Orizzontintorno Carlo Paschetto
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17 Prova in strada
LUG Fotoblog, Fotografia, Diario
Alla fine comunque c'è sempre un buon motivo per non rinunciare alla reflex, al di là dei viaggi. L'eclissi capita a proposito mentre preparo l'attrezzatura da portare alle Azzorre: ci sono giusto da provare la Canon 80D e il nuovo convertitore 1,4x della Kenko montato sullo zoom EF 70-300, che tirato alla lunghezza massima, grazie al crop del sensore APS e al moltiplicatore, arriva a una focale di oltre 670mm.
Per la verità, la combo zoom + convertitore non è il massimo in termini di luminosità e qualità dell'immagine, soprattutto a fronte di condizioni abbastanza estreme e difficili da interpretare come quelle di un'eclissi lunare parziale, ma lavorando un po' con Adobe Camera Raw alla fine i risultati non sono pessimi.

Peccato la Luna bassa sull'orizzonte. Ho anche sbagliato a tenere gli ISO fissi a 100, avrei potuto tranquillamente scattare con valori più elevati e tempi di posa decisamente inferiori.
Dicono che nel 2028 avrò un'altra ottima opportunità.

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TAG: eclissi, luna, canon
14.57 del 17 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

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Rimini101
Rimini102
TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
15 Boston Logan
MAG Travel Log: Business Trips 2019, Diario
La prima volta che sono atterrato a Boston era sera tardi, avevo la febbre, ero stanchissimo e volevo solo andarmene in hotel a dormire. C’era una coda maledetta al controllo passaporti e incappai nel tizio sbagliato.
L’ultima volta che sono atterrato all’aeroporto di Boston era il marzo del 2014, arrivavo dalle Bermuda e stavo aspettando il mio volo per Roma. Mentre mi aggiravo annoiato e stanco per il terminal mi chiamò mio fratello.

Strano. Sapeva che sarei rientrato di lì a poche ore e peraltro non è che ci sentiamo così spesso, mio fratello ed io. Forse aveva dimenticato che ero all’estero, o sulla via del ritorno.
Aveva la voce normale. Mi chiese come stavo, dove fossi e a che ora fosse previsto il mio arrivo a Milano.
All’una e mezza di domani a Malpensa, gli risposi.
- Allora è meglio se te lo dico adesso. Papà si è sentito male.
No, non era normale che mio fratello mi chiamasse in America, mentre ero sulla via del rientro.
- È in coma. Siamo a Genova, cerca di arrivare il prima possibile.
A Milano in realtà dovevo prima sistemare in qualche modo i ragazzi e a Genova arrivai poi il giorno successivo al mio rientro.
Ricordo due autovelox nel giro di ventiquattr'ore.
Poi non mi è più capitato di tornare a Boston, fino a questa sera.

Mi aggiro annoiato per il terminal A di Boston, in attesa del mio volo per Philadelphia. Ho mal di schiena, sono molto stanco, sono in viaggio da trenta ore e ne ho ancora almeno sei davanti prima di vedere un letto. Sono sveglio dalle cinque di quella che per me è ancora “questa mattina”, in America è ieri sera. Ho lavorato durante entrambi i voli precedenti e non ho chiuso occhio, complice il viaggio, tutto con la luce del giorno.
Ho fatto tre ore di attesa a Malpensa, altre due ore a Parigi di cui una intera in coda alla dogana, altre tre qui a Boston, la metà delle quali in fila al CBP, nonostante la procedura elettronica e la corsia “Returning ESTA”. Il resto del tempo all’ennesimo controllo del bagaglio a mano, alla faccia della priority lane.
Sono in viaggio da trenta ore e la metà le ho passate in piedi in coda da qualche parte. Ciò nonostante, è stata una giornata bellissima, con un cielo meraviglioso sul Monte Bianco e la luce radente del tardo pomeriggio a illuminare il Massachusetts.

Mi aggiro annoiato e stanco per il terminal A di Boston, ho mal di schiena e sono molto stanco, ero qua un pomeriggio di marzo nel 2014, e mi viene da piangere.
Chiudo gli occhi e respiro.
Due ore dopo il sole tramonta a Philadelphia e anche sulla Pennsylvania il cielo è stupendo.
È stata una giornata magnifica per volare.
Di nuovo negli Stati Uniti.

