Orizzontintorno Carlo Paschetto
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04 Più cose in cielo, Orazio, eccetera (Centodieci/75-80, parte due)
SET Viaggi verticali, Centodieci, Fotografia, Spostamenti
Più in cielo che in terra, nel senso. Ché son partito con sei o sette chili di attrezzatura fotografica con il proposito, anche, certo, di sfruttare il cielo buio e limpido dell'Appennino per qualche tentativo serio di astrofotografia, ma principalmente per la caccia fotografica all'orso e ai lupi marsicani.
È stato ben per gli appostamenti che mi son portato dietro il treppiede superpro di piombo e i due chili e passa del Sigma 50-500mm, oltre al Tamron 16-300mm (da tenere al collo durante il trekking), il Sigma 17-55mm (per l'astrofotografia), tre batterie e due power bank, una mezza dozzina di filtri, l'intervallometro col telecomando, iPad Pro, MacBook Pro e sa dio che altro, tutto ripartito fra il mio zaino e quello di Leonardo, mescolato a sacchi piuma, vestiti, giacche a vento, borracce e attrezzatura varia. Avevo quasi una mezza intenzione di partire pure con due corpi macchina, ma poi ha prevalso un nanosecondo di lucidità e ho preso con me solo la 80D.
Per dire, non ero così carico né l'ultima volta in Africa, né in Islanda, né certo lo scorso anno alle Azzorre quando pur andavo a caccia di balene. A pensarci, non lo ero stato nemmeno durante i sei mesi dell'overland in Asia, e dire che allora avevo anche la videocamera.

E niente. Ovviamente ho fatto quasi quattrocento fotografie col cellulare e meno di cinquanta con la Canon, perlomeno se parliamo di foto ad alzo zero, ovvero lo scopo principale del viaggio. Ché di orsi, lupi, financo talpe, cinghiali, lucertole, farfalle, formiche, chessò, almeno dei piccioni, nulla, non abbiamo visto una cippa in tre giorni di trekking e ore, e ore, e ore di cammino e scammellate nella peraltro bellissima e straordinariamente selvaggia natura dell'Appennino, che così selvaggia, e remota, e vuota, e silenziosa, va detto, sulle Alpi te la sogni.
Per contro, quassù al nord, stambecchi, camosci, marmotte e volpi vengono a mangiare al tuo tavolo in campeggio e ti fottono pure lo zaino con la merenda sotto al naso, se non fai attenzione. In Abruzzo no, un tubo, con buona pace del Corriere che mette sempre in home page i boxini con le foto della famiglia di orsi che va in paese a far la spesa, e della segnaletica del parco nazionale che avvisa i viandanti di fare attenzione a non fare a testate con plantigradi e lupi.
Ora, a quanto pare, a contarli ottimisticamente, ci son forse sessanta orsi in tutto l'Abruzzo e il Molise (fonte: le guardie forestali del Parco): dimmi tu la probabilità. Eddai, su.

Insomma: veniteci se vi piace camminare, se volete perdervi nella natura e in mezzo alle foreste vergini, se odiate la gente e non volete incontrare anima viva per giorni e se non avete i soldi per andare nel Pamir, che credetemi, è la stessa cosa tremila metri più in alto, a meno del caciocavallo e del Montepulciano, a più delle yurte dei nomadi kirghizi e dello yoghurt fermentato, che però può dare disturbi gastrointestinali. Il Montepulciano no.
Lasciate invece perdere se volete incontrare forme di vita appartenenti al regno animale, salvo naturalmente avere molta, ma molta, ma molta fortuna, e pazienza, e soprattutto parecchio tempo a disposizione.
Tutto quello che abbiamo avvistato in tre giorni è più o meno riassumibile in una poiana spennata, un paio di cervi e il cane del rifugio, che opportunamente mimetizzato nella bassa vegetazione è stato prontamente venduto sui profili Instagram dei gitanti come feroce lupo abruzzese nell'atto di divorare il gruppo tutto.
Per la verità inseguiva un bel pallone rosso.
Poi, per carità. Magari era davvero un lupo convertitosi a cane per mangiare a ufo, o un cane con antenati lupi marsicani, ci sta.

Comunque, quando dico "abbiamo avvistato" intendo una roba tipo questa, che per chiarirci è scattata con una reflex semipro, un sensore da 24Mp e una focale di oltre 1100mm. Praticamente ci sono due valli in mezzo di distanza.
Vatteli a trovare i sessanta orsi, così.

AbruzzoTip
"Papà, lo vedi laggiù l'erbivoro?"

Ma in fondo anche chissenefrega. Ci siamo divertiti? Sì, e i posti eran magnifici. Certamente indimenticabile è stata la serata soli nella foresta ad aspettare i lupi (che probabilmente erano sulle Alpi ad aspettare pecore): silenzio totale, frontali spente, buio assoluto, Via Lattea dipinta in cielo, non un'anima nel raggio perlomeno di venti chilometri, non una luce, non un sibilo, schiena sul prato della radura fra gli alberi, temperatura perfetta a millecinque suppergiù.
Pamir appunto, Mongolia, Patagonia, cose così per quel che ricordo. Certo non Europa.

