Orizzontintorno Carlo Paschetto
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14 Un anno
AGO Diario, Amarcord
"Non ora, non fra un anno, ma prima o poi."

E invece.
16.06 del 14 Agosto 2020  
   
06 Trova le differenze [Il senso della vita, s02e19]
AGO Diario, Amarcord
Ero lì sulla sdraio e guardavo Leonardo in riva al mare, e all'improvviso mi è venuta in mente quella foto che mi scattò mio padre proprio qui (*), trentanove anni fa esatti, giorno più giorno meno. Avevo sedici anni, l'età di Leonardo oggi.
Così nulla, gli ho scattato una foto. Poi sono andato a buttarmi in acqua per cancellare la malinconia e la commozione.

16anni1
1981, Isola d'Elba
16anni2
2020, Isola d'Elba

(*) Non era proprio qui, ma un paio di chilometri più in là, ché da allora ci siamo spostati di spiaggia, ed è l'unica cosa che è cambiata in questi quarant'anni di buen retiro elbano. Forse dovrei scrivere un post anche su questo.
TAG: cose mie, vita
00.53 del 06 Agosto 2020 | Commenti (0) 
   
27 Lettera
LUG Amarcord, Diario
In attesa di imbarcarmi al molo numero 7, l’app che da qualche anno traccia i miei spostamenti mi ricorda che ne sono trascorsi due esatti dall’ultima volta che sono stato qui al porto di Piombino. L’anno scorso non eravamo riusciti a venir giù nemmeno un weekend, come del resto nel 2017. Due anni fa ero qua da solo coi ragazzi, come oggi.
Per meglio dire, ero già da solo allora, anche se non me ne rendevo conto. Del resto ero da solo con loro anche quattro anni fa.
Così, la sera, mentre sono in terrazza a fare la consueta foto a Rio illuminata, come faccio da ormai più di vent’anni ogni volta che arrivo qui e come prima cosa mi affaccio a guardare il continente al di là del mare, mi ritrovo a pensare con amarezza che questo luogo che così tanto amo, dove ho sempre pensato che prima o poi potrei trasferirmi per sempre e che avrei voluto come mille altre cose vivere e dividere con te, questo luogo alla fine non è mai stato fra quelli che in qualche modo han fatto parte di noi, perché la verità è che qui, insieme, siamo venuti molto poco e perlopiù abbiamo vissuto momenti infelici.
O almeno questo è ciò che la mia memoria, al momento, riesce a ricordare. Col senno di poi.
Con molta cautela mi avventuro a guardare indietro nel tempo, fra le fotografie, ché magari mi sbaglio. E no, non ne trovo insieme qui, felici. Anzi. Quasi non ne trovo affatto, e quelle che trovo vorrei dimenticarle, adesso che le guardo con altri occhi.
Con i tuoi.

Quel che la app non ricorda, ma che io invece so, è che un anno fa esatto oggi partivamo per le Azzorre. Il 27 luglio 2019 non lo sapevo ancora, ma sarebbe stata l’ultima volta.
A differenza di questa casa che guarda il mare da lontano, le Azzorre purtroppo ci apparterranno per sempre. Alla fine, uno dei luoghi più belli dove sia mai stato in vita mia e, ne sono certo, anche tu, uno dei pochi dove davvero abbia pensato che ci saremmo potuti trasferire per sempre, rispetto al quale provare a fare qualche ipotesi per una vita alternativa per noi due, alla fine è il primo che vorrei poter cancellare dalla mia memoria e quello dove probabilmente, in questi anni, sono stato più infelice. Io, tu, tutti noi.
E pensare che le avevo sognate per anni.
Nessuno di noi oggi parla più delle Azzorre.
In macchina ho detto, sottovoce, “un anno fa oggi partivamo per le Azzorre”. Non ha risposto nessuno.

