Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Io non sapevo
MAG Prima pagina, Amarcord, Blog e luoghi
Io di Palmyra nemmeno conoscevo l'esistenza, non ne avevo mai sentito parlare. Ci arrivai nel gennaio del 2000, accompagnato da un tassista siriano, in mezzo a un viaggio che non avevo quasi programmato e che era nato per caso solo qualche giorno prima, al consolato di Milano. Mi pare, fra l'altro, che fu quello stesso tassista a portarmi il giorno dopo ad Al Raqqa, di cui raccontavo tempo fa fra queste pagine e che all'epoca credo fosse più sconosciuta al resto del mondo di Correzzana, frazione di Lesmo, Brianza orientale.
Ad Aleppo invece no, ci andai in autobus.
Comunque.
Pochi giorni fa, quando se n'è all'improvviso iniziato a parlare e a scrivere sui giornali, mi è venuto in mente che a Palmyra scattai alcune delle foto più belle della mia vita.

E niente, a volte mi chiedo come stanno il mio tassista e il padrone del mio albergo ad Al Raqqa. Del Baron, poi, chissà che ne è oggi.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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TAG: palmira, isis
22.16 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
20 Marco
GIU Amarcord
Ho incontrato Marco l’ultima volta nel 1999 a Bangkok, dove abitava e lavorava già da qualche anno. O almeno, mi pare, perché forse ci siamo incrociati a Milano qualche anno dopo, durante uno dei suoi rari passaggi da casa, ma non ne sono sicuro.
Eravamo stati compagni di università a Matematica e siamo poi rimasti buoni amici. Quegli amici, perlomeno, che in realtà non vedi mai, che se proprio va bene ti scambi gli auguri di Natale per sms e magari passano due o tre anni prima di risentirsi. Però, quando capita, è come se l’ultima volta fosse stata la sera prima.

Marco era un talento straordinario, capace di dimostrarti un nuovo teorema mentre stappava lattine di birra in serie e giocava a briscola chiamata. Dove trovasse il tempo di studiare io non lo so, ammesso che studiasse, perché forse non ne aveva nemmeno bisogno: all’apparenza era perennemente impegnato nel trovare nuovi modi per cazzeggiare, star dietro al suo Milan, provarci con qualche matricola e giocare a carte.
Ci sono persone che possiedono doti di rara ed eccezionale intelligenza, che quasi ti vien da vergognarti del tuo arrancare con scarso successo dietro ai libri: lui era una di quelle. Ça va sans dire, genio e sregolatezza assoluta.

Marco si era laureato molto rapidamente in Matematica a Milano, una facoltà di duecento iscritti che sul finire degli anni ’80 vedeva arrivare al traguardo della tesi al massimo un paio di dozzine di studenti l'anno, triturando inesorabilmente fra milioni di formule e teoremi pazzeschi, ai limiti della religione ortodossa, l’ottanta per cento dei rimanenti aspiranti dottori.
All’epoca (immagino tutt'oggi) a Matematica incontravi essenzialmente tre categorie di studenti. C’erano scioperati presuntuosi, convinti della propria superiorità intellettuale e di poter uscire senza sporcarsi le mani dalla West Point delle facoltà: gente che veniva regolarmente asfaltata all’esame di Analisi 1 ed era condannata a soccombere, chi per saggia resa immediata, chi per inerzia dopo anni e anni di fuori corso. Per la cronaca, era la categoria alla quale apparteneva colui che sta scrivendo.
C’erano poi ragazze irrimediabilmente curve sui libri giorno e notte, predestinate a una brillante carriera di professoresse di algebra alle scuole medie, che portavano scritta in fronte la loro ineluttabile missione scolastica.
Infine, ogni anno, emergevano tre o quattro ragazzi investiti dalla Luce: quelli che la Scienza gli scorreva direttamente nelle vene, quelli che capivano davvero i teoremi di analisi armonica (sì, esiste e si chiama così), quelli che la geometria differenziale l'assimilavano come noi comuni mortali ci diamo a Topolino mentre meditiamo al cesso.
Marco era uno di quelli.

Era anche un cinico bastardo Marco, un dropout, un disadattato capace di irridere qualunque miseria umana e di prendere la vita con un metro tutto suo che ad occhi altrui appariva spesso intollerabile e ingiustificabile.
E poi amava viaggiare da solo, come me.

