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Ci abbiamo dormito nel 2002, dal 7 al 13 maggio per la precisione. Non fu solo il nostro primo impatto con quella terra di nessuno che era la Russia di allora e che già oggi non esiste più in buona parte: un non-luogo abbandonato all'anarchia ed all'improvvisazione, entrambe perfettamente sintetizzate nella sua struttura architettonica, nelle sue mura in decadenza, nei suoi pilastri, nella gigantesca e pacchiana hall di marmo presidiata giorno e notte da improbabili ed improvvisati agenti di un non meglio identificato servizio di sicurezza privato, nei surreali meandri di una burocrazia alienante, inutile e illogicamente funzionante, nei suoi ristoranti introdotti da menù post-radical-chic dove tutto era apparentemente possibile ed immaginabile, ma irrimediabilmente declinato in una realtà di infiniti oggi è terminato, oggi non c'è, oggi il cuoco non è potuto venire, oggi è giorno dispari e il piatto richiesto è disponibile solo nei giorni pari, per cui la scontata soluzione finale era inevitabilmente una salyanka annaffiata da una Baltika numero cinque, sperando che fosse giorno giusto almeno per il pane.
Non è stato solo quella camera di cartongesso e legno dove tutto era maniacalmente etichettato, timbrato, catalogato, dal portacenere di vetro ai bulloni dell'armadio, dai singoli pomelli dell'attaccapanni, uno per uno, alla piastrina di ottone della serratrura del cassetto della scrivania, alle gambe stesse della scrivania, una per una, alle lampadine, al foglio di plastica della directory, per cui dopo un po' iniziavi a sospettare che esistesse un ufficio apposta, magari nelle cantine, dove un vecchio bolscevico era rinchiuso da anni con il compito di etichettare, timbrare, catalogare ogni singolo frammento dell'albergo intero, ogni vite, ogni chiodo, ogni mattone, ogni piastrella, suppellettile, accessorio, elemento di corredo e decorativo.
Non è stato solo tutto questo.
E' stato anche la porta d'ingresso di quei sei mesi, la soglia oltre la quale fu evidente che il dado era ormai davvero tratto, e che la via del ritorno non era alle nostre spalle, ma che sarebbe potuta essere solo ostinatamente davanti a noi, per settimane e settimane a venire.
E' stato l'inizio di tutto, e tutto iniziò da lì. Compresi i titoli di coda.
E non so, in qualche modo questa notizia mi lascia addosso un velo di malinconia. Quella solita sensazione del tempo che se ne va, dell'insopportabile e stracotto tutto passa, del nauseante niente sarà più come prima. Di inutile all'inutile nell'istante stesso in cui lo penso.
Son già otto anni, fra l'altro, giusto fra quattro giorni. E non c'è rimasto più nulla. Nemmeno fra quelle mura. |
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Scopro ora, dopo un anno che ci vivo, che Alba è divisa in nove contrade (pardon: borghi) e che la mia casa (be', a chiamarla casa ce ne vuole: diciamo una cabina telefonica con doccia incorporata) si trova nel "Bûrg dij Patin e du Trésor", che a sua volta confina con il borgo di Santa Barbara.
A questo punto è inevitabile: odio i contradaioli (borgatari?) di Santa Barbara. Per quanto il mio parrucchiere e il mio ufficio si trovino proprio al di là del confine.
(Ma quante volte abbiamo vinto il Palio degli asini?) |
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| Altre fonti confermano: Somerset è
un posto da incubo. Così,
giusto nel caso sia nei vostri programmi di viaggio. |
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Leggo che oggi ad El
Chalten ci sono alberghi e strade, agenzie turistiche,
campeggi organizzati e negozi di souvenir. Io riuscii ad
arrivare - e riuscire è il verbo giusto -
ad El Chalten nell'agosto del '90, in pieno inverno australe.
Ci vollero quattro buone ore di faticosa strada sterrata
da El Calafate, e va bene che non c'era neve ed avevano
appena costruito il ponte sul Rio Fitz Roy, così
che da un anno non era più necessario guadarlo con
i cavalli.
Lo stavano costruendo El Chalten, nell'agosto del
'90. C'erano dodici case di legno, tutte uguali, alcune
ancora da terminare. In una viveva Pavarotti.
