Orizzontintorno Carlo Paschetto
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17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti, Travel Log: Italia Centrale
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

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Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
01 Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)
SET Centodieci, Blog e luoghi, Travel Log: Italia Centrale
[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


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Il Monte Vettore salendo da Pretare
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Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
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Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Aquila12
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Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.
TAG: l'aquila, terremoto, amatrice, sibillini, monte vettore, castelluccio, pretare
00.47 del 01 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
24 Centodieci/65: Firenze
LUG Centodieci
Eran due anni che il Progetto 110 era fermo. Così fra una ventina di giorni si parte in spedizione per andare a dargli nuovamente una botta, ché finite le regioni del nord e già avanti con quelle del centro ormai bisogna macinare chilometri per fare progressi.
Nel frattempo, abbiamo un po' allungato la strada verso il consueto ritiro estivo elbano e ne abbiamo approfittato per piantar la bandierina a Firenze, portando così a termine anche la Toscana.

Perché sì, incredibilmente Firenze mancava all'appello, nonostante io divida ormai da più di sei anni la mia vita con una torinese trapiantata nel capoluogo del Granducato e nonostante io stesso vi abbia vissuto per un anno e mezzo, ormai vent'anni fa.
Ma la prima ferrea regola del Centodieci vuole la fotografia del duomo, possibilmente col cellulare, e del resto io foto di Firenze non ne avevo proprio, ché detesto (fotografare) le città d'arte e monumentali, ché sono infotografabili a meno di essere dei professionisti e sterminare l'infinito tappeto di turisti che le assedia, e allo stesso tempo sono fotografate milioni e milioni e milioni di volte da milioni e milioni e milioni di quegli stessi turisti, tutti i mesi dell'anno, tutti gli anni, da sempre, per sempre.
Non c'è nulla da scoprire nelle grandi città d'arte se l'obiettivo è il Progetto 110, anzi, e son città queste già difficili lungo gli itinerari più classici, che per (ri)scoprirle davvero dovresti studiare, e studiare, e studiare, e cambiare prospettiva, uscire dagli schemi noti, improvvisare e soprattutto avere tempo e fermarti: esattamente il contrario della filosofia del Progetto 110.

È stato così quando ho dovuto affrontare Roma e poi Venezia. Mi sono dovuto preparare, ché non ne avevo proprio voglia. Ma Roma è Roma, e Venezia è Venezia. Ho risolto i miei rapporti con entrambe le città, a Roma abitandoci prima e tornando poi coi ragazzi qualche giorno proprio con la scusa del Centodieci, attraversandola coi loro occhi; a Venezia ritornando fra le calli insieme a lei, fermandoci apposta qualche giorno, così che la foto a San Marco col cellulare fu annegata in mezzo ad altri percorsi.

Firenze invece non sono mai riuscito ad amarla. Ho un conflitto irrisolto con le rive dell'Arno.
Era parecchio tempo che non ci tornavo, perlomeno che non mi fermavo qualche ora. Non ho bei ricordi qui, è una città legata a un periodo della mia vita che ho rinnegato.
Mi aggiro un po' spaesato, quasi come non la riconoscessi, e in effetti è un po' così. Addirittura la ricordavo rovesciata: cioè, il centro lo avevo in mente sulla sponda opposta e San Miniato al Monte evidentemente non esisteva, sebbene sia dell'anno mille.
Avevo un'immagine stralunata e ribaltata della topografia cittadina, un negativo. Forse è questa la ragione del mio disamore per Firenze.
O forse è che di giorno lavoravo, fuori città, e in centro venivo sempre la sera tardi, al buio, e nemmeno tutte le settimane, anzi.

Tant'è, in Santa Maria del Fiore non siamo riusciti ad entrare, ché apriva solo nel pomeriggio e la coda in attesa era già lunga alle undici del mattino, per non parlare di quella per salire sul Campanile di Giotto. Gli Uffizi poi non son certo roba da Centodieci.
Quindi, dopo le foto di rito col cellulare al duomo e al rinomato panorama da Piazzale Michelangelo, ho fatto definitivamente pace con Firenze a tavola.
Che si sa, la diplomazia vince sempre se è accompagnata dai piatti giusti.

Dunque Firenze, tappa numero sessantacinque timbrata. E anche la Toscana è finita.
Il mese prossimo facciamo rotta a sud e portiamo un po' di bandierine in valigia, ché la lista in programma è abbastanza nutrita e ho appena finito di leggere un bel libro Rumiz sull'Appennino che mi ha aperto nuovi orizzonti.

