Orizzontintorno Carlo Paschetto
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28 .
DIC Diario
Addio
23.00 del 28 Dicembre 2019  
   
21 Happy Christmas
DIC Diario
2010, il primo senza i ragazzi.
2014, il primo senza papà.
2019, sulla scrivania di camera un regalo dello scorso anno, inutilizzato.
Magari nel 2020 lo riciclo a qualcuno.
13.14 del 21 Dicembre 2019  
   
19 Ancora due giorni
DIC Diario
E all'improvviso, guardandomi allo specchio, mi accorgo che mi sono comparse due nuove rughe profonde, verticali, proprio in mezzo alla fronte. Nettissime, scure.

Ho il volto molto stanco questi giorni, segnato, con le occhiaie.
Da quando son qui, ormai una decina di giorni, dormo malissimo, quasi nulla.

Queste nuove rughe mi dicono molte cose.
Nessuna bella.
TAG: vita
18.15 del 19 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
17 Di America e solitudine e ghiaccio sotto
DIC Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Giorni fa sul volo per Houston ho visto questo film molto americano, “Breakthrough”, tratto da una recente storia vera che narra la vicenda di un ragazzino di quattordici anni sopravvissuto a un annegamento in un lago ghiacciato.
È quello che si potrebbe definire un film a scopo di evangelizzazione, immagino prodotto coi finanziamenti della chiesa presbiteriana-avventista-pentecostale o qualcosa del genere, interamente centrato sulla tesi del miracolo che interviene di fronte alla resa della medicina, e dunque della scienza. Le preghiere della mamma che vincono dove l'intubazione e il defribillatore non possono più nulla, insomma.
Oh, magari ci sta. Dacché poi ci si va a interrogare sull'imperscrutabilità del disegno divino che salva il ragazzo vitaminico della famiglia bene americana, ma condanna i poveri negri della porta accanto (che infatti verso la fine del film si lamentano e protestano anche un po': ma come, perché tu sì e mio papà no?).
Comunque.

La storia scava a fondo nella cultura cattolica profondamente bigotta e conservatrice - qui ovviamente imprescindibile per ogni buon americano - tipica della provincia yankee, dove democrazia e giustizia sono amministrate affidandosi all’interpretazione letterale della Bibbia e la bandiera americana sventola davanti a ogni casa e al cospetto di Dio. È quel tipo di cultura evangelica che affonda le radici nei discendenti dei padri Pellegrini e ancora oggi si radicalizza ad esempio nelle comunità mormoni che avevo visto in Ohio qualche mese fa.
A modo suo Breakthrough è un film anche commovente e coinvolgente, e d’altra parte è costruito apposta per far piangere e portare in chiesa gli onesti cittadini patrioti americani, retorico a sfiorare il grottesco, spaventosamente reale nella rappresentazione dell’America vera, quella al di là del New England e dell’avanguardia Californiana, l’America profonda, coi suoi sermoni, i suoi pastori, le congregazioni, i college, le piccole comunità del countryside.
Un film dell’orrore, a seconda dell'angolo di osservazione, ma con un suo punto.

Sorvolavamo le sterminate pianure gelate del Minnesota e dell’Iowa, una teoria infinita di forme geometriche disegnate dai campi di grano spolverati di neve e ricoperti di ghiaccio, e dal reticolo di strade rettilinee che tagliano tutta la regione centrale degli Stati Uniti; un mosaico invernale affascinante che avevo già apprezzato un anno fa durante il volo da Seattle a Minneapolis.
Ogni tessera del mosaico è punteggiata dalla sua farm, la vedi bene anche da dodicimila metri di quota e puoi immaginare il pickup inesorabilmente parcheggiato davanti alla porta del garage, il mulino per il pozzo d’acqua, la bandiera americana che sventola orgogliosa nel prato antistante, il recinto che delimita il terreno di proprietà, la cassetta della posta all’intersezione fra il viale d’accesso alla casa colonica e la strada statale.
Un rettangolo bianco, il quadratino nero della casa, un altro rettangolo bianco, un altro quadratino nero al suo interno. Ore così in volo e hai visto l’America.
E allora la capisci la solitudine di questa gente che vive nel nulla, in mezzo a un territorio così sconfinato che ci vogliono ore di volo per attraversarlo, il cui vicino sta a mezz'ora a piedi di pianura gelata, e che però si sente invasa dallo straniero e costruisce il muro con il Messico, duemila chilometri più a sud, e poi va a combattere in Iraq per portar la Bibbia ed insegnare la vita in comunità.
La capisci la solitudine di questa gente per cui lo straniero è quello che viene dalla contea vicina e magari mette gli occhi sulle donne che frequentano il tuo bowling e con cui hai fatto la scuola elementare.
Le capisci le comunità avventiste, il sermone in chiesa la domenica, il pastore che conosce la vita di tutti gli abitanti nel perimetro del villaggio - ovvero nel raggio di qualche dozzina di rettangoli disegnati nella pianura infinita - e che durante la celebrazione della domenica chiama i fedeli uno a uno per nome, chiede loro di fronte a tutti se hanno peccato, se hanno guardato alla tv quello show sconveniente, e allo stesso tempo se hanno bisogno di un falegname, di un idraulico, di un aiuto col bambino piccolo.
Guardi per ore la pianura congelata sotto di te e comprendi perfettamente la solitudine e l'appartenenza alla comunità.

