Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
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TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
29 Back to Tara four years later /work edition
MAR Amarcord, Diario
Così oggi son tornato ad Arco (e a Riva) a quattro anni esatti di distanza dalla mia ultima comparsa da queste parti.
Ad Arco (e a Riva) ho trascorso due anni e mezzo molto turbolenti per la mia vita altrove e ad Arco (e a Riva) devo moltissimo, perché in qualche modo è stata il mio paracadute nei momenti peggiori, il mio rifugio fra un weekend e l'altro, il mio qui nato per essere un altrove e diventato invece qui mentre il resto diventava temporaneamente altrove.

Avevo i miei luoghi ad Arco (e a Riva). Avevo stabilito i miei punti di riferimento. Conoscevo le stagioni. Conoscevo ogni chilometro. Avevo anche corso da Riva ad Arco e poi indietro a Riva, proprio poco prima che iniziasse la mia vita ad Arco (e a Riva).
Dopo mesi e mesi da pendolare avanti e indietro iniziavo ad essere un po' stanco, ma amavo tantissimo Arco (e Riva), ne ho raccontato talvolta fra queste pagine.
E poi a Riva (e ad Arco) ho anche passato una delle serate più belle e indimenticabili della mia vita.

Così questa mattina ripercorrevo i tornanti che scendono verso Torbole in quel punto dove il panorama si apre sul lago, ed era una bellissima giornata di sole, quasi estiva, e mi ha preso una specie di malinconia struggente.
Ho rivisto volti amici, salutato gente. È stato come riavvolgere all'improvviso il nastro di quattro anni. E però questi quattro anni pesavano in qualche modo, su di me, sui volti di tutti, su Arco (e Riva).

Dopo aver fatto quello che dovevo fare ho pensato di fermarmi al ristorante dove pranzavo spesso, ma era chiuso per ristrutturazione. Ho provato quello vicino, dove andavo talvolta, ma anche lui era chiuso. Alla fine ho ripiegato per il bar davanti al circolo velico di Riva, dove talvolta mi rifugiavo nelle belle giornate primaverili di sole, come oggi.
Sono passato a dare un'occhiata al mio vecchio hotel, dove ho passato centinaia di notti, al ristorante dove cenavo sempre da solo. Mi vedevo passeggiare lì la sera, fermarmi alla gelateria.
Sono andato a fare due passi sulla spiaggia di Torbole: c'era molto vento, ma stranamente un solo windsurf al largo.
Arco e Riva dormivano ancora, in attesa dell'apertura di stagione ormai imminente. È il periodo che più amavo in assoluto, appena finito l'inverno, le strade ancora deserte, gli hotel e i ristoranti vuoti, Riva (ed Arco) tutta per me.

Poi, nel primo pomeriggio, sono ripartito e ho ripercorso a rovescio i tornanti verso Nago, fino al passo di San Giovanni. Senza riuscire a liberarmi di quella sensazione.
Quella di avere completamente sbagliato strada, quattro anni fa, davanti al bivio forse più decisivo della mia vita.
Ed è stata una sensazione molto triste e amara. Quattro anni dopo.

Torbole100
La spiaggia di Torbole
TAG: arco, riva del garda, torbole, lavoro
22.56 del 29 Marzo 2017 | Commenti (0) 
 
20 Ritorno al Simplonpass
FEB Viaggi verticali, Amarcord
Ieri sono tornato al Passo del Sempione coi ragazzi, dopo - credo - almeno dieci anni che non risalivo da quelle parti. Ci siamo svegliati un po’ tardi, abbiamo fatto colazione, siamo saliti in macchina, autostrada per Gravellona, Domodossola, frontiera di Iselle e siamo venuti su per le gole di Gondo, fino al passo. È stato un ritorno alle origini della mia carriera di scialpinista, per mostrare loro uno dei luoghi che più amo.

Abbiamo fatto una sosta all’Ospizio per farci un panino al salame. Li fan sempre buoni come ricordavo. I panini al salame ai tavoli dell’Ospizio erano la meritata conclusione di ogni giornata trascorsa sulle nevi del Sempione.
Dovevamo partire presto da Milano, per le uscite lassù: alle cinque in macchina, alle otto colazione all’Ospizio, prima delle nove le pelli ai piedi, con temperature spesso glaciali e il vento che spazzava il passo.
Ancora peggio erano le uscite con il corso del CAI di Gallarate: la domenica mattina il ritrovo era alle otto e trenta a Rothwald, sul versante di Briga. Il sabato sera ero sempre fuori con gli amici, si faceva tardi, si beveva, si tirava l’una, le due del mattino. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada fino a Gravellona, bisognava uscire ad Arona e fare la strada del lago, ed era infinita. Due ore di sonno, tre al massimo, poi lo zaino, la macchina e via al Sempione. Ricordo una volta che saltai la nottata: al Sempione nevicava fortissimo, la visibilità era quasi azzerata. Ero davanti ai compagni a far traccia, a un certo punto li distanziai e mi fermai un po’ ad aspettarli, lì in piedi, sugli sci. Appoggiai un istante la testa su un bastoncino e mi addormentai così. Proprio così: in piedi. La testa appoggiata al bastoncino. In mezzo alla nevicata.
Dopo qualche minuto gli altri mi raggiunsero e mi svegliarono fra le risate generali.
Poi, come sempre, giù all’Ospizio e i panini al salame.

E la domenica sera a tornar giù, poi, con quelle code di ore, che arrivavi a casa che ormai era passata l’ora di cena, e il lunedì mattina ti aspettava per ucciderti.

