Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Notte di fine settembre
SET Amarcord
Tu
TAG: Islanda
01.46 del 26 Settembre 2020  
   
14 Un anno
AGO Diario, Amarcord
"Non ora, non fra un anno, ma prima o poi."

E invece.
16.06 del 14 Agosto 2020  
   
06 Trova le differenze [Il senso della vita, s02e19]
AGO Diario, Amarcord
Ero lì sulla sdraio e guardavo Leonardo in riva al mare, e all'improvviso mi è venuta in mente quella foto che mi scattò mio padre proprio qui (*), trentanove anni fa esatti, giorno più giorno meno. Avevo sedici anni, l'età di Leonardo oggi.
Così nulla, gli ho scattato una foto. Poi sono andato a buttarmi in acqua per cancellare la malinconia e la commozione.

16anni1
1981, Isola d'Elba
16anni2
2020, Isola d'Elba

(*) Non era proprio qui, ma un paio di chilometri più in là, ché da allora ci siamo spostati di spiaggia, ed è l'unica cosa che è cambiata in questi quarant'anni di buen retiro elbano. Forse dovrei scrivere un post anche su questo.
TAG: cose mie, vita
00.53 del 06 Agosto 2020 | Commenti (0) 
   
27 Lettera
LUG Amarcord, Diario
In attesa di imbarcarmi al molo numero 7, l’app che da qualche anno traccia i miei spostamenti mi ricorda che ne sono trascorsi due esatti dall’ultima volta che sono stato qui al porto di Piombino. L’anno scorso non eravamo riusciti a venir giù nemmeno un weekend, come del resto nel 2017. Due anni fa ero qua da solo coi ragazzi, come oggi.
Per meglio dire, ero già da solo allora, anche se non me ne rendevo conto. Del resto ero da solo con loro anche quattro anni fa.
Così, la sera, mentre sono in terrazza a fare la consueta foto a Rio illuminata, come faccio da ormai più di vent’anni ogni volta che arrivo qui e come prima cosa mi affaccio a guardare il continente al di là del mare, mi ritrovo a pensare con amarezza che questo luogo che così tanto amo, dove ho sempre pensato che prima o poi potrei trasferirmi per sempre e che avrei voluto come mille altre cose vivere e dividere con te, questo luogo alla fine non è mai stato fra quelli che in qualche modo han fatto parte di noi, perché la verità è che qui, insieme, siamo venuti molto poco e perlopiù abbiamo vissuto momenti infelici.
O almeno questo è ciò che la mia memoria, al momento, riesce a ricordare. Col senno di poi.
Con molta cautela mi avventuro a guardare indietro nel tempo, fra le fotografie, ché magari mi sbaglio. E no, non ne trovo insieme qui, felici. Anzi. Quasi non ne trovo affatto, e quelle che trovo vorrei dimenticarle, adesso che le guardo con altri occhi.
Con i tuoi.

Quel che la app non ricorda, ma che io invece so, è che un anno fa esatto oggi partivamo per le Azzorre. Il 27 luglio 2019 non lo sapevo ancora, ma sarebbe stata l’ultima volta.
A differenza di questa casa che guarda il mare da lontano, le Azzorre purtroppo ci apparterranno per sempre. Alla fine, uno dei luoghi più belli dove sia mai stato in vita mia e, ne sono certo, anche tu, uno dei pochi dove davvero abbia pensato che ci saremmo potuti trasferire per sempre, rispetto al quale provare a fare qualche ipotesi per una vita alternativa per noi due, alla fine è il primo che vorrei poter cancellare dalla mia memoria e quello dove probabilmente, in questi anni, sono stato più infelice. Io, tu, tutti noi.
E pensare che le avevo sognate per anni.
Nessuno di noi oggi parla più delle Azzorre.
In macchina ho detto, sottovoce, “un anno fa oggi partivamo per le Azzorre”. Non ha risposto nessuno.