Dopo la laurea, mentre la maggior parte dei suoi anonimi colleghi finiva reclutata fra i ranghi di IBM a scriver linee di codice e a timbrare il cartellino, Marco ruppe qualunque ponte alle spalle e partì. Inghilterra prima, poi Marocco, poi non ricordo nemmeno più dove, fino ad approdare in Thailandia, dove si stabilì definitivamente e mandò avanti una brillante carriera a livello internazionale per una prestigiosa multinazionale.
Era sempre in viaggio, fra un aereo e l’altro, copriva tutta l’Asia e il Pacifico. Si era anche sposato in Thailandia: quando lo andai a trovare a Bangkok aveva conosciuto da poco quella che in seguito sarebbe diventata sua moglie.

A Bangkok viveva in una casa grande e vuota. Ricordo l’impressione che mi fece: quasi non c’era arredamento. Era la casa di un uomo solo privo di radici, un uomo che aveva abbandonato tutto dietro di sé e non programmava alcunché del suo futuro.
C’era una camera completamente vuota con al centro uno stereo appoggiato per terra e una poltrona davanti alle casse: diceva Marco che quella era la stanza dove si ritirava ad ascoltare musica. Seduto in poltrona, in mezzo alla stanza vuota, da solo.
La cucina, bellissima, era immacolata e praticamente nuova: Marco pranzava e cenava sempre fuori.
Gli scaffali nei corridoi erano vuoti, i passi rimbombavano per le stanze.
Quella casa diceva tutto di Marco.

Negli anni successivi ci siamo scritti qualche volta: lui seguiva in silenzio il mio blog e i miei viaggi in giro per il mondo, io seguivo i suoi spostamenti professionali. Qualche notizia più dettagliata mi arrivava via amici comuni.
Eravamo legati in qualche modo, come quelle amicizie che sai che ci sono anche se non ti vedi e non ti senti per anni, ma che sai che esistono e che basterebbe alzare il telefono.
Tre anni fa lesse che ero in procinto di partire per Taiwan: mi scrisse che lui la odiava Taiwan, che ci sono terremoti tutti i giorni.
- Piuttosto vai a Seoul, che è bellissima - mi consigliò.
Infatti, andai a Seoul.

Nel 2012 ci mancammo per un pelo a Kiev: io partivo, lui era in arrivo ventiquattr’ore ore dopo. Ci scambiammo un paio di messaggi e quanto ci dispiacque non esserci incrociati.
Non molto tempo fa, dopo anni di permanenza, aveva lasciato la Thailandia per trasferirsi a Londra all’inseguimento di nuove motivazioni, forse ormai stufo di quell’oriente dove in realtà non si era mai integrato, né probabilmente aveva davvero cercato di farlo.
Qualcosa però non era andato nel suo rientro in Europa e recentemente aveva di nuovo piantato tutto per tornare indietro.

Ho impiegato qualche settimana a scrivere questo post. Una notte fra domenica e lunedì di circa un mese fa Marco era a casa sua a Bankogk e ha deciso di andarsene definitivamente.
Marco era uno di noi ed era un mio amico. Ciao Marco.

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23.55 del 20 Giugno 2014 | Commenti (0) 
 
03 Venti mesi
MAG Amarcord, Prima pagina
Di recente mi capita spesso. Scrivevo di Al Raqqa lo scorso dicembre e di Aleppo qualche tempo prima, e ancora di Kiev prima che la situazione degenerasse.
Oggi tocca a Odessa, per le cui bellissime strade mi aggiravo e di cui scrivevo appena un anno e mezzo fa.

E ancora una volta, quel senso di smarrimento totale nel vedere le immagini in fiamme di vie che ho vissuto e amato, la cui polvere porto ancora addosso, ché è solo ieri che trascorrevo le mie serate seduto ai tavolini di qualche caffè lungo la Derybasivska, a scattare foto, prendere appunti, chiacchierare con quella gente e vivere in mezzo a loro.

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Odessa, agosto 2012
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Odessa, maggio 2014 (fonte: Reuters, via Corriere)
TAG: odessa, ucraina
22.29 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
03 Rigore è quando arbitro fischia
MAG Amarcord, Prima pagina
Il 20 maggio del 1992 a Wembley io non c'ero: un pensiero ce lo avevo fatto, ma per scaramanzia preferii uscire per il primo appuntamento con quella biondina a cui stavo dietro da un po'.
Genova era deserta quella sera, per le strade non volava una mosca; persino la metà rossoblu stava tappata in casa col fiato sospeso, ché se i ragazzi di Vujadin avessero davvero sbancato il tempio del calcio probabilmente non si sarebbe più vista una bandiera col grifone per almeno due anni a venire.

