Orizzontintorno Carlo Paschetto
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11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate, l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi, e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa, ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è la ragione per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
13 Centodieci/57: Venezia
MAR Centodieci
Oh, son quasi due mesi che devo buttar giù due note su Venezia e nulla, non so nemmeno da dove iniziare.
Innanzitutto ’sta cosa che invece delle strade con le auto a Venezia ci sia l'acqua coi motoscafi è ben strana, eh. Non so se ci avete mai fatto caso davvero. Per dire, non ci sono nemmeno le strisce pedonali. E le fermate degli autobus dei mezzi pubblici che galleggiano. Che tipo, se sei di Venezia e poco poco soffri il mal di mare, ora, dimmi tu come ti sposti che nemmeno c’è il bike sharing.

Poi c’è che a Venezia i veneziani ti parlano in inglese per default. Entri in un negozio, ti salutano e ti chiedono se hai bisogno in inglese. Arrivi in albergo, ti accolgono in inglese. Fai la coda a una biglietteria e si rivolgono a te in inglese. Va detto che probabilmente eravamo gli unici turisti italiani in giro per Venezia a fine gennaio, un po’ come quando ero in Kyrgyzstan. Comunque io le prime volte li guardavo con faccia da palombo e rispondevo “veramente siamo italiani”, poi ho lasciato perdere e ho iniziato a rispondere in russo per adeguarmi ai costumi locali.

A Venezia, in hotel, abbiamo fatto colazione con le posate d’argento. Questa mi mancava ancora, roba che nemmeno negli hotel degli Emirati quando mi mettevano le orchidee fresche dentro la tazza del cesso. True story. A colazione al posto del miele servivano direttamente pezzi di alveare. La doccia era arredata con un sistema di cromoterapia che nemmeno le luci del 2001 Odyssey de La febbre del sabato sera.
Sono venuto via da Venezia con il desiderio incontenibile di farmi fare la doccia della casa nuova con la cromoterapia psichedelica. E infatti. L’architetto mi ha guardato con schifo e ha detto che è un po’ kitsch, ma vabbè, visto che proprio insistevo.
Non potrò mai più farmi una doccia senza la cromoterapia psichedelica. D’altra parte i pezzi di alveare mi pare più complicato e le mie posate, va da sé, sono Ikea.

Oh, a Venezia non ho quasi colto alcun accenno di accento veneziano. Forse perché parlavano tutti inglese, peraltro. In ogni caso, ciò mi ha per un attimo riconciliato con il Veneto. Finché sulla strada del ritorno il treno non si è fermato a Mestre.
Comunque volevo dirvi che a Venezia sono tutti estremamente gentili e carini, né curiosamente hanno alcuna tendenza particolare a fotterti, cosa che quasi non ti pare di essere a Venezia, nemmeno in Italia, nemmeno a Roma. Ops, mi è scappata.
Anche a Napoli erano tutti estremamente gentili, a pensarci. Forse non mi hanno fottuto nemmeno a Napoli. In effetti Napoli sembra un po’ Venezia, a meno delle gondole, a più del Vesuvio. Comunque fare un giro in gondola a Venezia costa meno che fare cento metri in carrozza a Roma.
No, non abbiamo fatto il giro in gondola a Venezia.
Col senno di poi forse ci sono rimasto un po’ male. Ma tanto lo avevo già fatto quando avevo sette anni, probabilmente.

Ché in effetti, detto che se vuoi completare il Centodieci prima o poi devi ben armarti di coraggio e affrontare anche Venezia, non tornavo in Laguna da almeno una decina d’anni e nell’occasione, per la verità, ero stato solo a Burano. La volta precedente era stata quattordici anni prima e prima ancora, più o meno, una vita intera. E comunque io non l’avevo mai amata particolarmente Venezia e mi sarei anche risparmiato di tornarci, non fosse stato per il Centodieci.
E invece.

E invece lo scorso anno mi aveva regalato Vienna per i cinquanta, quest’anno mi ha regalato Venezia per i cinquantuno. A questo punto, per ragioni di congruità storica, il prossimo anno avrebbe quanto meno senso festeggiare i cinquantadue tornando a Budapest, ma io non l’ho mai amata particolarmente Budapest e d’inverno ci ho sempre patito un freddo bestia. E lei patisce il freddo anche a Venezia, immagina a Budapest. Quindi forse i cinquantadue li facciamo a Bangui.
Comunque questo è un post su Venezia. Tappa numero cinquantasette del Centodieci. Per festeggiare i cinquantuno.

Per caso era pure l’inizio del carnevale. Non lo sapevamo, è capitato così. Il che mi ha fatto riflettere sul fatto che Venezia è quel posto dove per una settimana all’anno, anche se hai la prostata, puoi andare in giro vestito come un deficiente e nessuno ci fa caso, anzi, ti fanno le foto. Cioè, non è che ti fanno le foto perché sei vestito come un deficiente, ti fanno le foto perché è figo come sei vestito (come un deficiente, comunque).
Sì, vabbè, ok. Anche io ho fatto le foto, è vero. Però non ho fatto il giro in gondola.
Col senno di poi, vabbè, eccetera.

Tant’è, questo era un post che avrebbe dovuto essere stato scritto sulla scia delle emozioni del momento e invece è andato sedimentandosi come mille altri questi mesi. Ché a scriverlo in diretta ne avrei davvero avute di cose da scrivere, di Venezia.
Anche se poi, che altro vuoi scrivere di Venezia, o fotografare di Venezia, o dire di Venezia? Persino Roma mi era uscita più facile.
In realtà, parlando di emozioni, una cosa di Venezia alla fine l’ho focalizzata davvero. Ho capito cosa c’è che non va, che non è mai andato, fra me e Venezia. Ho capito che a me Venezia, in qualche modo, non emoziona. O perlomeno non aveva mai emozionato prima, perché in realtà questo weekend è stato bellissimo.

Venezia non mi emoziona come a suo tempo non mi emozionò per nulla New York. Venezia come New York, ecco perché.
Ricordo perfettamente il mio primo arrivo in America, a New York, venticinque anni fa: mi aggiravo per Manhattan, macinavo chilometri e chilometri a piedi fra i grattacieli, dalla East side alla West side, dal Battery Park fin su alla settantacinquesima, e pensavo embè, quindi? Non capivo.
Non capivo New York. A me non diceva nulla.

Capii poi, dopo un po’ di giorni. Io a New York ero già stato. C’ero già stato un milione di volte. C’ero stato nei film, nei telefilm, nei documentari, sui giornali, nei racconti degli altri, nei libri, nei miliardi di poster, fotografie, immagini, in tutte le pellicole della mia vita fino ad allora. New York era esattamente quella cosa lì: quando per la prima volta ci sbarcai davvero, di New York conoscevo ogni angolo, almeno nella mia testa. Non avevo visto altro per i ventisei anni precedenti della mia vita. C'era tutto quel che ci doveva essere. C'erano l'Empire State Building e le Torri Gemelle. C'erano la Statua della Libertà, il Ponte di Brooklyn e il Ponte di Verrazzano. C'era la metro de I guerrieri della notte, i taxi di Taxi driver, le discoteche de La febbre del sabato sera, i teatri di Broadway, Times Square. C'erano persino - pensa te, giuro - Simon & Garfunkel che cantavano al Central Park e i tassisti non ti portavano ad Harlem perché ti dicevano che quei giorni non era aria. C'erano pure i tombini che fumavano di notte come in 1997, Fuga da New York e probabilmente in giro c'era anche Jena Plinsky.
Che cazzo di altro dovevo vedere di New York?
Ah sì, questo è un post su Venezia, scusate.