Guidavo di nuovo lungo la A12, dopo due anni, e riflettevo anche su questo mentre oltrepassavamo l'uscita per Massa. Pensavo a quando ci eravamo venuti apposta io e te, a Massa, e poi a Carrara, per infilare insieme qualche tappa del Centodieci. Che, certo, era un progetto mio, che avevo inventato io, ma che era diventato di noi due. Ci era servito come spunto per costruire qualche vacanza improvvisata e qualche fuga delle nostre, delle quali ho ricordi meravigliosi. Ti ricordi la foto sotto il cartello di Fermo?
Qualche decina di minuti più tardi mi lasciavo a sinistra la Torre di Pisa all’orizzonte: sette anni fa eravamo lì sotto insieme. Era stata la prima volta in cui tu e i ragazzi vi eravate incontrati. Ricordo ogni istante di quel giorno. Ho trattenuto le lacrime a fatica, avevo Leonardo seduto a fianco e se ne sarebbe accorto immediatamente.
Ma qualcosa avevo bisogno di dire e siccome sono mesi che in casa non ne parliamo più sono riuscito solo a dire, con la voce molto bassa e un po’ rotta, “di L. non so più nulla da mesi ormai, è proprio sparita”.
Leonardo ha staccato per un istante lo sguardo dal telefonino, ha guardato davanti a sé, non ha detto nulla. Poi è ritornato al suo video su YouTube.
Anche Pisa ce la siamo lasciati alle spalle, e il raccordo per Firenze.

Così me ne sto affacciato alla terrazza, c’è una bella brezza e si sta bene. Penso a questa casa che guarda il mare da lontano, a Massa, a Pisa e a un anno fa mentre ci imbarcavamo sul volo che ci avrebbe portato alle Azzorre e allontanato per sempre.
Quest’anno è volato via a una velocità spaventosa, se possibile ancor più di tutti gli anni precedenti, e un anno fa, visto da qui, in questo momento mi sembra una vita intera.
Quest’anno è pesato per dieci, per me. Per le mie energie, per la mia stanchezza, per il mio tempo. Me lo sento addosso come un macigno, e non riesco a sollevarlo. Non ci riesco più.
So di aver perso per sempre la mia occasione. Quella che ti passa davanti una sola volta, davvero, nella vita, e bisogna saperla riconoscere. La follia sta nel fatto che l’avevo riconosciuta eccome fin dall’inizio e l’ho lasciata scappare lo stesso, per non dire che ho fatto tutto il possibile per distruggerla da solo con le mie mani.
Nessuno me la ridarà più indietro.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo. Mi ha preso questa cosa di mettermi a fotografare le stelle, per il momento con risultati pessimi. Ma studio parecchio, faccio prove, mi ci accanisco un po’, come tutte le cose nelle quali di tanto in tanto mi tuffo senza motivo. Le mie manie assurde, lo sai.
Tanto non dormo. L’altra notte alla fine sono andato a letto alle quattro passate dopo aver scattato più di mille foto.
In qualche modo ho cominciato dopo un momento di follia, una sera di qualche settimana fa. Non so perché mi è venuto da fare una cosa che evito sempre come la peste, perché so quanto pericolosa sia. Sono passato a vedere i tuoi profili.
Su Instagram, fra mille foto bellissime come al solito, ché hai sempre avuto un talento meraviglioso per le immagini, ce n’era una recentissima, di pochi giorni prima. Un tavolino per due. A Milano, sui Navigli.
Milano. Sei dunque tornata a Milano. Ma questa volta non per me.

