Orizzontintorno Carlo Paschetto
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04 Il profumo che scende dai boschi
OTT Diario
Ieri, attorno all'ora di pranzo, per la prima volta ho evidentemente superato una soglia di allarme e mi sono spaventato. Proprio in quel momento una collega è entrata nel mio ufficio. Le ho chiesto se poteva tornare più tardi perché avevo bisogno di rimanere un attimo solo. Mi ha guardato, mi ha chiesto se mi sentivo bene. Ci ho pensato un attimo e ho risposto di no. Cinque minuti dopo è tornata con una bottiglietta d'acqua ed è rimasta sulla porta ad accertarsi che non avessi problemi.
Sono rimasto lì un po', seduto alla mia scrivania. Ho respirato con calma. Ho chiuso un attimo gli occhi. Mi sono accertato di essere lucido e orientato. Poi sono uscito e mi sono preso un paio d'ore per me stesso.

Era una giornata di sole bella e calda. Davanti a un'insalata, a un tavolo di una trattoria dell'Ortica, per un attimo ho considerato davvero l'idea di non rientrare più. Mai più intendo. Mai più ovunque, proprio, non varcare mai più alcun cancello di ingresso.
Ho guardato davanti a me e ho provato a dare a questa idea una forma reale, tangibile. Poi ho preso il caffè e mi sono avviato ad affrontare la fila di riunioni pomeridiane che avevo in agenda.

Ieri sera sono uscito di corsa, come di consueto, tiratissimo coi tempi. Ho fatto il solito slalom nel perenne imbottigliamento della tangenziale est, ho preso Carola al volo a pianoforte spaccando il minuto, poi Leonardo, sono riuscito a metterli in tavola alle venti precise. Abbiamo guardato un film insieme, li ho messi a letto e poi mi sono rimesso sul divano a rispondere alla pila di email che mi erano rimaste indietro nel pomeriggio.
Ho finito attorno all'una di notte. Stamattina alle otto e trenta ero in ufficio.

Domani ho un aereo alle sei del mattino a Malpensa, fatti due conti significa alzarsi al massimo, correndo, alle tre del mattino. Non ho ancora preparato nulla per partire e devo star via una settimana negli Stati Uniti, dividendomi fra il caldo afoso del Texas e l'autunno già inoltrato dell'Ohio. Due abbigliamenti diversi per pochi giorni, da infilare al solito nell'unico trolley a mano col quale viaggio. Se voglio provare a trovare il tempo per correre una sera, significa almeno tre paia di scarpe.
Mentalmente passo la lista delle cose che non devo dimenticarmi: il secondo telefono, il passaporto, i caricabatterie americani, il Mophie, le pillole e le ricette in inglese. Che giacca porto? Non posso partire con due, una invernale ed una estiva, non ho abbastanza spazio. E poi parto di sabato, non ho voglia di viaggiare in abito da lavoro. Come diavolo faccio a portarmi tutto quello che mi serve rinunciando a una valigia vera?
Ogni volta la stessa storia, gli stessi riti, la stessa stanchezza, gli stessi automatismi. Se almeno avessi il tempo di fare un momento mente locale.

Do un'occhiata all'agenda di oggi per capire che margini ho. Non ne ho, perlomeno fino alle 17. Annullo il meeting successivo, così cerco di essere a casa almeno per le 18, il tempo di far su 'sto benedetto trolley, farmi una doccia veloce, mangiare un'insalata e buttarmi subito a letto cercando di dormire qualche ora. Per un attimo avevo quasi pensato di andare anche a correre, ché poi non andrò chissà per quanto, ma alla fine anche vaffanculo, no. Amen.
Scorro il calendario, tutta l'agenda delle prossime sei-sette settimane è un disastro.

Rimango in ascolto per capire se è mi è rimasto addosso qualcosa del segnale di avvertimento di ieri. Tutto tace, a parte una sensazione spiacevolissima, una sorta di livido al centro esatto di me stesso. Quella è rimasta forte e chiara.
Ho superato la soglia di tolleranza.
Era già capitato in realtà tre anni fa, con tutto quello che ne è conseguito dopo.
Questa volta la spia è su luce fissa e il motore ha picchiato in testa. Se n'è andata la riserva.
Mi manca una mano da prendere e da cui farmi portare.
Mi manca tantissimo.

