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Da qualche mese, con l'aiuto di un amico che ne capisce un bel po' più di me, sto lavorando a un'idea che galleggiava latente da queste parti da almeno un paio d'anni, e niente, non è ancora il momento di parlarne, ma per ragioni connesse sto trascorrendo parecchie nottate a studiare e a trafficare con il kml nelle sue varie release, a smanettare con Google Earth, Google Map e QuikMaps (no, non mi sono dimenticato la c, si scrive proprio così) e a rompermi la testa nel tentativo di far dialogare in modo coerente le tre applicazioni, apparentemente tutte fondate sulle api di Google Map, ma che in realtà si amano come baschi, andalusi e catalani. Alla faccia, al solito, degli standard web duepuntosailcavolo.
Comunque.
Il web duepuntosailcavolo, la geolocalizzazione for dummies e tutte queste belle app, tanto per dirla alla Steve Jobs, nel 2002 non c'erano. Peraltro eravamo appena all'alba dell'era dei weblog, avere un telefonino umts non era un'opzione e già era un miracolo se il tuo triband, che avevi pagato una fortuna, ti permetteva di chiamare casa - ad esempio - da almeno un decimo dei Paesi dell'Asia. Per dire: non potevi farlo dalla Mongolia, dal Nepal, dagli Stati dell'Asia Centrale, da buona parte della Cina, dall'Iran, da mezza Indocina, eccetera, e se non sbaglio anche chiamare dalla Russia non era così scontato.
Apro parentesi utile al contesto: uno dei miei film preferiti in assoluto è Until the end of the world di Wenders (Wenders è il mio guru, sappiatelo), che è del 1991, mica del dopoguerra dunque, ed è ambientato nel 1999. In una delle scene più evocative Claire è in viaggio sulla Transiberiana. Dal finestrino del treno fotografa il paesaggio con il suo telefonino e lo usa per mandare le foto appena scattate a Trevor, che riceve le foto a casa sul suo computer. Ehi: quella era fantascienza, capito? 1991.
Tu eri al cinema e ti dicevi guarda che figata, ma t'immagini? Per un viaggiatore come me era un sogno.
Solo un anno prima mi ero laureato facendo una tesi al C.N.R. sulla georeferenziazione delle immagini da satellite e sviluppando algoritmi in grado (in grado si fa per dire, perché non ci riuscivano quasi mai) di allinearle alle foto aeree ed alle carte geografiche della medesima zona. Lavoravo su immagini di cinquecento pixel di lato - per inciso, un'enormità all'epoca. Uno dei miei algoritmi contrastava l'immagine per estrarre i contorni degli oggetti. Sapete quella cosa che oggi fate in un nanosecondo su immagini che pesano decine di megabyte utilizzando il vostro amato Photoshop, no? Ecco, appunto. Io usavo un 386 con due monitor, uno dei quali dotato di una futuristica scheda Matrox. Lanciavo l'algoritmo al venerdì sera, prima di andare a casa, e tornavo il lunedì a controllare il risultato, sperando che il programma avesse terminato e, soprattutto, che non fosse crashato. Cinquecento pixel di lato. Otto bit di profondità, banda singola. No erregibì-sedicimilionidicolori. 1990.
E in laboratorio si fantasticava. C'immaginavamo le applicazioni del futuro: pensa avere un computer che è in grado di capire dove sei e ti indica la strada giusta. Seee, ciao, fra cent'anni forse (io son sempre quello che di fronte al primo browser della storia, nel 1992, sentenziò 'sta roba non serve a una mazza, non avrà mai alcuna diffusione su larga scala) (capisci anche perché vent'anni dopo io mi arrabatti con Powerpoint ed Excel per mettere insieme il pranzo con la cena mentre alcuni miei coetanei di Silicon Valley si soffiano il naso nei biglietti da mille dollari) (e perché a me tocchi andare in giro vestito come un pinguino anche con quaranta gradi all'ombra mentre nel guardaroba di Steve Jobs ci siano solo polo nere).
Lo sapete che non è di questo che volevo parlare, vero? Mi son perso come al solito. Del resto perdersi è un po' l'argomento di questo post (a proposito: l'altro giorno mi è capitato di prendere la metro in direzione contraria a quella dove dovevo andare. A Milano. La cui metro frequento da quarant'anni e nella quale a cinque anni mi divertivo a imparare le stazioni a memoria con mia nonna. In pieno centro. Ho bisogno di una vacanza. Ma molto, molto lontano).
