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05 Centodieci/52: Benevento e Avellino (Southtrip part II)
OTT Centodieci
Adesso vi dico di Benevento. A Benevento danno del "voi". Poiché non scendevo in Campania dai tempi del Regno delle Due Sicilie e non sono quindi uso a queste cortesie, ho collezionato una fila di gaffe da competizione. Tipo quando per cena mi sono seduto al tavolo di un bel ristorante sotto l'Arco di Traiano, il cameriere avvicinandosi mi ha chiesto "dite" e gli ho risposto "grazie, sono da solo".
Annoto che al medesimo tavolo sono stato divorato dalle zanzare. Le zanzare sono per l'appunto quelle citate nel post precedente su Potenza. Per qualche ragione ignota non mi aspettavo zanzare a Benevento, ché le zanzare secondo me vivono solo in Padania, nella tundra artica e in tutti i posti dove amo viaggiare, e invece no, esistono le zanzare anche a Benevento e sono ferocissime.
Così, per vostra informazione.

Siccome poi sono recidivo, anche a Benevento prima di cena ho ordinato uno spritz. Mi han portato questo:

Benevento07


Mi pare di averlo già scritto altrove: non ordinate mai uno spritz al di sotto del Po, mai.

A proposito di cena: a Benevento cenano tardissimo. Io, da buon genovese trapiantato in Padania, mi ero seduto al tavolo puntuale alle 20:00:00 e mi ero molto meravigliato di essere praticamente l'unico avventore, trattandosi di una bella serata di fine estate, all'aperto, calda, satura di zanzare, in un bel ristorante davanti alla testimonianza storica simbolo di Benevento.
Alle dieci di sera, mentre pagavo il conto, il ristorante stava iniziando a riempirsi. C'era anche una tavolata di settanta persone, praticamente tutta Benevento al completo. D'altra parte a Benevento è evidente che si conoscono tutti fra di loro, è sufficiente farsi due vasche su per Corso Garibaldi all'ora dell'aperitivo, quanto basta per sentirsi foresto, così foresto e del nord che per il solo fatto di passeggiare per Corso Garibaldi ti guardano con quella faccia un po' così tipo "dottò, avete bisogno?", anche se quella faccia un po' così è poi una citazione riferita ad altrove, e niente, mi sto perdendo, adesso riprendo il filo.
A Benevento, comunque, sono tutti estremamente gentili. Tranne in hotel, dove te la menano un po' perché hai la carta d'identità scaduta da qualche mese e non l'accettano. Come se adesso ci mettessimo a fare i puntacazzisti sul regolamento proprio in Campania. Eddai, su.

A Benevento, poi - che non so se vi ho già detto è sorprendentemente piacevole - dicevo, a Benevento c'è anche un teatro romano dove si paga il biglietto di ingresso per la visita, solo che dentro non c'è praticamente nulla, a parte qualche avanzo di colonna per terra e le gradinate che vengono utilizzate per gli spettacoli estivi.
Quindi ho pagato il biglietto di ingresso per vedere due colonne per terra e gli operai che montavano i tubi Innocenti per sostenere l'impianto luci per lo spettacolo della sera.
Però c'era un tramonto con una luce bellissima.
E le zanzare.

Benevento01
Benevento, Arco del Sacramento
Benevento04
Benevento, teatro romano
Benevento05
Benevento, Cattedrale di Sancta Maria de Episcopio
Benevento06
Benevento, Chiesa di Santa Sofia
Benevento02
Benevento03
Benevento

Il mattino seguente mi sono poi avviato per Avellino, con molta calma invero, ché da una rapida occhiata a Wikipedia mi ero fatto l'idea che Avellino la potessi sfangare in un'oretta al massimo.
Mi sbagliavo: mi ci sono voluti quarantacinque minuti, solo perché ho deciso di prendermela comoda, ché altrimenti stavo sotto la mezz'ora.

Avvicinandosi ad Avellino il TomTom impazzisce del tutto, roba che al confronto Potenza gli sembrava Manhattan. Alla terza inversione a U impossibile che mi ha proposto (una in superstrada a quattro corsie, una dentro a un tunnel e una dentro a un senso unico largo due metri), ho preferito proseguire orientandomi col sole e l'orologio a lancette, come insegnava il Manuale delle Giovani Marmotte.
Va peraltro detto che Avellino è grande come il Manuale delle Giovani Marmotte volume uno, volume due compreso includendo i sobborghi.
Ad Avellino, comunque, esistono alcune strade che non sono mappate nemmeno su Google Maps. In pieno centro. Considerato che in tutta Avellino ci sono forse quindici strade in totale è evidente che la Google Car è stata tratta in inganno da un TomTom ed è rimasta intrappolata in un buio garage segreto di Avellino, in attesa del pagamento di un riscatto, senza aver potuto completare il proprio lavoro.
Ad Avellino, infine, si parcheggia per fortuna direttamente in Piazza Duomo (se riuscite ad arrivarci), e vi va anche bene perché non solo è impossibile parcheggiare in qualunque altro posto, ma anche perché gli avellinesi guidano tutti sotto i 10km/h con strade completamente vuote, son più lenti dei pedoni, e se siete usi a divincolarvi nel traffico milanese del primo mattino è probabile che un tubetto di Xanax non sia sufficiente per la vostra permanenza automobilistica ad Avellino.

Poi: Avellino si porta addosso tutt'ora qualche segno del terremoto del 1980, il che, a mezzogiorno di un giorno di fine estate con circa trentacinque gradi all'ombra - che non c'è, l'ombra intendo - mentre girate a piedi per l'inesistente centro cittadino sudandovi tutto il sudabile, porta a fare dei curiosi e surreali parallelismi fra Avellino e Tokyo, ragionando sull'ineluttabile destino dell'umanità.

Il duomo di Avellino, come da antica tradizione del Progetto Centodieci, era ovviamente chiuso e d'altra parte circondato da lavori in corso, non so se avanzi degli effetti del terremoto, nel qual caso non li chiamerei lavori "in corso", forse nemmeno lavori, diciamo piuttosto un'installazione. Peccato, perché aveva pure l'aria di poter essere interessante l'interno del duomo.
In tutto il resto di Avellino non ho quasi trovato anima viva, a parte pochi mezzi che circolano alla velocità sopra citata. Non è un caso che non ci sia anima viva nelle mie foto del centro di Avellino.
Non è nemmeno un caso che mi siano venute quasi solo foto in bianco e nero. Avellino non riesci a immaginarla a colori nemmeno dal vivo.
Comunque, raga, Avellino forse batte Rovigo.

