Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 2:09am
MAR Diario, Viaggi fra le note
E se tutto quello che ho detto non ti serve più
E se le parole che ho scritto non bastano più
Buttale via
E inventale tu.
02.30 del 25 Marzo 2020  
   
23 Quinta settimana
MAR Diario
Eravamo a Les Crosets, a inizio gennaio. L'avevo scattata proprio sulla linea di confine fra Svizzera e Francia. Da allora la uso come sfondo sui miei computer.
Mi sembra una vita fa. Quanti significati che assume, adesso.

Mi chiedo quando potremo tornare a noi stessi e a quello che eravamo.
Certi giorni ho paura.

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TAG: coronavirus
00.38 del 23 Marzo 2020 | Commenti (0) 
   
21 Sempre e per sempre
MAR Diario, Viaggi fra le note
Tu ricordati
dovunque sei
se mi cercherai
sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai.
14.29 del 21 Marzo 2020  
   
19 Domani danno sole
MAR Diario
Esco sulla terrazza di camera. Da quando mi sono trasferito qui questi anni non l'ho mai sfruttata, né ho avuto modo e tempo di attrezzarla in proposito, per quante volte mi sia ripromesso di farlo e per quante idee giacciano lì nel cassetto delle cose di cui occuparsi.
Anche oggi c’è il sole, ci sono venti gradi, è una calda giornata di inizio primavera. Sto un po’ lì a guardarmi attorno. Si sente solo il gracchiare dei corvi, niente altro.
Mi rendo conto all'improvviso che non seguo le previsioni del tempo da settimane. Mi sveglio al mattino senza la minima idea di che cielo possa aspettarmi.

Vorrei scrivere delle cose questi giorni. Non so bene quali “cose” per la verità e poi da qualche mese non mi va più di scrivere davvero qui dentro. All’improvviso questo posto non è più il mio rifugio solitario in testa alla valle come a lungo è stato, o mi sono perlomeno illuso che fosse grazie al silenzio attorno. Per qualche ragione, dopo anni di quiete e isolamento, è come se avessero aperto una strada fin qui, e arriva troppa gente.
Sarebbe ora che lo abbandonassi al suo destino, tanto ormai da tempo non mantengo nemmeno più i muri e le finestre, ma non so dove andare e non so come fare per lasciare l’indirizzo appeso alla porta, nel caso.
Comunque.
Intanto son bloccato qui.
E anche dal muro attorno alla terrazza.
Perlomeno ho una terrazza.

Di tanto in tanto lascio dei post-it su Twitter. Ieri scrivevo che son stato al supermercato. L’ho raccontato lì. Raccontare del supermercato è una di quelle “cose” che questi giorni hanno una loro ragion d’essere in primo piano.
Mi è servito come spunto per parlare della paura e della paura della gente. Non "della gente" nel senso possessivo dell’espressione, della gente inteso come di cosa aver paura, questi giorni.
Io poi un po’ paura della gente l’ho sempre avuta. Non è una gran novità, per me.
Nemmeno stare in casa, per la verità.
Nemmeno stare in casa a lungo, a dirla tutta.
Non fosse tutto il resto.

Intanto, conto, come sempre.
Tecnicamente, ho iniziato a rimanere a casa dal 22 febbraio. Il 25 sarei dovuto partire per gli Stati Uniti, e invece no.
Venerdì 28 ho fatto una spesa al supermercato.
Fino al 7 marzo ho poi fatto pochissime cose. Un’altra spesa al supermercato, per iniziare a far scorte, ché il futuro iniziava ad essere fin troppo chiaro. Tre giorni in ufficio per alcune faccende che era meglio far là e non da casa. Un paio di cene fuori, sì, le ho fatte. Erano già surreali. Un giorno ho persino provato ad andare a correre, dopo mesi.
Sì, vabbè, correre. Come no.
Dall’8 marzo, isolamento assoluto. Ho anche deciso di non andare più a prendere i ragazzi, ché son rimasti dalla mamma: avevo frequentato gente fino al giorno prima e ho preferito a quel punto far passare almeno i quindici giorni canonici di incubazione. Sai mai.
Ieri sono uscito per andare a fare di nuovo la spesa, dopo dieci giorni ai domiciliari. Poi ho scritto su Twitter.
Fine.