Quindi, Parigi, Houston, Cleveleland, New York, Milano, Londra, Birmingham, Milano. Poi avrei dovuto ripartire, ma a quanto pare no.
È sbagliato, ma sai che c'è: meglio. Ho voglia di starmene a casa sul divano, spegnere tutto, passare un weekend coi ragazzi, pieno, a far cose con loro.
Devo decidermi a mettere i nuovi vasi da fiori almeno sul balcone di sala. Alla terrazza penseremo più avanti.
Devo decidermi per un'altra vita, la mia vita.

Mi viene in mente, non so perché, il profumo dei boschi sotto il Pizzo Gallino, dove da ragazzo andavo con mio padre a raccogliere funghi in questa stagione. All'improvviso è come se quell'odore mi penetrasse intensamente le narici, senza ragione alcuna, mi passasse sottopelle.
Ce l'ho qui. Non l'ho mai ricordato prima ed ora è qui. Lo avverto distintamente, è come se fossi esattamente lì. La mia gioventù mi travolge senza preavviso e un perché, e una malinconia infinita si impadronisce di me.

Aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro di quest'anno.
Mi aggiungo alla call conference con Cleveland e Pittsburgh.
Tengo d'occhio l'orologio.
Magari esco per le 16 e vado a preparare il trolley.

OCTPartenze
TAG: vita, lavoro
22.04 del 04 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
02 La tempesta perfetta
OTT Diario, Prima pagina
Lorenzo ha colpito le Azzorre e nel perimetro della mia esistenza l'evento ha una sua logica ineccepibile, al di là di un coinvolgimento emotivo imperscrutabile.
TAG: Azzorre
22.26 del 02 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
01 Ottobre
OTT Diario
Cose di inizio ottobre.

Ho staccato un cinquantasetteezerosette. Non vedevo un tempo così da una vita, ma secondo me il Garmin ha battuto qualche chilometro un po' troppo corto. Comunque, anche se non un cinquantasette, sarebbe stato al massimo un cinquantotto o un cinquantanove scarso. Quindi bene.
D'altra parte sabato riparto e starò in giro un po', poi ritornerò, poi ripartirò di nuovo. In mezzo altri impegni a riempire qualunque spazio fra un viaggio e l'altro. Ho giusto fatto in tempo a rientrare su tempi dignitosi e in un peso accettabile, e già devo mollare per intere settimane, chissà per quanto.
Così non andrò mai da nessuna parte, non c'è nulla da fare.

Dopo dieci anni mi sono cancellato dall'unico angolo privato che conservavo in rete e ho lasciato la mia comunità di riferimento. Nonostante per varie ragioni meditassi da tempo il distacco, non è stato facile e ho abbandonato per altri motivi. Mi sento come se avessi preso un lungo pezzo di vita e tutte le relazioni sociali connesse, e avessi spazzato via tutto in un attimo.
La mia storia di questi ultimi dieci anni, giorno dopo giorno, è stata legata a doppio filo a quel cassetto chiuso a chiave di me stesso, dove scrivevo qualunque cosa, trascorrevo talvolta ore a leggere e dialogare di cazzate con una ristrettissima cerchia di amici più o meno immaginari, a condividere frammenti di vita quotidiana. Cose di me che non sono altrove, stupidate, depressione, sarcasmo, disillusioni, rapporti coi figli, idee politiche, goliardate, codici per iniziati incomprensibili agli estranei.
Per una sorta di magia, o per una via imperscrutabile del fato, fin quasi dall'inizio ho condiviso quel pezzo di strada con qualcuno che lì ho incontrato e con cui ho in seguito diviso tutto il resto, o almeno ho creduto di, non accorgendomi che invece no, o almeno non come era nella mia testa e nel mio cuore.
L'invece no alla fine ha mandato tutto in pezzi.
Non aveva più senso rimanere da solo su quell'isola, non avrei potuto. Sono salpato e l'ho abbandonata, dopo aver bruciato tutto quel che avevo costruito per la mia sopravvivenza e le mie cose, per non lasciare traccia alcuna del mio passaggio.
È stato un distacco doloroso, anche quello. Ma forse era davvero l'ora.
Adesso non ho più un luogo mio, salvo questo, che in realtà è una stanza chiusa senza finestre.
Fuori, solo mare aperto. Sono senza approdo, senza bussola e senza riferimenti a cui chiedere, con cui orientarmi.

Riparto, sabato prima dell'alba. Torno a Houston, poi di nuovo a Cleveland. Rientro e riparto ancora, Londra, poi Birmingham o giù di lì. Rientro e riparto ancora, un po' più in là.