Rewind: dunque, vi dicevo. Queste settimane sto facendo 'sto lavoro con Google Map eccetera, e in effetti il fatto che nel 2002 questa roba non ci fosse è proprio il punto della questione. Nel 2002, durante i sei mesi di Asia Overland, ci è capitato spesso di sapere benissimo dove dovessimo andare e quale fosse il nostro obiettivo, ma di non avere la minima idea di dove ci trovassimo o di quale fosse la strada per andare da A a B, ammesso che strada ci fosse.
Se vi pare strano, provate ad immaginarvi di essere in Mongolia, in mezzo al Gobi, senza carta geografica né gps, affidati unicamente all'esperienza della vostra guida che, per inciso, si orienta con il sole e con le indicazioni tracciate sulla sabbia dai nomadi incontrati occasionalmente qua e là in mezzo al deserto. Tanto per dire. O, chessò, di dover attraversare la Cina occidentale e il deserto del Taklamakan, per cui sapete bene di essere, ora, nella leggendaria oasi di Turpan, riuscite più o meno a collocarla sull'atlante nel posto giusto e avete anche un'idea piuttosto chiara del fatto che il vosto obiettivo sia Kashgar, dall'altra parte del deserto, suppergiù duemila chilometri di nulla a sudovest. Dopodiché a vostra disposizione avete una carta stradale scritta solo in cinese, un autista cinese che quel deserto non lo ha mai attraversato ed una guida cinese che non si è mai mossa da casa propria. Entrambi, inutile dirlo, non parlano altro che non sia cinese, puro han nella fattispecie. In una regione grande come mezza Europa la cui popolazione parla invece uyghuro e scrive in arabo. Eccapirài.
Siccome siete bravini e avete una certa esperienza nel viaggiare in culo al mondo, eppoi siete in giro per l'Asia ormai da quattro mesi consecutivi, la prima sera della vostra traversata riuscite a capire che il paese dove fate sosta si chiama Luntai. Forse. E comunque questo è quello che annotate sul vostro diario. E siccome avete preso anche nota dei chilometri percorsi tenendo d'occhio il cruscotto dell'auto, sapete che vi trovate circa seicento chilometri ad ovest di Turpan, ai margini settentrionali del Taklamakan, e che domani mattina dovrete puntare decisamente a sud.
Poi, cambio scena. Qualche mese dopo siete a Milano e avete sulle ginocchia il vostro bell'atlante De Agostini scritto in Italiano. E mo' adesso provate a tracciare esattamente quale sia stata la vostra rotta attraverso i deserti della Cina Occidentale, fra Turpan e Kashgar, e a piazzare una bella X proprio su Luntai. A trovarla. Ammesso si chiamasse davvero così, poi. Perché quella era scritta in cinese e voi adesso la state perlomeno cercando trascritta in alfabeto latino. Potrei farvi decine di esempi analoghi.
Così, fino ad oggi, parecchie tratte del nostro Asia Overland erano state tracciate - anche qui su Orizzontintorno - in modo parecchio sommario, per non dire che la toponomastica di alcuni dei luoghi citati nel diario di viaggio e nelle mappe degli itinerari, dove facemmo sosta o dai quali transitammo, è quantomeno approssimativa e basata sul mio diario. Località tipo Dundgobi camp, Gobi centrale, che poi vattelapesca se davvero si chiamassero così: questo era quello che avevo capito cercando di traslitterale nel modo più preciso possibile i suoni gutturali della nostra guida mongola, o fidandomi delle località scritte in cirillico (versione mongola) che mi indicava sulla sua cartina, detto che nemmeno lui era certissimo del fatto che ci trovassimo esattamente in un certo punto in un dato momento. Di fatto, dove davvero fossimo e di come si chiamasse il luogo di turno, spesso avevamo un'idea molto molto vaga. Né riuscii in seguito, nei mesi seguenti, a ricostruire con precisione percorsi e località.
Fino ad oggi.
Ché uno dei risultati di questo lavoro che sto portando avanti è stato proprio la ricostruzione, il più fedele possibile, dell'itinerario da noi seguito durante Asia Overland 2002. Ci sono riuscito usando pesantemente - e non avete idea quanto - sia Google che le foto da satellite di Google Map per confrontare alcuni luoghi con le mie fotografie e georeferenziare a colpi di coordinate gps i punti cardine precisi della nostra lunga rotta.
