Orizzontintorno Carlo Paschetto
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21 52
GEN Diario
Così, senza una ragione precisa (calendario a parte), nel frattempo fan cinquantadue.
Me li sento addosso tutti.
TAG: cose mie
01.20 del 21 Gennaio 2017 | Commenti (0) 
 
31 Prima di mezzanotte
DIC Diario
Questi ultimi giorni ho provato a scrivere una cosa un po’ lunga e articolata, poi niente, ho deciso di lasciar perdere e ho buttato tutto. Per quanti paragoni possa fare, e per quanto di difficili possa averne avuti in passato, il 2016 è stato definitivamente l’anno peggiore della mia vita, quindi è anche inutile parlarne. Riesce persino a chiudersi peggio di come è iniziato, il che non fa ben presagire per il 2017, ma tant’è.
In una disperata caccia ad eventi degni di nota, lo abbiamo battezzato “l’anno della cucina a isola”, per dire. La casa la comprai lo scorso anno sul filo di lana, quindi non vale.
Poi ok, il trasloco a fine aprile, va bene.

Nel 2016 ho chiuso definitivamente le porte alle spalle e aperto un nuovo capitolo della mia vita, dopo anni di terremoti. Almeno questo non devo dimenticarlo.

E poi fan cinque anni. Hai detto nulla. Scusa se ho impiegato così tanto a iniziare a leggere il libro, ma adesso prometto di portarlo in fondo, vien su con me in montagna.
Tutto il resto arriverà, un passo dietro l’altro, tipo un ottomila, e io so come si fa.

Intanto devo prepararmi per farmi infilare dentro quel tubo. Posso superare anche quello.
Il 2017 è iniziato alle 14:50 del 2016.
TAG: 2016, 2017
22.38 del 31 Dicembre 2016 | Commenti (2) 
 
24 24.11.16
NOV Diario
E poi niente, ti svegli la mattina e fa che son due anni. Piove, pioveva due anni fa, ma d’altra parte è novembre, che vuoi che faccia a novembre se non piovere.

Negli ultimi mesi son venuto poco, scusa, ma a un certo punto la vita va avanti, lo avresti detto anche tu, e alla fine passare tutte le settimane, o ogni quindici giorni, o una volta al mese, non è che cambi le cose, a parte che mi dà fastidio l’idea che tu non abbia almeno una piantina fresca, così cerco di venire almeno a controllare come sta l’ultima che ho messo e se è il caso di cambiarla.

Le ultime volte peraltro mi sono fermato poco, giusto qualche minuto, un paio di parole fra me e me e con te, poi passo sempre dalla Ceci, perché anche lei mi sembra piuttosto sola e non c’è mai nemmeno un fiore lassù in alto. Anzi, per la verità da qualche settimana c’è una stella alpina. Mi piace.
Cerco sempre di passare quando non c’è nessuno, comunque. Detesto non essere solo con te, appena sento dei passi che si avvicinano faccio per allontanarmi. E poi sei in compagnia ormai, sono arrivati altri, li conosco un po’ tutti. Mi immagino sempre ‘sta cosa che passate le giornate fra di voi, chiacchierando del più e del meno.
Che gente è? Come ti trovi?

Non mi sei mai venuto a trovare. All’inizio mi credevo davvero che sarebbe successo, non so come mi si era ficcata in testa quest’idea. Forse è nomale e accade a tutti. Ti aspettavo, in qualche modo. Avevo cose da dirti. Passavo di lì per dirtele, ma mi attendevo e speravo sempre che passassi in qualche modo tu da me, per aggiornarti e chiederti dei consigli. Poi mi sono arreso al fatto che no, non saresti passato più.
È buffo e un po’ assurdo: è come se fossi in sospeso fra il fartene una colpa, o sentirmi stupido per l’aspettativa. Alla fine è sempre una questione di sottile confine fra fede e scienza, come dire.