Osservo cose.
Le videoconferenze, ad esempio. Tutto sommato han sempre fatto parte del mio lavoro, sono abituato. Dall’ufficio. Ora no.
All’inizio, i primi giorni, avevamo tutti la telecamera accesa. Da qualche giorno alcuni hanno iniziato a tenerla perlopiù spenta, tranne nelle chiamate uno a uno. Dopo un po’ anche io. Un po’ per risparmiare banda, così ci diciamo, ma la mia sensazione a latere è che non vogliamo più gente in casa nostra.
Se accendo la telecamera, son tutti in camera mia, o nella mia cucina, o in camera di mio figlio, o nel salotto.
Al contrario, all’improvviso a me accade di videochiamare i figli, i familiari, gli amici. Esattamente coloro con cui non l’ho mai fatto prima e che ora non posso più vedere dal vivo. Coi ragazzi poi passo un sacco di tempo in video. Carola mi mostra i disegni che fa per passare il tempo, io e Leonardo lavoriamo insieme a mantenere in vita l’infrastruttura informatica di famiglia per comunicare fra di noi in tutti i modi possibili.
Si è invertito il mio intero paradigma comunicativo.

Combatto la solitudine. Ho allargato la mia cerchia di contatti, passo intere serate a chiacchierare su WhatsApp, come immagino facciano molti.
Mi capita di pensare - no, non è vero, ci penso ogni giorno; ogni, stramaledetto, giorno - a come sarebbe stato diverso vivere queste settimane in un universo parallelo, l’universo che avrei voluto vivere.
Combattere insieme. Resistere. Scoprirsi da capo. Reinventarsi. Fare cose. Dividersi i compiti, le “uscite solo necessarie”, la paura - perché c’è la paura, eccome, e sarebbe anche ora che ce lo dicessimo tutti in faccia, una volta per tutte, che lo accettassimo, la esorcizzassimo insieme, la affrontassimo allo stesso modo, abbracciati a distanza, invece di negarla, provare a ignorarla, fingere indifferenza, ostentare noncuranza.
Così non smetto mai di pensarci. Vorrei, ma non è possibile. Avrei voluto altro. Sarebbe stato tutto diverso. Sarebbe stato diverso ogni mattina, invece di svegliarsi da solo, aprire i Velux, vedere il sole, sapere che non ti riscalderà a sufficienza nemmeno oggi e non sai quando mai potrai tornare a farti scaldare fuori, all’aperto, insieme alla gente, quella gente che in fondo hai respinto per tutta la vita e che adesso ti appare un miraggio.
Sarebbe stato diverso preparare il caffè a turno, gestire due computer, tenersi d’occhio a vicenda, pronti a intervenire per l’altro.
Sarebbe bastato un sì.
Mi accorgo invece che ho il gomito del golfino color glicine completamente a brandelli. Era di papà. È arrivato in fondo anche lui, questi giorni.
Mi sto facendo crescere la barba, ancora di più.
I capelli, anche, ovviamente.
Comunque vada, ne uscirò diverso.
Come tutti, direi.