Da un po’ di giorni passo le serate sulla terrazza di casa a guardare il cielo e a scattare fotografie. Non so più dove altro guardare. Ovunque guardi, davanti a me, non riesco a sfuggire al male, per quanto ci provi, e più provo a sfuggirgli più mi prende a tradimento, senza alcun preavviso, scavando ogni volta un vuoto sempre più profondo, finché non mi arrendo sfinito e lo lascio fare, aspetto solo che passi l'ondata, ogni volta.
Eppure devo ben guardare avanti.
Fra qualche giorno riparto coi ragazzi. Faremo un po’ a metà, qualcosa che serva a me per provare a risalire e ad avanzare un altro po’, qualcosa che possa interessare loro e divertirli, per quanto ancora possano divertirsi alla loro età a star con un padre stanco e solo, senza energia, che passa le serate a fotografare un cielo perlopiù buio.
Staremo via poche giornate, giusto per non buttare via questa estate. Spero non si annoino troppo, del resto ho bisogno io di loro, ora. Tutto sommato il Covid mi ha pure dato la scusa per non dovermi confrontare con qualcosa che non sarei stato in grado di affrontare, adesso, da solo con loro.
All’Elba rimarrò poco, appena qualche giorno per provare a riconciliarmi con questo posto, o capire infine che no, non ci verrò mai per fermarmi una volta per tutte.
All’improvviso mi rendo conto che qui non sono mai stato davvero felice, fatto salvo forse a sedici o diciassette anni. Di sicuro invece negli ultimi venti è diventato un posto dove sono sempre stato solo. Sempre. Anche quando non lo ero.
Non è questo che voglio, non affacciarmi da solo a questa terrazza.
Non ho mai sognato questo.
Io volevo un’isola per due.
Qualunque isola.
Non era l’isola in sé.
E noi ne abbiamo viste di bellissime.

Elba202002
TAG: Elba
22.48 del 27 Luglio 2020  
   
28 Da quel che resta
GIU Viaggi verticali, Diario
Da qualche parte bisogna sempre ripartire. Io riparto dal Monviso, a centosette giorni dall'inizio del mio lockdown, centoquarantuno dall'ultima volta che sono andato in montagna, centocinquantacinque da quando sono atterrato a Malpensa l'ultima volta. È una montagna nuova per me, per questo l'ho scelta. Perché avevo bisogno di ripartire da qualcosa di nuovo.
Un tempo sarei ripartito salendo da solo sulla cima, oggi riparto camminando coi ragazzi.

A guardarlo da vicino, ad avvicinarglisi dal Pian del Re seguendo il corso dei torrenti che dilavano dai ghiacciai in quota e vanno a confluire nella sorgente del Po, via via che la parete nord riempie l'orizzonte e diventa sempre più grande, il Monviso assomiglia a un incrocio fra il K2 e l'Everest. Una perfetta e isolata piramide di roccia e ghiaccio a chiudere la valle, la cui sagoma e proporzioni ricordano moltissimo il versante settentrionale della seconda cima della Terra, ma nel cielo cobalto la linea di vetta disegna a destra la stessa diagonale obliqua della cresta sud-est dell'Everest, verso l'anticima sud, identica a come appare dal versante nepalese. È incredibilmente precisa, persino nella geometria degli angoli: potresti sovrapporre perfettamente le foto delle due montagne.
Non c'è quasi nessuno sulla via per il Quintino Sella. Solitudine totale oltre il lago Chiaretto, dove la traccia del sentiero risale i ghiaioni delle morene e attraversa i primi nevai.
Col calore del mezzogiorno il ghiacciaio pensile della parete nord scarica parecchio. I boati delle frane e delle slavine fanno paura sufficiente per fermarsi a valutare la distanza fra il percorso davanti a noi e l'enorme nuvola di polvere sollevata dalle tonnellate di ghiaccio e roccia che rimbalzano nel vuoto e vanno a schiantarsi centinaia di metri più in basso, accumulandosi sui coni detritici alla base. Quest'anno la stagione è in ritardo, al Pian del Re mi avevano avvertito.
I rifugi sono ancora chiusi, non c'è un'anima e il segnale del cellulare ce lo perdiamo dopo meno di un'ora. Sulle Alpi è una situazione ormai davvero rara, non mi capitava da una vita. Siamo finalmente altrove. Monviso, Himalaya.

