Orizzontintorno Carlo Paschetto
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04 Quattro dicembre.
DIC Diario
Noi
00.40 del 04 Dicembre 2019  
   
24 Cinque.
NOV Diario
Ti ricordi, pa’, quando sono passato di lì lo scorso marzo? Ti avevo chiesto se potevi dirglielo tu, perché io non avevo avuto la possibilità di farlo.
Forse averglielo detto non è servito a nulla. Al massimo a far spostare bicchieri, ma chissà poi che voleva davvero significare.
O forse non vi siete poi incontrati.
Non cambia nulla: nel caso, se lo vedi tu diglielo comunque, anche se le cose cambiano, talvolta vanno a rotoli, il tempo scorre. Quelle cose lì insomma.

Son cinque anni. Ti dico la verità: raramente “mi sembra ieri”, come si dice sempre. A me sembra proprio una vita, adesso. Lo sembra ancora di più queste settimane, ché avrei bisogno di te, ché sono state e sono tuttora settimane, di nuovo, di grandi terremoti, e sliding doors, e novità, e conferme, anche.
La prima, sempre, è che la gente non è mai quel che appare e che ti vende di sé, soprattutto quella più prossima a te. Non fa un po’ paura ‘sta cosa?
Immagino valga anche per me, d’altra parte.
Immagino di avere usato “immagino” come intercalare, per quanto sia in effetti convinto del contrario.

Che è poi ben la ragione della mia proverbiale misantropia. Diciamo che scoprirlo, ogni volta, non fa mai bene, anzi. In questo caso ha ferito doppiamente, perché per una volta, almeno questa volta, guardando in faccia la gente che mi sorride, mi son chiesto “ma io che c’entro?”. Che volete da me? Che v’ho fatto, io, a voi?
Fa anche, sì, paura. O perlomeno ti lascia addosso un senso costante di inquietudine perché non la guardi più negli occhi allo stesso modo, la gente attorno a te.
Io poi mi chiudo definitivamente, lo sai. Inizio a fingere, mentre sto già migrando altrove.

Mi manchi. Mi manchi ogni anno di più. Vengo raramente ormai, una volta al mese se va bene, lo so. È che non so più che dirti, anche perché non hai mai risposto questi anni e se lo hai fatto - e magari lo hai fatto sì - non sono stato in grado di capirlo.
Però vengo, poco, ma vengo. Sto lì e ti guardo un po’. Ti porto sempre le stesse piantine, lo so, è che quelle ci stanno, lo spazio è quel che è.
Mi chiedo sempre, ogni volta, se ci sei. Se davvero sei lì e mi vedi. Se sai che son lì da te. Guardo la tua foto e ogni anno che passa ho paura di non ricordarmi più di te, di non riconoscerti più.
Recentemente ho letto alcune cose di molti anni fa, una quarantina suppergiù. Mi è capitato anche perché avevo cominciato a scrivere proprio quando avevo l’età di Leonardo oggi e dunque cerco risposte, confronti, spiegazioni, interpretazioni.
Non mi piace mai rileggermi. Tornano a galla eventi sepolti da una vita che non hanno ormai davvero alcun significato per nessuno, certamente non per me, se non quello di far parte della mia memoria, come vecchie enciclopedie inutili che stan lì a prendere polvere e che non butti più che altro perché ti pesa il culo, non perché abbiano davvero un qualunque valore intrinseco.
Comunque.

Leggevo di me, immaginavo qua e là Leonardo, talvolta mi imbattevo in te.
Ogni volta son brutti ricordi. Ogni volta, pa’. Ogni accidenti di volta.
Che poi è ben quello che mi sono trascinato dietro per gran parte degli anni successivi.
Quel che sono oggi, nel bene e nel male, è anche opera tua, molto probabilmente più per buona fede e involontariamente che per un disegno cosciente.
Ché fare i padri è difficile, maledettamente, non te lo insegna nessuno, di solito nemmeno il tuo.
L'unica cosa sensata, davvero sensata, l'unica cosa che all'improvviso mi ha fatto capire che di me, tu, sapevi davvero tutto, che ero tuo figlio eccome, che eri mio padre, me l'hai detta quando ormai era troppo tardi. Il tempo di guardarti all'improvviso, dopo cinquant'anni, con occhi nuovi e sorpresi, di abbracciarti, e te ne sei andato. Mi hai lasciato così.
Adesso vengo lì a portarti le piantine, sto lì a parlare con te, adesso. Torno sempre lì, a quelle ultime disgraziate settimane, quelle in cui mi sono aggrappato disperatamente a te che te ne stavi andando, cercando di trattenerti in tutti i modi.
Quell’accidenti di maniglia in bagno.
Quella sera in garage sotto la pioggia, gli ultimi giorni, quando mi arrabbiai con tutti e ti dissi "andiamo a casa papà, dài accidenti".
Il tuo maglione, che ancora ho e talvolta indosso.
Ti parlo sempre, o almeno spesso.
Sto sempre a pensare che quando capitano le cose, quelle che contano, quelle che cambiano in corner il corso degli eventi, che ti allontanano all’improvviso dal precipizio, che lipperlì ti appaiono come disgrazie, ma col tempo ti sembra appartengano a un disegno più grande e logico, quando capitano queste cose penso sempre che dietro ci sia tu, che sia opera tua.
Che guidi tu, che sia tu al mio volante e sai quel che fai.
Così, nel caos, tendo ad affidarmi a te, e quando per caso inciampo nel destino penso sempre che in mezzo alla mia strada ce l’abbia messo tu.

