Orizzontintorno Carlo Paschetto
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27 American style
GEN Masterchef, Diario
Così gli anni volano via, io sono appena rientrato dagli Stati Uniti e Leonardo è partito (quasi) da solo per Londra, e questa mattina all'aeroporto lo guardavo all'imbarco in mezzo ai suoi compagni e pensavo che in qualche modo è un passaggio del testimone, e un po' mi sono commosso, ché alla fine è pur sempre ieri che lo tenevo in braccio e lo mettevo a letto raccontandogli le storie.

E quindi niente, pancakes. Che mi son venuti proprio bene, va detto (va detto anche che è la terza colazione, dopo quella all'alba appena svegliato e quella in aeroporto).

Pancakes
TAG: pancakes
11.54 del 27 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Fahrenheit cinquantaquattro
GEN Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Così per la prima volta in vita mia il giorno del mio compleanno sono altrove. A Houston fa freddo ed è la terza volta in dieci mesi che torno negli Stati Uniti. A Houston non c’è nulla, così nulla che negli hotel è normale ordinare da mangiare dai fast food a domicilio e farselo portare in camera.
C’è un pugno di grattacieli a downtown, un reticolo infinito di autostrade a sedici corsie che le si attorciglia attorno, e niente altro. In giro nessuno, la gente qui si sposta solo in macchina. Non ci sono quasi negozi, a meno dei centri commerciali, non ci sono ristoranti, a meno dei fast food, dei burger king, dei tacos, dei pizza take away. Houston è la città col più alto tasso di obesità degli Stati Uniti e il maggior consumo di aria condizionata.
Non c’è alcun motivo al mondo per venire a Houston, a meno che tu non lavori a Sugar Land. Io ora sto lavorando a Sugar Land.

Così ho cinquantaquattro anni e grazie ai fusi orari ho due giorni e sette ore in più dell’età anagrafica. Il 2019 è iniziato da soli ventuno giorni e ho già volato quattro volte, attraversato un oceano, messo piede in quattro paesi stranieri e fatto un’altra foto con l’elmetto.
Cinquantaquattro anni sono un discreto precipizio dal quale provare ad affacciarsi e guardare giù. Vito ne aveva cinquantacinque. Stefano ne aveva quarantasette e qualche giorno fa se n’è andato anche lui senza avvisare, come Vito, per caso, non per ingiustizia, ché la giustizia e il senso non c’entrano nulla, il caso sì.
Io Stefano lo conoscevo, Vito praticamente no, e tuttavia i sottotitoli che scorrono sotto l’immagine riflessa ogni mattina nello specchio sono gli stessi.

Così sabato eravamo in chiesa, il trolley appena disfatto lasciato sul letto di casa, ché ero appena rientrato dalla Germania e dovevo ripartire subito per gli States, e mentre ero in chiesa pensavo che era tanto tempo che la morte non colpiva così vicino, e che forse la cosa davvero priva di senso è che ci alziamo ogni mattina, non che il caso ci porti spesso via senza avvisare, un po’ quando vuole, e che dovremmo stupirci di più ad ogni nostro risveglio e farne qualcosa di utile.
Poi invece non ci riusciamo quasi mai e amen. Perlomeno, io non ci riesco.
Così sabato in chiesa pensavo che sono un po’ stronzo e anche che un po’ di fede, o perlomeno il dubbio, non guastano mai.

Così, dopo non so più quanti anni che ci raccontiamo le nostre vite ed essermi tenuto per tutto questo tempo ostinatamente a distanza da ogni altra occasione di intrecciarle davvero, è capitato che (mi) ci volesse una chiesa per conoscere infine .mau., e MrFisk, e dirsima, e Bob Draco, e anche altri che non sono (stato) capace di ricordare già l’istante dopo esserci presentati e spero mi perdonino se e quando ricapiterà che ci incontreremo di nuovo e non li riconoscerò, perché no, il contesto non favoriva, e già io non sono fisionomista di mio, anzi, sono un vero disastro, ho anche scritto un post non molto tempo fa sul fatto che non mi ricordo delle persone dopo che me le hanno presentate, nemmeno se ci sto assieme per tre ore in riunione chiuso dentro una stanza, figùrati lìpperlì che perdipiù ero già di mio parecchio altrove, occupato a cercare di distogliere lo sguardo da un po’ tutto e a divincolarmi dal disagio, dall’inadeguatezza, dallo smarrimento, dall’inevitabile transfer dell’immaginare il destino che scambia la carta d’imbarco col tuo vicino in coda nel quale ti rispecchi, per poi scacciare immediatamente il pensiero, vergognandoti anche un po’ del provare a far tuo anche per un solo istante quel dolore che non ti appartiene e che ti appare sconfinato.

