Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 Commuting
GIU Diario, Fotoblog
Così, ultimamente, non guido. Non passo ore in coda nel traffico. Cammino, leggo, dormicchio in treno, mi guardo attorno.
Soprattutto, mi guardo attorno.
E, andando e tornando dal lavoro, faccio foto, perlopiù nel tragitto a piedi da casa alla stazione, ma non solo.

C'è come un confine invisibile fra quello che è lo spazio dove vivo, che mi appartiene, che guardo in soggettiva, e l'altrove al quale mi collega la ferrovia, il centro urbano che attraverso senza farne più parte da tempo, che osservo dall'esterno e mi è ormai alieno.
Fotografo i due mondi e non posso fare a meno di amare sempre più la distanza che mi separa dalla città che ho abbandonato quasi quindici anni fa.

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Frazione Ca' Bianca, Arcore
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Stazione Dateo, Passante ferroviario, Milano
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Metro M5, Milano
TAG: arcore, milano
23.51 del 03 Giugno 2018 | Commenti (0) 
 
23 Buttafava state of mind
MAG Diario, Fotoblog
Sto sviluppando una ingiustificata passione per la piccola stazione di Buttafava sulla linea Monza-Oggiono-Lecco, a pochi passi da casa mia, della quale ho iniziato a servirmi per cercare il più possibile di abbandonare l'auto in garage.

La cosa che più amo è la voce gracchiante registrata che avvisa zelante il sopraggiungere del treno al binario UNO.
Treno che, per inciso, è nuovo di zecca e spesso puntuale al minuto.

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Buttafava106
TAG: Buttafava
15.54 del 23 Maggio 2018 | Commenti (0) 
 
22 Lo stato dell'arte
MAG Running, Diario
E niente, sto continuando. Siccome poi da qualche mese sono ormai assestato sugli stessi tempi, ho ripreso da un po' a fare anche le ripetute. Nove anni fa le correvo sui dodici chilometri, ora le faccio sui dieci e per adesso il cronometro è ancora piuttosto lontano da allora, sebbene riesca a infilare qualche chilometro sui 4'45".
Sono tornato ai miei amati percorsi al parco di un tempo e continuo a correre in salita di tanto in tanto, che è un po' la mia nuova frontiera: non gran dislivelli per la verità, ma intanto centocinquanta, centottanta metri nei primi quaranta minuti riesco a portarli a casa. Per cominciare non è male.
Occasionalmente ho anche esteso qualche giro fino ai quindici chilometri, che al momento però rimangono un limite, direi, abbastanza invalicabile.
Questa è la differenza maggiore rispetto al triennio 2008-2010: al di là della difficoltà di abbassare le medie sotto i 5'30", non riesco ad allungare la distanza e portarla perlomeno a diciotto chilometri, che è la misura minima che mi servirebbe per iniziare a pensare di tornare a correre almeno una mezza maratona.

Nel periodo migliore della mia passata esperienza mi allenavo circa tre volte a settimana: di solito, una la dedicavo ai dodici chilometri di ripetute, la seconda a una corsa normale di quindici chilometri e la terza era un'uscita un po' più lunga, spesso diciotto chilometri, qualche volta ventuno.
Adesso faccio quasi sempre dieci chilometri e praticamente non riesco a schiodarmi da lì: sto ormai tranquillamente sotto l'ora, solitamente corro a una media di cinque e trenta al chilometro, qualche volta riesco a scendere sotto i 55', con un miglior tempo attorno ai 53'. Alla fine però rimango ancora piuttosto distante dai vecchi tempi in cui correvo di norma vicino ai 5'/km, che era poi la mia media sulla mezza maratona, e all'epoca correvo i dieci chilometri piuttosto raramente, più che altro per fare una tirata veloce: il mio miglior tempo sulla distanza era di 47', per dire quanto sono ancora lontano.

Insomma: a nove mesi di distanza da quando ho ripreso, confrontandomi con le prestazioni di una decina di anni fa, ho impiegato molto meno di allora per raggiungere i risultati attuali, ma per il momento non riesco a migliorarmi e ad avvicinarmi ai livelli di un tempo, anzi, rimango abbastanza lontano. E questo nonostante abbia invece portato il mio peso a una soglia addirittura mediamente inferiore a quella del 2010, quando preparavo la maratona.
Questo mi fa un po' impressione, non me l'aspettavo. Viaggio attorno ai settantatré chili, quasi venti in meno di dodici mesi fa, ma soprattutto uno o due in meno della mia media di otto-nove anni fa, quando mi allenavo molto di più (e mangiavo, però, anche molto di più).