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Firenze4
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Firenze, tappa numero 65 del progetto 110
TAG: Firenze
23.13 del 24 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
17 Una (breve) vacanza in Italia
GEN Spostamenti, Centodieci
Questo è un post vecchio di un anno e mezzo, che avevo iniziato a scrivere nell'autunno del 2016 al rientro da una settimana a zonzo per capoluoghi nella quale avevamo infilato Mantova, Ravenna, Forlì e Cesena, Pesaro e Urbino, Siena, Arezzo e Prato, oltre a fare una sosta anche a Chioggia e a visitare il delta del Po.
È stata l'ultima occasione di aggiornamento del Progetto 110, che da allora è fermo. Nella primavera dello scorso anno avevamo programmato qualche giorno in Sardegna per piantare la bandierina in due o tre capoluoghi nuovi, ma purtroppo all'ultimo momento dovemmo cancellare la partenza per via di un imprevisto.

Il post qua sotto è rimasto dunque piantato a metà per tutto questo tempo, sepolto dentro l'infinita to do list di Orizzontintorno. Non sono mai riuscito a finirlo, non ho mai poi scritto il travel log di quei giorni, né aggiornato l'archivio fotografico con le immagini dei sette nuovi capoluoghi.
Ormai è superato dagli eventi, ma lo pubblico così come mi era rimasto in bozza, incompiuto, per lasciare traccia nel blog della rotta seguita in quello scorcio di fine estate. Le foto invece prima o poi finiranno nel mio archivio su SmugMug, insieme a tutte le altre.


***

Settembre 2016

Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità coi ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di fotografie su cui mettere le mani e fra l'altro sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002, e contemporaneamente rimettendo a posto l'intero archivio fotografico.
[...]

Agosto110-1
Itinerario del giro di ferragosto 2016
Agosto110-2
Stato del Progetto 110
TAG: Italia, Siena, Pesaro, Urbino, Mantova, Ravenna, Forlì, Cesena, Prato, Arezzo
15.00 del 17 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
13 Centodieci/57: Venezia
MAR Centodieci
Oh, son quasi due mesi che devo buttar giù due note su Venezia e nulla, non so nemmeno da dove iniziare.
Innanzitutto ’sta cosa che invece delle strade con le auto a Venezia ci sia l'acqua coi motoscafi è ben strana, eh. Non so se ci avete mai fatto caso davvero. Per dire, non ci sono nemmeno le strisce pedonali. E le fermate degli autobus dei mezzi pubblici che galleggiano. Che tipo, se sei di Venezia e poco poco soffri il mal di mare, ora, dimmi tu come ti sposti che nemmeno c’è il bike sharing.

Poi c’è che a Venezia i veneziani ti parlano in inglese per default. Entri in un negozio, ti salutano e ti chiedono se hai bisogno in inglese. Arrivi in albergo, ti accolgono in inglese. Fai la coda a una biglietteria e si rivolgono a te in inglese. Va detto che probabilmente eravamo gli unici turisti italiani in giro per Venezia a fine gennaio, un po’ come quando ero in Kyrgyzstan. Comunque io le prime volte li guardavo con faccia da palombo e rispondevo “veramente siamo italiani”, poi ho lasciato perdere e ho iniziato a rispondere in russo per adeguarmi ai costumi locali.

A Venezia, in hotel, abbiamo fatto colazione con le posate d’argento. Questa mi mancava ancora, roba che nemmeno negli hotel degli Emirati quando mi mettevano le orchidee fresche dentro la tazza del cesso. True story. A colazione al posto del miele servivano direttamente pezzi di alveare. La doccia era arredata con un sistema di cromoterapia che nemmeno le luci del 2001 Odyssey de La febbre del sabato sera.
Sono venuto via da Venezia con il desiderio incontenibile di farmi fare la doccia della casa nuova con la cromoterapia psichedelica. E infatti. L’architetto mi ha guardato con schifo e ha detto che è un po’ kitsch, ma vabbè, visto che proprio insistevo.
Non potrò mai più farmi una doccia senza la cromoterapia psichedelica. D’altra parte i pezzi di alveare mi pare più complicato e le mie posate, va da sé, sono Ikea.

Oh, a Venezia non ho quasi colto alcun accenno di accento veneziano. Forse perché parlavano tutti inglese, peraltro. In ogni caso, ciò mi ha per un attimo riconciliato con il Veneto. Finché sulla strada del ritorno il treno non si è fermato a Mestre.
Comunque volevo dirvi che a Venezia sono tutti estremamente gentili e carini, né curiosamente hanno alcuna tendenza particolare a fotterti, cosa che quasi non ti pare di essere a Venezia, nemmeno in Italia, nemmeno a Roma. Ops, mi è scappata.
Anche a Napoli erano tutti estremamente gentili, a pensarci. Forse non mi hanno fottuto nemmeno a Napoli. In effetti Napoli sembra un po’ Venezia, a meno delle gondole, a più del Vesuvio. Comunque fare un giro in gondola a Venezia costa meno che fare cento metri in carrozza a Roma.
No, non abbiamo fatto il giro in gondola a Venezia.
Col senno di poi forse ci sono rimasto un po’ male. Ma tanto lo avevo già fatto quando avevo sette anni, probabilmente.