No, dai, scherzavo. Niente può battere Rovigo.

Avellino01
Avellino02
Avellino03
Avellino
Avellino04
Avellino, Torre dell'orologio
Avellino05
Avellino, fontana di Bellerofonte
TAG: avellino, benevento
01.13 del 05 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/50: Potenza (and then there was South)
OTT Centodieci
Quindi sono andato al Sud. Tipo che l’ultima volta sotto a Roma, a memoria, mi pare sia stata una puntata quick and dirty per lavoro a Napoli attorno al 2003 e prima di quella occasione forse un evento analogo dieci anni prima.
Più in giù di Napoli si parla addirittura del '79: c’erano una Simca 1301 marrone e mio papà alla guida, per dire, o forse c’era già la Fiat 132, non ricordo, e comunque eravamo ancora in epoca borbonica, quindi forse nemmeno vale.
Esisteva ancora la A2, non so se mi spiego, e la A3 era probabilmente in condizioni migliori di oggi.
Che poi, diciamolo: il pezzo di A3 che ho guidato da Salerno fino al raccordo con la bretella per Potenza era più figo e nuovo della Milano-Torino, ma mi dicono che la leggendaria tratta infernale sia quella che prosegue poi per Reggio Calabria.

E niente, mi sono detto: vado a Potenza. Per dirvi la verità non avrei saputo nemmeno collocarla con precisione sulla carta geografica, Potenza, ma c’è il fatto che se vuoi completare il Progetto centodieci prima o poi bisognerà bene prendere e andare a Potenza (sì, lo so, anche a Villacidro e Sanluri, può essere che ne parliamo a dicembre).
Poi, tanto che c'ero e per dirvela tutta, son stato anche a Salerno, e poi a Benevento, e poi ancora ad Avellino e infine a Napoli. Mi son fatto prendere un po’ la mano, ché tanto che ero al sud, sai com’è, chissà quando mi ricapita. E poi son tutte lì e che ci vorrà mai ad andare ad Avellino, per dire, o a Benevento.

Be', insomma, mi ci son voluti quattro giorni fra andare, piazzare le bandierine e tornare, e quindi alla fine ne ho infilate cinque in un colpo e son balzato a quota cinquantaquattro su centodieci. Non vi gira un po' la testa con tutti 'sti numeri? A me sì.

Se poi vai al Sud, fra l'altro, di cose da scrivere ne accumuli a badilate e così sono andato a zonzo col solito bloc notes, quello elettronico dello smartfono, ché dovevo prendere appunti perché poi mi dimentico le cose, ché se ti spari cinque capoluoghi in tre giorni il rischio di fare un po' di casino poi c'è. Tipo, dov'è che m'han divorato le zanzare? E la fontana quellallà, dov'era?
Solo che adesso leggo gli appunti e non ricordo nulla lo stesso. E poi non so se farne un unico post, o farne cinque, o raggrupparle a due a due, che però non si può perché son dispari.

Vabbè, intanto vediamo: annotazioni su Potenza.

Autostrada. Non lo so come sia la A3 viaggiando verso Reggio Calabria, ma ho guidato lungo la bretella per Potenza. Qualche anno fa comunque anche la strada fra Tirana e Ohrid e sono orgogliosamente sopravvissuto a entrambe le esperienze. Nonostante la bretella per Potenza.

Freddo. Freddo faceva, in effetti, ché se non lo sapete Potenza sta in quota e pare che d'inverno sia spesso solita a metri di neve. E dunque la sera, pur nel contesto di un piacevole e soleggiato inizio settembre, sono stato ben felice di avere con me la felpina. Che è un po' come il coltellino svizzero e la lampada frontale: non dovrebbero mai mancare nel trolley.

Negozi cinque. Nel senso, a Potenza il pomeriggio i negozi aprono alle cinque. Praticamente l'ora in cui a Bolzano si va a cena. Dovessi proprio dire, mi sento geneticamente affine ai potentini, nonostante io sia inesorabilmente nordico, ma d'altra parte hanno la neve, e dunque.

Spritz. Ho preso uno spritz. Mi son seduto al tavolino di un bar per un aperitivo e ho chiesto uno spritz. A Potenza. Basilicata.
Mi hanno chiesto se volevo provare una variante inventata da loro, col vino rosso. L'ho provata. Faceva cagare. Non bevete lo spritz a Potenza, non fatelo mai. (In generale, forse, non chiedete mai uno spritz sotto al Po. Ma nemmeno sotto al Piave, va'.)

Pristina. Sono stato a Pristina, in Lesotho, a Tiraspol e poi a Potenza.

Guidare. Potenza è così topograficamente assurda che dopo essersi perso per la trentesima volta il Tom Tom mi ha fatto accostare, mi ha detto di arrangiarmi e si è spento. Per fortuna esiste Google Earth, ché l'unico modo di orientarsi a Potenza è per confronto diretto con le immagini satellitari. E non vi dico poi del parcheggiare a Potenza. Nel centro storico.
A Potenza, potendo (potendo, Potenza, sembra quasi venuta apposta e invece no) - dicevo - a Potenza, potendo, andateci in treno.
No, vabbè, niente. Non voglio nemmeno immaginare i treni che arrivano a Potenza.

Lo so, questo post fa abbastanza pena, meglio di così non mi viene, ma avete presente Potenza? D'altra parte son settimane che ci provo, alla fine la pianto sempre lì.
Comunque Potenza è meglio di Rovigo.
Del resto qualunque cosa è meglio di Rovigo.

Le altre tappe, poi, arrivano nei prossimi post. Non prometto di meglio, ve lo dico già.

Potenza01
Potenza02
Potenza03
Potenza04
Potenza05
Potenza06
Potenza07
Potenza
Potenza08
Edicola di San Gerardo, Potenza
Potenza09
Cattedrale di San Gerardo, Potenza
TAG: potenza
09.10 del 03 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
20 Centodieci/49: Rimini (e Riccione, e San Marino)
GIU Centodieci, Spostamenti
Poi, parliamo di Rimini: Rimini è quella roba dove da casa mia al casello di Rimini ci vogliono tre ore, dal casello di Rimini al primo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, dal primo semaforo di Rimini al secondo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, e così via di semaforo in semaforo (di Rimini), solo che da casa mia al casello di Rimini ci sono trecentocinquanta chilometri, dal casello di Rimini ai semafori successivi trecentocinquanta metri.
E adesso non so, parliamo del traffico di Milano, Roma e anche Bangkok.