Fin qui lo stato dell'arte. Sono davanti a una specie di guado, alla ricerca di qualche motivazione un po' interessante per continuare e col dubbio di essere forse arrivato a un livello difficilmente migliorabile, a meno di affrontare un piano serio di allenamenti e qualche sacrificio che, siam sempre lì, forse non ho più né il tempo, né l'età, né la voglia di mettere in conto.
Rimane il solito punto: in assenza di qualche obiettivo vero e con la prospettiva del semplice mantenimento della forma, pur faticosamente ritrovata, non so quanto ancora andrò avanti con questo regime di due uscite a settimana, qualche volta tre, per correre i soliti dieci chilometri, senza un particolare entusiasmo o scopo.
Intanto ho pressoché abbandonato la dieta dei primi mesi e sono tornato a mangiare quasi normalmente: il metabolismo ha ormai ritrovato un suo (fin troppo) equilibrio al ribasso e finché vado avanti a correre è inutile che mi sbatta troppo a controllarmi con la dieta. Anzi, dovrei magari rimetter su un paio di chili, ché non posso nemmeno permettermi di perdere ancora taglie e rifarmi per la terza volta il guardaroba!

Nel frattempo, a un anno di distanza sono tornato a trovare il cardiologo per la visita di controllo. Come mi ha consigliato, e come peraltro avevo più o meno già in programma di mio, mi sono sottoposto alla visita sportiva per farmi rilasciare il certificato agonistico.
Sarebbe stato un traguardo importante dopo lo spavento e i mesi bui dello scorso anno.

Sarebbe. Perché non ho passato l'esame. Nonostante la visita cardiologica andata ottimamente, nonostante i cinque e trenta al chilometro e gli oltre ottocento chilometri corsi questi mesi, nonostante i venti chili in meno, nonostante soprattutto i betabloccanti che dovrebbero livellare qualunque problema, durante il test da sforzo l'ago ha tracciato una piccola anomalia sul foglio di carta millimetrata.
Niente di particolare, mi ha detto il medico: con la mia storia clinica, è normale e ci sta.
Solo che per precauzione mi rispedisce a fare l'ennesimo Holter. E, per il momento, niente certificazione sportiva.
Non me l'aspettavo.

Ero un po' in ansia prima dell'esame. Ci tenevo. Era un passaggio importante, il timbro definitivo che tutto fosse alle spalle. Non mi interessa(va) necessariamente tornare a misurarmi in qualche gara, ma intanto avrei avuto il lasciapassare per farlo, se lo avessi desiderato.
È andata male.

Ho prenotato l'Holter per la prossima settimana, il quarto, a distanza di un anno dall'ultimo.
Nel frattempo sono andato a correre al parco, a fare uno dei miei giri abituali, per scacciare qualunque pensiero. Per non lasciarmi tentare dalla sfiducia, dalla demotivazione, dalla demoralizzazione, da questo accidenti di esame bucato a cui tenevo.
Non voglio pensare ad altro.
Voglio solo continuare a (poter) correre.
Anzi, adesso quasi quasi esco, anche se minaccia pioggia pesante.

TriumphIso
TAG: running, salute, corsa, cuore
12.40 del 22 Maggio 2018 | Commenti (0) 
 
03 Chiusura di stagione
APR Viaggi verticali, Diario
Complici la finestra di tempo splendido che si è aperta fra la domenica di Pasqua e il lunedì, e le straordinarie condizioni di innevamento, ne abbiamo approfittato per andare a chiudere la stagione e infilare così una sequenza Capodanno-carnevale-Pasqua che non ci riusciva da anni.
Un'annata con così tanta neve, soprattutto in condizioni pressoché invernali nonostante la primavera iniziata ormai da giorni, non si vedeva da parecchio tempo e il manto ha ancora una tenuta quasi perfetta perfino alle quote più basse nelle ore pomeridiane. Quest'anno rimpiango davvero di avere appeso le pelli al chiodo da diverse stagioni, perché avrei potuto approfittare di una primavera eccezionale. E in effetti potrebbe essere uno stimolo a riprendere anche questa attività, dopo essere tornato a correre.
Chissà.