Guidavo di nuovo lungo la A12, dopo due anni, e riflettevo anche su questo mentre oltrepassavamo l'uscita per Massa. Pensavo a quando ci eravamo venuti apposta io e te, a Massa, e poi a Carrara, per infilare insieme qualche tappa del Centodieci. Che, certo, era un progetto mio, che avevo inventato io, ma che era diventato di noi due. Ci era servito come spunto per costruire qualche vacanza improvvisata e qualche fuga delle nostre, delle quali ho ricordi meravigliosi. Ti ricordi la foto sotto il cartello di Fermo?
Qualche decina di minuti più tardi mi lasciavo a sinistra la Torre di Pisa all’orizzonte: sette anni fa eravamo lì sotto insieme. Era stata la prima volta in cui tu e i ragazzi vi eravate incontrati. Ricordo ogni istante di quel giorno. Ho trattenuto le lacrime a fatica, avevo Leonardo seduto a fianco e se ne sarebbe accorto immediatamente.
Ma qualcosa avevo bisogno di dire e siccome sono mesi che in casa non ne parliamo più sono riuscito solo a dire, con la voce molto bassa e un po’ rotta, “di L. non so più nulla da mesi ormai, è proprio sparita”.
Leonardo ha staccato per un istante lo sguardo dal telefonino, ha guardato davanti a sé, non ha detto nulla. Poi è ritornato al suo video su YouTube.
Anche Pisa ce la siamo lasciati alle spalle, e il raccordo per Firenze.

Così me ne sto affacciato alla terrazza, c’è una bella brezza e si sta bene. Penso a questa casa che guarda il mare da lontano, a Massa, a Pisa e a un anno fa mentre ci imbarcavamo sul volo che ci avrebbe portato alle Azzorre e allontanato per sempre.
Quest’anno è volato via a una velocità spaventosa, se possibile ancor più di tutti gli anni precedenti, e un anno fa, visto da qui, in questo momento mi sembra una vita intera.
Quest’anno è pesato per dieci, per me. Per le mie energie, per la mia stanchezza, per il mio tempo. Me lo sento addosso come un macigno, e non riesco a sollevarlo. Non ci riesco più.
So di aver perso per sempre la mia occasione. Quella che ti passa davanti una sola volta, davvero, nella vita, e bisogna saperla riconoscere. La follia sta nel fatto che l’avevo riconosciuta eccome fin dall’inizio e l’ho lasciata scappare lo stesso, per non dire che ho fatto tutto il possibile per distruggerla da solo con le mie mani.
Nessuno me la ridarà più indietro.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo. Mi ha preso questa cosa di mettermi a fotografare le stelle, per il momento con risultati pessimi. Ma studio parecchio, faccio prove, mi ci accanisco un po’, come tutte le cose nelle quali di tanto in tanto mi tuffo senza motivo. Le mie manie assurde, lo sai.
Tanto non dormo. L’altra notte alla fine sono andato a letto alle quattro passate dopo aver scattato più di mille foto.
In qualche modo ho cominciato dopo un momento di follia, una sera di qualche settimana fa. Non so perché mi è venuto da fare una cosa che evito sempre come la peste, perché so quanto pericolosa sia. Sono passato a vedere i tuoi profili.
Su Instagram, fra mille foto bellissime come al solito, ché hai sempre avuto un talento meraviglioso per le immagini, ce n’era una recentissima, di pochi giorni prima. Un tavolino per due. A Milano, sui Navigli.
Milano. Sei dunque tornata a Milano. Ma questa volta non per me.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo e a scattare fotografie. Non so più dove altro guardare. Ovunque guardi, davanti a me, non riesco a sfuggire al male, per quanto ci provi, e più provo a sfuggirgli più mi prende a tradimento, senza alcun preavviso, scavando ogni volta un vuoto sempre più profondo, finché non mi arrendo sfinito e lo lascio fare, aspetto solo che passi l'ondata, ogni volta.
Eppure devo ben guardare avanti.
Fra qualche giorno riparto coi ragazzi. Faremo un po’ a metà, qualcosa che serva a me per provare a risalire e ad avanzare un altro po’, qualcosa che possa interessare loro e divertirli, per quanto ancora possano divertirsi alla loro età a star con un padre stanco e solo, senza energia, che passa le serate a fotografare un cielo perlopiù buio.
Staremo via poche giornate, giusto per non buttare via questa estate. Spero non si annoino troppo, del resto ho bisogno io di loro, ora. Tutto sommato il Covid mi ha pure dato la scusa per non dovermi confrontare con qualcosa che non sarei stato in grado di affrontare, adesso, da solo con loro.
All’Elba rimarrò poco, appena qualche giorno per provare a riconciliarmi con questo posto, o capire infine che no, non ci verrò mai per fermarmi una volta per tutte.
All’improvviso mi rendo conto che qui non sono mai stato davvero felice, fatto salvo forse a sedici o diciassette anni. Di sicuro invece negli ultimi venti è diventato un posto dove sono sempre stato solo. Sempre. Anche quando non lo ero.
Non è questo che voglio, non affacciarmi da solo a questa terrazza.
Non ho mai sognato questo.
Io volevo un’isola per due.
Qualunque isola.
Non era l’isola in sé.
E noi ne abbiamo viste di bellissime.