Non ho certo pensato a portare i ramponi, né abbiamo i bastoncini. Non li uso praticamente mai, di solito mi danno fastidio a camminare e i ragazzi preferiscono far senza, ma per attraversare i frequenti nevai che incontriamo in alto una volta tanto sarebbe meglio averli, anche perché la traccia è poco battuta e piuttosto scivolosa.
Così niente, ci fermiamo dopo qualche ora a quota duemilacinquecento e rotti, prima del traverso finale sotto al colle del Viso. Troppa neve, troppo scivoloso senza nemmeno poter contare su un bastone da piantare.
La giornata è magnifica, il cielo blu come solo l'aria sottile sa regalare.
La montagna è tutta per noi ed è una montagna meravigliosa.
Siamo in alto, siamo soli, siamo senza mascherina. Il Corona è laggiù a valle da qualche parte, quassù finalmente lo dimentichiamo per qualche ora.

È stato un anno senza primavera. Era febbraio l'ultima volta che mi sono allontanato dal triangolo casa-supermercato-lavoro. Da inizio marzo, poi, non ho più visto nemmeno l'ufficio: il mio universo si è ridotto da allora a un cerchio del diametro di dieci chilometri.
Sono stato scollegato per così tanto tempo dal mondo che sono partito senza nemmeno rendermi conto che è estate. Che fa caldo. Che il sole picchia, soprattutto a fine giugno, soprattutto in alta quota, soprattutto sulla neve.
Sono partito senza cappellino e crema solare. Sono sceso a valle dopo due giorni con la pelle completamente viola, bruciata dal sole. Ho il volto e un braccio ustionati in modo preoccupante, perfino per me che non sono proprio nuovo a questo genere di disavventure.
Il naso mi si è letteralmente sbriciolato due volte consecutive in tre giorni. Il braccio si è ricoperto tutto di bolle, come fosse venuto davvero a contatto con il fuoco.
Mi brucia, lo guardo: è la misura di quanto abbia perso la percezione di ogni cosa. Della follia di questi mesi, dell'universo parallelo nel quale siamo precipitati.

La verità è che non mi interessa parlarne, non mi interessa scriverne e nemmeno più leggerne. Mi interessa pressoché zero quel che ne pensa la gente, tutta, e ormai seguo anche molto distrattamente l'evolversi della situazione in generale. Ho altro di cui curarmi, altro me stesso.
Nelle ultime settimane, da quando ho ripreso più o meno a vivere (quasi) normalmente, mi sono creato un protocollo di sicurezza personale, adeguato al mio abituale stile di vita, in linea con il modo in cui mi sono sempre comportato e rapportato a situazioni potenzialmente a rischio.
Va bene per me, sicuramente apparirebbe totalmente inadeguato agli occhi di molti, certamente fin esagerato per altri. Proprio per questo non mi ci metto nemmeno. Mi tengo fuori dalle discussioni e fine.
Osservo dalla stessa distanza quelli che si ammassano al bancone del bar con la mascherina attaccata a un orecchio e quelli che si lavano le mani sei volte prima di indossarla, ne cambiano una ogni quattro ore, lavano le borse della spesa e la casa intera con l'Amuchina e quando rientrano lasciano le scarpe fuori dalla porta.
Tutto sommato, vita sociale ne ho sempre fatta quasi zero e il distanziamento lo praticavo già come scelta di vita ben prima che ci pensasse il Covid. È la mia normale unità di misura, da sempre.
Non sarà certo il virus a rendere migliore e più civile chi civile non è mai stato, né sarà peraltro la paranoia a evitarci il Corona più di quanto non possa evitarci un frontale all'improvviso dietro la curva sbagliata al momento sbagliato.

Ho dunque toccato l'ultima neve di stagione, sono stati giorni bellissimi coi figli e il tempo è stato stupendo.
Ho passato solo un pessimo momento al chilometro centosettantatrè da casa. Me lo aspettavo. Anche per questo ho scelto il Monviso, del resto.
Ho chiesto a Leonardo se conosceva la canzone che l'autoradio stava trasmettendo, ho mostrato il Monviso all'orizzonte ai ragazzi e mi sono lasciato lo svincolo alle spalle.
Da qualche parte bisogna ben ripartire.