E proprio la ritrovata ottima forma di questi ultimi mesi ha portato con sé anche il rinnovato piacere, dopo anni, di tornare finalmente a stare sulla neve ore e ore di fila, spingendo al massimo, come non accadeva davvero da troppo tempo. Mi sono persino riscoperto capace di affrontare dei bei muri di gobbe in assorbimento a velocità che ormai potevo solo sognare, con le gambe e i polmoni che tengono perfettamente anche al tardo pomeriggio, arrivando a chiudere la giornata senza averne ancora abbastanza.
Mi pare impossibile se penso allo sventurato scorso anno in cui riuscii a fare un'unica uscita molto a fatica, condizionata dalla paura per i problemi cardiaci che avevo appena attraversato, e alle ultime stagioni nelle quali inforcavo gli sci ormai di malavoglia, eccessivamente appesantito, portandomi appresso tutti i miei guai alla schiena, completamente senza fiato e allenamento, frustrato: salivo sempre in tarda mattinata, mi lasciavo trascinare demotivato giù da qualche pista, irrigidito e stanco, senza alcun entusiasmo, spinto solo dalla volontà di non cedere alla tentazione estrema di appendere definitivamente al chiodo anche i miei amati sci, dopo avere abbandonato già da tempo ogni altra velleità alpinistica.
Mi fermavo poi alla solita baita per il pranzo e chiudevo lì la giornata, affidando i ragazzi agli amici, ormai arreso a una condizione fisica e mentale in realtà inaccettabile alla mia età.

Sì, mi pare impossibile a ripensarci. Sono persino tornato a mettere le assi in neve fresca senza timore per i legamenti e la schiena, di nuovo in sintonia con me stesso e l'ambiente, in una situazione di ritrovato controllo, consapevolezza e serenità.
Come ho potuto davvero rischiare di rinunciare a quel che più amo nella vita, alle mie montagne, alla neve, l'elemento che mi appartiene da quando son nato?

E poi c'è questa cosa dei ragazzi ormai grandi, che van come treni. Per quanto io abbia ritrovato una forma tutto sommato non comune, per quanto abbia fiato e gambe ed esperienza da vendere, non riesco a star loro dietro: sono loro ad aspettare me. È una soddisfazione straordinaria.
Li inseguo quasi in apnea, li affianco, cerco di rimanere nella loro scia lasciando che siano loro a tracciarmi il pendio e penso che ho fatto un lavoro bellissimo questi anni, che il loro entusiasmo è benzina per tenere ancora ben in vita il mio. Adesso che andiamo davvero insieme, alla pari, mi diverto come forse mai mi sono divertito in vita mia, per quante stagioni abbia alle spalle e per quante ne abbia viste e fatte in montagna.
Rimango sempre più stupefatto e incantato a vederli filar via così sicuri e veloci, a loro agio, spensierati, su qualunque pendio e in qualunque condizione, perfettamente padroni della tecnica e degli attrezzi, concentrati, come pochi loro coetanei sono in grado, a parte i ragazzi delle scuole agonistiche che però hanno una preparazione specifica mirata alla competizione, mentre ai miei ho insegnato prima di tutto la montagna, l'ambiente, l'aria sottile: un contesto nel quale lo sci è solo uno dei mezzi possibili di esplorazione ed espressione, la neve un elemento al di là della superficie battuta di una pista.
Ora che son pronti ho voglia di portarli a scoprire e fare cose che ho fatto io alla loro età, aprirgli tutto un mondo, trasmettergli ancor più il mio entusiasmo e il mio amore per il mio universo verticale.

Dopo aver ripreso a macinare chilometri in strada mi chiedo se un po' alla volta potrei davvero riprendermi anche i miei passi in montagna, rispolverare i ferri del mestiere e qualche obiettivo lasciato indietro, chiuso nel cassetto del forse mai più.
Intanto potrei finalmente mettere in cantiere qualche piccolo progetto estivo coi ragazzi che in questi anni ho sempre rimandato a chissà quando.