E invece, Parco Nazionale d'Abruzzo, zona di riserva integrale (proibitissima, ha detto la nostra guida, prima di sgarrare).
Dove cammini sì per ore e ore senza incontrare anima, senza segnali che indichino il sentiero, che non è proprio detto che si intuisca sempre sempre dov'è, senza punti d'appoggio, nessun segno di antropizzazione, solo tracce (ed escrementi) di orsi e lupi. Quelle sì, magari anche fresche di qualche ora, che io mi sono immaginato per ore che camminassero in fila indiana dietro di noi mentre il capo branco spiegava la vita e i comportamenti degli umani.
Comunque ho fatto fatica. Sarà ormai l'età, sarà che sono allenato zero, sarà il mal di schiena, saran stati i chili sulle spalle del Bigma inutilizzato.

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Trekking nel Parco Nazionale d'Abruzzo

In verità, ci sono poi gli oltre duecento scatti alla Via Lattea. Ché a quanto pare le montagne in quella zona sono fra le zone più buie d'Italia, una delle regioni del mondo più affette da inquinamento luminoso. L'Italia tutta, proprio.
Il nostro campo base, il rifugio della Cicerana, è un punto di osservazione perfetto per l'astrofotografia e dunque sì, la sera ne ho approfittato e ho estratto dagli zaini il Bigma, il treppiede gigante, l'intervallometro, la maschera di Bahtinov (no, la maschera di Bahtinov non l'ho tirata fuori, ché a quel punto mi pesava il culo), il moltiplicatore di focale e bla bla bla, e finalmente ho avuto tempo e modo per provare a mettere a frutto tutto quel che ho studiato la scorsa primavera.

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Mappa dell'inquinamento luminoso in Italia
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Parco Nazionale d'Abruzzo e Rifugio della Cicerana

A dire il vero, non tutto il tempo che avrei desiderato, perché mi sarebbe servita qualche ora per fare un lavoro fatto bene, ma la sveglia era alle cinque del mattino, i compagni di ventura si sono ritirati a nanna subito dopo il liquore alla genziana, provati dalla giornata al passo della nostra guida, e dunque mi scocciava irrompere in camerata in piena notte e svegliarli col mio trafficare. Così mi sono accontentato di un'oretta di sessione fotografica, il minimo per provare a fare le cose un po' seriamente.
E poi faceva anche piuttosto freddo, per dirla tutta.

[Nerd alert: qui inizia la parte più pallosa del post]

Se avessi fatto quel che dovevo fare, e perlomeno avessi prima calcolato correttamente i tempi di posa con la regola NPF, avrei scoperto che con la mia ottica, a quella latitudine e con l'altezza sull'orizzonte alla quale ho scattato le fotografie, avrei potuto usare tempi ben più lunghi, fino a sei-sette secondi, e guadagnare un'enormità in termini di luce. Invece ho fatto a cazzo caso e ho scelto di scattare, chissà poi perché, a 1"3 e 1"6.
Ho portato gli ISO a 1600, senza esagerare, per non rischiare di avere troppo rumore. Diaframma fisso a f/2.8.
Ho scattato tre serie da sessanta foto alla Via Lattea con Giove e Saturno, puntando la zona di cielo più buia in assoluto. Tecnicamente, con quei tempi di posa, circa un minuto e mezzo di integrazione. Pochissimo considerato che per ottenere risultati seri avrei dovuto mettere insieme almeno una mezz'ora di integrazione, che con quelle impostazioni avrebbe significato non meno di 1200 scatti.
Anche coi dark frame ho fatto casino e ne ho scattati solo una dozzina, ma almeno mi sono ricordato di farli. Ai flat frame ho rinunciato e mi sono riservato di prepararli a casa artificialmente, usando come al solito la luce dello schermo dell'iPad.

Per lo stacking ho usato Siril, la registrazione delle immagini è stata effettuata con l'algoritmo Global star, l'unico che con qualche ora di elaborazione sia riuscito ad allineare perfettamente le circa sessanta fotografie di ciascuna serie.
Poi, infiniti cicli di stretching dell'istogramma con Photoshop, ancora riduzione rumore e gradiente a più livelli, eccetera. Qualche giornata di lavoro e di prove varie, insomma.
Alla fine questo è il miglior risultato. Non sono soddisfattissimo, ma tutto sommato è stato il mio primo vero tentativo e una foto come questa era anche una delle ragioni di questo viaggio in Abruzzo.

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Giove e Via Lattea

Comunque non è proprio vero che per tutto il resto del tempo il Bigma è rimasto nello zaino (perlopiù di Leonardo, povero!). Il mattino seguente all'alba, mentre ci incamminavamo per l'ennesima infruttuosa caccia all'orso, ho alzato il naso per aria.
E questa è fatta a mano libera, così al volo. Il Bigma è davvero un bel giocattolo, li ho spesi bene quei soldi.