Così, dopo la messa, ero lì in disparte fuori dalla chiesa, incapace a trovare una collocazione giusta al mio malessere, e osservavo con la coda dell’occhio la folla, cercando di non perdere di vista i movimenti di Lorenza, mia unica guida nel mondo immaginario, sperimentando la sensazione del tutto straniante di conoscere tutti e non conoscere nessuno, non avere la minima idea di chi fossero le persone attorno a me eppure sapere probabilmente molte più cose di buona parte di loro di quanto non sappia cosa combinano i miei figli a scuola ogni giorno, e l’impossibilità e l’incapacità di associare un volto reale ai nickname e a ciascuna di quelle storie quotidiane che mi accompagnano da anni, rendermi conto di non aver mai assimilato davvero nemmeno le fotografie e gli innumerevoli selfie che pubblichiamo di continuo, e dunque la disarmante e sorprendente estraneità di quella che è la mia abituale e familiare comfort zone, come i pezzi alla rinfusa di un puzzle dentro a una scatola priva della figura intera.
Vorrei ringraziare MrFisk e .mau., gli unici peraltro ai quali avevo già dato un volto a priori, per avermi sottratto a quel disagio e anticipato nel rompere il ghiaccio. E sì, ci sarebbe voluta tutt’altra occasione. Capiterà spero.

Così non l’ho mai fatto e ho sempre volutamente evitato di interrogarmi sul senso di una comunità alla quale appartengo da anni (le appartengo?), incomprensibile a chiunque altro io frequenti al di qua del monitor, così ad altrui incomprensibile da averci scritto anni fa un post particolarmente polemico, mirando dritto alla mia generazione e agli amici coi quali divido bottiglie di vino fin da quando nemmeno avevo la patente, così a fuoco che sono certo quegli stessi amici mai lo abbiano letto, pur essendo il post in assoluto più letto in sedici anni di questo blog.
Capiscono molto più Leonardo e Carola quando racconto loro di amici in ogni dove che fanno e sanno cose che io non so e non faccio, e pur sempre resto convinto, un po’ come Yeridiani, che almeno per quanto mi riguarda il confine del monitor contribuisca alla conservazione della mia comfort zone e al mio essere quel che sono, mi consenta di riappropriami ogni giorno della mia identità.
Ciò non toglie che talvolta poi io scavalchi il monitor. Con Stefano (e Federica) lo avevo scavalcato, naturalmente un po’ trascinato a farlo.
E alla fine è tutto lì.

Stefano era un viaggiatore, più di me, di quelli che ho sempre invidiato un po’. Ci siamo conosciuti nel momento in cui io volavo di meno e lui di più, ci siamo raccontati i nostri voli e i nostri figli hanno giocato insieme sul tappeto di casa. Ci siamo frequentati poco. Io frequento poco tutti, a volte forse troppo poco, a volte quasi per nulla, ma Stefano istintivamente mi piaceva molto. Quelle cose che ti annusi e il resto va un po’ da sé, o forse te lo immagini e basta.
Ho sempre invidiato soprattutto il suo avatar.
Vorrei dirgli che le foto con l’elmetto sono un po’ ispirate a lui, ma è tardi.