In un Paese, peraltro, ormai devastato dalle rotonde anche nei posti più imbecilli dell’universo, tipo all’incrocio fra un’autostrada a sei corsie e il passo carraio di un fienile abbandonato dalla crisi agricola del 1860, a Rimini ce n’è solo una:

RN01
RN02

Io a Rimini non ero mai stato. Davvero. Si può non essere mai stati a Rimini (e a Riccione)? Sì, eccomi.
Così è capitato che Leonardo avesse i campionati nazionali di karate a Riccione e quindi via, spedizione sulla riviera romagnola e ci siam fatti campionati (dove il ragazzo, sia detto a titolo di orgoglio paterno, si è portato a casa un argento e un bronzo) e tappa Centodieci a Rimini.
Io, lipperlì, vista l'occasione sarei anche stato preso dalla foga di piazzare bandierine in ognidove attorno, tipo Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, ma alla fin fine avevamo solo il tempo fra un incontro di kumite e un turno di kata, e Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, volevan dire prenderne due alla volta, ché se vuoi piazzare la bandierina a Pesaro-Urbino non è che ti basta andare solo a Pesaro, o solo a Urbino. Come quella volta che siamo stati a Massa Carrara, per dire.
Che poi: la menano per anni con l’abolizione delle province, ma intanto Forlì all’improvviso è diventata Forlì-Cesena e Pesaro adesso fa Pesaro-Urbino. D'altra parte quando ho fatto Verbania me ne son toccate tre.
Comunque, insomma no: alla fine siamo stati solo a Rimini (e a Riccione) e la domenica ho portato i ragazzi a San Marino, ché così Leonardo ha piazzato il suo ventesimo Paese (in tre continenti) a soli 11 anni e Carola il tredicesimo (in due continenti) a 8 anni. Talis pater, eccetera.

Dunque, Rimini: io a Rimini non ero mai stato, ché anche da giovine, mentre tutti i miei amici andavano a Rimini, io andavo a Capo Nord in tenda da solo, alle Svalbard in tenda da solo, in Patagonia (d’inverno) in tenda da solo o, nella migliore delle ipotesi, in mezzo al Sahara con una R4 e una sbarra di ferro per smontare gli pneumatici, forgiata dal fabbro di Douz seguendo un disegno che gli avevo scarabocchiato lipperlì su un foglio a quadretti.
Occhei, è vero: sono sempre stato un po’ snob sul tema Rimini, ma dovete prendermi così.
Poi, mica solo Rimini: Rimini e la riviera adriatica intera. Da Lignano Sabbiadoro fino a Francavilla al mare, il concetto di riviera adriatica come l'orrore del colonnello Kurtz.
Così, immaginatemi a cinquant'anni inscatolato in coda per la prima volta a un semaforo di Rimini, sotto la pioggia, il venerdì sera di un weekend di primavera, uno dei primi weekend in cui l’universo intero si muove per andare a Rimini.

E invece. Mi è piaciuta Rimini. Vedi a esser prevenuti. Oddio: mi è piaciuta perché non c'era un cane, nemmeno gli ombrelloni, è stata una bella giornata, ho fatto delle belle foto, abbiamo camminato tanto sulla spiaggia deserta, il mare era una tavola e perfino trasparente, c'erano molte conchiglie ed è stata una giornata di gran serenità e pace.
Costa un tubo, poi, Rimini. Almeno, a maggio, ché ad agosto non so.
Rimini ad agosto, colonnello Kurtz.
Non mi convincerete mai del contrario.
E comunque mai più a Rimini. Al massimo Forlì-Cesena.

Rimini01
Il Duomo di Rimini
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Rimini
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Riccione
SanMarino01
SanMarino02
San Marino
TAG: Rimini, Riccione, San Marino
08.38 del 20 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
16 Centodieci/48: Bolzano (e Stelvio, e Gavia, e Solda, eccetera)
GIU Centodieci, Spostamenti
Per la verità il giro Centodieci a Bolzano l’ho fatto ormai un anno fa, giusto il primo weekend di giugno, epperò il post mi è rimasto fermo fra le dita per tutti questi mesi.
È che a Bolzano in realtà son stato mille e una volta in vita mia, non è che l'occasione in sé fosse una novità. È che quel weekend ero partito coi ragazzi per fare altro: un giro al Gavia e allo Stelvio, e una visita a Juval e ai Messner Mountain Museum, sulle tracce del mio eroe e icona di gioventù.

È che volevo poi scrivere un post su altro, tipo che per una vita ho sempre sognato di ritirarmi, prima o poi, a far vita da eremita in una qualche valle di montagna: una vecchia casa walser da ristrutturare in alta Valsesia, o in fondo alla Valle Anzasca, ai piedi del mio Monte Rosa, o nei prati di Grindelwald, sotto l’Eigerwand, o una baita immersa nel Parco del Gran Paradiso; o al limite, proprio al limite, ad Andalo, nei luoghi della mia infanzia, all’ombra del Campanile Basso.
L’Alto Adige no, non lo avevo mai preso in considerazione. Non che non lo abbia frequentato, tanto da ragazzo, poi di nuovo da adulto, e pur tuttavia in qualche modo mi è sempre rimasto estraneo, sebbene abbia dato i natali alla maggior parte dei miei miti di giovane alpinista.

E nulla, scendendo dallo Stelvio sul versante di Trafoi, dove non transitavo da più o meno quarant'anni, e risalendo poi verso Solda per visitare il primo dei Messner Mountain Museum, lì sotto ai ghiacciai dell’Ortles all'improvviso ho trovato il luogo della mia vita. Così, trasportato quasi dal caso.
Perché io, dell'Ortles, non conosco e non conoscevo quasi nulla. In quella zona qualche anno fa avevo salito il Gran Zebrù e il Cevedale, due montagne meravigliose, peraltro due fra le ultime salite della mia carriera alpinistica, ed era quella la prima volta che mi cimentavo con le vette del gruppo e che mi ritrovavo l'Ortles davanti.
Che strano non aver mai preso in considerazione l'Ortles. Dev'essere stato per quella sfiga che lo accompagna, quel centinaio di metri che lo separano da quota quattromila, il limite del collezionista, la soglia al di sotto della quale non vale(va) la pena sprecar gambe e polmoni per piantare la mia piccozza su una cima. Quella stessa ragione per cui sali lo Shisha Pangma, ma non il Gyachung Kang .