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Monte Bianco
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Boston
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Philadelphia
TAG: boston, America, usa
22.22 del 15 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
11 Cose che per esempio Milano
MAG Coffee break, Diario
Come forse ricordano quei due o tre lettori che ancora seguono questo blog invecchiato e logorroico, circa tre anni fa mi ero dato a una sorta di (ri)scoperta pedonale di Milano, complice un lavoro che aveva temporaneamente spostato la mia base quotidiana proprio in centro, a due passi dal Duomo.
Così, per qualche mese, un po' per alzare il culo dalla sedia, un po' per depressione professionale e insofferenza, un po' per collezionismo e per completare la tappa inevitabilmente a me più familiare del Progetto Centodieci, e un po' semplicemente perché sì, avevo preso quasi ogni giorno a macinare chilometri a piedi attraverso il centro storico (e non solo) della mia città adottiva da cinquant'anni, battendo in modo pressoché capillare ogni basilica, monumento, attrazione turistica e vicolo censiti alla voce Milano.
Nonostante ciò, è vero che non si finisce mai di conoscere la propria città e se poi si vive in una rinomata destinazione internazionale è ancora più facile che non capiti mai di visitare le mete turistiche per eccellenza, perché tanto è sempre un prima o poi, son lì, accadrà.
Ovviamente poi non accade mai.

Sono sicuramente stato dozzine di volte dentro al Duomo e almeno una volta, da ragazzo, anche in alto fra le guglie, ma ad esempio - ora posso tranquillamente fare coming out - fino ad oggi non avevo mai visto il Cenacolo Vinciano. Sai com'è, devi prenotare mesi prima, tanto è lì, poi c'erano stati i restauri, poi magari una domenica, poi magari una volta che piove, poi magari ci vado coi figli, poi magari ne approfitto una volta che attacco qualcos'altro.
Alla fine, naturalmente, mai (ho peraltro anche altre lacune che per il momento eviterò di confessare, ché poi non è mai bello bullarsi di esser stati a dorso di cammello sugli Altai mongoli ma non aver messo piede a casa tua, dove settordici milioni di turisti all'anno da ogni dove fanno la fila per entrare).

Negli ultimi mesi, fra altre cose, ho organizzato un evento a Milano per fare incontrare tutte le persone del mio team sparse per il mondo, dall'estremo oriente agli Stati Uniti. Colleghi che ho conosciuto nel corso dei recenti viaggi di lavoro, di cui talvolta ho raccontato in questo blog e che ad ogni occasione, nel poco tempo libero fra una riunione e l'altra, mi hanno accompagnato a visitare i dintorni dei luoghi meta delle mie trasferte professionali intercontinentali.
Una delle giornate dell'evento è stata dedicata a un tour guidato di Milano e ovviamente erano previste la visita al Duomo, alla Galleria, le vie della moda, il Castello, le classiche attrazioni prêt-à-porter insomma, ma ho approfittato della circostanza favorevole per infilare nel programma anche il Cenacolo di Leonardo, opportunamente prenotato con sei mesi di anticipo riservando la sala al nostro gruppo, e un giro alla Pinacoteca Ambrosiana in occasione dell'esposizione di ventitré pagine del Codice Atlantico per l'anno leonardiano.
La vera sorpresa per me, però, è stato il Cartone di Raffaello esposto in Pinacoteca, ovvero lo studio preparatorio per la Scuola di Atene, uno dei celebri affreschi delle Stanze Vaticane.
È difficile che un'opera d'arte figurativa riesca a lasciarmi senza parole, di norma non è propriamente il mio genere e (con rare eccezioni) non sono un appassionato di musei, ma a questo giro avrei potuto rimanere nella stanza del Cartone di Raffaello l'intera giornata a esplorarne ogni centimetro quadrato, in piena sindrome di Stendhal.
Va detto che la modalità di allestimento, la stanza riservata, l'illuminazione, sono tutti fattori a contorno che contribuiscono a creare un'atmosfera assai particolare attorno all'opera, che già di per sé è davvero straordinaria.

E niente, se capitate di lì, spendete 'sti dieci euro, va'.

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Il Cenacolo di Leonardo
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Codice Atlantico
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Il Cartone di Raffaello (Scuola di Atene, 1510)
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Duomo di Milano
TAG: ambrosiana, duomo, cenacolo, leonardo, milano
19.44 del 11 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Autoreferenziale
APR Diario, Amarcord
Ho finalmente terminato di mettere a posto tutte le foto che ho in archivio sotto il capitolo "montagna" (si trovano qui), che fra l'altro, alla fin fine, sono tutto sommato poche considerati almeno vent'anni di attività di cui una una decina abbastanza intensi.
Non è un caso, erano altri tempi quelli delle diapositive. Fossero esistiti gli smartphone a cavallo fra gli anni '80 e '90, oggi avrei terabyte di immagini in più da conservare. Invece a quel tempo spesso andavo via senza macchina fotografica, ché portarsi la reflex nello zaino pesava quel che pesava e mi sembrava sostanzialmente inutile, tanto le mani erano sempre impegnate in altro.
Così oggi mi rendo conto che non ho quasi nulla delle annate trascorse sulle nevi e fra le cime di mezzo arco alpino, comprese alcune bellissime uscite. Mi vengono in mente ad esempio quelle giornate in Engadina dopo aver dato le dimissioni dal CNR, la salita del Chaputschin e le discese infinite immersi nella polvere perfetta della Val Roseg, le arrampicate alle Pale di San Martino, quelle in Grigna, la Val Bedretto, molte cime di cui nemmeno ricordo il nome negli anni in cui praticamente facevo il giro completo dei weekend sul calendario sempre con gli sci ai piedi, spingendomi sempre più in alto via via che l'estate si avvicinava e poi avanzava.
Non ho più quasi nulla, qualche scatto occasionale qua e là, qualche vecchia diapositiva che ho fatto digitalizzare e alcune stampe sbiadite affondate nei cassetti in mansarda.