Il mese prossimo dovrei tornare nuovamente negli Stati Uniti, volare in New Mexico, poi andare direttamente in Brasile e poi ritornare ancora in Texas dal Brasile. Poi voglio stare a casa un po', che ho cinquantaquattro anni, ho delle cose e una vita a casa di cui occuparmi, e non voglio più partire da solo.
Dice che i blog sono tornati di moda. Per febbraio sono già a posto.
Da qualche tempo non riesco più a governare i capelli e mi appaiono sempre più bianchi, o forse sono io che mi sembro sempre più stanco.

compleanno20192
TAG: Houston, Texas, compleanno
06.07 del 21 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
06 Ritorno all'Aletsch Arena
GEN Viaggi verticali, Spostamenti, Diario
Dice che nel 2019 i blog tornano di moda. Questo non ha mai chiuso since 2003, nonostante qualche guerra, le magagne tecniche, l'ormai cronica assenza di manutenzione da qualche anno, le mie numerose vite che cambiano in continuazione, le stagioni che non ci sono più, eccetera.
In questi sedici anni sono cambiato io, sono cambiate le cose che scrivo e il mio modo di scrivere, sono cambiati i contenuti - viaggi a parte, ché di quello scrivo sempre, e del resto fin dall'inizio i miei spostamenti sono stati il fil rouge di questo sito, non bastasse il nome.

Comunque niente, dice appunto che tornano i blog e io in realtà volevo scrivere due righe sul mio ritorno a Fiesch sei anni dopo, questa volta coi ragazzi, a Fiescheralp per la verità, ché nell'hotel di allora - e in tutta Fiesch - posto non ne ho trovato, e peraltro Fiescheralp è tutt'altra storia, lassù isolata a duemila-e-due, raggiungibile solo in funivia, minuscola, niente più di un antico alpeggio trasformato in esclusiva stazione sciistica, due alberghi, piuttosto spartani invero, almeno il nostro, un negozio, la stazione della funivia e qualche baita, un gatto delle nevi e alcune motoslitte per spostarsi durante il giorno se non hai gli sci, e la sera, quando cala l'oscurità e la funivia chiude, fine, silenzio totale, gelo all'esterno, ché a quella quota a gennaio vai abbondantemente sotto zero, calore dentro all'hotel, vino caldo volendo, cucina svizzera, che un granché non è mai stata, un libro, buio e stelle in cielo, un paio di husky accoccolati all'esterno che si scaldano a vicenda, chiacchiericcio attorno a bassa voce, perlopiù di matrice germanica, alcuni inglesi due tavoli più in là.

Di giorno invece ti infili gli sci sull'uscio dell'albergo e al rientro te li togli praticamente in camera, dopo una giornata intera trascorsa a macinare chilometri e chilometri di neve battuta e non, col panorama infinito dell'Aletschgletscher, di tutti i quattromila dell'Oberland, del Monte Rosa e del Vallese, e la piramide del Matterhorn a segnare l'orizzonte infinito dal piccolo Himalaya che ha dato il nome a Concordia, al cospetto del K2, e dunque.
Che giornate spettacolari, di neve, sole, cielo cobalto e freddo intensissimo, fino a venti sotto zero, ma accidenti, che scia di tracce meravigliose e la sorpresa di quasi nessuno attorno, chilometri e chilometri e chilometri di neve bella per quasi noi soli.

Un po' sì, mi è mancata la consolidata familiarità della Valchiavenna, i volti di sempre, le chiacchiere serali con gli abituali incontri a scadenza annuale, i pranzi con gli amici alla Baita del Sole, le infinite discussioni sulle condizioni del Canalone, quest'anno è dura, quest'anno è troppo tracciato, quest'anno son meglio i Camosci, quest'anno vengo su solo per il Canalone, quest'anno ci vuole l'Arva, quest'anno la funivia è sempre chiusa. Quest'anno non siamo andati.
Per la verità non ci credevo davvero, un anno fa, quando scrivevo che quest'anno saremmo andati altrove.
E invece.