Questi giorni mi trovo spesso a pensare che all'improvviso non ho più progetti. Ne avevo parecchi, ma erano disegni condivisi.
Non ho progetti da solo. Prima o poi magari mi ci aggrapperò in qualche modo come a un salvagente. Del resto ho sempre fatto così, è la mia arma di difesa.
Navigo in mare aperto e non c'è vento.
Magari qualche corrente mi porterà altrove.

AddioFF
10.47 del 01 Ottobre 2019 | Commenti (7) 
   
19 Seduto per terra in mezzo a una stanza
SET Diario
Così intanto ho rifatto l'unico posto dove posso starmene da solo a guardare in silenzio i miei pezzi di vita che se ne sono andati. Ché l'unica cosa da fare, alla fine, è raccattar cocci e provare almeno a fare ordine, per quanto possibile.
Naturalmente non ho finito, né probabilmente finirò mai.
Almeno ho di che tenermi occupato.

Poi, a breve, volo di nuovo via, che non c'è più nulla a tenermi qui.
Magari vi scrivo da laggiù.
TAG: vita
01.01 del 19 Settembre 2019  
   
17 Prova in strada
LUG Fotoblog, Fotografia, Diario
Alla fine comunque c'è sempre un buon motivo per non rinunciare alla reflex, al di là dei viaggi. L'eclissi capita a proposito mentre preparo l'attrezzatura da portare alle Azzorre: ci sono giusto da provare la Canon 80D e il nuovo convertitore 1,4x della Kenko montato sullo zoom EF 70-300, che tirato alla lunghezza massima, grazie al crop del sensore APS e al moltiplicatore, arriva a una focale di oltre 670mm.
Per la verità, la combo zoom + convertitore non è il massimo in termini di luminosità e qualità dell'immagine, soprattutto a fronte di condizioni abbastanza estreme e difficili da interpretare come quelle di un'eclissi lunare parziale, ma lavorando un po' con Adobe Camera Raw alla fine i risultati non sono pessimi.

Peccato la Luna bassa sull'orizzonte. Ho anche sbagliato a tenere gli ISO fissi a 100, avrei potuto tranquillamente scattare con valori più elevati e tempi di posa decisamente inferiori.
Dicono che nel 2028 avrò un'altra ottima opportunità.

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EclissiLuna4
TAG: eclissi, luna, canon
14.57 del 17 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

Rimini100
Rimini101
Rimini102
TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
15 Boston Logan
MAG Travel Log: Business Trips 2019, Diario
La prima volta che sono atterrato a Boston era sera tardi, avevo la febbre, ero stanchissimo e volevo solo andarmene in hotel a dormire. C’era una coda maledetta al controllo passaporti e incappai nel tizio sbagliato.
L’ultima volta che sono atterrato all’aeroporto di Boston era il marzo del 2014, arrivavo dalle Bermuda e stavo aspettando il mio volo per Roma. Mentre mi aggiravo annoiato e stanco per il terminal mi chiamò mio fratello.

Strano. Sapeva che sarei rientrato di lì a poche ore e peraltro non è che ci sentiamo così spesso, mio fratello ed io. Forse aveva dimenticato che ero all’estero, o sulla via del ritorno.
Aveva la voce normale. Mi chiese come stavo, dove fossi e a che ora fosse previsto il mio arrivo a Milano.
All’una e mezza di domani a Malpensa, gli risposi.
- Allora è meglio se te lo dico adesso. Papà si è sentito male.
No, non era normale che mio fratello mi chiamasse in America, mentre ero sulla via del rientro.
- È in coma. Siamo a Genova, cerca di arrivare il prima possibile.
A Milano in realtà dovevo prima sistemare in qualche modo i ragazzi e a Genova arrivai poi il giorno successivo al mio rientro.
Ricordo due autovelox nel giro di ventiquattr'ore.
Poi non mi è più capitato di tornare a Boston, fino a questa sera.

