Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Di cinema verticale e altre considerazioni a làtere
APR Viaggi fra le immagini, Coffee break, Alta quota, Segnalazioni
Per la cronaca, e per i non addentro alle cose del mondo verticale, Tommy Caldwell e Alex Honnold sono amici e talvolta arrampicano insieme in Yosemite, come nel 2018, quando hanno stabilito il record assoluto di salita di "The Nose", la via di arrampicata più rinomata della leggendaria parete del Capitan, di Yosemite e forse del mondo, staccando un mostruoso tempo sotto le due ore.
Per la verità non lo fanno solo in Yosemite: ad esempio, nel 2014 hanno compiuto la prima traversata integrale del Fitz Roy in Patagonia, una roba che vabbè, se non siete addentro alle cose del mondo verticale è inutile adesso starvi a spiegare, non è questo il tema del post, e comunque è come se fossero andati sulla Luna con un razzo a pedali (*).

Se non siete addentro alle cose del mondo verticale, dell'arrampicata sportiva e della storia dell'alpinismo, e/o non conoscete nulla di Yosemite e della parete del Capitan, un muro di granito verticale alto più di novecento metri che è quasi certamente la parete di roccia più famosa del pianeta, non starò qui a raccontarvi il contesto di queste vicende. Google vi dirà tutto quello che c'è da sapere, nel caso, ma un numero - per darvi un'idea - ve lo dico io: la prima salita del Nose, sessant'anni fa, richiese quarantasette giorni di vera battaglia in parete. Oggi in media ci vogliono cinque giorni di arrampicata, bivaccando appesi nel vuoto in mezzo allo sterminato muro strapiombante. Va da sé che è cosa alla portata solo di arrampicatori di livello superiore alla media e di lunga esperienza.
Caldwell e Honnold, se non lo avete colto prima, l'hanno salita in un'ora, cinquantotto minuti e sette secondi. Una roba che... ah no, quella del razzo a pedali l'ho già usata. Vabbè, più che fantascienza siamo ai confini della religione.
Per farvi capire, una persona ben allenata e in buona salute, abituata a camminare in montagna, sale per sentieri facili a una media di quattro-cinquecento metri l'ora. Io, per dire, salgo a trecento. Loro hanno salito in meno di due ore mille metri di granito verticale liscio come il muro di casa vostra. Hanno praticamente corso su una parete perpendicolare.

Per salire le pareti di Yosemite arrivano da tutto il mondo. Dopo il tracciato sul Nose, in questi sessant'anni numerose altre vie estreme sono state aperte sulla big wall del Capitan, alcune diventate vere e proprie leggende nel mondo dell'alpinismo. Con gli anni sono via via arrivati nuovi record, dalle prime ascensioni in giornata, alle salite in arrampicata libera (ovvero senza utilizzare mezzi artificiali per aiutarsi nella progressione, ma solo per assicurarsi alla parete), alle prime conquiste in solitaria, pur sempre legati a una corda.
Poi, nel 2015, è arrivata l'impresa di Tommy Caldwell sul "Dawn Wall", seguita nel 2017 da quella di Alex Honnold lungo la via Freerider. È un po' come se sul Capitan fosse stato scritto nuovamente l'anno zero, perché tutto quello che era stato fatto precedentemente è stato letteralmente spazzato via.
Come se domani arrivasse qualcuno a correre i cento metri sotto i nove secondi, con buona pace di Bolt.

La prima curiosità è che è stato lo stesso Tommy ad aiutare Alex a preparare la salita che lo ha iscritto di diritto fra le leggende dell'alpinismo e lo ha portato dritto al premio Oscar 2018 in qualità di protagonista di "Free solo", lo straordinario documentario vincitore degli Academy Awards, prodotto dal National Geographic, che racconta la prima salita assoluta del Capitan compiuta da Alex Honnold in solitaria, senza corda e senza alcuna assicurazione, e che queste settimane sta spopolando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo.
Tommy Caldwell appare fra i coprotagonisti principali di "Free solo" ed è a sua volta il protagonista di "The Dawn Wall", distribuito su Netflix. Il suo film racconta dell'impresa compiuta nel 2015, dopo sei anni di tentativi, accompagnato da Kevin Jorgeson, sull'ultima inviolata parete del Capitan, il Dawn Wall appunto, tracciando quella che è oggi considerata la via di arrampicata più difficile al mondo su "big wall", ovvero non una semplice prestazione atletica in falesia, a pochi metri dal suolo, ma una vera e lunga via alpinistica in montagna con difficoltà pari alle più estreme vie di arrampicata sportiva.
Non una questione dunque di pochi movimenti atletici ai limiti della sfida alla gravità, ma ore, giorni, settimane in questo caso, di salita ai massimi livelli conosciuti di difficoltà continua, appeso con la sola punta delle dita su appigli invisibili ai comuni mortali, la schiena nel vuoto.
Per la cronaca, a Caldwell manca il dito indice di una mano.