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La Luna all'alba dal Rifugio della Cicerana
TAG: astrofotografia, Abruzzo, pescasseroli
11.12 del 04 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
24 Di nuovo per strada (Centodieci/75-80, parte uno)
AGO Centodieci
Alla fine, considerate le premesse, quest'estate è già stato un miracolo mettere insieme un programma. Cercavo qualcosa da far coi ragazzi in Italia, al più all'estero nelle vicinanze, nel senso, raggiungibile in auto; una decina di giorni suppergiù, niente di particolarmente faticoso, ché non è anno, né per me gli ultimi son stati mesi di grandi energie e motivazione, anzi.
Qualcosa per staccar la testa, non pensare, superare l'estate cercando di rimettere insieme pezzi, recuperare serenità e forze per l'anno che verrà, che si annuncia tutt'altro che facile per il mio ecosistema. Qualcosa che andasse bene per me e per loro, ché portare in giro da solo due adolescenti non è più com'era dieci o anche cinque anni fa, quando ancora eran bambini e mi seguivano ovunque, bastava un nulla per inventare un gioco ogni momento e far di qualunque giornata un'avventura.

Per certi versi oggi è meno faticoso, ché son completamente autonomi, si fan da soli il proprio trolley, viaggiamo quando possibile in camere separate, hanno un cellulare a testa ed entro certi criteri e contesti posso pure dar loro qualche libertà alla sera ovunque siamo, ma per contro diventa sempre più difficile coinvolgerli, o perlomeno condividere interessi con loro, soprattutto considerati alcuni borderline dei miei: per dire, non è ad esempio così immediato trasformare il Progetto 110 in un'ipotesi di vacanza coi ragazzi, se le tappe in programma sono Isernia, Frosinone, Latina, Campobasso; già rischierebbero di affondare un normale adulto che sogna un ombrellone da undici mesi, immagina una coppia di adolescenti che stai per strappare per un paio di settimane alla compagnia del mare, ai fidanzati/e, alle serate in spiaggia. Poi dici il parricidio.
Così, non era in effetti una qualche tappa del Progetto 110 ad essere fra le ipotesi ragionevoli sul tavolo, né peraltro i figli erano la sola ragione per cui. Ma poi.

Avevo in mente qualcosa tipo un breve trekking di due o tre giorni, magari una spiaggiata al volo, guidare un po' in giro, ché i mesi del lockdown mi han lasciato addosso il bisogno di chilometri, di movimento, di viaggio itinerante ancor più di quanto già normalmente non sia nella mia natura e solito fare. Pensavo anche a un ritorno in tenda nel nostro vecchio eremo in Valnontey, ma non avevo gran voglia di mettere in piedi tutta la logistica del caso. O magari in Verdon, dopo trent'anni e più, abbinando qualche giornata sulla Costa Azzurra. Boh, cose così.
Alla fine l'idea me l'ha suggerita un collega alla macchinetta del caffè, accennandomi ai trekking fotografici con guida organizzati nel Parco Nazionale d'Abruzzo e in Majella, a caccia di orsi e lupi. Così mi son messo a googlare. Ho tirato la monetina per scegliere fra alcune possibilità sul piatto e il centro di gravità è infine caduto su un'organizzazione di Pescasseroli, dove abbiamo quindi piazzato il campo base per qualche giorno.
Risolto dunque il problema di inventarmi un obiettivo che attirasse i ragazzi (ma che fosse di stimolo anche per me), ho costruito il resto del giro a inanellare qualche tappa del Centodieci, che tant'è.

Per la verità avevo qualche remora nel tornare in Abruzzo, già meta due anni fa di un breve viaggio per molti versi indimenticabile e costruito in corsa, come questo. Anche in quella occasione ero a caccia di capoluoghi per avanzare nel progetto.
Da allora era rimasto arenato in porto e questi ultimi mesi avevo preso in considerazione l'idea che fosse in via definitiva, che anche il Progetto 110 dovesse finir chiuso in uno scatolone, con mille altre cose. Però.
C'è che io non finisco mai le cose. Le inizio, mi ci accanisco per settimane, mesi, anni, come fossero l'unico scopo della mia vita, e quando ormai ci sono in mezzo, viaggiano regolari, quando so che potrò portarle a termine, le abbandono.
È la storia intera della mia vita.

Così ho guardato la cartina dell'Italia. Partendo dall'Elba avevo diverse opzioni a disposizione e sarebbe stato un peccato buttare l'occasione.
Ho messo in fila Latina e Frosinone, che eran parte di un altro piano mai andato in porto; Isernia e Campobasso, che avrebbero dovuto rientrare nell'itinerario di due anni fa, ma poi non ci fu abbastanza tempo; Chieti e Pescara, sempre lì a tiro e mai timbrate in favore di altre destinazioni.
In mezzo, preciso, il trekking sulle montagne di Pescasseroli e qualche altra deviazione fra Abruzzo, Molise e Marche.