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[Tutte le foto sono disponibili qui. L'obiettivo è il Tamron che mi sono regalato il mese scorso.]
TAG: Monviso, montagna, covid, coronavirus
13.13 del 28 Giugno 2020 | Commenti (0) 
   
18 14-10-16
GIU Diario
Ho fatto l'unica cosa che so fare. Ho tracciato un itinerario su Google Map.
Ho messo insieme alcune idee. Ho fatto un progetto. Piccolo, ma quanto basta, per ora.
Ho prenotato alcune cose. Ho versato un acconto.
Adesso è sufficiente che di qua a un mese non ci si metta ancora di mezzo il corona o qualunque altro evento imponderabile, ché non sono più in grado di lottare, qui, da solo.
È ora che scappi nuovamente altrove.
Per quanto non sarà facile.
Per nulla.
TAG: cose mie
15.16 del 18 Giugno 2020 | Commenti (1) 
   
03 Cinquantasei
MAG Diario
Domenica di inizio maggio, pomeriggio, caldo. Finestre aperte. Solo.
Alla tv passa un film sul grande Torino. Di nuovo ritorno a una sera di inizio dicembre, tre anni fa, al santuario di Superga. Un parcheggio. Torino illuminata. Freddo.
L'attimo congelato, per sempre. Come quella sera a Terceira.
Decido di lasciare che i ricordi mi travolgano un po' alla volta, si allarghino a far danni senza incontrare alcuna resistenza, dilaghino attorno a me, rovescino questo ennesimo pomeriggio buttato nel nulla e mi trafiggano.
Così arriva l'onda lunga, e io vado sotto, e non riesco più a riemergere, ogni volta.
Come in un pozzo senza fondo. Come il pozzo di San Patrizio a Orvieto. Come milioni e milioni di immagini, e suoni, e parole, e minuti, e risate, e chilometri, e curve, e cose.
Il senso delle cose.
L'inutilità delle ragioni e dei torti di fronte al tempo passato, alla simbiosi perduta e irripetibile, all'amore non vissuto.
Discanto, poi.

Ho tirato fuori dal cassetto i pigiami estivi. Non entro più nei pantaloncini che lo scorso anno mi erano fin troppo larghi. Un paio di taglie in più perlomeno, a occhio, in pochi mesi.
Non mi peso più da tempo.
Non corro più.
Non misuro più le pulsazioni, né la pressione.
Quante cose ho smesso di fare.
Quante perdute.
Discanto, ancora.

Mi guardo allo specchio. Sto un po' lì a fissarmi e a decidere il da farsi. Poi prendo il rasoio e provo a mettere una pezza a questa solitudine infinita che non sarà un permesso di allontanarmi da casa con una mascherina sul volto a risolvere.

Capelli
TAG: coronavirus, quarantena
18.33 del 03 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
28 Intanto
APR Diario
Intanto, quattro anni fa oggi mi preparavo a trascorrere la mia prima notte nella casa più bella del mondo e non mi sembra affatto ieri. È trascorsa almeno una vita e nel frattempo non è più la casa più bella del mondo, ma una casa incompiuta e con qualche difetto che avrebbe bisogno di alcuni lavori sempre più urgenti, le cui cose belle hanno già da tempo iniziato a logorarsi e rovinarsi, sempre troppa vuota, sempre meno vissuta nonostante questi ultimi due mesi ai domiciliari, in fondo mai davvero permeata di allegria e anzi, sempre a un passo dal ribellarsi alla serenità e alla stabilità, alla cui ricerca mi ero trasferito qui, ostinata nel ricordarmi ogni mattina al risveglio e ogni sera quando vado a dormire le ragioni delle cose.

