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16 Centodieci/48: Bolzano (e Stelvio, e Gavia, e Solda, eccetera)
GIU Centodieci, Spostamenti
Per la verità il giro Centodieci a Bolzano l’ho fatto ormai un anno fa, giusto il primo weekend di giugno, epperò il post mi è rimasto fermo fra le dita per tutti questi mesi.
È che a Bolzano in realtà son stato mille e una volta in vita mia, non è che l'occasione in sé fosse una novità. È che quel weekend ero partito coi ragazzi per fare altro: un giro al Gavia e allo Stelvio, e una visita a Juval e ai Messner Mountain Museum, sulle tracce del mio eroe e icona di gioventù.

È che volevo poi scrivere un post su altro, tipo che per una vita ho sempre sognato di ritirarmi, prima o poi, a far vita da eremita in una qualche valle di montagna: una vecchia casa walser da ristrutturare in alta Valsesia, o in fondo alla Valle Anzasca, ai piedi del mio Monte Rosa, o nei prati di Grindelwald, sotto l’Eigerwand, o una baita immersa nel Parco del Gran Paradiso; o al limite, proprio al limite, ad Andalo, nei luoghi della mia infanzia, all’ombra del Campanile Basso.
L’Alto Adige no, non lo avevo mai preso in considerazione. Non che non lo abbia frequentato, tanto da ragazzo, poi di nuovo da adulto, e pur tuttavia in qualche modo mi è sempre rimasto estraneo, sebbene abbia dato i natali alla maggior parte dei miei miti di giovane alpinista.

E nulla, scendendo dallo Stelvio sul versante di Trafoi, dove non transitavo da più o meno quarant'anni, e risalendo poi verso Solda per visitare il primo dei Messner Mountain Museum, lì sotto ai ghiacciai dell’Ortles all'improvviso ho trovato il luogo della mia vita. Così, trasportato quasi dal caso.
Perché io, dell'Ortles, non conosco e non conoscevo quasi nulla. In quella zona qualche anno fa avevo salito il Gran Zebrù e il Cevedale, due montagne meravigliose, peraltro due fra le ultime salite della mia carriera alpinistica, ed era quella la prima volta che mi cimentavo con le vette del gruppo e che mi ritrovavo l'Ortles davanti.
Che strano non aver mai preso in considerazione l'Ortles. Dev'essere stato per quella sfiga che lo accompagna, quel centinaio di metri che lo separano da quota quattromila, il limite del collezionista, la soglia al di sotto della quale non vale(va) la pena sprecar gambe e polmoni per piantare la mia piccozza su una cima. Quella stessa ragione per cui sali lo Shisha Pangma, ma non il Gyachung Kang .

Così, sono arrivato a Solda. Ho visitato il museo di Messner e ho visto la tuta con cui ha salito il Nanga Parbat nella solitaria del 1978, quella stessa tuta che indossava nell'autoscatto sulla cima, la foto di copertina del suo libro più bello, il primo dei suoi che abbia letto, molti anni fa, grazie al quale ho iniziato ad avvicinarmi all'alta quota, a sognare l'Himalaya e a studiare, da allora, tutto quello che c'è da sapere sull'aria sottile, sulla storia dell'alpinismo, sugli uomini e le montagne più alte del pianeta, fino a farne ben più che un hobby, una vera ossessione, il sogno di una vita, l'invariabile risposta alla domanda di ogni colloquio di lavoro: "Come si vede fra dieci anni?". In cima all'Everest.

Sono arrivato a Solda e ho pensato che era esattamente lì che volevo andare a vivere e ritirarmi, che quello era il mio luogo, che avevo trovato le mie radici ai piedi dell'unico ghiacciaio, sulle Alpi, che non avevo mai preso in considerazione.
Che lì ero a casa.
Tu guarda a volte, il caso.

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Il Gruppo dell'Adamello, salendo al Gavia da Ponte di Legno
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Il Passo di Gavia, a 2.621m
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Salendo al Passo dello Stelvio (2.758m) da Bormio
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Il versante di Trafoi del Passo dello Stelvio
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Solda (BZ), sede del Messner Mountain Museum "Ortles"
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Castel Juval, casa di Messner e sede del primo Messner Mountain Museum
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La tuta con cui Messner ha salito il Nanga Parbat in solitaria nel 1978

Poi nulla, abbiamo dormito in una Trafoi praticamente deserta, ché ancora non era stagione, e il giorno dopo siamo stati a Castel Juval, a casa Messner. Lo abbiamo pure incrociato, Reinhold.
Capirai, per me è stato un po' come andare alla Mecca e imbattermi in Maometto.

A Bolzano abbiamo fatto sosta sulla via del ritorno per farci un gelato e, tanto che c'eravamo, per onorare la quarantottesima tappa del Centodieci, visitando anche Castel Firmiano e il museo archeologico dell'Alto Adige, dove è conservata la mummia di Ötzi. Che si sa, son cose che ai ragazzi piacciono e poi le raccontano ai compagni di scuola.
E che devo aggiungere di Bolzano? D'estate è sempre maledettamente calda, è meno trentina (e meno accogliente) di Trento e meno altoatesina (e meno accogliente) di Innsbruck.
Bolzano per me è sempre stata un po' la Bologna alpina, un crocevia di transito per altri luoghi miei. Dev'essere che da bambino, ogni estate, si partiva da Andalo per venir qui a comprare il loden, ché ai miei piaceva vestirmi con il loden (e i pantaloni tirolesi), ed io da allora non ho mai più messo un cappotto in vita mia (men che meno pantaloni tirolesi con le stelle alpine e le bretelle), giuro. Io i cappotti proprio li odio, figurati quelli verde oliva. Ho sempre attribuito questo fatto al trauma infantile del loden verde coi bottoni di legno.

