|
|
|
|
Io vivo in un Paese i cui rappresentanti istituzionali
sembrano tollerare lezioni
di democrazia dalla Cina e nel quale il leader dell'opposizione
(notoriamente refrattario alla parola "comunista")
si ostina a sostenere
amichevolmente l'ultimo zar di Russia, peraltro
ex-funzionario del kgb.
Deve essere per questo che non trovo così insostenibile
il dover ripartire, nonostante tutto. Stay tuned. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Consueto appuntamento con le segnalazioni che mi appunto
qua e là e consueti ringraziamenti a Francesco, considerato
che la maggior parte sono sue e ormai potrei anche dargli
la password ed aprirgli un thread personale.
Riaperta la frontiera
fra Cina ed India, che a voi magari sembra una notizia
di secondo piano, ma che a noi avrebbe cambiato completamente
le carte in tavola se solo lo avessero deciso qualche anno
fa durante il nostro Asia
Overland. Infatti, proprio a causa di quella frontiera
all'epoca invalicabile ed alla contemporanea semi-chiusura
del passaggio verso il Pakistan, a Delhi fummo costretti
a interrompere la nostra rotta terrestre dopo oltre ventimila
chilometri, rientrando in volo in Cina. Mi vien voglia di
riaprire i conti con quei giorni e partire immediatamente
per mettere finalmente il sigillo su quella maledetta tratta.
E sempre in tema di Cina (quando mai...), a pochi mesi dall'inaugurazione
della sciagurata ferrovia Golmud-Lhasa, della quale a lungo
si è parlato anche
fra queste pagine, la follia del governo di Pechino
sembra non avere limiti. Secondo la BBC, i piani ferroviari
cinesi sul Tibet sono
inarrestabili.
Di palo in frasca: qui si parla delle elezioni
in Congo, da catalogare alla voce "infarinatura
minima delle vicende africane", che sarebbe sempre
interessante tenere d'occhio e non solo perché se
ne occupano Bono e Bob Geldolf. Ho l'impressione che dopo
l'ondata gialla prima o poi sarà il turno di quella
nera, foss'anche fra venti o trent'anni, e di colpo il prodotto
a costo zero di una qualsivoglia neoeconomia congolese inizierà
ad apparire d'incanto nelle corsie dei nostri grassi e democratici
ipermercati occidentali.
Ancora BBC sul tema Internet
e censura, al quale prima o poi - quando troverò
tempo e voglia di mettermici davvero - dedicherò
magari un bel post approfondito per raccontarvi un po' quel
che accade in materia dalle nostre parti, che magari questo
non è il Turkmenistan, ma certo ci mettiamo d'impegno
per allinearci.
Repubblica si è invece occupata dei luoghi
più inquinati del mondo, per la serie "non
solo Chernobyl". Curiosamente non è citata la
regione dell'Aral, della quale scrissi qualcosa
tempo fa qui sul blog. Grazie a Gianni per la segnalazione.
Infine, tema leggero, od anche no, dipende dall'angolo di
osservazione. Si parla di micronazioni, qui
e qui.
In questo caso le segnalazioni mi arrivano da Marco, alle
quali aggiungo il mio contributo ricordandovi il link
su Wikipedia, che già avevo citato in passato. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
In scaletta avrei da scriverne almeno tre, uno per ciascuno
degli argomenti che sto seguendo questi giorni. Da buon
terzista - che almeno per quanto mi riguarda non significa
né terzino, né centrista di
nonsoche, né necessariamente moderato - comunque
costruisca le mie opinioni, prima o poi trovo sempre lo
spunto contro che riesce a mettermi in discussione,
cosicché sono sempre lì a dare una limatina
qua e là ai miei appunti personali e, almeno tre
volte su quattro, va a finire che lascio perdere, non fosse
altro perché la notizia è ormai vecchia prima
ancora che io mi sia deciso a prendere in mano la tastiera.
Così, per arrivare in tempo, questa volta di tre
ne faccio uno solo, approfittando anche del fatto che c'è
chi le dice molto meglio di come io riesca a pensarle.