Se avete in programma di vedere Free solo, vi consiglio prima - prima e non dopo, non solo per ragioni di coerenza narrativa e temporale - il film di Caldwell, che idealmente è il prequel della pluripremiata pellicola dell'amico Alex e che apre lo spazio a un confronto interessante fra i due lavori tanto in termini cinematografici, quanto sportivi, psicologici e umani.
Anche se non siete appassionati nello specifico di alpinismo e di arrampicata, sono entrambi film che meritano di essere visti per la spettacolarità delle immagini, la tensione e l'emozione - per non parlare di vero e proprio terrore per qualcuno - che comunicano. Soprattutto perché sono film in presa diretta, costruiti giorno per giorno coi protagonisti stessi delle due avventure: non c'è finzione scenica, non ci sono controfigure, non ci sono sequenze provate in studio e poi riprovate su un set cinematografico. È tutto assolutamente reale e accade per la prima volta nel momento esatto in cui viene filmato. Entrambe le pellicole escono dalla logica stretta del documentario e diventano dei veri film sull'esplorazione delle capacità umane, fisiche e mentali.

Alex arrampica davvero slegato ed è ripreso nel momento stesso in cui lo fa e compie un'impresa unica al mondo, che non prevede alcuna seconda chance, né possibilità di minimo errore: se cade, muore in diretta. Il film racconta anche delle implicazioni psicologiche che questo ha per la stessa troupe che gira il film (e delle conseguenze logistiche), per la fidanzata, gli amici, la madre. Tutti i protagonisti sono veri, tutto è raccontato mentre accade.
Lo stesso meccanismo narrativo è usato nel film di Tommy Caldwell, seguito dalla troupe per sei anni nella costruzione del suo sogno straordinario e nella perseveranza, una vera ossessione, con cui si accanisce per raggiungere il suo obiettivo.

Tommy arrampica legato, ma il superamento incredibile dei tratti chiave della sua ascensione lascia col fiato sospeso e trascina lo spettatore in un'esaltazione progressiva tanto quanto accade nel film di Alex, pure con presupposti differenti: sappiamo in ogni istante che Tommy non rischia di morire, ma del resto sappiamo anche che Alex è ancora vivo fin dall'inizio di Free Solo.
Ciò nonostante, anche per questa sottile differenza, è meglio vedere prima The Dawn Wall: Tommy Caldwell e il suo compagno Kevin Jorgeson inchiodano progressivamente lo spettatore alla sua poltrona col fiato sospeso e ci si scopre a fare un tifo da stadio per loro nei momenti determinanti della sfida, mentre tutta l'America li guarda in diretta.
Non c'è bisogno di alcuna sospensione di incredulità: è tutto vero e siete in parete con loro, la vedete esattamente dal loro punto di vista.
Confesso che mi sono commosso sulle scene finali del film, mi è venuto da applaudirli.
Finale americano eh, ma perfetto.