Va detto che a Bolzano, comunque, fanno sempre ottimi gelati. Anche se la gelateria di quegli anni, quella che mi impilava sul cono le palline una sopra all'altra, quella gelateria non l'ho mai più ritrovata.

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Bolzano, il centro
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Il duomo di Bolzano
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Castel Firmiano, Bolzano, sede di uno dei Messner Mountain Museum
TAG: bolzano, alto adige, gavia, stelvio, solda, juval, messner
16.34 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/47: Padova
GEN Centodieci, Amarcord
Son sei mesi che ho in canna 'sto post su Padova, ma tant'è. Sarà perché per me Padova è rimasta sempre via Rudena 45, l'immagine confusa di una specie di parco, o forse una piazza rotonda accanto a dei giardini, una stazione che non ricordo, e dei portici, credo. Immagini di un autunno di trentadue anni fa. Ché poi non ci son mai più tornato a Padova, da allora.
E dire che in questi ultimi quindici anni credo di aver percorso più volte la A4 di qualunque altra strada nel mondo, con l'esclusione giusto della tangenziale, per dire, e sai le centinaia di volte che me la son lasciata a destra, viaggiando verso est, o a sinistra, tornando verso ovest, Padova. Che poi, a pensarci bene, mica lo so davvero se Padova stia a destra (o a sinistra) rispetto a quei sensi di marcia. Ho sempre immaginato così. Quando ci sono infine tornato, lo scorso luglio, non ci ho poi fatto caso.

Ora, io son certo che lei mi ha ripetuto enne volte almeno una dozzina di cose che dovrei ricordarmi del nostro zingarare per Padova in attesa del concerto di Roger Waters, ché l'occasione è stata quella, ce l'eravamo tenuti da parte apposta il Centodieci a Padova, e in effetti io, di quel giorno a Padova, ricordo soprattutto il parcheggio a millemila chilometri dallo stadio, il caos per riuscire a prendere una navetta, il popolo di The wall che aveva invaso la città, il caldo, la sete.
Son passati sei mesi e non mi è rimasto molto altro, a parte giusto la basilica di Sant'Antonio inesorabilmente avvolta dalle impalcature, nella migliore tradizione del Centodieci. E sì, certo: la lingua del Santo. Dio, come ho fatto a dimenticarla, la lingua: ci siamo pure fatti la coda d'ordinanza nella cappella. La lingua, sì. No. No. No, non me la ricordo, su. Non è vero. Voglio dire, sono certo che l'abbiamo vista, ci siamo andati apposta, ma non la ricordo. Lo so che mi ha detto ricordati della lingua, ma mi sa che l'ho rimossa. Come quando vai a fare la spesa, ricordati la maionese, e poi tu torni e la maionese te la sei ovviamente dimenticata.
Però rammento che nella cappella c'era anche un sasso grigio e l'etichetta diceva che Sant'Antonio lo aveva usato come cuscino, e ho pensato che doveva essere molto scomodo dormire con la testa appoggiata a quel sasso. A qualunque sasso in generale, comunque.

Poi, per la verità, ricordo il caldo. E quel bar dove ci siamo fermati un'ora prima di avviarci verso lo stadio. L'unico bar di Padova senza l'aria condizionata. Credevo di svenire e ricordo che mi sono chiesto se davvero fosse valsa la pena venire a Padova per rivedere Roger Waters, che ad oggi rimane l'unica rockstar che abbia visto due volte in vita mia.
E comunque sì, la risposta è sì. Quella giornata è valsa la pena, in generale. È stata una gran giornata, anche se ce la siamo sudata tutta.

E sì, mentre gironzolavamo per Padova in attesa del concerto, ci siamo passati da via Rudena 45. Che in realtà è stato un po' per caso, ma la via è piuttosto centrale e anche a volerla evitare non è così immediato. Poi non so se davvero sia stato per caso, o se il mio percorso non potesse che passare da lì. So che a un certo punto, camminando, sull'angolo della via il cartello era quello.

Io la ricordavo diversa, via Rudena 45. Mi son fermato un istante davanti al portone, che non era affatto come nei miei ricordi, o forse sì, non saprei dirvi. Che strano.
Che strano che il ricordo non fosse preciso, disegnato perfetto in ogni particolare.
Mi son fermato lì un istante, ho cercato di mettere a fuoco alcune cose. Mi sono guardato attorno alla ricerca di quattro ragazzi diciassettenni che camminavano sotto i portici, per mano a coppie, o forse abbracciati, boh. La verità è che non lo ricordo affatto.
Nei trentadue anni precedenti mi era capitato spesso di immaginare, un giorno, di tornare in via Rudena 45, ed eccomi lì.
Mi sono sentito molto stupido.

Che strano avere avuto diciassette anni. E avere creduto a delle cose a diciassette anni. Quando hai diciassette anni ti credi di aver vissuto già la maggior parte della vita che valga la pena vivere, di sapere già tutto quello che c'è da sapere. Quando hai diciassette anni ti ammazzano cose che se potessi vederle con gli occhi di trent'anni dopo ti sentiresti davvero stupido, così stupido, inutile e piccolo che la tua unica preoccupazione sarebbe di cancellarne ogni traccia immediatamente e di sparire, altro che ricordi.
Io poi li ho odiati i miei diciassette anni.

