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23 Al Raqqa (una storia di Siria e di tassisti)
NOV Blog e luoghi, Travel Log: Libano e Siria
[Sto raccogliendo alcune storie che in questi anni ho raccontato altrove, con l’idea magari di mettere insieme un nuovo libro. Questa l’ho pubblicata due volte, una sul buon vecchio FriendFeed e una, recentemente, per gli amici di Frenf.it, sulla scia degli avvenimenti che in questi ultimi due anni hanno a Raqqa, in Siria, uno degli epicentri di maggior rilievo.]

In questa storia non sono solo. Per l’occasione avevo trascinato con me quelli che d’ora innanzi indicheremo genericamente come i miei tre Compagni Di Viaggio (CDV), alla loro prima (e per un paio di essi, ultima) esperienza di viaggio col Paschetto.
Questa è una storia di tassisti, come molte delle storie che racconto ultimamente. Ché metti di essere a Beirut il 30 dicembre 1999 e ai tuoi improvvisati CDV che han deciso di seguirti dire: ”Ehi, ma perché non andiamo a Damasco a festeggiare il nuovo millennio?"
Ché in effetti, per raccontarvi di Al Raqqa, devo prenderla un po' più indietro, da qualche giorno prima, dal lungomare di Beirut.

Andare da Beirut a Damasco non è molto complicato: devi solo attraversare le montagne su una bella strada e fine. Puoi farlo in autobus, se vuoi, ma devi capirci qualcosa, soprattutto nel solito caotico passaggio di frontiera (devo aver già detto altrove che il prossimo libro voglio scriverlo sui passaggi di frontiera via terra, mi pare).
Così, la soluzione più rapida ed efficiente, soprattutto se non sei da solo e hai la possibilità di dividere i costi, è il solito tassista, il primo che peschi a caso in piazza a Beirut, in mezzo ad altri compari tassisti, e a cui chiedi: “Ehi, ci porteresti mica a Damasco?"
Lui ti fa un sacco di feste - tutte in arabo, intendiamoci - ed è chiaro che sì, che ti ci porta eccome, quando vuoi, all'ora che vuoi, e lo racconta anche a tutti gli amici, e così siamo tutti lì a far finta di chiacchierare amabilmente con un gruppo di tassisti hezbollah su quanto sia bella Beirut e quanto lo sia altrettanto Damasco, e su quale delle due sia più straordinaria. E niente, allora d'accordo, appuntamento domani alle nove del mattino.

Che poi, a quel tempo, io non ero ancora così pratico di improvvisati tassisti asiatici e mediorientali coi quali condividere chilometri, storie, avventure, pranzi e cene, brande e camere d’albergo, mercati e frontiere, come sarei poi diventato negli anni a venire grazie a ripetuti e continui viaggi analoghi. Avevo imparato qualcosa l’anno precedente a Kuala Lumpur, ma era dall'altra parte dell'Asia, un mondo completamente differente, e avevo avuto una minima esperienza in nord Africa, ma insomma, checché i miei CDV ne pensassero ero un principiante. Loro si fidavano di me, io mi fidavo, boh, del primo tassista che pescavo in piazza a Beirut e più o meno facevo loro credere che fossi perfettamente padrone della situazione.

E dunque, il mattino dopo, eccoci tutti e quattro in piazza a Beirut imbarcati sul bel taxi giallo del nostro amico di cui non ricordo il nome, ma siccome non si può scrivere una storia senza dare un nome ai protagonisti lo chiameremo Samir.

Parentesi: alcuni giorni dopo la nostra traversata da Beirut a Damasco gli israeliani pensarono bene di sganciare qualche bomba dalle parti del nostro percorso. Quando si dice il tempismo. Fine parentesi.

