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Trascorrere la nottata sotto ai piumoni tirolesi, svegliarsi alle otto invece che alle sei per andare al lavoro, aprire le finestre e, invece della nebbia, vedere questo:
Poi uscire, farsi avvolgere dall'aria frizzante che scende dalle montagne e scivola sulla superficie immobile del lago, parcheggiare davanti al porticciolo, attraversare i vicoli completamente deserti del centro, entrare in un bar e farsi un caffè. |
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| TAG: riva del garda |
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Ascolto (e guardo) An der schönen blauen Donau, Op. 314, di Johann Strauss II, che poi null'altro è che Il bel Danubio blu, suonata dalla Vienna Philharmonic diretta da Valery Gergiev, durante il concerto di Capodanno, e come ogni anno mi commuovo e adesso sì, l'anno nuovo può iniziare.
Io, quest'anno, l'ho visto nascere ai piedi della parete più alta, grande e bella d'Europa, la est del Monte Rosa, la mia montagna, e mentre la fotografavo, si faceva buio e la temperatura scivolava rapidamente un bel po' sotto lo zero, non potevo fare a meno di fissare quelle cime tremila metri sopra di me e pensare che io lassù, una volta, ho dormito, proprio su quella punta più a sinistra, dopo esserci arrivato solo soletto.
E insomma, questa è casa mia.
La parete est del Monte Rosa, da Macugnaga |
La parete est del Monte Rosa e le punte Zumstein, Dufour e Nordend |
Notte di San Silvestro a Macugnaga |
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| TAG: macugnaga, capodanno, monte rosa |
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Stan Laurel & Oliver Hardy in Way out west, su Super TV, bianco e nero originale, con la celebre sequenza del balletto davanti al saloon sulle note di "At the ball, that's all" degli Avalon Boys. Più divano, bicchiere di Aglianico e mal di schiena d'ordinanza, che non è comunque ben chiaro come all'improvviso si sia manifestato proprio questa mattina.
Fuori nevica che dio la manda, e attacca bene. Fra un po' accendo l'albero, ché i fiocchi di neve che cadono illuminati dal riflesso delle luci colorate contro i vetri son tutta un'altra cosa.
Tutto potrebbe essere quasi perfetto.
Le Fær Øer in invernale aspetteranno ancora un altro anno. |
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Avevo letto qualcosa in proposito quando la rottura dello strafichissimo ed indistruttibile cristallo dell'iPhone 4 resiste-anche-ai-meteoriti iniziava ad essere un fenomeno piuttosto diffuso fra i "fortunati" possessori del costosissimo gioiello di punta di Cupertino. Si dice infatti in giro che la sostituzione dell'indistruttibile di cui sopra costi un occhio della testa e richieda pure un tempo non irrilevante.
A voler fare le cose con tutti i crismi e secondo i dettami della religione di appartenenza, perlomeno.
A Milano, all'incrocio fra via Paolo Sarpi e via Antonio Rosmini, nel cuore della Chinatown meneghina, si trovano in fila tre anonimi negozi cinesi di elettronica che quella sostituzione ve la fanno, sembra, non in un mese, non in una settimana e nemmeno in un giorno: impiegano un'ora e la pagate al massimo qualche decina di euro.
Ce ne sono altri di negozi analoghi sparsi in zona, volendo, ma quelli non puoi fare a meno di notarli, sono proprio lì in riga sullo stesso lato di via Rosmini.
Originale che? Seee, vabbè. E allora andate al centro assistenza ufficiale lì vicino, e auguri (ho letto che pare che siano addirittura i commessi del centro in questione a sussurrare ai clienti di rivolgersi ai cinesi, per dire).
Comunque. L'ultimo giorno della mia permanenza a Seoul il mio fedelissimo ed amatissimo Diamond 2 mi ha tradito. Touchscreen in coma profondo, nessuna risposta nemmeno al massaggio cardiaco d'emergenza (pugni e colpi di cacciavite contro lo schermo).
Quando il touchscreen di un Diamond 2 ti molla puoi pure suicidarti e non c'è nulla che tu possa chiedergli di fare, nemmeno spegnerlo (a meno, ovviamente, di togliere la batteria), perché l'interfaccia è esclusivamente, appunto, touch.
Nel senso: se premi il pulsante di spegnimento, lui, beffardo, ti chiede sei sicuro?, e lì ti fotte.
Ci ho provato, nelle settimane seguenti, a cercare un centro di assistenza HTC per capire cosa fare e conformarmi alle tavole della Legge, ma ho presto capito che avrei avuto più fortuna con il Sacro Graal.