C'è questa foto che non mi lascia in pace da qualche settimana. È stata scattata sulle pareti dello Zucco dell'Angelone, un contrafforte dei Piani di Bobbio, sopra Lecco, dove spesso a quei tempi andavamo ad arrampicare nei weekend. La collocherei nel 1985, erano gli anni che seguivano il Nuovo mattino, il boom del free climbing, le scarpette gommate che soppiantavano i vecchi scarponi con la suola in Vibram, i nut e i friend che arrivavano a rimpiazzare i chiodi da roccia.
Avevo vent'anni e tutta la vita davanti. Avevo già iniziato a buttarne via parecchia della mia vita davanti, per la verità. Vivacchiavo a matematica da un paio d'anni senza combinare un tubo a parte vincere tornei infiniti di briscola chiamata, passare il mio tempo in montagna e dividermi in mille lavoretti per tirar su tutto quello che potevo per pagarmi le sigarette e i viaggi d'estate.
Ci passavo i mesi a progettare viaggi e pianificare - o dovrei meglio dire "fantasticare di" - salite in montagna sempre più difficili e sempre più esotiche. Divoravo letteratura di alpinismo a quintalate, a partire dalla bibliografia completa di Messner.
Quell'estate salii il mio primo quattromila, il Gran Paradiso, compiendo la traversata completa, in salita dalla Valnontey lungo la via della Tribolazione e in discesa dalla via normale verso la Valsavaranche. Poi il trasferimento a Finale Ligure con Roberto-Ufo e la mia Citroen Visa caricata all'inverosimile di attrezzatura, la cassetta di Beggar's banquet in autoradio, la tenda a igloo della Salewa sul tetto [EDIT: macché tenda della Salewa, era ancora la piccola canadese di cotone, altroché], Monica che mi aspettava al mare, mentre a me interessava solo unirmi alla tribù dei free climber finalesi.

Metto a posto le ultime fotografie, passo in rassegna le più vecchie scegliendo quelle da inserire nell'archivio su Smugmug, e mi imbatto in questa foto che credo mi scattò Eugenio mentre stavo scendendo in corda doppia dallo Zucco.
Indosso la mia amata camicia di flanella a quadri che per tanti anni mi ha accompagnato in montagna e mi sembra di ricordare che non fosse nemmeno mia, me l'aveva regalata qualcuno, o era di mio padre, non so, ma certo non l'avevo comprata io. La amavo moltissimo però, era sempre con me ad ogni uscita. Chissà che fine ha fatto. Probabile che a un certo punto, fra un trasloco e l'altro, sia finita nei sacchi delle cose che ho deciso di lasciarmi indietro.
E poi c'è lo sguardo che ho in quest'immagine. Provo a riconoscermi in quello sguardo, mi lascio trasportare nel tempo. Vorrei avere la possibilità di tornare indietro di trentaquattro anni e dire alcune cose a quel Carlo laggiù, e mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Sono io, eppure è un'immagine che non mi appartiene, nella quale non mi specchio più, per quanto ci provi e desideri farlo. A tratti vorrei prendere quel ragazzo a schiaffi, oppure mi sembra solo un povero coglione, in altri istanti mi fa tenerezza, malinconia, mi commuove un po'.
Lo fisso cercando di parlargli, ma non mi risponde. Ci sono delle domande che vorrei fargli. Vorrei abbracciarlo.
Ho altre fotografie di quegli anni, di un po' tutti gli anni della mia vita, e non so perché mi ossessioni così proprio questa immagine, faccio fatica a smettere di guardarla.

Qualche giorno fa ho cambiato smartphone e mandato in pensione il buon iPhone 8, peraltro dopo una breve carriera. Per provare la nuova macchina fotografica mi sono fatto un selfie prima di uscire da casa. L'obiettivo e il software a bordo dell'iPhone XS scavano un abisso rispetto a quelli dell'iPhone 8 e questo selfie preso al volo senza alcuna pretesa, all'ombra della mia mansarda tagliata dalla luce spiovente che filtra dai Velux, è impressionante per l'equilibrio nell'illuminazione, il dettaglio e la profondità di campo, quasi tridimensionale.
Mi sono guardato. Non sembro io, è vero che questi moderni software tarati per i selfie barano in modo esagerato, restituendo un'immagine fasulla studiata apposta per i social network.
Mi è venuto spontaneo accostare questa fotografia dell'ultimo minuto, scattata con lo smartphone appena uscito dalla confezione, a quella presa allo Zucco trentaquattro anni fa.
Cinquantaquattro contro venti.