Così ho rimesso piede all’Ospizio, dopo tutti questi anni, coi ragazzi. Mi sono sentito strano. Mi ha preso un po’ di malinconia. Non ho riconosciuto gli ambienti all’interno, forse è stato ristrutturato, forse è solo che sono passati tanti anni.
I pendii innevati del Monte Leone, del Breithorn, del Galehorn, dello Spitzhorli, erano solcati da migliaia di serpentine perfette tracciate nella neve fresca. Siamo arrivati attorno all’una e mezza, l’ora del ritorno dalle salite del mattino. I parcheggi erano affollati (per quanto si possano definire “affollati” i parcheggi del Sempione) da dozzine di scialpinisti appena rientrati dalla loro uscita, che stendevano le pelli al sole, mettevano gli scarponi ad asciugare, si concedevano una birra e un panino.

Proprio davanti all’Ospizio ho messo per la prima volta in vita mia le pelli sotto agli sci forati, prestati per l’occasione dal mio amico e compagno di cordata Frank. Non saprei indicare l’anno esatto, era forse il 1985, o l’86. Non ricordo nemmeno se i corsi di fuoripista e sci ripido del CAI Gallarate li avevamo fatti prima o erano venuti in seguito. A quel tempo sciavo fuoripista con i K2 da slalom gigante, due assi da due metri e cinque, rigide come l’anima in titanio attorno alla quale erano costruite, perfette per il ghiaccio delle piste filanti coi pali, un inferno per galleggiare nella polvere di Rothwald.

Dopo la prima uscita al Sempione - un tentativo abortito al Monte Leone: ma quanto era lunga, diobòno, la salita al Leone? - comprai dal mio amico quel paio di vecchi Kastle da scialpinismo che mi aveva prestato e che pesavano una tonnellata. Qualche anno dopo presi i Fischer e infine i Tua Piuma, un paio di sci meravigliosi, come il loro nome.
E per quasi vent’anni praticamente non tornai mai più in pista.

Quante uscite, quanti anni, quante sveglie alla domenica prima dell’alba, che stagioni infinite. Come quella del ’94: riuscii a fare il giro completo dell’anno, dodici mesi sugli sci, dieci quattromila infilati, alcuni da solo, oltre quaranta weekend sulla neve. Da buon nerd asperger tenevo un foglio Excel aggiornato con tutte le uscite, anno per anno: segnavo la cima, la via di salita, il dislivello, il tempo di salita, il compagno di cordata, le condizioni della neve, il meteo. Devo averlo ancora da qualche parte nei meandri di questo computer, quel foglio Excel.

Sono ormai quasi dieci anni che le pelli giacciono nello scatolone del materiale da alpinismo, insieme ai miei due Arva e a tutto il resto dell’attrezzatura. Ho fatto le ultime uscite coi miei Piuma ai piedi nel 2009, le salite fantastiche al Cevedale e al Gran Zebrù. Poi i figli, le trasferte per lavoro, la vita che cambia, gli anni che passano, non sempre come te li sei immaginati nelle tue vite precedenti.

Così passeggiavo coi ragazzi attorno all’Ospizio e guardavo in alto gli ultimi scialpinisti che stavano rientrando, disegnando le loro curve nella neve farinosa e compatta, lievemente crostosa. In quota tirava vento, si vedeva, giù al passo calma piatta e caldo.
Quest’anno, per la prima volta da tutta la vita - che significa da quando avevo tre anni - non ho ancora messo gli sci e forse non riuscirò nemmeno a metterli. Forse domani il medico mi dirà qualcosa. Ho allertato un amico caro, gli ho detto di tenersi pronto, ché se mi vien dato uno spiraglio carico immediatamente gli sci sul tetto e partiamo subito per qualunque destinazione: ho bisogno della mia aria sottile, ne ho un bisogno quasi disperato.

Lì in mezzo alla neve del Sempione, con gli scarponi che affondavano rompendo la crosta sottile, mi guardavo attorno e pensavo a che ne è stato della mia vita. Com’è che non ero anche io lassù a disegnare curve su quei pendii.
È arrivata una coppia piuttosto avanti con gli anni, direi una decina più di me. Si sono fermati a pochi metri, si sono guardati alle spalle e hanno commentato la discesa appena fatta. Poi si sono levati gli sci e sono entrati all’Ospizio per mangiare qualcosa.
Che ne è stato della mia vita? Perché non sono anche io lassù in mezzo a quella neve?
Che ne è stato della vita che sognavo, che volevo, delle mie avventure, dei miei compagni di cordata, di quelle domeniche infinite che iniziavano al buio del mattino e finivano col buio della sera tardi e le gambe affaticate dalla giornata lunghissima, ma la testa libera, felice, carica?
Che ne è stato della mia collezione di cime, dei miei progetti, dei miei grandi sogni?
Dove li ho perduti? Quando è stato il momento? È davvero stato su quella cresta dei Palù, nel 2009, o è stato tutto il resto, tutto quello che è venuto prima e dopo?
Dove sono finito, io?

Trascorro mesi interi pensando spesso che non mi interessa più, che è finita, che sono cambiato io, sono cambiati i miei progetti, i miei interessi, sono passati anni. Ma non è vero.
Di tutte le cose che ho lasciato indietro e a cui ho rinunciato, di tutte le mie dimensioni, questa è in assoluto quella che più mi manca.