E invece abbiamo fatto bene, molto bene. Ha fatto bene a tutti e tre.
La Tunnelpiste non è il Canalone, ma l'attacco a cinquanta gradi è come lo ricordavo: verticale. Duecento metri di vera picchiata dove è vietato cadere. Nemmeno il Pas de Chavanette, il leggendario Muro svizzero di Champery, è così fuori dal codificato. Per quante volte la puoi ripetere, hai sempre un attimo di esitazione prima di oltrepassare l'orlo dell'attacco e affrontare la prima curva a salto verso il basso, calcolando il movimento e sperando che il fondo non sia troppo ghiacciato.
E poi l'esposta cresta dell'Eggishorn, affacciata sul ghiacciaio dell'Aletsch, spazzata da raffiche di vento a cento orari che a tremila metri sollevano nubi di polvere d'argento contro la luce radente del tramonto. Una discesa sempre mozzafiato, vertiginosa, per chiudere in modo perfetto la giornata prima che il sole scompaia dietro il Cervino.

E poi, ancora, niente. Non è la Valchiavenna e non è l'Aletsch Arena. È che nella mia aria sottile sono sempre a casa, ovunque. Mi bastano poche ore e tornare a valle diventa ogni volta sempre più un obbligo inaccettabile, l'anomalia di un altrove che non mi appartiene, proprio a me che appartengo ad ogni altro altrove.
Domani inizia un anno nuovo in pianura e io non sono mai acclimatato.

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Tutte le foto sono qui.
TAG: Aletsch, Fiesch, sci, montagna
22.58 del 06 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
01 È già un anno fa
GEN Diario
Così ho detto ciao all'anno vecchio. #LastRun2018

2019.01.01
TAG: selfie
14.33 del 01 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
31 Domani danno vento
DIC Diario
Alla fine, fra altre cose, quest’anno ho anche archiviato una ventina di libri, alcuni piuttosto interessanti, un paio almeno da ricordare, direi un altro paio piantati a metà.
Potrei aggiungere che ho perso venti chili, ma in verità la maggior parte li avevo già lasciati per strada nel 2017. Dopo otto mesi di dieta strettamente controllata e un migliaio di chilometri nelle gambe, a marzo ho infine arrestato la discesa e ho poi vissuto di rendita, cercando di non lasciarmi troppo andare e di continuare a correre almeno un paio di volte a settimana.
Non ci sono sempre riuscito, anzi. Dalla scorsa estate ho praticamente dimezzato le uscite settimanali e ho smesso di tenere il diario alimentare, complici anche i nuovi disturbi cardiaci che a sorpresa sono ricomparsi a primavera frustrando definitivamente qualunque ambizione di ritornare alle gare. Così, negli ultimi mesi, ho inevitabilmente ripreso qualche chilo che adesso sto cercando di recuperare.
Intanto però chiudo l’anno avendo portato a casa anche stasera una decina di chilometri, nonostante l’influenza che non mi molla da una settimana.

Non ho dunque smesso di correre, no, nemmeno di fronte al ritorno delle fibrillazioni, e - prima che si manifestassero nuovamente - il 2018 è stato pur sempre l’anno in cui mi sono ripresentato al centro di medicina sportiva e sono riuscito a riguadagnarmi la certificazione per la corsa, otto anni dopo aver interrotto la mia carriera di maratoneta.
Ho anche ripreso a sciare con la fluidità e la forma di un tempo, ed erano anni che non trascorrevo ore sulla neve senza sosta, divertendomi nuovamente, soprattutto riuscendo a star dietro ai figli, che ormai hanno sorpassato il papà a destra e han gambe da vendere.

Erano anni, sì, che non mi divertivo così. Pensavo quasi di essere arrivato al capolinea, e invece. Sarebbe interessante provare a rimettere le pelli, che giacciono riposte nel baule dell’attrezzatura da troppo tempo, e tornare alla mia amata aria sottile, ma mancano un po’ la voglia e la motivazione, e forse sì, quella è davvero una stagione della mia vita che è ormai chiusa in soffitta, per quanto possa guardarmi alle spalle con malinconia.
Quanto al cuore, alla fine, da ottobre sembra tornato tutto regolare. Fibrillazioni di nuovo scomparse e chilometri di nuovo nelle gambe senza troppe preoccupazioni. Non è un caso direi e ormai posso dare la diagnosi per acquisita.