Così riflettevo sul fatto che mai come in questo periodo mi sono sentito così solo, e all’improvviso la vita raccontata in Breakthrough ha un suo senso, ha senso la ricerca di una comunità che qui si declina nel credere ai miracoli, nello stringersi assieme la domenica, attorno a una chiesa, a un gruppo di anime solitarie disperse in mezzo a un orizzonte scoraggiante.
Persino io, nella mia misantropia, forse darei di matto. Se invece di dovermi far spazio dentro a un condominio della Brianza e lottare ogni giorno per scappare dall'abbraccio mortale del traffico pendolare, dovessi camminare nel vuoto della pianura del Minnesota, o del Kansas, o dell'Iowa, o del Nebraska, per poter anche solo parlare con qualcuno, forse andrei a bussare al vicino per chiedergli il latte, forse andrei dal pastore la domenica per confessargli i miei peccati, forse chiederei di entrare nel gruppo di preghiera del sabato mattina, forse mi ritroverei la sera sotto alle finestre della casa di un membro della mia comunità, insieme ai pompieri, alla polizia, agli insegnanti, ai colleghi di lavoro, con una candela accesa a pregare perché il figlio guarisca presto.

Forse la follia americana è tutta nel volersi appropriare di un territorio assurdo, volerlo colonizzare, resistergli attraverso inverni gelidi, estati umide e flagellate dai tornado, anno dopo anno, l’orizzonte piatto intorno, il mare a migliaia di chilometri, il confine più vicino a giorni e giorni di autobus, per poi trovarsi davanti a un muro nel nulla, e di là c’è il Messico, per dire, mica l’Europa, mica Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid, Praga, Tokyo, Shanghai, Papeete.
Di là c’è Ciudad Juarez. E se vai dall’altra parte, a nord, solo foreste e gelo per grande parte dell’anno, e alci, e fiumi artici e violenti, e laghi, e montagne e ghiacciai invalicabili.
In mezzo il nulla. Nemmeno più i bufali, nemmeno più gli indiani.
E allora, la solitudine.

Così sorvolavamo le grandi pianure gelate del Minnesota e dello Iowa, avevo visto Breakthrough, che è un orrendo polpettone tanto assurdo e inutile da fare il giro completo e diventare un imprescindibile saggio sull’America, e intanto riflettevo sulla mia solitudine.

È stato un volo magnifico, la mia trentacinquesima traversata atlantica. Appicciato al finestrino come un bambino, a guardare per ore il mondo freddo, le misteriose e inesplorate distese ghiacciate della Groenlandia, prima, la banchisa al largo del Labrador, poi, Il Minnesota congelato, ore dopo ancora, e per tutto il volo l’incontenibile desiderio di essere laggiù, in mezzo al nulla, coi miei sci, le pelli di foca, ad avanzare da solo nell’ignoto: nessuna traccia tranne la mia, nessun rumore tranne il gelo artico, nessuna forma di vita a parte gli orsi polari, le volpi e gli alci alla ricerca di cibo.