Progetti futuri a parte, questa è stata probabilmente anche la nostra ultima volta sulle nevi di Madesimo, dopo otto anni consecutivi di presenza, e un capitolo significativo della mia vita coi ragazzi va forse in qualche modo a chiudersi.
Venni in Valchiavenna per la prima volta con loro nel 2010, proprio agli inizi di aprile, in occasione del terzo compleanno di Carola. Leonardo aveva solo sei anni. Anche quell'anno c'era molta neve e ne venne parecchia anche quei giorni.
Scelsi Campodolcino perché alcuni cari amici, fra cui un mio storico compagno di cordata i cui figli erano coetanei dei miei, avevano qui la casa da anni. Era una buona soluzione per trascorrere alcune giornate in montagna in compagnia, sia per me che per i bambini. L'hotel Europa era perfetto, proprio alla partenza della funicolare che porta agli impianti del comprensorio di Madesimo: da allora non lo abbiamo più tradito e nel corso degli anni ho fatto amicizia col proprietario, mio coetaneo.
Anche la compagnia col tempo si è via via allargata e ormai venire su era diventata anche l'occasione per ritrovarsi sulla neve anno dopo anno, condividere tavolate alla Baita del Sole, ritrovo fisso di tutti noi all'ora di pranzo, o uscire tutti insieme la sera a cena. E quante discese dal Canalone, e notti di San Silvestro, e giornate di neve e pioggia chiusi in baita a strafogarci di polenta e salsicce, e neve spalata per disseppellire l'auto a ogni nevicata eccezionale: quante ne ho viste quassù questi anni, alla faccia del riscaldamento globale.

Ma i ragazzi crescono, anche quelli degli amici, che alla fine, dopo anni, lasciano le case in affitto perché cambiano le esigenze familiari e vanno a loro volta verso nuove vite altrove. E così un po' viene a mancare la ragione principale per venire quassù, un po' anche io inizio ad essere stanco e un po' annoiato di percorrere a memoria sempre le stesse tracce da anni: ho voglia di mostrare ai ragazzi ormai grandi altri mondi verticali, altra neve, allargare i loro orizzonti.
E quindi forse basta Valchiavenna, basta Campodolcino, basta hotel Europa. È venuto anche per loro il momento di iniziare a zingarare un po' in giro per le Alpi.
Leonardo ha quattordici anni e all'improvviso mi viene in mente che avevo esattamente la sua stessa età ed era la stagione invernale quando i miei lasciarono la casa di Andalo, dove ero praticamente nato, dove per anni avevo trascorso gran parte dei weekend invernali e tutte le infinite vacanze estive, dove avevo imparato a sciare, a camminare in montagna, ad affrontare le mie prime vie ferrate e le prime facili arrampicate. Dove avevo conosciuto la mia prima fidanzatina e mi ero innamorato per la prima volta.
Per i miei primi quattordici anni di vita tutto il mio universo verticale (e non solo) era stato circoscritto ad Andalo: quella era la montagna per me, lì avevo imparato ad amarla e a conoscerla.
I miei lasciarono la casa un po' per le stesse ragioni per cui oggi io probabilmente non tornerò più a Campodolcino.

In qualche modo è uno strappo anche per me, ma è il momento giusto per farlo. Ogni tanto c'è bisogno di dare una svolta e cambiare un pezzo di vita, anche se col passare degli anni il solo pensarlo è sempre più faticoso: in fondo la mia routine quassù coi ragazzi è in qualche modo confortevole, rassicurante e riposante.
Ma è ora che li porti a conoscere l'altrove che io conosco già e far conoscere loro le grandi montagne.
Ciao Campodolcino.

MadesimoPasqua2018
TAG: madesimo, sciare, campodolcino, valchiavenna
23.41 del 03 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
20 Credo fossero primule
MAR Diario, Mumble mumble, Travel Log: Japan
Son passato da papà e visto che è giorno feriale, nessuno in giro, e c’era una bella atmosfera tranquilla, come talvolta mi capita mi son fatto un giro lì dalle sue parti per dare un’occhiata, vedere se c’era qualcuno di nuovo, leggere le date, guardare le fotografie e immaginare la vita dietro ciascun ritratto.
Mi piace sempre farlo, mi comunica pace e serenità e mi lascio attraversare dalle sensazioni sul senso dell’esistenza.

E niente, lì a due passi mi sono imbattuto nel signor Fabio. Non lo avevo mai visto prima. Ci siamo guardati a lungo negli occhi, ho cercato di immaginarmi la sua storia e cosa gli fosse accaduto.
Sono rimasto lì un bel po’, impietrito a fissare la mia data di nascita scolpita nel marmo.

La vita è un cazzo di dado che rotola in giro a caso e io ne ho già buttata via fin troppa.
TAG: Vita, papà
13.50 del 20 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
21 Cinquantatré
GEN Diario
E dieci chilometri spesi bene.

