Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

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Boccadasse (Boccadäse)
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Centro storico, via San Bernardo
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Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
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La Lanterna, il simbolo di Genova
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Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
Genova07
Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 
29 The times they are a-changin'
LUG Segnalazioni, Amarcord, Prima pagina
Ne ho circa un centinaio in libreria, inseparabili compagne di viaggio per oltre vent'anni, ad alcune delle quali ho avuto anche la fortuna di poter contribuire negli aggiornamenti (Tibet, Iran, Asia Centrale, India, Pakistan, Mongolia). La prima la acquistai nel '90, Argentina, all'epoca un volumetto di un centinaio di pagine preso per il mio lungo viaggio in Patagonia da solo. L'edizione attuale credo sia spessa come un mattone.
LP

Le conservo sui miei scaffali in ordine alfabetico, consumate dai viaggi, i ricordi racchiusi fra le pagine: biglietti, appunti, ricevute. Ne ho anche una decina ancora mai usate, quelle dei viaggi in agenda a breve. Ultimamente mi è poi capitato di comprare qualche guida differente perché, incredibilmente, la Lonely Planet della mia destinazione non era in catalogo.

Ho iniziato a viaggiare sul serio (da solo, lontano) con le Lonely Planet, e per ragioni di collezionismo e di affetto da allora ho continuato a utilizzarle anche in viaggi molto più facili e nonostante con l'età, l'esperienza e le maggiori disponibilità economiche, il mio modo di viaggiare sia via via cambiato col trascorrere del tempo.
Trent'anni fa le Lonely Planet arrivavano a coprire un mercato di nicchia che di fatto non esisteva. Erano l'unico riferimento strutturato per i backpackers in viaggio nei paesi del terzo mondo o, comunque, su destinazioni complicate. Già per andare in America però erano meglio le Frommer's, per dire.
Negli ultimi anni sono arrivate a coprire quasi ogni angolo del Globo, ma almeno per tre quarti delle destinazioni in catalogo non sono evidentemente adeguate, o meglio, non lo è il pubblico di riferimento. La riorganizzazione editoriale degli ultimi anni, poi, le ha completamente snaturate. D'altra parte, con la globalizzazione del turismo di massa e le nuove risorse di internet, sono diventate quasi del tutto superflue, soprattutto per quel target al quale già non erano in origine destinate.

Fino ad oggi, comunque, ogni mio viaggio è (quasi) sempre iniziato con l'acquisto di una Lonely Planet. A quanto pare, presto potrebbe non essere più così.
TAG: lonely planet
01.01 del 29 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
21 Ultime dal fronte
LUG Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
Un anno fa avevo scritto questo. Adesso pare debba scrivere qualcosa di analogo per Crac des Chevaliers.

TAG: homs, siria, crac des chevaliers
15.16 del 21 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
01 Vi racconto com'era
OTT Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
La prima è una foto pubblicata oggi su Corriere.it e mostra quel che rimane del souk di Aleppo. Le altre le ho scattate io nel 2000 in quello che era uno dei bazar più famosi, belli, vivi ed estesi del mondo.