Prendo appunti.
Immagino tutto questo come andare su Marte, ad esempio. La solitudine di un viaggio lungo mesi.
Mi faccio domande assurde, come chiedermi quando potrò cambiare le gomme invernali.
Mi sveglio di notte e mi prende il panico, vorrei salire in auto e allontanarmi, in tangenziale, trovarmi nel traffico, con l’autoradio.
In aereo. Accidenti, certo, in aereo. In volo.
Ho fatto una cartella sul Mac dove raccolgo cose di questi giorni. Meme strani, foto, messaggi, comunicati ufficiali. Ho come idea di conservare un pezzo di Storia, qualcosa che servirà per ricordare, quando si potrà iniziare a cercare di dimenticare tutto.
Dicono che sarebbe meglio distrarsi, non farsi travolgere dal bombardamento mediatico. Mi dico che forse è ancora peggio, l’aggiornamento continuo in questo momento serve a prendere le misure il più possibile correttamente, sapendo filtrare, naturalmente.
Sapendo filtrare, certo. Mi incazzo con la gente, quella stessa gente che mi manca attorno, perché si attacca a qualunque stronzata le arrivi sui gruppi di WhatsApp o legga su Facebook, quando basterebbe un secondo su Google per rendersi conto della mancanza di qualsiasi riscontro con la realtà dei fatti, e allora mi ricordo di quanti danni abbiano fatto anni e anni di massmediologia, di pseudoscienza, di berlusconismo, di sciachimismo, di grilismo, di salvinismo, di movimenti nimby.

Mi chiedo come gestiremo lo stress post-traumatico.
Mi chiedo come sarà tornare alla sveglia che suona alle sei e venti, scendi in cucina, saluti Leonardo con un cenno, ti fai il caffè, svegli Carola, le preopari la colazione, ti fai la barba, ti vesti, uscite insieme, la accompagni a scuola, ti infili in tangenziale, rimani paralizzato in coda, ascolti il giornale radio, arrivi in ufficio ventiquattro chilometri e un'ora e mezza dopo.
Mi chiedo dove andremo la prossima volta che partiremo.
Mi chiedo come sarà, alla fine, tornare alla vita lì fuori, da solo.
Mi chiedo come accadrà.
Mi chiedo quando sarà.
Ho bisogno di abbracciare i ragazzi.

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TAG: coronavirus
17.32 del 19 Marzo 2020 | Commenti (0) 
   
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MAR Diario, Spostamenti
Venerdì scorso sarei dovuto ripartire per Houston. Sono rimasto a terra, come tutti. Ho visto inutilmente passare sullo smartphone la notifica per l'apertura del check-in on line, ho cancellato il viaggio su TripIt.
Ho ordinato su Amazon una scatola e alcune altre cose.
Ho fatto la pizza, ho stappato la bottiglia di vino bianco giapponese che mi ha regalato Ryo per il mio compleanno, ma non era abbastanza freddo, così ne ho stappata una di rosso.
Sembrava che così potesse andar meglio, ma invece no.
Sono andato a letto molto tardi.
Ho capito alcune cose che sarebbe stato meglio capire prima.
È stato un peccato e quel che è peggio è che è stato inutilmente doloroso.
Come se già non ce ne fosse abbastanza.

Sono giorni strani. Non ho più scritto nulla del mio viaggio in oriente di gennaio. Non ne ho più avuto voglia ed è probabile che non ne abbia più voglia in futuro.
Ho finalmente messo a posto le fotografie, qui.
Ho scritto altrove e sarebbe stato meglio non farlo, ma sapevo da tempo che lo avrei fatto, prima o poi.
Ascolto cose nuove, ma non scelte a caso, le mando a volte in loop. Alcune fanno male, altre mi portano lontano. Direi che per un bel po' sarà l'unico modo di andare lontano. Soprattutto coi ragazzi. E questo mi pesa, e questo fa male, e questo mi soffoca, un po', sì.

Così sto qua, immobile. Oggi ha piovuto parecchio.
Sarà un inverno ancora lungo e c'è una cosa che devo fare, ancora una, sì. Devo, per forza.
Ho fatto qualche bella fotografia, per caso, a questo giro.
Per uno strano caso sono sfuggito all'epicentro prima che si richiudesse su se stesso.
Forse è un segno.
Non so quando tornerò a volare.
Devo inventarmi una vita a terra. Ed è molto più difficile.