L'ho googlata qualche volta, del resto googlo tutti io, ma non esiste proprio. Una flebilissima traccia qualche anno fa, il verbale di una classica riunione dei genitori, se non sbaglio. Null'altro. Svanita.
A pensarci bene, non sono sicurissimo che fosse poi davvero il 45. Credo di sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Dovrei andare a recuperare le lettere, che sono nel cassetto della libreria in corridoio dove tengo tutta la mia vita: diari, cartoline, pagine di quaderno, fotografie, biglietti, pezzi di ogni cosa. Ma in realtà non servirebbe nemmeno, perché su quelle buste c'è il mio indirizzo, sono io il destinatario. Le buste indirizzate in via Rudena mica le ho io.
Per fortuna. Ché a me non ha mai fatto alcuna tenerezza rileggere i miei diciassette anni.

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Padova, Palazzo della Ragione
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Piazza dei Signori, Palazzo del Capitanio e Torre dell'Orologio
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La Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori
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Padova, Piazza Antenore
TAG: padova
23.43 del 18 Gennaio 2014 | Commenti (0) 
 
16 Centodieci/46: Grosseto
DIC Centodieci
Unico capoluogo della Toscana che non conoscevo (no, vabbè, ci sarebbe anche Prato, ma non scherziamo, dài) (sì, ok, lo so che devo fare anche Prato, ché mica posso lasciare il buco: appena mi càpita di ripassare da Firenze, ché tanto devo ancora mapparla per il Centodieci, metto la bandierina al volo anche a Prato, promesso) - dicevo: unico capoluogo della Toscana che non conoscevo, più o meno a due passi dalle mie consuete rotte estive, Grosseto aveva un po' la sfiga di esser fuori quadro navigatore, ché di norma il mio asse di percorrenza va e viene da Milano per l'Elba, e Grosseto sta invece altrove, spostata una novantina di chilometri a est di Piombino.

Ché non pare, e saran pur sempre superstrade rettilinee a quattro corsie che taglian la Maremma (è Maremma, quella? Maremma maiala, adesso mi viene il dubbio), ma novanta chilometri ad andare e novanta a tornare, se devi rientrare a Milano, son pur sempre almeno centoottanta che ti spari in più, oltre ai quattrocento già previsti.
Se vuoi andare a Grosseto, intendo.
Approfittando del fatto che sei a Piombino, intendo.
Prima di tornare a Milano, appunto.
Insomma, se è domenica, sbarchi a Piombino arrivando dall'Elba e prima di andare a casa vuoi fare un salto a Grosseto, considera di mettere in conto almeno un paio d'ore di viaggio in più e che nel tardo pomeriggio, da Rosignano in su, saranno cavoli tuoi, ché hai presente rientrare la domenica di un weekend, chessò, di luglio, lungo la A12?

D'altra parte, quando accidenti ci vai a Grosseto, sennò?
Soprattutto, cosa mai potrebbe portarti a Grosseto, poi?
Ché se dai un'occhiata alla carta, sul versante tirrenico, fra Livorno e Roma tutto sommato non ci sarebbe un accidenti di nulla, non fosse per Grosseto, che sembra l'abbian messa apposta per piazzarci almeno un capoluogo, lì in mezzo. Ché altrimenti sarebbe rimasto un buco. Come quando devi distribuire i cubetti di mozzarella sulla pizza e alla fine ti rimane un buco dove c'è solo la salsa di pomodoro, ma hai finito la mozzarella e ti incavoli perché non è distribuita uniformemente, e devi pasticciare con le dita in mezzo al sugo per spostare i cubetti.

Comunque: alla fine, lo scorso luglio, tornando dall'Elba coi Tati, è andata a finire che invece di puntare dritti a nord abbiamo deviato e siamo andati a farci un'insalata e un gelato a Grosseto.
Così, fatta: via il dente, via il dolore. Bandierina anche su Grosseto e non se ne parli più.

Che poi, in tutta onestà, io non saprei che dirvi di Grosseto, se non che abbiamo girato il centro storico per benino e ci siam fatti una passeggiata lungo il perimetro delle mura medievali, che un po' ti sembra di essere a Lucca, volendo.
E infatti Grosseto è una delle cinque città italiane che hanno conservato l'intera cerchia muraria: le altre sono Ferrara (fatta), Bergamo (fatta), Lucca (appunto, fatta) e Treviso (fatta, ma non ancora mappata sul Centodieci).
Poi: son gentili a Grosseto, nemmeno sembran toscani, quasi.
Ah, sì, quando ci arrivi è abbastanza inutile, Grosseto: potrebbe essere, chessò, Ladispoli. Ma poi io non son mai stato a Ladispoli, quindi mica lo so se è così. È solo che Grosseto è tutta lì, quattro vie dentro le mura. Quel che c'è al di fuori, che è più esteso, è solo una distesa di anonime vie e casette e rotonde e quadrati urbani di pianeggiante periferia mediterranea, un reticolo a maglie larghe dove guidare a caso, svoltando un po' qui un po' là, dietro al navigatore, finché non sbatti addosso alle mura e parcheggi.
Ché è facile parcheggiare a Grosseto fuori le mura.

Tutto qua. L'ho già finita, Grosseto. È che dovevo pur farci un post, ché il Centodieci richiede sempre un post, per quanto minimo possa essere.
Mica lo so se ci torno a Grosseto. Già prima o poi dovrò andare a Potenza, per dire.