Poi mi è venuto in mente quel che avevo letto dei cinesi e sono partito in missione per il misterioso incrocio Sarpi-Rosmini, dove, sappiatelo in partenza, l'unica chance di parcheggiare è smontare direttamente la macchina e vendere i pezzi separatamente ai grossisti gialli lì attorno.
Sono entrato nel primo dei tre famigerati negozi, circondato da un ben di dio di qualunque novità tecnologica la mia mente nerd potesse concepire - e da cinesi, naturalmente, tanti cinesi - ho detto ciao e ho mostrato il mio Diamond 2. Uno dei cinesi dietro il bancone lo ha guardato distrattamente per un picosecondo, ha detto bello, molto bello, ma non possiamo aggiustaLLo quello, mi spiace.
Sono entrato allora nel secondo negozio, ancor più grande e ripieno di meravigliosi gadget dieci punto zero da far quasi vacillare il mio animo geek, ho detto ciao, ho mostrato il mio Diamond 2 e il cinese dietro il bancone mi ha sorriso (!) e ha detto bello, molto bello, ma non possiamo aggiustaLLo quello, mi spiace.
Ero quasi sul punto di rinunciare e scaraventare il mio bello, molto bello, Diamond 2 nel tombino all'incrocio fra via Paolo Sarpi e via Antonio Rosmini, ma ho fatto un ultimo tentativo con il terzo negozio, il più sfigato all'apparenza, un buco con una sola vetrina, strapieno di cinesi ed alimentatori per cellulari appesi alle pareti tutti aggrovigliati fra loro, scatoloni abbandonati contro i muri colmi di banchi di memoria impolverati, cpu e schede madri, laptop, notebook, netbook, tablet, smartphone, palmari, palmipedi e sa dio che altro.
Mi son fatto largo fra i cinesi, che mi guardavano come quando Jack Burton/Kurt Russel incontra i Signori della morte in Grosso guaio a Chinatown. Parlavano fra loro sottovoce, tutto in cinese strettissimo, ed anche i fumetti sopra le loro teste erano in ideogrammi. Forte della mia proverbiale e lunga esperienza con i gialli, non mi sono fatto intimorire. Ne ho puntato uno dietro il bancone, che sembrava Bruce Lee e che mi fissava con lo sguardo kung-fu, gli ho detto ciao e gli ho mostrato il mio Diamond 2.
Bruce Lee ha solo alzato un po' il mento, senza una parola, come a dire "embè?". Gli ho sussurrato (per adeguarmi all'ambiente) il touchscreen non risponde più, kaput (ché secondo me i cinesi "kaput" lo capiscono) e gliel'ho timidamente avvicinato perché potesse osservarlo.
Lui non lo ha degnato di uno sguardo. Ha detto qualcosa in cinese ad un altro cinese. L'altro cinese, senza nemmeno guardarmi, mi ha detto possiamo faLLo, ma pel questo ci vogliono dieci giolni. Timidamente gli ho chiesto quanto e lui ha detto settantacinque. Gli ho detto va bene. Lui non ha aggiunto una parola, ha preso il telefonino, lo ha fatto sparire e mi ha dato *solo* questo.
Sono uscito senza null'altro in mano, cercando perlomeno di fotografare con la memoria il luogo per ritrovarlo e pensando, fra me e me, tanto era perso comunque, nel caso.
Giusto per consolarmi e per convincermi che fosse stata una buona idea.
Dieci giorni dopo mi è arrivata sul cellulare una chiamata da un numero anonimo, il cui contenuto trascrivo tale e quale: "Sono il cinese, è plonto."
Vado, entro, dico ciao sono quello dell'HTC, nessuno dei due o trecento cinesi dentro il buco dice nulla, tranne Bruce Lee che dice ah, sì.
Tira fuori da uno scatolone sotto il bancone, pescandolo in mezzo ad altre decine di cellulari, il mio Diamond 2. Con lo schermo nuovo fiammante, addirittura protetto da una pellicola adesiva. Lo provo. E' ovviamente perfettamente funzionante.
Mi restituisce persino lo schermo danneggiato che ha sostituito. Se quello nuovo non sia un pezzo originale ma un tarocco made in China, be', è assolutamente impossibile capirlo.
Da oggi questo blog, dopo anni di dossieraggio accanito, cambia vergognosamente bandiera e diventa amico dei cinesi.
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| TAG: htc, iphone |
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Il pilot è qui. Nel frattempo son successe cose.