La sera dopo, al termine di Free Solo mi sono accorto che avevo le mani sudate e la tachicardia.
Avevo finito di salire il Capitan la sera prima con Caldwell, mi aveva esaurito - giuro; l'ho risalito la sera successiva con Honnold. Solo che questa volta l'ho fatto slegato e da solo.
Lo racconto in prima persona perché se è vero nel film di Caldwell, ancora di più lo è nella tecnica usata con Honnold, che evolve direttamente da quella di The Dawn Wall e che vi porta direttamente con Alex sulla parete del Capitan, insieme a lui.
La questione, però, è che in questo caso chi è davvero in parete con Alex potrebbe vederlo morire da un momento all'altro e non solo: potrebbe essere la causa della sua stessa morte accidentale. Una minima, insignificante, interferenza nell'azione, un picosecondo di distrazione involontaria per il protagonista e dozzine di telecamere, cineprese e droni lo riprenderanno mentre precipita per centinaia di metri sotto gli occhi dei suoi amici e collaboratori.
Quando parte per una salita in free solo, Alex Honnold non lo dice mai a nessuno. Non ai parenti, non agli amici. Non vuole nessuna pressione psicologica attorno a sé, ha bisogno di concentrazione assoluta, di liberare totalmente la mente da qualunque pensiero estraneo. Non è ammesso alcun tipo di errore. Salire sotto gli occhi delle telecamere e non solo, salutare la fidanzata prima di iniziare l'impresa più difficile della sua vita, pone lui stesso e tutti gli altri protagonisti in una situazione psicologica assurda e completamente innaturale.

Ve lo dico subito - be' subito: si fa per dire, scrivo da settordicimila righe.
Free solo dura due ore, ma si gioca tutto nei venti minuti finali, o per meglio dire in tredici minuti di sequenze che, se soffrite di vertigini, vi faranno venire da vomitare. Il resto è un lentissimo e sfiancante avvicinamento mentale, passo a passo, alla parete del Capitan. E questo, secondo me, è il limite ultimo del film che ha vinto l'Oscar rispetto a The Dawn Wall.
Se siete sul vostro divano di casa, esiste la possibilità che prima di arrivare alla base del Capitan con Alex abbiate cambiato canale e stiate guardando il Gran Premio in differita. Nel caso, però, vi sarete persi tutto il percorso che porta ciascuno dei protagonisti sotto a quella parete insieme ad Honnold, ognuno con la propria motivazione, a partire proprio dall'amico Tommy.

The Dawn Wall è spettacolare, trascina ed esalta. Free Solo passa dal rischio di essere noioso alla paura pura.
Oppure anche no.
Ho pensato che per chi non ha mai arrampicato Free Solo potrebbe essere così esagerato, così surreale, da essere addirittura empaticamente impossibile. Se non soffrite di vertigini, può essere che di fronte alle sequenze chiave, invece di trovarvi con le mani sudate, col fiato sospeso, completamente ipnotizzati, rimaniate del tutto indifferenti, a parte la ovvia e banale reazione "vabbè, è pazzo, chi glielo fa fare". Che non riusciate a immedesimarvi, nonostante la regia faccia di tutto per mettere voi stessi su quella parete.
Che alla fine sia così estremo da fare il giro e diventare, semplicemente, una prestazione da circo equestre e pop corn.

Navigando in giro per la Rete ho trovato molti articoli ed estratti dal "making of" di Free Solo, fra cui questo interessante filmato del New York Times, con estratti di interviste alla troupe di Alex e sequenze inedite tagliate dalla pellicola originale.
Personalmente ho dovuto rivedere tre volte i venti minuti finali del film e uso il verbo "dovere" non a caso: ogni volta è stato come vivere in prima persona frammenti di quell'esperienza, una sensazione latente e reale di panico, pur conoscendone l'esito finale, pure alla terza volta.

Eppure. Eppure ho i miei eppure.
Ho dibattuto di Free Solo una sera con un mio caro amico ed ex compagno di cordata, col quale andavo ad arrampicare a metà degli anni '80, nel pieno del boom del free climbing, sognando Yosemite e le vie estreme del Verdon, i templi mondiali dell'arrampicata libera e del Nuovo Mattino.
Anche lui, lui più di me per la verità, è rimasto in apnea per tutto il film e lo considera un capolavoro. In realtà è totalmente preso dalla prestazione sportiva estrema in sé.
Io però ripensavo a quegli anni, alla copertina del primo numero di Alp dedicata al Verdon e a Patrick Edlinger, il mio mito di allora - un po' il mito di tutti noi a quel tempo, direi.
Nel 1982 Patrick Edlinger fu protagonista di Opéra Vertical, nel quale arrampicava su Orange Mécanique, una via lunga un centinaio di metri valutata 7c (ai limiti della difficoltà estrema, per quei tempi) a Cimaï, in Francia, completamente slegato. Ricordo un passaggio in cui gli scivolava un piede e rimaneva appeso nel vuoto con una sola mano: pochi secondi di vera paura.