Così, riprendendo l'esempio di Dundgobi, scopro oggi su Google fra le pochissime citazioni riconducibili a ciò che sto cercando (e già il fatto che lo stesso motore di ricerca di Google sia in difficoltà ve la dice lunga su di cosa diavolo stia andando a caccia) che esiste un luogo nel Gobi Centrale a cui due o tre diari di viaggio russi fanno riferimento chiamandolo Dundgovi, e mi viene così in mente che la b e la v, in effetti, in russo e nella trascrizione cirillica si confondono. Google Map non è in grado di localizzare alcun toponimo simile, ma uno di questi siti russi ne riporta le coordinate gps e così riesco a puntarlo una prima volta. Solo che quella è una generica località chiamata Dundgobi, o Dundgovi che sia. In effetti noto che la posizione approssimativa è riconducibile al luogo dove probabilmente abbiamo pernotatto noi. Sul mio diario ho annotato "Campo ger di Dundgobi, circa 30km a sudest di Erdenedalay". Aumentando il fattore di zoom noto che le coordinate gps riportate dal sito russo sono relative ad un punto che è a circa 10km da un villaggio che Google Map etichetta come Erdene, e su un altro sito russo il nome viene indicato come Erdenedalai. Ci siamo. Adesso si tratta di capire con precisione dove è il campo: trattandosi di un insediamento fisso deve essere ben visibile dal satellite. Mi ci vuole un'ora di paziente ricerca al fattore di zoom massimo possibile, ma alla fine lo trovo: non è 30km a sudest, è 30km a nordest e non c'è dubbio, è lui. Tombola. Accedo al mio account di Google Map, apro la mia mappa personale della tratta numero 3 di Asia Overland, "Mongolia", con un segnaposto rosso fisso il punto esatto al metro in mezzo al deserto e passo alla ricerca della tappa successiva. Infine, quando ho segnato con precisione tutte le tappe, provo a collegarle seguendo le flebili tracce delle piste nel deserto, che però sono centinaia e dunque devo affidarmi un po' all'intuito e un po' ai ricordi, anche perché spesso noi stessi non seguimmo alcuna pista ed attraversammo aree completamente vergini.
Così per la Mongolia, per la Cina, per alcune zone dell'Asia Centrale. Ma anche del Tibet, ad esempio.
Siamo stati al campo base dello Shisha Pangma, e fin qui vabbè. Ma dov'è esattamente il campo base dello Shisha Pangma? Perché la verità è che io, fino a qualche giorno fa, non ne avevo la minima idea. E se questo vi sembra ancora più assurdo, perché in fondo lo Shisha Pangma è uno dei quattordici 8000, è pure uno dei più saliti e dunque su Google si trovano centinaia di diari di spedizioni e di siti web che vi fanno riferimento, be', bravi, benvenuti: provateci.
Il punto è che di campi base, lo Shisha Pangma, ne ha innanzitutto almeno tre, uno per ciascun versante. E a differenza del campo di Dundgobi, in nessuno dei tre vi è alcuna struttura permanente che possa servire come riferimento. Peraltro, nessuna spedizione è solita annotare nelle proprie relazioni le coordinate gps del campo base, né descrivere esattamente la strada per arrivarci. E sapete perché? Perché viaggiano tutti come noi, ovviamente: "Partiamo da Nyalam [da Tingri, nel nostro caso] ed arriviamo al campo base. Piantiamo la tenda e bla bla bla", e fine della storia (o meglio, inizio del diario della spedizione vera e propria). Al massimo note su quanto sia bello e difficile il viaggio, e dura la pista fuoristrada di avvicinamento. Dunque, vallo a scoprire dove accidenti è situato effettivamente 'sto campo base, sulla cartina geografica o sull'immagine da satellite. Tutti son capaci di arrivarci, ma peste se a qualcuno è venuto in mente di piazzarci una bella bandierina su una mappa e di pubblicarla poi su internet, o di trascriverne le coordinate gps, o almeno di buttar giù due righe di indicazioni sommarie per arrivarci.
Eggià: perché in realtà tutti noi, sia che siamo due peones italiani dispersi per l'Asia da mesi o spedizioni alpinistiche miliardarie, volenti o nolenti veniamo inesorabilmente accompagnati al campo base dello Shisha Pangma dalle guide autoctone, e le guide autoctone non usano, né certo hanno bisogno, del gps, delle carte e di Google Map. Sanno dove andare e di norma la loro seconda attività non è pubblicare foto ed informazioni su internet, né giocare con Google. A pensarci, è tutto molto ovvio è stupido, nel senso di normale (per carità, certamente su qualche sito cinese ci sarà ben scritto dov'è 'sto campo base, basta probabilmente saper leggere il mandarino).