Elba202002
TAG: Elba
22.48 del 27 Luglio 2020  
   
24 Interstellar
APR Diario, Amarcord
Come quando ti appare l'esplosione di una supernova mentre col telescopio vaghi attraverso lo spazio, e all'improvviso ti trovi a vedere nel tuo presente un evento accaduto altrove nel passato remoto, come a poter viaggiare a ritroso nel tempo, osservare l'istante esatto in cui la materia si è disintegrata e dispersa nel cosmo, quella stessa materia i cui frammenti fluttuano oggi attorno a te, nel tuo universo presente, allontanandosi inesorabilmente dall'origine degli eventi, ma trascinandosi dietro la memoria quantistica di ogni frammento del loro tempo trascorso, mentre la tua vita scorre in mezzo e in avanti.

Così mi appresto a uscire per fare la spesa, tanto per far due passi, integrare un po' le scorte di fresco e cercare il lievito, ormai più prezioso dell'oro e delle mascherine. È un tardo pomeriggio primaverile di sole e temperatura tiepida, esco senza giacca, prendo il portafogli, le chiavi, l'autocertificazione, un flacone di detergente da lasciare in macchina, la mascherina, i guanti, un borsello dove buttar dentro tutto.
Per caso, trovo all'interno il biglietto di un parcheggio, una data e un'ora.
L'istantanea del momento esatto in cui la supernova stava esplodendo senza che io me ne rendessi conto, all'improvviso in mano, a distanza di otto mesi.

Impiego qualche secondo a capire di cosa si tratti. Rimango lì a fissarla, immobile, in silenzio, nel corridoio in penombra di questo universo dove sono confinato da otto settimane.
Mi riprendo e sto per buttarla nel sacco della carta.
Poi mi fermo. Ci penso un attimo.
La ripongo dentro una cartellina.
Esco a fare la mia spesa.
Ci sono diciotto gradi e non ho quasi più paura ad andare al supermercato.

Addio
17.04 del 24 Aprile 2020  
   
29 UK calling
OTT Travel Log: Business Trips 2019, Amarcord
Al rientro da una cena di lavoro in un bel ristorante elegante di Chelsea, con la scusa di far due passi prima di andare a dormire, saluto i colleghi con cui ho condiviso il passaggio Uber fino all’hotel e mi incammino verso la sponda del Tamigi.
È una bella serata di fine ottobre, a Londra non fa molto freddo. Alzo il bavero della giacca, ché solo questa indosso sopra la camicia bianca d’ordinanza da businessman in transito nella City. Google Map mi dice che ci vuole una mezz’oretta a piedi per il Tower Bridge, così mi avvio attraverso le strette vie buie del Southbank, qua e là intervallate da qualche nuovo locale alla moda frequentato da giovani hipster londinesi mescolati a turisti russi, cinesi, giapponesi ed emigranti italiani che a Londra lavorano, vivono, scappano.
Ho sentito parlare più italiano in queste ultime ventiquattr’ore per le vie di Londra che in Piazza del Duomo a Milano.

Quattro anni fa, l’ultima volta che son stato a Londra, ero venuto con te a vedere gli Who ad Hyde Park per il cinquantenario. Era la tua prima volta sulle rive del Tamigi e davanti al Tower Bridge abbiamo una delle nostre foto più belle. L’avevamo scattata esattamente da questo punto, ma sulla sponda opposta.
Per questo mi sono incamminato fin qui stasera, per questo ci sono venuto da solo e per questo ho scelto di rimanere da questo lato, nel Southbank.
Scatto la stessa foto al Tower Bridge con la prospettiva ribaltata.
Poi chiedo a Google Map di guidarmi verso lo Shard, così passo a dargli un’occhiata da vicino, prima di riprendere la mia via verso l’hotel e andarmene a dormire. È quasi mezzanotte e adesso sì, fa freddo e domani devo svegliarmi presto, ché ho un meeting alle otto del mattino in uno dei grattacieli di cristallo che disegnano la skyline londinese del terzo millennio.

Nel pomeriggio, esauriti i miei impegni, mi incammino per le vie di Waterloo e raggiungo a piedi Westminster. Passo sotto il London Eye e no, nemmeno questa volta sono salito. Lo sai che mi fa paura.
Aspetto un Uber davanti a Downing Street come un primo ministro qualunque, ma non ho voglia di attraversare la strada e andare a rifare la solita stessa foto.
A Londra è impossibile non fare sempre le stesse foto.
Mi pare di averlo scritto anche allora. Poi magari vado a controllare.