Qualche volta, raramente per la verità, forse un po’ di più ultimamente, mi capita di sognarti. Certe volte so che è un sogno e che non ha senso: non sei lì, ne ho la percezione netta. Una volta te l’ho anche detto che non avresti dovuto esserci, che non è possibile. Altre invece mi pare del tutto normale che tu ci sia: la cosa interessante è che la sensazione non è mai che tu non te ne sia andato, ma piuttosto che tu sia tornato. Come, non si sa, non me lo chiedo mai nel sogno.
Una volta ho sognato che eravamo in macchina insieme, guidavi tu mi pare, io ti aggiornavo sulle mie ultime vicende. Ti dicevo che siccome eri rimasto indietro dovevo raccontarti tutto quello che mi era successo. Tu ascoltavi e guidavi, io ero molto felice e sereno che tu fossi tornato e che potessi finalmente raccontarti tutto. Sono stato male quando mi sono svegliato, mi viene da piangere adesso a ripensarci.
Negli ultimi mesi non ho pianto praticamente più. Mi capita anche molto raramente di riguardare qualche tua foto: a volte è come te ne fossi andato ieri, anzi, mi parrebbe fin normale alzare il telefono e chiamarti, altre è come se non ci fossi più da un tempo infinito.
Solo qualche settimana fa ho cancellato il tuo numero dalla rubrica.

Ho pulito la tua stilografica e comprato le cartucce. Non scrive benissimo, devo dirtelo, ma è molto bella, le voglio bene, anche se diciamolo, non ha portato una gran fortuna. Mi sono invece del tutto riabituato a portare l’orologio, dopo anni. Mi sembra strano uscire di casa senza il tuo orologio al polso.
Uso sempre un paio di tue t-shirt e i tuoi maglioni: ce ne sono due o tre che uso spesso, ma ne ho anche uno che non metto mai, quello che indossavi gli ultimi giorni. Mi piace molto, ma non è il mio genere e poi mi è troppo grande. Anche le giacche che avevo fatto risistemare dalla sartoria mi sono rimaste troppo larghe di spalle e alla fine non le indosso. Forse le darò via. Accidenti, ma che spalle avevi?

E nulla, insomma. Leonardo ha sfondato il metro e settanta e gli stan crescendo i baffetti. Per certe cose mi assomiglia sempre di più, in altre per nulla, come immagino sia normale. Carola idem, cresce parecchio anche lei, sai. Sono tanto complementari quanto diversi e la somma delle due metà che mi assomigliano fanno me. Osservazione piuttosto scontata, direi.

È andato tutto a rotoli in questi due anni, pa’. Te ne sei andato contento, pensando di lasciarmi finalmente sistemato, e invece guarda qua che disastro, una mezza apocalisse. Quasi come fosse stata la tua presenza a tenere faticosamente insieme i pezzi: un minuto dopo che hai lasciato il controllo, patatrac.
Non so se e come ne uscirò, questa volta è davvero difficile. Negli ultimi due anni è come se il tempo mi si fosse fermato attorno e quel che è peggio è che è come se invece fosse accelerato per me, solo per me, perché all’improvviso mi sento invecchiato di dieci anni almeno, e stanco, molto stanco. Fino a un po’ di mesi fa venivo a parlarne con te cercando qualche risposta, ma poi ho lasciato perdere, vedi sopra.
E poi mi vien da chiedermi se le ho mai ascoltate davvero le tue risposte. Probabilmente no.
Ci penso ogni volta, queste settimane, quando tento di dare qualche risposta a Leonardo e mi chiedo quanto davvero mi stia a sentire, quanto in qualche modo quel che gli dico gli arrivi almeno in minima parte e quanto, invece, gli entri da un orecchio e gli esca dall’altro.

Insomma, che devo dirti? Vorrei potessi vedere la casa nuova. Ti piacerebbe. Dice mamma che devo portare qui cose da Monza, magari adesso vedremo qualcosa. Il tappeto che era dalla tua parte del letto è in camera mia. Nel salone per ora ho sistemato quello arancione.
Ho scoperto che conservo in un cassetto la lettera con cui l'esercito comunicava ai nonni la scomparsa in Russia dello zio Adriano e ho recuperato per un incredibile caso fortuito, a un'asta su internet, la tessera del CAI del nonno Ettore degli anni '30! Lo crederesti mai?

Se riesco, questa mattina, quando finisco con la banca, passo a trovarti.
Ma sì che riesco, dài. Magari stasera passo a cena da mamma.
Dicono che piove anche domani. Son giorni ormai.

IIanniversario
TAG: papà
01.43 del 24 Novembre 2016 | Commenti (0) 
 
13 Provvisorio
SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

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Chioggia
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Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
10 Davanti a papà
LUG Viaggi verticali, Diario
E quindi ho dovuto di nuovo modificare la mia pagina autobiografica qua dentro, ché infine, dopo anni che glielo promettevo, anche loro han portato a casa la prima vera vetta.
E a che velocità, accidenti! Son stati dentro il tempo guida, che son numeri per i grandi quelli.