Per qualche ragione non riesco a rendermene davvero conto, ma nel 2018 ho completato un paio (quasi) di giri del mondo e per la prima volta ho messo piede in quattro continenti nello stesso anno, collezionando anche due viaggi in America. Del tutto inaspettatamente è stato un anno di chilometri a decine di migliaia, l’anno in cui ho infilato, nell’arco di pochi mesi, New York e Tokyo, Shanghai e Sydney, in cui sono tornato nel Pacifico e in cui per la prima volta ho fatto uno stop over in un paese nel quale non ero mai stato prima, senza avere nemmeno il tempo di sdoganare.
Ho trascorso per aria un tempo considerevole, timbrando anche la singola tratta e il viaggio aereo più lunghi della mia vita, con le quattordici ore da Abu Dhabi a Sydney e le due notti consecutive in volo viaggiando da Milano a Rarotonga.
In parte è stato possibile grazie alla Provvidenza e alla mia nuova vita professionale, l’ennesima, piovuta dal cielo quando stavo per arrendermi a quello che sembrava ormai un tracollo inarrestabile. Altrove dicevo che ho dovuto arrivare a cinquantatré anni per realizzare quello che sognavo quando ero un giovane universitario: viaggiare per il mondo ed essere pagato per farlo. Ma non è tanto questo il punto.
Sono abbastanza certo che ci sia stata la mano di papà.

È capitato tutto così all’improvviso, esattamente quando doveva capitare, con precisione millimetrica. I primi otto mesi del 2018 sono stati disastrosi, la situazione peggiore in assoluto da dieci anni a questa parte. Ero davvero rassegnato, non avevo alcuna visibilità sul mio futuro oltre l’estate e non c’era alcun segnale che la tendenza potesse invertirsi, certamente non in modo così repentino e determinante. Ormai la saracinesca era abbassata.
Non so come sia accaduto, come sia stato possibile all’improvviso quello che negli ultimi tre anni era sembrato sempre più impossibile. Ho iniziato agosto a casa con la testa fra le mani. Il 6 settembre mi sono trovato su un volo per Francoforte con una nuova vita davanti e da allora non sono più atterrato.
Per essere un anno che si era annunciato come il più disastroso della mia vita, il 2018 merita una conversione piena al cattolicesimo.
Certo sono ancora ben lontano da una parvenza di comfort zone, ma per una volta perlomeno l’andatura non è di bolina e posso riprendere fiato. E allontanare le fibrillazioni.
Intanto a papà ho portato un alberino di Natale.

Nel 2018 ho anche finalmente portato i ragazzi in cima alla Grigna, dopo anni che ce lo ripromettevamo, e io e lei abbiamo poi fatto un bellissimo piccolo viaggio in centro Italia, per brindare alla nuova vita che stava per iniziare.
È stata una bella estate e avrebbe potuto essere la peggiore in assoluto.
Bisogna imparare a riconoscere le cose preziose e il tempo buono, e ricordarselo quando ricomincia la tempesta.

Due giorni fa è morto Vito. Era il mio vicino di casa e di fatto non ci conoscevamo. Sono quasi tre anni che abito qui e forse c’eravamo incrociati tre o quattro volte. Ho persino fatto fatica a capire chi fosse, a ricordare il volto, finché non ho visto la foto su un giornale locale.
Lascia la moglie e due figli. Aveva circa la mia età.
Il tempo buono va vissuto. Va capito subito e vissuto.

Come ci eravamo ripromessi dodici mesi fa, dopo sette anni non inizieremo più l’anno in Valchiavenna. Il 2019 lo battezzeremo sulle nevi svizzere, meteo permettendo, che per la verità non promette nulla di buono.
Sarà un anno che inizierà dunque oltralpe e che, almeno nei piani, mi vedrà di nuovo mettere piede almeno in tre o quattro continenti e che potrebbe riportarmi, fra altri posti, in Brasile dopo trent’anni, in India, a Singapore e negli Emirati.
Il primo biglietto aereo è già in tasca. Inizio il 16 gennaio, volando in Germania. La settimana dopo tornerò negli Stati Uniti, a Houston. A febbraio ancora negli States, New Mexico e poi di nuovo Texas.
Un anno che inizia volando è sempre un buon anno.

