Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 UK calling
OTT Travel Log: Business Trips 2019, Amarcord
Al rientro da una cena di lavoro in un bel ristorante elegante di Chelsea, con la scusa di far due passi prima di andare a dormire, saluto i colleghi con cui ho condiviso il passaggio Uber fino all’hotel e mi incammino verso la sponda del Tamigi.
È una bella serata di fine ottobre, a Londra non fa molto freddo. Alzo il bavero della giacca, ché solo questa indosso sopra la camicia bianca d’ordinanza da businessman in transito nella City. Google Map mi dice che ci vuole una mezz’oretta a piedi per il Tower Bridge, così mi avvio attraverso le strette vie buie del Southbank, qua e là intervallate da qualche nuovo locale alla moda frequentato da giovani hipster londinesi mescolati a turisti russi, cinesi, giapponesi ed emigranti italiani che a Londra lavorano, vivono, scappano.
Ho sentito parlare più italiano in queste ultime ventiquattr’ore per le vie di Londra che in Piazza del Duomo a Milano.

Quattro anni fa, l’ultima volta che son stato a Londra, ero venuto con te a vedere gli Who ad Hyde Park per il cinquantenario. Era la tua prima volta sulle rive del Tamigi e davanti al Tower Bridge abbiamo una delle nostre foto più belle. L’avevamo scattata esattamente da questo punto, ma sulla sponda opposta.
Per questo mi sono incamminato fin qui stasera, per questo ci sono venuto da solo e per questo ho scelto di rimanere da questo lato, nel Southbank.
Scatto la stessa foto al Tower Bridge con la prospettiva ribaltata.
Poi chiedo a Google Map di guidarmi verso lo Shard, così passo a dargli un’occhiata da vicino, prima di riprendere la mia via verso l’hotel e andarmene a dormire. È quasi mezzanotte e adesso sì, fa freddo e domani devo svegliarmi presto, ché ho un meeting alle otto del mattino in uno dei grattacieli di cristallo che disegnano la skyline londinese del terzo millennio.

Nel pomeriggio, esauriti i miei impegni, mi incammino per le vie di Waterloo e raggiungo a piedi Westminster. Passo sotto il London Eye e no, nemmeno questa volta sono salito. Lo sai che mi fa paura.
Aspetto un Uber davanti a Downing Street come un primo ministro qualunque, ma non ho voglia di attraversare la strada e andare a rifare la solita stessa foto.
A Londra è impossibile non fare sempre le stesse foto.
Mi pare di averlo scritto anche allora. Poi magari vado a controllare.

London Euston è una brutta e anonima stazione. Osservo che una civiltà che può permettersi di annunciare sul tabellone elettronico che il treno per Glasgow inizierà l’imbarco “approximately 16:39”, peraltro quando non sono ancora le sedici, è una civiltà superiore.
L’imbarco inizia alle 16:39 e quattordici secondi, il che inequivocabilmente giustifica l’approximately e spiega meglio di qualsiasi altra metafora perché Shackleton non abbia mai rinunciato al tè delle cinque nemmeno mentre era alla deriva sulla banchisa antartica e perché a differenza degli americani gli inglesi abbiano davvero conquistato il mondo.
La Brexit, capirài.
Poi, anche gli inglesi telefonano sul treno, il che me li ricolloca purtroppo un po’ troppo approximately ai costumi del Belpaese e mi obbliga a riconoscere che l’educazione e la sobrietà sono giapponesi, quella inglese è più che altro supponenza aristocratica.

Tamworth è poco più di un villaggio a un’ora di campagna inglese, pecore e pioggia da Londra. A differenza della capitale - e del Giappone - i taxi qui accettano solo contanti ed è solo per un caso del destino che mi ritrovo nel portafogli una banconota da venti pounds con cui riesco fortuitamente a saldare il mio passaggio dalla stazione all’hotel.
Ad occhio è la prima volta quest’anno che uso contanti nelle trasferte di mezzo mondo, salvo giusto quando ti ho comprato il Ganesh nel negozietto di Panaji, in India.
E d’altra parte l’India l’han ben colonizzata gli inglesi.
Poi certo, l’Italia. Che vista da Tamworth, ti dirò, ma sai che.

Ho una camera in una fredda e molto British guest house, unica sistemazione dignitosa che abbia trovato “in centro”, chiamiamolo così. A guardarmi attorno, avrei potuto scegliere un qualunque Holiday Inn disperso fra le pecore nella campagna a mezz’ora da qui.
La proprietaria è però molto friendly, la birra nel pub annesso è buona e il ristorante è invero ottimo, compresa la soup of the day di patate, alla quale lipperlì mi ero fatto convincere a dare una chance con più di qualche perplessità, se non altro con l’obiettivo primario di scaldarmi. E invece, vedi come può sorprenderti Tamworth.
Comunque evitatela pure. Tamworth, intendo, non la zuppa di patate.

Fuori piove tutta la Gran Bretagna, fa abbastanza freddo e l’umidità inglese mi penetra diretta nella ossa. Faccio due passi al buio e mi ritrovo ad attraversare un cimitero nel mezzo di un parco cittadino. Mi bagno, non c’è un’anima in giro - salvo quelle inquiete qua attorno che verosimilmente non sono più terrene e non riescono a trovar pace.
Me ne sto lì sotto la pioggia a contemplare una brutta cattedrale gotica nera, chiusa, fradicia. Non c’è alcuna ragione per andare in giro a Tamworth, di notte e sotto la pioggia. Esco dalla mia trance e vado a rifugiarmi sotto al piumone della mia camera al Peel Aldergate hotel.
Ho voglia del mio letto. Ecco sì. Stasera mi mancano il mio letto in mansarda, il mio piumone, il mio libro.
Le sedici tu che mi tengono d’occhio dalla parete a sinistra e che nessuna di quelle sei più tu. Non so più come sei, adesso.
Non sei più nemmeno come eri due settimane fa.
Nemmeno io, del resto, che son rimasto metà.