Io dormivo nella mia tenda, che avevo montato vicino agli
alberi dove Pavarotti legava i cavalli. Il Fitz Roy si innalzava
proprio sopra di me ed all'alba si tingeva di rosso fuoco.
Nella tenda, di notte il freddo condensava sul telo interno
in una patina di ghiaccio. Al mattino dovevo asciugare tutto,
ma con gli scarponi non c'era nulla da fare: umidi e gelidi.
I miei soci spagnoli dormivano nel rifugio di latta, ma
lì dentro faceva un frio que te matava. Almeno
io avevo il mio sacco piuma integrale.
Sento dire che a Shigatse
stanno costruendo grattacieli. Avevamo già alle spalle
parecchie centinaia di chilometri di sterrato lungo la Friendship
Highway, quel pomeriggio di luglio del 2002, quando entrammo
finalmente in paese. Ci sorprendemmo a percorrere l'ultimo
chilometro di strada su un viale asfaltato a quattro corsie,
nuovo di zecca. E poi i soliti nuovi quartieri cinesi, come
già avevamo visto a Lhasa qualche giorno prima. Anonimi,
orribili. Un pessimo mònito ed un triste benvenuto
nella seconda città del Tibet, a quasi quattromila
metri di quota e ad un paio di giorni dal campo base dell'Everest.
Ci rimanemmo male.
Ricordo che a Shigatse il cellulare funzionava perfettamente
e avevo trovato anche un paio di nuovissimi Internet cafè.
Andai dal barbiere dell'albergo a tagliarmi i capelli. L'evento
attirò molti spettatori. Non ne capitavano ancora
molti di occidentali in viaggio da soli, certo nessuno che
si fermasse a farsi tagliare i capelli. Fu divertente e
mi riconciliò con il luogo.
Poi ci perdemmo per i vicoli del monastero e fra le bancarelle
del mercato locale. Comprai lì il mio occhio del
Buddha.
A quanto pare la nuova stazione di Lhasa è un'opera
avveniristica. Sembra che un tunnel la colleghi direttamente
alla città.
E così ce
l'hanno fatta e nulla sarà più come
prima, a meno di non volersi avventurare verso il campo
base del Qomolongma percorrendo la rotta che proviene da
Kashgar.
Resta il fatto che non c'è alcuna ragione al mondo
per farlo. Tranne forse per noi. E comunque è una
ragione anch'essa che presto verrà meno.
E' che se hai dormito in tenda al Chalten ed hai sfidato
l'antica maledizione cinese dell'autobus Golmud-Lhasa non
puoi fare a meno di sentirti un po' come Roy Batty.
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El Chalten
nel 1990
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Fra i vicoli
di Shigatse
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Lhasa, il
quartiere sotto al Potala. Oggi non esiste quasi più
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Noi
ci siamo stati sull'Aral, mica a Paperopoli. Oddio, sull'Aral:
si fa per dire, perché là non c'era un tubo.
Acqua? Io non ho visto nemmeno le casse di minerale. Ho
visto un bambino che beveva da una pozzanghera in mezzo
alla strada, questo sì. E comunque è certo
che sull'Aral piove poco e ho il sospetto che quel po' di
pioggia sia pure contaminata da tutto il resto: avanzi di
ddt, avanzi di esperimenti chimici e batteriologici, sale.
Che altro?
Noi ci siamo stati sull'Aral. Abbiamo scritto un libro su
Asia
Overland 2002 e all'Aral
abbiamo dedicato una pagina, ma avremmo potuto scrivere
un libro sull'Aral e dedicare una pagina al resto, anche.
Perché l'Aral, io, ce l'ho ancora negli occhi. O
meglio, non ce l'ho proprio: io non ho visto nulla. Ho visto
un buco e molta sabbia. Mr. Usmanov mi ha detto che l'acqua
in realtà c'è, a ben vedere, ma un po' più
in là: cento chilometri più o meno. Ci si
può andare in elicottero, volendo. Non so, ma questa
cosa di volare su un avanzo arrugginito dell'era sovietica,
sopra al fantasma di un mare prosciugato, a me sembra quasi
una sfida alle leggi della sfiga. Altro che la mia paura
di volare. Lasciamo perdere, eh, Mr. Usmanov? Ci credo e
basta.