Freerider, la via percorsa sul Capitan da Alex Honnold in Free Solo, è valutata 7c. Oggi è una difficoltà quasi "normale" per un arrampicatore del suo calibro.
Certo, un errore a quel livello di difficoltà ci sta sempre, eccome. Qualunque free climber è abituato a cadere ripetutamente sui passaggi difficili e a rimanere appeso alla corda. Solo che Alex la corda non ce l'ha.
Certo è anche che Alex, prima di percorrere slegato Freerider, l'ha provata e riprovata, ripetuta centinaia di volte probabilmente, per quattro anni. Imparata a memoria metro a metro, ogni microscopico movimento, ripassata mentalmente migliaia di volta. Si vede anche nel film.
Così, penso: fa così differenza arrampicarsi slegati con cinque, sei, settecento metri sotto il culo, o solo cento? Cosa aggiunge in realtà di nuovo la salita di Alex a quelle che lui stesso ha fatto in precedenza, a quelle fatte da tutti i suoi predecessori - detto che in parecchi ci hanno lasciato la pelle, e soprattutto all'Opéra Vertical di Edlinger che su quelle stesse difficoltà arrampicava slegato più di trent'anni fa, quando ad arrampicare su una difficoltà di 7c erano in pochissimi al mondo, mentre oggi sono migliaia gli arrampicatori, anche dilettanti, capaci di farlo?

Certo, anche Edlinger conosceva a memoria Orange Mécanique, i passaggi difficili erano in realtà pochi e per salirla avrà impiegato forse venti minuti. Honnold è salito per quasi quattro ore di difficoltà estrema continua, senza alcuna possibilità di interrompere o di ritirarsi. Le due prestazioni, fisicamente, non sono nemmeno comparabili e probabilmente nemmeno mentalmente.
Epperò il dubbio mi rimane, anche perché in Free Solo viene evidenziato un altro punto determinante: Alex non ha paura. Nel senso: non è che sia pazzo, è che proprio, geneticamente, il meccanismo neuro-chimico che governa normalmente la nostra paura nel suo caso lavora in modo completamente diverso. Gli han fatto una TAC e degli esami per scoprirlo.
E allora il punto è questo: in condizioni normali, a meno di errori accidentali o distrazioni, nessun arrampicatore cade su una via alla sua portata, che conosce a memoria. Eppure usa, giustamente, la corda per assicurarsi. Sapere di essere legati dà un vantaggio psicologico inestimabile, non devi avere paura e puoi scalare tranquillo.
Ma se la paura non ce l'hai per natura, a cosa ti serve la corda, se non come avere la cintura di sicurezza quando guidi?
Quanto valore reale di quella salita, questo particolare, contribuisce eventualmente a ridimensionare?
Perché attaccati a uno sputo, slegati in equilibrio sul vuoto, non ci siamo noi che abbiamo i conati solo a vedere le immagini, ma un uomo per cui stare lì in equilibrio è un esercizio quotidiano e non prova alcun tipo di emozione - forse - a guardare di sotto.

Questi pensieri in realtà li avevo già prima di vedere Free Solo e il dibattito con l'amico Roberto l'ho fatto prima di vederlo, per cui la verità è che mi sono avvicinato al film prevenuto e tifando già a priori per The Dawn Wall e la sfida di Caldwell.
È vero però che, qualunque cosa se ne possa dire, quei tredici minuti di Free Solo non sono probabilmente paragonabili a null'altro. Honnold è un marziano.
Non andate però a vedere direttamente quelli senza prima aver seguito tutto il film.
E guardate prima The Dawn Wall, che secondo me, complessivamente, come film è più bello, emozionante e vi racconta quel che c'è stato prima (e Caldwell è più simpatico).

********

Nota statistica a margine: Nel 2016, Adam Ondra, senza dubbio attualmente il più forte arrampicatore del mondo, è riuscito ad effettuare la seconda e fino ad oggi unica ripetizione di The Dawn Wall. È volato sette volte sul passaggio chiave della via, prima di superarlo. Per riuscirci, si è fatto spiegare come fare da Caldwell, che sportivamente ha acconsentito e gli ha insegnato i trucchi per ripetere la sua impresa.
Adam Ondra ha poi dichiarato che effettivamente ha trovato The Dawn Wall molto più difficile di quanto pensasse e che senza l'aiuto di Caldwell forse non ce l'avrebbe mai fatta.