E niente. Con i sei capoluoghi messi in fila a 'sto giro, grazie anche alla pazienza e collaborazione dei "Tati", sono arrivato a ottanta capoluoghi su centodieci. Ho impiegato undici anni per arrivare fin qui. Ho la foto scattata col cellulare di ottanta (*) dei centodieci duomi dei capoluoghi italiani (**).
In questi undici anni ho cambiato otto cellulari, ho cambiato tre case e ho vissuto in trasferta in dozzine di hotel in tutti i continenti, ho fatto due giri del mondo completi e un terzo a pezzi, ho cambiato vita almeno tre o quattro volte, ho cambiato non meno di dieci lavori e sono cambiato io, ho fatto cento progetti mai iniziati, altri cento ne ho mollati per strada ed è cambiato tutto attorno a me, ma il Centodieci è sempre lì.
Con questo giro ho completato quattordici regioni su venti. Mi manca Matera in Basilicata, Caserta in Campania. In quattro regioni sto ancora a zero: Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. A spanne, mi serviranno otto-dieci viaggi ancora per concludere il progetto, di questo passo diciamo circa una decina di anni se potrò riprendere a girare il mondo e a inseguire altri progetti, molto meno altrimenti.

Ottanta inizia ad essere un numero importante e no, non lo mollo il progetto. Voglio portarlo in fondo.
È una cazzata. Arriverò a centodieci, impiegherò altri dieci anni e alla fine me ne starò lì, con le mie centodieci brutte fotografie scattate col cellulare, senza sapere che farmene, ma col mio album delle figurine completo. Non serve a nulla, ma serve a me.

Camminando per le vie di Campobasso, mentre ragionava fra sé e sé sul fatto che tutto ciò abbia in effetti una sua logica (da qualcuno ha ben preso), Leonardo all'improvviso mi ha detto "Papà, bisogna che inizi a pensare a un altro progetto per quando avrai terminato questo".
Gli ho risposto che ce l'ho già in mente ed è molto più difficile.
Ovviamente.

(Del trekking nel Parco Nazionale d'Abruzzo ne parliamo al prossimo giro)

110202099
L'itinerario di questa estate
110202000
Situazione attuale del Progetto 110
110202001
Latina, Cattedrale di San Marco
110202002
Frosinone, Cattedrale di S. Maria Assunta
110202003
Isernia, Cattedrale di San Pietro Apostolo
110202004
Campobasso, Cattedrale della Santissima Trinità
110202005
Chieti, Cattedrale di San Giustino
110202006
Pescara, Cattedrale di San Cetteo

(*) In realtà i duomi che ho fotografato fino a oggi sono 83, per via dei doppi capoluoghi: Pesaro-Urbino (PU), Massa-Carrara (MS) e Forlì-Cesena (FC).
(**) Per la verità alla fine saranno 119, contando i doppi capoluoghi dell'Ogliastra (OG), Carbonia-Iglesias (CI), Medio Campidano (VS) e Olbia-Tempio (OT), e il triplo Barletta-Andria-Trani (BT).

Nota per quei due o tre follower superstiti ancora affezionati a questo sito: poiché ormai tengo in vita solo il blog e non aggiorno più le altre pagine di Orizzontintorno, questo viaggio non comparirà nella sezione Spostamenti.
Fotografie e itinerari si trovano ormai tutti su SmugMug.

TAG: Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso, Chieti, Pescara, Abruzzo, Molise
23.43 del 24 Agosto 2020  
   
17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti, Travel Log: Italia Centrale
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

GS01
Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
01 Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)
SET Centodieci, Blog e luoghi, Travel Log: Italia Centrale
[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


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Il Monte Vettore salendo da Pretare
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Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
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Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.
TAG: l'aquila, terremoto, amatrice, sibillini, monte vettore, castelluccio, pretare
00.47 del 01 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
24 Centodieci/65: Firenze
LUG Centodieci
Eran due anni che il Progetto 110 era fermo. Così fra una ventina di giorni si parte in spedizione per andare a dargli nuovamente una botta, ché finite le regioni del nord e già avanti con quelle del centro ormai bisogna macinare chilometri per fare progressi.
Nel frattempo, abbiamo un po' allungato la strada verso il consueto ritiro estivo elbano e ne abbiamo approfittato per piantar la bandierina a Firenze, portando così a termine anche la Toscana.