Fra pochi giorni avrò cinquantaquattro anni e non è più tempo di guardare in avanti, sperando e programmando.
È tempo di vivere ora.

2018.12.31b
TAG: capodanno, diario
23.44 del 31 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
24 Quattro.
NOV Diario
Questo sabato scivola via, ho appena finito la (seconda) colazione, piove, devo uscire con Carola per fare qualche commissione. Nel pomeriggio passo da San Materno, ché devo ritirare le chiavi, probabilmente stasera andiamo al cinema.
Do un’occhiata rapida all’agenda, c’è un appunto. Anniversario.
Lo sapevo in realtà, ma stamattina al risveglio non ho fatto mente locale, probabilmente perché andiamo domani dalla mamma per la messa e per cena, e così sono rimasto sfasato rispetto al calendario.
Sono già quattro anni.
Stavo per scrivere "ormai".

Sono passato da te a inizio mese, prima di partire per l’oriente, a ringraziarti e a chiederti come sempre di darmi un’occhiata. Sono sicuro che ci sia del tuo in tutto questo, o perlomeno tu lo sapevi da allora e adesso capisco alcune cose.
Detto fra noi, considerato che certo non eri la persona da cui potrei mai aspettarmi i numeri giusti, potevi magari farmelo capire, ché sono stati due anni di inferno papà, accidenti.

Io credo che saresti stato fiero di me oggi, a sapermi finalmente su quell'aereo.
Non mollarmi la mano proprio ora, per favore.

(mi correggo: credo che tu lo sia)

papa2018
TAG: papà
10.47 del 24 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
18 Un anno
AGO Running, Salute, Diario
Ieri ho compiuto un anno da quando mi sono rimesso le scarpette e sono tornato in strada, e già questo è un traguardo di cui essere contento perché, onestamente, non avrei scommesso un euro che questo nuovo tentativo di riprendere a correre dopo sette anni sarebbe andato più in là di qualche settimana.
Invece questa volta ho tenuto duro, tutto sommato senza nemmeno troppi alti e bassi. Con l'arrivo dell'autunno ho ripreso il lavoro e ho portato le scarpette con me anche in trasferta, anzi ho approfittato delle mie serate solitarie a San Martino per darci sempre più dentro e un po' alla volta limare i tempi, allungare i percorsi, riavvicinarmi alle prestazioni di un tempo.
Non mi sono fermato nemmeno quando il freddo ha iniziato a farsi davvero sentire: ho rispolverato l'abbigliamento invernale rimasto chiuso negli armadi per anni e ho continuato, con la pioggia e con la neve, sotto zero e la sera tardi, iniziando a correre spesso anche in salita.
Ho scollinato l'inverno e a maggio ho passato anche la visita sportiva.

Per fermarmi, quasi, c'è voluto il ritorno delle fibrillazioni, improvvise e inattese, solo pochi giorni dopo aver ottenuto la certificazione. In realtà, pur con qualche timore, sono riuscito a non smettere lo stesso: il cardiologo mi ha raddoppiato i betabloccanti, ho studiato la situazione per qualche settimana, ho più o meno individuato la causa dei problemi e con molte cautele ho continuato.
Certo ho diminuito le occasioni, un po' per il caldo, che quest'estate ho patito parecchio, un po' per paura, un po' per frustrazione: negli ultimi due mesi sono andato solo una o due volte a settimana, spesso interrompendo per il manifestarsi delle fibrillazioni, e le prestazioni si sono drasticamente abbassate di colpo, complice anche la doppia dose di betabloccanti.
Un po' alla volta ho iniziato a fare sempre più fatica a completare i miei dieci chilometri standard e anche i tempi sono tornati sopra l'ora. A un certo punto, qualche settimana fa, avevo perso quasi dieci minuti rispetto a soli due mesi fa, addirittura fino a un minuto e mezzo al chilometro. Praticamente non riuscivo più a completare un percorso, anzi, spesso mi fermavo dopo quattro o cinque chilometri.