Cerco di mettere a fuoco l'accostamento e mi pare impossibile che queste foto siano della stessa persona, in tutto e per tutto.
La camicia di flanella a quadri contro la giacca di lana blu, il golfino smanicato azzurro, la camicia bianca.
Di fumare ho smesso undici anni, otto mesi e quattordici giorni fa.
Mi piaceva stare attaccato alla corda, tuttavia non era vero che amavo la roccia così come mi piaceva raccontarmi. Ho sempre preferito di gran lunga la neve, la quota, l'aria sottile. Infatti gli anni successivi ho progressivamente abbandonato l'arrampicata sportiva per dedicarmi solo allo scialpinismo e all'alpinismo classico.
Mi raccontavo un sacco di cose a quel tempo, e quante me ne sono raccontate negli anni a venire, quante balle per me stesso, quanto tempo buttato dietro a cazzate invece di avere il coraggio di guardarmi dentro e scegliere. Quanto mi sono fatto trascinare a caso dal vento, dal pesaculismo, dalla strafottenza dei miei vent'anni, con una intera vita davanti.

Mi specchio nel selfie dell'iPhone XS e grazie alla complicità della tecnologia posso autocompiacermi nell'immagine riflessa, pur nell'imbarazzo di rendermene conto. Mi piace riconoscermici, dirmi che sono io. Sono io oggi, coi miei cinquantaquattro anni, la mia vita, i miei capelli bianchi, questa barba indecisa che porto ormai da cinque anni senza convincermi a darle una direzione precisa.
La giacca blu.
La camicia bianca. Per anni le camicie bianche mi hanno fatto schifo, le ho disprezzate. Poi, senza alcuna ragione, un paio d'anni fa ho comprato una camicia bianca. Oggi nell'armadio ne ho una decina e le indosso più spesso delle altre.
Il golfino senza maniche, il "gipponetto". Dice Vic che il confine tra il gipponetto da ricco e quello da pensionato è sottilissimo, non fosse che alla pensione mi manca ancora un'eternità. Ne ho comprati tre nuovi qualche settimana fa, un paio li avevo già nell'armadio ereditati da mio papà. Li indosso spesso ultimamente, sotto la giacca, tipo cinquantenne con la station wagon e la casa in Brianza.

Ho la faccia stanca e in effetti sono molto stanco. Ci sono trentaquattro anni di energie spesso sprecate fra le due foto, parecchi metri verticali di distanza, infiniti chilometri orizzontali.
Guardo le due immagini accostate e mi prende una specie di malinconia infinita, o forse è solo una forma di serendipity.
Ho fatto tanta strada fra le due foto, per quante cazzate, ma anche cose interessanti, alcune tutto sommato abbastanza uniche, altre, molte altre, del tutto inutili. Comunque cose mie che fan parte di me.
Anche passare le serate a caricare su internet le mie foto tutto sommato lo è, tempo perso e inutile.
Tant'è.

Zucco2
Zucco dell'Angelone (LC), 1985
XSTRE
Casa, 2019
TAG: selfie
01.13 del 21 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 A tre cilindri
APR Running, Salute, Diario
Oggi sono tornato in strada dopo circa sei mesi. L'ultima uscita l'avevo fatta il 29 settembre, dieci chilometri, dopo un'estate abbastanza travagliata per la ripresa improvvisa delle fibrillazioni e parecchi allenamenti interrotti di conseguenza.
Qualche giorno dopo i problemi si erano di nuovo ripresentati e da lì in avanti non mi sono più fidato a uscire: la sera iniziava a far fresco, correvo sempre più il rischio di trovarmi a qualche chilometro da casa, sudato, in maglietta e pantaloncini, al freddo, in affanno, con le pulsazioni fuori scala, e non era affatto bello, no, né prudente.
Non volevo però mollare, così ho iniziato a usare il tapis roulant in camera che fino ad allora, in questi anni, aveva soprattutto preso della gran polvere. Pensavo a una soluzione temporanea, per qualche settimana, in attesa - boh? - che le fibrillazioni sparissero in qualche modo.
Spoiler: no, non sono più sparite.
Comunque.

Alla fine ho trascorso tutto l'autunno e l'inverno correndo sul tapis roulant, a volte anche per un'ora e mezza di fila. Mai meno di dieci chilometri (quasi sempre dieci chilometri), che sul tappeto sono lunghissimi, in leggera salita all'uno, uno e mezzo per cento.
E pensare che tre anni fa, quando ho traslocato qui, avevo provato a venderlo.