Ché in effetti, detto che se vuoi completare il Centodieci prima o poi devi ben armarti di coraggio e affrontare anche Venezia, non tornavo in Laguna da almeno una decina d’anni e nell’occasione, per la verità, ero stato solo a Burano. La volta precedente era stata quattordici anni prima e prima ancora, più o meno, una vita intera. E comunque io non l’avevo mai amata particolarmente Venezia e mi sarei anche risparmiato di tornarci, non fosse stato per il Centodieci.
E invece.

E invece lo scorso anno mi aveva regalato Vienna per i cinquanta, quest’anno mi ha regalato Venezia per i cinquantuno. A questo punto, per ragioni di congruità storica, il prossimo anno avrebbe quanto meno senso festeggiare i cinquantadue tornando a Budapest, ma io non l’ho mai amata particolarmente Budapest e d’inverno ci ho sempre patito un freddo bestia. E lei patisce il freddo anche a Venezia, immagina a Budapest. Quindi forse i cinquantadue li facciamo a Bangui.
Comunque questo è un post su Venezia. Tappa numero cinquantasette del Centodieci. Per festeggiare i cinquantuno.

Per caso era pure l’inizio del carnevale. Non lo sapevamo, è capitato così. Il che mi ha fatto riflettere sul fatto che Venezia è quel posto dove per una settimana all’anno, anche se hai la prostata, puoi andare in giro vestito come un deficiente e nessuno ci fa caso, anzi, ti fanno le foto. Cioè, non è che ti fanno le foto perché sei vestito come un deficiente, ti fanno le foto perché è figo come sei vestito (come un deficiente, comunque).
Sì, vabbè, ok. Anche io ho fatto le foto, è vero. Però non ho fatto il giro in gondola.
Col senno di poi, vabbè, eccetera.

Tant’è, questo era un post che avrebbe dovuto essere stato scritto sulla scia delle emozioni del momento e invece è andato sedimentandosi come mille altri questi mesi. Ché a scriverlo in diretta ne avrei davvero avute di cose da scrivere, di Venezia.
Anche se poi, che altro vuoi scrivere di Venezia, o fotografare di Venezia, o dire di Venezia? Persino Roma mi era uscita più facile.
In realtà, parlando di emozioni, una cosa di Venezia alla fine l’ho focalizzata davvero. Ho capito cosa c’è che non va, che non è mai andato, fra me e Venezia. Ho capito che a me Venezia, in qualche modo, non emoziona. O perlomeno non aveva mai emozionato prima, perché in realtà questo weekend è stato bellissimo.

Venezia non mi emoziona come a suo tempo non mi emozionò per nulla New York. Venezia come New York, ecco perché.
Ricordo perfettamente il mio primo arrivo in America, a New York, venticinque anni fa: mi aggiravo per Manhattan, macinavo chilometri e chilometri a piedi fra i grattacieli, dalla East side alla West side, dal Battery Park fin su alla settantacinquesima, e pensavo embè, quindi? Non capivo.
Non capivo New York. A me non diceva nulla.

Capii poi, dopo un po’ di giorni. Io a New York ero già stato. C’ero già stato un milione di volte. C’ero stato nei film, nei telefilm, nei documentari, sui giornali, nei racconti degli altri, nei libri, nei miliardi di poster, fotografie, immagini, in tutte le pellicole della mia vita fino ad allora. New York era esattamente quella cosa lì: quando per la prima volta ci sbarcai davvero, di New York conoscevo ogni angolo, almeno nella mia testa. Non avevo visto altro per i ventisei anni precedenti della mia vita. C'era tutto quel che ci doveva essere. C'erano l'Empire State Building e le Torri Gemelle. C'erano la Statua della Libertà, il Ponte di Brooklyn e il Ponte di Verrazzano. C'era la metro de I guerrieri della notte, i taxi di Taxi driver, le discoteche de La febbre del sabato sera, i teatri di Broadway, Times Square. C'erano persino - pensa te, giuro - Simon & Garfunkel che cantavano al Central Park e i tassisti non ti portavano ad Harlem perché ti dicevano che quei giorni non era aria. C'erano pure i tombini che fumavano di notte come in 1997, Fuga da New York e probabilmente in giro c'era anche Jena Plinsky.
Che cazzo di altro dovevo vedere di New York?
Ah sì, questo è un post su Venezia, scusate.