Venezia è così: quando sei in Piazza San Marco, quando vedi il Campanile, il Palazzo Ducale, il Canal Grande, il Ponte dei Sospiri, le gondole, persino i gondolieri con la maglietta a strisce bianche e rosse pure se ci sono zero gradi, eccheccazzo; e poi, il milione di turisti attorno a te di qualunque provenienza geografica, razza, religione. Be’, non c’è dubbio: sei a Venezia.
Solo che l’hai già vista settordicimila volte.
Anche Paperino e gli anelli dei Dogi, del resto.
Infatti Paperozzo Paperozzi alla fine era andato sulla Luna con un razzo a pedali.

Epperò, questa volta sì: per una volta ho amato moltissimo Venezia ed è stato struggete lasciarla.
Per quanto mi sia vergognato a fotografarla. Col cellulare.

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TAG: Venezia
23.50 del 13 Marzo 2016 | Commenti (0) 
 
25 Centodieci/56: una notte in Veneto
FEB Centodieci
Sono indietrissimo coi post sul Centodieci, ma il fatto è che prendi ad esempio Belluno: che mai si può scrivere di Belluno che non sia già stato detto - ne prendo una caso, toh - di Rovigo?
No vabbè, dài, è inutile che ci provi ogni volta: almeno a Belluno ci sono le montagne, c'è il Piave, per dire, che però quando siamo passati noi non mormorava, solo che lei si è messa a cantare Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio e io non me la sono più tolta di testa per tre giorni.
Il Piave mormorava, intendo.

C'è una piazza centrale un po' strana a Belluno e per la verità è tutta un po' strana Belluno, sembra più che altro un paesone buttato lì a caso, in una posizione curiosa, aggrappato sul fianco di una collina, che ti chiedi com'è davvero che a qualcuno sia passato per la testa di farne un capoluogo di provincia, ma va anche detto che la stessa considerazione la si può fare per almeno la metà dei capoluoghi italiani, il che da una parte in effetti giustificherebbe una riduzione drastica delle amministrazioni locali, dall'altra spezza una lancia a favore di Belluno, ché diciamolo, perché ad esempio Potenza sì e Belluno no?
E poi, se guardi la carta geografica, ci sta di piazzare un capoluogo da qualche parte lì in mezzo e quindi Belluno va bene.

Ho perfino cercato di farmi assumere a Belluno qualche mese fa, ma non mi hanno voluto. Peccato, perché mi interessava. Come avrei fatto poi a gestirmi un lavoro a Belluno non mi è chiarissimo, ma a quelle cose uno caso mai ci pensa poi, se ne vale la pena.
Comunque Belluno è davvero in culo eh, alla fine forse magari m'è andata bene.
Io comunque a Belluno ci sarei andato. Anche prima di sapere com'era. Me la prendevo a scatola chiusa Belluno, vedi tu. Altro che Rovigo.

A Belluno abbiamo pernottato in un albergo molto, ma molto bello, una villa del '600 riadattata ad hotel dove tutti sono molto carini e gentili, che però sta in mezzo a un bosco e se ci arrivi di sera (se ci arrivi, perché il navigatore ti spara da un'altra parte), soprattutto d'inverno, un po' ti pare l'Overlook hotel. Però non ho visto le gemelle nei corridoi e poi non c'era la neve, nemmeno il labirinto, e se mancano la neve e il labirinto non puoi fare Shining.
Che già, il fatto che non ci fosse neve a Belluno a fine dicembre, né un filo in tutto l'arco alpino, è di per sé del tutto surreale e poteva tranquillamente essere fine maggio.
Abbiamo anche mangiato molto bene a Belluno e nulla, se non fosse che per dormire e mangiare bene a Belluno ti tocca andarci, a Belluno intendo, che non è che Belluno sia esattamente dietro l'angolo - l'ho già detto - varrebbe la pena andare a Belluno solo per dormire e mangiare.

Vabbè, non so se si è capito quello che volevo dire, ma per riuscire a mettere insieme un post su Belluno ho impiegato due mesi, tipo.
Comunque peccato per il lavoro a Belluno.

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Belluno, Cattedrale di San Martino

Insomma: fra Natale e Capodanno ne ho approfittato dunque per dare un'altra botta al Progetto 110. La meta principale (si è capito?) era Belluno, tappa numero cinquantacinque, dove non ero mai stato. Anche perché Belluno è peraltro sufficientemente fuori mano, devi proprio andare a cercartela, eccetera.

Sulla via del ritorno da Belluno, rapida sosta a Treviso, dove non tornavo da almeno sette anni, e dunque mancava all'appello del progetto, ché il Centodieci è nato in anni successivi.
Curiosità e karma vogliono che sia poi ripassato nuovamente da Treviso nel giro di un mese per un (altro) colloquio di lavoro: e niente, è un periodo che sono a caccia di lavoro e in Italia pare che si lavori solo in Veneto.
Comunque, a saperlo, mi sarei risparmiato la deviazione tornando da Belluno, ché anche Treviso non è che sia esattamente girato l'angolo rispetto a qua e soprattutto l'abbiamo beccata con una giornata oggettivamente orrenda e nebbiosa, che già Treviso non è che sia particolarmente accogliente e amichevole di per sé; quando ci sono tornato al secondo giro sono arrivato con una bellissima giornata di sole, ma purtroppo al tramonto. E poi ormai l'avevo già timbrata.
Insomma, alla fine anche Treviso ce la siamo dunque sfangata e Centodieci a quota cinquantasei.

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Treviso, il duomo

Infine Verona, che avevo già ufficiosamente mappato nel Progetto 110 grazie ad alcune foto d'archivio scattate per caso qualche anno fa, durante un passaggio in città per tenere una conferenza. Mi mancava però la foto del duomo, che è fondamentale per certificare la tappa nei termini del progetto.
Così, andando a Belluno (ho già detto che Belluno è un po' in culo al mondo?), abbiamo approfittato della sosta pranzo per mettere il sigillo definitivo anche a Verona.

Va detto che il duomo è del tutto anonimo, per giunta stretto fra i palazzi attorno e una fila di auto parcheggiate proprio davanti alla facciata, che di fatto tagliano sul nascere qualunque pretesa di tirar fuori una foto almeno decente, soprattutto in una giornata uggiosa come quella in cui ci siamo capitati, e quindi niente, la foto del duomo la metto solo in archivio e non in questo post, perché è oggettivamente brutta più del dovuto.

Per il resto, Verona, l'Arena, il balcone di Romeo e Giulietta, Vicolo Miracoli senza gatti, il solito grazie.
Nulla, io continuo ad avere un pessimo rapporto col Veneto.

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Verona
TAG: belluno, treviso, verona
23.38 del 25 Febbraio 2016 | Commenti (0) 
 
02 Centodieci/54: Napoli (Southtrip part IV & closure)
NOV Centodieci
Capirai, mi chiedi di scrivere di Napoli.

Nel corso di questo progetto, che è ormai quasi giunto a metà percorso e mi pare infinito (a proposito, nel frattempo ne ho messo in cantiere un altro assai più improbabile, ne riparleremo) - dicevo: che mi pare infinito, ho già dovuto scrivere di Roma, di Milano (di malavoglia), di Genova, che lo sai scrivere di Genova come può essere difficile per me. E ancora mi manca Venezia (e certo, son riuscito perfino con Rovigo). Ma confrontarsi con Napoli è tutt'altra cosa.
Poi adesso sono pure condizionato, ché altrove S. scrive che cado nei luoghi comuni, e c'ha pure ragione, ché mentre camminavo per la prima volta per Napoli come un qualunque turista io mi raffiguravo proprio un post interamente costruito sui luoghi comuni, mi piaceva l'idea, ché se non affronti proprio Napoli partendo dai luoghi comuni, dove altro allora puoi farlo?
Per esempio, vedi Napoli e poi muori: tipo, quando? Perché io sono tornato un paio di mesi fa e sono ancora vivo, ma non è che adesso possa svegliarmi ogni mattina con 'sto patema.

