la differenza di ingrandimento alla massima focale, a preoccuparmi un po' è la scarsa nitidezza del mio nuovo 16-300mm.

Faccio qualche confronto alla focale di 70mm, che per il Canon è la lunghezza minima. La scala del Tamron non è molto precisa e dunque regolo la lente un po' a spanne. I dati EXIF mi diranno poi che ho scattato a 73mm.
Già ingrandendo le foto al 100% e affiancandole è abbastanza netta la maggior nitidezza dell'obiettivo Canon e in generale un contrasto e una resa cromatica migliori. Mi accorgo però che in questo caso ho scattato con diaframmi differenti, f/11 col Tamron ed f/8 con il Canon: può essere che parte della differenza sia dovuta ai diversi parametri di scatto, ma comunque la foto di destra è decisamente migliore.
L'ottima definizione del Canon è chiaramente visibile mettendo a confronto le scritte sulla parabola.

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11: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 70mm

Ingrandendo le immagini al 300% e andando a caccia di dettagli, le differenze in favore del Canon sono riscontrabili a maggior ragione. In particolare il Tamron è anche più rumoroso, come è possibile osservare chiaramente nello striscione dell'immagine numero 12.

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12: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 70mm
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13: Tamron 16-300 e Canon 70-300 a confronto alla focale 70mm

Anche in questo caso potete scaricare i file raw originali delle due foto a confronto qui (Tamron 16-300) e qui (Canon 70-300).
A conti fatti, diciamo che dovendo scegliere fra le due ottiche non partirei col Tamron per un safari, ma è tuttavia vero che non è per questo che l'ho comprato. Sarei anche curioso di metterlo a confronto col Sigma 28-300mm, paragone peraltro che sarebbe forse più appropriato, ma un po' non ho voglia di mettermi lì a fare tutte le prove, un po' forse non voglio nemmeno sapere quanta differenza ci sia in realtà.
Il mio scopo era avere un'unica lente da abbinare alla reflex, ad ampia escursione focale, che mi coprisse la maggior parte delle esigenze di viaggio, ovvero di seguirmi in tutte quelle occasioni in cui da una parte è un peccato partire col solo cellulare, ma d'altro canto non ho voglia/spazio/necessità specifiche per portarmi dietro la macchina fotografica con due ottiche e tutto il relativo peso e ambaradan.

La scelta era dunque fra spendere i circa millecinquecento euro necessari per acquistare la Sony RX10 IV o investire un terzo per il Tamron. Certo: la Sony è una full frame con obiettivo 24-600mm f/2.8, una lente davvero eccezionale, probabilmente la migliore in assoluto nella sua categoria, nonché la prima ragione per cui puntavo all'acquisto; la mia soluzione di compromesso è un equivalente 26-480mm (calcolato rapportando il 16-300mm al fattore 1,6 del sensore APS-C Canon) f/3.5-6.3. Parliamo dunque di pianeti decisamente diversi, ma la differenza di spesa giustifica anche la differenza di qualità e la qualità minore dell'abbinamento reflex + Tamron è (per me) accettabile nei contesti in cui penso di usarlo.

Alla fine quel delta prezzo risparmiato è andato dentro il Sigma 50-500mm e di questo parliamo al prossimo giro. Devo aspettare che mi arrivi il nuovo treppiede, perché quello che ho a disposizione non regge il peso del Bigma + Canon 80D e far le prove a mano libera col Bigma richiede un allenamento fisico specifico focalizzato su bicipiti e pettorali.
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20.24 del 25 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
23 Farsi un regalo. Anzi, due. [Parte 1/3]
MAG Fotografia
E niente. Il Covid, la mia vita in viaggio azzerata a tempo indeterminato, il lockdown, il nulla dietro, il vuoto davanti.
Condizioni ideali per la tempesta perfetta, il crollo della diga. Lo shopping compulsivo in rete come risposta all'isolamento coatto, in alternativa a una terapia post traumatica alla quale tanto mai accederemo davvero. Il pulsante che per mesi non hai osato schiacciare. Il carrello, ogni volta riempito e regolarmente, saggiamente, irrimediabilmente svuotato un attimo prima di far danni.
Quell'acquisto innegabilmente inutile, al quale sei riuscito fino ad oggi a rinunciare con perseveranza e senso di responsabilità.