Avendo già scritto in passato qualcosa sulla Fallaci
proprio qua
dentro, lipperlì pensavo di non aggiungere
altro per non dover/voler correre il rischio di trovarmi
né affiancato ai titoloni a nove colonne di Corriere.it,
che guardacaso con la Fallaci condivide l'editore, né
tantomeno in compagnia degli imbecilli che hanno issato
il gran pavese.
Dovessi però proprio dirvi la mia, la cosa che più
vi si avvicina è questo
post di Ivan Scalfarotto (via il solito Sofri
jr, del quale una volta di più condivido
il pensiero).
Anche di relativismo si è già parlato da queste
parti, qui
e qui.
Ed anche in questo caso mi verrebbe da riprendere ciò
che avevo già scritto, per commentare gli schiaffoni
fra Ratzinger e gli Imam - per un istante mi sono trovato
d'accordo persino con Ruini.
In questo caso, l'aiuto mi viene da Daveblog,
che fra l'altro va a prendere il testo
originale dal quale sono state estrapolate le dichiarazioni
di Benedetto XVI, testo che peraltro mi ero già pappato
(una riga sì e due no, per dirvela tutta) e che,
se avrete la pazienza di leggere, vi illuminerà parecchio.
No, non sulla fede e sullo scontro di civiltà: sulla
comunicazione nell'era della globalizzazione e del passaparola
mediatico.
L'aspetto più interessante della vicenda è
che, in vista dell'assemblea dell'ONU, Ahmadinejad ha colto
la palla al balzo e ne ha immediatamente approfittato per
rompere una volta di più gli schemi. A me, francamente,
la sua politica ricorda sempre più il Gheddafi dei
tempi migliori (e la politica del nostro governo
di conseguenza, indipendentemente dal colore).
Infine, se seguite questo blog da tempo, sapete che io di
Cina non parlo (quasi) più. In compenso ne scrivono
finalmente altri: io cito ed aggiungo in calce il solito
sono anni che ve lo dico. Questa volta (ed è
la seconda in una settimana, inizio a preoccuparmi) mi tocca
applaudire Facci.
(Mi rendo conto che questo blog
non diventerà mai un trendsetter d'opinione: sono
troppo pigro per scrivere da solo lo svolgimento completo
del tema, e comunque al massimo riesco a farlo solo due
o tre volte all'anno. Faccio prima a colpi di citazioni) |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Ed eccoci alla consueta rassegna stampa di Orizzontintorno,
che ormai da un po' di tempo mancava da questo blog. Come
sempre, buona parte delle segnalazioni mi arrivano da Francesco,
ma anche il contributo della gentil consorte si fa sentire.
Qualche link è ormai vecchiotto, ma al solito ciò
che conta è il contenuto. E a proposito: càpito
casualmente proprio a ruota del fondo
di Gianni Riotta. Del quale condivido ogni parola
- anche perché, tra parentesi, non esistono i blogger
in quanto categoria.
Tanto per cambiare iniziamo con la Cina, ma non solo: la
BBC ci fa sapere che la censura
sul web non è una prerogativa solamente dei
nostri amici di Pechino, che peraltro continuano a praticarla
alla grande con la pacifica collaborazione delle grandi
e democratiche compagnie occidentali. Quello però
che l'articolo della BBC non dice è che anche in
Italia la censura sul web viene tranquillamente
applicata grazie alla solita devastante disinformazione
e senza che i Media osino occuparsi un po' seriamente della
questione, magari al posto di un articoletto sulla prova
costume da bagno. Vale la pena osservare che, almeno nell'applicazione
del principio in quanto tale, siamo in buona compagnia,
con la Corea del Nord ed il Turkmenistan. Tanto per dire.
E per rimanere sempre in Cina, il Mail on Sunday ha pubblicato
un interessante reportage sulla vita nelle fabbriche dove
vengono prodotti gli iPod - perché lo sapevate, vero,
che il vostro oggettino designed in California è
prodotto in Cina. L'articolo non è disponibile on
line, ma Macworld
e il Guardian
Unlimited ne fanno un sunto quanto basta.