Per esempio, sì - e so che magari adesso tu crederai che lo scriva apposta, ma ti giuro che non è così: Napoli è il primo posto al mondo, e sottolineo al mondo, dove a un certo punto mi sia arreso e abbia abbandonato l'auto per l'incapacità di districarmi nel traffico, nonostante avessi due navigatori a guidarmi. Due. Ma niente. Ho guidato in Kosovo e in Albania, fra le montagne del Lesotho e in mezzo ai deserti del Namib e del Sahara, mi son perfino fatto strappare una portiera da una tempesta islandese e son riuscito lo stesso a tornare a casa, ma al punto di riconsegna dell'AVIS di Napoli Centrale, io, non sono riuscito ad arrivarci.
Alla fine, esasperato, ho mollato il colpo: ho accostato nel primo buco che ho trovato, fra dozzine di motorini parcheggiati a cazzo, ovviamente in sosta vietata, a circa un chilometro dalla mia destinazione, mi sono messo d'accordo con un parcheggiatore abusivo che mi ha immediatamente puntato - e adesso vi racconto anche di questa - e ho proseguito a piedi fino all'AVIS. E non so se mi giravano più per la stanchezza, per il caldo, o per non essere stato capace di una cosa davvero stupida come riconsegnare un'auto a noleggio all'ufficio di competenza.
Poi dice che cedo ai luoghi comuni. Credi che non ci abbia pensato, mentre mi chiedevo se lasciare il trolley nel baule, col tablet dentro, o trascinarmelo dietro per un chilometro per le vie e il caos di Napoli?

Nemmeno son sceso dall'auto che il tipo mi si avvicina: - Dottò, qui ci vuole il bigliettino. - Ah, e quanto fa? - Dipende dottò, quanto si ferma? - Mah, non so, forse nemmeno mezz'ora, è un'auto a noleggio, dovrei solo riconsegnarla. Sa come faccio a raggiungere l'AVIS? - Eeeeeeh, dottò, dia retta ammè, lasci perdere, vada a piedi. Se la lascia mezz'ora fa un euro.
(Avreste dovuto leggere metà conversazione con forte cadenza napoletana: rifate, su).
Gli do due euro. Si allontana. Si ferma a parlare con una ragazza che ha mollato l'auto in doppia fila poco avanti a me. Motorini che schizzano ovunque. Un autobus blocca di traverso un incrocio perché non riesce a fare manovra per girare. Traffico impazzito, clacson, croce uncinata, caldo.
Mi avvicino e gli chiedo: - Scusi, il bigliettino? - Eeeh, dottò, stia tranquillo, un attimo che sto parlando con la signora.
Poi sparisce. Dopo un po' torna con un bigliettino. C'è scritto "sosta 20 minuti". Me lo mette sotto il tergicristallo e se ne va. Coi miei due euro.

All'ufficio dell'AVIS c'è una coda assurda di gente incazzata, perlopiù stranieri, un solo impiegato al banco. Sono le 16 di un venerdì pomeriggio di fine estate, inizio del weekend. Un impiegato solo, decine di persone con in mano la stampa della prenotazione on-line. Conto diversi fuck ed espressioni in altre lingue aliene che ritengo analoghe.
In un angolo del piccolo ufficio se ne sta seduto un vecchio napoletano uscito da un film di Totò, con la camicia aperta, una giacca lisa e una specie di panama calato sugli occhi. Si fa un po' d'aria con un giornale.
Dopo un'ora e mezza di attesa è il mio turno e mi scontro subito con l'impiegato: gli metto le chiavi sul bancone, gli spiego dov'è l'auto e gli dico che se la vadano a riprendere, ché io non sono capace di riportargliela e ho già perso fin troppo tempo fra l'averci provato e la coda per riconsegnare le chiavi.
Mi dice che non è possibile, che lui è da solo e devo riportargli l'auto. Probabilmente io ho già gli occhi iniettati di sangue. Fuori minaccia temporale ed era una giornata bellissima. Gli rispondo che non è un mio problema, che s'arrangino.
Il vecchio alza la tesa del panama, mi guarda e stancamente mi fa: - Dottò, dove ha detto che l'ha lasciata?
Glielo spiego. Si alza e si sistema la giacca: - Ci penso io, mi porti all'auto.
Arriviamo dove l'ho parcheggiata, nessuna multa, il trolley è sempre lì. Ho pagato "il bigliettino". Da lontano il parcheggiatore mi saluta con un cenno. Il vecchio la guarda e mi fa: - Ma come c'è riuscito a parcheggiarla in mezzo a tutti questi motorini, dottò?
Sorrido: - Crede che a Milano sia facile parcheggiare?
Scuote la testa, si guarda attorno e commenta: - Eh, dottò, da qui è un macello riportarla all'ufficio.
Grazie, me ne ero accorto.
Sale e si mette alla guida, io al posto del passeggero. Ci vogliono venti minuti di giri assurdi, vicoli a filo di specchietti, slalom fra motorini, carretti, auto e autobus incastrati e anche un paio di divieti di svolta, ma alla fine arriviamo.
L'ingresso del garage però è bloccato dal traffico. Lui semplicemente si ferma in mezzo alla strada - in mezzo alla strada - scende, chiama il tipo dell'AVIS, mi consegna il trolley e mi fa: - Non si preoccupi dottò, va bene così, ci pensa lui.
Dietro si forma una coda spaventosa e si scatena un inferno di clacson, mentre gente inferocita abbassa i finestrini e inizia a chiamare in causa ogni santo del calendario. Lui con molta flemma napoletana li manda tranquillamente a quel paese e si allontana. Io pure, trascinandomi il trolley, mentre inizia a piovigginare. Raggiungo a piedi il mio hotel lì vicino.
Benvenuto a Napoli.

Dice, non cadere però nei luoghi comuni.

Per esempio, a Napoli la metropolitana ha la linea 1 e la linea 6. Cioè, a Milano ci prendiamo da soli per il culo perché abbiamo la 1, la 2, la 3 e la 5, ché la 4 è un'opinione e chissà per quanti anni lo sarà. A Napoli sono molto oltre: hanno la 1 e la 6, e fine. Perché? E perché no, tutto sommato. Han ragione loro.

Napoli è esattamente come deve essere Napoli se sei un turista e sbarchi per la prima volta a Napoli, pur essendo italiano e sapendo benissimo com'è Napoli nei luoghi comuni, nonostante Maradona, Gigi d'Alessio, Saviano, Pino Daniele e Tony Esposito. Perché poi, diciamolo, tutti dimenticano sempre Tony Esposito. Invece io arrivo a Napoli e mi viene in mente Tony Esposito. E pensare che da ragazzo ho imparato a suonare la chitarra sulle canzoni di Bennato. Quello dei Buoni e Cattivi eh, mica quello che conoscete voi giovani, quelle che canta con la Nannini e che poi va alla televisione da Massimo Giletti (in non lo so mica se Bennato sia mai stato da Massimo Giletti, ma oggigiorno non si può mai sapere).
Io poi avevo pure un ellepì di Enzo Avitabile. Tu pensa, cosa cazzo mi è venuto in mente nella mia vita di spendermi i soldi della paghetta per comprarmi un ellepì di Enzo Avitabile.

