Orizzontintorno Carlo Paschetto
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10 Informazione di servizio
MAG Blog e luoghi
Altre fonti confermano: Somerset è un posto da incubo. Così, giusto nel caso sia nei vostri programmi di viaggio.
12.56 del 10 Maggio 2007 | Commenti (0) 
 
13 Come lacrime nella pioggia
MAG Amarcord, Blog e luoghi
Leggo che oggi ad El Chalten ci sono alberghi e strade, agenzie turistiche, campeggi organizzati e negozi di souvenir. Io riuscii ad arrivare - e riuscire è il verbo giusto - ad El Chalten nell'agosto del '90, in pieno inverno australe. Ci vollero quattro buone ore di faticosa strada sterrata da El Calafate, e va bene che non c'era neve ed avevano appena costruito il ponte sul Rio Fitz Roy, così che da un anno non era più necessario guadarlo con i cavalli.
Lo stavano costruendo El Chalten, nell'agosto del '90. C'erano dodici case di legno, tutte uguali, alcune ancora da terminare. In una viveva Pavarotti. Io dormivo nella mia tenda, che avevo montato vicino agli alberi dove Pavarotti legava i cavalli. Il Fitz Roy si innalzava proprio sopra di me ed all'alba si tingeva di rosso fuoco. Nella tenda, di notte il freddo condensava sul telo interno in una patina di ghiaccio. Al mattino dovevo asciugare tutto, ma con gli scarponi non c'era nulla da fare: umidi e gelidi.
I miei soci spagnoli dormivano nel rifugio di latta, ma lì dentro faceva un frio que te matava. Almeno io avevo il mio sacco piuma integrale.

Sento dire che a Shigatse stanno costruendo grattacieli. Avevamo già alle spalle parecchie centinaia di chilometri di sterrato lungo la Friendship Highway, quel pomeriggio di luglio del 2002, quando entrammo finalmente in paese. Ci sorprendemmo a percorrere l'ultimo chilometro di strada su un viale asfaltato a quattro corsie, nuovo di zecca. E poi i soliti nuovi quartieri cinesi, come già avevamo visto a Lhasa qualche giorno prima. Anonimi, orribili. Un pessimo mònito ed un triste benvenuto nella seconda città del Tibet, a quasi quattromila metri di quota e ad un paio di giorni dal campo base dell'Everest. Ci rimanemmo male.
Ricordo che a Shigatse il cellulare funzionava perfettamente e avevo trovato anche un paio di nuovissimi Internet cafè. Andai dal barbiere dell'albergo a tagliarmi i capelli. L'evento attirò molti spettatori. Non ne capitavano ancora molti di occidentali in viaggio da soli, certo nessuno che si fermasse a farsi tagliare i capelli. Fu divertente e mi riconciliò con il luogo.
Poi ci perdemmo per i vicoli del monastero e fra le bancarelle del mercato locale. Comprai lì il mio occhio del Buddha.

A quanto pare la nuova stazione di Lhasa è un'opera avveniristica. Sembra che un tunnel la colleghi direttamente alla città.
E così ce l'hanno fatta e nulla sarà più come prima, a meno di non volersi avventurare verso il campo base del Qomolongma percorrendo la rotta che proviene da Kashgar.
Resta il fatto che non c'è alcuna ragione al mondo per farlo. Tranne forse per noi. E comunque è una ragione anch'essa che presto verrà meno.

E' che se hai dormito in tenda al Chalten ed hai sfidato l'antica maledizione cinese dell'autobus Golmud-Lhasa non puoi fare a meno di sentirti un po' come Roy Batty.

El Chalten nel 1990
Fra i vicoli di Shigatse
Lhasa, il quartiere sotto al Potala. Oggi non esiste quasi più
16.36 del 13 Maggio 2006 | Commenti (1) 
 
14 Com'è profondo il mare
FEB Blog e luoghi
Noi ci siamo stati sull'Aral, mica a Paperopoli. Oddio, sull'Aral: si fa per dire, perché là non c'era un tubo. Acqua? Io non ho visto nemmeno le casse di minerale. Ho visto un bambino che beveva da una pozzanghera in mezzo alla strada, questo sì. E comunque è certo che sull'Aral piove poco e ho il sospetto che quel po' di pioggia sia pure contaminata da tutto il resto: avanzi di ddt, avanzi di esperimenti chimici e batteriologici, sale. Che altro?