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TAG: Giappone, Singapore, Qatar
00.33 del 03 Marzo 2020 | Commenti (0) 
   
21 55.
GEN Spostamenti, Diario
Seduto sul letto, guardo l’alba sulla baia di Yokohama dalla finestra della mia camera d’albergo.
Quattordici anni fa spingevo Leonardo nel passeggino su quel lungomare là in basso, davanti alla ruota panoramica. Sto cercando di non farmi travolgere dall’onda lunga, ma non è semplicissimo.

Sono di nuovo in Giappone, da qualche giorno. Ho fatto cose. Ho alcuni appunti e molto foto, come sempre, ma pochissima voglia di scrivere, quasi nulla per la verità. Si vedrà.
Domani tornerò a Kamakura, quattordici anni dopo. Non sono certo che sia una buona idea, l’ho detto a Kuniko. O meglio, le ho detto che non so come potrebbe essere il mio mood, di non preoccuparsi se non parlerò molto.
Lei ha insistito per portarmi, dice che Kamakura non è cambiata quasi per nulla. Appunto.

Oggi invece aspetterò, senza alcuna ragione di farlo, aggrappandomi alle otto ore in più di fuso orario. Poi probabilmente cancellerò quella lettera che non ho più scritto e che non invierò mai più.
Sono più vicino ai sessanta che ai cinquanta, il fuso orario mi ha pure rubato otto ore di vita e non ho più tempo per quel che è rimasto indietro.

Quest’alba è bella e gelida in un modo struggente, non nel senso del freddo, per quanto fuori tiepido non sia.
Forse oggi piangerò ancora un’ultima volta. È molto probabile, direi.
Poi basta.
Poi sarà tempo di lasciare anche Tokyo alle spalle, volare all’equatore, fare un salto anche nel deserto - ancora - e rientrare infine sul mio fuso.
È ora di andare a vedere cosa mi porterà davvero l’anno nuovo.

Otanjobiomedeto, dicono qui (*).
Faccio quel che posso perché lo sia, dico io.

NaganoB
NaganoA
NaganoC
NaganoD

(*) Non riesco a scriverlo come dovrei, non mi prende i caratteri giusti.
TAG: Giappone, compleanno
00.02 del 21 Gennaio 2020 | Commenti (2) 
   
28 .
DIC Diario
Addio
23.00 del 28 Dicembre 2019  
   
21 Happy Christmas
DIC Diario
2010, il primo senza i ragazzi.
2014, il primo senza papà.
2019, sulla scrivania di camera un regalo dello scorso anno, inutilizzato.
Magari nel 2020 lo riciclo a qualcuno.
13.14 del 21 Dicembre 2019  
   
19 Ancora due giorni
DIC Diario
E all'improvviso, guardandomi allo specchio, mi accorgo che mi sono comparse due nuove rughe profonde, verticali, proprio in mezzo alla fronte. Nettissime, scure.

Ho il volto molto stanco questi giorni, segnato, con le occhiaie.
Da quando son qui, ormai una decina di giorni, dormo malissimo, quasi nulla.

Queste nuove rughe mi dicono molte cose.
Nessuna bella.
TAG: vita
18.15 del 19 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
17 Di America e solitudine e ghiaccio sotto
DIC Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Giorni fa sul volo per Houston ho visto questo film molto americano, “Breakthrough”, tratto da una recente storia vera che narra la vicenda di un ragazzino di quattordici anni sopravvissuto a un annegamento in un lago ghiacciato.
È quello che si potrebbe definire un film a scopo di evangelizzazione, immagino prodotto coi finanziamenti della chiesa presbiteriana-avventista-pentecostale o qualcosa del genere, interamente centrato sulla tesi del miracolo che interviene di fronte alla resa della medicina, e dunque della scienza. Le preghiere della mamma che vincono dove l'intubazione e il defribillatore non possono più nulla, insomma.
Oh, magari ci sta. Dacché poi ci si va a interrogare sull'imperscrutabilità del disegno divino che salva il ragazzo vitaminico della famiglia bene americana, ma condanna i poveri negri della porta accanto (che infatti verso la fine del film si lamentano e protestano anche un po': ma come, perché tu sì e mio papà no?).
Comunque.