Così, sono arrivato a Solda. Ho visitato il museo di Messner e ho visto la tuta con cui ha salito il Nanga Parbat nella solitaria del 1978, quella stessa tuta che indossava nell'autoscatto sulla cima, la foto di copertina del suo libro più bello, il primo dei suoi che abbia letto, molti anni fa, grazie al quale ho iniziato ad avvicinarmi all'alta quota, a sognare l'Himalaya e a studiare, da allora, tutto quello che c'è da sapere sull'aria sottile, sulla storia dell'alpinismo, sugli uomini e le montagne più alte del pianeta, fino a farne ben più che un hobby, una vera ossessione, il sogno di una vita, l'invariabile risposta alla domanda di ogni colloquio di lavoro: "Come si vede fra dieci anni?". In cima all'Everest.

Sono arrivato a Solda e ho pensato che era esattamente lì che volevo andare a vivere e ritirarmi, che quello era il mio luogo, che avevo trovato le mie radici ai piedi dell'unico ghiacciaio, sulle Alpi, che non avevo mai preso in considerazione.
Che lì ero a casa.
Tu guarda a volte, il caso.

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Il Gruppo dell'Adamello, salendo al Gavia da Ponte di Legno
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Il Passo di Gavia, a 2.621m
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Salendo al Passo dello Stelvio (2.758m) da Bormio
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Il versante di Trafoi del Passo dello Stelvio
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Solda (BZ), sede del Messner Mountain Museum "Ortles"
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Castel Juval, casa di Messner e sede del primo Messner Mountain Museum
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La tuta con cui Messner ha salito il Nanga Parbat in solitaria nel 1978

Poi nulla, abbiamo dormito in una Trafoi praticamente deserta, ché ancora non era stagione, e il giorno dopo siamo stati a Castel Juval, a casa Messner. Lo abbiamo pure incrociato, Reinhold.
Capirai, per me è stato un po' come andare alla Mecca e imbattermi in Maometto.

A Bolzano abbiamo fatto sosta sulla via del ritorno per farci un gelato e, tanto che c'eravamo, per onorare la quarantottesima tappa del Centodieci, visitando anche Castel Firmiano e il museo archeologico dell'Alto Adige, dove è conservata la mummia di Ötzi. Che si sa, son cose che ai ragazzi piacciono e poi le raccontano ai compagni di scuola.
E che devo aggiungere di Bolzano? D'estate è sempre maledettamente calda, è meno trentina (e meno accogliente) di Trento e meno altoatesina (e meno accogliente) di Innsbruck.
Bolzano per me è sempre stata un po' la Bologna alpina, un crocevia di transito per altri luoghi miei. Dev'essere che da bambino, ogni estate, si partiva da Andalo per venir qui a comprare il loden, ché ai miei piaceva vestirmi con il loden (e i pantaloni tirolesi), ed io da allora non ho mai più messo un cappotto in vita mia (men che meno pantaloni tirolesi con le stelle alpine e le bretelle), giuro. Io i cappotti proprio li odio, figurati quelli verde oliva. Ho sempre attribuito questo fatto al trauma infantile del loden verde coi bottoni di legno.

Va detto che a Bolzano, comunque, fanno sempre ottimi gelati. Anche se la gelateria di quegli anni, quella che mi impilava sul cono le palline una sopra all'altra, quella gelateria non l'ho mai più ritrovata.

Bozen01
Bolzano, il centro
Bozen02
Il duomo di Bolzano
Bozen11
Castel Firmiano, Bolzano, sede di uno dei Messner Mountain Museum
TAG: bolzano, alto adige, gavia, stelvio, solda, juval, messner
16.34 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/47: Padova
GEN Centodieci, Amarcord
Son sei mesi che ho in canna 'sto post su Padova, ma tant'è. Sarà perché per me Padova è rimasta sempre via Rudena 45, l'immagine confusa di una specie di parco, o forse una piazza rotonda accanto a dei giardini, una stazione che non ricordo, e dei portici, credo. Immagini di un autunno di trentadue anni fa. Ché poi non ci son mai più tornato a Padova, da allora.
E dire che in questi ultimi quindici anni credo di aver percorso più volte la A4 di qualunque altra strada nel mondo, con l'esclusione giusto della tangenziale, per dire, e sai le centinaia di volte che me la son lasciata a destra, viaggiando verso est, o a sinistra, tornando verso ovest, Padova. Che poi, a pensarci bene, mica lo so davvero se Padova stia a destra (o a sinistra) rispetto a quei sensi di marcia. Ho sempre immaginato così. Quando ci sono infine tornato, lo scorso luglio, non ci ho poi fatto caso.

Ora, io son certo che lei mi ha ripetuto enne volte almeno una dozzina di cose che dovrei ricordarmi del nostro zingarare per Padova in attesa del concerto di Roger Waters, ché l'occasione è stata quella, ce l'eravamo tenuti da parte apposta il Centodieci a Padova, e in effetti io, di quel giorno a Padova, ricordo soprattutto il parcheggio a millemila chilometri dallo stadio, il caos per riuscire a prendere una navetta, il popolo di The wall che aveva invaso la città, il caldo, la sete.
Son passati sei mesi e non mi è rimasto molto altro, a parte giusto la basilica di Sant'Antonio inesorabilmente avvolta dalle impalcature, nella migliore tradizione del Centodieci. E sì, certo: la lingua del Santo. Dio, come ho fatto a dimenticarla, la lingua: ci siamo pure fatti la coda d'ordinanza nella cappella. La lingua, sì. No. No. No, non me la ricordo, su. Non è vero. Voglio dire, sono certo che l'abbiamo vista, ci siamo andati apposta, ma non la ricordo. Lo so che mi ha detto ricordati della lingua, ma mi sa che l'ho rimossa. Come quando vai a fare la spesa, ricordati la maionese, e poi tu torni e la maionese te la sei ovviamente dimenticata.
Però rammento che nella cappella c'era anche un sasso grigio e l'etichetta diceva che Sant'Antonio lo aveva usato come cuscino, e ho pensato che doveva essere molto scomodo dormire con la testa appoggiata a quel sasso. A qualunque sasso in generale, comunque.