Ancora Cina e ancora BBC news: della ferrovia del Tibet
si è parlato a lungo in questo blog. Il completamento
dell'opera è ormai una triste
realtà. Il mio pensiero in merito, romanticamente
filtrato da qualunque opinione di tutt'altro profilo io
abbia già espresso abbondantemente sulla questione,
rimane questo.
Anche del Turkmenistan si è già dissertato
fra queste pagine. Vorrei ricordare in proposito un
post al quale sono particolarmente affezionato.
A quanto segnala il Corrierone, le comiche
continuano, naturalmente nell'indifferenza globale
dell'altra metà del cielo che invece continua a sparacchiare
in Iraq ed Afghanistan. E già, ma lì ci sono
i cattivoni, mentre in Turkmenistan ci sono i nostri.
E visto che siamo dalle parti degli Stan, vi segnalo
questo
interessante articolo della BBC che a distanza di
un anno ritorna sulla rivolta in Kyrgyzstan.
Ce n'è anche per l'Australia, ebbene sì. Date
un po' un'occhiata a questi due articoli del Corriere on
line: prima questo,
poi questo.
Recentissimo invece questo pezzo
sulla Birmania, il primo di un reportage completo
che verrà pubblicato da BBC news.
Io non amo particolarmente né Beppe Grillo (ultima
versione), né il suo
blog. Intendiamoci: è in assoluto un bene
che in questo paese circolino (ancora) opinioni forti come
le sue. Sarebbe altrettanto bene informarsi meglio prima
di cadere nella facile demagogia dei comici improvvisatisi
santoni (tipo la bufala del carburante dall'olio di colza,
per intenderci). In altre parole: come è stato già
sottolineato da altri, se abbiamo bisogno di un comico come
nostro portavoce, siamo messi davvero male.
Ma, a parte questo, è proprio dal blog di Beppe Grillo
che arrivano queste due segnalazioni, una
e due,
sull'ennesima polemica che ha visto coinvolto Gino Strada
ed Emergency. Fra parentesi, prima o poi un post su Emergency
lo faccio anche io (che comunque - a scanso di equivoci
- rimango un sostenitore di Strada, pur se forse, ultimamente,
con qualche ma).
E poi: voi lo sapevate, vero, che esiste la Transnistria,
altrimenti detta Transdniester. Noi sì, e infatti
l'abbiamo già segnata sul taccuino. Abbiate fede,
che prima o poi vi bloggo anche da lì.
Infine: visto che si è parlato di Transdniester e
che di questi tempi va
di moda occuparsi di Seborga,
salto (quasi) di palo in frasca. Le due questioni, pur molto
differenti fra loro, danno lo spunto per approfondire un
tema molto interessante di diritto internazionale, ossia:
cos'è che determina ed è la base affinché
sia riconosciuta ad un territorio qualunque la condizione
di Stato?
Senza voler entrare nel merito (ma mi piacerebbe che qualche
lettore esperto in materia contribuisse con un commento
al dibattito), se vi interessa il tema, potete iniziare da
Wikipedia occupandovi di micronazioni
e di Sealand.
Credetemi: è interessante. A proposito: Wikipedia,
su Seborga, la
pensa così. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Bertinotti ci spiega finalmente tutto quello che fino
ad oggi non abbiamo capito della Cina.
Via Manteblog.
N.B. Per chi si fosse perso qualcosa, il mood che
si respira da queste parti sul tema Cina è sparso
ad esempio qui,
qui,
qui,
qui
e qui.
Oltre ad esserci costato un libro. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Il nuovo album di Tracy Chapman mi tiene compagnia. Ho
quasi finito di preparare le immagini di Cipro da caricare
qua dentro, così mi prendo una pausa per segnalarvi
come di consueto un po' di link.
Si parte con l'ennesimo tentativo, da parte del governo
kazako, di ridare ossigeno - anzi, acqua - all'Aral. Qui
trovate l'articolo pubblicato sull'Herald Tribune.
Se volete fare un passo indietro, dell'Aral avevo già
trattato io stesso
qua dentro.
Dal Kazakhstan voliamo in Cina, per tornare ancora sulla
questione della ferrovia
Golmud-Lhasa, relativamente alla quale vi avevo
già segnalato qualche altro
link: i lavori si avviano alla conclusione e sono
ormai purtroppo inarrestabili. Il pezzo è uscito
anche sul New York Times.