Venezia è così: quando sei in Piazza San Marco, quando vedi il Campanile, il Palazzo Ducale, il Canal Grande, il Ponte dei Sospiri, le gondole, persino i gondolieri con la maglietta a strisce bianche e rosse pure se ci sono zero gradi, eccheccazzo; e poi, il milione di turisti attorno a te di qualunque provenienza geografica, razza, religione. Be’, non c’è dubbio: sei a Venezia.
Solo che l’hai già vista settordicimila volte.
Anche Paperino e gli anelli dei Dogi, del resto.
Infatti Paperozzo Paperozzi alla fine era andato sulla Luna con un razzo a pedali.

Epperò, questa volta sì: per una volta ho amato moltissimo Venezia ed è stato struggete lasciarla.
Per quanto mi sia vergognato a fotografarla. Col cellulare.

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TAG: Venezia
23.50 del 13 Marzo 2016 | Commenti (0) 
 
25 Centodieci/56: una notte in Veneto
FEB Centodieci
Sono indietrissimo coi post sul Centodieci, ma il fatto è che prendi ad esempio Belluno: che mai si può scrivere di Belluno che non sia già stato detto - ne prendo una caso, toh - di Rovigo?
No vabbè, dài, è inutile che ci provi ogni volta: almeno a Belluno ci sono le montagne, c'è il Piave, per dire, che però quando siamo passati noi non mormorava, solo che lei si è messa a cantare Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio e io non me la sono più tolta di testa per tre giorni.
Il Piave mormorava, intendo.

C'è una piazza centrale un po' strana a Belluno e per la verità è tutta un po' strana Belluno, sembra più che altro un paesone buttato lì a caso, in una posizione curiosa, aggrappato sul fianco di una collina, che ti chiedi com'è davvero che a qualcuno sia passato per la testa di farne un capoluogo di provincia, ma va anche detto che la stessa considerazione la si può fare per almeno la metà dei capoluoghi italiani, il che da una parte in effetti giustificherebbe una riduzione drastica delle amministrazioni locali, dall'altra spezza una lancia a favore di Belluno, ché diciamolo, perché ad esempio Potenza sì e Belluno no?
E poi, se guardi la carta geografica, ci sta di piazzare un capoluogo da qualche parte lì in mezzo e quindi Belluno va bene.

Ho perfino cercato di farmi assumere a Belluno qualche mese fa, ma non mi hanno voluto. Peccato, perché mi interessava. Come avrei fatto poi a gestirmi un lavoro a Belluno non mi è chiarissimo, ma a quelle cose uno caso mai ci pensa poi, se ne vale la pena.
Comunque Belluno è davvero in culo eh, alla fine forse magari m'è andata bene.
Io comunque a Belluno ci sarei andato. Anche prima di sapere com'era. Me la prendevo a scatola chiusa Belluno, vedi tu. Altro che Rovigo.

A Belluno abbiamo pernottato in un albergo molto, ma molto bello, una villa del '600 riadattata ad hotel dove tutti sono molto carini e gentili, che però sta in mezzo a un bosco e se ci arrivi di sera (se ci arrivi, perché il navigatore ti spara da un'altra parte), soprattutto d'inverno, un po' ti pare l'Overlook hotel. Però non ho visto le gemelle nei corridoi e poi non c'era la neve, nemmeno il labirinto, e se mancano la neve e il labirinto non puoi fare Shining.
Che già, il fatto che non ci fosse neve a Belluno a fine dicembre, né un filo in tutto l'arco alpino, è di per sé del tutto surreale e poteva tranquillamente essere fine maggio.
Abbiamo anche mangiato molto bene a Belluno e nulla, se non fosse che per dormire e mangiare bene a Belluno ti tocca andarci, a Belluno intendo, che non è che Belluno sia esattamente dietro l'angolo - l'ho già detto - varrebbe la pena andare a Belluno solo per dormire e mangiare.

Vabbè, non so se si è capito quello che volevo dire, ma per riuscire a mettere insieme un post su Belluno ho impiegato due mesi, tipo.
Comunque peccato per il lavoro a Belluno.

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Belluno, Cattedrale di San Martino

Insomma: fra Natale e Capodanno ne ho approfittato dunque per dare un'altra botta al Progetto 110. La meta principale (si è capito?) era Belluno, tappa numero cinquantacinque, dove non ero mai stato. Anche perché Belluno è peraltro sufficientemente fuori mano, devi proprio andare a cercartela, eccetera.