Nota personale a margine: Caldwell mi è molto simpatico, ma ho purtroppo scoperto che è stato uno dei sostenitori della schiodatura della via Maestri al Cerro Torre, rispetto alla quale condivido in pieno il pensiero in merito di Jim Bridwell, espresso in questa intervista, nella quale si allarga anche ad alcune considerazioni su cosa siano la democrazia e il fascismo.
Era una gran persona Jim Bridwell, oltre che un grandissimo alpinista e sportivo, e la sua intervista oggi suona terribilmente attuale. Vale la pena leggerla anche se non si sa nulla della vicenda del Cerro Torre e di storia dell'alpinismo, perché esprime concetti generali assai interessanti sulla libertà di opinione ed espressione.


DawnWall
FreeSolo

(*) Impresa che, come sanno i ben informati, è riuscita una volta a Paperozzo Paperozzi.
TAG: the dawn wall, free solo, cinema, free climbing, yosemite
18.43 del 29 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
27 As ice goes bye
SET Alta quota, Amarcord
Ho iniziato ad avventurarmici le prime volte all'inizio degli anni '80, quando con gli amici salivamo da Courmayeur per fare la classica traversata del Monte Bianco. Proprio recentemente hanno fra l'altro inaugurato la nuova funivia panoramica per Punta Helbronner e non sono certo che sia una notizia che mi ha fatto piacere, come del resto quando anni fa smantellarono quella per Punta Indren per costruire il nuovo impianto per il Passo dei Salati. Sono pezzi del mio passato che se ne vanno inesorabilmente.

Negli anni ottanta, scendendo dalla Vallée Blanche, si arrivava senza problemi fino a Chamonix anche agli inizi di maggio. Ho percorso quel ghiacciaio innumerevoli volte, l'ultima è stata nel 2009 e ancora a fine marzo si arrivava giù, anche se ormai non lo faceva già più quasi nessuno e usavano tutti la nuova funivia.
Negli anni novanta quel versante del Monte Bianco è stato uno dei miei terreni di gioco preferiti: indimenticabile la salita al Mont Blanc du Tacul del '94, e una giornata passata a giocare a frisbee in mezzo ai grandi crepacci alla confluenza fra la Mer de Glace e la Vallée, ai piedi del Col du Midi.
Negli ultimi due anni avevo iniziato a pensare di portare Leonardo a fare la traversata classica, che ormai è tranquillamente alla sua portata, e del resto la prima volta l'ho fatta anche io più o meno alla sua età. Nel 2012 ero stato coi ragazzi su all'Aiguille du Midi per mostrare loro l'attacco della via ed era stata una giornata entusiasmante.
Ma poi ho visto questo.

Non so, non so se potete capire l'impressione che mi fa vedere questo filmato e pensare che dove oggi sono posizionati i cartelli con le quote del ghiacciaio, lungo quelle scale di cemento, ancora solo dieci anni fa scendevo in sci.

A volte metto insieme cose come questa, la costruzione di El Chalten in Patagonia, la ferrovia del Tibet, l'attrezzatura stagionale del Khumbu, e penso che davvero il tempo mi stia scivolando via di dosso sempre più rapidamente e che sto invecchiando.
E no, non è affatto una bella sensazione.

TAG: monte bianco, mer de glace, vallee blanche, ghiacciai
12.42 del 27 Settembre 2015 | Commenti (0) 
   
28 Giornalismo
SET Prima pagina, Alta quota
Facts:

1) A Morgins non esiste alcuna seggiovia "Portes du soleil"; tuttavia Morgins fa parte di un comprensorio sciistico che si chiama "Portes du soleil", che comprende una dozzina di stazioni invernali fra Francia e Svizzera.

2) La seggiovia più alta di Morgins arriva al massimo a quota duemila e l'intero comprensorio al massimo a 2400m.