Dovete immaginare un labirinto infinito, molto angusto e buio, affollato da soffocare, nelle cui strettoie, fra migliaia di persone, riescono ad incrociarsi anche carretti trainati dagli asini con piccoli van motorizzati che riempiono i corridoi di monossido di carbonio.
Dovete immaginare di avere con voi solo pellicole ISO 100 ed essere senza flash, mentre cercate di farvi largo fra il buio e la penombra, annegando nella folla sterminata che vi travolge, vi risucchia, vi spinge e vi trascina non sapete più dove.
Dovete immaginare un caldo asfissiante, e rumore, molto rumore.
Dovete immaginare gli odori, i colori e il sudore.
Dovete immaginare il sangue, che dai banchi del girone infernale dei macellai scorre veloce lungo piccole canaline scavate nel terreno e si mescola con la polvere e bagna le scarpe.
Dovete immaginare il rito del tè, mentre trattate all'infinito per un tappeto, e siccome si è fatto tardi andate a comprare qualcosa da mangiare insieme al tappetaro col quale state trattando, lasciando lo zaino con le macchine fotografiche e i documenti in bella vista in mezzo al negozio, ché mentre state per afferrarli e portarli con voi lui vi fa segno di non preoccuparvi, di lasciare tutto lì, ché nessuno toccherà nulla. E naturalmente sarà così.
Dovete immaginare i grandi saloni sotterranei a volta, dove venite condotti per potervi lavare la mani, perché mangerete con le mani, e tutti vengono qua sotto a lavarsi, prima.
Dovete pensare che siete nel periodo del Ramadan, ed è il tramonto, e l'intero souk si riversa nei sotterranei per lavarsi, ché adesso si può iniziare a mangiare, e voi siete lì, con loro, in mezzo alle Mille e una notte, ed è tutto vero.
Dovete immaginare che quando uscirete, se troverete la via d'uscita dal labirinto infinito, tornerete a dormire al Baron Hotel, dove dormirono Agatha Christie e Lawrence d'Arabia, e i letti son sempre quelli, ché ad Aleppo il tempo si è fermato da sempre.

Dovete immaginare tutto questo.
Perché oggi non c'è più.

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Il souk di Aleppo oggi (fonte Corriere/Afp/Medina)
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Il souk di Aleppo nel 2000. Il tappeto è ancora con me.
TAG: siria, aleppo
09.20 del 01 Ottobre 2012 | Commenti (2) 
 
03 Ten years after. No, non la band.
MAG Amarcord, Diario
Dieci anni fa questo blog, e tutto il sito per la verità, non esistevano. Fossero esistiti probabilmente alcune cose avrebbero in seguito preso pieghe diverse, chissà. Comunque non importa e del resto io son sempre quello che non si volta mai indietro.
Dieci anni fa, d'altra parte, i blog erano un oggetto in stato piuttosto embrionale e l'alba dei social network era ancora lontana: se avevi voglia di raccontare, e di farti seguire, avevi poche strade che transitavano perlopiù dal passaparola.
Farsi seguire davvero, poi, era tutta un'altra faccenda, ché la geolocalizzazione prêt-à-porter era roba ancora ascritta alla fantascienza prossima ventura.

Dieci anni fa, oggi, pioveva a scrosci da giorni. Sembrava un giorno qualunque di novembre, invece era il 3 maggio anche dieci anni fa, oggi.
Siccome alla stazione Centrale dovevamo andare in taxi, uscii sotto il diluvio per portare l'auto al garage vicino a casa, ché il box non lo avevamo e non è che puoi lasciar la macchina in mezzo alla strada per sei mesi. Non certo a Milano, perlomeno, figùrati poi coi turni settimanali del lavaggio strade.

Dieci anni fa, per dire, io non avevo nemmeno una macchina fotografica digitale. Viaggiavo ancora con la Nikon F65 acquistata a Bangkok l'anno prima in seguito alla rottura delle mia fedele Yashica. E, se ben ricordo, il mio telefonino era il famoso Nokia a banana. Mi sembra che nei menù fosse presente una voce per configurargli l'accesso WAP, ma sulla rete WAP, dieci anni fa, non c'era praticamente un tubo. E comunque collegarsi al WAP non era certo qualcosa che facevi in roaming, né del resto potevi connetterti in roaming proprio ovunque, come fai oggi, ché i protocolli GSM, gli accordi fra compagnie telefoniche internazionali e tutti i bla bla bla del caso erano ancora ascritti alla voce "addavenì".
Così, se volevi scrivere, non ti restavano che le e-mail. Quelle sì, c'erano già da un pezzo, ma non è che le potessi scrivere dal Nokia a banana: dovevi cercarti un internet cafè, sebbene vada detto che in molti Paesi, soprattutto nel secondo e terzo mondo - soprattutto dove non era transitato il ministro Pisanu - eran già spuntati come funghi.