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Random shots in Chelsea, London
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Business dinner in Chelsea
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Back in London, four year after
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My life in Tamworth
TAG: Londra, uk
23.13 del 29 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
03 Sounds of my life
SET Amarcord, Travel Log: Isole Azzorre
Ci pensavo ieri, mentre scrivevo di Pico.
Fra decine di migliaia di fotografie e ore di filmati, conservo brevi registrazioni sparse, suoni del mio passato che ho catturato altrove per caso col telefonino, per fissare istanti della mia vita.

La voce di Albert che mi parla in armeno, mentre guida a rompicollo giù dai tornanti del Vayots Dzor raccontandomi cose sue che non saprò mai.
Una musica balcanica strana che esce da un bar, lungo una strada affossata in un canyon alla frontiera fra Kosovo e Montenegro.
Una struggente cantilena polinesiana, diffusa dagli altoparlanti e disturbata dal rumore di fondo della folla in coda all'ufficio immigrazione, in una calda alba di marzo nella hall della dogana all'aeroporto di Rarotonga.
Una piccola orchestra che suona al mercato di Avarua.
Una intensa telefonata in indi fra Vinay e un interlocutore sconosciuto, il dialogo velocissimo e incomprensibile che la rende ancora più bizzarra e misteriosa, mentre mi accompagna in hotel con la sua auto dopo una cena in un'umida e malinconica serata davanti al golfo di Goa.
Gli uccelli notturni di Pico che fanno un chiasso incredibile con quei versi buffi a cui viene naturale rispondere cercando di imitarli, per cui sembra davvero che ne nasca una discussione accesa in terrazza, nella notte tiepida di Terra Alta.

L'ultima non è stata un'idea mia ed è la traccia più bella.
12.48 del 03 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
21 Autoreferenziale
APR Diario, Amarcord
Ho finalmente terminato di mettere a posto tutte le foto che ho in archivio sotto il capitolo "montagna" (si trovano qui), che fra l'altro, alla fin fine, sono tutto sommato poche considerati almeno vent'anni di attività di cui una una decina abbastanza intensi.
Non è un caso, erano altri tempi quelli delle diapositive. Fossero esistiti gli smartphone a cavallo fra gli anni '80 e '90, oggi avrei terabyte di immagini in più da conservare. Invece a quel tempo spesso andavo via senza macchina fotografica, ché portarsi la reflex nello zaino pesava quel che pesava e mi sembrava sostanzialmente inutile, tanto le mani erano sempre impegnate in altro.
Così oggi mi rendo conto che non ho quasi nulla delle annate trascorse sulle nevi e fra le cime di mezzo arco alpino, comprese alcune bellissime uscite. Mi vengono in mente ad esempio quelle giornate in Engadina dopo aver dato le dimissioni dal CNR, la salita del Chaputschin e le discese infinite immersi nella polvere perfetta della Val Roseg, le arrampicate alle Pale di San Martino, quelle in Grigna, la Val Bedretto, molte cime di cui nemmeno ricordo il nome negli anni in cui praticamente facevo il giro completo dei weekend sul calendario sempre con gli sci ai piedi, spingendomi sempre più in alto via via che l'estate si avvicinava e poi avanzava.
Non ho più quasi nulla, qualche scatto occasionale qua e là, qualche vecchia diapositiva che ho fatto digitalizzare e alcune stampe sbiadite affondate nei cassetti in mansarda.

C'è questa foto che non mi lascia in pace da qualche settimana. È stata scattata sulle pareti dello Zucco dell'Angelone, un contrafforte dei Piani di Bobbio, sopra Lecco, dove spesso a quei tempi andavamo ad arrampicare nei weekend. La collocherei nel 1985, erano gli anni che seguivano il Nuovo mattino, il boom del free climbing, le scarpette gommate che soppiantavano i vecchi scarponi con la suola in Vibram, i nut e i friend che arrivavano a rimpiazzare i chiodi da roccia.
Avevo vent'anni e tutta la vita davanti. Avevo già iniziato a buttarne via parecchia della mia vita davanti, per la verità. Vivacchiavo a matematica da un paio d'anni senza combinare un tubo a parte vincere tornei infiniti di briscola chiamata, passare il mio tempo in montagna e dividermi in mille lavoretti per tirar su tutto quello che potevo per pagarmi le sigarette e i viaggi d'estate.
Ci passavo i mesi a progettare viaggi e pianificare - o dovrei meglio dire "fantasticare di" - salite in montagna sempre più difficili e sempre più esotiche. Divoravo letteratura di alpinismo a quintalate, a partire dalla bibliografia completa di Messner.
Quell'estate salii il mio primo quattromila, il Gran Paradiso, compiendo la traversata completa, in salita dalla Valnontey lungo la via della Tribolazione e in discesa dalla via normale verso la Valsavaranche. Poi il trasferimento a Finale Ligure con Roberto-Ufo e la mia Citroen Visa caricata all'inverosimile di attrezzatura, la cassetta di Beggar's banquet in autoradio, la tenda a igloo della Salewa sul tetto [EDIT: macché tenda della Salewa, era ancora la piccola canadese di cotone, altroché], Monica che mi aspettava al mare, mentre a me interessava solo unirmi alla tribù dei free climber finalesi.