Nelle ultime due settimane, con un po' più di tranquillità interiore, grazie anche a temperature leggermente più moderate e non avendo altro da fare, ho ripreso ad andare con regolarità e finalmente sono tornati anche i risultati.
Dopo più di due mesi, questa settimana ho finalmente infilato di nuovo un paio di uscite consecutive di dieci chilometri sotto il limite dei sessanta minuti, oggi fermando il cronometro di poco sopra i cinquantotto. Ci voleva per festeggiare questo anniversario con un po' di ottimismo e continuare a guardare in avanti.

I numeri delle statistiche mi dicono che in questi dodici mesi ho totalizzato oltre 1.100km, circa la metà di quelli che correvo dieci anni fa nello stesso intervallo di tempo, uscendo 115 volte, ovvero quasi una ogni tre giorni: un altro indicatore di perseveranza del quale posso andare fiero. Non ho mollato mai.
Ho perso quasi venti chili e a parte la schiena, che per la verità non si è praticamente più davvero ripresa, tutto il resto sembra funzionare bene: compreso il cuore, tutto sommato, perché è evidente che le fibrillazioni hanno origine da problemi non strutturali, diciamo così.
Comunque in autunno dovrò tornare dal cardiologo e se ne riparlerà.
A malincuore ho invece purtroppo abbandonato pilates, dopo tre anni: non potevo più permettermelo economicamente e d'altra parte riuscire ogni settimana a infilare due o tre uscite di corsa e la lezione di pilates era sempre più difficile. Però mi dispiace, anche perché in questi anni mi aveva fatto davvero bene alla schiena.

Alla fine, almeno per ora, ho messo da parte qualunque ambizione di tornare a fare dell'agonismo, o di rispolverare qualche sfida lasciata nel cassetto. Se ancora a maggio mi trastullavo con un po' di idee in tal senso, il rimanifestarsi delle fibrillazioni mi ha tagliato le gambe definitivamente, almeno sul medio termine. Va già bene riuscire a conservare la motivazione per non smettere e mantenere la forma ritrovata.
Magari più avanti se ne riparlerà, forse, ma dovessi proprio dire ho la sensazione che difficilmente nel mio futuro ci saranno altre maratone, o anche solo mezze distanze, men che meno obiettivi più ambiziosi. Problemi di cuore a parte, la verità è che se mi volto indietro a guardare questi mesi mi rendo conto non ne ho: più tempo e più testa di quel che ho investito in questo ritorno in strada non riesco a trovare.

Però sono tornato in montagna con fiato da vendere, ho alle spalle una stagione sciistica come non mi godevo da anni, ho portato i ragazzi in Grigna e se mi mantengo posso sperare di fare altre cose più impegnative con loro, come tutto sommato ho sempre sognato.
Sono anche tornato a farmi lunghe nuotate al mare, ho perso tre taglie (e ho dovuto rifarmi di nuovo tutto il guardaroba) e posso mangiare un po' quel che voglio senza troppi sensi di colpa.
E infine ho una scorta di pantoprazolo nell'armadietto della farmacia che sta lì a prender polvere da un anno e che ormai è prossima alla scadenza.

Tutte ottime ragioni per comprare un nuovo paio di scarpette alla fine dell'estate, tenendo un occhio al cuore ché non faccia troppi capricci.

rapporto1
TAG: running, salute, corsa, cuore
22.23 del 18 Agosto 2018 | Commenti (0) 
   
13 Intanto fuori fa temporale
AGO Diario
A occhio, a quest'ora avremmo dovuto lasciare Fermo (67) in direzione di Ascoli Piceno (68), dopo aver trascorso la scorsa notte a Macerata (66). Almeno, così avevamo organizzato le prenotazioni negli hotel.
Poi, dopo un paio di notti ad Ascoli per poter mettere piede anche a Teramo (69), un giro ad anello attraverso i Sibillini e le zone terremotate, una sosta a Norcia e quindi altre due notti a l'Aquila (70). Da lì, Campo Imperatore, la salita al rifugio Duca degli Abruzzi, poi Pescara (71) e Chieti (72). Quindi la sfida a dimostrare che il Molise esiste: una notte a Termoli, poi Campobasso (73) e Isernia (74). Rientro probabilmente toccando Frosinone (75) e Latina (76).
Questo il programma di massima per queste due settimane, una bella botta al Centodieci. Me lo appunto qui per la prossima volta.