Mi aggiro annoiato per il terminal A di Boston, in attesa del mio volo per Philadelphia. Ho mal di schiena, sono molto stanco, sono in viaggio da trenta ore e ne ho ancora almeno sei davanti prima di vedere un letto. Sono sveglio dalle cinque di quella che per me è ancora “questa mattina”, in America è ieri sera. Ho lavorato durante entrambi i voli precedenti e non ho chiuso occhio, complice il viaggio, tutto con la luce del giorno.
Ho fatto tre ore di attesa a Malpensa, altre due ore a Parigi di cui una intera in coda alla dogana, altre tre qui a Boston, la metà delle quali in fila al CBP, nonostante la procedura elettronica e la corsia “Returning ESTA”. Il resto del tempo all’ennesimo controllo del bagaglio a mano, alla faccia della priority lane.
Sono in viaggio da trenta ore e la metà le ho passate in piedi in coda da qualche parte. Ciò nonostante, è stata una giornata bellissima, con un cielo meraviglioso sul Monte Bianco e la luce radente del tardo pomeriggio a illuminare il Massachusetts.

Mi aggiro annoiato e stanco per il terminal A di Boston, ho mal di schiena e sono molto stanco, ero qua un pomeriggio di marzo nel 2014, e mi viene da piangere.
Chiudo gli occhi e respiro.
Due ore dopo il sole tramonta a Philadelphia e anche sulla Pennsylvania il cielo è stupendo.
È stata una giornata magnifica per volare.
Di nuovo negli Stati Uniti.

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Monte Bianco
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Boston
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Philadelphia
TAG: boston, America, usa
22.22 del 15 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
11 Cose che per esempio Milano
MAG Coffee break, Diario
Come forse ricordano quei due o tre lettori che ancora seguono questo blog invecchiato e logorroico, circa tre anni fa mi ero dato a una sorta di (ri)scoperta pedonale di Milano, complice un lavoro che aveva temporaneamente spostato la mia base quotidiana proprio in centro, a due passi dal Duomo.
Così, per qualche mese, un po' per alzare il culo dalla sedia, un po' per depressione professionale e insofferenza, un po' per collezionismo e per completare la tappa inevitabilmente a me più familiare del Progetto Centodieci, e un po' semplicemente perché sì, avevo preso quasi ogni giorno a macinare chilometri a piedi attraverso il centro storico (e non solo) della mia città adottiva da cinquant'anni, battendo in modo pressoché capillare ogni basilica, monumento, attrazione turistica e vicolo censiti alla voce Milano.
Nonostante ciò, è vero che non si finisce mai di conoscere la propria città e se poi si vive in una rinomata destinazione internazionale è ancora più facile che non capiti mai di visitare le mete turistiche per eccellenza, perché tanto è sempre un prima o poi, son lì, accadrà.
Ovviamente poi non accade mai.

Sono sicuramente stato dozzine di volte dentro al Duomo e almeno una volta, da ragazzo, anche in alto fra le guglie, ma ad esempio - ora posso tranquillamente fare coming out - fino ad oggi non avevo mai visto il Cenacolo Vinciano. Sai com'è, devi prenotare mesi prima, tanto è lì, poi c'erano stati i restauri, poi magari una domenica, poi magari una volta che piove, poi magari ci vado coi figli, poi magari ne approfitto una volta che attacco qualcos'altro.
Alla fine, naturalmente, mai (ho peraltro anche altre lacune che per il momento eviterò di confessare, ché poi non è mai bello bullarsi di esser stati a dorso di cammello sugli Altai mongoli ma non aver messo piede a casa tua, dove settordici milioni di turisti all'anno da ogni dove fanno la fila per entrare).

Negli ultimi mesi, fra altre cose, ho organizzato un evento a Milano per fare incontrare tutte le persone del mio team sparse per il mondo, dall'estremo oriente agli Stati Uniti. Colleghi che ho conosciuto nel corso dei recenti viaggi di lavoro, di cui talvolta ho raccontato in questo blog e che ad ogni occasione, nel poco tempo libero fra una riunione e l'altra, mi hanno accompagnato a visitare i dintorni dei luoghi meta delle mie trasferte professionali intercontinentali.
Una delle giornate dell'evento è stata dedicata a un tour guidato di Milano e ovviamente erano previste la visita al Duomo, alla Galleria, le vie della moda, il Castello, le classiche attrazioni prêt-à-porter insomma, ma ho approfittato della circostanza favorevole per infilare nel programma anche il Cenacolo di Leonardo, opportunamente prenotato con sei mesi di anticipo riservando la sala al nostro gruppo, e un giro alla Pinacoteca Ambrosiana in occasione dell'esposizione di ventitré pagine del Codice Atlantico per l'anno leonardiano.
La vera sorpresa per me, però, è stato il Cartone di Raffaello esposto in Pinacoteca, ovvero lo studio preparatorio per la Scuola di Atene, uno dei celebri affreschi delle Stanze Vaticane.
È difficile che un'opera d'arte figurativa riesca a lasciarmi senza parole, di norma non è propriamente il mio genere e (con rare eccezioni) non sono un appassionato di musei, ma a questo giro avrei potuto rimanere nella stanza del Cartone di Raffaello l'intera giornata a esplorarne ogni centimetro quadrato, in piena sindrome di Stendhal.
Va detto che la modalità di allestimento, la stanza riservata, l'illuminazione, sono tutti fattori a contorno che contribuiscono a creare un'atmosfera assai particolare attorno all'opera, che già di per sé è davvero straordinaria.