Noi ci siamo stati sull'Aral. Abbiamo scritto un libro su Asia Overland 2002 e all'Aral abbiamo dedicato una pagina, ma avremmo potuto scrivere un libro sull'Aral e dedicare una pagina al resto, anche.
Perché l'Aral, io, ce l'ho ancora negli occhi. O meglio, non ce l'ho proprio: io non ho visto nulla. Ho visto un buco e molta sabbia. Mr. Usmanov mi ha detto che l'acqua in realtà c'è, a ben vedere, ma un po' più in là: cento chilometri più o meno. Ci si può andare in elicottero, volendo. Non so, ma questa cosa di volare su un avanzo arrugginito dell'era sovietica, sopra al fantasma di un mare prosciugato, a me sembra quasi una sfida alle leggi della sfiga. Altro che la mia paura di volare. Lasciamo perdere, eh, Mr. Usmanov? Ci credo e basta.

Noi ci siamo stati "dentro" all'Aral. Abbiamo camminato sul fondo del mare. Avete mai provato a camminare sul fondo del mare? Sulle acque uno c'è riuscito e molti, dopo, hanno millantato di saperlo fare, ma camminare sul fondo del mare - senza maschera e pinne, ovvio - provateci a farlo, non è mica uno scherzo. Una cosa bisogna dirla: raccogliere le conchiglie è più facile così. Non che ce ne siano rimaste molte e, a dirla tutta, fa anche un po' senso raccogliere "quelle" conchiglie. Sai mai cosa stai toccando davvero...

Dovessi dire, non saprei esattamente perché siamo andati all'Aral. Io volevo andarci perché qualcosa avevo letto, avevo visto in tv, avevo sentito dire. E poi che ne so, andiamo in tanti posti solo perché sono lì (citazione), e quindi tanto che siamo in zona perché no: chiamatela curiosità, turismo catastrofico, avventura, coscienza, chennesò. Comunque, tanto che eravamo in zona, abbiamo preferito l'Aral ad Osh, per fare un esempio. Se l'Aral non fosse quello che è oggi, probabilmente saremmo andati ad Osh. O tanto valeva andare sul Caspio.

Ricordo bene quella strana sensazione nel venire via dal dopobomba: io mi sarei fermato, avrei voluto rimanere seduto su quella spiaggia - spiaggia? - ad aspettare il tramonto. Dormire a Moynaq, sentire di notte il vento contaminato dell'Aral che soffia attraverso le fessure di qualche avanzo di casa costruita in fondo al mondo. Così, per provare a capire cosa vuole dire, oggi, vivere sull'Aral.
Non è che adesso, qui, valga la pena riassumere per chi non lo sa cosa *non* c'è all'Aral, che è successo laggiù, riportare a galla (bè, "a galla" si fa per dire...) la storia degli ultimi quarant'anni di follia umana abbattutasi in mezzo alla già di per sé deprimente piattitudine dell'Asia Centrale. Internet è una miniera, anche per questo. Se siete curiosi, potete fare una capatina qui, qui, qui, e ancora qui. O, più semplicemente, fare così.

Quello che è impossibile descrivere, spiegare, anche solo provare ad immaginare, è la dimensione.

Il fatto è che tu te ne stai lì a Moynaq a camminare sul fondo del mare, davanti a pareti di arenaria che qualcuno ti racconta essere scogliere, hai capito bene, vagando in mezzo agli scheletri arrugginiti e surreali di navi arenate fra la sabbia e i cespugli: quello che avanza di una specie di porto spettrale. Il tuo sguardo può spaziare fino all'orizzonte, dove il cielo diventa bianco perché il vento salato e contaminato dell'Aral solleva ogni sorta di schifezza e la trasporta per centinaia di chilometri, ed è inquietante, certo. La tua curiosità è magari soddisfatta anche solo da tutto questo.
Ma il problema è che ciò che vedi non è affatto tutto questo. E' solo una milionesima parte, un francobollo in una biblioteca, 35mm di fotografia per un infinito panorama day after. La verità è che tu te ne stai lì a raccogliere conchiglie cercando di non toccarle troppo, ma di fronte a te la follia è infinita. Per centinaia di chilometri, centinaia di migliaia di chilometri quadrati.
I tuoi occhi non la inquadrano l'angoscia, la tua mente può forse intuirne la portata, ma non riesce a darle la dimensione, la scala reale.