Non smettere di guardar giù, per favore.
Ne ho sempre bisogno.
E se lo incontri, per favore, ricordati di dirglielo.
Perché io, di qua, non so più che fare.

Papa5
TAG: papà
00.32 del 24 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   
15 Scrivo lettere
NOV Diario
Che poi leggo da solo.
23.48 del 15 Novembre 2019  
   
10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
03 Dieci millimetri
NOV Diario
Dice Mark Webber che tutti guardano ai meccanici che son lì pronti con le gomme nuove, ma intanto c'è quello che deve sollevare l'auto ed è addestrato a rimanere perfettamente immobile, con gli occhi aperti mentre l'auto in corsia box gli arriva addosso a centoventi orari.

Se il pilota sbaglia il punto di frenata, mettiamo, di dieci millimetri, questo vuol dire che una squadra di quindici persone deve spostarsi di dieci millimetri. Traducilo in centesimi di secondo.
Se poi lo sbaglia di venti, o quellolà è molto rapido di riflessi, o ciao gambe, se gli va bene.

Dice che comunque provano il pit stop a casa almeno ottocento volte all'anno.
Dice, il teamwork.

Webber
Mark Webber and me, World Business Forum 2019
TAG: mark webber, lavoro, formula uno
01.14 del 03 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   
04 Il profumo che scende dai boschi
OTT Diario
Ieri, attorno all'ora di pranzo, per la prima volta ho evidentemente superato una soglia di allarme e mi sono spaventato. Proprio in quel momento una collega è entrata nel mio ufficio. Le ho chiesto se poteva tornare più tardi perché avevo bisogno di rimanere un attimo solo. Mi ha guardato, mi ha chiesto se mi sentivo bene. Ci ho pensato un attimo e ho risposto di no. Cinque minuti dopo è tornata con una bottiglietta d'acqua ed è rimasta sulla porta ad accertarsi che non avessi problemi.
Sono rimasto lì un po', seduto alla mia scrivania. Ho respirato con calma. Ho chiuso un attimo gli occhi. Mi sono accertato di essere lucido e orientato. Poi sono uscito e mi sono preso un paio d'ore per me stesso.

Era una giornata di sole bella e calda. Davanti a un'insalata, a un tavolo di una trattoria dell'Ortica, per un attimo ho considerato davvero l'idea di non rientrare più. Mai più intendo. Mai più ovunque, proprio, non varcare mai più alcun cancello di ingresso.
Ho guardato davanti a me e ho provato a dare a questa idea una forma reale, tangibile. Poi ho preso il caffè e mi sono avviato ad affrontare la fila di riunioni pomeridiane che avevo in agenda.

Ieri sera sono uscito di corsa, come di consueto, tiratissimo coi tempi. Ho fatto il solito slalom nel perenne imbottigliamento della tangenziale est, ho preso Carola al volo a pianoforte spaccando il minuto, poi Leonardo, sono riuscito a metterli in tavola alle venti precise. Abbiamo guardato un film insieme, li ho messi a letto e poi mi sono rimesso sul divano a rispondere alla pila di email che mi erano rimaste indietro nel pomeriggio.
Ho finito attorno all'una di notte. Stamattina alle otto e trenta ero in ufficio.