Abbiamo trovato la paletta, e mica è stato facile. Ma ce l'abbiamo bella.
Abbiamo i guanti, piccoli per i piccoli, grandi per quello grande.
Abbiamo comprato altri settantacinque litri di terra, che non so quanti chili pesino, ma pesano. Così possiamo farci anche gli ultimi quattro vasi (dovesse smettere di diluviare in un futuro prossimo venturo).
Abbiamo comprato altri bulbi, che a noi sempre cipolle sembrano, per cui ci aspettiamo di veder spuntare piante di cipolle.
Abbiamo anche ricomprato, naturalmente, i semi di basilico. Che questa volta ci sono.
Ho anche aperto un thread qua dentro, che altro che quello del running con cui vi ho sfiancato per due anni. Preparatevi.
Soprattutto, il vaso giungla (nome con il quale ormai identifichiamo quello famigerato dei semi di valeriana) ha iniziato il suo cammino di invasione.
Non so se congratularmi con me stesso per aver incredibilmente dato vita per la prima volta in vita mia ad un vegetale, o iniziare a far scorta di napalm.
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| TAG: giardinaggio, fiori, piante |
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Ci sono almeno un paio di cose per le quali sono storicamente negato: avvicinarmi ai fornelli e occuparmi del regno vegetale. Riguardo alla prima, mio fratello va sostenendo da anni che io sia l'unica persona che conosce alla quale bisogna portarne quando si è invitati a cena.
La verità è che dice così solo perché una volta, una quindicina d'anni fa, gli chiesi di portar due pizze mentre veniva a cena da me, ma da allora mi sono evoluto.
Per dire, oggi con Leonardo e Carola ci siam messi lì ed abbiam fatto due budini, uno al cioccolato ed uno alla vaniglia. Durante l'ebollizione quello al cioccolato è all'improvviso montato come un blob e ha tentato un'invasione lampo della cucina, ma grazie alla eroica resistenza delle truppe speciali schierate in assetto antisommosa l'attacco è stato prontamente respinto nel pentolino con pochissime perdite, non più del dieci per cento di budino, ad occhio.
Insomma, il risultato ci è parso piuttosto soddisfacente.
Complice poi questo grigissimo, freddino e plumbeo pomeriggio di medio autunno, ci siamo pure dati ai vasi. E questa è tutta un'altra faccenda.
La premessa d'obbligo è che io sono in grado di far morire fra atroci sofferenze anche un cactus della Vallle della Morte abituato al clima più ostile del pianeta e a sopravvivere ad oltre cinquanta gradi per mesi e mesi senza alcuna possibilità di dissetarsi, se non provando a distillare acqua dal terreno di conglomerato salino.
Non esiste organismo vegetale al mondo, classificato secondo la nomenclatura binomiale di Linneo, del quale io sia in grado di prendermi cura ed al quale possa garantire una qualunque aspettativa di vita. Peraltro a vent'anni il mio motto era "piastrelliamo la campagna". Capite bene che.
Che poi invecchiando mi sia fatto prender la mano da manie ecologiste dell'ultima ora non ha comunque avuto alcuna influenza sulla mia capacità di avvicinarmi alle piante senza incutere in loro un innaturale istinto all'autosradicamento per darsi alla fuga.
Comunque.
In questa casa dove risiedo ormai da un po' di mesi c'è una gran bella terrazza, che non stranamente qualcuno prima di me aveva pensato bene di ornare con una lunga fila di vasi appesi al parapetto.
Va da sé che dal momento del mio ingresso in codesto appartamento quei vasi son rimasti inesorabilmente vuoti, o meglio, pieni di vecchia ed arida terra che nel corso dei mesi ha dato vita spontaneamente a qualche muschio e ad una specie di piccola ed inquietante pianticella che, spuntata autonomamente da uno dei vasi, ha iniziato ad allungarsi verso l'alto per un po' di settimane durante l'estate, salvo poi crollare al suolo stecchita da una breve esistenza priva di qualunque forma di assistenza e sostentamento.
Io poi, con i vegetali clandestini, son peggio di Berlusconi con gli immigrati al largo di Lampedusa.
Ché a me le piante, per carità. E poi d'estate portan le bestie. E magari anche d'inverno.
Solo che qualche settimana fa eravamo tutti e tre al centro commerciale a far la spesa e siamo transitati per la corsie del giardinaggio, dove sono esposte un sacco di bustine con le fotografie di bei fiori colorati (ma anche di fagiolini, carote, vitigni, zucche, baobab e sequoie giganti dello Utah, volendo).