Ci vuole una resilienza tutta particolare per correre a lungo sul tappeto, soprattutto perché lo faccio in silenzio, senza musica. C'è sempre il muro davanti, il passo è costante, attorno tutto è immobile, nella mia camera in mansarda la luce è pure soffusa. L'unica cosa che puoi fare è pensare. Allontanarti il più possibile con la testa e pensare, dimenticarti completamente dell'orologio, del tempo, altrimenti cedi immediatamente.
Quando corro in strada inganno il tempo facendo mentalmente conti, oppure mi concentro sul paesaggio, sulla gente, sul contesto. Nella mia mansarda fisso un muro e cerco di allontanarmi con la testa il più possibile, non guardare il display del tapis roulant per nessuna ragione. All'inizio lo coprivo con un asciugamano, poi ho smesso di mettere le lenti a contatto, che tanto sul tappeto non servono, e ho risolto il problema alla radice.
Di solito riesco a staccare del tutto la testa per i primi cinque o sei chilometri, almeno una mezz'ora, ma il settimo e l'ottavo sono sempre micidiali, sono quelli dove rischio ogni volta di mollare, dove l'istinto si ostina a voler guardare il Garmin, o a provare a mettere a fuoco il display del tappeto, e la testa combatte per non farlo e tornare all'altrove. La battaglia per la resilienza è tutta concentrata lì dentro.
Il nono chilometro è quello dove so che scollinerò l'ora, perché sul tappeto corro più piano e soprattutto la misurazione effettiva della distanza è calibrata in eccesso, e a spingermi in avanti è dunque l'obiettivo minimo dei sessanta minuti di corsa.
Il decimo chilometro lo percorro ormai in volata verso il traguardo, per quanto stanco, accaldato, o demotivato possa essere.

In questi mesi ho corso molto meno, sono sceso a due, spesso a una sola volta a settimana, complici il lavoro, gli impegni, i viaggi. Però ho messo insieme circa trecento chilometri sul tappeto e sono riuscito a non smettere mai. Nelle ultime trasferte ho infilato in valigia le scarpette e quando ho avuto occasione ho sfruttato anche le palestre degli hotel.
Nonostante abbia drasticamente ridotto il numero degli allenamenti e la distanza media, da ottobre ho via via guadagnato più di un minuto al chilometro e non ho mai mollato prima di avere completato almeno i miei dieci chilometri. Una sera a Houston non mi sono accorto di aver passato gli undici, in ottima forma e distratto dai monitor della tv in palestra.
Sul tappeto vai piano, sì, ma intanto le pulsazioni in corsa questi mesi sono scese costantemente, ho fatto lunghe tratte correndo anche sotto i 120 battiti, praticamente nulla. E quindi ho via via spinto sempre di più, nonostante abbia diradato gli allenamenti.
Le fibrillazioni non sono più comparse, anzi, battiti sempre come un orologio svizzero. In compenso negli ultimi tempi si sono spesso manifestate completamente a riposo, a tradimento, in qualche modo complicando maggiormente il quadro generale.
La prossima settimana andrò a fare l'ennesima visita.
Comunque.

Comunque è iniziata la primavera e basta, oggi sono tornato in strada dopo sei mesi. Ero convinto che questi mesi di tappeto mi avrebbero garantito prestazioni più che soddisfacenti, perché così mi dicevano le esperienze passate: sembra di andare lenti sul tappeto e poi invece in strada si vola. Invece no, una schifezza.
Qualcosa probabilmente ha giocato un po' di ansia, sono partito subito con le pulsazioni insolitamente alte e sono rimaste tutto il tempo in zona massima. Non me lo aspettavo, era come se fossi completamente fuori allenamento, sconfortante.
Il passo è stato davvero frustrante. Alla fine in questi sei mesi ho perso un minuto secco al chilometro e non sono riuscito nemmeno a stare dentro l'ora, anzi, ho sforato abbondantemente. Sono praticamente tornato indietro di un anno e mezzo.
E nulla, ho rimesso su chili e mi sono riavvicinato agli ottanta, e certo non basta una media di un'ora alla settimana sul tapis roulant per correre a cinque minuti al chilometro.
E poi ancora la scorsa settimana mi son fatto quattro giorni di fila fuori combattimento e l'ho saltata a piè pari.

Non basta non mollare, ci vuole di più, ma altre trasferte sono in arrivo, sono sempre più stanco, gli anni passano e si sentono, ed è sempre più difficile.
Forse devo davvero lasciare a casa una volta per tutte l'orologio e accontentarmi di mantenermi in una condizione di salute normale, far quel che ho voglia di fare quando ho voglia di farlo, cercare di curare l'alimentazione di più - che però è la ragione per cui mi serve correre, perché paradossalmente appena rallento con l'attività fisica rimetto subito in moto la fame inutile che mi tradisce con i fuori pasto, i dolci, il bicchiere di vino in più, e i chili decollano immediatamente.
Infatti.