Ci sono riuscito, comunque, anche in questo caso.
Ovviamente ho dovuto innanzitutto stabilire quale fosse il versante dal quale ci eravamo arrivati noi e ho "deciso" che non potesse essere altro che quello settentrionale, dal quale parte la via normale di salita. Il campo base nord è il più lontano dalla montagna e si trova a circa 18km di morene e ghiacciai dal campo base avanzato, dove le spedizioni iniziano effettivamente la salita. Ho letto in giro che è possibile arrivare fino al campo settentrionale in fuoristrada e in più, osservando le immagini da satellite, ho notato un grande lago nelle vicinanze della probabile zona di riferimento. In effetti ricordo che durante il viaggio di avvicinamento al campo base costeggiammo a lungo un lago, lasciandolo alla nostra destra. A quel punto, zoomando nuovamente al massimo l'immagine, ho notato che in quella direzione è possibile intravvedere una sottilissima pista in mezzo al deserto d'alta quota, che guarda caso passa alla sinistra del lago e termina in un punto che, misurandolo, è a circa diciotto chilometri dall'inizio del grande ghiacciaio che scende dal versante settentiornale dello Shisha Pangma. Tombola anche in questo caso: lì dove termina la pista, quello è il nostro campo base, e la pista è esattamente il percorso da noi seguito per arrivarci.
E via così: il campo nomade presso il caravanserraglio di Tash Rabat, la yurta al Song Kol, in Kyrgyzstan, il tracciato della strada che collega Mary in Turkmenistan a Mashhad in Iran, l'antica città di Merv nella steppa turkmena, il Torugart Pass, il Karakul, le cave di Bing Ling Si, il campo sugli Altai mongoli. Ma anche il percorso esatto della Transiberiana e le stazioni sperdute che via via annotai al tempo sul mio diario ad ogni sosta, e la strada verso Shakhrisabz, la toponomastica esatta delle località in Mongolia ed in Cina, il traghetto sul lago Van in Kurdistan, e via fino al ponte sul Danubio fra Ruse in Bulgaria e Giurgiu in Romania. Metro a metro, oltre trentottomila chilometri ricostruiti passo a passo a distanza di otto anni: come ripercorre di nuovo quello straordinario viaggio, impararlo da capo. Per accorgersi, ad esempio, che forse 38.000 chilometri - la stima fatta all'epoca sommando tutte le distanze che mi ero annotato via via sui diari di viaggio, giorno per giorno - non sono affatto, perché il satellite e Google non perdonano e ad ogni tappa che fissi ti restituiscono la distanza esatta al metro da quella precedente calcolata lungo il percorso che hai tracciato.
No, non l'ho rifatta la somma con Google Map. Ormai per me quei trentottomila sono un dato acquisito ed archiviato della mia vita, pure definitivamente consegnato alla storia dalla pubblicazione di "Notizie dall'Asia Centrale", per cui non ha alcun senso, per me, ora, andare a riverificare se effettivamente fossero di più o di meno (l'impressione è che siano di meno, comunque, ad intuito più o meno duemila).
Intere nottate trascorse a guardare il mio passato con l'occhio del satellite. Asia Overland, ma anche il deserto del Namib, le distese infinite della Patagonia, la pista che attraversa lo Chott-el-Jerid, il percorso ferroviario delle ferrovie lapponi verso Narvik, la strada verso Port Arthur in Tasmania e il Bac sulla costa occidentale della Nuova Caledonia. L'inutilità, tutto sommato, di questo stesso lavoro di rimappatura. Di cinquantamila fotografie ordinate negli scaffali della mia libreria. Di centinaia di cartine geografiche accumulate in quei medesimi scaffali. Internet che fa a pezzi i miei stessi ricordi, che mi corregge i nomi trascritti sui miei diari di viaggio, i percorsi, le distanze. Che mi mette inesorabilmente di fronte al fatto che la maggior parte degli alberghi dove ho dormito in trent'anni di viaggi in giro per il mondo non esiste nemmeno più. Basta passare sui link di Orizzontintorno, nelle schede viaggio: molti di quei link non puntano già più a nulla, si perdono nel vuoto codificato 404. Per quanto Google scolpisca qualunque informazione in modo definitivo all'interno della Rete, dentro internet tutto si crea e tutto si distrugge con la medesima velocità, per qui ciò che è oggi esiste e ciò che era ieri è ormai dato e svanito.