Metto a posto le ultime fotografie, passo in rassegna le più vecchie scegliendo quelle da inserire nell'archivio su Smugmug, e mi imbatto in questa foto che credo mi scattò Eugenio mentre stavo scendendo in corda doppia dallo Zucco.
Indosso la mia amata camicia di flanella a quadri che per tanti anni mi ha accompagnato in montagna e mi sembra di ricordare che non fosse nemmeno mia, me l'aveva regalata qualcuno, o era di mio padre, non so, ma certo non l'avevo comprata io. La amavo moltissimo però, era sempre con me ad ogni uscita. Chissà che fine ha fatto. Probabile che a un certo punto, fra un trasloco e l'altro, sia finita nei sacchi delle cose che ho deciso di lasciarmi indietro.
E poi c'è lo sguardo che ho in quest'immagine. Provo a riconoscermi in quello sguardo, mi lascio trasportare nel tempo. Vorrei avere la possibilità di tornare indietro di trentaquattro anni e dire alcune cose a quel Carlo laggiù, e mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Sono io, eppure è un'immagine che non mi appartiene, nella quale non mi specchio più, per quanto ci provi e desideri farlo. A tratti vorrei prendere quel ragazzo a schiaffi, oppure mi sembra solo un povero coglione, in altri istanti mi fa tenerezza, malinconia, mi commuove un po'.
Lo fisso cercando di parlargli, ma non mi risponde. Ci sono delle domande che vorrei fargli. Vorrei abbracciarlo.
Ho altre fotografie di quegli anni, di un po' tutti gli anni della mia vita, e non so perché mi ossessioni così proprio questa immagine, faccio fatica a smettere di guardarla.

Qualche giorno fa ho cambiato smartphone e mandato in pensione il buon iPhone 8, peraltro dopo una breve carriera. Per provare la nuova macchina fotografica mi sono fatto un selfie prima di uscire da casa. L'obiettivo e il software a bordo dell'iPhone XS scavano un abisso rispetto a quelli dell'iPhone 8 e questo selfie preso al volo senza alcuna pretesa, all'ombra della mia mansarda tagliata dalla luce spiovente che filtra dai Velux, è impressionante per l'equilibrio nell'illuminazione, il dettaglio e la profondità di campo, quasi tridimensionale.
Mi sono guardato. Non sembro io, è vero che questi moderni software tarati per i selfie barano in modo esagerato, restituendo un'immagine fasulla studiata apposta per i social network.
Mi è venuto spontaneo accostare questa fotografia dell'ultimo minuto, scattata con lo smartphone appena uscito dalla confezione, a quella presa allo Zucco trentaquattro anni fa.
Cinquantaquattro contro venti.

Cerco di mettere a fuoco l'accostamento e mi pare impossibile che queste foto siano della stessa persona, in tutto e per tutto.
La camicia di flanella a quadri contro la giacca di lana blu, il golfino smanicato azzurro, la camicia bianca.
Di fumare ho smesso undici anni, otto mesi e quattordici giorni fa.
Mi piaceva stare attaccato alla corda, tuttavia non era vero che amavo la roccia così come mi piaceva raccontarmi. Ho sempre preferito di gran lunga la neve, la quota, l'aria sottile. Infatti gli anni successivi ho progressivamente abbandonato l'arrampicata sportiva per dedicarmi solo allo scialpinismo e all'alpinismo classico.
Mi raccontavo un sacco di cose a quel tempo, e quante me ne sono raccontate negli anni a venire, quante balle per me stesso, quanto tempo buttato dietro a cazzate invece di avere il coraggio di guardarmi dentro e scegliere. Quanto mi sono fatto trascinare a caso dal vento, dal pesaculismo, dalla strafottenza dei miei vent'anni, con una intera vita davanti.

Mi specchio nel selfie dell'iPhone XS e grazie alla complicità della tecnologia posso autocompiacermi nell'immagine riflessa, pur nell'imbarazzo di rendermene conto. Mi piace riconoscermici, dirmi che sono io. Sono io oggi, coi miei cinquantaquattro anni, la mia vita, i miei capelli bianchi, questa barba indecisa che porto ormai da cinque anni senza convincermi a darle una direzione precisa.
La giacca blu.
La camicia bianca. Per anni le camicie bianche mi hanno fatto schifo, le ho disprezzate. Poi, senza alcuna ragione, un paio d'anni fa ho comprato una camicia bianca. Oggi nell'armadio ne ho una decina e le indosso più spesso delle altre.
Il golfino senza maniche, il "gipponetto". Dice Vic che il confine tra il gipponetto da ricco e quello da pensionato è sottilissimo, non fosse che alla pensione mi manca ancora un'eternità. Ne ho comprati tre nuovi qualche settimana fa, un paio li avevo già nell'armadio ereditati da mio papà. Li indosso spesso ultimamente, sotto la giacca, tipo cinquantenne con la station wagon e la casa in Brianza.

Ho la faccia stanca e in effetti sono molto stanco. Ci sono trentaquattro anni di energie spesso sprecate fra le due foto, parecchi metri verticali di distanza, infiniti chilometri orizzontali.
Guardo le due immagini accostate e mi prende una specie di malinconia infinita, o forse è solo una forma di serendipity.
Ho fatto tanta strada fra le due foto, per quante cazzate, ma anche cose interessanti, alcune tutto sommato abbastanza uniche, altre, molte altre, del tutto inutili. Comunque cose mie che fan parte di me.
Anche passare le serate a caricare su internet le mie foto tutto sommato lo è, tempo perso e inutile.
Tant'è.