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Il Duomo di Grosseto
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Grosseto, Palazzo Aldobrandeschi
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Grosseto, personaggi amati
TAG: grosseto
00.54 del 16 Dicembre 2013 | Commenti (1) 
 
29 Centodieci/45: Reggio Emilia (seconda di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
Anche a Reggio Emilia mi sono fermato cogliendo l'occasione della convention a Bologna di fine agosto, ma siccome è capitato nel viaggio di andata l'ho girata in blue jeans e t-shirt, e infatti secondo me i reggiani ci son rimasti un po' male, figùrati poi se han scoperto che a Modena sono andato in giacca e cravatta.
Che poi mica lo so se si chiaman davvero reggiani: secondo me sì, per distinguersi dai reggini di Reggio Calabria, anche perché la squadra di calcio si chiama Reggiana e, guarda un po', quella di Reggio Calabria è la Reggina, quindi ci siamo, dài.
Che poi, a tal proposito, mi viene in mente una vecchia storia di Paperino che doveva venire in Italia per conto di Zio Paperone, come al solito, e nell'avventura si trascinava dietro Qui Quo Qua, e insomma, com'è come non è, per qualche motivo che non ricordo, dovevano andare a Reggio Emilia, ma invece capitavano a Reggio Calabria e quando scoprivano di essere nella Reggio sbagliata si guardavano un po' straniti e si dicevano Ma come, in Italia ci sono due Reggio?, e grazie al Manuale delle Giovani Marmotte scoprivano che sì, loro erano a Reggio Calabria, ma invece dovevano andare a Reggio Emilia.
Chissà poi perché dovessero andarci, proprio non ricordo.

Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, si dice Reggio nell'Emilia (e Reggio di Calabria).
Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, anche, questo post è sì il secondo di due tappe in Emilia, ma è in realtà nato prima di quello su Modena, dove son stato il giorno seguente.

Dunque.

Anche a Reggio nell'Emilia - ok, anche a Reggio Emilia, ché facciamo prima - mi sono ovviamente aggirato con smartphone e tablet. Era il 30 agosto e ho preso appunti. Se non avessi preso appunti, oggi non potreste leggere questo post, perché di Reggio Emilia in questo momento io ricordo solo il Lambrusco. Del Lambrusco comunque se ne parla più avanti, negli appunti, appunto. Appunto gli appunti. Appunto nel senso di appunto, non di presente indicativo di appuntare. Vabbè, ci siamo capiti, passiamo agli appunti.
Siccome sono scritti al presente indicativo, come "io appunto", mentre leggete fate conto che sia la sera del 30 agosto.

Mica male Reggio Emilia. C'è il wifi libero in centro a Reggio Emilia. Mi sa che mi ci fermo a cena a Reggio Emilia, anche se non ho ancora capito se i reggioemiliani mi piacciono.
A Reggio Emilia la gente prende l'aperitivo, c'è il giornale di Reggio e Il comune non si ferma, il parcheggio andrà avanti.
A Reggio ci sono i punk di Reggio. Ora, capisci amico che fare il punk a Reggio Emilia, ecco.
A Reggio in piazza ci sono i divani invece delle panchine. Promemoria per eventuale prossimo trasferimento.
A Reggio non ho ancora visto Ligabue e io mi immaginavo che quando uno arriva a Reggio Emilia incontra subito Ligabue che canta in un bar con una bottiglia di Lambrusco: un po' come andare a Pàvana e trovare Guccini ubriaco in trattoria. Invece no. Io poi, quando sono stato a Pàvana, mica l'ho trovato Guccini in trattoria. Così per trovarlo, Guccini, son dovuto andare a casa sua e in trattoria, nella sua trattoria, ci sono poi andato la sera con degli amici. A Pàvana. Qui comunque siamo a Reggio.

A Reggio ci sono le fontane come piacciono a lei e i bambini che passano in bici in mezzo alle fontane come a Pristina, però a Reggio non c'è la KFOR, anche se con tutti questi extracomunitari, signora mia, almeno un poliziotto di quartiere io ce lo metterei.
A Reggio ci sono in giro tante ragazze in branco che son tutte incazzate con qualcuno. Quella poi dice che quell'altra è solo una povera stronza zoccola e lo dice con forte accento emiliano. L'amica annuisce. Secondo me, quando l'amica non c'è, quella dice a quell'altra che questa amica è una povera stronza zoccola.

Che poi mi sovviene: ma a Reggio fanno il Parmigiano Reggiano?
Siccome mi sovviene, e siccome è ora di cena, mi sovviene anche la fame.
Amici on line che mi stanno leggendo in diretta mentre scrivo i miei appunti sul solito socialino, e che conoscono Reggio, mi consigliano di andare a mangiare al Canossa, in via Roma. Le panchine dove sono seduto a prendere appunti sono a due passi da via Roma. Lo so perché sono un nerd, ho un tablet in mano e consulto Google Map. Così vado al Canossa e, come sempre, mi chiedo come ho fatto ad avere una vita passata prima della discesa sulla Terra della dea tecnologia.
Al Canossa, a proposito, c'è il wifi libero. +10.
La specialità del Canossa è il bollito, ma io il bollito lo odio. Infatti uno dei miei ristoranti preferiti di Milano si chiama Non solo bollito: la specialità è il bollito, ma io ci vado per il Non solo.
L'oste del Canossa mi guarda male: nel ristorante non c'è nessuno, è evidente che son foresto e in più sono armato di smartphone e tablet, fotografo tutto e prendo appunti. Sono un tipo sospetto.
L'oste del Canossa mi impone il Lambrusco, che non è un vino: io odio il Lambrusco come odio il bollito, però non posso scegliere, devo tacere e obbedire (e bere). E del resto, se non lo bevo qui il Lambrusco, dove mai? Lo dice anche Ligabue, mi pare.
Io comunque Ligabue non lo reggo.