Sulla via del ritorno da Belluno, rapida sosta a Treviso, dove non tornavo da almeno sette anni, e dunque mancava all'appello del progetto, ché il Centodieci è nato in anni successivi.
Curiosità e karma vogliono che sia poi ripassato nuovamente da Treviso nel giro di un mese per un (altro) colloquio di lavoro: e niente, è un periodo che sono a caccia di lavoro e in Italia pare che si lavori solo in Veneto.
Comunque, a saperlo, mi sarei risparmiato la deviazione tornando da Belluno, ché anche Treviso non è che sia esattamente girato l'angolo rispetto a qua e soprattutto l'abbiamo beccata con una giornata oggettivamente orrenda e nebbiosa, che già Treviso non è che sia particolarmente accogliente e amichevole di per sé; quando ci sono tornato al secondo giro sono arrivato con una bellissima giornata di sole, ma purtroppo al tramonto. E poi ormai l'avevo già timbrata.
Insomma, alla fine anche Treviso ce la siamo dunque sfangata e Centodieci a quota cinquantasei.

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Treviso, il duomo

Infine Verona, che avevo già ufficiosamente mappato nel Progetto 110 grazie ad alcune foto d'archivio scattate per caso qualche anno fa, durante un passaggio in città per tenere una conferenza. Mi mancava però la foto del duomo, che è fondamentale per certificare la tappa nei termini del progetto.
Così, andando a Belluno (ho già detto che Belluno è un po' in culo al mondo?), abbiamo approfittato della sosta pranzo per mettere il sigillo definitivo anche a Verona.

Va detto che il duomo è del tutto anonimo, per giunta stretto fra i palazzi attorno e una fila di auto parcheggiate proprio davanti alla facciata, che di fatto tagliano sul nascere qualunque pretesa di tirar fuori una foto almeno decente, soprattutto in una giornata uggiosa come quella in cui ci siamo capitati, e quindi niente, la foto del duomo la metto solo in archivio e non in questo post, perché è oggettivamente brutta più del dovuto.

Per il resto, Verona, l'Arena, il balcone di Romeo e Giulietta, Vicolo Miracoli senza gatti, il solito grazie.
Nulla, io continuo ad avere un pessimo rapporto col Veneto.

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Verona02
Verona
TAG: belluno, treviso, verona
23.38 del 25 Febbraio 2016 | Commenti (0) 
 
02 Centodieci/54: Napoli (Southtrip part IV & closure)
NOV Centodieci
Capirai, mi chiedi di scrivere di Napoli.

Nel corso di questo progetto, che è ormai quasi giunto a metà percorso e mi pare infinito (a proposito, nel frattempo ne ho messo in cantiere un altro assai più improbabile, ne riparleremo) - dicevo: che mi pare infinito, ho già dovuto scrivere di Roma, di Milano (di malavoglia), di Genova, che lo sai scrivere di Genova come può essere difficile per me. E ancora mi manca Venezia (e certo, son riuscito perfino con Rovigo). Ma confrontarsi con Napoli è tutt'altra cosa.
Poi adesso sono pure condizionato, ché altrove S. scrive che cado nei luoghi comuni, e c'ha pure ragione, ché mentre camminavo per la prima volta per Napoli come un qualunque turista io mi raffiguravo proprio un post interamente costruito sui luoghi comuni, mi piaceva l'idea, ché se non affronti proprio Napoli partendo dai luoghi comuni, dove altro allora puoi farlo?
Per esempio, vedi Napoli e poi muori: tipo, quando? Perché io sono tornato un paio di mesi fa e sono ancora vivo, ma non è che adesso possa svegliarmi ogni mattina con 'sto patema.

Per esempio, sì - e so che magari adesso tu crederai che lo scriva apposta, ma ti giuro che non è così: Napoli è il primo posto al mondo, e sottolineo al mondo, dove a un certo punto mi sia arreso e abbia abbandonato l'auto per l'incapacità di districarmi nel traffico, nonostante avessi due navigatori a guidarmi. Due. Ma niente. Ho guidato in Kosovo e in Albania, fra le montagne del Lesotho e in mezzo ai deserti del Namib e del Sahara, mi son perfino fatto strappare una portiera da una tempesta islandese e son riuscito lo stesso a tornare a casa, ma al punto di riconsegna dell'AVIS di Napoli Centrale, io, non sono riuscito ad arrivarci.
Alla fine, esasperato, ho mollato il colpo: ho accostato nel primo buco che ho trovato, fra dozzine di motorini parcheggiati a cazzo, ovviamente in sosta vietata, a circa un chilometro dalla mia destinazione, mi sono messo d'accordo con un parcheggiatore abusivo che mi ha immediatamente puntato - e adesso vi racconto anche di questa - e ho proseguito a piedi fino all'AVIS. E non so se mi giravano più per la stanchezza, per il caldo, o per non essere stato capace di una cosa davvero stupida come riconsegnare un'auto a noleggio all'ufficio di competenza.
Poi dice che cedo ai luoghi comuni. Credi che non ci abbia pensato, mentre mi chiedevo se lasciare il trolley nel baule, col tablet dentro, o trascinarmelo dietro per un chilometro per le vie e il caos di Napoli?