Zucco2
Zucco dell'Angelone (LC), 1985
XSTRE
Casa, 2019
TAG: selfie
01.13 del 21 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

Polcever1
ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
   
09 Tre passi in Svizzera
LUG Spostamenti, Amarcord, Viaggi verticali
Così sono tornato a guardarlo in faccia, nove anni dopo la mia terza sconfitta. Ho accostato la macchina sul ciglio della strada, sono sceso e son rimasto un po' lì davanti a lui.

Era più o meno di questi giorni, il 30 giugno 2009. A conti fatti, da allora ho appeso corda e ramponi al chiodo e quel poco che è venuto negli anni a seguire son state passeggiate e qualche facile escursione coi ragazzi, perlopiù fra le Grigne e la Valnontey.
Lo avevo scritto, è andata davvero così.

Non sono nemmeno più riuscito a darmi pace. Ancora un paio di giorni fa ho aperto i bauli dell'attrezzatura per cercare una cosa per Leonardo: ho tolto un po' di polvere dai coperchi, ho dato una rapida occhiata, ho spostato una corda, l'ultima che avevo comprato una decina di anni fa, una mezza leggera da otto millimetri. Credo di averla usata un paio di volte al massimo. Ho pensato che sarebbe da buttare, ché anche se mai ne avessi bisogno certo non mi affiderei a una corda rimasta arrotolata per quasi dieci anni dentro un baule al buio. Per non parlare delle altre due abbandonate lì dentro: una ha quasi vent'anni, credo.
Ché le corde han bisogno di aria, di vita, di allenamento, anche loro.

Così me ne sto lì sul ciglio della strada, fermo a guardarlo per qualche minuto, lui ed io da soli, Lorenza è rimasta in macchina ad aspettarmi.
La cima è incappucciata, ma il resto del gruppo si vede bene. Anche la Biancograt è scoperta: a un certo punto il sole illumina la bellissima e affilata celebre lama verticale, dividendo perfettamente il versante scintillante da quello in ombra.
Il Morteratsch si è ritirato ancora, ormai è solo il fantasma del ghiacciaio che discesi in sci la prima volta ormai quasi quarant'anni fa. I Palù sono ben visibili, coi caratteristici piloni rocciosi che dividono la parete di ghiaccio settentrionale in tre settori distinti. Quelle cime, almeno, sono state mie. Per due volte, su tre tentativi.
Lui no. Mi sono ritirato nel '96 durante il tentativo con Bruno dal versante italiano, a causa di una violentissima bufera di neve, e anche nel 2008 con Mauro, di nuovo dalla stessa via, sopraffatto dalla stanchezza e dal timore degli ultimi passaggi esposti prima della cima. E ritirato infine nel 2009, dal versante svizzero, ancora una volta vinto dalla stanchezza e dal conseguente crollo psicologico, dopo l'infinita cavalcata in alta quota del giorno precedente attraverso tutta la cresta dei Palù e gli interminabili ghiacciai dell'Argient e della Fuorcla Bellavista, dieci chilometri inesorabili che mi stroncarono, soprattutto dopo la disavventura in discesa dalla cresta del Palù orientale.
Per due volte sono arrivato a un soffio dalla cima: nel 2008 la mancai per non più di cento metri.
A un certo punto devi capirlo quando una montagna non è per te e il Bernina non era per me. Fine.

Ho guidato per quattrocentocinquanta chilometri di statali, valli e tornanti. Siamo passati a salutare Paolo a Campodolcino e poi siamo saliti allo Splügen, ormai un appuntamento fisso ad ogni estate. Poi giù verso Thusis e di nuovo su verso lo Julierpass.
Qui non tornavo da anni, non saprei dire da quando con precisione. Le mie ultime salite scialpinistiche su queste montagne, solitarie, le feci sul versante di Silvaplana nel 2008, direi. Ad occhio potrebbe essere dalla salita del Lagrev nel 2000 con Bruno che non tornavo allo Julier. Una brutta avventura, una giornata pessima con nebbia e nevicata fittissima, la slavina che mi aveva intrappolato le gambe per qualche istante e che avevo evitato solo per un miracolo.
Nel 2000. Diciotto anni fa. Mi sembra ieri. Possibile, davvero, che da allora non sia più tornato quassù? Mi pare addirittura che sia la prima volta che ci vengo in estate, quasi non riconosco il paesaggio senza lo spesso manto bianco che in inverno a questa quota avvolge ogni cosa.

Poi di nuovo in discesa verso Silvaplana, Sankt Moritz e Pontresina. In Engadina mi pare di esser passato l'ultima volta nell'inverno del 2009, andando per lavoro a Innsbruck. Ho l'impressione di non aver più scavalcato il Maloja da allora. E pensare che negli anni '90 ero di casa qui quasi tutte le settimane.
Saliamo al Berninapass, facendo una breve sosta alla stazione del Morteratsch.
Mi aggiro per il parcheggio, guardo in direzione del ghiacciaio. Mi pare di vedermi, quel pomeriggio di giugno di nove anni fa, mentre scendo da solo lungo la morena, voltandomi indietro ogni tanto, la sensazione netta che quella discesa fra i crepacci sia definitivamente senza ritorno. Che i mesi in arrivo mi travolgeranno e che la mia vita stia per attraversare un uragano dove non ci sarà più spazio né per la montagna, né per mille altre cose. Che non ci saranno la testa, la motivazione, le forze, il tempo, i compagni, nulla di quello che mi servirebbe per continuare.