Dieci anni dopo qualcuno di voi sa come è poi andata. Altri no e magari han voglia, ora, di sapere cosa è accaduto dieci anni fa e com'era chiudersi la porta di casa alle spalle, per sei mesi, e salire su un treno senza un iPhone in tasca, né un tablet nello zaino.
Vent'anni prima, d'altra parte e se è per questo, non avevo nemmeno il telefonino. Ma è un'altra storia, che riguarda altre storie raccontate qua dentro, e questo non è un anniversario di tecnologia.
Dieci anni fa, oggi, fra le 17 e le 18 per l'esattezza, partivo con il treno. Un treno che peraltro di lì a un'ora si sarebbe fermato. Perché pioveva troppo.
TAG: asia overland, sabbatico, viaggi, viaggio
13.16 del 03 Maggio 2012 | Commenti (4) 
 
20 Brianza, un anno dopo
APR Amarcord
L'anno scorso a quest'ora stavo mangiando qualcosa nella zona transiti di Seoul Incheon ed ero in attesa del volo per Honolulu. Di particolare c'era soprattutto che ero partito da meno di ventiquattr'ore e stavo vivendo il primo dei miei due 20 aprile consecutivi.

Oggi piove.
E la testa torna inevitabilmente a O'ahu.
TAG: rtw
09.19 del 20 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
02 Where I belong
APR Amarcord, Blog e luoghi
A volte, senza un motivo particolare, mi capita all'improvviso di fermarmi a pensarci e mi rendo conto che io, a O'ahu, ho lasciato il cuore.

Io sono quello che non torna mai, soprattutto nei luoghi che ho davvero amato. Chiudo le porte alle spalle, catalogo, metto via. Preferisco ricordare piuttosto che riscoprire, scontrarmi col tempo che passa, travolge e cambia.
Tutto sommato non sono molti i luoghi dove io abbia pianto davvero, per quanto mondo abbia girato. Potrei contarli sulle dita di una mano. Mi è capitato spesso, sì, di emozionarmi, di vivere profondamente la mia condizione di eterno zingaro, ma le lacrime, la commozione incontenibile e insostenibile, il senso di appartenenza profondo a un luogo, quella sensazione estrema di fine corsa che ti si rompe in gola fino ai singhiozzi, per la quale ti ritrovi senza più energie a pensare sono arrivato, ecco, quella no, quella mi ha travolto in pochissime occasioni.
In Patagonia nel '90, in tenda da solo al campo base del Cerro Torre. E ancora ai campi base dell'Everest e dello Shisha Pangma nel 2002, quante lacrime nascoste. E nell'87 di fronte alla banchisa polare. O ancora l'alba a Sossusvlei nel '98. E poi al Muztagh Ata, in qualche modo, e nel nulla inesorabile di Mandal Ovoo. E la scorsa estate sul volo per Yerevan, che però erano lacrime di liberazione. E sì, Panama anche, durante l'attraversamento delle chiuse di Pedro Miguel: un'emozione così forte che mi si ruppe la voce mentre commentavo il filmato che stavo girando.

Ma O'ahu.

O'ahu è andata penetrando sotto alla mia pelle giorno dopo giorno, per mesi, e la cosa più strana è che vi ero capitato senza alcuna aspettativa, nemmeno con particolare entusiasmo. Era solo la tappa intermedia del mio giro del mondo, uno scalo che per mesi avevo tentato di evitare in favore di altre mete che mi interessavano maggiormente, ma al quale mi ero infine arreso per sola convenienza logistica.
Mi scocciava pure l'idea di dovermi fermare una settimana intera laggiù. Avrei voluto più tempo per il Centro America, o uno stop over più a sud, e invece niente. Mesi a combattere con il call center di cinque compagnie aeree diverse per chiudere la rotta transpacifica, ma nulla da fare: O'ahu non era possibile evitarla in nessun modo.