È strano - ma non troppo per la verità: fra le decine di migliaia di fotografie del mio archivio, ne ho pochissime dei miei anni d'oro passati a far tracce nella polvere. Solo quelle delle salite ai quattromila e poche altre. Praticamente nulla delle normali scialpinistiche domenicali.
È che non esistevano i telefonini, ancora non avevo comprato la mia prima macchina digitale compatta e di portare la reflex nello zaino tutte le domeniche, con quel che pesava, non se ne parlava proprio. Come del resto di fermarsi a far foto durante la discesa.
La portavo con me solo nelle grandi occasioni e comunque scattavo poco, ché se sei impegnato in un passaggio spettacolare e difficile, se fa molto freddo, se stai scendendo rapido o salendo col tuo ritmo regolare, col cavolo che ti fermi e tiri fuori la macchina fotografica.
E pensare che oggi esiste la GoPro. Averla avuta, quegli anni.

Così, niente. Non ho quasi nulla. Nulla del Sempione, nulla dell'Engadina, nulla della Valle d'Aosta e del Gran San Bernardo, nulla dell'Ossola, nulla dell'Oberland, nulla delle Orobie e delle Ticinesi, nulla di San Bernardino e dello Spluga.
Non rimane nulla di tutte quelle tracce che per anni ho disegnato sulle Alpi.

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Simplonpass, 19 febbraio 2017
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Aprile 2009, in discesa dal Cevedale
TAG: simplonpass, scialpinismo, sempione
20.09 del 20 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
15 Che del resto ho ascoltato scrivendo questo post
DIC Amarcord, Viaggi fra le note
Per esempio, gli Air li ho scoperti tornando da Seoul, First Class Air France che, vi sorprenderà, per quanto eccellente non è all’altezza della Classe Magnifica Alitalia. Nella fattispecie, l’album era Pocket symphony, che avevo selezionato a caso dal sistema di intrattenimento di bordo. Il 747 aveva iniziato la lunga discesa verso Parigi e verso il naufragio di tutto quel che avevo lasciato a terra un paio di settimane prima, fuggendo in Corea. Una planata lunga e dolcissima, il tempo di ascoltare l’album quasi per intero, ricordo l’aria limpida e la tranquillità del tramonto sulla piana della Senna, la malinconia per il rientro e quella sensazione di resa all’ineluttabilità del ritorno al mio nulla. Non avevo nemmeno un lavoro ad aspettarmi, come già mi era capitato dopo altre fughe del resto.
Poi, di lì a qualche ora, il cielo ormai buio, un piccolo aereo mi avrebbe riportato a casa.

Rileggo questa introduzione e noto l’assonanza casuale e non voluta nel citare gli Air insieme ad Air France. Comunque, comprai poi tutti gli album degli Air.
Sono passati sei anni: Pocket symphony rimane uno dei miei album preferiti, lo ascolto spesso in volo e talvolta la sera prima di addormentarmi.
Per me volare è Pocket Symphony degli Air.

Non sapevo, o perlomeno, ho impiegato anni a realizzare che I’d need a savior è un brano di rock religioso. Non so come mai, considerato il ritornello, “Your name is Jesus”, e il nome della band, Among the thirsty. Credo di essermi sentito molto imbarazzato con me stesso quando l’ho capito.
Anche in quel caso c’era un tramonto di mezzo, rientravo a Honolulu alla guida della mia Chevrolet rossa sull’autostrada che attraversa O’ahu, tornando dalla costa settentrionale e dalle spiagge di Lost. Uno dei momenti più magici della mia vita, di serenità assoluta, laggiù gli antipodi, da solo, in mezzo al Pacifico, ad almeno otto ore di volo dalla terraferma più vicina, in mezzo al mio giro del mondo, una giornata magnifica, il traffico delle Hawaii che scorre tranquillo e l’autoradio che indovina perfettamente come accompagnarmi, hai presente, un po’ come canta Ligabue in Certe notti.
Afferro il telefonino e registro al volo un video per fermare quell’istante della mia vita che non tornerà mai più. Poi, molto tempo dopo, inventano una app che riconosce le canzoni e mi dice il titolo.
Scopro così l’esistenza del rock religioso. Da allora per me O’ahu è I’d need a savior.


A Boston, a fine inverno, può fare molto freddo. Attraverso a piedi il ponte che collega Cambridge, dove si trova il mio hotel, col TD Garden. È quasi l’ora di pranzo di una gelida giornata di inizio marzo, ho bisogno di camminare, di respirare le prime ore del mio ritorno in America, e sono sempre solo. Anche a Boston sono solo.
Sono stato un’ora chiuso nello Starbucks di fronte al mio hotel, ho preso un Tachifludec perché sono molto raffreddato, non mi sono ancora del tutto ripreso dal jet leg. Poi sono uscito e mi sono incamminato.
Fra una settimana camminerò sulle - fredde, ma ancora non lo so - spiagge di Bermuda, adesso nevica a raffiche, c’è un vento forte ed estremamente gelido, il servizio meteo mi dice quindici sotto zero. Parte del Charles River è ghiacciata.
Mi avvolgo ancora più stretto nella sciarpa, ho un pesante berretto di lana e penso che è venuto il tempo di cambiare il giaccone invernale che indosso. Me ne occuperò quando tornerò in Italia.
Nelle cuffiette David Crosby canta What’s broken, l’album è Croz, l'ho comprato apposta prima di partire per il mio ritorno in America. Avevo pensato che per andare in America volevo musica americana. Croz è perfetto, mi scalda e allo stesso tempo mi immerge nel gelo di Boston, mi avvolge e mi consola, mi allontana da casa il giusto, è quello di cui ho bisogno. Adesso mi sento in America davvero, di nuovo.
Mi avvio per le strade di downtown. Poi metto su Crosby, Stills, Nash & Young.