La storia scava a fondo nella cultura cattolica profondamente bigotta e conservatrice - qui ovviamente imprescindibile per ogni buon americano - tipica della provincia yankee, dove democrazia e giustizia sono amministrate affidandosi all’interpretazione letterale della Bibbia e la bandiera americana sventola davanti a ogni casa e al cospetto di Dio. È quel tipo di cultura evangelica che affonda le radici nei discendenti dei padri Pellegrini e ancora oggi si radicalizza ad esempio nelle comunità mormoni che avevo visto in Ohio qualche mese fa.
A modo suo Breakthrough è un film anche commovente e coinvolgente, e d’altra parte è costruito apposta per far piangere e portare in chiesa gli onesti cittadini patrioti americani, retorico a sfiorare il grottesco, spaventosamente reale nella rappresentazione dell’America vera, quella al di là del New England e dell’avanguardia Californiana, l’America profonda, coi suoi sermoni, i suoi pastori, le congregazioni, i college, le piccole comunità del countryside.
Un film dell’orrore, a seconda dell'angolo di osservazione, ma con un suo punto.

Sorvolavamo le sterminate pianure gelate del Minnesota e dell’Iowa, una teoria infinita di forme geometriche disegnate dai campi di grano spolverati di neve e ricoperti di ghiaccio, e dal reticolo di strade rettilinee che tagliano tutta la regione centrale degli Stati Uniti; un mosaico invernale affascinante che avevo già apprezzato un anno fa durante il volo da Seattle a Minneapolis.
Ogni tessera del mosaico è punteggiata dalla sua farm, la vedi bene anche da dodicimila metri di quota e puoi immaginare il pickup inesorabilmente parcheggiato davanti alla porta del garage, il mulino per il pozzo d’acqua, la bandiera americana che sventola orgogliosa nel prato antistante, il recinto che delimita il terreno di proprietà, la cassetta della posta all’intersezione fra il viale d’accesso alla casa colonica e la strada statale.
Un rettangolo bianco, il quadratino nero della casa, un altro rettangolo bianco, un altro quadratino nero al suo interno. Ore così in volo e hai visto l’America.
E allora la capisci la solitudine di questa gente che vive nel nulla, in mezzo a un territorio così sconfinato che ci vogliono ore di volo per attraversarlo, il cui vicino sta a mezz'ora a piedi di pianura gelata, e che però si sente invasa dallo straniero e costruisce il muro con il Messico, duemila chilometri più a sud, e poi va a combattere in Iraq per portar la Bibbia ed insegnare la vita in comunità.
La capisci la solitudine di questa gente per cui lo straniero è quello che viene dalla contea vicina e magari mette gli occhi sulle donne che frequentano il tuo bowling e con cui hai fatto la scuola elementare.
Le capisci le comunità avventiste, il sermone in chiesa la domenica, il pastore che conosce la vita di tutti gli abitanti nel perimetro del villaggio - ovvero nel raggio di qualche dozzina di rettangoli disegnati nella pianura infinita - e che durante la celebrazione della domenica chiama i fedeli uno a uno per nome, chiede loro di fronte a tutti se hanno peccato, se hanno guardato alla tv quello show sconveniente, e allo stesso tempo se hanno bisogno di un falegname, di un idraulico, di un aiuto col bambino piccolo.
Guardi per ore la pianura congelata sotto di te e comprendi perfettamente la solitudine e l'appartenenza alla comunità.