Alla fine, settantacinque giorni fan settantacinque serate di zero, l'iPad a cena con te e internet sempre lì, inesorabile come il pusher in attesa sotto al lampione, con le sue vetrine, le schede tecniche, gli unboxing, le recensioni su YouTube che scavano e scavano e scavano, goccia dopo goccia, serata dopo serata.
C'è sempre quell'idea che mi gira in testa da tempo, mai sopita, di alleggerirmi, abbandonare una volta per tutte la reflex e il circo di ferraglia che tocca sempre trasportare, proposito al quale non ho mai davvero rinunciato e di cui avevo già scritto qui un anno fa a luglio, prima di partire per le Azzorre. C'è ancora quella Sony DSC RX10 IV che costa sempre un patrimonio, rimasta dove l’avevo lasciata allora, nel carrello di Amazon, a un passo dall'acquisto, abbandonato sul filo di lana in favore di un più ragionevole (ed economico) (e già abbastanza inutile) aggiornamento della mia Canon. Ci avevo rinunciato anche in Giappone, a gennaio, di nuovo a un pelo dallo strisciare la carta di credito, fermandomi solo all'ultimo istante davanti alla cassa di quel negozio a Tokyo, mentre ormai tenevo la scatola fra le mani.

Comunque no. Non l'ho comprata nemmeno a 'sto giro la Sony.
Non l'ho fatto e questo non è dunque un post sull'inutile e compulsivo acquisto della RX10 IV e sulla rivoluzione copernicana.
Ci ho definitivamente ripensato e ho svuotato il carrello: non abbandonerò la reflex per viaggiare con una bridge, nemmeno per la migliore bridge sul mercato.
Alla fine mi son detto, una volta per tutte, è una cazzata dài. Costa una fucilata, hai appena comprato l'ennesimo corpo macchina e nemmeno puoi viaggiare. Suvvia, accidenti. Vediamo di essere adulti per una volta.
Solo che non è finita lì. È iniziata una nuova storia e l'età adulta temo debba aspettare ancora parecchio.

Lipperlì, per gratificarmi giustamente della decisione responsabile, mi si è subdolamente insinuata in testa una nuova idea assurda: spendere la metà rispetto alla Sony e cambiare di nuovo il corpo Canon, passando dalla 80D acquistata a luglio 2019 alla nuova 90D, uscita da poco. Ma a nemmeno dieci mesi dall'aggiornamento precedente, dopo aver usato la 80D solo alle Azzorre e in New Mexico (con ottimi risultati), e avendo peraltro tuttora nel cassetto la 60D del 2014, mi è sembrata effettivamente ancor più una cazzata inaccettabile, perfino come terapia consolatoria anti-Covid.
Così ho riflettuto un po' e mi sono chiesto in cosa avrei potuto invece buttar via soldi investire con una certa sensatezza, puntando allo stesso obiettivo che mi ero proposto con l’idea originaria di passare a una bridge: viaggiare leggero senza arrendermi al cellulare e rinunciare a far davvero fotografie; liberarmi degli obiettivi nello zaino, dei chili supplementari, della noia del dover cambiare continuamente lente, mettere lo zoom, togliere lo zoom, mettere lo zoom, togliere lo zoom, la borsa sempre piena di roba, l'irritante attenzione continua nel passare da una lente all'altra in mezzo alla sabbia, sotto la pioggia, con le mani occupate, l'ottica sempre sbagliata al momento sbagliato.