Forse, quando tutto questo finirà, arriverà il momento di prenderla in mano una volta per tutte e negoziare la pace, mettendo almeno dei vasi di fiori ai balconi, attrezzando la terrazza sul tetto e facendo rifare il pavimento di cucina che tanto ci piaceva, ormai irrimediabilmente compromesso.
Ho anche finalmente trovato una bella idea a buon mercato per la ringhiera della scala, ma non credo di essere capace a realizzarla da solo, dovrò chiedere a qualcuno. Ho invece definitivamente rinunciato a quei pouf che mi piacevano tanto e che tuttavia toglierebbero inutilmente spazio alla camera rimanendo sempre un po' fra i piedi.
Alla fine la verità è che il colore del letto non mi piace. È sempre stato sbagliato ed è inutile che continui a cercare di convincermi che va bene comunque, son quattro anni che ci provo. Non è vero. Ma non posso più farci nulla. Fra l'altro ho macchiato in modo irreparabile il tessuto del rivestimento e non c'è modo di rimediare. Rabbia e nervoso che sono andati solo ad aumentare il disagio generale latente.
Forse dovrei far ridipingere le pareti con una tinta più scura per aumentare il contrasto con il colore del letto.

In effetti sarebbe anche ora in generale di far ridipingere le pareti, perlomeno quelle della cucina e di sala. Ho deciso che voglio un punto di grigio più scuro e una vernice diversa, lavabile, ché dopo due mesi ininterrotti dietro ai fornelli il muro di cucina è ormai un disastro, che cucinare è l'unico modo in cui riesco a ingannare il tempo, soprattutto nei weekend.
Magari quest'estate faccio qualche lavoro, tanto non ho da andare da nessuna parte.
Ieri pensavo che non avrò nemmeno più occasione per quel weekend ad Amarillo che avevo tanto inseguito gli scorsi mesi. Alla fine non era evidentemente destino. Il mondo chiuso si è portato via pure quello.

Così stasera compio quattro anni. Tirerò fuori qualcosa dal congelatore e ho da finire la torta diplomatica che Carola ed io abbiamo preparato nel weekend. Magari stappo una bottiglia, vediamo.
Non era così che immaginavo oggi, quattro anni fa, ma chissà poi cosa cazzo immaginavo.
Il prossimo weekend dovrebbero arrivarmi le sdraio e l'ombrellone che ho ordinato su Amazon. È roba da quattro soldi e non credo riuscirà a sopravvivere a una sola stagione, ma intanto è un primo passo.
Dei vasi mi occuperò appena ci daranno la condizionale. Sarà una lunga estate, son qui da solo e non ho altro da fare.

AnnCasa4
TAG: casa, vita
11.55 del 28 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
24 Interstellar
APR Diario, Amarcord
Come quando ti appare l'esplosione di una supernova mentre col telescopio vaghi attraverso lo spazio, e all'improvviso ti trovi a vedere nel tuo presente un evento accaduto altrove nel passato remoto, come a poter viaggiare a ritroso nel tempo, osservare l'istante esatto in cui la materia si è disintegrata e dispersa nel cosmo, quella stessa materia i cui frammenti fluttuano oggi attorno a te, nel tuo universo presente, allontanandosi inesorabilmente dall'origine degli eventi, ma trascinandosi dietro la memoria quantistica di ogni frammento del loro tempo trascorso, mentre la tua vita scorre in mezzo e in avanti.

Così mi appresto a uscire per fare la spesa, tanto per far due passi, integrare un po' le scorte di fresco e cercare il lievito, ormai più prezioso dell'oro e delle mascherine. È un tardo pomeriggio primaverile di sole e temperatura tiepida, esco senza giacca, prendo il portafogli, le chiavi, l'autocertificazione, un flacone di detergente da lasciare in macchina, la mascherina, i guanti, un borsello dove buttar dentro tutto.
Per caso, trovo all'interno il biglietto di un parcheggio, una data e un'ora.
L'istantanea del momento esatto in cui la supernova stava esplodendo senza che io me ne rendessi conto, all'improvviso in mano, a distanza di otto mesi.