Domani ho un aereo alle sei del mattino a Malpensa, fatti due conti significa alzarsi al massimo, correndo, alle tre del mattino. Non ho ancora preparato nulla per partire e devo star via una settimana negli Stati Uniti, dividendomi fra il caldo afoso del Texas e l'autunno già inoltrato dell'Ohio. Due abbigliamenti diversi per pochi giorni, da infilare al solito nell'unico trolley a mano col quale viaggio. Se voglio provare a trovare il tempo per correre una sera, significa almeno tre paia di scarpe.
Mentalmente passo la lista delle cose che non devo dimenticarmi: il secondo telefono, il passaporto, i caricabatterie americani, il Mophie, le pillole e le ricette in inglese. Che giacca porto? Non posso partire con due, una invernale ed una estiva, non ho abbastanza spazio. E poi parto di sabato, non ho voglia di viaggiare in abito da lavoro. Come diavolo faccio a portarmi tutto quello che mi serve rinunciando a una valigia vera?
Ogni volta la stessa storia, gli stessi riti, la stessa stanchezza, gli stessi automatismi. Se almeno avessi il tempo di fare un momento mente locale.

Do un'occhiata all'agenda di oggi per capire che margini ho. Non ne ho, perlomeno fino alle 17. Annullo il meeting successivo, così cerco di essere a casa almeno per le 18, il tempo di far su 'sto benedetto trolley, farmi una doccia veloce, mangiare un'insalata e buttarmi subito a letto cercando di dormire qualche ora. Per un attimo avevo quasi pensato di andare anche a correre, ché poi non andrò chissà per quanto, ma alla fine anche vaffanculo, no. Amen.
Scorro il calendario, tutta l'agenda delle prossime sei-sette settimane è un disastro.

Rimango in ascolto per capire se è mi è rimasto addosso qualcosa del segnale di avvertimento di ieri. Tutto tace, a parte una sensazione spiacevolissima, una sorta di livido al centro esatto di me stesso. Quella è rimasta forte e chiara.
Ho superato la soglia di tolleranza.
Era già capitato in realtà tre anni fa, con tutto quello che ne è conseguito dopo.
Questa volta la spia è su luce fissa e il motore ha picchiato in testa. Se n'è andata la riserva.
Mi manca una mano da prendere e da cui farmi portare.
Mi manca tantissimo.

Quindi, Parigi, Houston, Cleveleland, New York, Milano, Londra, Birmingham, Milano. Poi avrei dovuto ripartire, ma a quanto pare no.
È sbagliato, ma sai che c'è: meglio. Ho voglia di starmene a casa sul divano, spegnere tutto, passare un weekend coi ragazzi, pieno, a far cose con loro.
Devo decidermi a mettere i nuovi vasi da fiori almeno sul balcone di sala. Alla terrazza penseremo più avanti.
Devo decidermi per un'altra vita, la mia vita.

Mi viene in mente, non so perché, il profumo dei boschi sotto il Pizzo Gallino, dove da ragazzo andavo con mio padre a raccogliere funghi in questa stagione. All'improvviso è come se quell'odore mi penetrasse intensamente le narici, senza ragione alcuna, mi passasse sottopelle.
Ce l'ho qui. Non l'ho mai ricordato prima ed ora è qui. Lo avverto distintamente, è come se fossi esattamente lì. La mia gioventù mi travolge senza preavviso e un perché, e una malinconia infinita si impadronisce di me.

Aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro di quest'anno.
Mi aggiungo alla call conference con Cleveland e Pittsburgh.
Tengo d'occhio l'orologio.
Magari esco per le 16 e vado a preparare il trolley.

OCTPartenze
TAG: vita, lavoro
22.04 del 04 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
02 La tempesta perfetta
OTT Diario, Prima pagina
Lorenzo ha colpito le Azzorre e nel perimetro della mia esistenza l'evento ha una sua logica ineccepibile, al di là di un coinvolgimento emotivo imperscrutabile.
TAG: Azzorre
22.26 del 02 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
01 Ottobre
OTT Diario
Cose di inizio ottobre.

Ho staccato un cinquantasetteezerosette. Non vedevo un tempo così da una vita, ma secondo me il Garmin ha battuto qualche chilometro un po' troppo corto. Comunque, anche se non un cinquantasette, sarebbe stato al massimo un cinquantotto o un cinquantanove scarso. Quindi bene.
D'altra parte sabato riparto e starò in giro un po', poi ritornerò, poi ripartirò di nuovo. In mezzo altri impegni a riempire qualunque spazio fra un viaggio e l'altro. Ho giusto fatto in tempo a rientrare su tempi dignitosi e in un peso accettabile, e già devo mollare per intere settimane, chissà per quanto.
Così non andrò mai da nessuna parte, non c'è nulla da fare.