Due settimane dopo quel pomeriggio avevo in programma la traversata dei Lyskamm e un mese dopo la lunga cavalcata de Les Trois Monts, sul Monte Bianco. Non se ne fece nulla: le previsioni meteo scoraggianti fecero saltare il tentativo ai Lyskamm e a quel punto chiusi la stagione e i bauli dell'attrezzatura.
Dall'autunno seguente niente sarebbe stato più come prima.

Ci fermiamo a prendere un tè al Berninapass. Osservo il Sassal Mason e cerco di ricordare la via di salita. Era un'ascensione facile, dislivello contenuto, qualche rischio di slavine, ma buona esposizione, a nord. Neve sempre ottima.
L'ho salito un paio di volte, una mi pare da solo. Ci volevano almeno tre ore in macchina da Milano per arrivare fin qui, raramente mi spingevo fino al passo, più spesso ci fermavamo al Diavolezza.
Mi viene in mente quel giorno fantastico di scialpinismo e discese vertiginose in Val Roseg, con la salita al Chaputschin e neve da favola, polverosa, e la discesa dal Morteratsch con Massimo, con il brutto tempo; e ancora la mia prima salita del Piz Palù, con Bruno, un freddo terribile, uno dei giorni più gelidi della mia vita: in vetta eravamo attorno ai trenta sotto zero.
Le nostre foto sulla cima, col vento artico che spazza la cresta terminale a quasi quattromila metri, solo gli occhi che spuntano dai passamontagna indossati sotto il cappuccio completamente chiuso.

Scendendo dal Berninapass verso Poschiavo, mi fermo su un tornante e scatto una foto panoramica alla valle con una bella luce tardo pomeridiana. Poche volte sono salito al passo da questo versante, ho sempre preferito arrivare dall'Engadina, sebbene in effetti il percorso più rapido da casa sia dalla Valtellina. È che la Valtellina l'ho sempre odiata, almeno tanto quanto ho amato alcune delle sue valli laterali: la Valmalenco, dove abbiamo avuto la casa per qualche anno, e naturalmente la Val di Mello.
Sono passati ventisei anni dalle mie salite al Badile e al Cengalo, entrambe interrotte sotto la vetta per l'arrivo del brutto tempo. Altri due obiettivi rimasti incompiuti, ma quei giorni lassù furono un'esperienza straordinaria, una delle più belle della mia carriera alpinistica.
Fra i progetti ancora nel cassetto c'è il sogno di tornare sotto a quelle cime coi ragazzi, ripercorrere con loro la lunga cavalcata in quota di una settimana lungo il sentiero Roma e le sue ferrate impegnative.
Intanto vediamo se va in porto il programma del prossimo weekend, poi si vedrà.

Sul Bernina ormai lo so, non tornerò più. Quella parte di me è definitivamente alle spalle ed è ora di chiudere il diario dei ricordi. Soprattutto, quello dei rimpianti.

Passi0a
Una giornata fra i miei passi alpini preferiti
Passi01
Splügenpass, 2.117m
Passi02
Julierpass, 2.284m
Passi03
Gruppo del Bernina e ghiacciaio del Morteratsch
Passi04
Berninapass, 2.328m
Passi05
La valle di Poschiavo dal Berninapass
TAG: svizzera, alpi, Bernina, berninapass, julierpass, splugenpass, spluga
11.56 del 09 Luglio 2018 | Commenti (0) 
   
18 (Senza) memoria analogica
APR Amarcord
Nel mettere a posto il mio archivio, scopro che sono almeno sei le occasioni in cui sono partito senza portarmi la macchina fotografica: nel 1995 per il capodanno a Praga e poi il viaggio di agosto a Thassos, in Grecia; nel 1997 per il capodanno a Budapest e l'agosto di quell'anno in Spagna per un viaggio nei Paesi Baschi e a Salamanca; nel 1999 a Berlino, mi pare fosse sempre per capodanno; e infine nel 2000, un bel viaggio in Polonia e Slovacchia per le vacanze di Pasqua.

Di questi viaggi non mi rimane praticamente nulla. Erano anni in cui non esistevano ancora i cellulari con la macchina fotografica ed evidentemente, in ciascuna di quelle occasioni, avevo scelto di partire senza la reflex; oppure forse, semplicemente, non ne avevo una (mi pare sia stato così almeno nel '97 in Spagna).
Conservo in un cassetto una vecchia foto stampata che qualcuno mi ha fatto a Thassos nel '95 e le scansioni di alcune fotografie non mie del viaggio del 2000 in Polonia.
Non ho nemmeno i diari di viaggio, perché erano anni in cui avevo smesso di scrivere e di tenere il mio diario cartaceo quotidiano, e i blog erano ancora di là da venire.

Di quei viaggi è quindi andato tutto perduto e non rimane traccia. Nemmeno una Lonely Planet consumata, uno scontrino, un biglietto aereo, a parte giusto la carta d'imbarco sul volo Olympic per Salonicco.
E mi spiace.
TAG: viaggi
13.25 del 18 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
12 Gare de l'Est (*) (**)
APR Fotoblog, Amarcord
Sto mettendo mano ad alcune (bruttissime) fotografie scattate a Rouen una sera del 2009 con un vecchio cellulare. Niente che valga la pena di far circolare, anche perché la risoluzione di quell'HTC di dieci anni fa, perdipiù utilizzato al buio, è davvero orribile.
Fra queste ce n'è una che direi ho scattato alla Gare de l'Est di Parigi, tornando da Rouen e diretto a Lussemburgo. Almeno questo è quel che mi sembra di ricordare.
Era il periodo in cui lavoravo perlopiù all'estero, anche se nel 2009 in realtà avevo già spostato nelle Langhe il centro della mia vita professionale e preso (la seconda) casa ad Alba, dopo aver lasciato quella di Varsavia.