Ho fatto un po' il punto sulla mia situazione attuale. Alle Azzorre avevo portato i due fidi obiettivi Canon stabilizzati, l'ottimo 17-55mm f/2.8 (che continua ad essere il mio preferito) e il buon 70-300mm f/4-5.6, che però messi insieme fanno un chilo e mezzo di roba. In New Mexico avevo scelto di viaggiare più leggero, contando sulla luce del deserto, e avevo portato il vecchio ed economico Sigma 28-300mm e il discreto Sigma 17-70mm, che complessivamente fan poco più di un chilo insieme. Il minimo sindacale insomma per tirar fuori delle buone foto e ricordarsi ogni tanto che il cellulare no, fa un altro mestiere: telefona.
Però, ancora, la rottura, la noia.
Così queste settimane mi sono rimesso a studiare, complici il Covid, la clausura, il trauma, eccetera. Cosa di meglio che comprare attrezzatura fotografica esattamente nel mezzo di una pandemia mondiale che potenzialmente potrebbe non consentire più di viaggiare per anni.
Dove buttar soldi più inutilmente, perfettamente in linea con la patologia da stress traumatico, se non in qualcosa di totalmente superfluo e inutilizzabile perlomeno per un tempo indeterminato a venire, così insensato da rischiare pure di essere obsoleto nel momento in cui, in un futuro più o meno prossimo, quel qualcosa potrebbe uscire dalla confezione per essere finalmente usato.

È stato nel corso di questa caccia a un'effimera soddisfazione del mio io ferito che mi sono imbattuto nel Tamron 16-300mm Di II VC PZD Macro, uno zoom stabilizzato con un'escursione davvero notevole per il segmento a cui appartiene: poco più di sei etti di peso e un prezzo assai contenuto considerate le caratteristiche.
Qualche perplessità me la davano proprio il prezzo e il fatto che non sia un granché luminoso. Nessun dubbio però che potesse certamente sostituire da solo le due ottiche Sigma economiche di cui sopra e, a meno di safari in Ruanda, o caccia alle orche in Antartide, anche l’accoppiata delle lenti Canon, pur sacrificando qualcosa in qualità delle immagini, ma regalandomi per contro qualche grado in più di apertura grandangolare che coi sensori APS-C non è mai abbastanza.
Esattamente il mio obiettivo dunque: un'unica lente adatta a tutte le situazioni, che possa seguirmi pressoché ovunque, consentendomi di viaggiare leggero come se avessi una bridge, ma con tutti i vantaggi della reflex e di una flessibilità focale davvero ottima.

Così, un po' di serate trascorse a leggere recensioni, giusto per convincermi, ché comunque fan pur sempre alcune centinaia di euro; una invitante offerta su Amazon scontata del 30%, apparsa quasi per magia proprio al momento (meno) opportuno, ed ecco dunque il Tamron in attesa nel carrello, come si conviene di regola prima di ogni acquisto compulsivo.
Poi, una saggia notte a dormirci sopra, ché l'idea dell'inutile cazzata, tant'è, circola in testa.
Infine la sveglia, il carrello riaperto davanti alla colazione, la sorpresa di scoprire che nella notte il prezzo è sceso di un altro 5%.
È evidentemente un segno che a quel punto non posso più ignorare.
Pigio il bottone di riflesso mentre giro lo zucchero nel caffè e il primo Tamron della mia vita è sulla via di casa: è un brand che avevo onestamente sempre un po' snobbato, ma negli ultimi giorni ne ho letto invece molto bene (o forse volevo solo convincermi).

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Tamron 16-300mm f/3.5-6.3 Di II VC PZD Macro

A questo punto avrei potuto godermi l'effetto terapeutico perlomeno fino alla prossima quarantena, direte voi, o miei quattro affezionati lettori, evitando di farmi travolgere dall'immediato e frustrante senso di insoddisfazione e colpevolezza, come il più classico dei tossici a rota un istante dopo essersi sparati in vena la dose quotidiana.
E invece.
Cosa di meglio che curare il medesimo senso di insoddisfazione e colpevolezza, eccetera, lasciando nuovamente cadere l'occhio su internet senza nemmeno il tempo che Bartolini abbia citofonato recando il conforto della prima dose.