Come tutti i tassisti mediorientali, che a titolo di cronaca sono molto diversi da quelli centroasiatici e russi, Samir parla. Parla tanto. Parla in continuazione, non smette mai. Ride un casino, fuma e parla tantissimo. Ti racconta cose ininterrottamente per ore e dialoga tranquillamente con te. Il problema, volendo, è che lo fa solo in arabo, senza minimamente preoccuparsene.
In realtà non è proprio un problema. Tu gli rispondi in italiano e siete amicissimi. Puoi anche rispondergli in inglese, se vuoi fare il figo, basta che ti sia chiaro che è un tuo inutile vezzo snob, perché tanto per lui è totalmente indifferente. Lui ti racconta le cose in arabo, tu gliele puoi raccontare in qualunque altra lingua (a meno che tu non sappia l'arabo, ovvio): tanto vale dunque farlo in italiano. Non so se avete idea di che viaggi meravigliosi si possano fare, per ore, raccontandosi cose così, in due lingue differenti, ciascuna delle quali non è conosciuta dall'altro interlocutore.
Samir ci porta fino alla frontiera siriana, ci guida attraverso il caos degli uffici di frontiera, prende in carico i nostri passaporti e pensa lui a tutto, discutendo con tutti, offrendo sigarette a tutti, fermandosi a chiacchierare con tutti. Italia, Italia, Italia, aaaaah! Italia! Grandi sorrisi.
In questi casi, la maggior del tempo si perde semplicemente perché le guardie di frontiera si incuriosiscono di fronte a passaporti che non sono soliti vedere. Quindi domande, sorrisi, passaporto che passa di mano in mano, Italia, Italia, aaaaah Italia!, e ancora chiacchiere. Folla che si raduna, gente che indica le fotografie e ancora sorrisi e sguardi interrogativi.
Alla fine, Inshallah, di nuovo tutti in macchina e si riparte sulla bella superstrada che scavalcando il valico montuoso si abbassa verso Damasco, come è ben evidente dai cartelli segnaletici scritti anche in alfabeto latino. Bene, tutto ok, Samir ci sta portando a destinazione.
Finché, all'improvviso e senza alcuna ragione, esce dalla superstrada e infila una strada fra le montagne. Una anonima e deserta stradina del cazzo.

Così. Lui prende, esce, e si infila su per le montagne. Cartelli solo in arabo. E continua a parlare, parlare, parlare. In arabo naturalmente. E a ridere molto.
I miei simpatici CDV guardano me. Io guardo lui e molto serenamente, in grande amicizia, in perfetto italiano senza accenti, gli chiedo: “Tutto ok amico, molto bello qui, ma dove cazzo stai andando? Perché sai, noi vorremmo andare a Damasco…”
Lui, in grande serenità e amicizia, mi risponde molto sorridente che Allah qualcosa, Allah qualcos’altro, Allah altro ancora, eccetera.
La scenetta va avanti per una buona mezz'ora e un po' di chilometri attraverso una zona montuosa apparentemente del tutto disabitata. Io inizio a chiedermi se vorranno un riscatto, il rilascio di prigionieri palestinesi, una trattativa con gli Stati Uniti, o semplicemente ci sgozzeranno come atto dimostrativo. Ai miei simpaticissimi CDV racconto che va tutto benissimo e che in effetti è una strada secondaria per Damasco, più panoramica. I miei simpaticissimi CDV pensano di sgozzare me prima che lo faccia Hezbollah.

E poi niente. Arriviamo in un piccolo paesino sulle montagne e parcheggiamo in un vicolo. Tempo di scendere dall’auto e guardarci attorno con aria perplessa che veniamo circondati e assaliti da tutti gli abitanti del luogo, tipo quando il vincitore del Grande Fratello esce dalla casa.
Dentro una casa, in effetti, veniamo spinti quasi a forza dalla folla. È la casa di Samir. Dove si raduna mezzo paese.
Ed è subito festa, perché in paese sono arrivati degli italiani!
Moglie! Fila in cucina e prepara il tè per gli amici italiani!
Figlie! Sparite nelle stanze adiacenti e copritevi subito quelle oscenità (la ciocca di capelli che fuoriesce appena dal velo)!
Uomini (figli, zii, cugini, nonni, parenti, vicini, eccetera)! Tutti in casa a festeggiare!

Insomma, per farvela breve (ché l’obiettivo di questa storia è pur sempre portarvi ad Al Raqqa), dopo un lungo pomeriggio di festeggiamenti e surreali conversazioni indecifrabili in italo-arabo con un’intera famiglia di uno sconosciuto e sperduto paese sulle montagne siriane, alla sera arriviamo ovviamente a Damasco, accompagnati da Samir, riempiti oltre ogni misura di quantità industriali di tè e dolcetti siriani, roba da farsi ricoverare immediatamente all'ospedale di Damasco per tasso glicemico siderale.
A quel punto è chiaro come sarà la nostra Siria da lì in avanti, come ci muoveremo e cosa potremmo aspettarci (va qui detto che, come avrei poi appreso in seguito con l’esperienza, l'ospitalità aggressiva siriana è seconda solo a quella iraniana, per cui se siete degli orsi asociali non sono posti per voi).