Non ero e non sono mai stato un gran tifoso. Il calcio mi ha sempre annoiato, ma sono stato un bambino, prima, e un adolescente, poi, orgoglioso di tener fede alla tradizione patriarcale di una famiglia, la mia, genovese e laicamente blucerchiata da sempre, nonostante il trapianto a Milano quando avevo appena due anni.
Ho attraversato elementari, medie e superiori senza mai cedere alle prese in giro dei compagni di scuola, inevitabilmente tifosi rossoneri, nerazzuri, o bianconeri che sempre tutto vincevano, mentre la mia squadra, stagione dopo stagione, annaspava inesorabilmente a cavallo fra il purgatorio della B e la massima serie. Non aveva alcun titolo da vantare ed era pure un po' difficile da pronunciare: Samp-doria, o san-doria, non era esattamente chiaro come si dovesse dire. Dichiararmi ostinatamente sampdoriano era uno dei tanti modi per rivendicare la mia identità personale e sfuggire all'omologazione del gruppo, che non mi era mai appartenuta.

A Genova, fra altri parenti tutti di rigorosa fede blucerchiata (tranne il nonno materno, orgogliosamente arroccato nel suo isolamento genoano), avevo uno zio tifosissimo che non perdeva una partita. Una volta venne a trovarci a Milano e mi portò a San Siro a vedere un'Inter-Sampdoria finita 4-4: calcio d'altri tempi, credo fosse il 1972, o giù di lì. A tutt'oggi rimane quella la mia unica occasione al Meazza. Non ci sono mai più tornato, nemmeno per qualche concerto rock. Non esisteva nemmeno il terzo anello a quel tempo.
Mi sa fra l'altro che 'sta storia devo averla già raccontata qua dentro da qualche parte.

Comunque. Ai tempi dell'università, pur continuando a disertare gli stadi e a sottrarmi alle discussioni calcistiche del lunedì, la Samp la seguivo eccome. La mia Cenerentola, sotto l'illuminata presidenza di Paolo Mantovani, all'improvviso aveva iniziato a infilare un trofeo dietro l'altro: una serie di Coppe Italia, l'ingresso fra le grandi d'Europa con la vittoria in Coppa delle Coppe, e infine il magico scudetto del '91, una rivincita insperata per il mio inossidabile orgoglio di tifoso solitario e sfigato, cresciuto in una città calcisticamente ostile, vincente, ricca e snob. Fra l'altro, quello scudetto incredibile la Samp lo vinse proprio a spese dell'Inter.
Quindi, la straordinaria e altrettanto inattesa cavalcata dell'anno successivo in Coppa dei Campioni, culminata con la finale del 20 maggio a Wembley, col Barcellona. Al timone di quella leggendaria squadra dei record capitanata da Vialli e Mancini sempre lui: Vujadin Boskov.

Boskov era uno che non potevi non amare, anche se di calcio non capivi un accidente come me. Aveva un po' quell'aria fra lo sfigato e il tizio che ti sfila il portafogli mentre ti chiede un indirizzo. Un po' come il tenente Colombo, tipo.
Io me lo sono sempre immaginato Vujadin, a casa, quella sera dopo aver vinto lo scudetto: va in bagno, si lava i denti, si mette in pigiama, si infila le ciabatte, si siede sul letto in silenzio, da solo. Si guarda un po' i piedi e sospira. Poi, alla luce dell'abat-jour, si alza, apre la finestra sulla città illuminata, respira a pieni polmoni l'aria notturna di Genova, socchiude gli occhi. E mostra il dito medio al mondo, prima di andare a dormire.

Quella sera del 20 maggio 1992 iniziai a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto attorno alle ventidue, passando per Piazza De Ferrari: non un cane, silenzio assoluto. C'era un po' di brezza dal mare e anche le luci alle finestre erano in gran parte spente.
La biondina baciava da schifo e alla fine era chiaro che non me l'avrebbe neppure data, ché era il tipo che minimo voleva un anello al dito, prima.
Non avrei dovuto trovarmi lì. Avrei dovuto essere a Wembley ad applaudire in piedi i ragazzi e a ringraziarli lo stesso: loro e, soprattutto, Boskov.
Ché anche nel bel mezzo di una notte da miracoli può capitarti un Koeman che al 112° minuto tira una punizione da trenta metri e fa centro, dopo una battaglia infernale durata quasi quattro tempi e a soli otto minuti dai rigori.
Poi rimangono solo gli aneddoti: per dirne uno, a fianco di Koeman giocava un tale Pep Guardiola. Ti dice qualcosa? Fu anche l'ultima partita assoluta giocata per la Coppa dei Campioni: dall'anno successivo la chiamarono Champions League. Senti come suona diverso. È tutta un'altra storia, è roba per giovani bombati a Sky TV e palloni fosforescenti.