Eppure io ci sono stato in quegli alberghi, ho dormito in quei letti, mi sono seduto ai tavoli di quei ristoranti, e mi ricordo benissimo che il contachilometri della macchina segnava duecento, non centotrenta. Mi ricordo che quella strada non era asfaltata, anzi, non era nemmeno segnata sui roadmap del deserto, e adesso eccola lì, il numero è quello, così come la segnai sul mio diario. Solo che oggi il satellite me la fa vedere asfaltata.
Così come mi fa vedere il nuovo aeroporto di Calafate, la pista per Zaafrane, le case del Chalten.
E no: secondo Google non esiste alcun ristorante "da Eugenio" al Chalten.
Così chiudo Patagonia 1990. E penso che me ne andrò a dormire.
Tutto sommato, forse, non mi interessa poi così tanto sapere davvero dove sono passato. Quel posto probabilmente o non è mai esistito o non esiste più, tranne che nel mio diario. |
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Ci abbiamo dormito nel 2002, dal 7 al 13 maggio per la precisione. Non fu solo il nostro primo impatto con quella terra di nessuno che era la Russia di allora e che già oggi non esiste più in buona parte: un non-luogo abbandonato all'anarchia ed all'improvvisazione, entrambe perfettamente sintetizzate nella sua struttura architettonica, nelle sue mura in decadenza, nei suoi pilastri, nella gigantesca e pacchiana hall di marmo presidiata giorno e notte da improbabili ed improvvisati agenti di un non meglio identificato servizio di sicurezza privato, nei surreali meandri di una burocrazia alienante, inutile e illogicamente funzionante, nei suoi ristoranti introdotti da menù post-radical-chic dove tutto era apparentemente possibile ed immaginabile, ma irrimediabilmente declinato in una realtà di infiniti oggi è terminato, oggi non c'è, oggi il cuoco non è potuto venire, oggi è giorno dispari e il piatto richiesto è disponibile solo nei giorni pari, per cui la scontata soluzione finale era inevitabilmente una salyanka annaffiata da una Baltika numero cinque, sperando che fosse giorno giusto almeno per il pane.
Non è stato solo quella camera di cartongesso e legno dove tutto era maniacalmente etichettato, timbrato, catalogato, dal portacenere di vetro ai bulloni dell'armadio, dai singoli pomelli dell'attaccapanni, uno per uno, alla piastrina di ottone della serratrura del cassetto della scrivania, alle gambe stesse della scrivania, una per una, alle lampadine, al foglio di plastica della directory, per cui dopo un po' iniziavi a sospettare che esistesse un ufficio apposta, magari nelle cantine, dove un vecchio bolscevico era rinchiuso da anni con il compito di etichettare, timbrare, catalogare ogni singolo frammento dell'albergo intero, ogni vite, ogni chiodo, ogni mattone, ogni piastrella, suppellettile, accessorio, elemento di corredo e decorativo.
Non è stato solo tutto questo.
E' stato anche la porta d'ingresso di quei sei mesi, la soglia oltre la quale fu evidente che il dado era ormai davvero tratto, e che la via del ritorno non era alle nostre spalle, ma che sarebbe potuta essere solo ostinatamente davanti a noi, per settimane e settimane a venire.
E' stato l'inizio di tutto, e tutto iniziò da lì. Compresi i titoli di coda.
E non so, in qualche modo questa notizia mi lascia addosso un velo di malinconia. Quella solita sensazione del tempo che se ne va, dell'insopportabile e stracotto tutto passa, del nauseante niente sarà più come prima. Di inutile all'inutile nell'istante stesso in cui lo penso.
Son già otto anni, fra l'altro, giusto fra quattro giorni. E non c'è rimasto più nulla. Nemmeno fra quelle mura. |
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Fino a qualche anno fa non era per me concepibile arrivare a dicembre senza aver toccato almeno una volta la neve di inizio stagione. A dire il vero nemmeno a novembre, spesso anzi andavo a caccia già ad ottobre, di solito allo Julierpass, o su di lì.
Da due o tre anni, invece, buco l'appuntamento.