Ricordo quella sera in transito da Parigi, anche se non rammento bene la dinamica dei miei spostamenti. Stavo lavorando su un progetto internazionale e in quel periodo mi occupavo della sede di Rouen. Mi capitava talvolta di farci un salto partendo da Alba: di solito volavo a Parigi e noleggiavo un'auto per raggiungere la cittadina nel nord della Francia.
Non ricordo perché quel giorno invece andassi e tornassi in treno da Lussemburgo, che avevo lasciato un paio d'anni prima, ma sono certo che quella fosse la direttrice e sono anche quasi sicuro che fosse stato appunto un viaggio in giornata. A pensarci, ricordo anche che a Parigi dovetti cambiare stazione, perché i treni per Rouen partivano e arrivavano alla Gare St. Lazare, mentre quelli per Lussemburgo erano alla Gare de l'Est, per cui in effetti non sono certo di quale sia la stazione nella quale scattai la foto.
Così a memoria, fu poco prima di salire sul TGV per Lussemburgo: Est, dunque.

Ricordo la corsa con la metro fra le due stazioni, ché non avevo molto tempo fra un treno e l'altro. Ricordo anche che mandai un messaggio a Barbara, che sapevo essersi trasferita a Parigi qualche anno prima, per farle sapere che ero in rapidissimo transito in città.
Mi pare fossi in viaggio da solo e che a Lussemburgo alloggiassi presso un'hotel di cui ricordo bene la stanza, ma quel che non mi torna è che giurerei di essere stato solo una notte in vita mia in hotel a Lussemburgo e che in quell'occasione specifica, quella della stanza che ricordo, fossi in viaggio con un collega. Tutto il resto della mia vita lussemburghese era stato durante i mesi ad Arlon e il periodo di Rouen era due anni dopo. Quindi forse no, non rientravo a Lussemburgo per tornare a quell'hotel. Ma perché Lussemburgo allora, e per dormire dove in particolare?

Poi mi viene in mente che più o meno registro la mia vita dentro questo blog da ormai quindici anni e che nel 2009 ancora scrivevo parecchio, e immagino dunque che di quello spostamento debba essere rimasta traccia proprio fra queste pagine. In effetti è così.
Era il giorno del mio compleanno e stavo andando da Rouen a Lussemburgo, non rientrando a Lussemburgo dopo un breve salto a Rouen, come mi pareva di ricordare. Per la precisione, stavo tornando proprio ad Arlon dopo un paio d'anni.
Ad aspettarmi alla stazione di Arlon avrei trovato il fido Gianluca e quella notte avrei di nuovo dormito, dopo molto tempo dall'ultima volta, al mitico Arlux.
Tutta la storia di questa foto è qui.

È la storia dell'immagine di testata di questo stesso blog: la scelsi perché, più di qualsiasi altra foto, aveva un forte valore simbolico di quel che per un certo periodo era stata la mia vita, di quel che avrei voluto fosse stata per sempre, di quel che ero io e del mondo visto attraverso i miei occhi.
In qualche modo è l'immagine del treno che ho perso.

Paris0001

(*) Un amico di frenf.it che vive a Parigi mi ha fatto notare che la stazione nella foto non sembra essere nessuna fra quelle citate e che secondo lui l'immagine non è nemmeno stata scattata a Parigi. A un nuovo controllo osservo che lo scatto è delle quattro del pomeriggio: in archivio ho una foto presa nella stessa giornata in una stazione evidentemente diversa, perché il cielo è buio e sono quasi le sette di sera.
Quella nella foto qua sopra deve dunque essere la stazione di Rouen, mentre la foto successiva l'ho effettivamente scattata a Parigi qualche ora dopo.


(**) E niente, il mio amico ha insistito nella sua indagine e ha scoperto che quella nella foto è la stazione di Lussemburgo. E infatti ho ricontrollato le mie fotografie di quei giorni e quella di cui parlavo nella nota precedente, scattata a Parigi, è del giorno prima, non dello stesso giorno di questa. Mistero definitivamente risolto.
TAG: parigi, Rouen, lavoro
10.31 del 12 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
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TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
   
29 Back to Tara four years later /work edition
MAR Amarcord, Diario
Così oggi son tornato ad Arco (e a Riva) a quattro anni esatti di distanza dalla mia ultima comparsa da queste parti.
Ad Arco (e a Riva) ho trascorso due anni e mezzo molto turbolenti per la mia vita altrove e ad Arco (e a Riva) devo moltissimo, perché in qualche modo è stata il mio paracadute nei momenti peggiori, il mio rifugio fra un weekend e l'altro, il mio qui nato per essere un altrove e diventato invece qui mentre il resto diventava temporaneamente altrove.

Avevo i miei luoghi ad Arco (e a Riva). Avevo stabilito i miei punti di riferimento. Conoscevo le stagioni. Conoscevo ogni chilometro. Avevo anche corso da Riva ad Arco e poi indietro a Riva, proprio poco prima che iniziasse la mia vita ad Arco (e a Riva).
Dopo mesi e mesi da pendolare avanti e indietro iniziavo ad essere un po' stanco, ma amavo tantissimo Arco (e Riva), ne ho raccontato talvolta fra queste pagine.
E poi a Riva (e ad Arco) ho anche passato una delle serate più belle e indimenticabili della mia vita.