Perché sì, incredibilmente Firenze mancava all'appello, nonostante io divida ormai da più di sei anni la mia vita con una torinese trapiantata nel capoluogo del Granducato e nonostante io stesso vi abbia vissuto per un anno e mezzo, ormai vent'anni fa.
Ma la prima ferrea regola del Centodieci vuole la fotografia del duomo, possibilmente col cellulare, e del resto io foto di Firenze non ne avevo proprio, ché detesto (fotografare) le città d'arte e monumentali, ché sono infotografabili a meno di essere dei professionisti e sterminare l'infinito tappeto di turisti che le assedia, e allo stesso tempo sono fotografate milioni e milioni e milioni di volte da milioni e milioni e milioni di quegli stessi turisti, tutti i mesi dell'anno, tutti gli anni, da sempre, per sempre.
Non c'è nulla da scoprire nelle grandi città d'arte se l'obiettivo è il Progetto 110, anzi, e son città queste già difficili lungo gli itinerari più classici, che per (ri)scoprirle davvero dovresti studiare, e studiare, e studiare, e cambiare prospettiva, uscire dagli schemi noti, improvvisare e soprattutto avere tempo e fermarti: esattamente il contrario della filosofia del Progetto 110.

È stato così quando ho dovuto affrontare Roma e poi Venezia. Mi sono dovuto preparare, ché non ne avevo proprio voglia. Ma Roma è Roma, e Venezia è Venezia. Ho risolto i miei rapporti con entrambe le città, a Roma abitandoci prima e tornando poi coi ragazzi qualche giorno proprio con la scusa del Centodieci, attraversandola coi loro occhi; a Venezia ritornando fra le calli insieme a lei, fermandoci apposta qualche giorno, così che la foto a San Marco col cellulare fu annegata in mezzo ad altri percorsi.

Firenze invece non sono mai riuscito ad amarla. Ho un conflitto irrisolto con le rive dell'Arno.
Era parecchio tempo che non ci tornavo, perlomeno che non mi fermavo qualche ora. Non ho bei ricordi qui, è una città legata a un periodo della mia vita che ho rinnegato.
Mi aggiro un po' spaesato, quasi come non la riconoscessi, e in effetti è un po' così. Addirittura la ricordavo rovesciata: cioè, il centro lo avevo in mente sulla sponda opposta e San Miniato al Monte evidentemente non esisteva, sebbene sia dell'anno mille.
Avevo un'immagine stralunata e ribaltata della topografia cittadina, un negativo. Forse è questa la ragione del mio disamore per Firenze.
O forse è che di giorno lavoravo, fuori città, e in centro venivo sempre la sera tardi, al buio, e nemmeno tutte le settimane, anzi.

Tant'è, in Santa Maria del Fiore non siamo riusciti ad entrare, ché apriva solo nel pomeriggio e la coda in attesa era già lunga alle undici del mattino, per non parlare di quella per salire sul Campanile di Giotto. Gli Uffizi poi non son certo roba da Centodieci.
Quindi, dopo le foto di rito col cellulare al duomo e al rinomato panorama da Piazzale Michelangelo, ho fatto definitivamente pace con Firenze a tavola.
Che si sa, la diplomazia vince sempre se è accompagnata dai piatti giusti.

Dunque Firenze, tappa numero sessantacinque timbrata. E anche la Toscana è finita.
Il mese prossimo facciamo rotta a sud e portiamo un po' di bandierine in valigia, ché la lista in programma è abbastanza nutrita e ho appena finito di leggere un bel libro Rumiz sull'Appennino che mi ha aperto nuovi orizzonti.

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Firenze, tappa numero 65 del progetto 110
TAG: Firenze
23.13 del 24 Luglio 2018 | Commenti (0) 
   
17 Una (breve) vacanza in Italia
GEN Spostamenti, Centodieci
Questo è un post vecchio di un anno e mezzo, che avevo iniziato a scrivere nell'autunno del 2016 al rientro da una settimana a zonzo per capoluoghi nella quale avevamo infilato Mantova, Ravenna, Forlì e Cesena, Pesaro e Urbino, Siena, Arezzo e Prato, oltre a fare una sosta anche a Chioggia e a visitare il delta del Po.
È stata l'ultima occasione di aggiornamento del Progetto 110, che da allora è fermo. Nella primavera dello scorso anno avevamo programmato qualche giorno in Sardegna per piantare la bandierina in due o tre capoluoghi nuovi, ma purtroppo all'ultimo momento dovemmo cancellare la partenza per via di un imprevisto.

Il post qua sotto è rimasto dunque piantato a metà per tutto questo tempo, sepolto dentro l'infinita to do list di Orizzontintorno. Non sono mai riuscito a finirlo, non ho mai poi scritto il travel log di quei giorni, né aggiornato l'archivio fotografico con le immagini dei sette nuovi capoluoghi.
Ormai è superato dagli eventi, ma lo pubblico così come mi era rimasto in bozza, incompiuto, per lasciare traccia nel blog della rotta seguita in quello scorcio di fine estate. Le foto invece prima o poi finiranno nel mio archivio su SmugMug, insieme a tutte le altre.


***

Settembre 2016

Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità coi ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di fotografie su cui mettere le mani e fra l'altro sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002, e contemporaneamente rimettendo a posto l'intero archivio fotografico.
[...]