Cambio scena: alcuni giorni dopo, oasi di Palmyra, deserto della Siria centrale. Quella stessa Palmyra salita tristemente alle cronache negli ultimi mesi in seguito all’occupazione di ISIS. Un sito archeologico meraviglioso, del quale non avevamo mai sentito parlare prima, dove giungiamo per caso viaggiando verso il nord del Paese accompagnati dall’ennesimo tassista a caso. In questa circostanza abbiamo la fortuna di visitarla praticamente da soli, aggirandoci liberamente per un paio di giorni fra gli scavi.
A Palmyra, fra altre cose, viviamo l’avventura di un classico tè nel deserto, grazie all’invito di un gruppo di sconosciuti siriani che un incauto CDV, ormai esaltato dall’ospitalità locale, accetta entusiasta senza battere ciglio. La sera veniamo quindi caricati su un pickup, come quelli che si vedono ovunque nei filmati dei terroristi islamici, e portati in un posto in mezzo al nulla, completamente immerso nell’oscurità, dove i nostri nuovi “amici” accendono un fuoco sulla sabbia, ci fanno indossare una kefiah uguale alla loro (ce l’ho ancora a casa) e per un paio delle ore seguenti ci offrono tè, biscotti e le ormai consuete infinite chiacchierate incomprensibili in arabo, per poi riaccompagnarci in albergo senza ovviamente alcuna spiacevole sorpresa.
Parlatemi ora degli islamici e del terrorismo.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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Il vostro travel blogger (quello a sinistra) a Palmyra, nel 2000
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Il tè nel deserto di Palmyra

Comunque, al solito sto perdendo il filo, ché questa dovrebbe essere una storia su Al Raqqa.

Siamo dunque a Palmyra e dobbiamo raggiungere il nord della Siria, far rotta su Aleppo e da lì, poi, ridiscendere a sud verso Homs, proseguire per Crac des Chevaliers e rientrare in Libano dalla frontiera settentrionale. E quindi, come ormai di regola, parte la caccia al tassista di turno.
Cartina alla mano, il tipo che peschiamo ci fa capire che non ce la faremo mai ad arrivare ad Aleppo in giornata e che perciò dovremo trascorrere la notte da qualche parte nella valle dell'Eufrate.
Ed è così che una sera di gennaio un tassista siriano ci scarica all’Ammar hotel di Al Raqqa, sperduto e sconosciuto paesino della Siria settentrionale.

Descrizione dell’Ammar hotel di Al Raqqa: dall’entrata, un’anonima porta sbilenca di legno giallo che dà direttamente sulla strada, una rampa di scale in cemento armato porta al primo piano, dove si entra in una stanza circolare sulla quale si affacciano una dozzina di porte con finestre di vetro smerigliato, le camere. Anche le pareti della stanza circolare sono di cemento armato a vista.
Al centro della stanza un tavolo rotondo e un divano. Su un lato, una vecchia tv in bianco e nero che trasmette una telenovela araba. Su un altro lato, la scrivania del boss, un tipo che sembra Hafiz al-Asad (in Siria tutti sembrano Hafiz al-Asad, a parte il figlio Assad).
Dietro la scrivania, la porta (anch’essa a vetri) che dà sul cesso in comune.
Sul divano alcuni ospiti dell’hotel che sorseggiano un tè guardando la telenovela.
Appena entriamo noi quattro - due occidentali e due donne bianche al seguito - nella stanza cade improvvisamente un silenzio di tomba e tutti ci fissano.
Io: - ‘Sera, tutto bene? Che danno in tv?
Tutto in italiano, ovviamente.
Vi ho già detto, vero, che due dei miei CDV non hanno mai più viaggiato con me?
Il tassista parla con Hafiz al-Asad, mi sorride tantissimo, mi dà una pacca sulla spalla e ci saluta, Inshallah.
Io guardo Hafiz al-Asad e faccio la prima domanda che mi viene in mente, tipo “Ma dove cazzo siamo, qui?", mimando in modo opportuno. Al quindicesimo “Al Raqqa" inizio a capire che forse Al Raqqa non significa "cani infedeli state per essere giustiziati, che Allah abbia pietà delle vostre anime", ma che è effettivamente il nome del paese dove siamo stati scaricati.
Al che sorgono spontanee altre due domande: a) Possiamo dormire qui? e b) Come diavolo ce ne andiamo da qui, domani?