David Crosby è ancora con me, l’album è lo stesso, ma è il 2014 e in verità è con noi quattro. Questa volta non sono solo e forse questo è il viaggio più bello della mia vita. Sono tornato in Sudafrica dopo molti anni.
È l’alba di una fredda mattina di agosto, sono alla guida di un grande fuoristrada bianco e stiamo viaggiando alla volta della frontiera col Lesotho. C’è grande elettricità in macchina, attesa, stiamo vivendo da giorni un’avventura straordinaria, i ragazzi sono euforici e quella di oggi sarà una delle tappe più entusiasmanti e impegnative di tutto il viaggio.
Non so perché ripenso a Boston e a quel momento di grande serenità e pace. Mi viene spontaneo, collego l’iPod al bluetooth dell’auto e seleziono Croz.
Cerco di nascondere le lacrime, mentre una delle frontiere più misteriose della mia vita si avvicina e sono con le tre persone che più amo al mondo.

È agosto anche a Sebastopoli, due anni prima, inizio serata. Impossibile immaginare che le vie in cui sto camminando presto saranno il teatro di una guerra. D’alta parte Sebastopoli è russa fino nel midollo, l’intera Crimea lo è, me lo dicono tutti quelli con cui scambio qualche parola; è russa nelle insegne, nella lingua, nella cultura, nell’aria che si respira.
Sono solo. Sono solo anche quaggiù in Crimea. Desideravo da anni venire qui, è un luogo che ha sempre esercitato un fascino proibito su di me. Ed eccomi a Sebastopoli da solo.
Qualche giorno prima, a Odessa, ho avuto un momento di crisi come non mi capitava da anni e anni. Un momento di solitudine infinita. Mi trovavo in stazione, cercavo senza successo da un’ora di riuscire a comprare un biglietto per il treno Odessa-Sebastopoli, ma non ne venivo a capo, sconfitto dall’indifferenza delle impiegate ai desk, dall’impossibile barriera linguistica e alfabetica, dalla folla, dal caos, dall’inutilità di qualunque mio tentativo. Seduto su alcuni gradini, in mezzo alla stazione, all’improvviso senza più risorse, le mandai un messaggio scrivendo qualcosa del tipo “non so come andarmene da Odessa, sono prigioniero qui.”
Poi, miracolosamente, una mano tesa. Un immigrato nero, gli occhialini rotondi da intellettuale, anglofono, trapiantato a Odessa. Mi nota smarrito su quei gradini, mi sorride, mi chiede se ho bisogno di aiuto, mi tira fuori da guai.
Ed eccomi a Sebastopoli, alla ricerca di un posto per cenare, davanti al mare. È una serata fresca, molto vivace, c’è tanta gente in giro. Sebastopoli è una città allegra, viva, di frontiera, a guardia dell’orizzonte sul mare.
Mi infilo in un locale. Sugli schermi mandano un concerto dei Simply Red. Non so per quale ragione, mi sembra perfetto. Mi viene all’improvviso voglia di ascoltare tutto quel concerto, di averlo con me. Mi collego al WiFi del locale e lo me lo scarico da iTunes.
Giro tutta la sera per Sebastopoli ascoltando in cuffia i Simply Red.
Da allora per me Sebastopoli sono i Simply Red.

Sono passati ventisei anni ed era una serata meravigliosa. Sono affacciato alla finestra dell'appartamento di Pol, all'ennesimo piano di un grattacielo in centro, e guardo dall'alto le luci di Buenos Aires aggrappandomi disperatamente alle mie ultime ore in Sudamerica.
Non voglio tornare a casa, non voglio tornare a casa, non voglio tornare mai più. Non c'è nulla che mi aspetti di là dell'oceano e la Patagonia si è impadronita per sempre di me, mi ha rapito, è il mio altrove, il luogo dove voglio vivere per sempre. Ho viaggiato da solo nelle ultime quattro settimane, sono stato in fondo al mondo, ho piantato la mia tenda solitaria ai piedi del Cerro Torre, nel pieno dell'inverno australe, ho resistito da solo a re Azul ed ora eccomi qui.
Fra poche ore Pol tornerà a casa e io prenderò un autobus per l'aeroporto, dove un grande aereo è pronto per strapparmi da qua e riconsegnarmi a un mondo che non mi appartiene più e che so non essermi mai appartenuto.
Piango da giorni. Stasera sono qua, da solo su questa terrazza, cerco di fissare nella mia mente questi ultimi momenti, di congelarli, di fermare il tempo.
Una radio, o forse è il mio walkman, chissà. Non ricordo. Nelle orecchie ho Woman in chains, dei Tears for fears, con il suo andamento struggente. Non riesco più a trattenermi e, di nuovo, scoppio in un pianto a dirotto.
Sono passati ventisei anni e ogni volta che mi capita di sentire Domani in Chains io sono ancora a quella finestra, le luci di Buenos Aires sotto di me. E mi viene ancora da piangere.