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(Avevo scritto un post lungo sul senso della vita, il tempo perduto che non mi restituirà nessuno, la fine delle illusioni, delle speranze e delle fantasie impossibili da trasformare in realtà, la necessità di alleggerirsi e lasciarsi alle spalle le utopie e tutto quel che non esiste. E niente, ho cancellato tutto e ho cucinato per me, per i ragazzi, i loro amici e un mio amico.)
TAG: compleanno, cucina
21.50 del 21 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
07 Shots from my world
GEN Viaggi verticali, Fotoblog, Diario
E anche quest'anno lo abbiamo iniziato in Valchiavenna, nel nostro consueto rifugio di Campodolcino, che assieme all'Elba e a Valnontey disegnano un po' i punti cardinali della mia vita coi ragazzi.

È stata una settimana di neve, più degli ultimi due anni, ma non quell'esagerazione che ci si poteva aspettare, e finalmente di ritorno sugli sci a tempo pieno, con cuore, gambe e polmoni ritrovati dopo lo sventurato 2017, che oltre ai miei problemi di salute era iniziato con Carola sulle stampelle e di conseguenza, per la prima volta in assoluto, niente sci coi ragazzi per tutto l'anno e l'intera stagione praticamente saltata a piè pari, con la sola esclusione di un weekend da solo a marzo rubato apposta per non rimanere del tutto a secco e mettere almeno alla prova l'effetto dei betabloccanti.

Due anni dopo eccoci di nuovo qui: li ritrovo in forma smagliante, Carola per fortuna si è completamente lasciata alle spalle l'infortunio dello scorso anno senza nessuna conseguenza psicologica e ormai vanno entrambi più di me, sicuramente molto più di quanto andassi io alla loro età.
Li guardo scivolar via velocissimi, sicuri e felici, perfettamente a loro agio in mezzo alla nebbia e alla nevicata insistente, col ghiaccio e con la neve fresca, e sono orgoglioso del lavoro fatto in questi anni, di essere riuscito a trasmettere loro qualcosa di ciò che più mi appartiene, di condividerlo insieme.
Cerco di star loro dietro per quel che ancora posso, ma è quasi tempo di ritirarmi in baita davanti a un piatto di polenta e salsicce e lasciare che raccolgano il testimone di quella che per tutta la vita è stata la mia più grande passione. L'unica condizione che mi sia da sempre perfettamente appartenuta, come una seconda pelle.
La mia aria sottile.

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TAG: madesimo, valchiavenna, campodolcino, sci, montagna
17.49 del 07 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
02 #Newyearsday 2018 in Fraciscio, Valchiavenna
GEN Diario, Fotoblog, Viaggi verticali
Eravamo forse dieci anime, qualche grado sotto zero, una manciata di stelline scintillanti e un po' di neve per tenere in fresco bottiglie e bicchieri.
(Quasi) tutto quel che serve per iniziare un anno nuovo in serenità.

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Capodanno 2018 a Fraciscio, Valchiavenna
TAG: capodanno, valchiavenna, fraciscio
23.32 del 02 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
31 A valigie chiuse
DIC Diario
E così si gira pagina un’altra volta, io per la cinquantatreesima. Mi lascio alle spalle un anno ambiguo, sofferto e impegnativo come gli ultimi tre, alla deriva senza timone e senza vela, nel quale però in qualche modo sono almeno riuscito a tenere la barca in rotta, un po’ per fortuna, un po’ con tenacia, un po’ grazie a qualche mano tesa al momento opportuno.

Nel 2017 sono tornato a viaggiare e, soprattutto, a volare. Che poi è l’essenza stessa della mia vita, o perlomeno quel che rimane delle mille passioni di una gioventù che mi ostino a chiamare “fino a qualche anno fa”, quando ormai quegli anni sono come minimo dieci, a voler essere generosi.
Nel 2017, per la prima volta, ho peraltro dovuto fare i conti davvero con l’età e con la salute, e ho avuto paura, più di quanta in realtà fosse ragionevole avere, ma tant’è, passare dal sentirsi immortale al rendersi conto di avere un cuore che può anche decidere, in un momento qualunque di una giornata qualunque, di fare un po’ il belino che crede, mi ha preso alla sprovvista e fatto prendere coscienza del fatto che sì, fra qualche giorno saranno cinquantatré, un’età alla quale può essere utile ricordarsi di avere un medico e all’occorrenza saper muoversi fra i meandri della sanità pubblica.