Non siamo partiti. Come già accaduto un anno fa quando eravamo in prossimità di un giro analogo in Sardegna, purtroppo abbiamo dovuto rinunciare all'ultimo momento, solo trentasei ore prima di metterci in macchina.
E così questa estate scivola via nel nulla, quasi interamente trascorsa a casa, con l'esclusione di tre rapide puntate nel buon retiro dell'Elba nei weekend di luglio per portare i ragazzi e andare poi a riprenderli. Erano due anni peraltro che non ci tornavo, ché l'estate scorsa avevamo saltato anche il consueto appuntamento stagionale con Tara.
Ogni volta che salgo sul traghetto e attraverso il braccio di mare in direzione di Rio riesco almeno a lasciare tutto il resto in continente, anche se solo per poche ore.
Ora nulla, casa, nessun programma, cerco di andare un po' a correre al parco tenendo a bada le fibrillazioni.

Elba20181
Elba20182
Elba20183

In realtà, in questa estate che va a chiudersi rapidamente lasciando dietro un vuoto a perdere che proprio non ci voleva, qualcosa è successo.
Settembre porterà l'inizio di una nuova vita: ormai non le conto più, forse la mia sesta o settima esistenza. Come un felino rinasco ogni volta e più passano gli anni, più devo ricordarmi che il conto sale e il bonus tende a zero.

La penna è quella di papà. Ci sono voluti quasi quattro anni per tirarla fuori di nuovo. Per fortuna avevo una cartuccia di ricambio.

FirmaDeNora
TAG: Elba, lavoro
16.15 del 13 Agosto 2018 | Commenti (0) 
   
03 Commuting
GIU Diario, Fotoblog
Così, ultimamente, non guido. Non passo ore in coda nel traffico. Cammino, leggo, dormicchio in treno, mi guardo attorno.
Soprattutto, mi guardo attorno.
E, andando e tornando dal lavoro, faccio foto, perlopiù nel tragitto a piedi da casa alla stazione, ma non solo.

C'è come un confine invisibile fra quello che è lo spazio dove vivo, che mi appartiene, che guardo in soggettiva, e l'altrove al quale mi collega la ferrovia, il centro urbano che attraverso senza farne più parte da tempo, che osservo dall'esterno e mi è ormai alieno.
Fotografo i due mondi e non posso fare a meno di amare sempre più la distanza che mi separa dalla città che ho abbandonato quasi quindici anni fa.

Pendolare01
Pendolare02
Pendolare03
Pendolare04
Pendolare05
Pendolare06
Frazione Ca' Bianca, Arcore
Pendolare07
Stazione Dateo, Passante ferroviario, Milano
Pendolare08
Metro M5, Milano
TAG: arcore, milano
23.51 del 03 Giugno 2018 | Commenti (0) 
   
23 Buttafava state of mind
MAG Diario, Fotoblog
Sto sviluppando una ingiustificata passione per la piccola stazione di Buttafava sulla linea Monza-Oggiono-Lecco, a pochi passi da casa mia, della quale ho iniziato a servirmi per cercare il più possibile di abbandonare l'auto in garage.

La cosa che più amo è la voce gracchiante registrata che avvisa zelante il sopraggiungere del treno al binario UNO.
Treno che, per inciso, è nuovo di zecca e spesso puntuale al minuto.

Buttafava104
Buttafava105
Buttafava106
TAG: Buttafava
15.54 del 23 Maggio 2018 | Commenti (0) 
   
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