Ecco: io di Napoli, ad esempio, ho notato le centinaia di vetrine dei posti dove scommettere. L'intera città sembra esserne invasa, come un virus che si sia fatto strada per le vie (farsi strada per le vie mi pare stia poco in piedi, o forse anche no) e abbia aggredito tutto il tessuto urbano. E me li vedo i napoletani che scommettono, che scommettono su qualunque cosa, proprio come filosofia di vita, come è inevitabile non associare Napoli al gioco del lotto. Immagino fiumi di denaro che scorrono nelle cavità sotterranee di Napoli, rapidissimi, si scioglierà o non si scioglierà il sangue di San Gennaro?

Ci sono stato nella cappella di San Gennaro, nel duomo, che poi più che una cappella è quasi una cattedrale a sé. Ed ero di frettissima accidenti, ché a Napoli sono arrivato nel pomeriggio, ho perso tempo all'AVIS, e poi il diluvio universale, e il mattino dopo avevo il treno alle sette, e dunque mi erano rimaste solo pochissime ore per tutta Napoli, tutta Napoli, capisci, una missione impossibile.
Dice, vai a vedere il Cristo Velato: non era nemmeno lontano, avrei potuto tentare. Ma c'era il duomo, e il Vesuvio, e Palazzo reale, e Piazza Plebiscito, e il Maschio Angioino, e volevo pure mangiare la pizza e e' spaghett ca' pummarola 'ncoppa, che capisci che avendo un solo pasto a disposizione non era nemmeno facile, eppure sono riuscito a fare pure quello. E accidenti no, il Cristo Velato me lo sono proprio perso, ma quel che forse è ancora peggio è che sono stato nella cappella di San Gennaro, ma mi son perso il tesoro e ho letto poi che il tesoro di San Gennaro è davvero unico al mondo, imperdibile: lo avevo lì e nulla, non lo sapevo. Non avevo fatto nemmeno a tempo a documentarmi per bene.
Accidenti, Napoli. Vedi Napoli e poi muori un tubo, ché devo tornare a vedere il Cristo Velato e il tesoro di San Gennaro, perlomeno.

Napoli è una sfida improba fra poesia, umanità e degrado. Attraverso il piazzale della stazione in un'alba livida e umida, trascinandomi dietro il mio trolley. Sono uscito dall'hotel senza avere nemmeno fatto colazione. Un messaggio sul mio social network preferito mi ricorda di non partire da Napoli senza avere almeno preso una sfogliatella.
La piazza è circondata dalle vetrine dei bar che espongono milioni di sfogliatelle appena sfornate. Realizzo che forse non ho mai mangiato una sfogliatella in vita mia e mi fermo a fare colazione al tavolino di quello da cui esce il profumo più invitante.

Napoli11

Ho digerito la mia sfogliatella tre giorni dopo. Buona era buona, comunque, va detto. Però mi chiedo come si possa sopravvivere facendo colazione ogni mattina con una sfogliatella.
Poi dice, vedi Napoli e poi muori. Non so, ma nel dubbio del bicarbonato male non fa.

Sul treno che mi riporta al nord mi prende quella sensazione di rientro da un viaggio che di solito provo in aereo. Mi manca Napoli, accidenti. Non so com'è, l'ho solo attraversata nello spazio di un battito di ciglia, ancora non ho messo insieme tutte le immagini di questo strano e improvvisato giro al sud, Napoli nemmeno era prevista, mi era solo comoda per riportare l'auto - proprio così avevo pensato a casa prima di partire, rientro da Napoli perché mi è più comodo per lasciare l'auto. Sono un fine umorista.
Vabbè, tanto mi sono lasciato indietro anche Caserta, ché non è che puoi fare Caserta in mezza giornata, figurati Napoli. Quindi tocca tornare.
Mi appunto: Cristo Velato, tesoro di San Gennaro, Scampia.
No, forse Scampia no.
Per quanto.

(Poi va detto che mi sarei fermato un mese per fare tutta la costa amalfitana, Pompei, Paestum, Ischia, Capri, vabbè).

Napoli01
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Napoli
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Il Duomo di Napoli
Napoli07
Il Maschio Angioino
Napoli08
Piazza Plebiscito
Napoli09
Napoli10
Quartieri spagnoli
TAG: Napoli
16.37 del 02 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
30 Centodieci/53: Salerno (Southtrip part III)
OTT Centodieci
Poi, quando arrivo a Salerno è più o meno l'ora di pranzo e mi infilo nel primo bar che incontro sul lungomare. Il tipo al banco mi fa "Buongiorno, cosa prendete?" e di riflesso, al solito, mi giro per guardare se c'è qualcuno con me, ché ancora non ho imparato.
Niente, non c'è nessuno con me, però a un tavolo vedo quattro tizi che fanno gesti assurdi fra di loro senza dirsi una parola, come fossero completamente impazziti, e penso che forse non potrò sopravvivere a lungo al Sud.

E nulla, erano sordomuti che dialogavano fra loro.

BenvenutiAlSud

Che poi, il Sud: innanzitutto al sud l'LTE sta fisso a cinque tacche, mentre io ad Arcore viaggio col 3G a un paio, se va bene e non piove, altrimenti gprs e pedalare, nell'angolo a fianco della finestra e tenendo il cellulare in alto vicino alla presa della cappa.
Poi al sud, tipo Salerno, per dire, il traffico: ziocaro, il traffico di Salerno (disse quello che ancora doveva andare a Napoli). Il traffico a Salerno è un po' tipo quello di Peshawar dopo un'incursione di droni americani che sganciano bombe intelligenti sul mercato del venerdì, senza riuscire a centrare uno dei settordicimila milioni di apecar che trasportano uranio impoverito. Tu sei lì in mezzo, fighetto, settentrionale, con la tua Audi col cambio automatico, bianca come la prima comunione, mentre orde di discendenti della dinastia degli Ayyubidi in sella ai loro motorini truccati Euro-meno-tre s'azzannano attorno ai tuoi paraurti col parc-distans-control e il sangue scorre a fiumi sul tuo cofano, e ti chiedi quanti punti patente possa valere uno scugnizzo che si porta via il tuo specchietto mentre il compare ti fa l'altra fiancata con la scimitarra ricurva. O la Beretta automatica, nel caso.

Mi guardano strano a Salerno, lo so, perché ho questa strana andatura foresta. Così mollo l'Audi-bianca-eccetera a noleggio sotto un'impalcatura pericolante e me ne vado a zonzo per i vicoli del centro storico, fighetto, settentrionale, col mio iPad e Google map, che non ha la minima idea di dove cazzo mi trovi. Anzi, secondo lui sono in mezzo a un rettangolo grigio uniforme, una cosa un po' tipo Matrix senza i numeri verdi che cadono. O la nebbia della Paullese a fine novembre.
Che vuoi che ne sappia d'altra parte, Google. Ché certi vicoli del centro storico di Salerno sono così stretti che a malapena ci passo a piedi con la mia 52. Una 50 la porti meglio e le spalle stanno a pennello coi muri laterali. Altro che Google car.
Certi vicoli di Salerno, anche, sono così silenziosi, deserti, roventi e umidi, con le persiane chiuse, che un po' ti par di sentirti addosso occhi che non vedi, che attraverso le feritoie seguono i tuoi movimenti e il tuo girovagare a caso senza via di uscita, tradito dall'internet due punto zero, sentendoti inesorabilmente un po' vittima di troppa letteratura e luoghi comuni, e del tuo accento del nord, mentre ti accorgi che stai stringendo a te l'iPad con più attenzione del dovuto e ti senti anche un po' stupido, ché prova a girar la sera per Quarto Oggiaro, altroché, altro che i vicoli stretti di Salerno alle due del pomeriggio.