Per parte mia, da quella notte non ho più seguito il calcio. Quando sai di aver assistito a un miracolo irripetibile non c'è più nulla di straordinario nel partecipare alla normalità di un pallone che rotola sempre allo stesso modo. E poi a me il calcio ha sempre annoiato, appunto.

Ciao Vuja, grazie per il 20 maggio del '92 e per tutto il resto.

Boskov
TAG: boskov, calcio
01.35 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
17 Back to my roots
FEB Mondo piccolo, Viaggi verticali, Amarcord
Di Andalo ho scritto in altre occasioni qua dentro. Dell'inevitabile effetto conseguente che mi aveva fatto tornarci a sciare cinque anni fa con il figlio allora cinquenne, a distanza di trent'anni dall'ultima volta, anche.

Ma ecco, ritornare oggi con entrambi i figli sulla mitica Olimpica, dopo (a questo punto) quarant'anni dal mio esordio su quella che fu la mia prima vera pista nera, e non riuscire quasi a stargli dietro da quanto me l'han fatta tirare (meno di quindici minuti per i quattro chilometri e mezzo che tormentavano le mie notti di giovane sciatore), che devo dirvi?
Poi uno dice l'orgoglio e la commozione.

Andalo2014
Sulla pista Olimpica di Andalo (che adesso si chiama Olimpionica)

Nota tecnica a margine: poi, se proprio vogliamo dirla tutta, i due famosi salti disposti a novanta gradi, dati al 65% di pendenza, perennemente ghiacciati, oggi non esistono più: li hanno evidentemente piallati; in compenso, le gobbe del lungo muro centrale ci sono ancora tutte, anche se all'epoca mi sembravano molto più grandi (o forse ero io ad essere molto più piccolo in rapporto a loro).
Sempre una gran bella pista, comunque, anche se più corta di come la ricordavo e seppure declassata a rossa, tratta centrale a parte. È pur vero che non è possibile confrontare le piste degli anni '70 con quelle di oggi: le nuove generazioni nemmeno se lo immaginano su che fondi siamo cresciuti noi (e con che attrezzatura li affrontavamo)...
TAG: andalo
12.19 del 17 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/47: Padova
GEN Centodieci, Amarcord
Son sei mesi che ho in canna 'sto post su Padova, ma tant'è. Sarà perché per me Padova è rimasta sempre via Rudena 45, l'immagine confusa di una specie di parco, o forse una piazza rotonda accanto a dei giardini, una stazione che non ricordo, e dei portici, credo. Immagini di un autunno di trentadue anni fa. Ché poi non ci son mai più tornato a Padova, da allora.
E dire che in questi ultimi quindici anni credo di aver percorso più volte la A4 di qualunque altra strada nel mondo, con l'esclusione giusto della tangenziale, per dire, e sai le centinaia di volte che me la son lasciata a destra, viaggiando verso est, o a sinistra, tornando verso ovest, Padova. Che poi, a pensarci bene, mica lo so davvero se Padova stia a destra (o a sinistra) rispetto a quei sensi di marcia. Ho sempre immaginato così. Quando ci sono infine tornato, lo scorso luglio, non ci ho poi fatto caso.

Ora, io son certo che lei mi ha ripetuto enne volte almeno una dozzina di cose che dovrei ricordarmi del nostro zingarare per Padova in attesa del concerto di Roger Waters, ché l'occasione è stata quella, ce l'eravamo tenuti da parte apposta il Centodieci a Padova, e in effetti io, di quel giorno a Padova, ricordo soprattutto il parcheggio a millemila chilometri dallo stadio, il caos per riuscire a prendere una navetta, il popolo di The wall che aveva invaso la città, il caldo, la sete.
Son passati sei mesi e non mi è rimasto molto altro, a parte giusto la basilica di Sant'Antonio inesorabilmente avvolta dalle impalcature, nella migliore tradizione del Centodieci. E sì, certo: la lingua del Santo. Dio, come ho fatto a dimenticarla, la lingua: ci siamo pure fatti la coda d'ordinanza nella cappella. La lingua, sì. No. No. No, non me la ricordo, su. Non è vero. Voglio dire, sono certo che l'abbiamo vista, ci siamo andati apposta, ma non la ricordo. Lo so che mi ha detto ricordati della lingua, ma mi sa che l'ho rimossa. Come quando vai a fare la spesa, ricordati la maionese, e poi tu torni e la maionese te la sei ovviamente dimenticata.
Però rammento che nella cappella c'era anche un sasso grigio e l'etichetta diceva che Sant'Antonio lo aveva usato come cuscino, e ho pensato che doveva essere molto scomodo dormire con la testa appoggiata a quel sasso. A qualunque sasso in generale, comunque.