Se ci sono stati giorni di serenità totale nella mia vita, davvero totale, quello stato di grazia nel quale ti senti in equilibrio con l'universo intero, non hai un pensiero al mondo se non quello di respirare l'aria che ti circonda, di vivere istante per istante la tua dimensione interiore e la sensazione di appartenenza al mondo, di camminare con la pelle d'oca e i brividi per l'emozione che ti accompagnano ad ogni passo, quelli sono stati i miei giorni a O'hau. Le mie lunghe passeggiate e le serate di Waikiki. I miei chilometri in macchina verso le deserte spiagge settentrionali, a caccia di onde monumentali. L'isolamento e lo smarrimento totali di Kae'na Point. Quel senso di vuoto assoluto, su uno scoglio in mezzo al Pacifico, a migliaia di chilometri da qualunque altra terraferma, così sperduto da filmarmi da solo e mettermi a parlare con la telecamera. E i rientri a Honolulu al tramonto, con l'autoradio che trasmette da stazioni d'oltreoceano, o gli Eagles in cuffia che mi cantano Love will keep us alive e New York minute. Così struggenti, quei ricordi, che non posso più ascoltarle, quelle canzoni, senza che mi venga da piangere.

Così, un giorno io tornerò ad O'ahu. E, di nuovo, ogni mattina verrò svegliato dall'ukulele di quel ragazzo che suonava nascosto da qualche parte fra le palme e mi sederò ancora sulla spiaggia di Waikiki al tramonto, a guardare le onde e a fotografare i surfisti contro il sole che si immerge nell'oceano.
Poi mi alzerò, mi scrollerò la sabbia di dosso e mi avvierò con calma per le vie del lungomare alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa, scrivere il mio travel log e sorridere nel trovarmi a pensare a quanto sia lontano, maledettamente lontano, tutto, da laggiù.

Così lontano che per arrivarci devi pure viaggiare nel tempo.
TAG: oahu
21.39 del 02 Aprile 2012 | Commenti (2) 
 
16 Adesso spengo la luce e così sia
MAR Amarcord, Viaggi fra le note, Prima pagina
Passata l'istituzionale ondata mediatica ed emotiva, due righe in sordina su Dalla quasi quasi le scrivo anch'io, ché fino a ieri era fin troppo facile. D'altra parte, come sempre in questi casi, tutto e fin troppo è stato detto e scritto, e a quel che forse sarebbe piaciuto a me aggiungere ha già provveduto in modo assai più meritevole d'attenzione il sempre ottimo Leonardo scrivendo quel che per me è uno dei suoi migliori post degli ultimi anni.

Da (credo) coetaneo di Leonardo, Dalla per me è stato e inevitabilmente rimarrà quello di Com'è profondo il mare e di quei tre incredibili e geniali album venuti dal nulla - perché, non raccontiamoci balle da post-intellettuali de Il mucchio selvaggio: non saran certo davvero Terra di Gaibola e Anidride Solforosa a rimanere scolpiti nella pietra, ammesso poi che della musica pop italiana degli ultimi quarant'anni, salvo rarissime eccezioni, qualcosa meriti davvero di sopravvivere oltre le celebrazioni di un centenario.
E peraltro, prima, mica scriveva lui per l'appunto. Gliele scrivevano.

E non è solo il botto di Com'è profondo il mare. Prendi Quale allegria, ad esempio. Prendi Milano, poi prova a riascoltare Luci a San Siro e, se sei milanese, dimmi per te quale delle due è Milano (e sì, lo so che son temi diversi, grazie, ma se sei milanese Luci a San Siro è anche Milano).
E considera che quello è stato solo il riscaldamento, lo stretching prima di sparar fuori Stella di mare, per dire. A parte L'anno che verrà, sempre troppo sottovalutata e confinata, col passar degli anni, a far da colonna sonora ai tristi veglioni di fine anno negli hotel tre stelle delle località di villeggiatura montane, replicata da sciagurati pianisti di piano bar che De Gregori si rivolterebbe nella tomba, fosse morto anche lui (lunga vita, Francesco, intendiamoci: almeno tu).
E poi Futura, certo, rispetto alla quale però ho sempre avuto qualche perplessità su quella virata di armonia intermedia che un po' ti pianta lì in mezzo e vabbè.