London Euston è una brutta e anonima stazione. Osservo che una civiltà che può permettersi di annunciare sul tabellone elettronico che il treno per Glasgow inizierà l’imbarco “approximately 16:39”, peraltro quando non sono ancora le sedici, è una civiltà superiore.
L’imbarco inizia alle 16:39 e quattordici secondi, il che inequivocabilmente giustifica l’approximately e spiega meglio di qualsiasi altra metafora perché Shackleton non abbia mai rinunciato al tè delle cinque nemmeno mentre era alla deriva sulla banchisa antartica e perché a differenza degli americani gli inglesi abbiano davvero conquistato il mondo.
La Brexit, capirài.
Poi, anche gli inglesi telefonano sul treno, il che me li ricolloca purtroppo un po’ troppo approximately ai costumi del Belpaese e mi obbliga a riconoscere che l’educazione e la sobrietà sono giapponesi, quella inglese è più che altro supponenza aristocratica.

Tamworth è poco più di un villaggio a un’ora di campagna inglese, pecore e pioggia da Londra. A differenza della capitale - e del Giappone - i taxi qui accettano solo contanti ed è solo per un caso del destino che mi ritrovo nel portafogli una banconota da venti pounds con cui riesco fortuitamente a saldare il mio passaggio dalla stazione all’hotel.
Ad occhio è la prima volta quest’anno che uso contanti nelle trasferte di mezzo mondo, salvo giusto quando ti ho comprato il Ganesh nel negozietto di Panaji, in India.
E d’altra parte l’India l’han ben colonizzata gli inglesi.
Poi certo, l’Italia. Che vista da Tamworth, ti dirò, ma sai che.

Ho una camera in una fredda e molto British guest house, unica sistemazione dignitosa che abbia trovato “in centro”, chiamiamolo così. A guardarmi attorno, avrei potuto scegliere un qualunque Holiday Inn disperso fra le pecore nella campagna a mezz’ora da qui.
La proprietaria è però molto friendly, la birra nel pub annesso è buona e il ristorante è invero ottimo, compresa la soup of the day di patate, alla quale lipperlì mi ero fatto convincere a dare una chance con più di qualche perplessità, se non altro con l’obiettivo primario di scaldarmi. E invece, vedi come può sorprenderti Tamworth.
Comunque evitatela pure. Tamworth, intendo, non la zuppa di patate.

Fuori piove tutta la Gran Bretagna, fa abbastanza freddo e l’umidità inglese mi penetra diretta nella ossa. Faccio due passi al buio e mi ritrovo ad attraversare un cimitero nel mezzo di un parco cittadino. Mi bagno, non c’è un’anima in giro - salvo quelle inquiete qua attorno che verosimilmente non sono più terrene e non riescono a trovar pace.
Me ne sto lì sotto la pioggia a contemplare una brutta cattedrale gotica nera, chiusa, fradicia. Non c’è alcuna ragione per andare in giro a Tamworth, di notte e sotto la pioggia. Esco dalla mia trance e vado a rifugiarmi sotto al piumone della mia camera al Peel Aldergate hotel.
Ho voglia del mio letto. Ecco sì. Stasera mi mancano il mio letto in mansarda, il mio piumone, il mio libro.
Le sedici tu che mi tengono d’occhio dalla parete a sinistra e che nessuna di quelle sei più tu. Non so più come sei, adesso.
Non sei più nemmeno come eri due settimane fa.
Nemmeno io, del resto, che son rimasto metà.

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Random shots in Chelsea, London
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Business dinner in Chelsea
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Back in London, four year after
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My life in Tamworth
TAG: Londra, uk
23.13 del 29 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
03 Sounds of my life
SET Amarcord, Travel Log: Isole Azzorre
Ci pensavo ieri, mentre scrivevo di Pico.
Fra decine di migliaia di fotografie e ore di filmati, conservo brevi registrazioni sparse, suoni del mio passato che ho catturato altrove per caso col telefonino, per fissare istanti della mia vita.

La voce di Albert che mi parla in armeno, mentre guida a rompicollo giù dai tornanti del Vayots Dzor raccontandomi cose sue che non saprò mai.
Una musica balcanica strana che esce da un bar, lungo una strada affossata in un canyon alla frontiera fra Kosovo e Montenegro.
Una struggente cantilena polinesiana, diffusa dagli altoparlanti e disturbata dal rumore di fondo della folla in coda all'ufficio immigrazione, in una calda alba di marzo nella hall della dogana all'aeroporto di Rarotonga.
Una piccola orchestra che suona al mercato di Avarua.
Una intensa telefonata in indi fra Vinay e un interlocutore sconosciuto, il dialogo velocissimo e incomprensibile che la rende ancora più bizzarra e misteriosa, mentre mi accompagna in hotel con la sua auto dopo una cena in un'umida e malinconica serata davanti al golfo di Goa.
Gli uccelli notturni di Pico che fanno un chiasso incredibile con quei versi buffi a cui viene naturale rispondere cercando di imitarli, per cui sembra davvero che ne nasca una discussione accesa in terrazza, nella notte tiepida di Terra Alta.