Impiego qualche secondo a capire di cosa si tratti. Rimango lì a fissarla, immobile, in silenzio, nel corridoio in penombra di questo universo dove sono confinato da otto settimane.
Mi riprendo e sto per buttarla nel sacco della carta.
Poi mi fermo. Ci penso un attimo.
La ripongo dentro una cartellina.
Esco a fare la mia spesa.
Ci sono diciotto gradi e non ho quasi più paura ad andare al supermercato.

Addio
17.04 del 24 Aprile 2020  
   
09 FFP1 /recycled (quel che passa il convento)
APR Diario, Fotoblog
corona05
TAG: coronavirus
12.37 del 09 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
08 Settima
APR Diario
Negli ultimi trenta giorni sono uscito di casa quattro ore in totale. Lo so con precisione, perché da anni ho una app sul telefono che tiene traccia delle mie giornate e cataloga i miei spostamenti. La uso come diario quotidiano.
Da un paio di settimane questa app mi manda ogni mattina una notifica per consigliarmi di controllare il GPS del mio iPhone e di riavviare il sistema, perché non registra più spostamenti per intere giornate consecutive e suppone che qualcosa non stia funzionando.
Qualcosa non funziona, ha ragione. Ma non è quel che crede.

Giovedì scorso sono tornato al supermercato dopo quindici giorni. Ho aspettato che venisse sera per non trovare quasi nessuno.
Ho scoperto che hanno chiuso tutti gli ingressi tranne uno e delimitato dei percorsi obbligati fra le corsie. Prima o poi peraltro mi spiegheranno perché posso comprarmi le creme antirughe, ma non un paio di mutande. In realtà sono talmente tante le cose che dovrebbero spiegarmi, questi giorni, che ho rinunciato. È più importante ricordarmi che tipo di lampadina mi serve per la lampada a stelo della sala e sperare di trovarla.
Prima di consentirmi l’accesso al supermercato mi hanno misurato la temperatura. Per una frazione di secondo ho avvertito un profondo senso di inquietudine, non so se più per il timore di scoprire che avevo la febbre, o perché il tizio che me l'ha misurata si è avvicinato a me ben sotto la famigerata soglia del metro di distanza. Che poi, di nuovo, vorrei capire perché da noi si è stabilito che sia un metro, ma negli Stati Uniti, ad esempio, son due. Immagino perché in America è tutto più grande, anche il droplet.
Questa volta non ho trovato la mia insalata preferita. Per la verità non ho trovato insalata quasi del tutto, solo avanzi. Nemmeno petti di pollo, braciole di maiale, latte fresco, la mozzarella per la pizza. In compenso c’erano ancora farina, uova e detergente per le mani.
Mascherine, ovviamente, nemmeno a parlarne. Neanche quelle per la polvere. Del resto non le ho trovate nemmeno in farmacia.
Con buona pace di Fontana e delle sue ordinanze del cazzo.
Sì, ho scritto "del cazzo".

Ah sì, sono stato anche in farmacia. Non c'era nessuno, ero da solo. Ho sperimentato la nuova procedura che consente di ricevere le ricette via fascicolo sanitario elettronico, ma alla fine è stato sufficiente un messaggio WhatsApp della mia dottoressa, che mi ha inviato la foto del codice a barre delle prescrizioni.
La lista della spesa sul telefonino e le ricette via WhatsApp mi hanno anche messo di fronte all'evidenza che abbiamo costruito un mondo di scorciatoie inutili al servizio di una ipotetica domanda di sicurezza: è ovviamente impossibile sbloccare il cellulare col riconoscimento del volto indossando la mascherina, o farlo con l'impronta digitale indossando i guanti. Quindi bisogna inevitabilmente digitare il codice, alla vecchia maniera. Ma se hai appunto i guanti, anche questa non è detto che sia un'operazione facile.
Alla ventesima volta che combattevo col cellulare per sbloccarlo, ogni dannatissimo minuto, ho perso la pazienza: ho spostato la mascherina, afferrandola ovviamente davanti coi guanti contaminati in barba a tutte le raccomandazioni del caso, e ho usato il riconoscimento facciale. E vaffanculo.
Il confine fra me e il corona giocato alla roulette per un chilo di mele.