Ha tirato tutto il tempo lei. Ostinata, testa alta, mai una sosta, determinatissima, sempre davanti, a volta anche di parecchie lunghezze. Hai voglia a dirle di rallentare, di conservare le forze e le gambe, di ricordarle che è ancora lunga. Non ha mollato un secondo.
Conosco bene quel passo. Anche se ormai tenerlo è un gran fatica.

Resegone2016-01
Il rifugio Azzoni poco sotto la cima del Resegone
Resegone2016-02
La croce di vetta del Resegone
TAG: resegone
22.19 del 10 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
09 Orange su iPhone
LUG Fotoblog, Diario, Prima pagina
E niente, siamo andati anche noi, poche ore prima che la tirassero via. Non c'era nemmeno tutta quella gente che ci aspettavamo, non abbiamo fatto code, ci siamo divertiti molto, abbiamo visto anche Christo.

Dunque, abbiamo visto Christo e camminato sulle acque. Probabilmente abbiamo anche tramutato l'acqua in vino, perché una bottiglietta di minerale costava come un Berlucchi.

Fate conto che praticamente questo weekend sul Lago d'Iseo è stato un terzo delle nostre vacanze estive.
Quest'anno va purtroppo così.

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The floating piers, Lago d'Iseo
TAG: floating piers, iseo, sulzano, christo
22.28 del 09 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
10 Basta che non si sappia in giro (*)
GIU Viaggi fra le note, Diario
È quasi ora di muoversi verso San Siro.

Pooh

(*) Tanto questo blog ormai non lo legge più nessuno.
TAG: pooh
17.50 del 10 Giugno 2016 | Commenti (0) 
 
29 Adesso sì
APR Diario
Home
TAG: casa, diario, trasloco
15.06 del 29 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
25 Meno tre (zero, per loro)
APR Diario
Ho sempre avuto un planisfero sopra al letto. Ad ogni trasloco sempre più grande e con un numero sempre maggiore di bandierine piantate in giro per il mondo.
Da quando sono in questa casa - son più di sei anni - per la prima volta ho dovuto farne a meno.
La ragione è che in camera, proprio sopra al letto e in centro alla parete, si trova una (brutta) lampada e non è possibile appendere nulla di così grande. Davanti al letto c’è un armadio, a destra uno specchio, a sinistra una porta finestra. Dunque, niente: lo spazio per il mio mondo, qui, perlomeno in camera, non c’è mai stato.
E il mio mondo deve stare in camera, con me.

Fra tre giorni lascerò questa casa, che non è mia, dopo sei anni e tre mesi. La lascerò per una casa nuovamente mia, che mi somiglia di più, credo, alla quale in questi ultimi quattro mesi ho lavorato per far sì che fosse molto più mia e simile a me di quando l’ho comprata.
La nuova casa ha una mansarda e nella mansarda ho messo il mio letto nuovo e sopra il letto nuovo c’è di nuovo un planisfero, dopo più di sei anni.
Non è un planisfero normale: è un mondo a colori, a chiazze di colore, costituito da tre tele accostate fra loro, America a sinistra, Europa e Africa in centro, Asia e Oceania a destra. Dice Carola che sembra un quadro di Pollock: io non lo so, l’artista è lei. Mi fido e se Pollock non dipinge così pazienza.
Di sicuro c’è che è un planisfero unico e meraviglioso, certo non uno in cui piantare bandierine, e va bene così, perché in questi ultimi anni ho messo insieme così tante bandierine che a piantarle davvero lo trasformerei in una foresta di aghi.
Ormai il mondo è mio.

Chi mi ha regalato il planisfero ha lavorato con me per farmi uscire dalla casa in cui sto scrivendo quest’ultimo post e a immaginare quella dove appendere il mio nuovo mondo. Del resto, chi mi ha regalato il planisfero mi ha regalato anche Habu Jôji (che Carola avrà letto venti volte: sarà un caso?), e Vienna per completare l’Europa, e Venezia per chiudere un cerchio, e soprattutto una nuova vita che sotto al planisfero, che forse è di Pollock, fra tre giorni ripartirà per l'ennesima volta. Sempre insieme a chi mi ha regalato (anche) il planisfero, che evidentemente di me ne sa.
Perché solo chi ne sa di me può regalarmi Habu Jôji e un planisfero a colori dove non ha alcun senso piantare bandierine.