Agosto110-1
Itinerario del giro di ferragosto 2016
Agosto110-2
Stato del Progetto 110
TAG: Italia, Siena, Pesaro, Urbino, Mantova, Ravenna, Forlì, Cesena, Prato, Arezzo
15.00 del 17 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
   
13 Centodieci/57: Venezia
MAR Centodieci
Oh, son quasi due mesi che devo buttar giù due note su Venezia e nulla, non so nemmeno da dove iniziare.
Innanzitutto ’sta cosa che invece delle strade con le auto a Venezia ci sia l'acqua coi motoscafi è ben strana, eh. Non so se ci avete mai fatto caso davvero. Per dire, non ci sono nemmeno le strisce pedonali. E le fermate degli autobus dei mezzi pubblici che galleggiano. Che tipo, se sei di Venezia e poco poco soffri il mal di mare, ora, dimmi tu come ti sposti che nemmeno c’è il bike sharing.

Poi c’è che a Venezia i veneziani ti parlano in inglese per default. Entri in un negozio, ti salutano e ti chiedono se hai bisogno in inglese. Arrivi in albergo, ti accolgono in inglese. Fai la coda a una biglietteria e si rivolgono a te in inglese. Va detto che probabilmente eravamo gli unici turisti italiani in giro per Venezia a fine gennaio, un po’ come quando ero in Kyrgyzstan. Comunque io le prime volte li guardavo con faccia da palombo e rispondevo “veramente siamo italiani”, poi ho lasciato perdere e ho iniziato a rispondere in russo per adeguarmi ai costumi locali.

A Venezia, in hotel, abbiamo fatto colazione con le posate d’argento. Questa mi mancava ancora, roba che nemmeno negli hotel degli Emirati quando mi mettevano le orchidee fresche dentro la tazza del cesso. True story. A colazione al posto del miele servivano direttamente pezzi di alveare. La doccia era arredata con un sistema di cromoterapia che nemmeno le luci del 2001 Odyssey de La febbre del sabato sera.
Sono venuto via da Venezia con il desiderio incontenibile di farmi fare la doccia della casa nuova con la cromoterapia psichedelica. E infatti. L’architetto mi ha guardato con schifo e ha detto che è un po’ kitsch, ma vabbè, visto che proprio insistevo.
Non potrò mai più farmi una doccia senza la cromoterapia psichedelica. D’altra parte i pezzi di alveare mi pare più complicato e le mie posate, va da sé, sono Ikea.

Oh, a Venezia non ho quasi colto alcun accenno di accento veneziano. Forse perché parlavano tutti inglese, peraltro. In ogni caso, ciò mi ha per un attimo riconciliato con il Veneto. Finché sulla strada del ritorno il treno non si è fermato a Mestre.
Comunque volevo dirvi che a Venezia sono tutti estremamente gentili e carini, né curiosamente hanno alcuna tendenza particolare a fotterti, cosa che quasi non ti pare di essere a Venezia, nemmeno in Italia, nemmeno a Roma. Ops, mi è scappata.
Anche a Napoli erano tutti estremamente gentili, a pensarci. Forse non mi hanno fottuto nemmeno a Napoli. In effetti Napoli sembra un po’ Venezia, a meno delle gondole, a più del Vesuvio. Comunque fare un giro in gondola a Venezia costa meno che fare cento metri in carrozza a Roma.
No, non abbiamo fatto il giro in gondola a Venezia.
Col senno di poi forse ci sono rimasto un po’ male. Ma tanto lo avevo già fatto quando avevo sette anni, probabilmente.

Ché in effetti, detto che se vuoi completare il Centodieci prima o poi devi ben armarti di coraggio e affrontare anche Venezia, non tornavo in Laguna da almeno una decina d’anni e nell’occasione, per la verità, ero stato solo a Burano. La volta precedente era stata quattordici anni prima e prima ancora, più o meno, una vita intera. E comunque io non l’avevo mai amata particolarmente Venezia e mi sarei anche risparmiato di tornarci, non fosse stato per il Centodieci.
E invece.

E invece lo scorso anno mi aveva regalato Vienna per i cinquanta, quest’anno mi ha regalato Venezia per i cinquantuno. A questo punto, per ragioni di congruità storica, il prossimo anno avrebbe quanto meno senso festeggiare i cinquantadue tornando a Budapest, ma io non l’ho mai amata particolarmente Budapest e d’inverno ci ho sempre patito un freddo bestia. E lei patisce il freddo anche a Venezia, immagina a Budapest. Quindi forse i cinquantadue li facciamo a Bangui.
Comunque questo è un post su Venezia. Tappa numero cinquantasette del Centodieci. Per festeggiare i cinquantuno.