Ormai anche per quest'anno è andata. Dal prossimo si riprende con le vecchie tradizioni, però. Appuntarselo da qualche parte. |
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Ad Andalo io ci sono praticamente nato. Credo se ne sia già parlato in passato fra queste pagine. Avevo pochi mesi quando i miei mi ci portarono la prima volta. Per anni ho trascorso mesi d'estate e settimane d'inverno fra queste montagne, ho imparato a sciare sulle nevi della Paganella e ad andare in montagna fra i sassi e le ferrate del Brenta, a sognare di arrampicare dormendo all'ombra del Campanile Basso. Ho conosciuto qui Cesare Maestri e nemmeno sapevo, allora, di vivere in casa di Salvaterra e Detassis.
Per molto tempo, prima ancora che scoprissi l'esistenza del resto delle Alpi e delle montagne del mondo, il mio universo verticale iniziava e finiva qui, il Brenta da una parte, la Paganella dall'altra.
L'ultima volta che ci sono venuto è stato nell'inverno del '79: esattamente trent'anni fa tondi tondi. Avevo quattordici anni e mi ero innamorato di una ragazzina di nome Lucilla che era di Mestre e, se non sbaglio, aveva un paio d'anni meno di me. La notte di Capodanno ballammo insieme, ricordo molto bene che le chiesi un bacio, ma non me lo volle dare, però mi diede la mano. Del resto io manco lo sapevo come fosse fatto un bacio e camminare mano nella mano con lei era già un mondo intero.
Naturalmente, il giorno dopo la mano lei la diede ad un altro ragazzino e mi pare di ricordare che ci piansi su parecchio.
Il punto, comunque, è che son passati trent'anni. Capite che tornarci con Leonardo, trent'anni dopo, un pochetto di impressione la fa. E ancor più impressione me la fa scendere dalle piste della Paganella con lui: quelle piste dove ho imparato io, da dove mi portava giù mio padre negli anni '70. E' un'emozione indescrivibile, temo.
Abbiamo fatto un paio di volte la Cacciatori. Be', certo non è più lei: negli anni '70 era uno strettissimo corridoio di sette chilometri tagliato nel bosco, che scendeva dalla cima della Paganella fin giù in paese; una specie di inferno di sassi, gobbe, ghiaccio, con parecchi passaggi obbligati. Ricordo che la prima volta che mio padre mi portò giù di lì avevo sette anni e la feci tutta dritta sparata a spazzaneve, senza praticamente riuscire mai a fermarmi per via del ghiaccio. Mi presi una paura micidiale e il giorno dopo non ne volli sapere di riprovarci: scoppiai a piangere su una seggiovia e mio padre dovette riportarmi a valle con gli impianti. Per poco la mia carriera sulla neve non finì proprio lì.
Oggi la Cacciatori è una stupenda autostrada piallata a biliardo, larghissima e, grazie alla stagione eccezionale, in condizioni di innevamento perfette. Sta di fatto che Leonardo, cinque anni appena compiuti, si beve i sette chilometri della mitica rossa della Paganella come fossero un bicchier d'acqua e forse fa un po' strano anche a lui pensare al suo papà da piccolo, dietro al nonno, sulla stessa pista. O forse questa storia lo ha fin troppo annoiato e a lui piace sciare e basta.
La mitica Olimpica, dove si allenava la nazionale di discesa, oggi si chiama Olimpionica ed è stata divisa in tre tronconi numerati, solo il centrale dei quali è classificato come pista nera. Nuovissime ovovie e seggiovie quadriposto chiuse hanno sostituito - chissà ormai da quanti anni - le vecchie bidonvie, la freddissima gabbiovia di Gaggia e i vecchi skilift dove mi sono fatto le ossa da bambino.
Del resto anche Andalo è irriconoscibile: perlomeno, io non mi ci ritrovo più. Non riesco più nemmeno a trovare le case dove abbiamo abitato, né alcun punto di riferimento. Vago a vuoto per il paese, cercando scampoli di vecchie immagini da raccontare a Leonardo, ma è davvero un po' come "là dove c'era l'erba ora c'è", perché in effetti - lo ricordo bene - c'erano prati a perdita d'occhio, oggi ci sono dozzine di case nuove da villeggiatura che riempiono un po' tutta la conca, alberghi, negozi, strutture turistiche ed altri inutili bla bla bla contemporanei.