E niente, se capitate di lì, spendete 'sti dieci euro, va'.

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Il Cenacolo di Leonardo
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Codice Atlantico
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Il Cartone di Raffaello (Scuola di Atene, 1510)
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Duomo di Milano
TAG: ambrosiana, duomo, cenacolo, leonardo, milano
19.44 del 11 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Autoreferenziale
APR Diario, Amarcord
Ho finalmente terminato di mettere a posto tutte le foto che ho in archivio sotto il capitolo "montagna" (si trovano qui), che fra l'altro, alla fin fine, sono tutto sommato poche considerati almeno vent'anni di attività di cui una una decina abbastanza intensi.
Non è un caso, erano altri tempi quelli delle diapositive. Fossero esistiti gli smartphone a cavallo fra gli anni '80 e '90, oggi avrei terabyte di immagini in più da conservare. Invece a quel tempo spesso andavo via senza macchina fotografica, ché portarsi la reflex nello zaino pesava quel che pesava e mi sembrava sostanzialmente inutile, tanto le mani erano sempre impegnate in altro.
Così oggi mi rendo conto che non ho quasi nulla delle annate trascorse sulle nevi e fra le cime di mezzo arco alpino, comprese alcune bellissime uscite. Mi vengono in mente ad esempio quelle giornate in Engadina dopo aver dato le dimissioni dal CNR, la salita del Chaputschin e le discese infinite immersi nella polvere perfetta della Val Roseg, le arrampicate alle Pale di San Martino, quelle in Grigna, la Val Bedretto, molte cime di cui nemmeno ricordo il nome negli anni in cui praticamente facevo il giro completo dei weekend sul calendario sempre con gli sci ai piedi, spingendomi sempre più in alto via via che l'estate si avvicinava e poi avanzava.
Non ho più quasi nulla, qualche scatto occasionale qua e là, qualche vecchia diapositiva che ho fatto digitalizzare e alcune stampe sbiadite affondate nei cassetti in mansarda.

C'è questa foto che non mi lascia in pace da qualche settimana. È stata scattata sulle pareti dello Zucco dell'Angelone, un contrafforte dei Piani di Bobbio, sopra Lecco, dove spesso a quei tempi andavamo ad arrampicare nei weekend. La collocherei nel 1985, erano gli anni che seguivano il Nuovo mattino, il boom del free climbing, le scarpette gommate che soppiantavano i vecchi scarponi con la suola in Vibram, i nut e i friend che arrivavano a rimpiazzare i chiodi da roccia.
Avevo vent'anni e tutta la vita davanti. Avevo già iniziato a buttarne via parecchia della mia vita davanti, per la verità. Vivacchiavo a matematica da un paio d'anni senza combinare un tubo a parte vincere tornei infiniti di briscola chiamata, passare il mio tempo in montagna e dividermi in mille lavoretti per tirar su tutto quello che potevo per pagarmi le sigarette e i viaggi d'estate.
Ci passavo i mesi a progettare viaggi e pianificare - o dovrei meglio dire "fantasticare di" - salite in montagna sempre più difficili e sempre più esotiche. Divoravo letteratura di alpinismo a quintalate, a partire dalla bibliografia completa di Messner.
Quell'estate salii il mio primo quattromila, il Gran Paradiso, compiendo la traversata completa, in salita dalla Valnontey lungo la via della Tribolazione e in discesa dalla via normale verso la Valsavaranche. Poi il trasferimento a Finale Ligure con Roberto-Ufo e la mia Citroen Visa caricata all'inverosimile di attrezzatura, la cassetta di Beggar's banquet in autoradio, la tenda a igloo della Salewa sul tetto [EDIT: macché tenda della Salewa, era ancora la piccola canadese di cotone, altroché], Monica che mi aspettava al mare, mentre a me interessava solo unirmi alla tribù dei free climber finalesi.