L'ultima non è stata un'idea mia ed è la traccia più bella.
12.48 del 03 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
21 Autoreferenziale
APR Diario, Amarcord
Ho finalmente terminato di mettere a posto tutte le foto che ho in archivio sotto il capitolo "montagna" (si trovano qui), che fra l'altro, alla fin fine, sono tutto sommato poche considerati almeno vent'anni di attività di cui una una decina abbastanza intensi.
Non è un caso, erano altri tempi quelli delle diapositive. Fossero esistiti gli smartphone a cavallo fra gli anni '80 e '90, oggi avrei terabyte di immagini in più da conservare. Invece a quel tempo spesso andavo via senza macchina fotografica, ché portarsi la reflex nello zaino pesava quel che pesava e mi sembrava sostanzialmente inutile, tanto le mani erano sempre impegnate in altro.
Così oggi mi rendo conto che non ho quasi nulla delle annate trascorse sulle nevi e fra le cime di mezzo arco alpino, comprese alcune bellissime uscite. Mi vengono in mente ad esempio quelle giornate in Engadina dopo aver dato le dimissioni dal CNR, la salita del Chaputschin e le discese infinite immersi nella polvere perfetta della Val Roseg, le arrampicate alle Pale di San Martino, quelle in Grigna, la Val Bedretto, molte cime di cui nemmeno ricordo il nome negli anni in cui praticamente facevo il giro completo dei weekend sul calendario sempre con gli sci ai piedi, spingendomi sempre più in alto via via che l'estate si avvicinava e poi avanzava.
Non ho più quasi nulla, qualche scatto occasionale qua e là, qualche vecchia diapositiva che ho fatto digitalizzare e alcune stampe sbiadite affondate nei cassetti in mansarda.

C'è questa foto che non mi lascia in pace da qualche settimana. È stata scattata sulle pareti dello Zucco dell'Angelone, un contrafforte dei Piani di Bobbio, sopra Lecco, dove spesso a quei tempi andavamo ad arrampicare nei weekend. La collocherei nel 1985, erano gli anni che seguivano il Nuovo mattino, il boom del free climbing, le scarpette gommate che soppiantavano i vecchi scarponi con la suola in Vibram, i nut e i friend che arrivavano a rimpiazzare i chiodi da roccia.
Avevo vent'anni e tutta la vita davanti. Avevo già iniziato a buttarne via parecchia della mia vita davanti, per la verità. Vivacchiavo a matematica da un paio d'anni senza combinare un tubo a parte vincere tornei infiniti di briscola chiamata, passare il mio tempo in montagna e dividermi in mille lavoretti per tirar su tutto quello che potevo per pagarmi le sigarette e i viaggi d'estate.
Ci passavo i mesi a progettare viaggi e pianificare - o dovrei meglio dire "fantasticare di" - salite in montagna sempre più difficili e sempre più esotiche. Divoravo letteratura di alpinismo a quintalate, a partire dalla bibliografia completa di Messner.
Quell'estate salii il mio primo quattromila, il Gran Paradiso, compiendo la traversata completa, in salita dalla Valnontey lungo la via della Tribolazione e in discesa dalla via normale verso la Valsavaranche. Poi il trasferimento a Finale Ligure con Roberto-Ufo e la mia Citroen Visa caricata all'inverosimile di attrezzatura, la cassetta di Beggar's banquet in autoradio, la tenda a igloo della Salewa sul tetto [EDIT: macché tenda della Salewa, era ancora la piccola canadese di cotone, altroché], Monica che mi aspettava al mare, mentre a me interessava solo unirmi alla tribù dei free climber finalesi.