Noi ci siamo stati "dentro" all'Aral. Abbiamo
camminato sul fondo del mare. Avete mai provato a camminare
sul fondo del mare? Sulle acque uno c'è riuscito
e molti, dopo, hanno millantato di saperlo fare, ma camminare
sul fondo del mare - senza maschera e pinne, ovvio - provateci
a farlo, non è mica uno scherzo. Una cosa bisogna
dirla: raccogliere le conchiglie è più facile
così. Non che ce ne siano rimaste molte e, a dirla
tutta, fa anche un po' senso raccogliere "quelle"
conchiglie. Sai mai cosa stai toccando davvero...
Dovessi dire, non saprei esattamente perché siamo
andati all'Aral. Io volevo andarci perché qualcosa
avevo letto, avevo visto in tv, avevo sentito dire. E poi
che ne so, andiamo in tanti posti solo perché sono
lì (citazione), e quindi tanto che siamo in zona
perché no: chiamatela curiosità, turismo catastrofico,
avventura, coscienza, chennesò. Comunque, tanto che
eravamo in zona, abbiamo preferito l'Aral ad Osh, per fare
un esempio. Se l'Aral non fosse quello che è oggi,
probabilmente saremmo andati ad Osh. O tanto valeva andare
sul Caspio.
Ricordo bene quella strana sensazione nel venire via dal
dopobomba: io mi sarei fermato, avrei voluto rimanere seduto
su quella spiaggia - spiaggia? - ad aspettare il tramonto.
Dormire a Moynaq, sentire di notte il vento contaminato
dell'Aral che soffia attraverso le fessure di qualche avanzo
di casa costruita in fondo al mondo. Così, per provare
a capire cosa vuole dire, oggi, vivere sull'Aral.
Non è che adesso, qui, valga la pena riassumere per
chi non lo sa cosa *non* c'è all'Aral, che è
successo laggiù, riportare a galla (bè, "a
galla" si fa per dire...) la storia degli ultimi quarant'anni
di follia umana abbattutasi in mezzo alla già di
per sé deprimente piattitudine dell'Asia Centrale.
Internet è una miniera, anche per questo. Se siete
curiosi, potete fare una capatina qui,
qui,
qui,
e ancora qui.
O, più semplicemente, fare così.
Quello che è impossibile descrivere, spiegare, anche
solo provare ad immaginare, è la dimensione.
Il fatto è che tu te ne stai lì a Moynaq a
camminare sul fondo del mare, davanti a pareti di arenaria
che qualcuno ti racconta essere scogliere, hai capito bene,
vagando in mezzo agli scheletri arrugginiti e surreali di
navi arenate fra la sabbia e i cespugli: quello che avanza
di una specie di porto spettrale. Il tuo sguardo può
spaziare fino all'orizzonte, dove il cielo diventa bianco
perché il vento salato e contaminato dell'Aral solleva
ogni sorta di schifezza e la trasporta per centinaia di
chilometri, ed è inquietante, certo. La tua curiosità
è magari soddisfatta anche solo da tutto questo.
Ma il problema è che ciò che vedi non è
affatto tutto questo. E' solo una milionesima parte,
un francobollo in una biblioteca, 35mm di fotografia per
un infinito panorama day after. La verità è
che tu te ne stai lì a raccogliere conchiglie cercando
di non toccarle troppo, ma di fronte a te la follia è
infinita. Per centinaia di chilometri, centinaia di migliaia
di chilometri quadrati.
I tuoi occhi non la inquadrano l'angoscia, la tua mente
può forse intuirne la portata, ma non riesce a darle
la dimensione, la scala reale.
Provaci con questa:

dimensione 600x800
fonte www.redtailcanyon.com
L'avete aperta? Adesso fate due conti: ogni pixel dell'immagine
è pari a un quadrato di 1km di lato. Voi siete un
cinquecentesimo di ciascun punto. E siete a Moynaq, che
più o meno si trova dove ho piazzato quel brufolo
rosso: a molti, molti, molti punti di distanza da dove oggi
inizia l'acqua. Acqua? Sì, quella schifezza verde.
Oddio, non vi deprimete del tutto, il sensore del satellite
ci mette il suo zampino nel colorare le cose, ma insomma,
fa senso sì.
A proposito: il mio punto rosso copre un'area di circa 10x10
km... Moynaq è molto più piccola.