Navigo sui miei siti di riferimento che trattano di fotografia professionale. In testa ho quella Luna piena fotografata l'altra sera, che non mi ha proprio proprio del tutto soddisfatto.
È che dovrei sempre ricordarmi di disattivare lo stabilizzatore quando ho la macchina sul cavalletto.
E non eccedere con la chiusura del diaframma quando uso il 70-300, attestandomi su un f/8, al massimo f/11.
E poi mi ci vorrebbe un bel filtro neutro potente.
Certo, altra cosa sarebbe avere un vero telezoom pro, di quelli belli pesanti, con un'escursione davvero estrema: altro che il mio pur volenteroso 70-300, che anche moltiplicato dal sensore APS-C e dall’anello 1,4x rimane comunque sempre una soluzione amatoriale di compromesso; oppure un "bianchino", epperò i bianchini non hanno delle focali lunghissime.
Non sono aggiornatissimo sul mercato, è una vita che non guardo più a 'ste cose, da quando mi son fissato con la storia della bridge e dello star leggero, ma a questo punto alla bridge ho rinunciato, e quindi un’occhiata in giro potrei anche darla; al problema peso penserò caso mai poi, ché intanto l’ho comunque risolto col Tamron appena acquistato.
Così, solo per guardare, giusto un attimo...

Scopro che Sigma ha in catalogo un esagerato 60-600mm, che però è enorme e costa una fucilata, anche usato e anche se tutto sommato su eBay alcune offerte non hanno prezzi proprio così inavvicinabili (oddio...). È pur vero che in fondo quest'anno non andrò nemmeno in vacanza e dunque non spenderò altri soldi (ma se non vado in vacanza perché accidenti spendere in attrezzatura fotografica? Ok, vabbè, andiamo oltre...).
Approfondendo la questione mi accorgo che il Sigma 60-600, una vera bestia le cui recensioni dicono peraltro meraviglie, pesa ben due chili e settecento grammi.
Due chili e settecento grammi. Fan tre chili e mezzo circa con la macchina fotografica, il filtro, il paraluce, ecc.
Prendo due bottiglie di minerale in mano e provo ad immaginare che siano una macchina fotografica.
Il Sigma 60-600mm, i suoi 2700 grammi, i suoi 120mm di diametro per 300mm di lunghezza (da compresso) e i suoi quasi duemila euro, anche usato, ritornano nella lista delle cose davvero inutili. Perlomeno del tutto ingestibili.
Sembra quindi finalmente finita lì.
Ma purtroppo mi cade l'occhio sulla riga sottostante del catalogo.

Il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM è il modello precedente, il fratellino minore. È più vecchio di qualche anno, ma l’ultimo aggiornamento sembra avere uno stabilizzatore ottico eccellente e molte recensioni ne parlano addirittura meglio rispetto al più recente 60-600mm.
È innanzitutto un po' più "piccolo" e maneggevole (finché uno non lo vede dal vivo...), e pesa mezzo chilo in meno. Non che quasi due chili e due siano uno scherzo, ma insomma. E poi il prezzo è anche decisamente inferiore. Oddio, da nuovo passa pur sempre abbondantemente i mille euro, ma per un'ottica del genere non è affatto caro e sul mercato dell'usato si può spuntare a cifre interessanti.
In effetti usato non è così semplice da trovare, a differenza del fratello maggiore, e questo per la verità è un ottimo segno, perché significa che chi lo ha non lo vende facilmente. Promette davvero bene, insomma.
Finisce che passo due giorni a studiarmelo. A tratti chiudo tutto e mi convinco a lasciar perdere, ma tant'è poi sempre lì torno.
Ne punto un paio su eBay. Uno ha un ottimo prezzo ed è praticamente nuovo, ma è in Giappone e rischio di spendere una fortuna con l'importazione. L'altro è qui in Italia: è usato, ma dalle foto sembra in condizioni eccellenti.
La grande cazzata è ormai lì a un passo dietro l'angolo, la carta di credito non abbastanza fuori portata.