Nemmeno son sceso dall'auto che il tipo mi si avvicina: - Dottò, qui ci vuole il bigliettino. - Ah, e quanto fa? - Dipende dottò, quanto si ferma? - Mah, non so, forse nemmeno mezz'ora, è un'auto a noleggio, dovrei solo riconsegnarla. Sa come faccio a raggiungere l'AVIS? - Eeeeeeh, dottò, dia retta ammè, lasci perdere, vada a piedi. Se la lascia mezz'ora fa un euro.
(Avreste dovuto leggere metà conversazione con forte cadenza napoletana: rifate, su).
Gli do due euro. Si allontana. Si ferma a parlare con una ragazza che ha mollato l'auto in doppia fila poco avanti a me. Motorini che schizzano ovunque. Un autobus blocca di traverso un incrocio perché non riesce a fare manovra per girare. Traffico impazzito, clacson, croce uncinata, caldo.
Mi avvicino e gli chiedo: - Scusi, il bigliettino? - Eeeh, dottò, stia tranquillo, un attimo che sto parlando con la signora.
Poi sparisce. Dopo un po' torna con un bigliettino. C'è scritto "sosta 20 minuti". Me lo mette sotto il tergicristallo e se ne va. Coi miei due euro.

All'ufficio dell'AVIS c'è una coda assurda di gente incazzata, perlopiù stranieri, un solo impiegato al banco. Sono le 16 di un venerdì pomeriggio di fine estate, inizio del weekend. Un impiegato solo, decine di persone con in mano la stampa della prenotazione on-line. Conto diversi fuck ed espressioni in altre lingue aliene che ritengo analoghe.
In un angolo del piccolo ufficio se ne sta seduto un vecchio napoletano uscito da un film di Totò, con la camicia aperta, una giacca lisa e una specie di panama calato sugli occhi. Si fa un po' d'aria con un giornale.
Dopo un'ora e mezza di attesa è il mio turno e mi scontro subito con l'impiegato: gli metto le chiavi sul bancone, gli spiego dov'è l'auto e gli dico che se la vadano a riprendere, ché io non sono capace di riportargliela e ho già perso fin troppo tempo fra l'averci provato e la coda per riconsegnare le chiavi.
Mi dice che non è possibile, che lui è da solo e devo riportargli l'auto. Probabilmente io ho già gli occhi iniettati di sangue. Fuori minaccia temporale ed era una giornata bellissima. Gli rispondo che non è un mio problema, che s'arrangino.
Il vecchio alza la tesa del panama, mi guarda e stancamente mi fa: - Dottò, dove ha detto che l'ha lasciata?
Glielo spiego. Si alza e si sistema la giacca: - Ci penso io, mi porti all'auto.
Arriviamo dove l'ho parcheggiata, nessuna multa, il trolley è sempre lì. Ho pagato "il bigliettino". Da lontano il parcheggiatore mi saluta con un cenno. Il vecchio la guarda e mi fa: - Ma come c'è riuscito a parcheggiarla in mezzo a tutti questi motorini, dottò?
Sorrido: - Crede che a Milano sia facile parcheggiare?
Scuote la testa, si guarda attorno e commenta: - Eh, dottò, da qui è un macello riportarla all'ufficio.
Grazie, me ne ero accorto.
Sale e si mette alla guida, io al posto del passeggero. Ci vogliono venti minuti di giri assurdi, vicoli a filo di specchietti, slalom fra motorini, carretti, auto e autobus incastrati e anche un paio di divieti di svolta, ma alla fine arriviamo.
L'ingresso del garage però è bloccato dal traffico. Lui semplicemente si ferma in mezzo alla strada - in mezzo alla strada - scende, chiama il tipo dell'AVIS, mi consegna il trolley e mi fa: - Non si preoccupi dottò, va bene così, ci pensa lui.
Dietro si forma una coda spaventosa e si scatena un inferno di clacson, mentre gente inferocita abbassa i finestrini e inizia a chiamare in causa ogni santo del calendario. Lui con molta flemma napoletana li manda tranquillamente a quel paese e si allontana. Io pure, trascinandomi il trolley, mentre inizia a piovigginare. Raggiungo a piedi il mio hotel lì vicino.
Benvenuto a Napoli.

Dice, non cadere però nei luoghi comuni.

Per esempio, a Napoli la metropolitana ha la linea 1 e la linea 6. Cioè, a Milano ci prendiamo da soli per il culo perché abbiamo la 1, la 2, la 3 e la 5, ché la 4 è un'opinione e chissà per quanti anni lo sarà. A Napoli sono molto oltre: hanno la 1 e la 6, e fine. Perché? E perché no, tutto sommato. Han ragione loro.