Metto a posto le ultime fotografie, passo in rassegna le più vecchie scegliendo quelle da inserire nell'archivio su Smugmug, e mi imbatto in questa foto che credo mi scattò Eugenio mentre stavo scendendo in corda doppia dallo Zucco.
Indosso la mia amata camicia di flanella a quadri che per tanti anni mi ha accompagnato in montagna e mi sembra di ricordare che non fosse nemmeno mia, me l'aveva regalata qualcuno, o era di mio padre, non so, ma certo non l'avevo comprata io. La amavo moltissimo però, era sempre con me ad ogni uscita. Chissà che fine ha fatto. Probabile che a un certo punto, fra un trasloco e l'altro, sia finita nei sacchi delle cose che ho deciso di lasciarmi indietro.
E poi c'è lo sguardo che ho in quest'immagine. Provo a riconoscermi in quello sguardo, mi lascio trasportare nel tempo. Vorrei avere la possibilità di tornare indietro di trentaquattro anni e dire alcune cose a quel Carlo laggiù, e mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Sono io, eppure è un'immagine che non mi appartiene, nella quale non mi specchio più, per quanto ci provi e desideri farlo. A tratti vorrei prendere quel ragazzo a schiaffi, oppure mi sembra solo un povero coglione, in altri istanti mi fa tenerezza, malinconia, mi commuove un po'.
Lo fisso cercando di parlargli, ma non mi risponde. Ci sono delle domande che vorrei fargli. Vorrei abbracciarlo.
Ho altre fotografie di quegli anni, di un po' tutti gli anni della mia vita, e non so perché mi ossessioni così proprio questa immagine, faccio fatica a smettere di guardarla.

Qualche giorno fa ho cambiato smartphone e mandato in pensione il buon iPhone 8, peraltro dopo una breve carriera. Per provare la nuova macchina fotografica mi sono fatto un selfie prima di uscire da casa. L'obiettivo e il software a bordo dell'iPhone XS scavano un abisso rispetto a quelli dell'iPhone 8 e questo selfie preso al volo senza alcuna pretesa, all'ombra della mia mansarda tagliata dalla luce spiovente che filtra dai Velux, è impressionante per l'equilibrio nell'illuminazione, il dettaglio e la profondità di campo, quasi tridimensionale.
Mi sono guardato. Non sembro io, è vero che questi moderni software tarati per i selfie barano in modo esagerato, restituendo un'immagine fasulla studiata apposta per i social network.
Mi è venuto spontaneo accostare questa fotografia dell'ultimo minuto, scattata con lo smartphone appena uscito dalla confezione, a quella presa allo Zucco trentaquattro anni fa.
Cinquantaquattro contro venti.

Cerco di mettere a fuoco l'accostamento e mi pare impossibile che queste foto siano della stessa persona, in tutto e per tutto.
La camicia di flanella a quadri contro la giacca di lana blu, il golfino smanicato azzurro, la camicia bianca.
Di fumare ho smesso undici anni, otto mesi e quattordici giorni fa.
Mi piaceva stare attaccato alla corda, tuttavia non era vero che amavo la roccia così come mi piaceva raccontarmi. Ho sempre preferito di gran lunga la neve, la quota, l'aria sottile. Infatti gli anni successivi ho progressivamente abbandonato l'arrampicata sportiva per dedicarmi solo allo scialpinismo e all'alpinismo classico.
Mi raccontavo un sacco di cose a quel tempo, e quante me ne sono raccontate negli anni a venire, quante balle per me stesso, quanto tempo buttato dietro a cazzate invece di avere il coraggio di guardarmi dentro e scegliere. Quanto mi sono fatto trascinare a caso dal vento, dal pesaculismo, dalla strafottenza dei miei vent'anni, con una intera vita davanti.