Così riflettevo sul fatto che mai come in questo periodo mi sono sentito così solo, e all’improvviso la vita raccontata in Breakthrough ha un suo senso, ha senso la ricerca di una comunità che qui si declina nel credere ai miracoli, nello stringersi assieme la domenica, attorno a una chiesa, a un gruppo di anime solitarie disperse in mezzo a un orizzonte scoraggiante.
Persino io, nella mia misantropia, forse darei di matto. Se invece di dovermi far spazio dentro a un condominio della Brianza e lottare ogni giorno per scappare dall'abbraccio mortale del traffico pendolare, dovessi camminare nel vuoto della pianura del Minnesota, o del Kansas, o dell'Iowa, o del Nebraska, per poter anche solo parlare con qualcuno, forse andrei a bussare al vicino per chiedergli il latte, forse andrei dal pastore la domenica per confessargli i miei peccati, forse chiederei di entrare nel gruppo di preghiera del sabato mattina, forse mi ritroverei la sera sotto alle finestre della casa di un membro della mia comunità, insieme ai pompieri, alla polizia, agli insegnanti, ai colleghi di lavoro, con una candela accesa a pregare perché il figlio guarisca presto.

Forse la follia americana è tutta nel volersi appropriare di un territorio assurdo, volerlo colonizzare, resistergli attraverso inverni gelidi, estati umide e flagellate dai tornado, anno dopo anno, l’orizzonte piatto intorno, il mare a migliaia di chilometri, il confine più vicino a giorni e giorni di autobus, per poi trovarsi davanti a un muro nel nulla, e di là c’è il Messico, per dire, mica l’Europa, mica Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid, Praga, Tokyo, Shanghai, Papeete.
Di là c’è Ciudad Juarez. E se vai dall’altra parte, a nord, solo foreste e gelo per grande parte dell’anno, e alci, e fiumi artici e violenti, e laghi, e montagne e ghiacciai invalicabili.
In mezzo il nulla. Nemmeno più i bufali, nemmeno più gli indiani.
E allora, la solitudine.

Così sorvolavamo le grandi pianure gelate del Minnesota e dello Iowa, avevo visto Breakthrough, che è un orrendo polpettone tanto assurdo e inutile da fare il giro completo e diventare un imprescindibile saggio sull’America, e intanto riflettevo sulla mia solitudine.

È stato un volo magnifico, la mia trentacinquesima traversata atlantica. Appicciato al finestrino come un bambino, a guardare per ore il mondo freddo, le misteriose e inesplorate distese ghiacciate della Groenlandia, prima, la banchisa al largo del Labrador, poi, Il Minnesota congelato, ore dopo ancora, e per tutto il volo l’incontenibile desiderio di essere laggiù, in mezzo al nulla, coi miei sci, le pelli di foca, ad avanzare da solo nell’ignoto: nessuna traccia tranne la mia, nessun rumore tranne il gelo artico, nessuna forma di vita a parte gli orsi polari, le volpi e gli alci alla ricerca di cibo.

È stato un volo magnifico la mia trentacinquesima traversata atlantica, la cinquantatreesima trasvolata oceanica in totale. Mi ha ricordato la seconda, quasi trent’anni fa, tornando da Rio de Janeiro, quell’insopportabile italiano qualche fila più avanti, con la camicia a fiori aperta sulla catena d’oro al collo, che spiegava a tutti noi di essere alla sedicesima e si vantava delle sue conquiste in Brasile, e io che cercavo di ignorarlo con fastidio e disprezzo, ma intanto mi chiedevo se sarei mai arrivato nella vita a poter girare così tanto il mondo da attraversare l’oceano sedici volte, da dovermele segnare per non perdere il conto.

Ché si sa, di ogni cosa io tengo il conto, sempre.
Sta alla voce "manie assurde".
Ché sì, è vero, anche questo sono io. Non è che mi faccia vivere bene e il risultato sempre questo è.
Finisce sempre che conto per uno.

VoloAmerica1
VoloAmerica2
In volo sulla Groenlandia
VoloAmerica3
La banchisa al largo delle coste del Labrador
VoloAmerica4
La pianura gelata del Minnesota
TAG: america, volare
05.32 del 17 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
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