È stato un volo magnifico la mia trentacinquesima traversata atlantica, la cinquantatreesima trasvolata oceanica in totale. Mi ha ricordato la seconda, quasi trent’anni fa, tornando da Rio de Janeiro, quell’insopportabile italiano qualche fila più avanti, con la camicia a fiori aperta sulla catena d’oro al collo, che spiegava a tutti noi di essere alla sedicesima e si vantava delle sue conquiste in Brasile, e io che cercavo di ignorarlo con fastidio e disprezzo, ma intanto mi chiedevo se sarei mai arrivato nella vita a poter girare così tanto il mondo da attraversare l’oceano sedici volte, da dovermele segnare per non perdere il conto.

Ché si sa, di ogni cosa io tengo il conto, sempre.
Sta alla voce "manie assurde".
Ché sì, è vero, anche questo sono io. Non è che mi faccia vivere bene e il risultato sempre questo è.
Finisce sempre che conto per uno.

VoloAmerica1
VoloAmerica2
In volo sulla Groenlandia
VoloAmerica3
La banchisa al largo delle coste del Labrador
VoloAmerica4
La pianura gelata del Minnesota
TAG: america, volare
05.32 del 17 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
13 Quello che sono
DIC Diario
Intanto sono due (quattro) mesi.
Intanto il tempo passa.
Intanto in Texas è inverno e il buio cala presto, su tutto.
Intanto mi sono arreso, su tutto.

Ho comprato un biglietto aereo da solo e volo nel deserto.
Ché mai come in questo momento il deserto è il posto che più mi si addice e in cui voglio stare.
Solo.
Lontano.
In silenzio.

Non porto con me nulla, di proposito. Davvero nulla questa volta. Voglio essere leggero e libero, da tutto.
Metto nello zainetto piccolo solo la biancheria di ricambio per una notte, uno spazzolino, il dentifricio.
Il passaporto.
La patente.
Le mie pillole.
Solo una cosa porto con me. La reflex.
È una scelta precisa.
È quello di cui ho bisogno.
È quello che sono.
TAG: viaggio
15.48 del 13 Dicembre 2019  
   
09 Selenite
DIC Diario
Amarillo.
Alamogordo.
Key West.
Faccio quel che ho sempre fatto. Provo a mettere insieme idee, ma poi le smonto e lascio perdere.
Sono accadute troppe cose spiacevoli queste settimane, altre sono cambiate.
Ho quasi in mente di chiudere qui, fra l'altro.
Guardo il trolley ancora a metà.
A differenza dei cristalli di sabbia a base di quarzo, il gesso non converte facilmente in calore l'energia del sole. D'altra parte, se non posso imbottigliarlo, non vale.
Mi siedo sul letto.
Fra un po' è Natale.
Devo ancora fare i pacchetti.
Rientro giusto in tempo.
Ma in tempo per cosa, esattamente, poi?

WSA
14.42 del 09 Dicembre 2019  
   
06 Lei dorme ancora
DIC Diario
Dawn
12.26 del 06 Dicembre 2019  
   
04 Quattro dicembre.
DIC Diario
Noi
00.40 del 04 Dicembre 2019  
   
24 Cinque.
NOV Diario
Ti ricordi, pa’, quando sono passato di lì lo scorso marzo? Ti avevo chiesto se potevi dirglielo tu, perché io non avevo avuto la possibilità di farlo.
Forse averglielo detto non è servito a nulla. Al massimo a far spostare bicchieri, ma chissà poi che voleva davvero significare.
O forse non vi siete poi incontrati.
Non cambia nulla: nel caso, se lo vedi tu diglielo comunque, anche se le cose cambiano, talvolta vanno a rotoli, il tempo scorre. Quelle cose lì insomma.

Son cinque anni. Ti dico la verità: raramente “mi sembra ieri”, come si dice sempre. A me sembra proprio una vita, adesso. Lo sembra ancora di più queste settimane, ché avrei bisogno di te, ché sono state e sono tuttora settimane, di nuovo, di grandi terremoti, e sliding doors, e novità, e conferme, anche.
La prima, sempre, è che la gente non è mai quel che appare e che ti vende di sé, soprattutto quella più prossima a te. Non fa un po’ paura ‘sta cosa?
Immagino valga anche per me, d’altra parte.
Immagino di avere usato “immagino” come intercalare, per quanto sia in effetti convinto del contrario.