Poi, per la verità, ricordo il caldo. E quel bar dove ci siamo fermati un'ora prima di avviarci verso lo stadio. L'unico bar di Padova senza l'aria condizionata. Credevo di svenire e ricordo che mi sono chiesto se davvero fosse valsa la pena venire a Padova per rivedere Roger Waters, che ad oggi rimane l'unica rockstar che abbia visto due volte in vita mia.
E comunque sì, la risposta è sì. Quella giornata è valsa la pena, in generale. È stata una gran giornata, anche se ce la siamo sudata tutta.

E sì, mentre gironzolavamo per Padova in attesa del concerto, ci siamo passati da via Rudena 45. Che in realtà è stato un po' per caso, ma la via è piuttosto centrale e anche a volerla evitare non è così immediato. Poi non so se davvero sia stato per caso, o se il mio percorso non potesse che passare da lì. So che a un certo punto, camminando, sull'angolo della via il cartello era quello.

Io la ricordavo diversa, via Rudena 45. Mi son fermato un istante davanti al portone, che non era affatto come nei miei ricordi, o forse sì, non saprei dirvi. Che strano.
Che strano che il ricordo non fosse preciso, disegnato perfetto in ogni particolare.
Mi son fermato lì un istante, ho cercato di mettere a fuoco alcune cose. Mi sono guardato attorno alla ricerca di quattro ragazzi diciassettenni che camminavano sotto i portici, per mano a coppie, o forse abbracciati, boh. La verità è che non lo ricordo affatto.
Nei trentadue anni precedenti mi era capitato spesso di immaginare, un giorno, di tornare in via Rudena 45, ed eccomi lì.
Mi sono sentito molto stupido.

Che strano avere avuto diciassette anni. E avere creduto a delle cose a diciassette anni. Quando hai diciassette anni ti credi di aver vissuto già la maggior parte della vita che valga la pena vivere, di sapere già tutto quello che c'è da sapere. Quando hai diciassette anni ti ammazzano cose che se potessi vederle con gli occhi di trent'anni dopo ti sentiresti davvero stupido, così stupido, inutile e piccolo che la tua unica preoccupazione sarebbe di cancellarne ogni traccia immediatamente e di sparire, altro che ricordi.
Io poi li ho odiati i miei diciassette anni.

L'ho googlata qualche volta, del resto googlo tutti io, ma non esiste proprio. Una flebilissima traccia qualche anno fa, il verbale di una classica riunione dei genitori, se non sbaglio. Null'altro. Svanita.
A pensarci bene, non sono sicurissimo che fosse poi davvero il 45. Credo di sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Dovrei andare a recuperare le lettere, che sono nel cassetto della libreria in corridoio dove tengo tutta la mia vita: diari, cartoline, pagine di quaderno, fotografie, biglietti, pezzi di ogni cosa. Ma in realtà non servirebbe nemmeno, perché su quelle buste c'è il mio indirizzo, sono io il destinatario. Le buste indirizzate in via Rudena mica le ho io.
Per fortuna. Ché a me non ha mai fatto alcuna tenerezza rileggere i miei diciassette anni.

Padova01
Padova, Palazzo della Ragione
Padova02
Piazza dei Signori, Palazzo del Capitanio e Torre dell'Orologio
Padova03
La Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori
Padova04
Padova, Piazza Antenore
TAG: padova
23.43 del 18 Gennaio 2014 | Commenti (0) 
 
16 Centodieci/46: Grosseto
DIC Centodieci
Unico capoluogo della Toscana che non conoscevo (no, vabbè, ci sarebbe anche Prato, ma non scherziamo, dài) (sì, ok, lo so che devo fare anche Prato, ché mica posso lasciare il buco: appena mi càpita di ripassare da Firenze, ché tanto devo ancora mapparla per il Centodieci, metto la bandierina al volo anche a Prato, promesso) - dicevo: unico capoluogo della Toscana che non conoscevo, più o meno a due passi dalle mie consuete rotte estive, Grosseto aveva un po' la sfiga di esser fuori quadro navigatore, ché di norma il mio asse di percorrenza va e viene da Milano per l'Elba, e Grosseto sta invece altrove, spostata una novantina di chilometri a est di Piombino.

Ché non pare, e saran pur sempre superstrade rettilinee a quattro corsie che taglian la Maremma (è Maremma, quella? Maremma maiala, adesso mi viene il dubbio), ma novanta chilometri ad andare e novanta a tornare, se devi rientrare a Milano, son pur sempre almeno centoottanta che ti spari in più, oltre ai quattrocento già previsti.
Se vuoi andare a Grosseto, intendo.
Approfittando del fatto che sei a Piombino, intendo.
Prima di tornare a Milano, appunto.
Insomma, se è domenica, sbarchi a Piombino arrivando dall'Elba e prima di andare a casa vuoi fare un salto a Grosseto, considera di mettere in conto almeno un paio d'ore di viaggio in più e che nel tardo pomeriggio, da Rosignano in su, saranno cavoli tuoi, ché hai presente rientrare la domenica di un weekend, chessò, di luglio, lungo la A12?

D'altra parte, quando accidenti ci vai a Grosseto, sennò?
Soprattutto, cosa mai potrebbe portarti a Grosseto, poi?
Ché se dai un'occhiata alla carta, sul versante tirrenico, fra Livorno e Roma tutto sommato non ci sarebbe un accidenti di nulla, non fosse per Grosseto, che sembra l'abbian messa apposta per piazzarci almeno un capoluogo, lì in mezzo. Ché altrimenti sarebbe rimasto un buco. Come quando devi distribuire i cubetti di mozzarella sulla pizza e alla fine ti rimane un buco dove c'è solo la salsa di pomodoro, ma hai finito la mozzarella e ti incavoli perché non è distribuita uniformemente, e devi pasticciare con le dita in mezzo al sugo per spostare i cubetti.

Comunque: alla fine, lo scorso luglio, tornando dall'Elba coi Tati, è andata a finire che invece di puntare dritti a nord abbiamo deviato e siamo andati a farci un'insalata e un gelato a Grosseto.
Così, fatta: via il dente, via il dolore. Bandierina anche su Grosseto e non se ne parli più.