A Reggio ci sono le zanzare, padania maiala, sono certo che lo canta anche Ligabue, e io ho lasciato lo stick a casa.
Chiedo all'oste del Canossa del formaggio. Mi risponde irritato NOI ABBIAMO SOLO PARMIGIANO. Zitto e muto mangio Parmigiano e bevo Lambrusco.
Totalmente ubriaco di Lambrusco e divorato dalle zanzare vado a caccia dell'auto parcheggiata non mi ricordo più dove e mi rimetto in viaggio per Bologna.
Bella Reggio, ci sono un sacco di giovani e di locali e si ci beve il Lambrusco. Ma con tutte 'ste zanzare mica lo so se ci vivrei.

[Nota postuma di oggi, 29 novembre 2013: da quando sono tornato da Reggio Emilia mi sono riempito la cantina di bottiglie di Lambrusco ed è la mia nuova droga]

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La Via Emilia in centro a Reggio Emilia
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Piazza Prampolini a Reggio Emilia, col Duomo a sinistra
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La statua del Crostolo in Piazza Prampolini, Reggio Emilia
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Reggio Emilia, teatro municipale
TAG: reggio emilia
07.43 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
29 Centodieci/44: Modena (prima di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
A Modena sono stato a fine agosto, di ritorno da una convention aziendale a Bologna. Dunque, mi sono presentato vestito bene e indossavo anche la cravatta, che secondo me i modenesi un po' ci tengono a queste cose e apprezzano.
Siccome sono tecnologicamente evoluto, a parte far fotografie con lo smartphone come da regolamento, per prendere appunti mi sono aggirato per Modena accompagnato dal solito tablet, ché sennò poi mi dimentico le cose e invece il Centodieci vien sempre più bello se butto giù le mie impressioni lipperlì.
Così me ne sono andato a zonzo un paio d'ore per Modena, vestito come un pinguino, prendendo appunti sul tablet, postandoli in diretta su FriendFeed, fotografando con lo smartphone.
Quando i modenesi se ne sono accorti ho gettato tutto a terra, ho alzato le mani e mi sono arreso.

Quindi, ecco qua: fate conto che sia il 31 agosto e che io stia raccontando Modena agli amici su FriendFeed.

A Modena, quando arrivi, all'improvviso ti ricordi che c'è l'Accademia militare. Te ne ricordi anche perché davanti c'è un parcheggio enorme, vuoto, e tu hai lasciato l'auto a mezz'ora di cammino perché poi sennò chissà dove accidenti parcheggi. Solo che ci sono trentadue gradi, sei vestito da pinguino perché arrivi dalla convention a Bologna e quando arrivi nel piazzale dell'Accademia sei sudato come un grasso americano in visita alle Piramidi del Cairo.
Per inciso, l'Accademia ha sede nel palazzo ducale di Modena, ma da qui in avanti ignoreremo volutamente questo trascurabile dettaglio culturale, perché ai fini del racconto ci serve l'Accademia e del palazzo ducale ce ne impipiamo, ché tanto l'Italia è piena di palazzi ducali e uno più uno meno, certo, non cambierà un granché.
Fosse poi, chessò, almeno una reggia imperiale: ma i duchi di Modena, suvvia.

Che a Modena ci sia l'Accademia è evidente anche perché sabato 31 agosto la città è deserta, ché i modenesi sono tutti a Rimini e invece i cadetti no. Infatti il centro è pieno di cadetti. Adesso ti racconto dei cadetti.

I cadetti li riconosci perché sabato 31 agosto a Modena ci sono trentadue gradi e loro sono tutti in giacca e cravatta come i testimoni di Geova (e come te), e infatti hanno anche tutti i capelli rasati come i testimoni di Geova (ma non come te), e insomma, penseresti che Modena è piena di testimoni di Geova, e invece no, è perché c'è l'Accademia.

I cadetti sono praticamente dei bambini con le guance rosa, tutti perfettini, un po' smarriti, a passeggio con la fidanzata del cadetto. La fidanzata del cadetto è una ragazza per bene, pettinata per bene, che passeggia molto orgogliosa a fianco del fidanzato cadetto.
Poi ci sono anche i cadetti vestiti da soldatini di piombo e sono quelli più belli, ché io credevo che esistessero solo nelle confezioni della Atlantic degli anni '70 e invece a Modena camminano per strada portando il cappello sotto braccio, per mano alla fidanzata del cadetto in divisa, che è come la fidanzata del cadetto, ma più orgogliosa, perché lui è in divisa.

Poi ho scoperto che esistono anche le cadette. Le cadette escono in divisa, ma non hanno i capelli rasati, sono solo molto ben pettinate e orgogliose della loro divisa. Però non si accompagnano a un fidanzato, ma a un altro cadetto in divisa, sennò non vale.
E mi sa che dei cadetti ho detto tutto.

Comunque, ho mentito: io non posso essere scambiato per un cadetto perché la verità è che alla fine ho lasciato la cravatta in macchina. Poi ho i capelli parecchio brizzolati e un po' lunghi, ché non vado dal parrucchiere da tre mesi almeno, e pure la barba lunga, per cui se mi avvicino troppo all'Accademia mi dicono Va' a lavurà barbùn, ma me lo dicono con l'accento come quello di Vasco Rossi.