È una notte di caldo e nubi di zanzare, ai confini della realtà, in uno dei luoghi più spettrali, alienanti e remoti in cui sia mai stato. Il Nukus Hotel è al confine di una regione devastata dalla follia umana, nell'Uzbekistan occidentale, a pochi chilometri dal fantasma di quello che una volta era chiamato Mare d'Aral e oggi è una sorta di rappresentazione fin troppo realistica del dopobomba, un deserto di sale, scorie chimiche e avanzi di esperimenti di guerra batteriologica, scheletri e rottami di vecchie navi arrugginite appoggiate sul fondo del mare che non c'è più.
Nukus è una città abbandonata, il relitto di una civiltà che un tempo si era sviluppata sulle rive del mare che non c'è più e che oggi è emigrata altrove, e chi non è emigrato muore lentamente di malattie rare, respirando il vento tossico del deserto dell'Aral, privo ormai di qualunque risorsa di sostentamento.
Non riesco a dormire, cerco ancora di metabolizzare le immagini di oggi, la sensazione provata camminando fra quei relitti abbandonati sul fondo del mare, appoggiati sulla sabbia, morti.
C'è una vecchia tv di fabbricazione sovietica e la luce azzurra dello schermo illumina la penombra della camera. C'è David Bowie su un palco che intona una versione acustica di Quicksand, lui da solo con la chitarra e non so perché, è perfetta. Ho i brividi.
Da allora sarà la mia canzone preferita in assoluto di Bowie e Quicksand sarà per sempre Nukus.

È ancora Seoul, ma sono appena arrivato, è il mio primo giorno. Sono schiacciato dal jet lag, sono arrivato all’alba, ma per il mio metabolismo è solo, inesorabilmente, la sera tardi del giorno prima.
Cammino per le grandi e scintillanti vie di Gwanghwamun, prendo le misure di questa foresta di grattacieli che mi è in qualche modo piacevolmente familiare, sono solo, sto bene, a parte il sonno. Sono sereno. Avrei voluto dormire un po’ in hotel prima di uscire, ma se mi fossi sdraiato sul letto non mi sarei più alzato e poi Seoul mi chiamava, volevo uscire subito, camminare per la città.
Nelle cuffiette ho Strange overtones, l’album è Everything that happens will happen today, il nuovo lavoro di David Byrne e Brian Eno, l’andamento allegro e spensierato della voce di David Byrne è perfetto e da questo momento per me Brian Eno e David Byrne saranno per sempre legati a Seoul.
Poi mi fermo su una panchina per annotare due appunti per il blog sulla mia inseparabile moleskine. Mi sdraio per guardare il cielo, chiudo un attimo gli occhi.
Quando mi sveglio è ormai sera da un pezzo e Seoul è illuminata da miliardi di luci bellissime.

Il taxi - chiamiamolo così - ci sta portando attraverso il deserto verso la frontiera con l’Iran. Sarà una frontiera difficile questa, completamente isolata, non c’è un’anima attorno per centinaia di chilometri. La terra di nessuno fra il Turkmenistan e l’Iran è una desolata e vuota striscia di sabbia larga centinaia di metri.
Nell’auto siamo tutti in silenzio da ore: l’autista, Yulya, la nostra interprete, Emanuela, già scomparsa sotto lo chador che ha dovuto indossare per potere entrare in Iran, più di quaranta gradi fuori, ed io. Guardo dal finestrino lo scorrere del deserto, sono perso nei miei pensieri, sono preoccupato. Non so cosa ci aspetta. Stiamo per varcare una frontiera caldissima, siamo a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. L’invasione americana è in corso da pochi mesi.
Di là della frontiera, terra sciita, roccaforte integralista. Non ci sono più occidentali, sono fuggiti tutti. L’Undici settembre è ancora freschissimo, l’Iran è isolato e abbandonato a se stesso, angosciato, scollegato dal resto del mondo.
Noi stiamo per entrare, da soli. Siamo riusciti ad avere il visto a Delhi, grazie a un'improbabile lettera di raccomandazione dell'ambasciata italiana in India.
L’autoradio passa Chris Rea. C’è qualcosa di surreale nel prepararsi a varcare la frontiera iraniana ascoltando Chris Rea a bordo di una BMW targata Turkmenistan, guidata da un silenzioso e incomprensibile autista timuride.
Da adesso in avanti Josephine sarà per sempre il vuoto inesorabile del deserto turkmeno. L’ho messa anche nella colonna sonora della proiezione per le conferenze.

Anche se la frontiera più difficile del mondo, dicevano, è il Torugart Pass, nel Pamir, il valico inaccessibile a quasi quota quattromila che divide l’impero cinese dalle impenetrabili e anarchiche ex repubbliche sovietiche. Un confine blindato, costellato di innumerevoli posti di blocco lungo la strada infinita e mozzafiato che sale al passo, bunker ovunque, torrette armate, militari e mercenari per nulla amichevoli, in assetto da guerra, il kalashnikov col colpo in canna e i ray-ban a specchio, servizi segreti e misteriosi burocrati. Per arrivare quassù e attraversare il Torugart devi trafficare per settimane con permessi, carte scritte in alfabeti incomprensibili, intrecci, diplomazia, burocrazia, corruzione di funzionari e un po' di pelo sullo stomaco.
Poi devi trovare un cinese che possa portarti fino al confine e un kirghiso che ti aspetti dalla parte opposta, devono essere perfettamente sincronizzati, al giorno e l'ora concordata, tutto deve accadere come uno scambio di ostaggi in alta quota, in una regione completamente isolata e deserta, seguiti dagli sguardi di mille occhi nascosti che controllano e interpretano ogni tuo piccolo e insignificante gesto, perquisiti ogni dieci passi, fin dentro ogni fotogramma scattato e ogni secondo di filmato girato.
Ho scalato tutti i tornanti del Torugart ascoltando nelle cuffiette Lucky man, dei Verve. Qualche anno dopo, nel corso di un’intervista radiofonica, mi hanno chiesto se avessi un brano che mi rappresentasse più di altri e che sintetizzasse la mia carriera di viaggiatore.
Ho risposto Lucky man, dei Verve. Lo hanno mandato in onda mentre l'intervista sfumava.