I miei sconfortati compagni si accomodano sul divano e si mettono a discutere di telenovele arabe con gli altri ospiti. In italiano loro, in arabo quelli, come ormai d’abitudine. Io affronto la situazione con Hafiz al-Asad che, perfettamente a suo agio, mi parla a raffica, molto sorridente, molto con accento siriano del nord.
Capisco che vuole i nostri passaporti: glieli passo. Li guarda. Li gira. Li rigira. Li gira un'altra volta. Poi guarda il registro degli ospiti. Poi riguarda i passaporti. È chiaro che non sa leggerli e allora me li ridà e chiede a me di compilare il registro degli ospiti, che però è scritto in arabo, per cui io lo giro, lo rigiro, lo giro ancora e gli faccio segno che non ho la minima idea di cosa debba scrivere dove.
Alla fine concordiamo che scrivo nomi, cognomi e numeri di passaporto nelle colonne che più mi aggradano del suo bel quaderno a righe. Scrivo in bella calligrafia, siamo tutti molto soddisfatti e ridiamo molto. Quindi Hafiz al-Asad ci mostra le camere che a onor di cronaca, per quanto spartane, sono molto pulite (e fredde, ché a gennaio, nella valle dell'Eufrate, fa un freddo porco) e ci consegna le lenzuola, la coperta e gli asciugamani per la notte, un po' tipo distribuzione generi di prima necessità quando arriva la protezione civile.
Dopo aver sbrigato la parte logistica, Hafiz al-Asad ci offre il solito tè e ci uniamo infine alla combriccola.

A questo punto affronto con lui la parte più difficile della questione: come ce ne andiamo domani e, soprattutto, come facciamo ad arrivare ad Aleppo? Traduco tutto in dialetto siriano usando l'unica parola che conosco: Aleppo (e mimando “domani”. Siete capaci di mimare "domani”?).
Che poi non è che in siriano Aleppo si dica proprio Aleppo, per cui alla fine risulta più facile mimare "domani" e sperare che lui capisca la destinazione.
La divertente scenetta va avanti un bel po', finché lui non si illumina, mi batte una pacca sulla spalla e mi fa segno di seguirlo. Abbandono dunque i miei tre sventurati CDV alla telenovela araba e seguo Hafiz al-Asad in giro per Al Raqqa.

Hafiz al-Asad, che evidentemente è un figo, mi porta alla stazione degli autobus di Al Raqqa, che è un po' un incrocio fra il mercato di Timbuctou e il raduno dei pellegrini sulle rive del Gange in occasione del Kumbh Mela. Di più c'è la complicazione che parlano tutti arabo, è scritto tutto in arabo e io non sono molto arabo.
Insomma: io non capisco un cazzo ed è già tanto che sappia più o meno dove mi trovo (tipo, se ho ben capito quel fiume è l'Eufrate, se ho ben capito Al Raqqa non vuol dire “a morte cani infedeli”, eccetera), ma il mio amico è perfettamente a suo agio, parla con tutti, mi trascina in mezzo al caos, mi presenta a tutti e, in men che non si dica, mi mette in mano quattro pezzi di carta scritti in arabo, trascinandomi davanti a una delle dozzine di pensiline, dove mi indica un cartello e mi fa segno “otto” con le mani.
Ne deduco che per andare ad Aleppo domani mattina alle 8 dobbiamo prendere l'autobus parcheggiato a questa pensilina.
Forse. Forse alle 8. Forse domani. Forse autobus.
Molto orgoglioso dei miei quattro biglietti, attraverso Al Raqqa a ritroso sempre accompagnato da Hafiz al-Asad e vengo via via presentato al resto del paese. Ormai sono completamente integrato, mi mancano solo sei o settecentomila vocaboli, ma so quasi tutto quel che c'è da sapere. Così, rientrati in albergo senza che io sia stato rapito e venduto ai ribelli del nord, ormai padrone della situazione, prendo i miei tre CDV, li convinco ad uscire per cena e ad andare a farci un giro da soli per Al Raqqa.

Cala dunque la sera su Al Raqqa e noi ci lanciamo per le vie, entriamo nei negozi, ci immergiamo nella tipica vita della Valle dell'Eufrate. Come altre volte mi è poi capitato di sperimentare qua e là per il mondo in casi come questo, andiamo in giro con quella sensazione di tutti che ci guardano con aria interrogativa tipo "e questi da dove accidenti sbucano". Alcuni ci fermano e ce lo chiedono, altri ci invitano nei loro negozi.
Finché non veniamo attratti da un negozio di musica che vende perlopiù audiocassette, buona parte delle quali naturalmente piratata, e ci infiliamo dentro. Il negozio è deserto e c'è solo il proprietario, l'unico siriano che non assomiglia a Hafiz al-Asad, ma piuttosto a Giancarlo Giannini in Diritto di uccidere. Allego foto esplicativa:

giannini

Vi assicuro che è identico.
Silenzio. Lui ci guarda, noi salam aleikum, lui aleik salam, ancora silenzio. Ci aggiriamo per gli scaffali con l'intento ovvio di comprare qualche cassetta scelta completamente a caso.
Pesco qualcosa dagli scaffali e glielo mostro con sguardo interrogativo. Lui fa cenno di sì col capo, molto serio. Allora gliene mostro un'altra e mi fa segno deciso di no. Bene, ci stiamo intendendo. Mi fa segno di seguirlo nel retro e mi mostra un mangianastri: vuole farmele sentire perché io possa scegliere meglio. Segue una mezz'ora di amabile conversazione sulla musica siriana, che più o meno si svolge tutta così: io prendo una cassetta, lui la mette su e poi ci confrontiamo col sì/no.
Alla fine, siccome è ormai ora, mette su la cena e il tè e ci invita a mangiare con lui nel retro.
Dovete immaginare davvero tutto questo praticamente nella totale assenza di comunicazione verbale, solo gesti, sì, no, e null'altro.
Ci sediamo sul tappeto per cenare insieme e proviamo quindi a sciogliere un po' la conversazione in qualche modo.
Lui indica se stesso e dice "Al Raqqa", e poi indica noi. Ok, fin qui è facile: ”Di dove siete".

- Italia.
- Aaaahhh…!
- Italia. Sì, Italia.
- Aaaaahhh, Italia!

Silenzio.
Ci fissa (sempre con quello sguardo là sopra). Poi ruota la mano in aria e dice: "Italia, roman!”
Noi, molto peones, rispondiamo da veri italiani: “No roman, Milano!”
Silenzio. Ci fissa. Ho l'impressione che non abbiamo capito un cazzo. Ruota ancora la mano in aria e ripete: "Italia! Roman!”
Noi, sempre molto italiani, dopo esserci consultati per mettere a confronto le nostre versioni, insistiamo: “No, no roman! Noi di Milano, Milàn, Milèn, Mailand!”
Lui continua a fare imperterrito la stessa faccia. Adesso sono sicuro che non abbiamo capito un cazzo e che lui invece ha capito che siamo quattro coglioni. Ancora ruota 'sta mano in aria all'indietro e riparte: “Roman!”, indicando per terra. "Roman! Cazzo, (in arabo), roman!"
A un tratto ho un'illuminazione.

- Aaaaahhh, ci sono stati qui altri italiani, di Roma! Maddai! Romani qui (capirai, son dappertutto quelli, li ho incontrati perfino in Patagonia nel '90)! Roman roman, certo, abbiamo capito! Dai, chissà quando! Ma sono venuti qui in negozio da te?

Lui ci fissa sempre, ripete "Roman!” e passa l'indice sotto la gola.
Avete capito anche voi adesso, vero?
Per inciso, l'unico posto al mondo a me noto dove quel gesto non vuol dire "sgozzato" è in Russia, dove significa "beviamoci su", ma questa è un'altra simpatica storiella che vi racconterò un'altra volta.
Comunque.
Sbianchiamo in volto e facciamo una faccia tipo “glom!” e lui, sempre di marmo, ripete "Roman!”, indica per terra e si passa l'indice sotto la gola.
Al che noi abbozziamo con aria sorpresa e, per quanto possibile, sorridente.

- Maddai, romani qui che sono stati sgozzati, diomìo che tragedia, chissà come mai visto che siamo tutti fratelli, perché siamo tutti fratelli, vero? Italiani, siriani, una faza una raza, oddio raga, la porta del negozio è ancora aperta? Il tè era drogato? Cazzo raga, tenetevi pronti!

Insomma, quello insiste che ci sono stati dei romani e li hanno evidentemente sgozzati e noi cerchiamo di capirci qualcosa di più con commenti fra noi tipo "ma sul giornale mica c'era nulla quando siamo partiti, ma chissà quando è successo, ma chissà poi perché, i soliti turisti idioti, romani poi, se la saranno cercata, mica scherzano da queste parti, saran venuti qui a fare gli sboroni”, e giù commenti pesanti col nostro amico per far capire che noi siamo tutt'altro tipo di italiani, che evidentemente quelli se lo meritavano, ché del resto si sa, i romani.
Lui annuisce, è fatta. Ancora tutti insieme commentiamo: ”Eeeeh, roman, già. Purtroppo“. Lui ripete “Roman!” e ancora ruota la mano in aria.
Finché uno dei CDV, folgorato da Allah, ha la rivelazione finale.

- Ragazzi, i romani! I romani cazzo! Gli antichi romani! Sono venuti qui, hanno combattuto (e secondo lui hanno evidentemente perso). Stiamo parlando di storia!

A quel punto lui capisce che abbiamo capito e scoppia a ridere: “Roman! Roman!”
Roteava la mano per dire "molto tempo fa".