Che poi, in tutta onestà, io non saprei che dirvi di Grosseto, se non che abbiamo girato il centro storico per benino e ci siam fatti una passeggiata lungo il perimetro delle mura medievali, che un po' ti sembra di essere a Lucca, volendo.
E infatti Grosseto è una delle cinque città italiane che hanno conservato l'intera cerchia muraria: le altre sono Ferrara (fatta), Bergamo (fatta), Lucca (appunto, fatta) e Treviso (fatta, ma non ancora mappata sul Centodieci).
Poi: son gentili a Grosseto, nemmeno sembran toscani, quasi.
Ah, sì, quando ci arrivi è abbastanza inutile, Grosseto: potrebbe essere, chessò, Ladispoli. Ma poi io non son mai stato a Ladispoli, quindi mica lo so se è così. È solo che Grosseto è tutta lì, quattro vie dentro le mura. Quel che c'è al di fuori, che è più esteso, è solo una distesa di anonime vie e casette e rotonde e quadrati urbani di pianeggiante periferia mediterranea, un reticolo a maglie larghe dove guidare a caso, svoltando un po' qui un po' là, dietro al navigatore, finché non sbatti addosso alle mura e parcheggi.
Ché è facile parcheggiare a Grosseto fuori le mura.

Tutto qua. L'ho già finita, Grosseto. È che dovevo pur farci un post, ché il Centodieci richiede sempre un post, per quanto minimo possa essere.
Mica lo so se ci torno a Grosseto. Già prima o poi dovrò andare a Potenza, per dire.

Grosseto01
Il Duomo di Grosseto
Grosseto02
Grosseto, Palazzo Aldobrandeschi
Grosseto03
Grosseto, personaggi amati
TAG: grosseto
00.54 del 16 Dicembre 2013 | Commenti (1) 
 
29 Centodieci/45: Reggio Emilia (seconda di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
Anche a Reggio Emilia mi sono fermato cogliendo l'occasione della convention a Bologna di fine agosto, ma siccome è capitato nel viaggio di andata l'ho girata in blue jeans e t-shirt, e infatti secondo me i reggiani ci son rimasti un po' male, figùrati poi se han scoperto che a Modena sono andato in giacca e cravatta.
Che poi mica lo so se si chiaman davvero reggiani: secondo me sì, per distinguersi dai reggini di Reggio Calabria, anche perché la squadra di calcio si chiama Reggiana e, guarda un po', quella di Reggio Calabria è la Reggina, quindi ci siamo, dài.
Che poi, a tal proposito, mi viene in mente una vecchia storia di Paperino che doveva venire in Italia per conto di Zio Paperone, come al solito, e nell'avventura si trascinava dietro Qui Quo Qua, e insomma, com'è come non è, per qualche motivo che non ricordo, dovevano andare a Reggio Emilia, ma invece capitavano a Reggio Calabria e quando scoprivano di essere nella Reggio sbagliata si guardavano un po' straniti e si dicevano Ma come, in Italia ci sono due Reggio?, e grazie al Manuale delle Giovani Marmotte scoprivano che sì, loro erano a Reggio Calabria, ma invece dovevano andare a Reggio Emilia.
Chissà poi perché dovessero andarci, proprio non ricordo.

Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, si dice Reggio nell'Emilia (e Reggio di Calabria).
Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, anche, questo post è sì il secondo di due tappe in Emilia, ma è in realtà nato prima di quello su Modena, dove son stato il giorno seguente.

Dunque.

Anche a Reggio nell'Emilia - ok, anche a Reggio Emilia, ché facciamo prima - mi sono ovviamente aggirato con smartphone e tablet. Era il 30 agosto e ho preso appunti. Se non avessi preso appunti, oggi non potreste leggere questo post, perché di Reggio Emilia in questo momento io ricordo solo il Lambrusco. Del Lambrusco comunque se ne parla più avanti, negli appunti, appunto. Appunto gli appunti. Appunto nel senso di appunto, non di presente indicativo di appuntare. Vabbè, ci siamo capiti, passiamo agli appunti.
Siccome sono scritti al presente indicativo, come "io appunto", mentre leggete fate conto che sia la sera del 30 agosto.

Mica male Reggio Emilia. C'è il wifi libero in centro a Reggio Emilia. Mi sa che mi ci fermo a cena a Reggio Emilia, anche se non ho ancora capito se i reggioemiliani mi piacciono.
A Reggio Emilia la gente prende l'aperitivo, c'è il giornale di Reggio e Il comune non si ferma, il parcheggio andrà avanti.
A Reggio ci sono i punk di Reggio. Ora, capisci amico che fare il punk a Reggio Emilia, ecco.
A Reggio in piazza ci sono i divani invece delle panchine. Promemoria per eventuale prossimo trasferimento.
A Reggio non ho ancora visto Ligabue e io mi immaginavo che quando uno arriva a Reggio Emilia incontra subito Ligabue che canta in un bar con una bottiglia di Lambrusco: un po' come andare a Pàvana e trovare Guccini ubriaco in trattoria. Invece no. Io poi, quando sono stato a Pàvana, mica l'ho trovato Guccini in trattoria. Così per trovarlo, Guccini, son dovuto andare a casa sua e in trattoria, nella sua trattoria, ci sono poi andato la sera con degli amici. A Pàvana. Qui comunque siamo a Reggio.

A Reggio ci sono le fontane come piacciono a lei e i bambini che passano in bici in mezzo alle fontane come a Pristina, però a Reggio non c'è la KFOR, anche se con tutti questi extracomunitari, signora mia, almeno un poliziotto di quartiere io ce lo metterei.
A Reggio ci sono in giro tante ragazze in branco che son tutte incazzate con qualcuno. Quella poi dice che quell'altra è solo una povera stronza zoccola e lo dice con forte accento emiliano. L'amica annuisce. Secondo me, quando l'amica non c'è, quella dice a quell'altra che questa amica è una povera stronza zoccola.