Metto a posto le ultime fotografie, passo in rassegna le più vecchie scegliendo quelle da inserire nell'archivio su Smugmug, e mi imbatto in questa foto che credo mi scattò Eugenio mentre stavo scendendo in corda doppia dallo Zucco.
Indosso la mia amata camicia di flanella a quadri che per tanti anni mi ha accompagnato in montagna e mi sembra di ricordare che non fosse nemmeno mia, me l'aveva regalata qualcuno, o era di mio padre, non so, ma certo non l'avevo comprata io. La amavo moltissimo però, era sempre con me ad ogni uscita. Chissà che fine ha fatto. Probabile che a un certo punto, fra un trasloco e l'altro, sia finita nei sacchi delle cose che ho deciso di lasciarmi indietro.
E poi c'è lo sguardo che ho in quest'immagine. Provo a riconoscermi in quello sguardo, mi lascio trasportare nel tempo. Vorrei avere la possibilità di tornare indietro di trentaquattro anni e dire alcune cose a quel Carlo laggiù, e mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Sono io, eppure è un'immagine che non mi appartiene, nella quale non mi specchio più, per quanto ci provi e desideri farlo. A tratti vorrei prendere quel ragazzo a schiaffi, oppure mi sembra solo un povero coglione, in altri istanti mi fa tenerezza, malinconia, mi commuove un po'.
Lo fisso cercando di parlargli, ma non mi risponde. Ci sono delle domande che vorrei fargli. Vorrei abbracciarlo.
Ho altre fotografie di quegli anni, di un po' tutti gli anni della mia vita, e non so perché mi ossessioni così proprio questa immagine, faccio fatica a smettere di guardarla.

Qualche giorno fa ho cambiato smartphone e mandato in pensione il buon iPhone 8, peraltro dopo una breve carriera. Per provare la nuova macchina fotografica mi sono fatto un selfie prima di uscire da casa. L'obiettivo e il software a bordo dell'iPhone XS scavano un abisso rispetto a quelli dell'iPhone 8 e questo selfie preso al volo senza alcuna pretesa, all'ombra della mia mansarda tagliata dalla luce spiovente che filtra dai Velux, è impressionante per l'equilibrio nell'illuminazione, il dettaglio e la profondità di campo, quasi tridimensionale.
Mi sono guardato. Non sembro io, è vero che questi moderni software tarati per i selfie barano in modo esagerato, restituendo un'immagine fasulla studiata apposta per i social network.
Mi è venuto spontaneo accostare questa fotografia dell'ultimo minuto, scattata con lo smartphone appena uscito dalla confezione, a quella presa allo Zucco trentaquattro anni fa.
Cinquantaquattro contro venti.

Cerco di mettere a fuoco l'accostamento e mi pare impossibile che queste foto siano della stessa persona, in tutto e per tutto.
La camicia di flanella a quadri contro la giacca di lana blu, il golfino smanicato azzurro, la camicia bianca.
Di fumare ho smesso undici anni, otto mesi e quattordici giorni fa.
Mi piaceva stare attaccato alla corda, tuttavia non era vero che amavo la roccia così come mi piaceva raccontarmi. Ho sempre preferito di gran lunga la neve, la quota, l'aria sottile. Infatti gli anni successivi ho progressivamente abbandonato l'arrampicata sportiva per dedicarmi solo allo scialpinismo e all'alpinismo classico.
Mi raccontavo un sacco di cose a quel tempo, e quante me ne sono raccontate negli anni a venire, quante balle per me stesso, quanto tempo buttato dietro a cazzate invece di avere il coraggio di guardarmi dentro e scegliere. Quanto mi sono fatto trascinare a caso dal vento, dal pesaculismo, dalla strafottenza dei miei vent'anni, con una intera vita davanti.

Mi specchio nel selfie dell'iPhone XS e grazie alla complicità della tecnologia posso autocompiacermi nell'immagine riflessa, pur nell'imbarazzo di rendermene conto. Mi piace riconoscermici, dirmi che sono io. Sono io oggi, coi miei cinquantaquattro anni, la mia vita, i miei capelli bianchi, questa barba indecisa che porto ormai da cinque anni senza convincermi a darle una direzione precisa.
La giacca blu.
La camicia bianca. Per anni le camicie bianche mi hanno fatto schifo, le ho disprezzate. Poi, senza alcuna ragione, un paio d'anni fa ho comprato una camicia bianca. Oggi nell'armadio ne ho una decina e le indosso più spesso delle altre.
Il golfino senza maniche, il "gipponetto". Dice Vic che il confine tra il gipponetto da ricco e quello da pensionato è sottilissimo, non fosse che alla pensione mi manca ancora un'eternità. Ne ho comprati tre nuovi qualche settimana fa, un paio li avevo già nell'armadio ereditati da mio papà. Li indosso spesso ultimamente, sotto la giacca, tipo cinquantenne con la station wagon e la casa in Brianza.