Poi, per la verità, ricordo il caldo. E quel bar dove ci siamo fermati un'ora prima di avviarci verso lo stadio. L'unico bar di Padova senza l'aria condizionata. Credevo di svenire e ricordo che mi sono chiesto se davvero fosse valsa la pena venire a Padova per rivedere Roger Waters, che ad oggi rimane l'unica rockstar che abbia visto due volte in vita mia.
E comunque sì, la risposta è sì. Quella giornata è valsa la pena, in generale. È stata una gran giornata, anche se ce la siamo sudata tutta.

E sì, mentre gironzolavamo per Padova in attesa del concerto, ci siamo passati da via Rudena 45. Che in realtà è stato un po' per caso, ma la via è piuttosto centrale e anche a volerla evitare non è così immediato. Poi non so se davvero sia stato per caso, o se il mio percorso non potesse che passare da lì. So che a un certo punto, camminando, sull'angolo della via il cartello era quello.

Io la ricordavo diversa, via Rudena 45. Mi son fermato un istante davanti al portone, che non era affatto come nei miei ricordi, o forse sì, non saprei dirvi. Che strano.
Che strano che il ricordo non fosse preciso, disegnato perfetto in ogni particolare.
Mi son fermato lì un istante, ho cercato di mettere a fuoco alcune cose. Mi sono guardato attorno alla ricerca di quattro ragazzi diciassettenni che camminavano sotto i portici, per mano a coppie, o forse abbracciati, boh. La verità è che non lo ricordo affatto.
Nei trentadue anni precedenti mi era capitato spesso di immaginare, un giorno, di tornare in via Rudena 45, ed eccomi lì.
Mi sono sentito molto stupido.

Che strano avere avuto diciassette anni. E avere creduto a delle cose a diciassette anni. Quando hai diciassette anni ti credi di aver vissuto già la maggior parte della vita che valga la pena vivere, di sapere già tutto quello che c'è da sapere. Quando hai diciassette anni ti ammazzano cose che se potessi vederle con gli occhi di trent'anni dopo ti sentiresti davvero stupido, così stupido, inutile e piccolo che la tua unica preoccupazione sarebbe di cancellarne ogni traccia immediatamente e di sparire, altro che ricordi.
Io poi li ho odiati i miei diciassette anni.

L'ho googlata qualche volta, del resto googlo tutti io, ma non esiste proprio. Una flebilissima traccia qualche anno fa, il verbale di una classica riunione dei genitori, se non sbaglio. Null'altro. Svanita.
A pensarci bene, non sono sicurissimo che fosse poi davvero il 45. Credo di sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Dovrei andare a recuperare le lettere, che sono nel cassetto della libreria in corridoio dove tengo tutta la mia vita: diari, cartoline, pagine di quaderno, fotografie, biglietti, pezzi di ogni cosa. Ma in realtà non servirebbe nemmeno, perché su quelle buste c'è il mio indirizzo, sono io il destinatario. Le buste indirizzate in via Rudena mica le ho io.
Per fortuna. Ché a me non ha mai fatto alcuna tenerezza rileggere i miei diciassette anni.

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Padova, Palazzo della Ragione
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Piazza dei Signori, Palazzo del Capitanio e Torre dell'Orologio
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La Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori
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Padova, Piazza Antenore
TAG: padova
23.43 del 18 Gennaio 2014 | Commenti (0) 
 
08 Ne conto almeno ancora una a Bishkek, però
DIC Prima pagina, Amarcord
E niente, pare che abbia fatto giusto in tempo a fotografarla. E pensare che non era nemmeno così facile notarla, ché non è che fosse proprio proprio in centro e particolarmente in vista. Anzi, avevo dovuto girare un po' per trovarla e quel che è curioso è che era a due passi dal mio hotel e c'ero già passato davanti altre volte senza accorgermene.

Un altro pezzo che non esiste più della mia carriera di viaggiatore.