Nel 2017, così, ho tenuto fede alla promessa che mi ero fatto una sera uscendo dal medico, quando ho avuto paura, e dopo sette anni di quasi totale inattività sono finalmente tornato a correre un po’ seriamente. A quattro e mesi e mezzo dall’inizio di questa nuova avventura chiudo l’anno con quasi diciassette chili in meno [EDIT: alla pesata del 31 dicembre sono in realtà sedici scarsi, ché tener botta durante le feste è un’impresa] e i dieci chilometri in cinquantacinque minuti, che di per sé è un tempo ancora abbastanza lontano dalle mie prestazioni di qualche anno fa, ma certo quel pomeriggio di agosto, quando dopo anni ho infilato di nuovo le scarpette e mi sono avviato a camminare lungo la ciclabile che porta al parco, non pensavo che avrei davvero ripreso a correre sul serio in tempi così brevi e che sarei arrivato a questi numeri così rapidamente: mi ero dato almeno otto-dieci mesi di tempo per rompere il muro dell'ora e per la verità nemmeno ero certo che avrei tenuto abbastanza da scollinare l’autunno.
Invece son qui: ho corso con la neve e con la pioggia, ho corso la sera tardi uscendo dal lavoro e con temperature sotto lo zero, ho ricomprato dopo anni un paio di scarpette serie, una nuova maglia per il freddo, una giacca per la pioggia e qualche accessorio.
Ho anche scoperto che se mai volessi tornare a correre in qualche competizione dovrò studiarmi i nuovi regolamenti in vigore dallo scorso anno, ma la verità è che non so ancora quanto tutto sommato ne abbia voglia, quanto possa davvero ritrovare la motivazione necessaria e il tempo sufficiente per rispolverare anche uno solo di quegli obiettivi sfidanti che nel duemiladieci, dopo la maratona, mi sembravano tutti lì a portata di mano, a un passo dal poter essere afferrati e messi nel cassetto del “job done”, dell’anche questa è fatta.
Si vedrà. Intanto il primo obiettivo del 2018 sarà rientrare dalla montagna e riprendere a correre con regolarità anche dopo le feste, ché già, visto da qui adesso, sembra un appuntamento sufficientemente impegnativo.

Nel 2017 ho ripreso a leggere con una certa regolarità ed erano anni che non infilavo un po' di libri in sequenza: li compravo e li accumulavo fra i miei scaffali, in attesa che mi tornassero la voglia, la curiosità, la motivazione. Poi, una sera di un po' di mesi fa, a letto in attesa del sonno, ho messo giù il cellulare, annoiato, e ho preso dalla libreria uno di quei volumi impilati. E sono tornato alle buone vecchie abitudini.
Non tutti i libri che ho letto mi sono piaciuti, qualcuno anzi mi ha annoiato parecchio, ma ne annoto tre o quattro che mi hanno entusiasmato. Magari un giorno, se mi vien voglia, ne scrivo un po' qua dentro.

Nel 2017 ho cucinato tanto, o perlomeno molto più di quanto abbia mai fatto in passato, complice anche la dieta stretta che mi sono imposto di osservare parallelamente alla ripresa dell’attività fisica.
La verità è che mi piace cucinare, per quanto me lo sia sempre negato. Solo, vincono spesso la pigrizia e il fatto di essere perlopiù solo, per cui alla fine il piatto pronto e il microonde mi risolvono il pasto senza star troppo a perder tempo (per fare che, poi?) e, soprattutto, senza ritrovarmi con gli avanzi, che poi mi tocca mangiare la stessa cosa per giorni.
Però sì, cucinare mi piace. Non me la cavo nemmeno malaccio. Sto imparando a usare ogni angolo della mia cucina. E del resto che me la son fatta a fare la cucina a isola dei miei sogni se poi non la uso per cucinare?