Non posso dire che le giornate non passino, o che abbia il tempo di fermarmi davvero a pensare. Lavoro, e questo va già molto bene. Come alcuni fortunati - ed è il caso di riconoscerlo - lavoro persino più di prima, complice il susseguirsi senza soluzione di continuità di videoconferenze dal mattino a sera tardi, pausa pranzo compresa, e il fatto che queste settimane dovrei essere negli Stati Uniti. Invece sono qui e dunque lavoro di giorno col fuso orario italiano e la sera con quello americano.
Le giornate scivolano via una dietro l'altra, tutte uguali. Le stesse colazioni, gli stessi pranzi con le stesse insalate preconfezionate, gli stessi caffè alle stesse ore del giorno, le stesse cene perlopiù scaldate al microonde.
Ho pressoché smesso di guardare il telegiornale la sera. Non mi interessa più. Che non usciremo di qui tanto presto a me è parso evidente fin dall'inizio.
Che mi abbiano rubato la vita, tutta, anche.
Lo so, le vite rubate sono ben altre.
Ma i giorni passano, i numeri perdono significato, il mondo là fuori è sempre più lontano e il mio sempre più confinato al percorso letto-frigorifero-scrivania-divano.
Così guardo dentro al mio recinto.

Nel mio recinto, la mia vita, i meccanismi che l'hanno governata da perlomeno trentasette anni a questa parte, il mio futuro prossimo venturo, il mio modo di essere, di andare avanti, di rapportarmi all'esistenza e darle un senso, di combattere, di convivere con me stesso e i miei dolori, le mie gioie, i miei progetti, la mia stessa identità, tutto è stato spazzato via in un attimo. Annientato.
A partire dal modo in cui da sette mesi in qua sfuggivo al dolore. Che poi è il modo che è sempre stato, l'unico che conosca.
Me l'hanno tolto e insieme a quello se n'è andato quello che io stesso sono. E per quanto provi ad essere ottimista, so che nulla sarà più come prima, perlomeno per i prossimi due o tre anni, ad andar proprio bene.
Che non sono pochi, a questo punto della mia vita, soprattutto nel momento in cui avevo deciso di imparare a vivere il presente, l'attimo fuggente, smettere di guardare al futuro come mio unico orizzonte temporale, piantarla di voltarmi per fare i conti con il passato gettato al vento per anni e anni, concentrarmi solo su me stesso, su quello che sono, quello che voglio e ho sempre voluto, non sprecare più un attimo della mia esistenza, per quanto possibile.
Vivere. Amare. Staccarmi da tutto ciò che mi sono portato dietro per un'esistenza intera per provare a volare davvero.
È quel che stavo provando a fare, fino al 22 febbraio.
Il mondo si è fermato lì. Prima o poi riprenderà con altre forme e secondo nuove armonie.
Il mio si è fermato lì e al momento non ho alcuna idea di come e quando possa riprendere, se mai riprenderà.

Dormo male la notte. Vado a letto a ore sempre più infami, vivo su un fuso orario regolato da un tempo immobile, chiudo gli occhi senza dormire provando a immaginare, per alcuni istanti, come reinventarmi completamente una vita da capo.
Abbandono immediatamente il pensiero perché mi fa paura la sola idea.

Mi affaccio allora all'esposizione assurda dell'Eigerwand, percorro la Mittelegi come se camminassi sui cocci di vetro e rimango col fiato sospeso in equilibrio sulla lama sottile della cresta del Meru, grazie a YouTube.
Non ci sarei mai andato lo stesso. E la colpa non è del coronavirus, ma solo mia.

corona04
TAG: coronavirus
13.10 del 08 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
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