E insomma, c'è che Leonardo e Carola un po' il pollice verde ce l'hanno, e sì, vabbè, è solo sporco di pennarello, ma intanto iniziano a tirarti per la giacca e a chiederti papà, prendiamo il basilico?, e nemmeno fai a tempo a trattare con i due piccoli agricoltori che nel carrello ti trovi i semi di basilico, di salvia, di valeriana, i bulbi dei crocchi gialli, di strani fiori azzurri probabilmente carnivori, della rarissima e costosissima Alpinia purpurata della Nuova Caledonia, in grado di sopravvivere solo in microclimi artificiali governati da biorobot coreani, e della solita sequoia gigante dello Utah, che però convinci loro a lasciar giù perché non hai il vaso adatto e perché non è dato sapere se i nostri bisnipoti di quinta generazione apprezzeranno le sequoie giganti secolari.
Poi ci siam tornati, un po' di giorni dopo, al centro commerciale. Perché abbiam scoperto che con cinque litri di terra di vasi ce ne fai solo uno e mezzo (ma da quando la terra si compra a litri?) (e i carburanti a chili?) (e allora a che diavolo son serviti tre anni di scuole medie e di equivalenze?). Così ne abbiam comprati altri cinque. Che però non son bastati ancora, perché di vasi ne abbiamo sette od otto, e così alla fine ho fatto un'imbarcata di terra che posso coltivarci il prato dello stadio Meazza.
Per onestà va detto che Leonardo l'aveva detto fin dall'inizio che ci voleva almeno il sacco da venti litri.
Che poi è mica facile capire quale terra devi comprare. Ce ne sono dozzine di tipi, compresa quella costosissima biocompatibile speciale per la Alpinia purpurata della Nuova Caledonia, miscelata con monossidi di salcavolo ed arricchita da batteri azotati extraterrestri, roba che se non hai un master in scienze agrarie il basilico sul balcone te lo sogni, altroché.
L'unica cosa su cui ci siam trovati tutti e tre d'accordo è stata che non avremmo comprato del letame equino, seppure in offerta lancio.
Ah, e i guanti da giardiniere poi. Ed anche un piccolo rastrello, secondo me completamente inutile, ma piaceva a Carola.
Una paletta invece, porcaccio giuda, quella no. In un centro commerciale esteso per trenta chilometri quadrati non c'è stato verso di trovarla, nemmeno quella per giocare col secchiello e le formine.
Così, questo pomeriggio, i vasi li abbiam riempiti a mano. Ed alla fine, dopo aver seminato a casaccio ed esserci divertiti molto a fare i buchi nella terra per metter dentro i bulbi, ci siamo accorti che ci mancava l'unica cosa davvero essenziale per qualunque giardiniere al mondo.
Un innaffiatoio.
Ma in realtà non è di questo che volevo raccontarvi. E' del nostro ultimo vaso. Quello destinato al basilico, lui sì.
Perché, dopo aver sistemato per bene gli ultimi avanzi di terra dentro al vaso predestinato, abbiamo aperto la bustina dei semi di basilico... ed era vuota.
A volte il destino. Ci son segnali nelle stelle che non andrebbero trascurati, con buona pace degli evoluzionisti e del Cicap.
Insomma, per un attimo ci siamo guardati smarriti. Avevamo piantato i baobab, le piante carnivore e la Alpinia purpurata della Nuova Caledonia, ma alla resa dei conti il basilico ci aveva tradito.
Per fortuna, abbandonata in un angolino e ormai rassegnata all'esaurimento prematuro della terra disponibile (la terra non basta mai, fatevene una ragione: la prossima volta compro direttamente un appezzamento in Toscana confinante con i possedimenti di Sting) giaceva la bustina con i semi di valeriana, che noi mica lo sappiam bene cosa farne della valeriana, però la figurina sulla busta ci piaceva.
Così abbiamo aperto la bustina e abbiamo sparso tutti quei bei semini bianchi dentro al nostro ultimo vaso. Carola ha anche mescolato tutto per bene con il suo rastrello.
Abbiam messo su l'ultimo vaso, spazzato per terra e ci siamo ritirati in casa a ripulirci tutti.
Ed è in quel momento che, mentre buttavo via la carta della bustina ormai vuota dei semi di valeriana, mi è caduto l'occhio sulle istruzioni.
Perché, sapete, sulle bustine ci sono anche le istruzioni per quelli come me.
Solo che io mica me ne ero accorto, fino a quel momento.
E mi son detto, toh, le istruzioni.