Mi specchio nel selfie dell'iPhone XS e grazie alla complicità della tecnologia posso autocompiacermi nell'immagine riflessa, pur nell'imbarazzo di rendermene conto. Mi piace riconoscermici, dirmi che sono io. Sono io oggi, coi miei cinquantaquattro anni, la mia vita, i miei capelli bianchi, questa barba indecisa che porto ormai da cinque anni senza convincermi a darle una direzione precisa.
La giacca blu.
La camicia bianca. Per anni le camicie bianche mi hanno fatto schifo, le ho disprezzate. Poi, senza alcuna ragione, un paio d'anni fa ho comprato una camicia bianca. Oggi nell'armadio ne ho una decina e le indosso più spesso delle altre.
Il golfino senza maniche, il "gipponetto". Dice Vic che il confine tra il gipponetto da ricco e quello da pensionato è sottilissimo, non fosse che alla pensione mi manca ancora un'eternità. Ne ho comprati tre nuovi qualche settimana fa, un paio li avevo già nell'armadio ereditati da mio papà. Li indosso spesso ultimamente, sotto la giacca, tipo cinquantenne con la station wagon e la casa in Brianza.

Ho la faccia stanca e in effetti sono molto stanco. Ci sono trentaquattro anni di energie spesso sprecate fra le due foto, parecchi metri verticali di distanza, infiniti chilometri orizzontali.
Guardo le due immagini accostate e mi prende una specie di malinconia infinita, o forse è solo una forma di serendipity.
Ho fatto tanta strada fra le due foto, per quante cazzate, ma anche cose interessanti, alcune tutto sommato abbastanza uniche, altre, molte altre, del tutto inutili. Comunque cose mie che fan parte di me.
Anche passare le serate a caricare su internet le mie foto tutto sommato lo è, tempo perso e inutile.
Tant'è.

Zucco2
Zucco dell'Angelone (LC), 1985
XSTRE
Casa, 2019
TAG: selfie
01.13 del 21 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 A tre cilindri
APR Running, Salute, Diario
Oggi sono tornato in strada dopo circa sei mesi. L'ultima uscita l'avevo fatta il 29 settembre, dieci chilometri, dopo un'estate abbastanza travagliata per la ripresa improvvisa delle fibrillazioni e parecchi allenamenti interrotti di conseguenza.
Qualche giorno dopo i problemi si erano di nuovo ripresentati e da lì in avanti non mi sono più fidato a uscire: la sera iniziava a far fresco, correvo sempre più il rischio di trovarmi a qualche chilometro da casa, sudato, in maglietta e pantaloncini, al freddo, in affanno, con le pulsazioni fuori scala, e non era affatto bello, no, né prudente.
Non volevo però mollare, così ho iniziato a usare il tapis roulant in camera che fino ad allora, in questi anni, aveva soprattutto preso della gran polvere. Pensavo a una soluzione temporanea, per qualche settimana, in attesa - boh? - che le fibrillazioni sparissero in qualche modo.
Spoiler: no, non sono più sparite.
Comunque.

Alla fine ho trascorso tutto l'autunno e l'inverno correndo sul tapis roulant, a volte anche per un'ora e mezza di fila. Mai meno di dieci chilometri (quasi sempre dieci chilometri), che sul tappeto sono lunghissimi, in leggera salita all'uno, uno e mezzo per cento.
E pensare che tre anni fa, quando ho traslocato qui, avevo provato a venderlo.

Ci vuole una resilienza tutta particolare per correre a lungo sul tappeto, soprattutto perché lo faccio in silenzio, senza musica. C'è sempre il muro davanti, il passo è costante, attorno tutto è immobile, nella mia camera in mansarda la luce è pure soffusa. L'unica cosa che puoi fare è pensare. Allontanarti il più possibile con la testa e pensare, dimenticarti completamente dell'orologio, del tempo, altrimenti cedi immediatamente.
Quando corro in strada inganno il tempo facendo mentalmente conti, oppure mi concentro sul paesaggio, sulla gente, sul contesto. Nella mia mansarda fisso un muro e cerco di allontanarmi con la testa il più possibile, non guardare il display del tapis roulant per nessuna ragione. All'inizio lo coprivo con un asciugamano, poi ho smesso di mettere le lenti a contatto, che tanto sul tappeto non servono, e ho risolto il problema alla radice.
Di solito riesco a staccare del tutto la testa per i primi cinque o sei chilometri, almeno una mezz'ora, ma il settimo e l'ottavo sono sempre micidiali, sono quelli dove rischio ogni volta di mollare, dove l'istinto si ostina a voler guardare il Garmin, o a provare a mettere a fuoco il display del tappeto, e la testa combatte per non farlo e tornare all'altrove. La battaglia per la resilienza è tutta concentrata lì dentro.
Il nono chilometro è quello dove so che scollinerò l'ora, perché sul tappeto corro più piano e soprattutto la misurazione effettiva della distanza è calibrata in eccesso, e a spingermi in avanti è dunque l'obiettivo minimo dei sessanta minuti di corsa.
Il decimo chilometro lo percorro ormai in volata verso il traguardo, per quanto stanco, accaldato, o demotivato possa essere.