Nel 2017, fra l’altro, ho vissuto il mio primo anno intero in questa casa nuova. Che sto imparando a conoscere e ad amare - ché sì, ho comprato questa casa perché ho immaginato che avrei potuto amarla, ma in verità non è stato un vero amore a prima vista: è stata un’opportunità, una scommessa, un calcolo. Uno spazio nel quale investire e costruire a mia misura, da modellare a mia immagine e somiglianza, che mi appartenesse, ma un colpo di fulmine no.
Ora, un po’ alla volta, sto imparando a sentirla mia, a riconoscerla come casa, a comprenderne la natura, gli umori e i punti deboli. A organizzarle all’interno, e spostarle attorno, la mia vita quotidiana.
È impegnativa, richiede attenzione costante, mi ha già dato anche qualche grattacapo imprevisto. Ma è il porto a cui tornare, nel quale rifugiarsi, o rinchiudersi alla bisogna. Le parlo, mi parla. Ci conosciamo.

Inizio il 2018 con un improvviso spazio da colmare, inatteso, non programmato. Per quanto. Ed è un problema.
Purtroppo. Come al solito, come sempre questi ultimi anni. Sembra ormai una regola maledetta. Dovrò riempire quello spazio il più rapidamente possibile.

Inizio il 2018 con un piccolo progetto a breve, che chissà. Avrei voluto lo stesso progetto in un altro modo, ma - se sarà - non sarà purtroppo possibile diversamente.
Non sarà - se sarà - un progetto comunque facile, anzi. Potrebbe forse essere uno dei più complicati che abbia mai messo in pista e farlo da solo lo renderà ancor più impegnativo per mille ragioni.
Vedremo. Vedremo anche quanta voglia ne ho davvero, ché proprio dovessi dire, così su due piedi, non è che la spinta di per sé sia proprio grandiosa, ma ho per le mani un'opportunità che proprio non voglio buttar via, ché sono quelle opportunità che non si buttano mai, per cui, intanto, ci lavoro, e poi si vedrà.
Nemmeno so se trolley o, dopo anni e anni, sarà bene riattrezzar lo zaino.

Intanto, come da tradizione, porto i ragazzi a far due curve, che quest’anno la neve è anche bella.
Dall’otto poi ne riparliamo.

strudel1
strudel2
TAG: capodanno, diario
19.29 del 31 Dicembre 2017 | Commenti (0) 
 
07 Steam
DIC Running, Salute, Diario
Alla fine è solo matematica, questione di numeri appunto. È sempre stato così. Per questo conto.

Ho impiegato sedici settimane, che in realtà è un tempo sorprendente considerata la mia condizione all'inizio di questa nuova avventura e che pensavo di impiegare non meno di sette-otto mesi. Peraltro non ero nemmeno certo che ce l'avrei davvero fatta, anzi, ero un po' del mood tipo ultimo treno, adesso o mai più.
Ed eccomi qui. Sedici settimane dopo.

Mi ci ero avvicinato molto una decina di giorni fa: una sera avevo staccato un 1h00'00"6, correndo i primi 5km in salita con una temperatura prossima allo zero e sbagliando poi i calcoli in discesa. Coi battiti oltre soglia, negli ultimi due chilometri avevo rallentato un filo, giusto quel minimo per non esagerare e rimanere tranquillo, convinto ormai di avercela fatta.
Sei decimi. Un battito di ciglia, la tolleranza dello strumento di misurazione, una stupidata: fermo in mezzo alla strada, avvolto dal vapore del sudore che si disperdeva nel buio, guardavo il display illuminato del cronometro e sorridevo fra me e me.
Sei decimi su un'ora sono una beffa, un solo passo in meno sulla distanza, un respiro in meno prima di fermarmi.
Mi ero incamminato verso casa prima che il freddo penetrasse lo strato termico della maglia e mi ero dato appuntamento alla prossima occasione.

Martedì sera ero a San Martino, come sempre da un po' di mesi a questa parte. Temperatura attorno agli zero gradi, probabilmente qualche grado sotto in mezzo ai campi spogli.
La corsa come rimedio all'umore, come un tempo, come unico modo che conosco per scollegarmi da qualunque pensiero, per spegnermi. Freddo e umidità a sufficienza per non perdere tempo, per accelerare da subito, per fare in fretta a scaldarmi e darmi una mossa a rientrare in albergo, ché a San Martino dopo le ventuno e trenta è tutto chiuso e non si cena più. La provinciale cinquantadue buia come al solito e la pettorina fosforescente dimenticata a casa. La mia tuta termica aderente, nera come l'oscurità attorno, solo due sottili cuciture arancioni lungo le spalle, e il verde fluo delle scarpette.
E via.