Tant'è, quando in fondo alla strettoia vedo infine la luce forte che arriva dal mare, la seguo e vado in cerca di una bottiglietta d'acqua minerale.
Ché a Salerno fa caldo. Boia se fa caldo al sud.
Il duomo poi - chettelodicoafare - era naturalmente chiuso.
Però ho visto l'acquedotto romano. Non venite a Salerno per vedere l'acquedotto romano, date retta a uno del nord.

Salerno01
Salerno02
Salerno03
Salerno04
Salerno
Salerno05
Chiesa di Sant'Andrea de Lavina
Salerno06
Salerno07
Cattedrale di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio Magno
TAG: salerno
01.15 del 30 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
05 Centodieci/52: Benevento e Avellino (Southtrip part II)
OTT Centodieci
Adesso vi dico di Benevento. A Benevento danno del "voi". Poiché non scendevo in Campania dai tempi del Regno delle Due Sicilie e non sono quindi uso a queste cortesie, ho collezionato una fila di gaffe da competizione. Tipo quando per cena mi sono seduto al tavolo di un bel ristorante sotto l'Arco di Traiano, il cameriere avvicinandosi mi ha chiesto "dite" e gli ho risposto "grazie, sono da solo".
Annoto che al medesimo tavolo sono stato divorato dalle zanzare. Le zanzare sono per l'appunto quelle citate nel post precedente su Potenza. Per qualche ragione ignota non mi aspettavo zanzare a Benevento, ché le zanzare secondo me vivono solo in Padania, nella tundra artica e in tutti i posti dove amo viaggiare, e invece no, esistono le zanzare anche a Benevento e sono ferocissime.
Così, per vostra informazione.

Siccome poi sono recidivo, anche a Benevento prima di cena ho ordinato uno spritz. Mi han portato questo:

Benevento07


Mi pare di averlo già scritto altrove: non ordinate mai uno spritz al di sotto del Po, mai.

A proposito di cena: a Benevento cenano tardissimo. Io, da buon genovese trapiantato in Padania, mi ero seduto al tavolo puntuale alle 20:00:00 e mi ero molto meravigliato di essere praticamente l'unico avventore, trattandosi di una bella serata di fine estate, all'aperto, calda, satura di zanzare, in un bel ristorante davanti alla testimonianza storica simbolo di Benevento.
Alle dieci di sera, mentre pagavo il conto, il ristorante stava iniziando a riempirsi. C'era anche una tavolata di settanta persone, praticamente tutta Benevento al completo. D'altra parte a Benevento è evidente che si conoscono tutti fra di loro, è sufficiente farsi due vasche su per Corso Garibaldi all'ora dell'aperitivo, quanto basta per sentirsi foresto, così foresto e del nord che per il solo fatto di passeggiare per Corso Garibaldi ti guardano con quella faccia un po' così tipo "dottò, avete bisogno?", anche se quella faccia un po' così è poi una citazione riferita ad altrove, e niente, mi sto perdendo, adesso riprendo il filo.
A Benevento, comunque, sono tutti estremamente gentili. Tranne in hotel, dove te la menano un po' perché hai la carta d'identità scaduta da qualche mese e non l'accettano. Come se adesso ci mettessimo a fare i puntacazzisti sul regolamento proprio in Campania. Eddai, su.

A Benevento, poi - che non so se vi ho già detto è sorprendentemente piacevole - dicevo, a Benevento c'è anche un teatro romano dove si paga il biglietto di ingresso per la visita, solo che dentro non c'è praticamente nulla, a parte qualche avanzo di colonna per terra e le gradinate che vengono utilizzate per gli spettacoli estivi.
Quindi ho pagato il biglietto di ingresso per vedere due colonne per terra e gli operai che montavano i tubi Innocenti per sostenere l'impianto luci per lo spettacolo della sera.
Però c'era un tramonto con una luce bellissima.
E le zanzare.

Benevento01
Benevento, Arco del Sacramento
Benevento04
Benevento, teatro romano
Benevento05
Benevento, Cattedrale di Sancta Maria de Episcopio
Benevento06
Benevento, Chiesa di Santa Sofia
Benevento02
Benevento03
Benevento

Il mattino seguente mi sono poi avviato per Avellino, con molta calma invero, ché da una rapida occhiata a Wikipedia mi ero fatto l'idea che Avellino la potessi sfangare in un'oretta al massimo.
Mi sbagliavo: mi ci sono voluti quarantacinque minuti, solo perché ho deciso di prendermela comoda, ché altrimenti stavo sotto la mezz'ora.

Avvicinandosi ad Avellino il TomTom impazzisce del tutto, roba che al confronto Potenza gli sembrava Manhattan. Alla terza inversione a U impossibile che mi ha proposto (una in superstrada a quattro corsie, una dentro a un tunnel e una dentro a un senso unico largo due metri), ho preferito proseguire orientandomi col sole e l'orologio a lancette, come insegnava il Manuale delle Giovani Marmotte.
Va peraltro detto che Avellino è grande come il Manuale delle Giovani Marmotte volume uno, volume due compreso includendo i sobborghi.
Ad Avellino, comunque, esistono alcune strade che non sono mappate nemmeno su Google Maps. In pieno centro. Considerato che in tutta Avellino ci sono forse quindici strade in totale è evidente che la Google Car è stata tratta in inganno da un TomTom ed è rimasta intrappolata in un buio garage segreto di Avellino, in attesa del pagamento di un riscatto, senza aver potuto completare il proprio lavoro.
Ad Avellino, infine, si parcheggia per fortuna direttamente in Piazza Duomo (se riuscite ad arrivarci), e vi va anche bene perché non solo è impossibile parcheggiare in qualunque altro posto, ma anche perché gli avellinesi guidano tutti sotto i 10km/h con strade completamente vuote, son più lenti dei pedoni, e se siete usi a divincolarvi nel traffico milanese del primo mattino è probabile che un tubetto di Xanax non sia sufficiente per la vostra permanenza automobilistica ad Avellino.

Poi: Avellino si porta addosso tutt'ora qualche segno del terremoto del 1980, il che, a mezzogiorno di un giorno di fine estate con circa trentacinque gradi all'ombra - che non c'è, l'ombra intendo - mentre girate a piedi per l'inesistente centro cittadino sudandovi tutto il sudabile, porta a fare dei curiosi e surreali parallelismi fra Avellino e Tokyo, ragionando sull'ineluttabile destino dell'umanità.

Il duomo di Avellino, come da antica tradizione del Progetto Centodieci, era ovviamente chiuso e d'altra parte circondato da lavori in corso, non so se avanzi degli effetti del terremoto, nel qual caso non li chiamerei lavori "in corso", forse nemmeno lavori, diciamo piuttosto un'installazione. Peccato, perché aveva pure l'aria di poter essere interessante l'interno del duomo.
In tutto il resto di Avellino non ho quasi trovato anima viva, a parte pochi mezzi che circolano alla velocità sopra citata. Non è un caso che non ci sia anima viva nelle mie foto del centro di Avellino.
Non è nemmeno un caso che mi siano venute quasi solo foto in bianco e nero. Avellino non riesci a immaginarla a colori nemmeno dal vivo.
Comunque, raga, Avellino forse batte Rovigo.