Ho la faccia stanca e in effetti sono molto stanco. Ci sono trentaquattro anni di energie spesso sprecate fra le due foto, parecchi metri verticali di distanza, infiniti chilometri orizzontali.
Guardo le due immagini accostate e mi prende una specie di malinconia infinita, o forse è solo una forma di serendipity.
Ho fatto tanta strada fra le due foto, per quante cazzate, ma anche cose interessanti, alcune tutto sommato abbastanza uniche, altre, molte altre, del tutto inutili. Comunque cose mie che fan parte di me.
Anche passare le serate a caricare su internet le mie foto tutto sommato lo è, tempo perso e inutile.
Tant'è.

Zucco2
Zucco dell'Angelone (LC), 1985
XSTRE
Casa, 2019
TAG: selfie
01.13 del 21 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

Polcever1
ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
   
09 Tre passi in Svizzera
LUG Spostamenti, Amarcord, Viaggi verticali
Così sono tornato a guardarlo in faccia, nove anni dopo la mia terza sconfitta. Ho accostato la macchina sul ciglio della strada, sono sceso e son rimasto un po' lì davanti a lui.

Era più o meno di questi giorni, il 30 giugno 2009. A conti fatti, da allora ho appeso corda e ramponi al chiodo e quel poco che è venuto negli anni a seguire son state passeggiate e qualche facile escursione coi ragazzi, perlopiù fra le Grigne e la Valnontey.
Lo avevo scritto, è andata davvero così.

Non sono nemmeno più riuscito a darmi pace. Ancora un paio di giorni fa ho aperto i bauli dell'attrezzatura per cercare una cosa per Leonardo: ho tolto un po' di polvere dai coperchi, ho dato una rapida occhiata, ho spostato una corda, l'ultima che avevo comprato una decina di anni fa, una mezza leggera da otto millimetri. Credo di averla usata un paio di volte al massimo. Ho pensato che sarebbe da buttare, ché anche se mai ne avessi bisogno certo non mi affiderei a una corda rimasta arrotolata per quasi dieci anni dentro un baule al buio. Per non parlare delle altre due abbandonate lì dentro: una ha quasi vent'anni, credo.
Ché le corde han bisogno di aria, di vita, di allenamento, anche loro.

Così me ne sto lì sul ciglio della strada, fermo a guardarlo per qualche minuto, lui ed io da soli, Lorenza è rimasta in macchina ad aspettarmi.
La cima è incappucciata, ma il resto del gruppo si vede bene. Anche la Biancograt è scoperta: a un certo punto il sole illumina la bellissima e affilata celebre lama verticale, dividendo perfettamente il versante scintillante da quello in ombra.
Il Morteratsch si è ritirato ancora, ormai è solo il fantasma del ghiacciaio che discesi in sci la prima volta ormai quasi quarant'anni fa. I Palù sono ben visibili, coi caratteristici piloni rocciosi che dividono la parete di ghiaccio settentrionale in tre settori distinti. Quelle cime, almeno, sono state mie. Per due volte, su tre tentativi.
Lui no. Mi sono ritirato nel '96 durante il tentativo con Bruno dal versante italiano, a causa di una violentissima bufera di neve, e anche nel 2008 con Mauro, di nuovo dalla stessa via, sopraffatto dalla stanchezza e dal timore degli ultimi passaggi esposti prima della cima. E ritirato infine nel 2009, dal versante svizzero, ancora una volta vinto dalla stanchezza e dal conseguente crollo psicologico, dopo l'infinita cavalcata in alta quota del giorno precedente attraverso tutta la cresta dei Palù e gli interminabili ghiacciai dell'Argient e della Fuorcla Bellavista, dieci chilometri inesorabili che mi stroncarono, soprattutto dopo la disavventura in discesa dalla cresta del Palù orientale.
Per due volte sono arrivato a un soffio dalla cima: nel 2008 la mancai per non più di cento metri.
A un certo punto devi capirlo quando una montagna non è per te e il Bernina non era per me. Fine.

Ho guidato per quattrocentocinquanta chilometri di statali, valli e tornanti. Siamo passati a salutare Paolo a Campodolcino e poi siamo saliti allo Splügen, ormai un appuntamento fisso ad ogni estate. Poi giù verso Thusis e di nuovo su verso lo Julierpass.
Qui non tornavo da anni, non saprei dire da quando con precisione. Le mie ultime salite scialpinistiche su queste montagne, solitarie, le feci sul versante di Silvaplana nel 2008, direi. Ad occhio potrebbe essere dalla salita del Lagrev nel 2000 con Bruno che non tornavo allo Julier. Una brutta avventura, una giornata pessima con nebbia e nevicata fittissima, la slavina che mi aveva intrappolato le gambe per qualche istante e che avevo evitato solo per un miracolo.
Nel 2000. Diciotto anni fa. Mi sembra ieri. Possibile, davvero, che da allora non sia più tornato quassù? Mi pare addirittura che sia la prima volta che ci vengo in estate, quasi non riconosco il paesaggio senza lo spesso manto bianco che in inverno a questa quota avvolge ogni cosa.