Titoli di coda: naturalmente il giorno dopo, puntuali alle otto del mattino, abbiamo preso l'autobus per Aleppo, dove abbiamo poi alloggiato al mitico hotel Baron, già luogo di soggiorno di Lawrence d'Arabia, Agatha Christie, Charles Lindbergh e Theodore Roosvelt.
In valigia, alcune cassette di musica siriana acquistate ad Al Raqqa la sera prima, da un siriano discendente dei Parti che più o meno attorno al 50 a.C. sconfissero lì attorno le legioni di Crasso.
Vedi a volte aver strappato da ragazzo la sufficienza in storia.
(No, non è vero, mica avrete davvero creduto che lo sapessi: me lo ha detto quindici anni dopo un amico su un social network).

Raqqa
Al Raqqa, gennaio 2000
RaqqaBus
L'autobus per Aleppo, Al Raqqa, gennaio 2000
TAG: raqqa, siria, palmyra
23.45 del 23 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
29 Io non sapevo
MAG Prima pagina, Amarcord, Blog e luoghi
Io di Palmyra nemmeno conoscevo l'esistenza, non ne avevo mai sentito parlare. Ci arrivai nel gennaio del 2000, accompagnato da un tassista siriano, in mezzo a un viaggio che non avevo quasi programmato e che era nato per caso solo qualche giorno prima, al consolato di Milano. Mi pare, fra l'altro, che fu quello stesso tassista a portarmi il giorno dopo ad Al Raqqa, di cui raccontavo tempo fa fra queste pagine e che all'epoca credo fosse più sconosciuta al resto del mondo di Correzzana, frazione di Lesmo, Brianza orientale.
Ad Aleppo invece no, ci andai in autobus.
Comunque.
Pochi giorni fa, quando se n'è all'improvviso iniziato a parlare e a scrivere sui giornali, mi è venuto in mente che a Palmyra scattai alcune delle foto più belle della mia vita.

E niente, a volte mi chiedo come stanno il mio tassista e il padrone del mio albergo ad Al Raqqa. Del Baron, poi, chissà che ne è oggi.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
Palmira1
TAG: palmira, isis
22.16 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
12 Next to Lesotho border and one short story
AGO Travel Log: Sudafrica e Swaziland, Blog e luoghi, Diario, Mondo piccolo
Sardina-ina-ina coccodrillullà
e cri-cri-cri e cra-cra-cra.
Sardina-ina-ina coccodrillullà
chi fuori resterà al tre.
Uno, due e tre!


ombrelesotho
Lady Grey, South Africa
TAG: ricordi
11.31 del 12 Agosto 2014 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

Genova01
Boccadasse (Boccadäse)
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Centro storico, via San Bernardo
Genova03
Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
Genova04
Genova05
La Lanterna, il simbolo di Genova
Genova06
Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
Genova07
Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 
21 Ultime dal fronte
LUG Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
Un anno fa avevo scritto questo. Adesso pare debba scrivere qualcosa di analogo per Crac des Chevaliers.

TAG: homs, siria, crac des chevaliers
15.16 del 21 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
01 Vi racconto com'era
OTT Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
La prima è una foto pubblicata oggi su Corriere.it e mostra quel che rimane del souk di Aleppo. Le altre le ho scattate io nel 2000 in quello che era uno dei bazar più famosi, belli, vivi ed estesi del mondo.

Dovete immaginare un labirinto infinito, molto angusto e buio, affollato da soffocare, nelle cui strettoie, fra migliaia di persone, riescono ad incrociarsi anche carretti trainati dagli asini con piccoli van motorizzati che riempiono i corridoi di monossido di carbonio.
Dovete immaginare di avere con voi solo pellicole ISO 100 ed essere senza flash, mentre cercate di farvi largo fra il buio e la penombra, annegando nella folla sterminata che vi travolge, vi risucchia, vi spinge e vi trascina non sapete più dove.
Dovete immaginare un caldo asfissiante, e rumore, molto rumore.
Dovete immaginare gli odori, i colori e il sudore.
Dovete immaginare il sangue, che dai banchi del girone infernale dei macellai scorre veloce lungo piccole canaline scavate nel terreno e si mescola con la polvere e bagna le scarpe.
Dovete immaginare il rito del tè, mentre trattate all'infinito per un tappeto, e siccome si è fatto tardi andate a comprare qualcosa da mangiare insieme al tappetaro col quale state trattando, lasciando lo zaino con le macchine fotografiche e i documenti in bella vista in mezzo al negozio, ché mentre state per afferrarli e portarli con voi lui vi fa segno di non preoccuparvi, di lasciare tutto lì, ché nessuno toccherà nulla. E naturalmente sarà così.
Dovete immaginare i grandi saloni sotterranei a volta, dove venite condotti per potervi lavare la mani, perché mangerete con le mani, e tutti vengono qua sotto a lavarsi, prima.
Dovete pensare che siete nel periodo del Ramadan, ed è il tramonto, e l'intero souk si riversa nei sotterranei per lavarsi, ché adesso si può iniziare a mangiare, e voi siete lì, con loro, in mezzo alle Mille e una notte, ed è tutto vero.
Dovete immaginare che quando uscirete, se troverete la via d'uscita dal labirinto infinito, tornerete a dormire al Baron Hotel, dove dormirono Agatha Christie e Lawrence d'Arabia, e i letti son sempre quelli, ché ad Aleppo il tempo si è fermato da sempre.