Poi a Modena ci sono il duomo e il matrimonio in duomo e, come nelle migliori tradizioni del Centodieci, siccome il duomo di Modena è veramente figo, ovviamente è ingabbiato dalle impalcature e sta in una piazza che si chiama Grande ma è otto metri per cinque, per cui le foto al duomo di Modena con lo smartphone, ecco, che te lo dico a fare.
Poi a Modena ci sono anche altre chiese, ma siccome fa caldo io mi faccio una birra piccola in piazza Grande, che mi sa che l'ho già detto che è otto metri per cinque, forse sei.
Ah, quando arrivi a Modena è uguale a quando arrivi a Piacenza, così uguale che dici Ma io qui ci sono già stato è come essere a Piacenza.
Solo che sei a a Modena, e poi Piacenza fa schifo.

A Modena c'è anche la Torre Ghirlandina, che poi è la torre del duomo. Nella Torre Ghirlandina c'è la Secchia rapita, che è qualcosa che ti ricordi devi aver studiato al liceo sull'Argan. Solo che forse la Secchia l'hanno rapita davvero, forse no, forse è a Rimini anche lei, perché la torre è chiusa tutto agosto. E che giorno è oggi? Ecco, bravo, appunto.

E mi sa che con Modena ho finito, finisco anche la birra e me ne torno a Milano.

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Modena, l'accademia militare, presso il Palazzo Ducale
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La Via Emilia in centro a Modena
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Cadetti dell'accademia militare di Modena
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Il Duomo di Modena e la Torre Ghirlandina
TAG: modena, accademia militare
00.11 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/43: Massa, Carrara (e anche Colonnata, va')
NOV Centodieci
[Massa, e Carrara (e Colonnata, va'), le ho fatte a luglio, deviando da una delle consuete rotte estive avanti e indietro dall'Elba, e non le ho scritte io. Le ha scritte Lilith, che ha condiviso con me questa tratta del Centodieci. E siccome non avrei saputo scriverle meglio, le lascio a lei.]

Per fare Massa Carrara hanno dovuto prendere due città e farne una, perché sono due piccole città che a farle capoluogo di provincia si sentirebbero le risate di quelli che vogliono tagliare la spesa pubblica fino qui.
Quindi abbiamo Massa e abbiamo Carrara. Vuol dire due duomi, due piazze centrali, due centri cittadini. Ma in realtà non è proprio così, perché il duomo di Massa è una chiesa a mezzo, una chiesa messa in mezzo ai palazzi in pieno stile seicentesco con una scalinata corta e ripidissima e una facciata che ti chiedi se davvero è una chiesa quella cosa lì.

Lo è.
Mal tenuta, quasi vuota. Niente di che.
Ci sarebbe un pezzo chiaramente più antico, ma mal tenuto.
Uno pensa che forse è stata bombardata durante la guerra e mi pare che sia così, e allora tira un sospiro di sollievo, perché pensa che una città meriti comunque un duomo più bello di così, anche Massa e i massesi. Poi a Massa fai un salto in piazza Aranci e fotografi una grande fontana piena di leoni e il palazzo. Scopri così che da queste parti hanno un po' la fissa con il Risorgimento e l'unità, perché trovi monumenti al 17 marzo, al plebiscito a Cavour e a Mazzini sparsi tra Massa e Carrara.

Lasci Massa dopo un'ora scarsa perché hai letto che la città d'arte è Carrara, non Massa, e per andare a Carrara prendi un pezzo di strada tutta tornanti, molto ligure (da qui in poi non puoi più fare a meno di chiederti perché Massa e Carrara non siano in Liguria ma in Toscana) e arrivi a Carrara dove ti aspetti un sacco di marmo.
Infatti trovi un sacco di marmo.
Statue e monumenti e installazioni in marmo; alcune belle (ne spedisci una con Rando, puoi farne a meno?) altre meno, ma comunque, come si dice in teatro, interessanti.
C'è anche un castello finto medievale, a Carrara, e deve essere la sede dell'università, perché ci sono quelli con le cose sceme in testa e i genitori festanti intorno.
Poi a Carrara vai a vedere la piazza principale che è completamente pavimentata di marmo e ti aspetti cose grandiose, e dici ok, bellissima, perché c'è scritto che è bellissima, ma poi, se ci pensi, non è bellissima. Più interessante, direi.

All'ora di pranzo a Carrara ci si infila in una pizzeria al taglio (hai un'ora di tempo, non è che puoi cercare un ristorante, no?) e trovi una pizzeria con madre, figlio e nuora tutti piuttosto incazzosi.
In effetti a Massa e a Carrara hanno un cattivo carattere come i liguri, e non sono per niente caciaroni come i toscani: mugugnano, parlano a voce bassa, hanno un accento non identificabile e ti trattano male.
Liguria pura, a pensarci bene.
Nella pizzeria al taglio scopri che c'è dell'ottimo lardo e lo colleghi al fatto che ci sono un sacco di cartelli che mandano in direzione Colonnata, e quindi fai due più due e ti convinci di aver mangiato del lardo di Colonnata, che forse non è vero, ma fa figo.

Poi, anche se hai fretta, pensi che sia assolutamente doveroso andare a vedere le cave, dato che sei a Carrara, e prendi le strade strette e tortuose che portano su, e le vedi, le cave. E pensi che fare il cavatore deve essere un lavoro di merda, a voler parlare francese, e ti spieghi tutte le madonne dei cavatori che hai visto nei negozi e davanti alle chiese. E pensi che non è tanto adesso, ma che già secoli fa gli uomini prendevano il marmo da quelle cave lì, come adesso, ma lo facevano con i picconi e i badili e un po' pensi che l'umanità è grande, anche se piccolissima.
Allora scendi dalla macchina e raccogli della polvere di marmo, e ti rendi conto in un istante quanto debba essere un incubo, davvero, vivere vicino alle cave, perché in un secondo sei sporco di marmo, e la polvere dei marmo si attacca, ed è fine e imbianca tutto.