Cinquantasette minuti. Tre minuti sotto. Un tempo che addirittura mi ha riportato all'improvviso molto vicino ai miei allenamenti regolari di otto anni fa.
Ho fissato il cronometro incredulo. Limare tre minuti in un colpo è un'enormità.
Nel 2008 impiegai sette mesi per scendere sotto l'ora e quasi un anno per portarmi su tempi paragonabili, partendo da una situazione decisamente migliore di quella dello scorso agosto (e con quasi dieci anni in meno di oggi sulle spalle). È incredibile come il nostro corpo e la testa conservino memoria delle esperienze passate e vadano a ripescarle all'occorrenza, sappiano riadeguarsi. Non è una questione solo fisica e metabolica, è proprio una condizione mentale.

E matematica, naturalmente. Numeri. Questa mattina, 77,3kg. Eccoli lì, quei tre minuti, disegnati sul diplay a cristalli liquidi della mia bilancia.
Come previsto. Sempre tutto come previsto. Inesorabile.
I numeri non mentono mai, l'esperienza non inganna, insegna.
Metafore.

Non so se continuerò, non so dove posso arrivare. Sono al traguardo che mi ero posto quattro mesi fa e l'ho tagliato molto prima di quanto pensassi. Non lo avevo previsto. Adesso non ho un piano, e sono smarrito: io ho sempre un piano.

So che ora viene la parte davvero difficile.
So che se smetto di correre non sarò capace di mantenermi facendo solo attenzione alla dieta. Mi conosco bene, non sono in grado. È un metodo che richiede una condizione mentale che non mi appartiene.
So che adesso ci vorrebbe un nuovo obiettivo e non ho voglia di ripercorrere strade già battute. Ne avrei, ma qualunque cosa abbia in mente richiede tempo, impegno, disciplina, motivazione fortissima, sacrificio. Soprattutto tempo.
Un conto è trovare un paio di volte a settimana un'oretta e mezza strappata alla sera, rimandando l'orario di cena; o mettersi un'ora sul tapis-roulant il sabato pomeriggio, in casa, mentre i ragazzi studiano o fanno altro, poi la doccia lì a fianco, andare a fare la spesa, metter su la pentola sul fuoco, le solite cose.
Un conto è trovare il tempo per un nuovo traguardo sfidante. Ad esempio ripreparare una maratona, o anche solo una mezza tirata, per buttar giù i miei tempi del 2010. O addirittura qualcosa di nuovo e davvero motivante, magari una grande classica come la Monza-Montevecchia, o la Monza-Resegone. Le conseguenti necessarie uscite regolari tre, quattro, fino a cinque volte alla settimana, i lunghi da almeno un paio d'ore, le ripetute, la tabella fissa di preparazione.
Non so se ho questa motivazione. Soprattutto, per quanto potrei trovare la voglia, sono piuttosto certo di non avere il tempo per questo.
E quindi?
Son sempre lì, davanti allo specchio, con le stesse domande.

Mi guardo: studio il nuovo me stesso, o meglio, studio il me stesso di una volta che non vedevo riflesso da anni e che pensavo non avrei mai più rivisto. Gli stessi pensieri. Sono sempre io alla fine.
Ho lo sguardo stanco. Il volto scavato, le guance attraversate dai solchi delle rughe comparsi evidenti come conseguenza del calo drastico di peso.

Mi sento molto meglio. Il cuore funziona (e dovrò capire prima o poi se continuare a prendere i betabloccanti), niente più gastroprotettori da mesi, la macchina ha ripreso a funzionare abbastanza bene.
Tendini, menischi, legamenti, piante dei piedi: tutto perfetto.
La schiena no: è evidentemente rimasta danneggiata dalla condizione dello scorso anno. Ho ripreso quasi del tutto la mia mobilità ordinaria, ma al mattino ho difficoltà ormai cronicizzate e ho un problema abbastanza importante e ben identificato in mezzo alla schiena, più in alto delle mie vecchie protrusioni in L4-L5 ed L5-S1. Qualcosa è successo. Dovrò decidermi a fare una nuova risonanza e capire come affrontare la questione, perché non è di facile gestione e non mi abbandona un solo giorno.

E quindi non so. Non ho risposte. Non le ho mai. Mi siedo sul marciapiede, lascio che evapori il sudore e riparta il flusso dei pensieri.
Però sì, è vero.
Bravo Carlo.

Running1000

io
San Martino di Lupari, 5 dicembre 2017
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
13.00 del 07 Dicembre 2017 | Commenti (1) 
 
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