Dicevamo: siete dunque distanti dall'acqua molti punti,
verso il basso dell'immagine, dalle parti del punto rosso.
Perché siete lì? Bè, perché
è lì che è la spiaggia. Ops: che era
la spiaggia. E gli ombrelloni. E le cabine. E il porto,
i pescatori, i bagnanti, i turisti, le conchiglie - vive,
la vita. Era tutto lì, una volta. C'è ancora
il cartello a ricordarlo: "Moynaq, stazione balneare".
Non sopravvivono più a Moynaq, quei pochi che non
sono riusciti a scappare, ma certo hanno il senso dell'umorismo.
Nero.
Ancora fate un po' fatica, vero? Io ho provato a contare
i pixel. Un po' a spanne eh, tanto per farmi un'idea. La
"pozza" più grande è lunga circa
250 km. Se ho capito bene, una volta, quando al posto di
tutte quelle pozzanghere verdi c'era il quarto bacino chiuso
al mondo, quell'unica "pozza" era più o
meno circolare e aveva un diametro suppergiù di 400
km. In altre parole, copriva anche tutta quella regione
che qui vi sembra grigio-biancastra. Biancastra? Sì.
Sale. Solo sale, oggi. Sale per centinaia di chilometri.
Chi ha la mia età ricorderà le cartine geografiche
alle scuole elementari: non c'era mica quella roba lì,
non era mica fatto così l'Aral.
Io studiavo "c'è il Mar Caspio, ci sono i grandi
laghi americani, c'è l'Aral...". Col cavolo.
Un sacco di balle mi raccontavano.
Non so se a Moynaq ci fossero le discoteche come a Rimini,
ma di sicuro c'era lo stesso numero di bambini a fare il
bagno, e molta più acqua. Molta è un
eufemismo: un qualcosina tipo il 50% in più in superficie
ed il 75% in volume. Si faceva lo struscio sul lungomare
di Moynaq negli anni '50? Mah, non lo so mica se i russi
si strusciano. Però pescare si pescava. E non c'era
la mucillagine.
Oggi sono scappati quasi tutti. Il vento bianco dell'Aral
li insegue fino oltre Nukus, 200 km a sud est, e ancora
per migliaia di chilometri quadrati. Deserto che avanza,
sale, polveri chimiche, veleni. Per chi invece da Moynaq,
e dalle zone circostanti, non è riuscito ad andarsene
c'è solo una Chernobyl invisibile e sconosciuta a
gran parte del resto del mondo.
Moynaq è una città morta popolata da fantasmi.
Dovete guidare per parecchie ore prima di avere il coraggio
di respirare di nuovo a pieni polmoni.
Fatto sta che all'Aral, e a Moynaq, ci siamo stati. Chissà
se qualcuna delle mie amate t-shirt di cotone ha qualche
relazione con quell'immagine. Cosa c'entrano le t-shirt?
Le mie non lo so, quelle degli abitanti di Moynaq, loro
malgrado, temo qualcosa.
Viene da chiedersi se abbiano per caso provato a fermare
il sidecar e quelle tre Zigulì arancioni che abbiamo
visto arrancare per strada in paese. No perché, con
le micropolveri in sospensione, pare che funzioni...
N.B. Le immagini più surreali e incredibili stanno
qui.
Potete visualizzare l'immagine da satellite precedente alla
risoluzione 2400x3200, cliccando qui
(1Mb).
[avercelo il tempo di aprire 'sto affare ai commenti...
si potrebbe buttar lì qualcosina in proposito sulla
diga dello Yangtsé...] |
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Credo che viaggiare sia una buona occasione, spesso, per
riflettere. Non ho mai pensato al viaggio come ad un'occasione
di vacanza, o meglio, non ho mai necessariamente messo in
relazione il concetto di "vacanza" con l'idea
di svuotarmi la testa, anzi.
Viaggio quasi sempre durante le vacanze, perché è
il periodo che ho a disposizione per dedicarmi a me stesso
- e mi dedico a me stesso viaggiando. Lo staccarmi dalla
mia quotidianità è l'antitesi dell'equazione
vacanza = riposo = non penso a niente.
La vacanza è il momento per "pensare".
Devo staccare la testa, sì, ma dal torpore del ciclo
di vita continuo sveglia-lavoro-casa-letto-persette-menoweekend.