No, dai, scherzavo. Niente può battere Rovigo.

Avellino01
Avellino02
Avellino03
Avellino
Avellino04
Avellino, Torre dell'orologio
Avellino05
Avellino, fontana di Bellerofonte
TAG: avellino, benevento
01.13 del 05 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/50: Potenza (and then there was South)
OTT Centodieci
Quindi sono andato al Sud. Tipo che l’ultima volta sotto a Roma, a memoria, mi pare sia stata una puntata quick and dirty per lavoro a Napoli attorno al 2003 e prima di quella occasione forse un evento analogo dieci anni prima.
Più in giù di Napoli si parla addirittura del '79: c’erano una Simca 1301 marrone e mio papà alla guida, per dire, o forse c’era già la Fiat 132, non ricordo, e comunque eravamo ancora in epoca borbonica, quindi forse nemmeno vale.
Esisteva ancora la A2, non so se mi spiego, e la A3 era probabilmente in condizioni migliori di oggi.
Che poi, diciamolo: il pezzo di A3 che ho guidato da Salerno fino al raccordo con la bretella per Potenza era più figo e nuovo della Milano-Torino, ma mi dicono che la leggendaria tratta infernale sia quella che prosegue poi per Reggio Calabria.

E niente, mi sono detto: vado a Potenza. Per dirvi la verità non avrei saputo nemmeno collocarla con precisione sulla carta geografica, Potenza, ma c’è il fatto che se vuoi completare il Progetto centodieci prima o poi bisognerà bene prendere e andare a Potenza (sì, lo so, anche a Villacidro e Sanluri, può essere che ne parliamo a dicembre).
Poi, tanto che c'ero e per dirvela tutta, son stato anche a Salerno, e poi a Benevento, e poi ancora ad Avellino e infine a Napoli. Mi son fatto prendere un po’ la mano, ché tanto che ero al sud, sai com’è, chissà quando mi ricapita. E poi son tutte lì e che ci vorrà mai ad andare ad Avellino, per dire, o a Benevento.

Be', insomma, mi ci son voluti quattro giorni fra andare, piazzare le bandierine e tornare, e quindi alla fine ne ho infilate cinque in un colpo e son balzato a quota cinquantaquattro su centodieci. Non vi gira un po' la testa con tutti 'sti numeri? A me sì.

Se poi vai al Sud, fra l'altro, di cose da scrivere ne accumuli a badilate e così sono andato a zonzo col solito bloc notes, quello elettronico dello smartfono, ché dovevo prendere appunti perché poi mi dimentico le cose, ché se ti spari cinque capoluoghi in tre giorni il rischio di fare un po' di casino poi c'è. Tipo, dov'è che m'han divorato le zanzare? E la fontana quellallà, dov'era?
Solo che adesso leggo gli appunti e non ricordo nulla lo stesso. E poi non so se farne un unico post, o farne cinque, o raggrupparle a due a due, che però non si può perché son dispari.

Vabbè, intanto vediamo: annotazioni su Potenza.

Autostrada. Non lo so come sia la A3 viaggiando verso Reggio Calabria, ma ho guidato lungo la bretella per Potenza. Qualche anno fa comunque anche la strada fra Tirana e Ohrid e sono orgogliosamente sopravvissuto a entrambe le esperienze. Nonostante la bretella per Potenza.

Freddo. Freddo faceva, in effetti, ché se non lo sapete Potenza sta in quota e pare che d'inverno sia spesso solita a metri di neve. E dunque la sera, pur nel contesto di un piacevole e soleggiato inizio settembre, sono stato ben felice di avere con me la felpina. Che è un po' come il coltellino svizzero e la lampada frontale: non dovrebbero mai mancare nel trolley.

Negozi cinque. Nel senso, a Potenza il pomeriggio i negozi aprono alle cinque. Praticamente l'ora in cui a Bolzano si va a cena. Dovessi proprio dire, mi sento geneticamente affine ai potentini, nonostante io sia inesorabilmente nordico, ma d'altra parte hanno la neve, e dunque.

Spritz. Ho preso uno spritz. Mi son seduto al tavolino di un bar per un aperitivo e ho chiesto uno spritz. A Potenza. Basilicata.
Mi hanno chiesto se volevo provare una variante inventata da loro, col vino rosso. L'ho provata. Faceva cagare. Non bevete lo spritz a Potenza, non fatelo mai. (In generale, forse, non chiedete mai uno spritz sotto al Po. Ma nemmeno sotto al Piave, va'.)

Pristina. Sono stato a Pristina, in Lesotho, a Tiraspol e poi a Potenza.

Guidare. Potenza è così topograficamente assurda che dopo essersi perso per la trentesima volta il Tom Tom mi ha fatto accostare, mi ha detto di arrangiarmi e si è spento. Per fortuna esiste Google Earth, ché l'unico modo di orientarsi a Potenza è per confronto diretto con le immagini satellitari. E non vi dico poi del parcheggiare a Potenza. Nel centro storico.
A Potenza, potendo (potendo, Potenza, sembra quasi venuta apposta e invece no) - dicevo - a Potenza, potendo, andateci in treno.
No, vabbè, niente. Non voglio nemmeno immaginare i treni che arrivano a Potenza.

Lo so, questo post fa abbastanza pena, meglio di così non mi viene, ma avete presente Potenza? D'altra parte son settimane che ci provo, alla fine la pianto sempre lì.
Comunque Potenza è meglio di Rovigo.
Del resto qualunque cosa è meglio di Rovigo.

Le altre tappe, poi, arrivano nei prossimi post. Non prometto di meglio, ve lo dico già.

Potenza01
Potenza02
Potenza03
Potenza04
Potenza05
Potenza06
Potenza07
Potenza
Potenza08
Edicola di San Gerardo, Potenza
Potenza09
Cattedrale di San Gerardo, Potenza
TAG: potenza
09.10 del 03 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
20 Centodieci/49: Rimini (e Riccione, e San Marino)
GIU Centodieci, Spostamenti
Poi, parliamo di Rimini: Rimini è quella roba dove da casa mia al casello di Rimini ci vogliono tre ore, dal casello di Rimini al primo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, dal primo semaforo di Rimini al secondo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, e così via di semaforo in semaforo (di Rimini), solo che da casa mia al casello di Rimini ci sono trecentocinquanta chilometri, dal casello di Rimini ai semafori successivi trecentocinquanta metri.
E adesso non so, parliamo del traffico di Milano, Roma e anche Bangkok.