Così pensi di avere visto tutto di Carrara, o almeno le cose che contano.
E vai via, verso un altro capoluogo.

Massa01
A zonzo per Massa
Massa02
Il Duomo di Massa
Carrara01
Carrara, città del marmo
Carrara02
Carrara, la fontana del Gigante a fianco del Duomo
Carrara03
Il Duomo di Carrara
Carrara04
Colonnata (MS)
Carrara05
Carrara, le cave di marmo presso Colonnata
TAG: massa, carrara, colonnata
16.25 del 18 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

Genova01
Boccadasse (Boccadäse)
Genova02
Centro storico, via San Bernardo
Genova03
Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
Genova04
Genova05
La Lanterna, il simbolo di Genova
Genova06
Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
Genova07
Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 
28 Centodieci/41: Bologna
MAG Centodieci
A parte sfiorarla tutti gli anni dozzine di volte guidando lungo la A1, a Bologna città son stato in diverse circostanze, perlopiù per lavoro, e mi è pure capitato di dormirci. San Petronio la conosco dunque bene, dentro e fuori: naturalmente nell'occasione in cui decido di farci una scappata apposta per il progetto Centodieci è completamente avvolta dalle impalcature per lavori di restauro. In compenso Piazza Maggiore ospita palchi e allestimenti per la mezza maratona che si corre nel weekend.
Risultato: impossibile tirar fuori una foto decente della Cattedrale, né del cuore stesso di Bologna. Combinazione vuole che dovrò tornarci a fine agosto per lavoro, così magari cercherò di rimediare al magro servizio su questa tappa del Centodieci.

L'occasione in questione, invece, è stata una classica missione riempi-weekend con i Tati, con l'obiettivo - Centodieci a parte - di fare una rimpatriata con Gianni e Mario, due cari amici che a Bologna ci vivono, e dunque quali migliori guide?
E insomma abbiam mangiato alla grande, abbiamo camminato tanto e abbiamo messo nel sacco anche il quarantunesimo capoluogo, rimandando un po' a malincuore le facili deviazioni per timbrare anche Modena e Reggio Emilia (che però, a questo punto, conto di portare a termine durante la trasferta a Bologna di fine agosto).
Eravamo peraltro pure arrivati col sole e il caldo, peccato poi che la giornata si sia un po' guastata, ma perlomeno non abbiamo preso l'acqua che nel frattempo funestava la Lombardia.

E di Bologna, poi, che dire? Per quanto ci torni di tanto in tanto, non riesco mai a farla un po' mia, né tutto sommato a ritrovarmici. In qualche modo mi respinge, non saprei nemmeno perché. Capisco che ci si deve vivere piuttosto bene, capisco che la qualità di vita deve essere una spanna sopra a buona parte del resto d'Italia e che si respira un'atmosfera viva, piacevole, culturalmente stimolante (Do you remember Pordenone?), ma tant'è.
Forse, per quel che mi riguarda, è quel suo essere tutto sommato un po' lontana da tutto. Lontana dalle (mie) montagne, lontana dal (mio) mare, abbandonata lì ai confini della pianura e all'inizio dell'Appennino, per cui in realtà, nel mio riferimento geografico, è solo uno snodo di transito andando a Firenze e a Roma, o verso l'Adriatico (dove d'altra parte non mi capita di andare praticamente mai).

Insomma, Bologna non so. Non riesco nemmeno ad associarla a una qualche musica che amo: non a Guccini (Bologna è una grassa signora), che inevitabilmente lego più a Pavana, né a Dalla, che per qualche ragione a me ignota sento più vicino a Milano (che banche, che cambi / poi Milan e Benfica / Milano che fatica). Penso a Bologna e mi vengono in mente i Lunapop, per dire (ma come è bello andare in giro / per i colli bolognesi). Oppure, ecco sì, Dino Sarti: a me Bologna fa venire in mente Dino Sarti (Bologna Bologna / Bologna campione!).

Mi è capitato di insegnare, a Bologna, anni fa, e di tenere forse un paio di conferenze. Ho dormito in qualche hotel che non ricordo dove, mi pare vicino a Piazza Maggiore. Non rammento nemmeno dove ho cenato, né mi oriento particolarmente a Bologna. Ogni volta che ci passo le torri gentilizie non sono mai dove erano la volta precedente e questa volta mi sono pure imbattuto in un mercato, e secondo me a Bologna non ci sono mai stati mercati, prima.
Io non so se ci vivrei a Bologna. Abbiamo qualcosa che non va, Bologna ed io. Però è stato il miglior pranzo del Centodieci, fino ad oggi (o forse se la gioca con Cremona, a pensarci).

Bologna01
Non so come si chiama, ma si mangia benissimo
Bologna02
Palazzo dei Notai e Palazzo d'Accursio
Bologna03
Il Roxy Bar cantato da Vasco Rossi (mi dicono)
Bologna04
Attorno al centro storico
Bologna05
Stazione Centrale, 11:47
TAG: bologna
01.13 del 28 Maggio 2013 | Commenti (0) 
 
21 Centodieci/40: Piacenza
MAR Centodieci
Intendiamoci, Piacenza no.
Ché se leggi Wikipedia ti aspetti una classica città d'arte e ti dici che una giornata non ti basterà mai, figùrati mezza, e ti passa anche un po' la voglia, ché è vero che il Centodieci prevede solo toccate e fughe, rapidi scatti nelle piazze dei duomi e al massimo un caffè al volo, ma la verità è che questo va bene se passi da Rovigo, per dire, o da Pordenone, ma non è che puoi applicare davvero lo stesso principio, chessò, non dico a Firenze, ma nemmeno a Torino, ti pare? Ché se Piacenza è città d'arte come minimo ti prepari a scarpinare.
E invece.