Così questa mattina ripercorrevo i tornanti che scendono verso Torbole in quel punto dove il panorama si apre sul lago, ed era una bellissima giornata di sole, quasi estiva, e mi ha preso una specie di malinconia struggente.
Ho rivisto volti amici, salutato gente. È stato come riavvolgere all'improvviso il nastro di quattro anni. E però questi quattro anni pesavano in qualche modo, su di me, sui volti di tutti, su Arco (e Riva).

Dopo aver fatto quello che dovevo fare ho pensato di fermarmi al ristorante dove pranzavo spesso, ma era chiuso per ristrutturazione. Ho provato quello vicino, dove andavo talvolta, ma anche lui era chiuso. Alla fine ho ripiegato per il bar davanti al circolo velico di Riva, dove talvolta mi rifugiavo nelle belle giornate primaverili di sole, come oggi.
Sono passato a dare un'occhiata al mio vecchio hotel, dove ho passato centinaia di notti, al ristorante dove cenavo sempre da solo. Mi vedevo passeggiare lì la sera, fermarmi alla gelateria.
Sono andato a fare due passi sulla spiaggia di Torbole: c'era molto vento, ma stranamente un solo windsurf al largo.
Arco e Riva dormivano ancora, in attesa dell'apertura di stagione ormai imminente. È il periodo che più amavo in assoluto, appena finito l'inverno, le strade ancora deserte, gli hotel e i ristoranti vuoti, Riva (ed Arco) tutta per me.

Poi, nel primo pomeriggio, sono ripartito e ho ripercorso a rovescio i tornanti verso Nago, fino al passo di San Giovanni. Senza riuscire a liberarmi di quella sensazione.
Quella di avere completamente sbagliato strada, quattro anni fa, davanti al bivio forse più decisivo della mia vita.
Ed è stata una sensazione molto triste e amara. Quattro anni dopo.

Torbole100
La spiaggia di Torbole
TAG: arco, riva del garda, torbole, lavoro
22.56 del 29 Marzo 2017 | Commenti (0) 
   
20 Ritorno al Simplonpass
FEB Viaggi verticali, Amarcord
Ieri sono tornato al Passo del Sempione coi ragazzi, dopo - credo - almeno dieci anni che non risalivo da quelle parti. Ci siamo svegliati un po’ tardi, abbiamo fatto colazione, siamo saliti in macchina, autostrada per Gravellona, Domodossola, frontiera di Iselle e siamo venuti su per le gole di Gondo, fino al passo. È stato un ritorno alle origini della mia carriera di scialpinista, per mostrare loro uno dei luoghi che più amo.

Abbiamo fatto una sosta all’Ospizio per farci un panino al salame. Li fan sempre buoni come ricordavo. I panini al salame ai tavoli dell’Ospizio erano la meritata conclusione di ogni giornata trascorsa sulle nevi del Sempione.
Dovevamo partire presto da Milano, per le uscite lassù: alle cinque in macchina, alle otto colazione all’Ospizio, prima delle nove le pelli ai piedi, con temperature spesso glaciali e il vento che spazzava il passo.
Ancora peggio erano le uscite con il corso del CAI di Gallarate: la domenica mattina il ritrovo era alle otto e trenta a Rothwald, sul versante di Briga. Il sabato sera ero sempre fuori con gli amici, si faceva tardi, si beveva, si tirava l’una, le due del mattino. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada fino a Gravellona, bisognava uscire ad Arona e fare la strada del lago, ed era infinita. Due ore di sonno, tre al massimo, poi lo zaino, la macchina e via al Sempione. Ricordo una volta che saltai la nottata: al Sempione nevicava fortissimo, la visibilità era quasi azzerata. Ero davanti ai compagni a far traccia, a un certo punto li distanziai e mi fermai un po’ ad aspettarli, lì in piedi, sugli sci. Appoggiai un istante la testa su un bastoncino e mi addormentai così. Proprio così: in piedi. La testa appoggiata al bastoncino. In mezzo alla nevicata.
Dopo qualche minuto gli altri mi raggiunsero e mi svegliarono fra le risate generali.
Poi, come sempre, giù all’Ospizio e i panini al salame.

E la domenica sera a tornar giù, poi, con quelle code di ore, che arrivavi a casa che ormai era passata l’ora di cena, e il lunedì mattina ti aspettava per ucciderti.

Così ho rimesso piede all’Ospizio, dopo tutti questi anni, coi ragazzi. Mi sono sentito strano. Mi ha preso un po’ di malinconia. Non ho riconosciuto gli ambienti all’interno, forse è stato ristrutturato, forse è solo che sono passati tanti anni.
I pendii innevati del Monte Leone, del Breithorn, del Galehorn, dello Spitzhorli, erano solcati da migliaia di serpentine perfette tracciate nella neve fresca. Siamo arrivati attorno all’una e mezza, l’ora del ritorno dalle salite del mattino. I parcheggi erano affollati (per quanto si possano definire “affollati” i parcheggi del Sempione) da dozzine di scialpinisti appena rientrati dalla loro uscita, che stendevano le pelli al sole, mettevano gli scarponi ad asciugare, si concedevano una birra e un panino.

Proprio davanti all’Ospizio ho messo per la prima volta in vita mia le pelli sotto agli sci forati, prestati per l’occasione dal mio amico e compagno di cordata Frank. Non saprei indicare l’anno esatto, era forse il 1985, o l’86. Non ricordo nemmeno se i corsi di fuoripista e sci ripido del CAI Gallarate li avevamo fatti prima o erano venuti in seguito. A quel tempo sciavo fuoripista con i K2 da slalom gigante, due assi da due metri e cinque, rigide come l’anima in titanio attorno alla quale erano costruite, perfette per il ghiaccio delle piste filanti coi pali, un inferno per galleggiare nella polvere di Rothwald.