In un Paese, peraltro, ormai devastato dalle rotonde anche nei posti più imbecilli dell’universo, tipo all’incrocio fra un’autostrada a sei corsie e il passo carraio di un fienile abbandonato dalla crisi agricola del 1860, a Rimini ce n’è solo una:

RN01
RN02

Io a Rimini non ero mai stato. Davvero. Si può non essere mai stati a Rimini (e a Riccione)? Sì, eccomi.
Così è capitato che Leonardo avesse i campionati nazionali di karate a Riccione e quindi via, spedizione sulla riviera romagnola e ci siam fatti campionati (dove il ragazzo, sia detto a titolo di orgoglio paterno, si è portato a casa un argento e un bronzo) e tappa Centodieci a Rimini.
Io, lipperlì, vista l'occasione sarei anche stato preso dalla foga di piazzare bandierine in ognidove attorno, tipo Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, ma alla fin fine avevamo solo il tempo fra un incontro di kumite e un turno di kata, e Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, volevan dire prenderne due alla volta, ché se vuoi piazzare la bandierina a Pesaro-Urbino non è che ti basta andare solo a Pesaro, o solo a Urbino. Come quella volta che siamo stati a Massa Carrara, per dire.
Che poi: la menano per anni con l’abolizione delle province, ma intanto Forlì all’improvviso è diventata Forlì-Cesena e Pesaro adesso fa Pesaro-Urbino. D'altra parte quando ho fatto Verbania me ne son toccate tre.
Comunque, insomma no: alla fine siamo stati solo a Rimini (e a Riccione) e la domenica ho portato i ragazzi a San Marino, ché così Leonardo ha piazzato il suo ventesimo Paese (in tre continenti) a soli 11 anni e Carola il tredicesimo (in due continenti) a 8 anni. Talis pater, eccetera.

Dunque, Rimini: io a Rimini non ero mai stato, ché anche da giovine, mentre tutti i miei amici andavano a Rimini, io andavo a Capo Nord in tenda da solo, alle Svalbard in tenda da solo, in Patagonia (d’inverno) in tenda da solo o, nella migliore delle ipotesi, in mezzo al Sahara con una R4 e una sbarra di ferro per smontare gli pneumatici, forgiata dal fabbro di Douz seguendo un disegno che gli avevo scarabocchiato lipperlì su un foglio a quadretti.
Occhei, è vero: sono sempre stato un po’ snob sul tema Rimini, ma dovete prendermi così.
Poi, mica solo Rimini: Rimini e la riviera adriatica intera. Da Lignano Sabbiadoro fino a Francavilla al mare, il concetto di riviera adriatica come l'orrore del colonnello Kurtz.
Così, immaginatemi a cinquant'anni inscatolato in coda per la prima volta a un semaforo di Rimini, sotto la pioggia, il venerdì sera di un weekend di primavera, uno dei primi weekend in cui l’universo intero si muove per andare a Rimini.

E invece. Mi è piaciuta Rimini. Vedi a esser prevenuti. Oddio: mi è piaciuta perché non c'era un cane, nemmeno gli ombrelloni, è stata una bella giornata, ho fatto delle belle foto, abbiamo camminato tanto sulla spiaggia deserta, il mare era una tavola e perfino trasparente, c'erano molte conchiglie ed è stata una giornata di gran serenità e pace.
Costa un tubo, poi, Rimini. Almeno, a maggio, ché ad agosto non so.
Rimini ad agosto, colonnello Kurtz.
Non mi convincerete mai del contrario.
E comunque mai più a Rimini. Al massimo Forlì-Cesena.

Rimini01
Il Duomo di Rimini
Rimini02
Rimini03
Rimini04
Rimini
Rimini05
Riccione
SanMarino01
SanMarino02
San Marino
TAG: Rimini, Riccione, San Marino
08.38 del 20 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
16 Centodieci/48: Bolzano (e Stelvio, e Gavia, e Solda, eccetera)
GIU Centodieci, Spostamenti
Per la verità il giro Centodieci a Bolzano l’ho fatto ormai un anno fa, giusto il primo weekend di giugno, epperò il post mi è rimasto fermo fra le dita per tutti questi mesi.
È che a Bolzano in realtà son stato mille e una volta in vita mia, non è che l'occasione in sé fosse una novità. È che quel weekend ero partito coi ragazzi per fare altro: un giro al Gavia e allo Stelvio, e una visita a Juval e ai Messner Mountain Museum, sulle tracce del mio eroe e icona di gioventù.

È che volevo poi scrivere un post su altro, tipo che per una vita ho sempre sognato di ritirarmi, prima o poi, a far vita da eremita in una qualche valle di montagna: una vecchia casa walser da ristrutturare in alta Valsesia, o in fondo alla Valle Anzasca, ai piedi del mio Monte Rosa, o nei prati di Grindelwald, sotto l’Eigerwand, o una baita immersa nel Parco del Gran Paradiso; o al limite, proprio al limite, ad Andalo, nei luoghi della mia infanzia, all’ombra del Campanile Basso.
L’Alto Adige no, non lo avevo mai preso in considerazione. Non che non lo abbia frequentato, tanto da ragazzo, poi di nuovo da adulto, e pur tuttavia in qualche modo mi è sempre rimasto estraneo, sebbene abbia dato i natali alla maggior parte dei miei miti di giovane alpinista.

E nulla, scendendo dallo Stelvio sul versante di Trafoi, dove non transitavo da più o meno quarant'anni, e risalendo poi verso Solda per visitare il primo dei Messner Mountain Museum, lì sotto ai ghiacciai dell’Ortles all'improvviso ho trovato il luogo della mia vita. Così, trasportato quasi dal caso.
Perché io, dell'Ortles, non conosco e non conoscevo quasi nulla. In quella zona qualche anno fa avevo salito il Gran Zebrù e il Cevedale, due montagne meravigliose, peraltro due fra le ultime salite della mia carriera alpinistica, ed era quella la prima volta che mi cimentavo con le vette del gruppo e che mi ritrovavo l'Ortles davanti.
Che strano non aver mai preso in considerazione l'Ortles. Dev'essere stato per quella sfiga che lo accompagna, quel centinaio di metri che lo separano da quota quattromila, il limite del collezionista, la soglia al di sotto della quale non vale(va) la pena sprecar gambe e polmoni per piantare la mia piccozza su una cima. Quella stessa ragione per cui sali lo Shisha Pangma, ma non il Gyachung Kang .

Così, sono arrivato a Solda. Ho visitato il museo di Messner e ho visto la tuta con cui ha salito il Nanga Parbat nella solitaria del 1978, quella stessa tuta che indossava nell'autoscatto sulla cima, la foto di copertina del suo libro più bello, il primo dei suoi che abbia letto, molti anni fa, grazie al quale ho iniziato ad avvicinarmi all'alta quota, a sognare l'Himalaya e a studiare, da allora, tutto quello che c'è da sapere sull'aria sottile, sulla storia dell'alpinismo, sugli uomini e le montagne più alte del pianeta, fino a farne ben più che un hobby, una vera ossessione, il sogno di una vita, l'invariabile risposta alla domanda di ogni colloquio di lavoro: "Come si vede fra dieci anni?". In cima all'Everest.

Sono arrivato a Solda e ho pensato che era esattamente lì che volevo andare a vivere e ritirarmi, che quello era il mio luogo, che avevo trovato le mie radici ai piedi dell'unico ghiacciaio, sulle Alpi, che non avevo mai preso in considerazione.
Che lì ero a casa.
Tu guarda a volte, il caso.

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Il Gruppo dell'Adamello, salendo al Gavia da Ponte di Legno
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Il Passo di Gavia, a 2.621m
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Salendo al Passo dello Stelvio (2.758m) da Bormio
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Il versante di Trafoi del Passo dello Stelvio
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Solda (BZ), sede del Messner Mountain Museum "Ortles"
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Castel Juval, casa di Messner e sede del primo Messner Mountain Museum
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La tuta con cui Messner ha salito il Nanga Parbat in solitaria nel 1978

Poi nulla, abbiamo dormito in una Trafoi praticamente deserta, ché ancora non era stagione, e il giorno dopo siamo stati a Castel Juval, a casa Messner. Lo abbiamo pure incrociato, Reinhold.
Capirai, per me è stato un po' come andare alla Mecca e imbattermi in Maometto.