Napoli è esattamente come deve essere Napoli se sei un turista e sbarchi per la prima volta a Napoli, pur essendo italiano e sapendo benissimo com'è Napoli nei luoghi comuni, nonostante Maradona, Gigi d'Alessio, Saviano, Pino Daniele e Tony Esposito. Perché poi, diciamolo, tutti dimenticano sempre Tony Esposito. Invece io arrivo a Napoli e mi viene in mente Tony Esposito. E pensare che da ragazzo ho imparato a suonare la chitarra sulle canzoni di Bennato. Quello dei Buoni e Cattivi eh, mica quello che conoscete voi giovani, quelle che canta con la Nannini e che poi va alla televisione da Massimo Giletti (in non lo so mica se Bennato sia mai stato da Massimo Giletti, ma oggigiorno non si può mai sapere).
Io poi avevo pure un ellepì di Enzo Avitabile. Tu pensa, cosa cazzo mi è venuto in mente nella mia vita di spendermi i soldi della paghetta per comprarmi un ellepì di Enzo Avitabile.

Ecco: io di Napoli, ad esempio, ho notato le centinaia di vetrine dei posti dove scommettere. L'intera città sembra esserne invasa, come un virus che si sia fatto strada per le vie (farsi strada per le vie mi pare stia poco in piedi, o forse anche no) e abbia aggredito tutto il tessuto urbano. E me li vedo i napoletani che scommettono, che scommettono su qualunque cosa, proprio come filosofia di vita, come è inevitabile non associare Napoli al gioco del lotto. Immagino fiumi di denaro che scorrono nelle cavità sotterranee di Napoli, rapidissimi, si scioglierà o non si scioglierà il sangue di San Gennaro?

Ci sono stato nella cappella di San Gennaro, nel duomo, che poi più che una cappella è quasi una cattedrale a sé. Ed ero di frettissima accidenti, ché a Napoli sono arrivato nel pomeriggio, ho perso tempo all'AVIS, e poi il diluvio universale, e il mattino dopo avevo il treno alle sette, e dunque mi erano rimaste solo pochissime ore per tutta Napoli, tutta Napoli, capisci, una missione impossibile.
Dice, vai a vedere il Cristo Velato: non era nemmeno lontano, avrei potuto tentare. Ma c'era il duomo, e il Vesuvio, e Palazzo reale, e Piazza Plebiscito, e il Maschio Angioino, e volevo pure mangiare la pizza e e' spaghett ca' pummarola 'ncoppa, che capisci che avendo un solo pasto a disposizione non era nemmeno facile, eppure sono riuscito a fare pure quello. E accidenti no, il Cristo Velato me lo sono proprio perso, ma quel che forse è ancora peggio è che sono stato nella cappella di San Gennaro, ma mi son perso il tesoro e ho letto poi che il tesoro di San Gennaro è davvero unico al mondo, imperdibile: lo avevo lì e nulla, non lo sapevo. Non avevo fatto nemmeno a tempo a documentarmi per bene.
Accidenti, Napoli. Vedi Napoli e poi muori un tubo, ché devo tornare a vedere il Cristo Velato e il tesoro di San Gennaro, perlomeno.

Napoli è una sfida improba fra poesia, umanità e degrado. Attraverso il piazzale della stazione in un'alba livida e umida, trascinandomi dietro il mio trolley. Sono uscito dall'hotel senza avere nemmeno fatto colazione. Un messaggio sul mio social network preferito mi ricorda di non partire da Napoli senza avere almeno preso una sfogliatella.
La piazza è circondata dalle vetrine dei bar che espongono milioni di sfogliatelle appena sfornate. Realizzo che forse non ho mai mangiato una sfogliatella in vita mia e mi fermo a fare colazione al tavolino di quello da cui esce il profumo più invitante.

Napoli11

Ho digerito la mia sfogliatella tre giorni dopo. Buona era buona, comunque, va detto. Però mi chiedo come si possa sopravvivere facendo colazione ogni mattina con una sfogliatella.
Poi dice, vedi Napoli e poi muori. Non so, ma nel dubbio del bicarbonato male non fa.

Sul treno che mi riporta al nord mi prende quella sensazione di rientro da un viaggio che di solito provo in aereo. Mi manca Napoli, accidenti. Non so com'è, l'ho solo attraversata nello spazio di un battito di ciglia, ancora non ho messo insieme tutte le immagini di questo strano e improvvisato giro al sud, Napoli nemmeno era prevista, mi era solo comoda per riportare l'auto - proprio così avevo pensato a casa prima di partire, rientro da Napoli perché mi è più comodo per lasciare l'auto. Sono un fine umorista.
Vabbè, tanto mi sono lasciato indietro anche Caserta, ché non è che puoi fare Caserta in mezza giornata, figurati Napoli. Quindi tocca tornare.
Mi appunto: Cristo Velato, tesoro di San Gennaro, Scampia.
No, forse Scampia no.
Per quanto.