Francesco mi segnala questa
pagina della BBC sulle ultime notizie dal Somaliland
ed i bellissimi reportage
di Paolo Rumiz dal Medio Oriente. Di questi ultimi,
fra l'altro, trovate qui
anche la versione audio.
E a proposito di Medio Oriente, è invece ormai da
luglio che volevo segnalarvi questo
testo apparso sul Guardian Newspapers e ripreso
da Corriere.it: merita la lettura e qualche riflessione,
senza dubbio.
Sempre da Corriere.it è tratto questo
articolo, che peraltro mi conferma quanto la carenza
di ossigeno in quota possa avere effetti devastanti sulla
psiche umana.
Infine, vorrei rendervi partecipi del mio giallodramma personale.
Come sapete, io ho il terrore di volare. Sapete anche che
quest'estate abbiamo volato con Cyprus Airways da Malpensa
a Larnaca. Quello che non sapete è che, a quanto
pare, proprio mentre eravamo a Cipro quel dannato aereo
dovette rientrare una volta a Larnaca a causa di forti vibrazioni.
Ora, a quanto pare non si trova più in rete il link
alla notizia, ma Francesco, che ci inviò un sms per
segnalarcela, giura che è vera e di averla vista
con i suoi occhi. Sta di fatto che potete immaginare in
quali condizioni psicologiche io abbia preso quel
maledetto aereo al nostro ritorno.
E vabbè, a casa siamo arrivati. Ma.
Ecco che Corriere.it, qualche giorno fa, ritorna ancora
su quell'accidenti di ferrovecchio volante che, evidentemente,
continua ad avere problemi. Il link me lo ero segnato ed
era questo:
http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews.jsp?id={F8D87BD1-3939-490E-AB88-C68A7586DD7D}
ma, per qualche misterioso motivo, la notizia è nuovamente
sparita. In sostanza, pare che l'Airbus 320 in servizio
da Milano a Larnaca (è sempre lui quello sciagurato
uccellaccio di ferro, non lo cambiano mai) durante il volo
abbia perso il contatto con la torre di controllo di Malpensa
e, di conseguenza, si siano alzati in volo due caccia della
nostra aeronautica per scortarlo...
Ecco, giusto nel caso qualcuno di voi sia in partenza per
Cipro... :-) |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Come d'abitudine, ecco un po' di rassegna stampa
raccolta a zonzo sul web che mi sono via via appuntato nelle
ultime settimane. Al solito viaggio in ritardo, così
faccio di tutte l'erbe un fascio: tanto, sempre di orizzontintorno
si parla.
Il nostro giro di oggi parte dalla Corea del Nord con questa
interessante testimonianza da Pyongyang e dintorni. Nulla
di nuovo sotto il sol levante nordcoreano, ma ogni tanto
qualcuno fa bene a ricordarlo, mentre gli occhi mediatici
sono sempre orientati altrove.
E a proposito di occhi altrove, il sempre aggiornatissimo
Pfaal infila due begli interventi, aprendo una finestra
sul Dagestan e mettendo qualche
puntino sulle "i" a proposito di quanto
si legge questi giorni sui nostri giornali in tema di Francia
e accordi di Schengen. C'è anche una nota sulla situazione
in Uzbekistan.
Dall'Asia Centrale al Tibet. Tre anni fa vi raccontavamo
dei lavori sull'asse ferroviario Golmud - Lhasa. Adesso
sembra che il progetto sia ormai prossimo al suo sciagurato
capolinea. Peraltro, il soggetto è ampiamente
trattato sul web: non mi sono segnato altri articoli in
particolare, ma se volete approfondire il tema potete iniziare
dall'Associazione
Italia-Tibet.
Questo
articolo, comparso anche su altri giornali, lo conoscete
probabilmente già in tanti. Sta di fatto che è
interessante: il tema degli aiuti all'Africa è sempre
un po' spinoso e meriterebbe un bel po' di approfondimento
da parte di tutti i soggetti attivi, cioè noi.