In vacanza cresco, osservo, imparo, raccolgo nuove idee.
Spesso mi affatico, ma se è vero che in vacanza bisogna
rigenerarsi, allora io ho bisogno di tornare diverso. Ecco,
il mio obiettivo è di tornare un po' differente da
come sono partito.
*****
Sono trascorsi più di due anni dal nostro viaggio in
Cambogia. E' stato un viaggio dal quale sono tornato molto
diverso. Magari non esteriormente, se escludiamo qualche puntura
di zanzara in più.
Credo si possa viaggiare in Cambogia in modi molto differenti.
Noi non abbiamo certo scelto alcun mezzo estremo o fine umanitario,
siamo semplicemente transitati in mezzo ad un Paese devastato,
popolato da gente devastata. Un Paese di una bellezza struggente
e di una malinconia appiccicaticcia, un po' come l'umidità
liquida che avvolge l'aria e che ti soffoca anche di notte.
Ricordo un noto intrattenitore televisivo domandarsi inquieto
"perché fare del turismo in Paesi come la Cambogia,
quando in Italia abbiamo così tante belle cose; deve
esserci per forza un secondo scopo, sicuramente turismo sessuale
o droga facile". Non potendo spedircelo a calci nel sedere
e rifiutandomi per principio di scrivere ai giornali, cambio
canale.
Per quanto mi riguarda, la risposta potrebbe essere semplicemente
"ero a Saigon e dovevo tornare a Bangkok; e odio volare".
Fine della storia, anche se qualcuno, di rimbalzo, potrebbe
chiedersi "perché fare del turismo in Vietnam
ed in Thailandia, quando in Italia ecc. ecc."
Abbiamo attraversato la Cambogia da turisti questo sì.
Dormendo anche in alberghi molto buoni e accompagnati, qua
e là, da qualche guida del posto. Niente di avventuroso,
niente di particolarmente eccezionale, niente che non possa
fare tutto sommato chiunque non abbia timori nel viaggiare
aggrappato al tetto di un ferrovecchio arrugginito che risale
un fiume in piena, carico di gente, a tutta birra e galleggiando
per miracolo.
Eppure, ne sono certo: chi per un verso, chi per un altro,
nessuno di noi quattro è uscito dalla frontiera occidentale
uguale a come era entrato da quella orientale.
E' stata una vacanza, sì. Eravamo stanchi, sporchi
e acciaccati, quando è finita. Forse ci siamo anche
sentiti un po' Indiana Jones. Bè, perché negarlo?
Non so se sia stato per la incosciente consapevolezza che,
intorno a noi, dovunque, invisibili e quindi ancor più
inquietanti, sapevamo esserci migliaia di mine antiuomo. O
almeno, lo avevamo letto. La verità è che noi
non abbiamo visto, né avvertito, niente. In qualità
di turisti-fai-da-te sì, ma coscienziosi, il pericolo
delle mine non rientrava nel nostro programma di viaggio.
Questo però, purtroppo, non ha eliminato il problema
dalla testa, e dagli occhi. Scrivo "purtroppo" provocatoriamente.
Sarà per tutte quelle persone che vedi intorno a te.
Sarà per il centro di riabilitazione di Phnom Penh.
Sarà che, Indiana Jones o meno, lo sai che ci sono
davvero. E non è che la vista dei giapponesi ad Angkor
cambi molto le carte in tavola. Angkor è bella. Per
quanto snob si voglia essere, e per quanto si possano detestare
le carovane di giapponesi, Angkor è bella. Ma tant'è
la Cambogia, per me è questa:
© Thomas White © Reuters
Trovando questo fotografia su Virgilio non sono rimasto
senza fiato. Non mi sono impressionato. Non mi sono scandalizzato.
Per me è semplicemente Cambogia, un viaggio dal quale
non sono tornato uguale. Lascia se stessi uguali a prima,
questa immagine?
Proprio per questo è stata una vacanza che ho amato,
nella quale ho fatto un viaggio indimenticabile in un Paese
straordinario. Perché ho avuto la "fortuna"
di poter svegliare la testa trovandomi in prima persona
di fronte a immagini come questa. Avrei potuto mai chiedere
qualcosa di più ad una vacanza? |
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