(Poi va detto che mi sarei fermato un mese per fare tutta la costa amalfitana, Pompei, Paestum, Ischia, Capri, vabbè).

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Napoli
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Il Duomo di Napoli
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Il Maschio Angioino
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Piazza Plebiscito
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Napoli10
Quartieri spagnoli
TAG: Napoli
16.37 del 02 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
30 Centodieci/53: Salerno (Southtrip part III)
OTT Centodieci
Poi, quando arrivo a Salerno è più o meno l'ora di pranzo e mi infilo nel primo bar che incontro sul lungomare. Il tipo al banco mi fa "Buongiorno, cosa prendete?" e di riflesso, al solito, mi giro per guardare se c'è qualcuno con me, ché ancora non ho imparato.
Niente, non c'è nessuno con me, però a un tavolo vedo quattro tizi che fanno gesti assurdi fra di loro senza dirsi una parola, come fossero completamente impazziti, e penso che forse non potrò sopravvivere a lungo al Sud.

E nulla, erano sordomuti che dialogavano fra loro.

BenvenutiAlSud

Che poi, il Sud: innanzitutto al sud l'LTE sta fisso a cinque tacche, mentre io ad Arcore viaggio col 3G a un paio, se va bene e non piove, altrimenti gprs e pedalare, nell'angolo a fianco della finestra e tenendo il cellulare in alto vicino alla presa della cappa.
Poi al sud, tipo Salerno, per dire, il traffico: ziocaro, il traffico di Salerno (disse quello che ancora doveva andare a Napoli). Il traffico a Salerno è un po' tipo quello di Peshawar dopo un'incursione di droni americani che sganciano bombe intelligenti sul mercato del venerdì, senza riuscire a centrare uno dei settordicimila milioni di apecar che trasportano uranio impoverito. Tu sei lì in mezzo, fighetto, settentrionale, con la tua Audi col cambio automatico, bianca come la prima comunione, mentre orde di discendenti della dinastia degli Ayyubidi in sella ai loro motorini truccati Euro-meno-tre s'azzannano attorno ai tuoi paraurti col parc-distans-control e il sangue scorre a fiumi sul tuo cofano, e ti chiedi quanti punti patente possa valere uno scugnizzo che si porta via il tuo specchietto mentre il compare ti fa l'altra fiancata con la scimitarra ricurva. O la Beretta automatica, nel caso.

Mi guardano strano a Salerno, lo so, perché ho questa strana andatura foresta. Così mollo l'Audi-bianca-eccetera a noleggio sotto un'impalcatura pericolante e me ne vado a zonzo per i vicoli del centro storico, fighetto, settentrionale, col mio iPad e Google map, che non ha la minima idea di dove cazzo mi trovi. Anzi, secondo lui sono in mezzo a un rettangolo grigio uniforme, una cosa un po' tipo Matrix senza i numeri verdi che cadono. O la nebbia della Paullese a fine novembre.
Che vuoi che ne sappia d'altra parte, Google. Ché certi vicoli del centro storico di Salerno sono così stretti che a malapena ci passo a piedi con la mia 52. Una 50 la porti meglio e le spalle stanno a pennello coi muri laterali. Altro che Google car.
Certi vicoli di Salerno, anche, sono così silenziosi, deserti, roventi e umidi, con le persiane chiuse, che un po' ti par di sentirti addosso occhi che non vedi, che attraverso le feritoie seguono i tuoi movimenti e il tuo girovagare a caso senza via di uscita, tradito dall'internet due punto zero, sentendoti inesorabilmente un po' vittima di troppa letteratura e luoghi comuni, e del tuo accento del nord, mentre ti accorgi che stai stringendo a te l'iPad con più attenzione del dovuto e ti senti anche un po' stupido, ché prova a girar la sera per Quarto Oggiaro, altroché, altro che i vicoli stretti di Salerno alle due del pomeriggio.

Tant'è, quando in fondo alla strettoia vedo infine la luce forte che arriva dal mare, la seguo e vado in cerca di una bottiglietta d'acqua minerale.
Ché a Salerno fa caldo. Boia se fa caldo al sud.
Il duomo poi - chettelodicoafare - era naturalmente chiuso.
Però ho visto l'acquedotto romano. Non venite a Salerno per vedere l'acquedotto romano, date retta a uno del nord.

Salerno01
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Salerno
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Chiesa di Sant'Andrea de Lavina
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Cattedrale di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio Magno
TAG: salerno
01.15 del 30 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
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