Il punto è cosa accidenti me ne faccio, a parte tutto.
È evidente che non è un affare che uno si infila nello zainetto e poi ci viaggia assieme. E poi com'era tutta quella storia del viaggiare leggeri, il Tamron al posto della bridge, bla bla bla?
Il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM è più piccolo del 60-600mm, ma fra gli appassionati è noto come "il Bigma" e il soprannome è tutto un programma già di per sé.
Resta il fatto che del Bigma parlano tutti un gran bene e ne spendono le lodi ovunque. Sembra davvero un'ottica eccellente. Con un cannone del genere la Luna la fotografi eccome, tanto più che montato sulla 80D, con il sensore APS-C, alla focale massima diventa un 800mm e se gli monto anche il moltiplicatore 1,4x si arriva a ben 1120mm, praticamente un telescopio.
Leggo anche che in condizioni di luce piena, tipo safari, lo stabilizzatore funziona egregiamente ed è possibile usarlo a mano libera senza troppi problemi, peso a parte, garantendo ottimi risultati fra f/8 ed f/11.
Sul web è pieno di scatti dimostrativi fatti col Bigma e sono davvero notevoli.
Ma la vera tentazione, lunghezza focale a parte, è dovuta al fatto che al momento il mio migliore obiettivo è il Canon 17-55mm f/2.8, al quale il Bigma si accoppierebbe perfettamente, a differenza del mio attuale Canon 70-300mm, permettendomi di coprire con due sole ottime lenti tutte le focali da 17mm fino a 500mm. Certo, trascurando il peso complessivo dell'attrezzatura, quasi 4kg a questo punto, ma parliamoci chiaro: dovessi andare a fotografare i gorilla in Ruanda ci andrei mai con due vetri da quattro soldi per risparmiare sul peso?
Il punto caso mai è togliere il condizionale e partire per il Ruanda.

E niente. Non so come sia potuto accadere, ma in poche ore di nulla e di Covid, mesi e mesi di menate e pontificati sull’apologia della leggerezza e dell’inutilità di smazzarsi chili e chili di costosissima ferraglia si sono disintegrati in un istante davanti a un’offerta scontata a tradimento per un Bigma usato, pervenutami via email da un negozio di apparecchiature fotografiche.
Ventiquattr’ore dopo, un corriere SDA ha depositato Little Boy davanti al cancello di casa mia.

Il solo filtro protettivo per il mostro, che ha una lente da 95mm, costa più di 100 euro, anche perché se spendi [censura] per un obiettivo del genere non è che poi gli proteggi l'occhio con un vetro cinese da quattro soldi.
Ho anche acquistato un filtro solare e due filtri ND, un 1000 ed un 64, ché magari in Ruanda non andrò mai, ma a maggior ragione a questo punto voglio perlomeno andare a passeggiare nel Mare della Tranquillità come fossi lassù.
Adesso ho solo bisogno di una bella Luna e di una giornata di macchie solari, e posso affrontare un altro giro di quarantena comodamente appollaiato sulla terrazza di casa, col naso per aria e il cannone puntato verso il cielo.
Perlomeno finché non mi verrà voglia di dare un'occhiata alle mirrorless.

Nelle prossime puntate le prove in strada del Tamron e del Bigma.

Nota: ho pesato l'arma completa, Canon 80D + Bigma + moltiplicatore 1,4x + filtro pro UV 95mm + paraluce.
Fan 3097 grammi.
Dieci scatti a mano libera sono circa mezz'ora di pesi in palestra.