Dopo la prima uscita al Sempione - un tentativo abortito al Monte Leone: ma quanto era lunga, diobòno, la salita al Leone? - comprai dal mio amico quel paio di vecchi Kastle da scialpinismo che mi aveva prestato e che pesavano una tonnellata. Qualche anno dopo presi i Fischer e infine i Tua Piuma, un paio di sci meravigliosi, come il loro nome.
E per quasi vent’anni praticamente non tornai mai più in pista.

Quante uscite, quanti anni, quante sveglie alla domenica prima dell’alba, che stagioni infinite. Come quella del ’94: riuscii a fare il giro completo dell’anno, dodici mesi sugli sci, dieci quattromila infilati, alcuni da solo, oltre quaranta weekend sulla neve. Da buon nerd asperger tenevo un foglio Excel aggiornato con tutte le uscite, anno per anno: segnavo la cima, la via di salita, il dislivello, il tempo di salita, il compagno di cordata, le condizioni della neve, il meteo. Devo averlo ancora da qualche parte nei meandri di questo computer, quel foglio Excel.

Sono ormai quasi dieci anni che le pelli giacciono nello scatolone del materiale da alpinismo, insieme ai miei due Arva e a tutto il resto dell’attrezzatura. Ho fatto le ultime uscite coi miei Piuma ai piedi nel 2009, le salite fantastiche al Cevedale e al Gran Zebrù. Poi i figli, le trasferte per lavoro, la vita che cambia, gli anni che passano, non sempre come te li sei immaginati nelle tue vite precedenti.

Così passeggiavo coi ragazzi attorno all’Ospizio e guardavo in alto gli ultimi scialpinisti che stavano rientrando, disegnando le loro curve nella neve farinosa e compatta, lievemente crostosa. In quota tirava vento, si vedeva, giù al passo calma piatta e caldo.
Quest’anno, per la prima volta da tutta la vita - che significa da quando avevo tre anni - non ho ancora messo gli sci e forse non riuscirò nemmeno a metterli. Forse domani il medico mi dirà qualcosa. Ho allertato un amico caro, gli ho detto di tenersi pronto, ché se mi vien dato uno spiraglio carico immediatamente gli sci sul tetto e partiamo subito per qualunque destinazione: ho bisogno della mia aria sottile, ne ho un bisogno quasi disperato.

Lì in mezzo alla neve del Sempione, con gli scarponi che affondavano rompendo la crosta sottile, mi guardavo attorno e pensavo a che ne è stato della mia vita. Com’è che non ero anche io lassù a disegnare curve su quei pendii.
È arrivata una coppia piuttosto avanti con gli anni, direi una decina più di me. Si sono fermati a pochi metri, si sono guardati alle spalle e hanno commentato la discesa appena fatta. Poi si sono levati gli sci e sono entrati all’Ospizio per mangiare qualcosa.
Che ne è stato della mia vita? Perché non sono anche io lassù in mezzo a quella neve?
Che ne è stato della vita che sognavo, che volevo, delle mie avventure, dei miei compagni di cordata, di quelle domeniche infinite che iniziavano al buio del mattino e finivano col buio della sera tardi e le gambe affaticate dalla giornata lunghissima, ma la testa libera, felice, carica?
Che ne è stato della mia collezione di cime, dei miei progetti, dei miei grandi sogni?
Dove li ho perduti? Quando è stato il momento? È davvero stato su quella cresta dei Palù, nel 2009, o è stato tutto il resto, tutto quello che è venuto prima e dopo?
Dove sono finito, io?

Trascorro mesi interi pensando spesso che non mi interessa più, che è finita, che sono cambiato io, sono cambiati i miei progetti, i miei interessi, sono passati anni. Ma non è vero.
Di tutte le cose che ho lasciato indietro e a cui ho rinunciato, di tutte le mie dimensioni, questa è in assoluto quella che più mi manca.

È strano - ma non troppo per la verità: fra le decine di migliaia di fotografie del mio archivio, ne ho pochissime dei miei anni d'oro passati a far tracce nella polvere. Solo quelle delle salite ai quattromila e poche altre. Praticamente nulla delle normali scialpinistiche domenicali.
È che non esistevano i telefonini, ancora non avevo comprato la mia prima macchina digitale compatta e di portare la reflex nello zaino tutte le domeniche, con quel che pesava, non se ne parlava proprio. Come del resto di fermarsi a far foto durante la discesa.
La portavo con me solo nelle grandi occasioni e comunque scattavo poco, ché se sei impegnato in un passaggio spettacolare e difficile, se fa molto freddo, se stai scendendo rapido o salendo col tuo ritmo regolare, col cavolo che ti fermi e tiri fuori la macchina fotografica.
E pensare che oggi esiste la GoPro. Averla avuta, quegli anni.

Così, niente. Non ho quasi nulla. Nulla del Sempione, nulla dell'Engadina, nulla della Valle d'Aosta e del Gran San Bernardo, nulla dell'Ossola, nulla dell'Oberland, nulla delle Orobie e delle Ticinesi, nulla di San Bernardino e dello Spluga.
Non rimane nulla di tutte quelle tracce che per anni ho disegnato sulle Alpi.

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Simplonpass, 19 febbraio 2017
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Simplon2
Aprile 2009, in discesa dal Cevedale
TAG: simplonpass, scialpinismo, sempione
20.09 del 20 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
   
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