Dopo dieci anni mi sono cancellato dall'unico angolo privato che conservavo in rete e ho lasciato la mia comunità di riferimento. Nonostante per varie ragioni meditassi da tempo il distacco, non è stato facile e ho abbandonato per altri motivi. Mi sento come se avessi preso un lungo pezzo di vita e tutte le relazioni sociali connesse, e avessi spazzato via tutto in un attimo.
La mia storia di questi ultimi dieci anni, giorno dopo giorno, è stata legata a doppio filo a quel cassetto chiuso a chiave di me stesso, dove scrivevo qualunque cosa, trascorrevo talvolta ore a leggere e dialogare di cazzate con una ristrettissima cerchia di amici più o meno immaginari, a condividere frammenti di vita quotidiana. Cose di me che non sono altrove, stupidate, depressione, sarcasmo, disillusioni, rapporti coi figli, idee politiche, goliardate, codici per iniziati incomprensibili agli estranei.
Per una sorta di magia, o per una via imperscrutabile del fato, fin quasi dall'inizio ho condiviso quel pezzo di strada con qualcuno che lì ho incontrato e con cui ho in seguito diviso tutto il resto, o almeno ho creduto di, non accorgendomi che invece no, o almeno non come era nella mia testa e nel mio cuore.
L'invece no alla fine ha mandato tutto in pezzi.
Non aveva più senso rimanere da solo su quell'isola, non avrei potuto. Sono salpato e l'ho abbandonata, dopo aver bruciato tutto quel che avevo costruito per la mia sopravvivenza e le mie cose, per non lasciare traccia alcuna del mio passaggio.
È stato un distacco doloroso, anche quello. Ma forse era davvero l'ora.
Adesso non ho più un luogo mio, salvo questo, che in realtà è una stanza chiusa senza finestre.
Fuori, solo mare aperto. Sono senza approdo, senza bussola e senza riferimenti a cui chiedere, con cui orientarmi.

Riparto, sabato prima dell'alba. Torno a Houston, poi di nuovo a Cleveland. Rientro e riparto ancora, Londra, poi Birmingham o giù di lì. Rientro e riparto ancora, un po' più in là.

Questi giorni mi trovo spesso a pensare che all'improvviso non ho più progetti. Ne avevo parecchi, ma erano disegni condivisi.
Non ho progetti da solo. Prima o poi magari mi ci aggrapperò in qualche modo come a un salvagente. Del resto ho sempre fatto così, è la mia arma di difesa.
Navigo in mare aperto e non c'è vento.
Magari qualche corrente mi porterà altrove.

AddioFF
10.47 del 01 Ottobre 2019 | Commenti (7) 
   
19 Seduto per terra in mezzo a una stanza
SET Diario
Così intanto ho rifatto l'unico posto dove posso starmene da solo a guardare in silenzio i miei pezzi di vita che se ne sono andati. Ché l'unica cosa da fare, alla fine, è raccattar cocci e provare almeno a fare ordine, per quanto possibile.
Naturalmente non ho finito, né probabilmente finirò mai.
Almeno ho di che tenermi occupato.

Poi, a breve, volo di nuovo via, che non c'è più nulla a tenermi qui.
Magari vi scrivo da laggiù.
TAG: vita
01.01 del 19 Settembre 2019  
   
17 Prova in strada
LUG Fotoblog, Fotografia, Diario
Alla fine comunque c'è sempre un buon motivo per non rinunciare alla reflex, al di là dei viaggi. L'eclissi capita a proposito mentre preparo l'attrezzatura da portare alle Azzorre: ci sono giusto da provare la Canon 80D e il nuovo convertitore 1,4x della Kenko montato sullo zoom EF 70-300, che tirato alla lunghezza massima, grazie al crop del sensore APS e al moltiplicatore, arriva a una focale di oltre 670mm.
Per la verità, la combo zoom + convertitore non è il massimo in termini di luminosità e qualità dell'immagine, soprattutto a fronte di condizioni abbastanza estreme e difficili da interpretare come quelle di un'eclissi lunare parziale, ma lavorando un po' con Adobe Camera Raw alla fine i risultati non sono pessimi.

Peccato la Luna bassa sull'orizzonte. Ho anche sbagliato a tenere gli ISO fissi a 100, avrei potuto tranquillamente scattare con valori più elevati e tempi di posa decisamente inferiori.
Dicono che nel 2028 avrò un'altra ottima opportunità.

EclissiLuna1
EclissiLuna2
EclissiLuna3
EclissiLuna4
TAG: eclissi, luna, canon
14.57 del 17 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
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