Solo il Brenta è immutato. Il Campanile Basso è sempre lì: lo indico a Leonardo e glielo insegno. Gli indico anche il Pizzo Gallino, che domina il paese e che per tutta la mia infanzia è stata la montagna più alta che conoscessi, considerato che visto da Andalo svetta una spanna su tutto il resto delle montagne attorno. In realtà è molto più basso delle cime importanti del Brenta, che però rimangono in seconda linea.
Dico a Leonardo che il Pizzo Gallino è la prima montagna a cui sia stato in vetta in vita mia, ma in realtà, mentre lo dico, mi rendo conto che non solo non è vero, ma che io in cima al Pizzo Gallino non ci sono proprio mai stato, perché non c'è un sentiero che ci porta e all'epoca - con i miei - andavo ben solo per sentieri, al massimo vie ferrate.
Oh bella lì: accidenti, non sono mai stato in cima al Pizzo Gallino! Be', sarà ora che inizi a pensare di portarci almeno Leonardo.
Sul Campanile Basso, invece, ho sognato di salire per anni. Potrei quasi dire di avere inconsciamente frequentato il corso di roccia del CAI a vent'anni con il solo scopo di tornare ad Andalo e salire finalmente il Campanile Basso. Ma poi, come inevitabilmente accade, gli eventi mi hanno portato da altre parti, su montagne diverse e su altre strade, e in Brenta non sono mai più tornato. Anzi, ho lasciato ben presto la roccia per andare praticamente solo su ghiaccio e neve, verso l'alta quota, l'ambiente che mi è in seguito diventato più familiare.
Vabbè. Son passati trent'anni e sono di nuovo qui, all'ombra del Campanile Basso. Magari un giorno lo salirà Leonardo, o magari, molto più probabilmente, non gliene fregherà un accidente. E' peraltro certo che, dovesse mai capitargli, a me verrà probabilmente da piangere.
Più o meno la stessa sensazione che mi segue accompagnandolo oggi giù dalla Cacciatori.
Ecco, non è esattamente così. E' lui ad accompagnare me giù dalla Cacciatori. E faccio anche un po' fatica a stargli dietro.
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Brenta Alta e Campanile Basso da Andalo |
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Gruppo di Brenta dalla Paganella |
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Pizzo Gallino |
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Andalo, inizio marzo... a mille metri ce n'è ancora a palate |
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Leonardo sulle piste della Paganella |
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Rapidamente, senza far troppo mente locale: 1994 Tunisi, 1995 Praga,
1997 Budapest, 1999 Berlino, 2000 Damasco, 2001 Abu Dhabi, 2003 Jersey,
2005 Sarajevo, 2006 Marienhamn, 2007 La Valletta. Così, tanto
per inventariare e fare ordine.
Il pomeriggio del 31 dicembre 1987 feci una passeggiata nel bosco
di Val Codera. L'acqua era ghiacciata e faceva parecchio freddo. Resta
il fatto che fra quelli della serie rifugi in montagna quello
del 1988 dal Tarcisio è stato il migliore, oltre ad essere
stato il primo. Di più: è stato uno dei più belli in
assoluto dei miei quarantaquattro capodanni. Non sono mai più tornato in
Val Codera, peraltro.
Comunque. C'è una ragione per ciascuna tessera mancante al
puzzle. La novità è che da domani il buco sarà doppio.
Finisco con un principio di tendinite al malleolo interno del piede
sinistro - che fa piuttosto male, con suppergiù seicentosettanta
chilometri nelle scarpette e con il record dell'anno stabilito proprio
questo pomeriggio al parco, poco prima che iniziasse a nevicare.
Guardo fioccare alla luce arancione dei lampioni, mentre Georges Prêtre
dirige la sua orchestra sinfonica sulle note di Offenbach, ed è
commovente e straordinario.
E' tutto bianco: prende, prende eccome. Il bicchiere è uno
di quelli comprati a Praga.
Meno tre, due, uno. Puff.
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Sempre a proposito di Anime salve. Se n'è già parlato altrove, qua dentro, almeno in un paio di occasioni. La stavo ascoltando per la milionesima volta e pensavo che è strano. Fra quel milione di volte la associo - ormai irrimediabilmente - ad un'immagine ben precisa, peraltro recente. E' una strada di fondovalle, e son curve, e l'autoradio è a basso volume perché forse Carola dorme, non ricordo, forse s'è già svegliata. Leonardo no, è sveglio. Abbiamo appena ascoltato Il pescatore, che a lui piace tanto.