Se a questo punto qualcuno di voi inizia a pensare che le
mie fonti siano un po' monotone, date un'occhiata a questa:
si parla di Mongolia, per la cronaca. A rigor del vero,
la segnalazione mi è arrivata dalla mia dolce metà. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Sembra che anche a Karimov gli
butti male. Strano, il 2030
è ancora lontano. Sta di fatto che appare sempre più consistente
la probabilità di un effetto
domino nelle repubbliche dell'Asia Centrale e viene
da chiedersi quanto ci vorrà prima che la rivolta islamica
sfondi anche la frontiera blindata del Turkmenistan.
Ho l'impressione che ormai il nostro diario di viaggio sia
già storia del tempo che fu.
Update 14 maggio: butta
molto
male... |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
A quanto pare Saparmurat Niyazov, alias Turkmenbashi,
presidente a vita del Turkmenistan, ne ha sparata un'altra
delle sue.
Combinazione, la notizia arriva mentre scivola via il terzo
anniversario della nostra partenza per Asia Overland e,
solo per un istante, la testa è altrove.
Che Niyazov fosse sul libro
paga degli States - anche se non nei termini citati
dal peraltro sempre aggiornatissimo Pfaal
- non mi era nuova. Del resto, basta un rapido sillogismo:
quanti di voi sanno indicare su una carta geografica il
Turkmenistan, conoscono il nome della capitale, del suo
presidente Niyazov, e sono aggiornati su ciò che
accade laggiù?
In altre parole: com'è che eravate bravissimi
su Saddam e continuate a non sapere un tubo di Turkmenbashi?
Poiché Notizie
dall'Asia Centrale continua a prender polvere
fra i byte del mio hard disk, ecco a voi in anteprima ciò
che scrissi a proposito del nostro amico giusto un paio
d'anni fa, all'interno del capitolo dedicato al nostro passaggio
nel paese centroasiatico:
|   |
"[…] Ashgabat, capitale
del Turkmenistan, surreale cattedrale di marmo bianco
e cupole d’oro ai margini meridionali del deserto
del Karakum, chiusa a sud dalla catena di montagne bruciate
dal sole sulle quali corre il confine con l’Iran.
Ashgabat è il nostro trampolino per il salto
finale che ci porterà fino a casa. È la
sera del 25 settembre quando, al termine dell’infinita
traversata del Karakum, entriamo in città.
A prima vista, il Turkmenistan sembra la rappresentazione,
neanche troppo allegorica, della Corea del Nord. Almeno,
è il primo paragone che ci viene in mente durante
il nostro soggiorno in questo angosciante Paese.
Il Turkmenistan è il Presidente Niyazov. Niyazov
è il Turkmenistan, ne è il padre (Turkmenbashi),
il padrone, il capo del governo, del Partito (unico)
e dell’esercito, il dittatore, il mito, l’eroe,
quasi santo, o forse già dio. Del resto il libro
sacro del Turkmenistan, il Ruhnama, lo ha già
scritto. È esposto in tutte le librerie, insieme
agli altri tre o quattro libri dei quali è l‚Äôautore,
obbligatorio nelle scuole di tutti i livelli, recitato
alla televisione in continuazione su tutti i canali
di Stato da bambini e ragazzi che ne declamano a memoria
i capitoli, sottolineando a braccia allargate i passi
fondamentali con sguardo spiritato e fisso verso la
telecamera.
Il Turkmenistan è agghiacciante, o schiacciante,
o una barzelletta sarcastica, o una sorta di curioso
dopobomba. Dipende un po’ da quale angolazione
lo si osserva. Ma ha petrolio e gas. Trasuda petrolio,
ha i porti sul Mar Caspio, è in posizione strategica,
fra Iran, Afghanistan ed Uzbekistan; ufficialmente non
è musulmano, ospita militari americani e forse
anche qualche base sconosciuta. E allora non fa notizia,
o per meglio dire, a differenza dell’Iraq ad esempio,
non esiste.