Provaci con questa:


dimensione 600x800
fonte
www.redtailcanyon.com

L'avete aperta? Adesso fate due conti: ogni pixel dell'immagine è pari a un quadrato di 1km di lato. Voi siete un cinquecentesimo di ciascun punto. E siete a Moynaq, che più o meno si trova dove ho piazzato quel brufolo rosso: a molti, molti, molti punti di distanza da dove oggi inizia l'acqua. Acqua? Sì, quella schifezza verde. Oddio, non vi deprimete del tutto, il sensore del satellite ci mette il suo zampino nel colorare le cose, ma insomma, fa senso sì.
A proposito: il mio punto rosso copre un'area di circa 10x10 km... Moynaq è molto più piccola.
Dicevamo: siete dunque distanti dall'acqua molti punti, verso il basso dell'immagine, dalle parti del punto rosso. Perché siete lì? Bè, perché è lì che è la spiaggia. Ops: che era la spiaggia. E gli ombrelloni. E le cabine. E il porto, i pescatori, i bagnanti, i turisti, le conchiglie - vive, la vita. Era tutto lì, una volta. C'è ancora il cartello a ricordarlo: "Moynaq, stazione balneare".
Non sopravvivono più a Moynaq, quei pochi che non sono riusciti a scappare, ma certo hanno il senso dell'umorismo. Nero.

Ancora fate un po' fatica, vero? Io ho provato a contare i pixel. Un po' a spanne eh, tanto per farmi un'idea. La "pozza" più grande è lunga circa 250 km. Se ho capito bene, una volta, quando al posto di tutte quelle pozzanghere verdi c'era il quarto bacino chiuso al mondo, quell'unica "pozza" era più o meno circolare e aveva un diametro suppergiù di 400 km. In altre parole, copriva anche tutta quella regione che qui vi sembra grigio-biancastra. Biancastra? Sì. Sale. Solo sale, oggi. Sale per centinaia di chilometri.
Chi ha la mia età ricorderà le cartine geografiche alle scuole elementari: non c'era mica quella roba lì, non era mica fatto così l'Aral.
Io studiavo "c'è il Mar Caspio, ci sono i grandi laghi americani, c'è l'Aral...". Col cavolo. Un sacco di balle mi raccontavano.

Non so se a Moynaq ci fossero le discoteche come a Rimini, ma di sicuro c'era lo stesso numero di bambini a fare il bagno, e molta più acqua. Molta è un eufemismo: un qualcosina tipo il 50% in più in superficie ed il 75% in volume. Si faceva lo struscio sul lungomare di Moynaq negli anni '50? Mah, non lo so mica se i russi si strusciano. Però pescare si pescava. E non c'era la mucillagine.
Oggi sono scappati quasi tutti. Il vento bianco dell'Aral li insegue fino oltre Nukus, 200 km a sud est, e ancora per migliaia di chilometri quadrati. Deserto che avanza, sale, polveri chimiche, veleni. Per chi invece da Moynaq, e dalle zone circostanti, non è riuscito ad andarsene c'è solo una Chernobyl invisibile e sconosciuta a gran parte del resto del mondo.
Moynaq è una città morta popolata da fantasmi. Dovete guidare per parecchie ore prima di avere il coraggio di respirare di nuovo a pieni polmoni.

Fatto sta che all'Aral, e a Moynaq, ci siamo stati. Chissà se qualcuna delle mie amate t-shirt di cotone ha qualche relazione con quell'immagine. Cosa c'entrano le t-shirt? Le mie non lo so, quelle degli abitanti di Moynaq, loro malgrado, temo qualcosa.
Viene da chiedersi se abbiano per caso provato a fermare il sidecar e quelle tre Zigulì arancioni che abbiamo visto arrancare per strada in paese. No perché, con le micropolveri in sospensione, pare che funzioni...

N.B. Le immagini più surreali e incredibili stanno qui. Potete visualizzare l'immagine da satellite precedente alla risoluzione 2400x3200, cliccando qui (1Mb).

[avercelo il tempo di aprire 'sto affare ai commenti... si potrebbe buttar lì qualcosina in proposito sulla diga dello Yangtsé...]

02.15 del 14 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
27 Holiday in Cambodia
SET Blog e luoghi
Credo che viaggiare sia una buona occasione, spesso, per riflettere. Non ho mai pensato al viaggio come ad un'occasione di vacanza, o meglio, non ho mai necessariamente messo in relazione il concetto di "vacanza" con l'idea di svuotarmi la testa, anzi.