Io però sarò sempre legato a Dalla per due canzoni in particolare, che a loro volta son legate a due momenti ben precisi della mia esistenza. Ché le istantanee davvero importanti della vita, quelle che ti segnano e che viaggeranno per sempre con te, per qualche ragione occulta portan sempre con sé una qualche musica, e questo è quel che avevo voglia di scrivere, da un po' di giorni.

Come sa chi mi segue da tempo qua dentro, nei mesi che ho trascorso e vissuto a Warszawa ho scritto parecchio di musica e della colonna sonora che accompagnava le mie giornate invernali nella capitale polacca. Eppure, a distanza di anni ormai, son due i brani che mi son rimasti in testa e che, inevitabilmente, io associo a quei giorni (e che, quando avrò tempo di montarlo, finiranno nel cortometraggio al quale lavoro da mesi sulla mia Warszawa): Via Paolo Fabbri 43 di Guccini, che ascoltavo ogni mattina uscendo dalla mia casa in Chmielna e che era il mio buongiorno alla città, e Il cucciolo Alfredo di Dalla, che per qualche ragione inspiegabile ascoltavo sempre di sera sull'autobus, mentre rientravo dal lavoro.
Così, se riascolto Il cucciolo Alfredo e chiudo gli occhi, rivedo quell'autobus, e le luci dei grattacieli e del traffico, e avverto ancora il freddo pungente del gennaio warszawianin che cerca di infiltrarsi sotto al giaccone. E mi chiudo nel mio mutismo e nella malinconia, ché il ricordo di quei giorni, per quanto, mi accompagnerà a lungo ancora, temo per sempre.

E ho un'altra storia.

Anni fa, parecchi anni fa, diciamo quasi trenta, c'era una ragazza con dei capelli chiari lunghissimi, ricci, che le scivolavano lungo le spalle. Mi fissava con quello sguardo sempre un po' assente e di traverso e occhi grigi, quasi trasparenti, in cui annegavo ogni volta.
Io credo che lei non ricordi affatto, ormai più, quanto ho pianto poi. Per dir la verità durante, ché poi, alla fine, in effetti lacrime non ne avevo più. Lo aveva capito con un paio d'anni di ritardo, troppo tardi per scoprire che avevo ragione, e amen, che col senno di poi ci potremmo asfaltare il pianeta tutto. E c'è comunque un motivo per cui io Londra, tutto sommato, non l'ho mai amata davvero, nemmeno a prescindere.

C'era questa ragazza e ci sono anche voluti parecchi anni, dopo, per eliminare anche le tracce più nascoste di tante cose, comprese quelle visibili solo al luminol, metaforicamente parlando, intendiamoci.
Quei giorni di quasi trent'anni fa sul piatto del giradischi, un Technics niente male che è rimasto dove non dovrebbe essere rimasto - ma dalle cose a un certo punto, soprattutto da certe cose, bisogna sapersi anche separare - sul piatto, dicevo, girava spesso Cara.
Perché, per me, Cara era lei.

"Quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare."

No, non ci si poteva fidare. Ho impiegato tanti anni per capirlo.
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13.46 del 16 Marzo 2012 | Commenti (0) 
 
04 Berlino, ci son stato con Bonetti
MAR Viaggi fra le note, Amarcord
Comunque, buon compleanno (e non era Berlino, ma cose che tu ed io sappiamo).
TAG: dalla
21.00 del 04 Marzo 2012  
 
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