Lo stridore dei contrasti che avvertiamo in Turkmenistan
è quasi folle. Il centro di Asghabat con il resto
del Turkmenistan. Le cupole d’oro del palazzo del
Parlamento, i giardini all’inglese regolarmente
annaffiati, i viali deserti ad otto corsie attraversati
da Mercedes e BMW nere nuovissime, con l’infinito
squallore di Dashoguz, o di Mary, il vuoto del deserto,
la povertà evidente delle campagne, dove le donne
si spezzano la schiena per raccogliere il cotone dai
campi strappati alle sabbie.
L‚Äôelettricità non costa nulla, l‚Äôacqua
è gratis, la benzina costa così poco che
il pieno di un’automobile di grossa cilindrata
costa meno di un dollaro. Sono i regali di Turkmenbashi
al suo popolo. Un popolo la cui unica attività
redditizia è il cambio in nero agli angoli delle
strade buie. Già, perché in Turkmenistan
cambiare moneta ufficialmente sembra impossibile.
Se alle frontiera appaiono paranoici nel controllare
la valuta in ingresso, e cambiare in nero è uno
dei peggiori reati perseguiti da papà Niyazov,
cercare di convertire dollari nelle banche è
però un‚Äôimpresa senza speranza. L‚Äôintera
piccola, e forse anche grande, economia del Paese si
basa sul cambio in nero. Ci vive probabilmente la metà
della popolazione. Surreale? Non è ancora niente.
Turkmenbashi è dappertutto. Delle librerie ho
già detto. Ma è anche clonato in decine
e decine di statue, buona parte delle quali in oro massiccio.
La più grande ad Ashgabat, in cima all‚ÄôArco
della Neutralità, un treppiede di ottanta metri
di altezza in cemento bianco, che sorregge i dodici
metri d‚Äôoro scintillante nei quali è scolpito
Niyazov a braccia aperte che guarda il sole. Tutto il
giorno: la statua gira seguendo il sole, dall’alba
al tramonto: Turkmenbashi saluta il sole che illumina
il suo Turkmenistan.
Le statue del Presidente sono le uniche che popolano
tutto il Paese, fatta eccezione per una piccola statua
in bronzo, nascosta in un piccolo parco, che rappresenta
Ataturk, il padre dei turchi, al quale Niyazov si ispira.
Il parco è intitolato all‚Äôamicizia fra il
popolo turco e quello turkmeno. Viene da chiedersi se
i turchi sappiano di essere amici dei turkmeni.
Niyazov non è salito al potere. C‚Äôera già.
Al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica,
era il dimenticato rappresentante di Mosca del Partito
Comunista locale, l‚Äôautorità per il controllo
del Turkmenistan, una remota provincia della Russia
abbandonata da Dio, dagli uomini e pure dal Cremlino,
che la utilizzava come deposito di spazzature varie,
probabilmente come poligono e, naturalmente, per lo
sciagurato programma di coltivazione del cotone del
quale ho raccontato nella lettera precedente.
Quando Mosca ha dato forfait e le altre repubbliche
del centro Asia ne hanno immediatamente approfittato
per sganciarsi e proclamare la propria indipendenza,
il Turkmenistan ha protestato. Di lasciare mamma Russia,
proprio non ne voleva sapere. Non aveva i mezzi, né
economici, né politici, né sociali per
farlo. Non che gli altri Paesi confinanti ne avessero
molti di più, ma certo le spinte indipendentiste
interne erano assai motivate. Nel referendum del 1991
i turkmeni votarono invece a grande maggioranza per
rimanere con Mosca.
Ma la Russia aveva ben altri problemi di cui occuparsi
ed il Turkmenistan si ritrovò indipendente suo
malgrado. Niyazov era lì, e non si è mai
più mosso. Da allora, per il mondo esterno, il
Turkmenistan è Niyazov. Dopo avere spazzato via
l’opposizione e cancellato qualunque partito, nel
1998 si è autorinnovato il mandato presidenziale
fino al 2002 ed ultimamente ha deciso di rimanere ‚Äúfinché
morte non lo separi”. Non fa peraltro mistero di
non amare particolarmente la democrazia. Dice che è
un’inutile preoccupazione per il popolo.