Durante il mio anno di vita a Varsavia ho girato ore di filmati, per la maggior parte in inverno, soprattutto dai finestrini dei taxi che mi portavano in giro quasi quotidianamente, almeno prima che facessi l’abbonamento agli autobus, prima che decidessi di diventare davvero un Warszawiak.
Ho iniziato a filmare quando mi sono deciso a lasciare gli hotel e ho affittato il mio primo monolocale in Chmielna 10-30, prima di trasferirmi nel bellissimo e aristocratico appartamento di Sienna 72a-404. Uscivo la mattina presto, mi chiudevo la porta di casa alle spalle, accendevo il telefonino e iniziavo a filmare mentre scendevo le scale del vecchio palazzo in Chmielna, aprivo il portone e mi affacciavo sulla mia Warszawa innevata e nuvolosa.
Ascoltavo sempre le stesse tre o quattro playlist: Pearl Jam, Tom Waits, The Blind Boys of Alabama, Sinead o’Connor, i Kapela Ze Wsi Warszawa che mi aveva fatto conoscere Ewa. Eravamo andati anche al concerto di Emir Kusturica, uno spettacolo straordinario.
Da allora nel mio iPod c’è una playlist che raccoglie tutte le canzoni della mia vita a Warszawa, ma non l’ascolto quasi mai, perché mi prende una malinconia infinita e struggente e mi viene da piangere.
Quanto mi manca Warszawa.
Quanta vita persa, buttata via.
Ripenso alle mie lunghe camminate da solo di sera, lungo Jana Pawla, New York State of Mind di Billy Joel a sfondarmi le orecchie fra le folate di nevischio illuminato dalle luci dei nuovi grattacieli attorno a me.
Non sono mai riuscito a finire di montare il mio film su Warszawa, per quanto ci abbia provato. È tutto nella mia testa, fotogramma per fotogramma, canzone per canzone, l’ho visto mille volte. Ma nulla, non riesco a montarlo.
So però come inizia, la prima scena: la porta di casa di Chmielna 10-30 che si chiude alle mie spalle con un cigolio, i miei passi in discesa per le scale, il portone che si apre. Accendo l’iPod, Via Paolo Fabbri 43 mi dà il buongiorno, mentre l'aria fredda e pungente di Warszawa mi brucia le guance: "Fra krapfen e boiate le ore strane son volate / grasso l'autobus m'insegue lungo il viale / e l' alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia".
Finisce con Streetlife serenade che passa sui titoli di coda, mentre un aereo decolla alle prime luci del tramonto, lasciandosi dietro per sempre Warszawa che piano piano si accende, e io non riesco a trattenere le lacrime.

Ho ascoltato Holocene la prima volta in un autogrill nel nord dell’Islanda, la neve fuori, una luce pomeridiana bellissima. Non conoscevo Bon Iver.
Ho montato tutto il film sull’Islanda costruendolo su misura apposta per Holocene.
Che, da allora, è la mia sveglia ogni mattina.
TAG: musica
01.29 del 15 Dicembre 2016 | Commenti (0) 
 
19 Foto in bianco e nero e colori su neve
MAG Amarcord, Fotoblog, Viaggi verticali
Eugenio ha scovato queste in qualche armadio di casa. Nella prima foto sono senza alcun dubbio io, né si può sbagliare sul luogo: è la Cresta di Furggen a Cervinia, ai tempi in cui era ancora aperta la funivia. La seconda foto è scattata all'inizio della discesa, proprio dove sbucava il tunnel che dalla stazione di arrivo della funivia conduceva alla cresta.

Abbiamo invece impiegato un po' per riuscire a datarle, ma confrontando la mia giacca a vento con altre foto d'epoca sappiamo che sono collocabili fra il 1986 e il 1989. Nell'85 sul Gran Paradiso avevo una giacca diversa e nel '90 in Patagonia avevo già la giacca blu che ritrovo in tutte le mie fotografie fino al 1998, anno in cui mi venne regalata quella gialla amatissima che mi ha accompagnato fino allo scorso anno, attraverso mille avventure e fino in Himalaya.

Praticamente, una vita scandita dal colore delle giacche a vento che ho indossato.

Furggen1

Furggen2
Cresta di Furggen, anni '80
TAG: furggen, cervinia, sci
13.48 del 19 Maggio 2016 | Commenti (0) 
 
08 Duemilasedici, quindi
GEN Amarcord
Duemilasedici, quindi. Trentasei anni dal mio primo bacio. Trentacinque che sono iscritto al CAI. Trentaquattro dalla prima volta. Trentatré anni dal mio primo viaggio a Capo Nord da solo. Trentuno dal mio primo quattromila. Ventinove dalla mia spedizione alle Svalbard. Ventisei dalla laurea e dalla mia Patagonia in solitaria. Quattordici dal sabbatico in Asia e dall'Everest. Undici dalla fine della mia vita con un contratto a tempo indeterminato e dall'inizio della vita di eterno precario ad alto rischio, rischio a crescere di anno in anno, intendo (e certo quest'anno è iniziato nel peggiore dei modi). Otto da quando ho lasciato Varsavia. Sette dal mio ultimo quattromila e dal mio primo libro (magari questo è l'anno del secondo). Sei dalla separazione, dalla mia ultima maratona e dall'inizio della mia nuova vita, qui. Cinque dal mio giro del mondo, da O'ahu e dal Canale di Panama. Quattro già alle spalle con lei. Saranno due senza papà, quest'anno. Un anno fa a quest'ora pensavo di avere chiuso un cerchio definitivamente, e invece no.