Che è poi ben la ragione della mia proverbiale misantropia. Diciamo che scoprirlo, ogni volta, non fa mai bene, anzi. In questo caso ha ferito doppiamente, perché per una volta, almeno questa volta, guardando in faccia la gente che mi sorride, mi son chiesto “ma io che c’entro?”. Che volete da me? Che v’ho fatto, io, a voi?
Fa anche, sì, paura. O perlomeno ti lascia addosso un senso costante di inquietudine perché non la guardi più negli occhi allo stesso modo, la gente attorno a te.
Io poi mi chiudo definitivamente, lo sai. Inizio a fingere, mentre sto già migrando altrove.

Mi manchi. Mi manchi ogni anno di più. Vengo raramente ormai, una volta al mese se va bene, lo so. È che non so più che dirti, anche perché non hai mai risposto questi anni e se lo hai fatto - e magari lo hai fatto sì - non sono stato in grado di capirlo.
Però vengo, poco, ma vengo. Sto lì e ti guardo un po’. Ti porto sempre le stesse piantine, lo so, è che quelle ci stanno, lo spazio è quel che è.
Mi chiedo sempre, ogni volta, se ci sei. Se davvero sei lì e mi vedi. Se sai che son lì da te. Guardo la tua foto e ogni anno che passa ho paura di non ricordarmi più di te, di non riconoscerti più.
Recentemente ho letto alcune cose di molti anni fa, una quarantina suppergiù. Mi è capitato anche perché avevo cominciato a scrivere proprio quando avevo l’età di Leonardo oggi e dunque cerco risposte, confronti, spiegazioni, interpretazioni.
Non mi piace mai rileggermi. Tornano a galla eventi sepolti da una vita che non hanno ormai davvero alcun significato per nessuno, certamente non per me, se non quello di far parte della mia memoria, come vecchie enciclopedie inutili che stan lì a prendere polvere e che non butti più che altro perché ti pesa il culo, non perché abbiano davvero un qualunque valore intrinseco.
Comunque.

Leggevo di me, immaginavo qua e là Leonardo, talvolta mi imbattevo in te.
Ogni volta son brutti ricordi. Ogni volta, pa’. Ogni accidenti di volta.
Che poi è ben quello che mi sono trascinato dietro per gran parte degli anni successivi.
Quel che sono oggi, nel bene e nel male, è anche opera tua, molto probabilmente più per buona fede e involontariamente che per un disegno cosciente.
Ché fare i padri è difficile, maledettamente, non te lo insegna nessuno, di solito nemmeno il tuo.
L'unica cosa sensata, davvero sensata, l'unica cosa che all'improvviso mi ha fatto capire che di me, tu, sapevi davvero tutto, che ero tuo figlio eccome, che eri mio padre, me l'hai detta quando ormai era troppo tardi. Il tempo di guardarti all'improvviso, dopo cinquant'anni, con occhi nuovi e sorpresi, di abbracciarti, e te ne sei andato. Mi hai lasciato così.
Adesso vengo lì a portarti le piantine, sto lì a parlare con te, adesso. Torno sempre lì, a quelle ultime disgraziate settimane, quelle in cui mi sono aggrappato disperatamente a te che te ne stavi andando, cercando di trattenerti in tutti i modi.
Quell’accidenti di maniglia in bagno.
Quella sera in garage sotto la pioggia, gli ultimi giorni, quando mi arrabbiai con tutti e ti dissi "andiamo a casa papà, dài accidenti".
Il tuo maglione, che ancora ho e talvolta indosso.
Ti parlo sempre, o almeno spesso.
Sto sempre a pensare che quando capitano le cose, quelle che contano, quelle che cambiano in corner il corso degli eventi, che ti allontanano all’improvviso dal precipizio, che lipperlì ti appaiono come disgrazie, ma col tempo ti sembra appartengano a un disegno più grande e logico, quando capitano queste cose penso sempre che dietro ci sia tu, che sia opera tua.
Che guidi tu, che sia tu al mio volante e sai quel che fai.
Così, nel caos, tendo ad affidarmi a te, e quando per caso inciampo nel destino penso sempre che in mezzo alla mia strada ce l’abbia messo tu.

Non smettere di guardar giù, per favore.
Ne ho sempre bisogno.
E se lo incontri, per favore, ricordati di dirglielo.
Perché io, di qua, non so più che fare.

Papa5
TAG: papà
00.32 del 24 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   
15 Scrivo lettere
NOV Diario
Che poi leggo da solo.
23.48 del 15 Novembre 2019  
   
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