Che poi mi sovviene: ma a Reggio fanno il Parmigiano Reggiano?
Siccome mi sovviene, e siccome è ora di cena, mi sovviene anche la fame.
Amici on line che mi stanno leggendo in diretta mentre scrivo i miei appunti sul solito socialino, e che conoscono Reggio, mi consigliano di andare a mangiare al Canossa, in via Roma. Le panchine dove sono seduto a prendere appunti sono a due passi da via Roma. Lo so perché sono un nerd, ho un tablet in mano e consulto Google Map. Così vado al Canossa e, come sempre, mi chiedo come ho fatto ad avere una vita passata prima della discesa sulla Terra della dea tecnologia.
Al Canossa, a proposito, c'è il wifi libero. +10.
La specialità del Canossa è il bollito, ma io il bollito lo odio. Infatti uno dei miei ristoranti preferiti di Milano si chiama Non solo bollito: la specialità è il bollito, ma io ci vado per il Non solo.
L'oste del Canossa mi guarda male: nel ristorante non c'è nessuno, è evidente che son foresto e in più sono armato di smartphone e tablet, fotografo tutto e prendo appunti. Sono un tipo sospetto.
L'oste del Canossa mi impone il Lambrusco, che non è un vino: io odio il Lambrusco come odio il bollito, però non posso scegliere, devo tacere e obbedire (e bere). E del resto, se non lo bevo qui il Lambrusco, dove mai? Lo dice anche Ligabue, mi pare.
Io comunque Ligabue non lo reggo.

A Reggio ci sono le zanzare, padania maiala, sono certo che lo canta anche Ligabue, e io ho lasciato lo stick a casa.
Chiedo all'oste del Canossa del formaggio. Mi risponde irritato NOI ABBIAMO SOLO PARMIGIANO. Zitto e muto mangio Parmigiano e bevo Lambrusco.
Totalmente ubriaco di Lambrusco e divorato dalle zanzare vado a caccia dell'auto parcheggiata non mi ricordo più dove e mi rimetto in viaggio per Bologna.
Bella Reggio, ci sono un sacco di giovani e di locali e si ci beve il Lambrusco. Ma con tutte 'ste zanzare mica lo so se ci vivrei.

[Nota postuma di oggi, 29 novembre 2013: da quando sono tornato da Reggio Emilia mi sono riempito la cantina di bottiglie di Lambrusco ed è la mia nuova droga]

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La Via Emilia in centro a Reggio Emilia
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Piazza Prampolini a Reggio Emilia, col Duomo a sinistra
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La statua del Crostolo in Piazza Prampolini, Reggio Emilia
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Reggio Emilia, teatro municipale
TAG: reggio emilia
07.43 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
29 Centodieci/44: Modena (prima di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
A Modena sono stato a fine agosto, di ritorno da una convention aziendale a Bologna. Dunque, mi sono presentato vestito bene e indossavo anche la cravatta, che secondo me i modenesi un po' ci tengono a queste cose e apprezzano.
Siccome sono tecnologicamente evoluto, a parte far fotografie con lo smartphone come da regolamento, per prendere appunti mi sono aggirato per Modena accompagnato dal solito tablet, ché sennò poi mi dimentico le cose e invece il Centodieci vien sempre più bello se butto giù le mie impressioni lipperlì.
Così me ne sono andato a zonzo un paio d'ore per Modena, vestito come un pinguino, prendendo appunti sul tablet, postandoli in diretta su FriendFeed, fotografando con lo smartphone.
Quando i modenesi se ne sono accorti ho gettato tutto a terra, ho alzato le mani e mi sono arreso.

Quindi, ecco qua: fate conto che sia il 31 agosto e che io stia raccontando Modena agli amici su FriendFeed.

A Modena, quando arrivi, all'improvviso ti ricordi che c'è l'Accademia militare. Te ne ricordi anche perché davanti c'è un parcheggio enorme, vuoto, e tu hai lasciato l'auto a mezz'ora di cammino perché poi sennò chissà dove accidenti parcheggi. Solo che ci sono trentadue gradi, sei vestito da pinguino perché arrivi dalla convention a Bologna e quando arrivi nel piazzale dell'Accademia sei sudato come un grasso americano in visita alle Piramidi del Cairo.
Per inciso, l'Accademia ha sede nel palazzo ducale di Modena, ma da qui in avanti ignoreremo volutamente questo trascurabile dettaglio culturale, perché ai fini del racconto ci serve l'Accademia e del palazzo ducale ce ne impipiamo, ché tanto l'Italia è piena di palazzi ducali e uno più uno meno, certo, non cambierà un granché.
Fosse poi, chessò, almeno una reggia imperiale: ma i duchi di Modena, suvvia.

Che a Modena ci sia l'Accademia è evidente anche perché sabato 31 agosto la città è deserta, ché i modenesi sono tutti a Rimini e invece i cadetti no. Infatti il centro è pieno di cadetti. Adesso ti racconto dei cadetti.

I cadetti li riconosci perché sabato 31 agosto a Modena ci sono trentadue gradi e loro sono tutti in giacca e cravatta come i testimoni di Geova (e come te), e infatti hanno anche tutti i capelli rasati come i testimoni di Geova (ma non come te), e insomma, penseresti che Modena è piena di testimoni di Geova, e invece no, è perché c'è l'Accademia.

I cadetti sono praticamente dei bambini con le guance rosa, tutti perfettini, un po' smarriti, a passeggio con la fidanzata del cadetto. La fidanzata del cadetto è una ragazza per bene, pettinata per bene, che passeggia molto orgogliosa a fianco del fidanzato cadetto.
Poi ci sono anche i cadetti vestiti da soldatini di piombo e sono quelli più belli, ché io credevo che esistessero solo nelle confezioni della Atlantic degli anni '70 e invece a Modena camminano per strada portando il cappello sotto braccio, per mano alla fidanzata del cadetto in divisa, che è come la fidanzata del cadetto, ma più orgogliosa, perché lui è in divisa.

Poi ho scoperto che esistono anche le cadette. Le cadette escono in divisa, ma non hanno i capelli rasati, sono solo molto ben pettinate e orgogliose della loro divisa. Però non si accompagnano a un fidanzato, ma a un altro cadetto in divisa, sennò non vale.
E mi sa che dei cadetti ho detto tutto.

Comunque, ho mentito: io non posso essere scambiato per un cadetto perché la verità è che alla fine ho lasciato la cravatta in macchina. Poi ho i capelli parecchio brizzolati e un po' lunghi, ché non vado dal parrucchiere da tre mesi almeno, e pure la barba lunga, per cui se mi avvicino troppo all'Accademia mi dicono Va' a lavurà barbùn, ma me lo dicono con l'accento come quello di Vasco Rossi.