Bigma02
Il “Bigma”, ovvero il Sigma 50-500mm DG APO OS HSM
Bigma03
Le mie attuali lenti a confronto (in blu le new entry)
Bigma17
Il Bigma montato sulla Canon 80D
TAG: Tamron, Canon, Bigma, Sigma, Fotografia
17.40 del 23 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
11 Così io
MAG Fotoblog
Tramontata è la Luna
tramontate le Pleiadi
è a mezzo la notte
trascorre il tempo
io dormo solo.

Luna2020
7 maggio 2020
TAG: luna
14.20 del 11 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
03 Cinquantasei
MAG Diario
Domenica di inizio maggio, pomeriggio, caldo. Finestre aperte. Solo.
Alla tv passa un film sul grande Torino. Di nuovo ritorno a una sera di inizio dicembre, tre anni fa, al santuario di Superga. Un parcheggio. Torino illuminata. Freddo.
L'attimo congelato, per sempre. Come quella sera a Terceira.
Decido di lasciare che i ricordi mi travolgano un po' alla volta, si allarghino a far danni senza incontrare alcuna resistenza, dilaghino attorno a me, rovescino questo ennesimo pomeriggio buttato nel nulla e mi trafiggano.
Così arriva l'onda lunga, e io vado sotto, e non riesco più a riemergere, ogni volta.
Come in un pozzo senza fondo. Come il pozzo di San Patrizio a Orvieto. Come milioni e milioni di immagini, e suoni, e parole, e minuti, e risate, e chilometri, e curve, e cose.
Il senso delle cose.
L'inutilità delle ragioni e dei torti di fronte al tempo passato, alla simbiosi perduta e irripetibile, all'amore non vissuto.
Discanto, poi.

Ho tirato fuori dal cassetto i pigiami estivi. Non entro più nei pantaloncini che lo scorso anno mi erano fin troppo larghi. Un paio di taglie in più perlomeno, a occhio, in pochi mesi.
Non mi peso più da tempo.
Non corro più.
Non misuro più le pulsazioni, né la pressione.
Quante cose ho smesso di fare.
Quante perdute.
Discanto, ancora.

Mi guardo allo specchio. Sto un po' lì a fissarmi e a decidere il da farsi. Poi prendo il rasoio e provo a mettere una pezza a questa solitudine infinita che non sarà un permesso di allontanarmi da casa con una mascherina sul volto a risolvere.

Capelli
TAG: coronavirus, quarantena
18.33 del 03 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
28 Intanto
APR Diario
Intanto, quattro anni fa oggi mi preparavo a trascorrere la mia prima notte nella casa più bella del mondo e non mi sembra affatto ieri. È trascorsa almeno una vita e nel frattempo non è più la casa più bella del mondo, ma una casa incompiuta e con qualche difetto che avrebbe bisogno di alcuni lavori sempre più urgenti, le cui cose belle hanno già da tempo iniziato a logorarsi e rovinarsi, sempre troppa vuota, sempre meno vissuta nonostante questi ultimi due mesi ai domiciliari, in fondo mai davvero permeata di allegria e anzi, sempre a un passo dal ribellarsi alla serenità e alla stabilità, alla cui ricerca mi ero trasferito qui, ostinata nel ricordarmi ogni mattina al risveglio e ogni sera quando vado a dormire le ragioni delle cose.

Forse, quando tutto questo finirà, arriverà il momento di prenderla in mano una volta per tutte e negoziare la pace, mettendo almeno dei vasi di fiori ai balconi, attrezzando la terrazza sul tetto e facendo rifare il pavimento di cucina che tanto ci piaceva, ormai irrimediabilmente compromesso.
Ho anche finalmente trovato una bella idea a buon mercato per la ringhiera della scala, ma non credo di essere capace a realizzarla da solo, dovrò chiedere a qualcuno. Ho invece definitivamente rinunciato a quei pouf che mi piacevano tanto e che tuttavia toglierebbero inutilmente spazio alla camera rimanendo sempre un po' fra i piedi.
Alla fine la verità è che il colore del letto non mi piace. È sempre stato sbagliato ed è inutile che continui a cercare di convincermi che va bene comunque, son quattro anni che ci provo. Non è vero. Ma non posso più farci nulla. Fra l'altro ho macchiato in modo irreparabile il tessuto del rivestimento e non c'è modo di rimediare. Rabbia e nervoso che sono andati solo ad aumentare il disagio generale latente.
Forse dovrei far ridipingere le pareti con una tinta più scura per aumentare il contrasto con il colore del letto.