Dovete immaginare tutto questo.
Perché oggi non c'è più.

CorriereAleppo
Il souk di Aleppo oggi (fonte Corriere/Afp/Medina)
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Il souk di Aleppo nel 2000. Il tappeto è ancora con me.
TAG: siria, aleppo
09.20 del 01 Ottobre 2012 | Commenti (2) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
02 Where I belong
APR Amarcord, Blog e luoghi
A volte, senza un motivo particolare, mi capita all'improvviso di fermarmi a pensarci e mi rendo conto che io, a O'ahu, ho lasciato il cuore.

Io sono quello che non torna mai, soprattutto nei luoghi che ho davvero amato. Chiudo le porte alle spalle, catalogo, metto via. Preferisco ricordare piuttosto che riscoprire, scontrarmi col tempo che passa, travolge e cambia.
Tutto sommato non sono molti i luoghi dove io abbia pianto davvero, per quanto mondo abbia girato. Potrei contarli sulle dita di una mano. Mi è capitato spesso, sì, di emozionarmi, di vivere profondamente la mia condizione di eterno zingaro, ma le lacrime, la commozione incontenibile e insostenibile, il senso di appartenenza profondo a un luogo, quella sensazione estrema di fine corsa che ti si rompe in gola fino ai singhiozzi, per la quale ti ritrovi senza più energie a pensare sono arrivato, ecco, quella no, quella mi ha travolto in pochissime occasioni.
In Patagonia nel '90, in tenda da solo al campo base del Cerro Torre. E ancora ai campi base dell'Everest e dello Shisha Pangma nel 2002, quante lacrime nascoste. E nell'87 di fronte alla banchisa polare. O ancora l'alba a Sossusvlei nel '98. E poi al Muztagh Ata, in qualche modo, e nel nulla inesorabile di Mandal Ovoo. E la scorsa estate sul volo per Yerevan, che però erano lacrime di liberazione. E sì, Panama anche, durante l'attraversamento delle chiuse di Pedro Miguel: un'emozione così forte che mi si ruppe la voce mentre commentavo il filmato che stavo girando.

Ma O'ahu.

O'ahu è andata penetrando sotto alla mia pelle giorno dopo giorno, per mesi, e la cosa più strana è che vi ero capitato senza alcuna aspettativa, nemmeno con particolare entusiasmo. Era solo la tappa intermedia del mio giro del mondo, uno scalo che per mesi avevo tentato di evitare in favore di altre mete che mi interessavano maggiormente, ma al quale mi ero infine arreso per sola convenienza logistica.
Mi scocciava pure l'idea di dovermi fermare una settimana intera laggiù. Avrei voluto più tempo per il Centro America, o uno stop over più a sud, e invece niente. Mesi a combattere con il call center di cinque compagnie aeree diverse per chiudere la rotta transpacifica, ma nulla da fare: O'ahu non era possibile evitarla in nessun modo.

Se ci sono stati giorni di serenità totale nella mia vita, davvero totale, quello stato di grazia nel quale ti senti in equilibrio con l'universo intero, non hai un pensiero al mondo se non quello di respirare l'aria che ti circonda, di vivere istante per istante la tua dimensione interiore e la sensazione di appartenenza al mondo, di camminare con la pelle d'oca e i brividi per l'emozione che ti accompagnano ad ogni passo, quelli sono stati i miei giorni a O'hau. Le mie lunghe passeggiate e le serate di Waikiki. I miei chilometri in macchina verso le deserte spiagge settentrionali, a caccia di onde monumentali. L'isolamento e lo smarrimento totali di Kae'na Point. Quel senso di vuoto assoluto, su uno scoglio in mezzo al Pacifico, a migliaia di chilometri da qualunque altra terraferma, così sperduto da filmarmi da solo e mettermi a parlare con la telecamera. E i rientri a Honolulu al tramonto, con l'autoradio che trasmette da stazioni d'oltreoceano, o gli Eagles in cuffia che mi cantano Love will keep us alive e New York minute. Così struggenti, quei ricordi, che non posso più ascoltarle, quelle canzoni, senza che mi venga da piangere.