In questi mesi ho corso molto meno, sono sceso a due, spesso a una sola volta a settimana, complici il lavoro, gli impegni, i viaggi. Però ho messo insieme circa trecento chilometri sul tappeto e sono riuscito a non smettere mai. Nelle ultime trasferte ho infilato in valigia le scarpette e quando ho avuto occasione ho sfruttato anche le palestre degli hotel.
Nonostante abbia drasticamente ridotto il numero degli allenamenti e la distanza media, da ottobre ho via via guadagnato più di un minuto al chilometro e non ho mai mollato prima di avere completato almeno i miei dieci chilometri. Una sera a Houston non mi sono accorto di aver passato gli undici, in ottima forma e distratto dai monitor della tv in palestra.
Sul tappeto vai piano, sì, ma intanto le pulsazioni in corsa questi mesi sono scese costantemente, ho fatto lunghe tratte correndo anche sotto i 120 battiti, praticamente nulla. E quindi ho via via spinto sempre di più, nonostante abbia diradato gli allenamenti.
Le fibrillazioni non sono più comparse, anzi, battiti sempre come un orologio svizzero. In compenso negli ultimi tempi si sono spesso manifestate completamente a riposo, a tradimento, in qualche modo complicando maggiormente il quadro generale.
La prossima settimana andrò a fare l'ennesima visita.
Comunque.

Comunque è iniziata la primavera e basta, oggi sono tornato in strada dopo sei mesi. Ero convinto che questi mesi di tappeto mi avrebbero garantito prestazioni più che soddisfacenti, perché così mi dicevano le esperienze passate: sembra di andare lenti sul tappeto e poi invece in strada si vola. Invece no, una schifezza.
Qualcosa probabilmente ha giocato un po' di ansia, sono partito subito con le pulsazioni insolitamente alte e sono rimaste tutto il tempo in zona massima. Non me lo aspettavo, era come se fossi completamente fuori allenamento, sconfortante.
Il passo è stato davvero frustrante. Alla fine in questi sei mesi ho perso un minuto secco al chilometro e non sono riuscito nemmeno a stare dentro l'ora, anzi, ho sforato abbondantemente. Sono praticamente tornato indietro di un anno e mezzo.
E nulla, ho rimesso su chili e mi sono riavvicinato agli ottanta, e certo non basta una media di un'ora alla settimana sul tapis roulant per correre a cinque minuti al chilometro.
E poi ancora la scorsa settimana mi son fatto quattro giorni di fila fuori combattimento e l'ho saltata a piè pari.

Non basta non mollare, ci vuole di più, ma altre trasferte sono in arrivo, sono sempre più stanco, gli anni passano e si sentono, ed è sempre più difficile.
Forse devo davvero lasciare a casa una volta per tutte l'orologio e accontentarmi di mantenermi in una condizione di salute normale, far quel che ho voglia di fare quando ho voglia di farlo, cercare di curare l'alimentazione di più - che però è la ragione per cui mi serve correre, perché paradossalmente appena rallento con l'attività fisica rimetto subito in moto la fame inutile che mi tradisce con i fuori pasto, i dolci, il bicchiere di vino in più, e i chili decollano immediatamente.
Infatti.

Boh. Domenica ci riprovo, vediamo un po'. Forse era davvero solo un po' l'ansia di tornar fuori.
E comunque mercoledì vado a correre con l'holter e vediamo se salta fuori qualcosa.
Non dovesse saltar fuori, niente, ormai lo so: devo solo aspettare, prima o poi ricapiterà e a quel punto dovrò decidermi a fare l'unica cosa sensata in mezzo a tutto questo: alzare il culo e andare a farmi vedere *mentre* ho le fibrillazioni in corso, non così a campione ogni tanto.
Poi sarà quel che sarà.
Cheppalle.

Tapiro

Update: tornato in strada due giorni dopo, per fortuna ho staccato un 59':00". Non benissimo, ma visto com'era andata e considerati i trascorsi, posso dire di aver tenuto botta tutto l'inverno (e anche il peso in realtà è molto meglio di quanto pensassi, bravo Carlo!).
TAG: running, salute, corsa, cuore
01.10 del 06 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
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