Invece, un sabato di sole, ti appresti comunque a fare una veloce scappata a Piacenza, giusto per pranzo e un breve pomeriggio, ché tanto son solo cinquanta chilometri da Milano e non hai un tubo da fare, e quando mai ti càpita, sennò, di passare da Piacenza e fermartici.
E anche se non sei convinto, che c'è sempre quella faccenda di Wikipedia e ti sei annotato su Evernote (che ancora non sei così certo che davvero ti serva, Evernote, ma tutti ne son così entusiasti che ti senti un po' dropped out, così lo usi un po' a caso, giusto per 'ste cose) - su Evernote, dicevo - le cose da vedersi, e ti sembran mille e una, e già sei stanco prima ancora di partire, ché non è che l'idea di buttare una giornata a Piacenza, poi, t'attizzi così tanto, ma tant'è alla fine ti carichi i Tati in macchina, che ormai ti accompagnan di fisso in queste scorribande e si son messi anche loro a contare le città nuove che facciamo insieme, e inforchi al solito la A1, direzione sud, un po' annoiato anzichenò, ché preferiresti essere a sciare, ma Tato grande c'ha le tonsille come palline da golf, e dunque in quota forse no, vabbè, facciamoci Piacenza dài, così ce la leviamo dalla lista. Mal che vada almeno mangiamo bene.

Invece abbiam mangiato anche male: la pasta era orrendamente scotta, il salame e la coppa piacentina erano un po' industriali e l'oste pure antipatico.
Poi Piacenza, un grande boh. Del resto il duomo era pure chiuso, nella migliore tradizione italica delle città d'arte. Amen.

Ma intanto fan quaranta.

Piacenza01
Palazzo comunale, detto "Il Gotico"
Piacenza02
Palazzo del governatore
Piacenza03
Il duomo di Piacenza
Piacenza04
Basilica di San Francesco d'Assisi
Piacenza05
Inevitabilmente, la cosa migliore di Piacenza
TAG: piacenza
10.57 del 21 Marzo 2013 | Commenti (0) 
 
04 Centodieci/39: Cremona
MAR Centodieci
E insomma, complice la bella giornata di sole quasi primaverile e il non avere programmato per tempo una conseguente e adeguata sciata come sarebbe stato d'uopo (ma rimedieremo), Tati ed io ne abbiamo approfittato per andare a piazzare la bandierina del Centodieci a Cremona, la città delle tre T: Torrone, Tognazzi e Mina. No, non funziona. Com'era? Vabbè, insomma.
Il torrone in effetti lo vendono dai carrettini in piazza. Noi però, un po' a malincuore, abbiam lasciato perdere, ché Tato grande ha appena messo l'apparecchio, il papà è di nuovo in pieno rush salutista e dunque Tata piccola sarebbe stata comunque messa in minoranza. In compenso siamo andati a strafogarci in questo bel ristorantino sul Po consigliatomi dagli amici di FriendFeed: il posto merita assai, si mangia molto bene, si beve altrettanto e l'ospitalità è all'altezza. Ecco, all'improvviso mi rendo conto che scriverne a mezzogiorno, con davanti la prospettiva di un veloce panino in un bar dell'hinterland milanese, non è stato particolarmente strategico perché sto per svenire dalla fame.

Detto del torrone, di Tognazzi potete trovare le locandine dei film, nel caso. Sulla terza T invece, che - ho controllato su Wikipedia - si riferisce al Torrazzo (che poi altro non è che il campanile del duomo), ci siamo saliti trascinati dallo spirito intraprendente di Tata (altre due T) piccola, e son cinquecentodue gradini per la cronaca, milleequattro fra andata e ritorno, che dopo il pranzo di cui sopra tutto sommato male non fa.
Leggo anche che il Torrazzo è il campanile storico più alto d'Italia e non posso fare a meno di chiedermi cosa distingua un campanile storico da uno non storico.

A Cremona c'è anche il Po, che visto da qui è grandicello assai e a me mette pure un po' d'angoscia. Ché è pur vero che in vita mia son stato sul Rio della Plata, ho navigato le acque del Mekong e del Fiume Giallo, e ho attraversato anche il Volga e lo Yenisei, ma quelli son fiumi veri dài, il Po, be' il Po, cioè, non è che te lo aspetti che il Po possa sembrarti un fiume serio, grande e profondo, di quelli che magari vedi pure navigarci in mezzo cose. E invece.
Epperò, il fatto che la specialità al ristorante La Lucciola sia il pesce spada qualcosa dovrebbe dirmi. A Tata piccola 'sta cosa ha seccato parecchio, ché lei voleva una bella trota alla griglia.

Cremona1
Il Po presso Cremona
Cremona2
Lungo le rive del Po a Cremona
Cremona3
Cremona, il palazzo comunale
Cremona4
Cremona, il duomo e il Torrazzo
Cremona4
Gli affreschi del duomo di Cremona
Cremona6
Il battistero dalla terrazza del duomo
TAG: cremona
14.52 del 04 Marzo 2013 | Commenti (2) 
 
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