Viaggio quasi sempre durante le vacanze, perché è il periodo che ho a disposizione per dedicarmi a me stesso - e mi dedico a me stesso viaggiando. Lo staccarmi dalla mia quotidianità è l'antitesi dell'equazione vacanza = riposo = non penso a niente.
La vacanza è il momento per "pensare". Devo staccare la testa, sì, ma dal torpore del ciclo di vita continuo sveglia-lavoro-casa-letto-persette-menoweekend.
In vacanza cresco, osservo, imparo, raccolgo nuove idee. Spesso mi affatico, ma se è vero che in vacanza bisogna rigenerarsi, allora io ho bisogno di tornare diverso. Ecco, il mio obiettivo è di tornare un po' differente da come sono partito.

*****

Sono trascorsi più di due anni dal nostro viaggio in Cambogia. E' stato un viaggio dal quale sono tornato molto diverso. Magari non esteriormente, se escludiamo qualche puntura di zanzara in più.

Credo si possa viaggiare in Cambogia in modi molto differenti. Noi non abbiamo certo scelto alcun mezzo estremo o fine umanitario, siamo semplicemente transitati in mezzo ad un Paese devastato, popolato da gente devastata. Un Paese di una bellezza struggente e di una malinconia appiccicaticcia, un po' come l'umidità liquida che avvolge l'aria e che ti soffoca anche di notte.
Ricordo un noto intrattenitore televisivo domandarsi inquieto "perché fare del turismo in Paesi come la Cambogia, quando in Italia abbiamo così tante belle cose; deve esserci per forza un secondo scopo, sicuramente turismo sessuale o droga facile". Non potendo spedircelo a calci nel sedere e rifiutandomi per principio di scrivere ai giornali, cambio canale.
Per quanto mi riguarda, la risposta potrebbe essere semplicemente "ero a Saigon e dovevo tornare a Bangkok; e odio volare". Fine della storia, anche se qualcuno, di rimbalzo, potrebbe chiedersi "perché fare del turismo in Vietnam ed in Thailandia, quando in Italia ecc. ecc."

Abbiamo attraversato la Cambogia da turisti questo sì. Dormendo anche in alberghi molto buoni e accompagnati, qua e là, da qualche guida del posto. Niente di avventuroso, niente di particolarmente eccezionale, niente che non possa fare tutto sommato chiunque non abbia timori nel viaggiare aggrappato al tetto di un ferrovecchio arrugginito che risale un fiume in piena, carico di gente, a tutta birra e galleggiando per miracolo.
Eppure, ne sono certo: chi per un verso, chi per un altro, nessuno di noi quattro è uscito dalla frontiera occidentale uguale a come era entrato da quella orientale.
E' stata una vacanza, sì. Eravamo stanchi, sporchi e acciaccati, quando è finita. Forse ci siamo anche sentiti un po' Indiana Jones. Bè, perché negarlo?

Non so se sia stato per la incosciente consapevolezza che, intorno a noi, dovunque, invisibili e quindi ancor più inquietanti, sapevamo esserci migliaia di mine antiuomo. O almeno, lo avevamo letto. La verità è che noi non abbiamo visto, né avvertito, niente. In qualità di turisti-fai-da-te sì, ma coscienziosi, il pericolo delle mine non rientrava nel nostro programma di viaggio. Questo però, purtroppo, non ha eliminato il problema dalla testa, e dagli occhi. Scrivo "purtroppo" provocatoriamente.

Sarà per tutte quelle persone che vedi intorno a te. Sarà per il centro di riabilitazione di Phnom Penh. Sarà che, Indiana Jones o meno, lo sai che ci sono davvero. E non è che la vista dei giapponesi ad Angkor cambi molto le carte in tavola. Angkor è bella. Per quanto snob si voglia essere, e per quanto si possano detestare le carovane di giapponesi, Angkor è bella. Ma tant'è la Cambogia, per me è questa:


© Thomas White © Reuters

Trovando questo fotografia su Virgilio non sono rimasto senza fiato. Non mi sono impressionato. Non mi sono scandalizzato. Per me è semplicemente Cambogia, un viaggio dal quale non sono tornato uguale. Lascia se stessi uguali a prima, questa immagine?

Proprio per questo è stata una vacanza che ho amato, nella quale ho fatto un viaggio indimenticabile in un Paese straordinario. Perché ho avuto la "fortuna" di poter svegliare la testa trovandomi in prima persona di fronte a immagini come questa. Avrei potuto mai chiedere qualcosa di più ad una vacanza?

00.10 del 27 Settembre 2003 | Commenti (0) 
 
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