In effetti sarebbe anche ora in generale di far ridipingere le pareti, perlomeno quelle della cucina e di sala. Ho deciso che voglio un punto di grigio più scuro e una vernice diversa, lavabile, ché dopo due mesi ininterrotti dietro ai fornelli il muro di cucina è ormai un disastro, che cucinare è l'unico modo in cui riesco a ingannare il tempo, soprattutto nei weekend.
Magari quest'estate faccio qualche lavoro, tanto non ho da andare da nessuna parte.
Ieri pensavo che non avrò nemmeno più occasione per quel weekend ad Amarillo che avevo tanto inseguito gli scorsi mesi. Alla fine non era evidentemente destino. Il mondo chiuso si è portato via pure quello.

Così stasera compio quattro anni. Tirerò fuori qualcosa dal congelatore e ho da finire la torta diplomatica che Carola ed io abbiamo preparato nel weekend. Magari stappo una bottiglia, vediamo.
Non era così che immaginavo oggi, quattro anni fa, ma chissà poi cosa cazzo immaginavo.
Il prossimo weekend dovrebbero arrivarmi le sdraio e l'ombrellone che ho ordinato su Amazon. È roba da quattro soldi e non credo riuscirà a sopravvivere a una sola stagione, ma intanto è un primo passo.
Dei vasi mi occuperò appena ci daranno la condizionale. Sarà una lunga estate, son qui da solo e non ho altro da fare.

AnnCasa4
TAG: casa, vita
11.55 del 28 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
24 Interstellar
APR Diario, Amarcord
Come quando ti appare l'esplosione di una supernova mentre col telescopio vaghi attraverso lo spazio, e all'improvviso ti trovi a vedere nel tuo presente un evento accaduto altrove nel passato remoto, come a poter viaggiare a ritroso nel tempo, osservare l'istante esatto in cui la materia si è disintegrata e dispersa nel cosmo, quella stessa materia i cui frammenti fluttuano oggi attorno a te, nel tuo universo presente, allontanandosi inesorabilmente dall'origine degli eventi, ma trascinandosi dietro la memoria quantistica di ogni frammento del loro tempo trascorso, mentre la tua vita scorre in mezzo e in avanti.

Così mi appresto a uscire per fare la spesa, tanto per far due passi, integrare un po' le scorte di fresco e cercare il lievito, ormai più prezioso dell'oro e delle mascherine. È un tardo pomeriggio primaverile di sole e temperatura tiepida, esco senza giacca, prendo il portafogli, le chiavi, l'autocertificazione, un flacone di detergente da lasciare in macchina, la mascherina, i guanti, un borsello dove buttar dentro tutto.
Per caso, trovo all'interno il biglietto di un parcheggio, una data e un'ora.
L'istantanea del momento esatto in cui la supernova stava esplodendo senza che io me ne rendessi conto, all'improvviso in mano, a distanza di otto mesi.

Impiego qualche secondo a capire di cosa si tratti. Rimango lì a fissarla, immobile, in silenzio, nel corridoio in penombra di questo universo dove sono confinato da otto settimane.
Mi riprendo e sto per buttarla nel sacco della carta.
Poi mi fermo. Ci penso un attimo.
La ripongo dentro una cartellina.
Esco a fare la mia spesa.
Ci sono diciotto gradi e non ho quasi più paura ad andare al supermercato.

Addio
17.04 del 24 Aprile 2020  
   
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