Per caso era pure l’inizio del carnevale. Non lo sapevamo, è capitato così. Il che mi ha fatto riflettere sul fatto che Venezia è quel posto dove per una settimana all’anno, anche se hai la prostata, puoi andare in giro vestito come un deficiente e nessuno ci fa caso, anzi, ti fanno le foto. Cioè, non è che ti fanno le foto perché sei vestito come un deficiente, ti fanno le foto perché è figo come sei vestito (come un deficiente, comunque).
Sì, vabbè, ok. Anche io ho fatto le foto, è vero. Però non ho fatto il giro in gondola.
Col senno di poi, vabbè, eccetera.

Tant’è, questo era un post che avrebbe dovuto essere stato scritto sulla scia delle emozioni del momento e invece è andato sedimentandosi come mille altri questi mesi. Ché a scriverlo in diretta ne avrei davvero avute di cose da scrivere, di Venezia.
Anche se poi, che altro vuoi scrivere di Venezia, o fotografare di Venezia, o dire di Venezia? Persino Roma mi era uscita più facile.
In realtà, parlando di emozioni, una cosa di Venezia alla fine l’ho focalizzata davvero. Ho capito cosa c’è che non va, che non è mai andato, fra me e Venezia. Ho capito che a me Venezia, in qualche modo, non emoziona. O perlomeno non aveva mai emozionato prima, perché in realtà questo weekend è stato bellissimo.

Venezia non mi emoziona come a suo tempo non mi emozionò per nulla New York. Venezia come New York, ecco perché.
Ricordo perfettamente il mio primo arrivo in America, a New York, venticinque anni fa: mi aggiravo per Manhattan, macinavo chilometri e chilometri a piedi fra i grattacieli, dalla East side alla West side, dal Battery Park fin su alla settantacinquesima, e pensavo embè, quindi? Non capivo.
Non capivo New York. A me non diceva nulla.

Capii poi, dopo un po’ di giorni. Io a New York ero già stato. C’ero già stato un milione di volte. C’ero stato nei film, nei telefilm, nei documentari, sui giornali, nei racconti degli altri, nei libri, nei miliardi di poster, fotografie, immagini, in tutte le pellicole della mia vita fino ad allora. New York era esattamente quella cosa lì: quando per la prima volta ci sbarcai davvero, di New York conoscevo ogni angolo, almeno nella mia testa. Non avevo visto altro per i ventisei anni precedenti della mia vita. C'era tutto quel che ci doveva essere. C'erano l'Empire State Building e le Torri Gemelle. C'erano la Statua della Libertà, il Ponte di Brooklyn e il Ponte di Verrazzano. C'era la metro de I guerrieri della notte, i taxi di Taxi driver, le discoteche de La febbre del sabato sera, i teatri di Broadway, Times Square. C'erano persino - pensa te, giuro - Simon & Garfunkel che cantavano al Central Park e i tassisti non ti portavano ad Harlem perché ti dicevano che quei giorni non era aria. C'erano pure i tombini che fumavano di notte come in 1997, Fuga da New York e probabilmente in giro c'era anche Jena Plinsky.
Che cazzo di altro dovevo vedere di New York?
Ah sì, questo è un post su Venezia, scusate.

Venezia è così: quando sei in Piazza San Marco, quando vedi il Campanile, il Palazzo Ducale, il Canal Grande, il Ponte dei Sospiri, le gondole, persino i gondolieri con la maglietta a strisce bianche e rosse pure se ci sono zero gradi, eccheccazzo; e poi, il milione di turisti attorno a te di qualunque provenienza geografica, razza, religione. Be’, non c’è dubbio: sei a Venezia.
Solo che l’hai già vista settordicimila volte.
Anche Paperino e gli anelli dei Dogi, del resto.
Infatti Paperozzo Paperozzi alla fine era andato sulla Luna con un razzo a pedali.

Epperò, questa volta sì: per una volta ho amato moltissimo Venezia ed è stato struggete lasciarla.
Per quanto mi sia vergognato a fotografarla. Col cellulare.

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TAG: Venezia
23.50 del 13 Marzo 2016 | Commenti (0) 
   
25 Centodieci/56: una notte in Veneto
FEB Centodieci
Sono indietrissimo coi post sul Centodieci, ma il fatto è che prendi ad esempio Belluno: che mai si può scrivere di Belluno che non sia già stato detto - ne prendo una caso, toh - di Rovigo?
No vabbè, dài, è inutile che ci provi ogni volta: almeno a Belluno ci sono le montagne, c'è il Piave, per dire, che però quando siamo passati noi non mormorava, solo che lei si è messa a cantare Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio e io non me la sono più tolta di testa per tre giorni.
Il Piave mormorava, intendo.