E ho notato quella piccola scritta a font 10 sul fondo della bustina, proprio prima di buttarla via.
Quantità di semi sufficiente per tre metri quadrati di terreno.
L'abbiam seminata tutta in un vaso di trenta centimetri per dieci. Non fa tre metri quadrati, vero?
Così adesso siamo curiosi di sapere cosa succederà fra 30-40 giorni, secondo le indicazioni della bustina sui tempi medi di crescita.
Si può scommettere su tre ipotesi.
Prima ipotesi: nella battaglia darwiniana per la sopravvivenza, i semi si soffocheranno fra loro e non accadrà assolutamente nulla. Dato il mio curriculum verde, è a mio avviso lo scenario più plausibile.
Seconda ipotesi: verremo fagocitati tutti da una giungla di valeriana carnivora che, come in Jumanji, nel men che non si dica durante una notte d'inverno buia e tempestosa si impadronirà dell'appartamento e ci imprigionerà senza scampo alcuno. La protezione civile avrà ragione del diffondersi della pianta carnivora solo dopo un'estenuante battaglia a colpi di napalm e diserbanti nucleari, ma di noi non si saprà mai più nulla. Scenario particolarmente gradito a Leonardo.
Terza ipotesi: saremo attaccati da stormi di uccelli hitchcockiani che verranno ad approfittarsi dell'improvvisa abbondanza di semini di valeriana (che a loro peraltro fanno un po' l'effetto della marijuana, per cui nei dintorni si formeranno raduni di passeri hippy e manifestazioni ornitologiche contro la caccia). Scenario sponsorizzato da Carola.
Prossimamente, qui, gli aggiornamenti (forse).
Magari ci faccio anche un thread.
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| TAG: giardinaggio, fiori |
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Belìn, altro che andare a correre. Mi faccio una tisana, mi faccio, ché c'ho la muffa addosso con tutta 'st'acqua che vien giù. E non se ne può più, perlamiseriaccia. |
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Mi capita spesso, di questi tempi, di metter piede in università.
E niente, mi sembran tutti spaventosamente giovani, troppo. Non so perché. Realizzo improvvisamente che son passati vent'anni tondi da quando mi son laureato e mi assale una vertigine abissale.
Vent'anni, cribbio. Capite? |
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Intanto, per la prima volta così ad occhio da quindici anni in qua, ho chiuso la stagione senza aver mai messo le pelli. A ben guardare poi, il mio ultimo vero viaggio verticale risale all'inizio di luglio dello scorso anno. E pensare che negli ultimi due o tre anni mi ci ero rimesso d'impegno per riprendere seriamente un po' di attività.
Per non parlar poi di quelli orizzontali, di viaggi. Ma vabbè.
Intanto, ho messo una pietra sopra alla maratona di Ginevra di domenica prossima. I test delle due ultime settimane sono stati un disastro, mercoledì scorso ho addirittura piantato lì dopo soli quattro chilometri. Così ho smesso del tutto e mi son preso una pausa di qualche giorno. Sarà il caldo che è finalmente arrivato, sarà che Milano mi ha consumato fisicamente e mentalmente molto più di quanto credessi e che ho sottovalutato l'energia realmente spesa. Sarà che le motivazioni e l'adrenalina si son fumate del tutto dopo quel traguardo, sarà che ho altro a cui pensare, ora. Sta di fatto che le gambe hanno all'improvviso smesso di andare e la testa di spingerle.
Trecento chilometri solo a marzo, più di seicento da inizio anno, il vuoto spinto dopo l'undici aprile.
Pelli e scarpette nell'armadio, dunque.
Le prime dubito che vedranno la luce del sole prima del prossimo inverno. Ho l'impressione di essermi davvero infilato in un lungo sabbatico dalla mia aria sottile. Si tratta solo di capire quale, fra le tante possibili ragioni, è quella che davvero ha fatto leva. Perché il punto, per quanto cerchi di negarmelo da mesi, è che non ne ho più voglia. E questo mi spaventa un po'.
Le scarpette sono solo momentaneamente a raffreddare. Giusto il tempo di scaricare un po' la testa, va'. Magari per un paio di settimane. Poi si vedrà. Devo ripartire con calma, fare un passo indietro adesso, ritrovare la voglia di uscire per il solo piacere di correre un'oretta in pace alla sera due o tre volte alla settimana, senza il pensiero delle tabelle, dei chilometri percorsi, del ritmo da tenere.
I primi appuntamenti che contano sul calendario sono a settembre. C'è tempo per rimettersi a dare la scalata ad abbattere il muro delle quattro ore. |
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