Poi a Modena ci sono il duomo e il matrimonio in duomo e, come nelle migliori tradizioni del Centodieci, siccome il duomo di Modena è veramente figo, ovviamente è ingabbiato dalle impalcature e sta in una piazza che si chiama Grande ma è otto metri per cinque, per cui le foto al duomo di Modena con lo smartphone, ecco, che te lo dico a fare.
Poi a Modena ci sono anche altre chiese, ma siccome fa caldo io mi faccio una birra piccola in piazza Grande, che mi sa che l'ho già detto che è otto metri per cinque, forse sei.
Ah, quando arrivi a Modena è uguale a quando arrivi a Piacenza, così uguale che dici Ma io qui ci sono già stato è come essere a Piacenza.
Solo che sei a a Modena, e poi Piacenza fa schifo.

A Modena c'è anche la Torre Ghirlandina, che poi è la torre del duomo. Nella Torre Ghirlandina c'è la Secchia rapita, che è qualcosa che ti ricordi devi aver studiato al liceo sull'Argan. Solo che forse la Secchia l'hanno rapita davvero, forse no, forse è a Rimini anche lei, perché la torre è chiusa tutto agosto. E che giorno è oggi? Ecco, bravo, appunto.

E mi sa che con Modena ho finito, finisco anche la birra e me ne torno a Milano.

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Modena, l'accademia militare, presso il Palazzo Ducale
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La Via Emilia in centro a Modena
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Cadetti dell'accademia militare di Modena
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Il Duomo di Modena e la Torre Ghirlandina
TAG: modena, accademia militare
00.11 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/43: Massa, Carrara (e anche Colonnata, va')
NOV Centodieci
[Massa, e Carrara (e Colonnata, va'), le ho fatte a luglio, deviando da una delle consuete rotte estive avanti e indietro dall'Elba, e non le ho scritte io. Le ha scritte Lilith, che ha condiviso con me questa tratta del Centodieci. E siccome non avrei saputo scriverle meglio, le lascio a lei.]

Per fare Massa Carrara hanno dovuto prendere due città e farne una, perché sono due piccole città che a farle capoluogo di provincia si sentirebbero le risate di quelli che vogliono tagliare la spesa pubblica fino qui.
Quindi abbiamo Massa e abbiamo Carrara. Vuol dire due duomi, due piazze centrali, due centri cittadini. Ma in realtà non è proprio così, perché il duomo di Massa è una chiesa a mezzo, una chiesa messa in mezzo ai palazzi in pieno stile seicentesco con una scalinata corta e ripidissima e una facciata che ti chiedi se davvero è una chiesa quella cosa lì.

Lo è.
Mal tenuta, quasi vuota. Niente di che.
Ci sarebbe un pezzo chiaramente più antico, ma mal tenuto.
Uno pensa che forse è stata bombardata durante la guerra e mi pare che sia così, e allora tira un sospiro di sollievo, perché pensa che una città meriti comunque un duomo più bello di così, anche Massa e i massesi. Poi a Massa fai un salto in piazza Aranci e fotografi una grande fontana piena di leoni e il palazzo. Scopri così che da queste parti hanno un po' la fissa con il Risorgimento e l'unità, perché trovi monumenti al 17 marzo, al plebiscito a Cavour e a Mazzini sparsi tra Massa e Carrara.

Lasci Massa dopo un'ora scarsa perché hai letto che la città d'arte è Carrara, non Massa, e per andare a Carrara prendi un pezzo di strada tutta tornanti, molto ligure (da qui in poi non puoi più fare a meno di chiederti perché Massa e Carrara non siano in Liguria ma in Toscana) e arrivi a Carrara dove ti aspetti un sacco di marmo.
Infatti trovi un sacco di marmo.
Statue e monumenti e installazioni in marmo; alcune belle (ne spedisci una con Rando, puoi farne a meno?) altre meno, ma comunque, come si dice in teatro, interessanti.
C'è anche un castello finto medievale, a Carrara, e deve essere la sede dell'università, perché ci sono quelli con le cose sceme in testa e i genitori festanti intorno.
Poi a Carrara vai a vedere la piazza principale che è completamente pavimentata di marmo e ti aspetti cose grandiose, e dici ok, bellissima, perché c'è scritto che è bellissima, ma poi, se ci pensi, non è bellissima. Più interessante, direi.

All'ora di pranzo a Carrara ci si infila in una pizzeria al taglio (hai un'ora di tempo, non è che puoi cercare un ristorante, no?) e trovi una pizzeria con madre, figlio e nuora tutti piuttosto incazzosi.
In effetti a Massa e a Carrara hanno un cattivo carattere come i liguri, e non sono per niente caciaroni come i toscani: mugugnano, parlano a voce bassa, hanno un accento non identificabile e ti trattano male.
Liguria pura, a pensarci bene.
Nella pizzeria al taglio scopri che c'è dell'ottimo lardo e lo colleghi al fatto che ci sono un sacco di cartelli che mandano in direzione Colonnata, e quindi fai due più due e ti convinci di aver mangiato del lardo di Colonnata, che forse non è vero, ma fa figo.

Poi, anche se hai fretta, pensi che sia assolutamente doveroso andare a vedere le cave, dato che sei a Carrara, e prendi le strade strette e tortuose che portano su, e le vedi, le cave. E pensi che fare il cavatore deve essere un lavoro di merda, a voler parlare francese, e ti spieghi tutte le madonne dei cavatori che hai visto nei negozi e davanti alle chiese. E pensi che non è tanto adesso, ma che già secoli fa gli uomini prendevano il marmo da quelle cave lì, come adesso, ma lo facevano con i picconi e i badili e un po' pensi che l'umanità è grande, anche se piccolissima.
Allora scendi dalla macchina e raccogli della polvere di marmo, e ti rendi conto in un istante quanto debba essere un incubo, davvero, vivere vicino alle cave, perché in un secondo sei sporco di marmo, e la polvere dei marmo si attacca, ed è fine e imbianca tutto.

Così pensi di avere visto tutto di Carrara, o almeno le cose che contano.
E vai via, verso un altro capoluogo.

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A zonzo per Massa
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Il Duomo di Massa
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Carrara, città del marmo
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Carrara, la fontana del Gigante a fianco del Duomo
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Il Duomo di Carrara
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Colonnata (MS)
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Carrara, le cave di marmo presso Colonnata
TAG: massa, carrara, colonnata
16.25 del 18 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

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Boccadasse (Boccadäse)
Genova02
Centro storico, via San Bernardo
Genova03
Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
Genova04
Genova05
La Lanterna, il simbolo di Genova
Genova06
Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
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Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 
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