Il mio passato si allontana davanti a me, inesorabile, sempre più rapidamente, sempre più sfuocato. Il futuro mi arriva alle spalle improvviso, e non lo vedo.

Da lunedì devo inventarmi una nuova vita. Poi, a giorni, saranno cinquantuno.
TAG: vita, anniversari
22.28 del 08 Gennaio 2016 | Commenti (2) 
 
27 As ice goes bye
SET Alta quota, Amarcord
Ho iniziato ad avventurarmici le prime volte all'inizio degli anni '80, quando con gli amici salivamo da Courmayeur per fare la classica traversata del Monte Bianco. Proprio recentemente hanno fra l'altro inaugurato la nuova funivia panoramica per Punta Helbronner e non sono certo che sia una notizia che mi ha fatto piacere, come del resto quando anni fa smantellarono quella per Punta Indren per costruire il nuovo impianto per il Passo dei Salati. Sono pezzi del mio passato che se ne vanno inesorabilmente.

Negli anni ottanta, scendendo dalla Vallée Blanche, si arrivava senza problemi fino a Chamonix anche agli inizi di maggio. Ho percorso quel ghiacciaio innumerevoli volte, l'ultima è stata nel 2009 e ancora a fine marzo si arrivava giù, anche se ormai non lo faceva già più quasi nessuno e usavano tutti la nuova funivia.
Negli anni novanta quel versante del Monte Bianco è stato uno dei miei terreni di gioco preferiti: indimenticabile la salita al Mont Blanc du Tacul del '94, e una giornata passata a giocare a frisbee in mezzo ai grandi crepacci alla confluenza fra la Mer de Glace e la Vallée, ai piedi del Col du Midi.
Negli ultimi due anni avevo iniziato a pensare di portare Leonardo a fare la traversata classica, che ormai è tranquillamente alla sua portata, e del resto la prima volta l'ho fatta anche io più o meno alla sua età. Nel 2012 ero stato coi ragazzi su all'Aiguille du Midi per mostrare loro l'attacco della via ed era stata una giornata entusiasmante.
Ma poi ho visto questo.

Non so, non so se potete capire l'impressione che mi fa vedere questo filmato e pensare che dove oggi sono posizionati i cartelli con le quote del ghiacciaio, lungo quelle scale di cemento, ancora solo dieci anni fa scendevo in sci.

A volte metto insieme cose come questa, la costruzione di El Chalten in Patagonia, la ferrovia del Tibet, l'attrezzatura stagionale del Khumbu, e penso che davvero il tempo mi stia scivolando via di dosso sempre più rapidamente e che sto invecchiando.
E no, non è affatto una bella sensazione.

TAG: monte bianco, mer de glace, vallee blanche, ghiacciai
12.42 del 27 Settembre 2015 | Commenti (0) 
 
17 17 settembre
SET Diario, Amarcord
Buon compleanno papà.

Fiore
TAG: papà
18.23 del 17 Settembre 2015  
 
29 Io non sapevo
MAG Prima pagina, Amarcord, Blog e luoghi
Io di Palmyra nemmeno conoscevo l'esistenza, non ne avevo mai sentito parlare. Ci arrivai nel gennaio del 2000, accompagnato da un tassista siriano, in mezzo a un viaggio che non avevo quasi programmato e che era nato per caso solo qualche giorno prima, al consolato di Milano. Mi pare, fra l'altro, che fu quello stesso tassista a portarmi il giorno dopo ad Al Raqqa, di cui raccontavo tempo fa fra queste pagine e che all'epoca credo fosse più sconosciuta al resto del mondo di Correzzana, frazione di Lesmo, Brianza orientale.
Ad Aleppo invece no, ci andai in autobus.
Comunque.
Pochi giorni fa, quando se n'è all'improvviso iniziato a parlare e a scrivere sui giornali, mi è venuto in mente che a Palmyra scattai alcune delle foto più belle della mia vita.

E niente, a volte mi chiedo come stanno il mio tassista e il padrone del mio albergo ad Al Raqqa. Del Baron, poi, chissà che ne è oggi.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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TAG: palmira, isis
22.16 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
20 Marco
GIU Amarcord
Ho incontrato Marco l’ultima volta nel 1999 a Bangkok, dove abitava e lavorava già da qualche anno. O almeno, mi pare, perché forse ci siamo incrociati a Milano qualche anno dopo, durante uno dei suoi rari passaggi da casa, ma non ne sono sicuro.
Eravamo stati compagni di università a Matematica e siamo poi rimasti buoni amici. Quegli amici, perlomeno, che in realtà non vedi mai, che se proprio va bene ti scambi gli auguri di Natale per sms e magari passano due o tre anni prima di risentirsi. Però, quando capita, è come se l’ultima volta fosse stata la sera prima.