3) Senza bisogno di scomodarsi troppo e andare, chessò, a La Paz, o a Lhasa, o in qualunque villaggio fra le Ande e l'Himalaya, sulle Alpi esistono centinaia di uffici veri situati a più di duemila metri di quota, ad esempio a Cervinia, e persino a ben oltre quota 4000, se chiamiamo "ufficio" questo qua sotto:

Morgins
Corriere.it, 28 settembre 2013

P.S. Con la chiusura dello skilift di Chacaltaya, in Bolivia, che toccava quota 5421m e che fino al 2009 era l'impianto più alto del mondo, attualmente il record è detenuto dalla funivia del ghiacciaio Dagu, nello Sichuan, Cina, la cui stazione d'arrivo (dunque, un "ufficio" sicuramente più vero di quello lì sopra) è situata a 4843m. Più in alto della cima del Monte Bianco, per intenderci.
TAG: corriere, giornali, informazione
00.41 del 28 Settembre 2013 | Commenti (0) 
   
14 Sono stati (I) giorni grandi
SET Alta quota, Segnalazioni
Ciao Walter. Sono cresciuto (anche) con te. E credo che domenica sarò a Lecco a salutarti.
TAG: bonatti, k2
16.26 del 14 Settembre 2011 | Commenti (1) 
   
12 Non lo commento, no
APR Alta quota, Mal di fegato, Segnalazioni
questo.
TAG: monte bianco, ambiente
12.11 del 12 Aprile 2011 | Commenti (5) 
   
02 Good job, Simone!
FEB Alta quota
Simone, mi sei sempre stato sulle balle, ma questa volta devo riconoscertelo (anche se aspetto di leggere i dettagli): bravo.
TAG: simone moro, 8000, gasherbrum ii
13.06 del 02 Febbraio 2011 | Commenti (0) 
   
29 Ma tu quante tacche hai?
OTT Alta quota
Dovrei forse commentare qualcosa in proposito, ma non mi vien nulla.
TAG: everest
12.29 del 29 Ottobre 2010 | Commenti (0) 
   
28 A proposito di ieri
APR Segnalazioni, Alta quota, Prima pagina
"Un alpinista non deve per forza essere un estremista del coraggio, ma di sicuro è uno che non si scoraggia."

[Nives Meroi, oggi su Corriere.it]
12.44 del 28 Aprile 2010 | Commenti (0) 
   
27 Vince Miss Oh (e peccato per Nives)
APR Alta quota
Negli ultimi mesi ho dovuto aggiornare la lista diverse volte, al punto che mi sembra ormai evidente l'inutilità della stessa. Quella che vent'anni fa era ancora un'impresa che faceva sognare la mia generazione, la cui riuscita meritava un posto nell'enciclopedia delle grandi esplorazioni, è ormai diventata un'avventura alla portata dei molti che abbiano il tempo, i mezzi e le doti atletiche - atletiche, non necessariamente tecniche - per affrontarla.

Ciò nonostante, ventiquattro anni dopo Reinhold Messner, la coreana Oh Eun-Sun è diventata oggi la prima donna al mondo ad aver completato il grande slam. Con tutti i se e tutti i ma del caso, non ultimi quelli della sua dubbia riuscita sul Kanchenjunga e dell'esagerato dispiegamento di mezzi tecnologici e non a supporto delle sue salite.
Ormai però è questa la regola e al di là di qualunque considerazione etica e polemica al riguardo da domani nelle enciclopedie ci sarà il suo nome (Wikipedia, per la verità, è addirittura stata aggiornata in tempo reale...), non quello di qualunque sua collega arrivi seconda in un futuro probabilmente già molto prossimo, senza utilizzare bombole di ossigeno, elicotteri, televisione in diretta, eccetera.

Questo blog dunque applaude e si porta a casa le proprie perplessità di mero ordine filosofico.

***

Update: nelle stesse ore anche il polacco Piotr Pustelnik va ad aggiungersi alla lista (anche lui chiude con la salita dell'Annapurna, quindi immagino fosse insieme alla coreana). Sul mio tabellino è il 24º della serie.
13.31 del 27 Aprile 2010 | Commenti (3) 
   
15 Peccato
SET Alta quota
Nives ha mollato il colpo.

(Il che, peraltro, la accomuna a Kammerlander, che ha simbolicamente piantato lì apposta a quota tredici).
11.11 del 15 Settembre 2009 | Commenti (0) 
   
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