Boh. Domenica ci riprovo, vediamo un po'. Forse era davvero solo un po' l'ansia di tornar fuori.
E comunque mercoledì vado a correre con l'holter e vediamo se salta fuori qualcosa.
Non dovesse saltar fuori, niente, ormai lo so: devo solo aspettare, prima o poi ricapiterà e a quel punto dovrò decidermi a fare l'unica cosa sensata in mezzo a tutto questo: alzare il culo e andare a farmi vedere *mentre* ho le fibrillazioni in corso, non così a campione ogni tanto.
Poi sarà quel che sarà.
Cheppalle.

Tapiro

Update: tornato in strada due giorni dopo, per fortuna ho staccato un 59':00". Non benissimo, ma visto com'era andata e considerati i trascorsi, posso dire di aver tenuto botta tutto l'inverno (e anche il peso in realtà è molto meglio di quanto pensassi, bravo Carlo!).
TAG: running, salute, corsa, cuore
01.10 del 06 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
27 American style
GEN Masterchef, Diario
Così gli anni volano via, io sono appena rientrato dagli Stati Uniti e Leonardo è partito (quasi) da solo per Londra, e questa mattina all'aeroporto lo guardavo all'imbarco in mezzo ai suoi compagni e pensavo che in qualche modo è un passaggio del testimone, e un po' mi sono commosso, ché alla fine è pur sempre ieri che lo tenevo in braccio e lo mettevo a letto raccontandogli le storie.

E quindi niente, pancakes. Che mi son venuti proprio bene, va detto (va detto anche che è la terza colazione, dopo quella all'alba appena svegliato e quella in aeroporto).

Pancakes
TAG: pancakes
11.54 del 27 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Fahrenheit cinquantaquattro
GEN Diario
Così per la prima volta in vita mia il giorno del mio compleanno sono altrove. A Houston fa freddo ed è la terza volta in dieci mesi che torno negli Stati Uniti. A Houston non c’è nulla, così nulla che negli hotel è normale ordinare da mangiare dai fast food a domicilio e farselo portare in camera.
C’è un pugno di grattacieli a downtown, un reticolo infinito di autostrade a sedici corsie che le si attorciglia attorno, e niente altro. In giro nessuno, la gente qui si sposta solo in macchina. Non ci sono quasi negozi, a meno dei centri commerciali, non ci sono ristoranti, a meno dei fast food, dei burger king, dei tacos, dei pizza take away. Houston è la città col più alto tasso di obesità degli Stati Uniti e il maggior consumo di aria condizionata.
Non c’è alcun motivo al mondo per venire a Houston, a meno che tu non lavori a Sugar Land. Io ora sto lavorando a Sugar Land.

Così ho cinquantaquattro anni e grazie ai fusi orari ho due giorni e sette ore in più dell’età anagrafica. Il 2019 è iniziato da soli ventuno giorni e ho già volato quattro volte, attraversato un oceano, messo piede in quattro paesi stranieri e fatto un’altra foto con l’elmetto.
Cinquantaquattro anni sono un discreto precipizio dal quale provare ad affacciarsi e guardare giù. Vito ne aveva cinquantacinque. Stefano ne aveva quarantasette e qualche giorno fa se n’è andato anche lui senza avvisare, come Vito, per caso, non per ingiustizia, ché la giustizia e il senso non c’entrano nulla, il caso sì.
Io Stefano lo conoscevo, Vito praticamente no, e tuttavia i sottotitoli che scorrono sotto l’immagine riflessa ogni mattina nello specchio sono gli stessi.

Così sabato eravamo in chiesa, il trolley appena disfatto lasciato sul letto di casa, ché ero appena rientrato dalla Germania e dovevo ripartire subito per gli States, e mentre ero in chiesa pensavo che era tanto tempo che la morte non colpiva così vicino, e che forse la cosa davvero priva di senso è che ci alziamo ogni mattina, non che il caso ci porti spesso via senza avvisare, un po’ quando vuole, e che dovremmo stupirci di più ad ogni nostro risveglio e farne qualcosa di utile.
Poi invece non ci riusciamo quasi mai e amen. Perlomeno, io non ci riesco.
Così sabato in chiesa pensavo che sono un po’ stronzo e anche che un po’ di fede, o perlomeno il dubbio, non guastano mai.