Marco era un talento straordinario, capace di dimostrarti un nuovo teorema mentre stappava lattine di birra in serie e giocava a briscola chiamata. Dove trovasse il tempo di studiare io non lo so, ammesso che studiasse, perché forse non ne aveva nemmeno bisogno: all’apparenza era perennemente impegnato nel trovare nuovi modi per cazzeggiare, star dietro al suo Milan, provarci con qualche matricola e giocare a carte.
Ci sono persone che possiedono doti di rara ed eccezionale intelligenza, che quasi ti vien da vergognarti del tuo arrancare con scarso successo dietro ai libri: lui era una di quelle. Ça va sans dire, genio e sregolatezza assoluta.

Marco si era laureato molto rapidamente in Matematica a Milano, una facoltà di duecento iscritti che sul finire degli anni ’80 vedeva arrivare al traguardo della tesi al massimo un paio di dozzine di studenti l'anno, triturando inesorabilmente fra milioni di formule e teoremi pazzeschi, ai limiti della religione ortodossa, l’ottanta per cento dei rimanenti aspiranti dottori.
All’epoca (immagino tutt'oggi) a Matematica incontravi essenzialmente tre categorie di studenti. C’erano scioperati presuntuosi, convinti della propria superiorità intellettuale e di poter uscire senza sporcarsi le mani dalla West Point delle facoltà: gente che veniva regolarmente asfaltata all’esame di Analisi 1 ed era condannata a soccombere, chi per saggia resa immediata, chi per inerzia dopo anni e anni di fuori corso. Per la cronaca, era la categoria alla quale apparteneva colui che sta scrivendo.
C’erano poi ragazze irrimediabilmente curve sui libri giorno e notte, predestinate a una brillante carriera di professoresse di algebra alle scuole medie, che portavano scritta in fronte la loro ineluttabile missione scolastica.
Infine, ogni anno, emergevano tre o quattro ragazzi investiti dalla Luce: quelli che la Scienza gli scorreva direttamente nelle vene, quelli che capivano davvero i teoremi di analisi armonica (sì, esiste e si chiama così), quelli che la geometria differenziale l'assimilavano come noi comuni mortali ci diamo a Topolino mentre meditiamo al cesso.
Marco era uno di quelli.

Era anche un cinico bastardo Marco, un dropout, un disadattato capace di irridere qualunque miseria umana e di prendere la vita con un metro tutto suo che ad occhi altrui appariva spesso intollerabile e ingiustificabile.
E poi amava viaggiare da solo, come me.

Dopo la laurea, mentre la maggior parte dei suoi anonimi colleghi finiva reclutata fra i ranghi di IBM a scriver linee di codice e a timbrare il cartellino, Marco ruppe qualunque ponte alle spalle e partì. Inghilterra prima, poi Marocco, poi non ricordo nemmeno più dove, fino ad approdare in Thailandia, dove si stabilì definitivamente e mandò avanti una brillante carriera a livello internazionale per una prestigiosa multinazionale.
Era sempre in viaggio, fra un aereo e l’altro, copriva tutta l’Asia e il Pacifico. Si era anche sposato in Thailandia: quando lo andai a trovare a Bangkok aveva conosciuto da poco quella che in seguito sarebbe diventata sua moglie.

A Bangkok viveva in una casa grande e vuota. Ricordo l’impressione che mi fece: quasi non c’era arredamento. Era la casa di un uomo solo privo di radici, un uomo che aveva abbandonato tutto dietro di sé e non programmava alcunché del suo futuro.
C’era una camera completamente vuota con al centro uno stereo appoggiato per terra e una poltrona davanti alle casse: diceva Marco che quella era la stanza dove si ritirava ad ascoltare musica. Seduto in poltrona, in mezzo alla stanza vuota, da solo.
La cucina, bellissima, era immacolata e praticamente nuova: Marco pranzava e cenava sempre fuori.
Gli scaffali nei corridoi erano vuoti, i passi rimbombavano per le stanze.
Quella casa diceva tutto di Marco.

Negli anni successivi ci siamo scritti qualche volta: lui seguiva in silenzio il mio blog e i miei viaggi in giro per il mondo, io seguivo i suoi spostamenti professionali. Qualche notizia più dettagliata mi arrivava via amici comuni.
Eravamo legati in qualche modo, come quelle amicizie che sai che ci sono anche se non ti vedi e non ti senti per anni, ma che sai che esistono e che basterebbe alzare il telefono.
Tre anni fa lesse che ero in procinto di partire per Taiwan: mi scrisse che lui la odiava Taiwan, che ci sono terremoti tutti i giorni.
- Piuttosto vai a Seoul, che è bellissima - mi consigliò.
Infatti, andai a Seoul.

Nel 2012 ci mancammo per un pelo a Kiev: io partivo, lui era in arrivo ventiquattr’ore ore dopo. Ci scambiammo un paio di messaggi e quanto ci dispiacque non esserci incrociati.
Non molto tempo fa, dopo anni di permanenza, aveva lasciato la Thailandia per trasferirsi a Londra all’inseguimento di nuove motivazioni, forse ormai stufo di quell’oriente dove in realtà non si era mai integrato, né probabilmente aveva davvero cercato di farlo.
Qualcosa però non era andato nel suo rientro in Europa e recentemente aveva di nuovo piantato tutto per tornare indietro.

Ho impiegato qualche settimana a scrivere questo post. Una notte fra domenica e lunedì di circa un mese fa Marco era a casa sua a Bankogk e ha deciso di andarsene definitivamente.
Marco era uno di noi ed era un mio amico. Ciao Marco.

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23.55 del 20 Giugno 2014 | Commenti (0) 
 
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