A Bolzano abbiamo fatto sosta sulla via del ritorno per farci un gelato e, tanto che c'eravamo, per onorare la quarantottesima tappa del Centodieci, visitando anche Castel Firmiano e il museo archeologico dell'Alto Adige, dove è conservata la mummia di Ötzi. Che si sa, son cose che ai ragazzi piacciono e poi le raccontano ai compagni di scuola.
E che devo aggiungere di Bolzano? D'estate è sempre maledettamente calda, è meno trentina (e meno accogliente) di Trento e meno altoatesina (e meno accogliente) di Innsbruck.
Bolzano per me è sempre stata un po' la Bologna alpina, un crocevia di transito per altri luoghi miei. Dev'essere che da bambino, ogni estate, si partiva da Andalo per venir qui a comprare il loden, ché ai miei piaceva vestirmi con il loden (e i pantaloni tirolesi), ed io da allora non ho mai più messo un cappotto in vita mia (men che meno pantaloni tirolesi con le stelle alpine e le bretelle), giuro. Io i cappotti proprio li odio, figurati quelli verde oliva. Ho sempre attribuito questo fatto al trauma infantile del loden verde coi bottoni di legno.

Va detto che a Bolzano, comunque, fanno sempre ottimi gelati. Anche se la gelateria di quegli anni, quella che mi impilava sul cono le palline una sopra all'altra, quella gelateria non l'ho mai più ritrovata.

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Bolzano, il centro
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Il duomo di Bolzano
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Castel Firmiano, Bolzano, sede di uno dei Messner Mountain Museum
TAG: bolzano, alto adige, gavia, stelvio, solda, juval, messner
16.34 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/47: Padova
GEN Centodieci, Amarcord
Son sei mesi che ho in canna 'sto post su Padova, ma tant'è. Sarà perché per me Padova è rimasta sempre via Rudena 45, l'immagine confusa di una specie di parco, o forse una piazza rotonda accanto a dei giardini, una stazione che non ricordo, e dei portici, credo. Immagini di un autunno di trentadue anni fa. Ché poi non ci son mai più tornato a Padova, da allora.
E dire che in questi ultimi quindici anni credo di aver percorso più volte la A4 di qualunque altra strada nel mondo, con l'esclusione giusto della tangenziale, per dire, e sai le centinaia di volte che me la son lasciata a destra, viaggiando verso est, o a sinistra, tornando verso ovest, Padova. Che poi, a pensarci bene, mica lo so davvero se Padova stia a destra (o a sinistra) rispetto a quei sensi di marcia. Ho sempre immaginato così. Quando ci sono infine tornato, lo scorso luglio, non ci ho poi fatto caso.

Ora, io son certo che lei mi ha ripetuto enne volte almeno una dozzina di cose che dovrei ricordarmi del nostro zingarare per Padova in attesa del concerto di Roger Waters, ché l'occasione è stata quella, ce l'eravamo tenuti da parte apposta il Centodieci a Padova, e in effetti io, di quel giorno a Padova, ricordo soprattutto il parcheggio a millemila chilometri dallo stadio, il caos per riuscire a prendere una navetta, il popolo di The wall che aveva invaso la città, il caldo, la sete.
Son passati sei mesi e non mi è rimasto molto altro, a parte giusto la basilica di Sant'Antonio inesorabilmente avvolta dalle impalcature, nella migliore tradizione del Centodieci. E sì, certo: la lingua del Santo. Dio, come ho fatto a dimenticarla, la lingua: ci siamo pure fatti la coda d'ordinanza nella cappella. La lingua, sì. No. No. No, non me la ricordo, su. Non è vero. Voglio dire, sono certo che l'abbiamo vista, ci siamo andati apposta, ma non la ricordo. Lo so che mi ha detto ricordati della lingua, ma mi sa che l'ho rimossa. Come quando vai a fare la spesa, ricordati la maionese, e poi tu torni e la maionese te la sei ovviamente dimenticata.
Però rammento che nella cappella c'era anche un sasso grigio e l'etichetta diceva che Sant'Antonio lo aveva usato come cuscino, e ho pensato che doveva essere molto scomodo dormire con la testa appoggiata a quel sasso. A qualunque sasso in generale, comunque.

Poi, per la verità, ricordo il caldo. E quel bar dove ci siamo fermati un'ora prima di avviarci verso lo stadio. L'unico bar di Padova senza l'aria condizionata. Credevo di svenire e ricordo che mi sono chiesto se davvero fosse valsa la pena venire a Padova per rivedere Roger Waters, che ad oggi rimane l'unica rockstar che abbia visto due volte in vita mia.
E comunque sì, la risposta è sì. Quella giornata è valsa la pena, in generale. È stata una gran giornata, anche se ce la siamo sudata tutta.

E sì, mentre gironzolavamo per Padova in attesa del concerto, ci siamo passati da via Rudena 45. Che in realtà è stato un po' per caso, ma la via è piuttosto centrale e anche a volerla evitare non è così immediato. Poi non so se davvero sia stato per caso, o se il mio percorso non potesse che passare da lì. So che a un certo punto, camminando, sull'angolo della via il cartello era quello.

Io la ricordavo diversa, via Rudena 45. Mi son fermato un istante davanti al portone, che non era affatto come nei miei ricordi, o forse sì, non saprei dirvi. Che strano.
Che strano che il ricordo non fosse preciso, disegnato perfetto in ogni particolare.
Mi son fermato lì un istante, ho cercato di mettere a fuoco alcune cose. Mi sono guardato attorno alla ricerca di quattro ragazzi diciassettenni che camminavano sotto i portici, per mano a coppie, o forse abbracciati, boh. La verità è che non lo ricordo affatto.
Nei trentadue anni precedenti mi era capitato spesso di immaginare, un giorno, di tornare in via Rudena 45, ed eccomi lì.
Mi sono sentito molto stupido.

Che strano avere avuto diciassette anni. E avere creduto a delle cose a diciassette anni. Quando hai diciassette anni ti credi di aver vissuto già la maggior parte della vita che valga la pena vivere, di sapere già tutto quello che c'è da sapere. Quando hai diciassette anni ti ammazzano cose che se potessi vederle con gli occhi di trent'anni dopo ti sentiresti davvero stupido, così stupido, inutile e piccolo che la tua unica preoccupazione sarebbe di cancellarne ogni traccia immediatamente e di sparire, altro che ricordi.
Io poi li ho odiati i miei diciassette anni.

L'ho googlata qualche volta, del resto googlo tutti io, ma non esiste proprio. Una flebilissima traccia qualche anno fa, il verbale di una classica riunione dei genitori, se non sbaglio. Null'altro. Svanita.
A pensarci bene, non sono sicurissimo che fosse poi davvero il 45. Credo di sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Dovrei andare a recuperare le lettere, che sono nel cassetto della libreria in corridoio dove tengo tutta la mia vita: diari, cartoline, pagine di quaderno, fotografie, biglietti, pezzi di ogni cosa. Ma in realtà non servirebbe nemmeno, perché su quelle buste c'è il mio indirizzo, sono io il destinatario. Le buste indirizzate in via Rudena mica le ho io.
Per fortuna. Ché a me non ha mai fatto alcuna tenerezza rileggere i miei diciassette anni.

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Padova, Palazzo della Ragione
Padova02
Piazza dei Signori, Palazzo del Capitanio e Torre dell'Orologio
Padova03
La Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori
Padova04
Padova, Piazza Antenore
TAG: padova
23.43 del 18 Gennaio 2014 | Commenti (0) 
 
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