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Kiev, agosto 2012

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Kiev, dicembre 2013 (credit: Corriere.it)
TAG: kiev, ucraina
20.26 del 08 Dicembre 2013 | Commenti (0) 
 
02 Quelli che non si imbarcano
DIC Prima pagina, Amarcord
A làtere, in tema di Siria, ogni tanto arrivano notizie che in qualche modo mi toccano da vicino. Ne avevo già scritto un anno fa, dopo il bombardamento del souk di Aleppo.

Qualche giorno fa è stata la volta di Al Raqqa, un villaggio situato nel nord del Paese, lungo il corso dell'Eufrate, dove ho vissuto una delle esperienze di viaggio più straordinarie della mia vita. Casualmente, avevo raccontato l'episodio proprio qualche settimana fa, altrove sul web.
A differenza di Aleppo, non ho molte foto di Al Raqqa, chissà poi perché. Un po', forse, perché tutto sommato non è che ci fosse molto in sé da fotografare; un po', immagino, perché nell'euforia di trovarsi sperduti laggiù, quella sera di gennaio, nel vivere così intensamente quei momenti, fotografare era l'ultima cosa che mi passava per la mente.
Ho quattro fotografie in tutto: una è questa, scattata all'alba del mattino seguente al nostro arrivo, prima di partire con l'autobus proprio alla volta di Aleppo.

Raqqa
Al Raqqa, gennaio 2000

Poi, l'altro giorno, il Corriere ha rilanciato queste immagini. E la prima cosa che ho pensato è stata che mai avrei immaginato, quel giorno, che proprio Al Raqqa sarebbe prima o poi salita alla ribalta delle cronache internazionali. A causa di una pioggia di missili.


[Purtroppo non posso eliminare la pubblicità dai video del Corriere. Poi, magari, dell'opportunità della pubblicità in taluni casi, ne parliamo un'altra volta]
TAG: Al Raqqa, siria
22.38 del 02 Dicembre 2013 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

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Boccadasse (Boccadäse)
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Centro storico, via San Bernardo
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Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
Genova04
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La Lanterna, il simbolo di Genova
Genova06
Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
Genova07
Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 
29 The times they are a-changin'
LUG Segnalazioni, Amarcord, Prima pagina
Ne ho circa un centinaio in libreria, inseparabili compagne di viaggio per oltre vent'anni, ad alcune delle quali ho avuto anche la fortuna di poter contribuire negli aggiornamenti (Tibet, Iran, Asia Centrale, India, Pakistan, Mongolia). La prima la acquistai nel '90, Argentina, all'epoca un volumetto di un centinaio di pagine preso per il mio lungo viaggio in Patagonia da solo. L'edizione attuale credo sia spessa come un mattone.
LP

Le conservo sui miei scaffali in ordine alfabetico, consumate dai viaggi, i ricordi racchiusi fra le pagine: biglietti, appunti, ricevute. Ne ho anche una decina ancora mai usate, quelle dei viaggi in agenda a breve. Ultimamente mi è poi capitato di comprare qualche guida differente perché, incredibilmente, la Lonely Planet della mia destinazione non era in catalogo.

Ho iniziato a viaggiare sul serio (da solo, lontano) con le Lonely Planet, e per ragioni di collezionismo e di affetto da allora ho continuato a utilizzarle anche in viaggi molto più facili e nonostante con l'età, l'esperienza e le maggiori disponibilità economiche, il mio modo di viaggiare sia via via cambiato col trascorrere del tempo.
Trent'anni fa le Lonely Planet arrivavano a coprire un mercato di nicchia che di fatto non esisteva. Erano l'unico riferimento strutturato per i backpackers in viaggio nei paesi del terzo mondo o, comunque, su destinazioni complicate. Già per andare in America però erano meglio le Frommer's, per dire.
Negli ultimi anni sono arrivate a coprire quasi ogni angolo del Globo, ma almeno per tre quarti delle destinazioni in catalogo non sono evidentemente adeguate, o meglio, non lo è il pubblico di riferimento. La riorganizzazione editoriale degli ultimi anni, poi, le ha completamente snaturate. D'altra parte, con la globalizzazione del turismo di massa e le nuove risorse di internet, sono diventate quasi del tutto superflue, soprattutto per quel target al quale già non erano in origine destinate.

Fino ad oggi, comunque, ogni mio viaggio è (quasi) sempre iniziato con l'acquisto di una Lonely Planet. A quanto pare, presto potrebbe non essere più così.
TAG: lonely planet
01.01 del 29 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
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