Se in Uzbekistan il Presidente Karimov ha promesso alla
popolazione che il 2030 sarà il grande anno di
prosperità del Paese, mettendo così una
solida assicurazione sulla propria permanenza al potere
e rimandando a data sicura qualunque malumore degli
uzbeki relativamente alla propria condizione economica
(i manifesti che declamano il 2030 come anno della prosperità
si sprecano a Tashkent), Niyazov è stato molto
più visionario. Ha convinto (?) i turkmeni che
il loro Paese diventerà gli Emirati Arabi del
ventunesimo secolo, che ha battezzato “il secolo
d’oro”. Fantastico.
Ci aggiriamo per l’incredibile e deserta Asghabat:
fontane faraoniche (ma stanno per costruire la più
grande del mondo) irrigano i prati all’inglese
che circondano i palazzi del governo costruiti in marmo
bianco, specchi e cristallo. Questo spreco d’acqua
è un pugno in faccia all‚ÄôAral ed alla desertificazione
che inizia appena usciti dalla città. Le statue
d’oro sono un pugno in faccia a tutto il resto.
Entriamo in un piccolo supermercato, dove non si trova
praticamente nulla. Ma le etichette dei pochi prodotti
che ci sono riproducono, quasi sempre, il volto sorridente
del nostro amico Turkmenbashi. Lo stesso sorriso appare
sulle centinaia di manifesti e cartelloni appesi in
tutta la città e dovunque in Turkmenistan. Il
profilo del Presidente è del resto il logo dei
tre canali televisivi di Stato, quelli che in palinsesto
hanno sempre e solo lui: Niyazov che saluta il popolo,
Niyazov in visita a Dashoguz, Niyazov in visita ai campi
di cotone, Niyazov alla sua scrivania…
E pubblicità ad oltranza del suo libro, e folle
festanti che si aprono al suo passaggio, e bandiere
del Turkmenistan che sventolano dappertutto; e lui che
sale e scende dal suo elicottero personale, e lui che
pensa, e lui che parla, e lui che scrive, e lui che
sorride, e lui che firma documenti importanti con le
delegazioni dei Paesi amici (Bangladesh, Andorra, Tonga,
Repubblica delle Banane…).
Lui, lui, lui sempre, dovunque, dappertutto, immancabilmente
in camicia bianca, a maniche corte, ascella pezzata
(spesso), cravatta slacciata (talvolta). Un vero Presidente
quasi operaio. È una presenza asfissiante.
Una delle sue migliori perle è recentissima.
Una nuova legge, da lui stesso promulgata, suddivide
l‚Äôintera popolazione in categorie in base all‚Äôetà
delle persone. Ci sono i “giovani”, i “maturi”,
gli “uomini”, gli “anziani” ed i
‚Äúsaggi‚Äù. Più o meno, non abbiamo capito
bene le classi, ma il concetto è questo. Ad ogni
categoria corrispondono dei diritti e dei doveri sociali
(soprattutto doveri sociali). In ogni caso, per essere
saggi ed avere qualche speranza di poter dire la propria
bisogna essere molto vecchi, cosa non facilissima da
queste parti. Secondo papà Niyazov, a quarant‚Äôanni
si è a mala pena nell‚Äôetà per parlare.
Naturalmente, lui sfugge a questo principio [...]" |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Poi sono io
quello che ce l'ha con la Cina e che dovrebbe essere più
moderato. No perché, oltre a continuare a raccoglierle
(come questa,
questa,
questa
e questa),
succede che, nell'imbarazzante panorama disegnato questi
giorni dai Media nel trattare il tema, (per fortuna) basti
leggere un po' in giro per accorgersi di non essere soli:
qui,
ad esempio. E poi qui,
e ancora un bel riepilogo
sul solito Wittgenstein.
Solo che io, queste cose, le scrivevo due anni fa e continuo
a prendere schiaffoni per 'sta storia. Sì, lo so
che non c'è il link. Del resto, con l'aria che tira,
mi sa che fra un po' ci sarà. E certamente sarete
più di duemila a leggerlo (e io sarò sicuramente
più in pace con me stesso e sereno di questo pomeriggio).
Peccato non avere il trackback. |
|
|
|
|
|
|
|
|