Così, dopo non so più quanti anni che ci raccontiamo le nostre vite ed essermi tenuto per tutto questo tempo ostinatamente a distanza da ogni altra occasione di intrecciarle davvero, è capitato che (mi) ci volesse una chiesa per conoscere infine .mau., e MrFisk, e dirsima, e Bob Draco, e anche altri che non sono (stato) capace di ricordare già l’istante dopo esserci presentati e spero mi perdonino se e quando ricapiterà che ci incontreremo di nuovo e non li riconoscerò, perché no, il contesto non favoriva, e già io non sono fisionomista di mio, anzi, sono un vero disastro, ho anche scritto un post non molto tempo fa sul fatto che non mi ricordo delle persone dopo che me le hanno presentate, nemmeno se ci sto assieme per tre ore in riunione chiuso dentro una stanza, figùrati lìpperlì che perdipiù ero già di mio parecchio altrove, occupato a cercare di distogliere lo sguardo da un po’ tutto e a divincolarmi dal disagio, dall’inadeguatezza, dallo smarrimento, dall’inevitabile transfer dell’immaginare il destino che scambia la carta d’imbarco col tuo vicino in coda nel quale ti rispecchi, per poi scacciare immediatamente il pensiero, vergognandoti anche un po’ del provare a far tuo anche per un solo istante quel dolore che non ti appartiene e che ti appare sconfinato.

Così, dopo la messa, ero lì in disparte fuori dalla chiesa, incapace a trovare una collocazione giusta al mio malessere, e osservavo con la coda dell’occhio la folla, cercando di non perdere di vista i movimenti di Lorenza, mia unica guida nel mondo immaginario, sperimentando la sensazione del tutto straniante di conoscere tutti e non conoscere nessuno, non avere la minima idea di chi fossero le persone attorno a me eppure sapere probabilmente molte più cose di buona parte di loro di quanto non sappia cosa combinano i miei figli a scuola ogni giorno, e l’impossibilità e l’incapacità di associare un volto reale ai nickname e a ciascuna di quelle storie quotidiane che mi accompagnano da anni, rendermi conto di non aver mai assimilato davvero nemmeno le fotografie e gli innumerevoli selfie che pubblichiamo di continuo, e dunque la disarmante e sorprendente estraneità di quella che è la mia abituale e familiare comfort zone, come i pezzi alla rinfusa di un puzzle dentro a una scatola priva della figura intera.
Vorrei ringraziare MrFisk e .mau., gli unici peraltro ai quali avevo già dato un volto a priori, per avermi sottratto a quel disagio e anticipato nel rompere il ghiaccio. E sì, ci sarebbe voluta tutt’altra occasione. Capiterà spero.

Così non l’ho mai fatto e ho sempre volutamente evitato di interrogarmi sul senso di una comunità alla quale appartengo da anni (le appartengo?), incomprensibile a chiunque altro io frequenti al di qua del monitor, così ad altrui incomprensibile da averci scritto anni fa un post particolarmente polemico, mirando dritto alla mia generazione e agli amici coi quali divido bottiglie di vino fin da quando nemmeno avevo la patente, così a fuoco che sono certo quegli stessi amici mai lo abbiano letto, pur essendo il post in assoluto più letto in sedici anni di questo blog.
Capiscono molto più Leonardo e Carola quando racconto loro di amici in ogni dove che fanno e sanno cose che io non so e non faccio, e pur sempre resto convinto, un po’ come Yeridiani, che almeno per quanto mi riguarda il confine del monitor contribuisca alla conservazione della mia comfort zone e al mio essere quel che sono, mi consenta di riappropriami ogni giorno della mia identità.
Ciò non toglie che talvolta poi io scavalchi il monitor. Con Stefano (e Federica) lo avevo scavalcato, naturalmente un po’ trascinato a farlo.
E alla fine è tutto lì.

Stefano era un viaggiatore, più di me, di quelli che ho sempre invidiato un po’. Ci siamo conosciuti nel momento in cui io volavo di meno e lui di più, ci siamo raccontati i nostri voli e i nostri figli hanno giocato insieme sul tappeto di casa. Ci siamo frequentati poco. Io frequento poco tutti, a volte forse troppo poco, a volte quasi per nulla, ma Stefano istintivamente mi piaceva molto. Quelle cose che ti annusi e il resto va un po’ da sé, o forse te lo immagini e basta.
Ho sempre invidiato soprattutto il suo avatar.
Vorrei dirgli che le foto con l’elmetto sono un po’ ispirate a lui, ma è tardi.

Il mese prossimo dovrei tornare nuovamente negli Stati Uniti, volare in New Mexico, poi andare direttamente in Brasile e poi ritornare ancora in Texas dal Brasile. Poi voglio stare a casa un po', che ho cinquantaquattro anni, ho delle cose e una vita a casa di cui occuparmi, e non voglio più partire da solo.
Dice che i blog sono tornati di moda. Per febbraio sono già a posto.
Da qualche tempo non riesco più a governare i capelli e mi appaiono sempre più bianchi, o forse sono io che mi sembro sempre più stanco.

compleanno20192
TAG: Houston, Texas, compleanno
06.07 del 21 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
06 Ritorno all'Aletsch Arena
GEN Viaggi verticali, Spostamenti, Diario
Dice che nel 2019 i blog tornano di moda. Questo non ha mai chiuso since 2003, nonostante qualche guerra, le magagne tecniche, l'ormai cronica assenza di manutenzione da qualche anno, le mie numerose vite che cambiano in continuazione, le stagioni che non ci sono più, eccetera.
In questi sedici anni sono cambiato io, sono cambiate le cose che scrivo e il mio modo di scrivere, sono cambiati i contenuti - viaggi a parte, ché di quello scrivo sempre, e del resto fin dall'inizio i miei spostamenti sono stati il fil rouge di questo sito, non bastasse il nome.