E' lì, sì. In quel punto. In quel preciso momento esatto. Che capisco tante cose e il loro perché. |
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Tramonta il sole sulla Pianura Padana attraverso il finestrino alla mia sinistra. I Tati, dietro, dormono piegati nei loro seggiolini. I cartelli chilometrici sulla A1 non finiscono mai, anche se viaggi verso nord e il limite tende a zero, nonostante la variante di valico alle spalle, o forse proprio per questo. Poi, magari, ne racconterò anche di questi due giorni.
A rientrare da un weekend trascorso a Pàvana non è nemmeno poi strano che ti venga da riascoltare Eskimo, sarebbe piuttosto curioso il contrario. Non c'è altro da aggiungere ad una vita intera, è tutto lì fra le righe, compresi i Tati dietro. Lo è per almeno due generazioni consecutive. Le altre son tagliate fuori, e non avrai mai alcun modo di spiegarglielo, né puoi sperare che lo capiscano. Io appartengo alla seconda. E' possibile che mi commuova più di quanto le medesime righe non suonino amare per la prima.
Poi, per dire, posson anche farti schifo Anime Salve ed Eskimo, ma allora passa oltre, ché non ce n'è. Non è questione di gusti. E' questione di parole e corde e poesia e sillabe e vita.
Bisogna saper scegliere il tempo / non arrivarci per contrarietà. |
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Non salgo alla Capanna
Gnifetti da, più o meno, quattordici anni, e vabbè.
Non c'è più nemmeno la funivia di Punta Indren e adesso
l'accesso è indifferente da Alagna o Gressoney, e son trecento
metri di dislivello in più, e vabbè.
Ma perlomeno all'epoca decidevo se salire sul Monte Rosa tipo al venerdì
sera, dopo aver visto le previsioni meteo: davo una chiamata su al
rifugio, prenotavo e magari poteva esserci qualche problema nei weekend
di luglio, ma di solito in un modo o nell'altro il posto si trovava.
Oggi ho telefonato alla Capanna Gnifetti per prenotare per due persone
per il 28 giugno. Mi hanno risposto che il rifugio è al completo
fino al 5 agosto. A voi questo non dice probabilmente nulla. A me
dice che non capisco più questo mondo e che il tempo passa. |
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| E all'improvviso mi fermo a fissare il vuoto, chiudo gli occhi e mi
rivedo rientrare la sera tardi in Sienna
72 con la borsa della spesa, l'iPod nelle orecchie, mentre
la bufera di neve avvolge il cielo illuminato dalle luci arancioni
dei grattacieli di Warszawa, fuori freddo, in casa caldo, e mi manca,
Warszawa. |
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Mio padre fa spesso un po' quel che faccio io, o sono io a fare
quel che fa lui. Insomma, condividiamo (anche) qualche mania. Ad
esempio, quella di passare una fetta del nostro tempo a fare ordine
nel passato.
Càpita così che dal suo personale cassetto dei ricordi
saltino fuori frammenti che per combinazione sono anche miei e,
poiché mio padre sta al di qua della frontiera del digital
divide, càpita anche che quei ricordi si trasformino
per magia da un vecchio telaietto 6x6 che contiene un frammento
di pellicola positiva sbiadita e macchiata ad un riquadro lato trecento
pixel sedicimilioni di colori, e all'improvviso eccoci qua, lui
ed io, vecchie macchie ripulite e colori risaturati, e sapete com'è,
c'è che un po' mi commuovo, e mica poco.
Perché quello rosso (e quello sotto in canottiera, con il
maglione in vita) sono io, e chi guida e insegna è lui. Dolomiti
di Brenta, 1976.
Poi chiedetemi perché trent'anni dopo sono ancora qui che
sogno il mio ottomila.
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Dolomiti di Brenta,
1976: dietro a mio padre
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Ma, vi dirò la verità. Non è poi tanto quello
a commuovermi. Quello è sangue. E' invece quello che sta qua
sotto. Perché la prima foto è nata 6x6, la seconda è
nata già digitale, l'età dei due tipetti vestiti di
rosso è esattamente la medesima, solo che quello sopra è
il papà, e quello sotto è il figlio (e quello grande
con la giaccavento bianca è ovviamente il nonno, o il papà,
fate un po' voi, dipende dal punto di vista).
In mezzo ci sono quasi quarant'anni. E a vederle insieme, sì,
un pochetto la lacrima mi scende.
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Andalo (TN), 1969
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Andalo (TN), 2008
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