Poi di nuovo in discesa verso Silvaplana, Sankt Moritz e Pontresina. In Engadina mi pare di esser passato l'ultima volta nell'inverno del 2009, andando per lavoro a Innsbruck. Ho l'impressione di non aver più scavalcato il Maloja da allora. E pensare che negli anni '90 ero di casa qui quasi tutte le settimane.
Saliamo al Berninapass, facendo una breve sosta alla stazione del Morteratsch.
Mi aggiro per il parcheggio, guardo in direzione del ghiacciaio. Mi pare di vedermi, quel pomeriggio di giugno di nove anni fa, mentre scendo da solo lungo la morena, voltandomi indietro ogni tanto, la sensazione netta che quella discesa fra i crepacci sia definitivamente senza ritorno. Che i mesi in arrivo mi travolgeranno e che la mia vita stia per attraversare un uragano dove non ci sarà più spazio né per la montagna, né per mille altre cose. Che non ci saranno la testa, la motivazione, le forze, il tempo, i compagni, nulla di quello che mi servirebbe per continuare.

Due settimane dopo quel pomeriggio avevo in programma la traversata dei Lyskamm e un mese dopo la lunga cavalcata de Les Trois Monts, sul Monte Bianco. Non se ne fece nulla: le previsioni meteo scoraggianti fecero saltare il tentativo ai Lyskamm e a quel punto chiusi la stagione e i bauli dell'attrezzatura.
Dall'autunno seguente niente sarebbe stato più come prima.

Ci fermiamo a prendere un tè al Berninapass. Osservo il Sassal Mason e cerco di ricordare la via di salita. Era un'ascensione facile, dislivello contenuto, qualche rischio di slavine, ma buona esposizione, a nord. Neve sempre ottima.
L'ho salito un paio di volte, una mi pare da solo. Ci volevano almeno tre ore in macchina da Milano per arrivare fin qui, raramente mi spingevo fino al passo, più spesso ci fermavamo al Diavolezza.
Mi viene in mente quel giorno fantastico di scialpinismo e discese vertiginose in Val Roseg, con la salita al Chaputschin e neve da favola, polverosa, e la discesa dal Morteratsch con Massimo, con il brutto tempo; e ancora la mia prima salita del Piz Palù, con Bruno, un freddo terribile, uno dei giorni più gelidi della mia vita: in vetta eravamo attorno ai trenta sotto zero.
Le nostre foto sulla cima, col vento artico che spazza la cresta terminale a quasi quattromila metri, solo gli occhi che spuntano dai passamontagna indossati sotto il cappuccio completamente chiuso.

Scendendo dal Berninapass verso Poschiavo, mi fermo su un tornante e scatto una foto panoramica alla valle con una bella luce tardo pomeridiana. Poche volte sono salito al passo da questo versante, ho sempre preferito arrivare dall'Engadina, sebbene in effetti il percorso più rapido da casa sia dalla Valtellina. È che la Valtellina l'ho sempre odiata, almeno tanto quanto ho amato alcune delle sue valli laterali: la Valmalenco, dove abbiamo avuto la casa per qualche anno, e naturalmente la Val di Mello.
Sono passati ventisei anni dalle mie salite al Badile e al Cengalo, entrambe interrotte sotto la vetta per l'arrivo del brutto tempo. Altri due obiettivi rimasti incompiuti, ma quei giorni lassù furono un'esperienza straordinaria, una delle più belle della mia carriera alpinistica.
Fra i progetti ancora nel cassetto c'è il sogno di tornare sotto a quelle cime coi ragazzi, ripercorrere con loro la lunga cavalcata in quota di una settimana lungo il sentiero Roma e le sue ferrate impegnative.
Intanto vediamo se va in porto il programma del prossimo weekend, poi si vedrà.

Sul Bernina ormai lo so, non tornerò più. Quella parte di me è definitivamente alle spalle ed è ora di chiudere il diario dei ricordi. Soprattutto, quello dei rimpianti.

Passi0a
Una giornata fra i miei passi alpini preferiti
Passi01
Splügenpass, 2.117m
Passi02
Julierpass, 2.284m
Passi03
Gruppo del Bernina e ghiacciaio del Morteratsch
Passi04
Berninapass, 2.328m
Passi05
La valle di Poschiavo dal Berninapass
TAG: svizzera, alpi, Bernina, berninapass, julierpass, splugenpass, spluga
11.56 del 09 Luglio 2018 | Commenti (0) 
   
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