C'è una piazza centrale un po' strana a Belluno e per la verità è tutta un po' strana Belluno, sembra più che altro un paesone buttato lì a caso, in una posizione curiosa, aggrappato sul fianco di una collina, che ti chiedi com'è davvero che a qualcuno sia passato per la testa di farne un capoluogo di provincia, ma va anche detto che la stessa considerazione la si può fare per almeno la metà dei capoluoghi italiani, il che da una parte in effetti giustificherebbe una riduzione drastica delle amministrazioni locali, dall'altra spezza una lancia a favore di Belluno, ché diciamolo, perché ad esempio Potenza sì e Belluno no?
E poi, se guardi la carta geografica, ci sta di piazzare un capoluogo da qualche parte lì in mezzo e quindi Belluno va bene.

Ho perfino cercato di farmi assumere a Belluno qualche mese fa, ma non mi hanno voluto. Peccato, perché mi interessava. Come avrei fatto poi a gestirmi un lavoro a Belluno non mi è chiarissimo, ma a quelle cose uno caso mai ci pensa poi, se ne vale la pena.
Comunque Belluno è davvero in culo eh, alla fine forse magari m'è andata bene.
Io comunque a Belluno ci sarei andato. Anche prima di sapere com'era. Me la prendevo a scatola chiusa Belluno, vedi tu. Altro che Rovigo.

A Belluno abbiamo pernottato in un albergo molto, ma molto bello, una villa del '600 riadattata ad hotel dove tutti sono molto carini e gentili, che però sta in mezzo a un bosco e se ci arrivi di sera (se ci arrivi, perché il navigatore ti spara da un'altra parte), soprattutto d'inverno, un po' ti pare l'Overlook hotel. Però non ho visto le gemelle nei corridoi e poi non c'era la neve, nemmeno il labirinto, e se mancano la neve e il labirinto non puoi fare Shining.
Che già, il fatto che non ci fosse neve a Belluno a fine dicembre, né un filo in tutto l'arco alpino, è di per sé del tutto surreale e poteva tranquillamente essere fine maggio.
Abbiamo anche mangiato molto bene a Belluno e nulla, se non fosse che per dormire e mangiare bene a Belluno ti tocca andarci, a Belluno intendo, che non è che Belluno sia esattamente dietro l'angolo - l'ho già detto - varrebbe la pena andare a Belluno solo per dormire e mangiare.

Vabbè, non so se si è capito quello che volevo dire, ma per riuscire a mettere insieme un post su Belluno ho impiegato due mesi, tipo.
Comunque peccato per il lavoro a Belluno.

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Belluno, Cattedrale di San Martino

Insomma: fra Natale e Capodanno ne ho approfittato dunque per dare un'altra botta al Progetto 110. La meta principale (si è capito?) era Belluno, tappa numero cinquantacinque, dove non ero mai stato. Anche perché Belluno è peraltro sufficientemente fuori mano, devi proprio andare a cercartela, eccetera.

Sulla via del ritorno da Belluno, rapida sosta a Treviso, dove non tornavo da almeno sette anni, e dunque mancava all'appello del progetto, ché il Centodieci è nato in anni successivi.
Curiosità e karma vogliono che sia poi ripassato nuovamente da Treviso nel giro di un mese per un (altro) colloquio di lavoro: e niente, è un periodo che sono a caccia di lavoro e in Italia pare che si lavori solo in Veneto.
Comunque, a saperlo, mi sarei risparmiato la deviazione tornando da Belluno, ché anche Treviso non è che sia esattamente girato l'angolo rispetto a qua e soprattutto l'abbiamo beccata con una giornata oggettivamente orrenda e nebbiosa, che già Treviso non è che sia particolarmente accogliente e amichevole di per sé; quando ci sono tornato al secondo giro sono arrivato con una bellissima giornata di sole, ma purtroppo al tramonto. E poi ormai l'avevo già timbrata.
Insomma, alla fine anche Treviso ce la siamo dunque sfangata e Centodieci a quota cinquantasei.

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Treviso, il duomo

Infine Verona, che avevo già ufficiosamente mappato nel Progetto 110 grazie ad alcune foto d'archivio scattate per caso qualche anno fa, durante un passaggio in città per tenere una conferenza. Mi mancava però la foto del duomo, che è fondamentale per certificare la tappa nei termini del progetto.
Così, andando a Belluno (ho già detto che Belluno è un po' in culo al mondo?), abbiamo approfittato della sosta pranzo per mettere il sigillo definitivo anche a Verona.

Va detto che il duomo è del tutto anonimo, per giunta stretto fra i palazzi attorno e una fila di auto parcheggiate proprio davanti alla facciata, che di fatto tagliano sul nascere qualunque pretesa di tirar fuori una foto almeno decente, soprattutto in una giornata uggiosa come quella in cui ci siamo capitati, e quindi niente, la foto del duomo la metto solo in archivio e non in questo post, perché è oggettivamente brutta più del dovuto.

Per il resto, Verona, l'Arena, il balcone di Romeo e Giulietta, Vicolo Miracoli senza gatti, il solito grazie.
Nulla, io continuo ad avere un pessimo rapporto col Veneto.

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Verona
TAG: belluno, treviso, verona
23.38 del 25 Febbraio 2016 | Commenti (0) 
   
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