Così, un giorno io tornerò ad O'ahu. E, di nuovo, ogni mattina verrò svegliato dall'ukulele di quel ragazzo che suonava nascosto da qualche parte fra le palme e mi sederò ancora sulla spiaggia di Waikiki al tramonto, a guardare le onde e a fotografare i surfisti contro il sole che si immerge nell'oceano.
Poi mi alzerò, mi scrollerò la sabbia di dosso e mi avvierò con calma per le vie del lungomare alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa, scrivere il mio travel log e sorridere nel trovarmi a pensare a quanto sia lontano, maledettamente lontano, tutto, da laggiù.

Così lontano che per arrivarci devi pure viaggiare nel tempo.
TAG: oahu
21.39 del 02 Aprile 2012 | Commenti (2) 
 
29 Goodbye Ukraina
APR Amarcord, Blog e luoghi
Ci abbiamo dormito nel 2002, dal 7 al 13 maggio per la precisione. Non fu solo il nostro primo impatto con quella terra di nessuno che era la Russia di allora e che già oggi non esiste più in buona parte: un non-luogo abbandonato all'anarchia ed all'improvvisazione, entrambe perfettamente sintetizzate nella sua struttura architettonica, nelle sue mura in decadenza, nei suoi pilastri, nella gigantesca e pacchiana hall di marmo presidiata giorno e notte da improbabili ed improvvisati agenti di un non meglio identificato servizio di sicurezza privato, nei surreali meandri di una burocrazia alienante, inutile e illogicamente funzionante, nei suoi ristoranti introdotti da menù post-radical-chic dove tutto era apparentemente possibile ed immaginabile, ma irrimediabilmente declinato in una realtà di infiniti oggi è terminato, oggi non c'è, oggi il cuoco non è potuto venire, oggi è giorno dispari e il piatto richiesto è disponibile solo nei giorni pari, per cui la scontata soluzione finale era inevitabilmente una salyanka annaffiata da una Baltika numero cinque, sperando che fosse giorno giusto almeno per il pane.

Non è stato solo quella camera di cartongesso e legno dove tutto era maniacalmente etichettato, timbrato, catalogato, dal portacenere di vetro ai bulloni dell'armadio, dai singoli pomelli dell'attaccapanni, uno per uno, alla piastrina di ottone della serratrura del cassetto della scrivania, alle gambe stesse della scrivania, una per una, alle lampadine, al foglio di plastica della directory, per cui dopo un po' iniziavi a sospettare che esistesse un ufficio apposta, magari nelle cantine, dove un vecchio bolscevico era rinchiuso da anni con il compito di etichettare, timbrare, catalogare ogni singolo frammento dell'albergo intero, ogni vite, ogni chiodo, ogni mattone, ogni piastrella, suppellettile, accessorio, elemento di corredo e decorativo.

Non è stato solo tutto questo. E' stato anche la porta d'ingresso di quei sei mesi, la soglia oltre la quale fu evidente che il dado era ormai davvero tratto, e che la via del ritorno non era alle nostre spalle, ma che sarebbe potuta essere solo ostinatamente davanti a noi, per settimane e settimane a venire.

E' stato l'inizio di tutto, e tutto iniziò da lì. Compresi i titoli di coda.

E non so, in qualche modo questa notizia mi lascia addosso un velo di malinconia. Quella solita sensazione del tempo che se ne va, dell'insopportabile e stracotto tutto passa, del nauseante niente sarà più come prima. Di inutile all'inutile nell'istante stesso in cui lo penso.

Son già otto anni, fra l'altro, giusto fra quattro giorni. E non c'è rimasto più nulla. Nemmeno fra quelle mura.
18.33 del 29 Aprile 2010 | Commenti (2) 
 
18 Unione europea
SET Spostamenti, Blog e luoghi
Scopro ora, dopo un anno che ci vivo, che Alba è divisa in nove contrade (pardon: borghi) e che la mia casa (be', a chiamarla casa ce ne vuole: diciamo una cabina telefonica con doccia incorporata) si trova nel "Bûrg dij Patin e du Trésor", che a sua volta confina con il borgo di Santa Barbara.

A questo punto è inevitabile: odio i contradaioli (borgatari?) di Santa Barbara. Per quanto il mio parrucchiere e il mio ufficio si trovino proprio al di là del confine.

(Ma quante volte abbiamo vinto il Palio degli asini?)
23.11 del 18 Settembre 2009 | Commenti (0) 
 
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