Comunque niente, dice appunto che tornano i blog e io in realtà volevo scrivere due righe sul mio ritorno a Fiesch sei anni dopo, questa volta coi ragazzi, a Fiescheralp per la verità, ché nell'hotel di allora - e in tutta Fiesch - posto non ne ho trovato, e peraltro Fiescheralp è tutt'altra storia, lassù isolata a duemila-e-due, raggiungibile solo in funivia, minuscola, niente più di un antico alpeggio trasformato in esclusiva stazione sciistica, due alberghi, piuttosto spartani invero, almeno il nostro, un negozio, la stazione della funivia e qualche baita, un gatto delle nevi e alcune motoslitte per spostarsi durante il giorno se non hai gli sci, e la sera, quando cala l'oscurità e la funivia chiude, fine, silenzio totale, gelo all'esterno, ché a quella quota a gennaio vai abbondantemente sotto zero, calore dentro all'hotel, vino caldo volendo, cucina svizzera, che un granché non è mai stata, un libro, buio e stelle in cielo, un paio di husky accoccolati all'esterno che si scaldano a vicenda, chiacchiericcio attorno a bassa voce, perlopiù di matrice germanica, alcuni inglesi due tavoli più in là.

Di giorno invece ti infili gli sci sull'uscio dell'albergo e al rientro te li togli praticamente in camera, dopo una giornata intera trascorsa a macinare chilometri e chilometri di neve battuta e non, col panorama infinito dell'Aletschgletscher, di tutti i quattromila dell'Oberland, del Monte Rosa e del Vallese, e la piramide del Matterhorn a segnare l'orizzonte infinito dal piccolo Himalaya che ha dato il nome a Concordia, al cospetto del K2, e dunque.
Che giornate spettacolari, di neve, sole, cielo cobalto e freddo intensissimo, fino a venti sotto zero, ma accidenti, che scia di tracce meravigliose e la sorpresa di quasi nessuno attorno, chilometri e chilometri e chilometri di neve bella per quasi noi soli.

Un po' sì, mi è mancata la consolidata familiarità della Valchiavenna, i volti di sempre, le chiacchiere serali con gli abituali incontri a scadenza annuale, i pranzi con gli amici alla Baita del Sole, le infinite discussioni sulle condizioni del Canalone, quest'anno è dura, quest'anno è troppo tracciato, quest'anno son meglio i Camosci, quest'anno vengo su solo per il Canalone, quest'anno ci vuole l'Arva, quest'anno la funivia è sempre chiusa. Quest'anno non siamo andati.
Per la verità non ci credevo davvero, un anno fa, quando scrivevo che quest'anno saremmo andati altrove.
E invece.

E invece abbiamo fatto bene, molto bene. Ha fatto bene a tutti e tre.
La Tunnelpiste non è il Canalone, ma l'attacco a cinquanta gradi è come lo ricordavo: verticale. Duecento metri di vera picchiata dove è vietato cadere. Nemmeno il Pas de Chavanette, il leggendario Muro svizzero di Champery, è così fuori dal codificato. Per quante volte la puoi ripetere, hai sempre un attimo di esitazione prima di oltrepassare l'orlo dell'attacco e affrontare la prima curva a salto verso il basso, calcolando il movimento e sperando che il fondo non sia troppo ghiacciato.
E poi l'esposta cresta dell'Eggishorn, affacciata sul ghiacciaio dell'Aletsch, spazzata da raffiche di vento a cento orari che a tremila metri sollevano nubi di polvere d'argento contro la luce radente del tramonto. Una discesa sempre mozzafiato, vertiginosa, per chiudere in modo perfetto la giornata prima che il sole scompaia dietro il Cervino.

E poi, ancora, niente. Non è la Valchiavenna e non è l'Aletsch Arena. È che nella mia aria sottile sono sempre a casa, ovunque. Mi bastano poche ore e tornare a valle diventa ogni volta sempre più un obbligo inaccettabile, l'anomalia di un altrove che non mi appartiene, proprio a me che appartengo ad ogni altro altrove.
Domani inizia un anno nuovo in pianura e io non sono mai acclimatato.

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Tutte le foto sono qui.
TAG: Aletsch, Fiesch, sci, montagna
22.58 del 06 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
01 È già un anno fa
GEN Diario
Così ho detto ciao all'anno vecchio. #LastRun2018

2019.01.01
TAG: selfie
14.33 del 01 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
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