Questa è anche l’ultima notte in cui i ragazzi dormono qui, nel loro letto a castello, in quella piccola camera che sei anni fa ho messo insieme di corsa in pochi giorni, cercando di inventargli al volo un nuovo mondo in qualche modo fatto il più possibile a loro misura, che non li spaventasse, che li tranquillizzasse, che li accogliesse nel modo migliore possibile, ammesso che ci fosse un modo migliore per accoglierli in quelle circostanze.
Ora dormono. Chissà come dormono. Chissà se lo sentono. Certo che lo sentono.
Chissà cosa sentono.
Questo pomeriggio, fra uno scatolone e l’altro, abbiamo per l’ultima volta misurato le altezze di entrambi e segnato le ultime tacche dietro la porta di camera mia, sigillando così la progressione del tempo passato disegnata dai trattini a matita lasciati sul muro: 168cm Leonardo, 141cm Carola.
Le prime due tacche risalgono al ventidue febbraio duemiladieci: 120 e 97,5. Nel mondo dei piccoli sei anni sono quasi cinquanta centimetri.

È tutta la sera che mi guardo attorno senza rendermene conto. Apparentemente è ancora tutto qui, ma in realtà in questi ultimi giorni ho traslocato nella casa nuova molte cose significative, in gran parte piccoli oggetti disseminati in giro che sarebbero andati dispersi alla rinfusa fra dozzine di scatoloni e che fanno parte della mia vita quotidiana.
Ad esempio l’orologio da parete delle ferrovie svizzere appeso in cucina, uno dei primissimi oggetti entrati con me in questa casa. Carola oggi mi diceva che ricorda ancora benissimo quando siamo andati a comprarlo a Lugano e, sulla strada, avevo fatto vedere loro il mio ufficio svizzero vicino al lago, dove lavoravo a quel tempo.
È tutta la sera che mi capita di voltarmi inconsciamente verso la parete per guardare l’ora, dimenticandomi che l’orologio non c’è più: ci sono rimasti solo il chiodino al quale era attaccato e la classica impronta nera lasciata sui muri dalle cose appese per lungo tempo. Non mi ero mai reso conto fino a stasera di quanto quell’orologio, che amo tantissimo, regolasse la mia vita quotidiana in questa casa, fosse il mio riferimento costante.
Questo pomeriggio l’ho appeso nella nuova cucina, sopra al frigorifero, ma l’ho messo troppo in alto e non è nemmeno centrato, non sono contento. D’altra parte mi scoccia, adesso, appenderlo più in basso dopo aver piantato il chiodo nel muro nuovo.

Mancano altre cose, già trasportate di là: il nostro classico calendario con le foto dell’anno precedente, la piccola stazione meteorologica, gli oggetti che stazionano permanentemente sul mio comodino e sul mobile del mio bagno, gran parte delle cose in cucina, tutto il Lego di casa e i contenuti dei cassetti dei ragazzi. È già tutto nella casa nuova.

Poi, giovedì mattina all’alba, arriverà il grande camion a prendere tutto il resto: i libri e le librerie, i vestiti, la mia scrivania, i quadri, i tappeti, le maschere africane, i sassi dei viaggi, le sabbie dei deserti, le fotografie e le macchine fotografiche, la musica, la televisione, i computer, la lavatrice, i piatti e i bicchieri, le pentole, la macchinetta del caffè…

E mi chiuderò la porta di Via Giulio Natta 59 alle spalle, definitivamente.
Un importante pezzo di me rimarrà qui, come altri importanti pezzi di me sono rimasti altrove in passato, da Piazza San Materno 12 fino a Sienna 72a-404.
Poi, giovedì sera, dormirò sotto al mio nuovo planisfero di (forse) Pollock.

pollock
TAG: casa, diario, trasloco
23.56 del 25 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
24 Meno quattro
APR Diario
Si comincia. Scommetto sulle 100, ma potrebbero anche essere di più. Intanto nel frigo nuovo di là sono arrivate una bottiglia e un barattolo di pesto.

Trasloco
TAG: casa, diario, trasloco
18.54 del 24 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
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