Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


01 Esclusi i presenti
NOV Web e dintorni, Politica, Mumble mumble
Questo (lungo) post è nato altrove, ché l'ho in canna da mesi e mesi. Poi però càpita che una sera, nel ritrovarmi a vedere Giovanni Favia e Davide Bono del Movimento 5 stelle partecipare a un dibattito in televisione, provi il solito disagio a sentire quel che dicono e mi venga da associarli immediatamente ed inevitabilmente ai miei giovani freak, dei quali ormai scrivo da almeno due anni. E però mi viene anche in mente che, tant'è, forse è proprio lì il punto ed è lì che il post che ho nel cassetto da mesi pretende di andare a parare.
Non lo so. Però ci provo: la prendo alla lontana, da quel che voglio dire da tempo, e vediamo se i due temi si agganciano. Magari, una volta in fondo, il risultato non torna nemmeno a me.
L'executive summary è che, a mio parere, no: non esiste alcun popolo di internet. Su internet non nasce alcun movimento di opinione, né tanto meno rivoluzionario: al massimo internet può essere un mezzo rapido ed alternativo di diffusione di movimenti nati altrove. Né soprattutto (e questo è il punto) esiste in Italia un fenomeno, in così evidente crescita, di persone che si informano su internet.
Quel che esiste è solo una gran massa di gente che possiede uno smartphone. Che usa per giocare, ascoltare musica, fare fotografie e taggarle su Facebook. E per leggere le e-mail, se è obbligato per lavoro.

Il post che avevo in mente, però, iniziava in altro modo e da tutt'altra parte.

Io sono nato nel 1965. Ho messo le mani per la prima volta su un computer nel 1984 e son partito direttamente da un assemblato con processore 8088, saltando a pié pari la fase Commodore, Amiga, eccetera. Mi sono laureato in informatica - che all'epoca si chiamava Scienze dell'informazione (è ancora così?) - più per caso che per interesse vero e proprio nei confronti della tecnologia, passione che tuttavia ho iniziato a coltivare proprio nel corso degli anni di studi e soprattutto della tesi di laurea.
Ho fatto a tempo a toccare le schede perforate, ho lavorato sui mainframe, sui primi Macintosh e i primi PC, sulle workstation grafiche e sui primi portatili della Compaq che pesavano come jersey di cemento armato. Ho messo le mani un po' ovunque: dall'MVS al Dos, a tutti i sistemi Unix-like e a tutte le versioni di Windows note al genere umano. Come tutti coloro cresciuti davanti a un monitor, sono (stato) assai poliglotta, nel senso dei linguaggi di programmazione. Lavorando nel mondo della ricerca informatica ho avuto modo di partecipare, direttamente in alcuni casi, indirettamente in altri, alla nascita di parecchie delle tecnologie che oggi diamo per scontate: dalla masterizzazione dei cd, tanto per citarne una, alle tecniche di acquisizione, elaborazione ed interpretazione delle immagini (la mia specializzazione iniziale), allo sviluppo dei protocolli e delle reti di comunicazione.
Soprattutto, ho visto nascere internet.

Per dirla tutta, come quasi tutti "noi" all'epoca, in Rete c'ero già da prima, ché si chattava con i colleghi delle altre università e dei centri di ricerca con sistemi dei quali nemmeno più ricordo il nome, roba che girava su mainframe comunque. Così sorrido quando sento dire "ai tempi di irc", perché c'è stato un tempo, per me, in cui irc era ancora il futuro di un passato prossimo che stavamo già vivendo e sperimentando (fra parentesi, nel momento in cui sto scrivendo questo post, si sta discutendo per caso di questo tema in questo thread di FriendFeed, il che mi serve involontariamente un atout per quanto dirò più avanti)...
[Continua a leggere]

TAG: internet, digital divide, informazione, nativi digitali, identità digitale
22.52 del 01 Novembre 2011 | Commenti (5) 
26 Village people (no, non quelli di YMCA)
AGO Mumble mumble, Spostamenti
Chiuso il capitolo Mallorca, avevo parcheggiato alcune note a margine col proposito di organizzarle successivamente in una qualche forma compiuta. Villaggi turistici, il tema, nella fattispecie. Che da queste parti è un po' come parlar di ebola.

Le volte che ho messo piede in un villaggio turistico credo di poterle contare sulla dita di una mano. La prima se non sbaglio fu nel 1979. Avevo quattordici anni ed ero in viaggio in Sicilia con papà e mamma. Me la ricordo piuttosto bene. Credo che i miei quell'anno avessero deciso di prenotare le vacanze in un villaggio con l'idea, un po' come ho fatto io stesso nelle rare occasioni da adulto, di usarlo solo come campo base per un paio di settimane, ed allo stesso tempo di sfruttarlo di rimbalzo per mollare un po', ogni tanto, me e mio fratello ad altri divertimenti e tirare un po' il fiato.
A parte questa mia ricostruzione postuma a trent'anni di distanza, che i miei, poi, avessero prenotato un soggiorno in un villaggio turistico è comunque già di per sé un mistero tipo Codice da Vinci: parliamo di un padre ed una madre che solo due anni prima ci avevano scorrazzato in macchina per tremila chilometri attraverso la Bulgaria (la Bulgaria del '77, non so se mi spiego) sulla rotta Salonicco - Sofia - Belgrado - Milano, con una tenda tipo spedizione all'Everest Hillary-Tenzing legata al portapacchi della leggendaria Simca 1301 marrone.
Per dire, quello era il clima medio di famiglia, e del resto da qualcuno il titolare qui deve ben aver preso.

Dopo quell'episodio del 1979, il black-out. Nel senso dei villaggi. Sapete com'è, la peste nera.

Sono tornato in un villaggio turistico ventun'anni dopo, nell'estate del 2000. A inizio luglio ero stato assunto in IBM, avevo davanti solo quindici giorni di ferie anticipatimi dall'azienda e non avevo avuto il tempo di studiarmi nulla. Il mio andazzo medio a quel tempo era di tre viaggi all'anno, almeno un paio dei quali in intercontinentale, tutti rigorosamente in qualità di viaggiatore indipendente: il prototipo del consumatore di Lonely Planet per intenderci (per inciso, la mia prima LP è stata "Argentina", nel 1989, preistoria: aveva sì e no cento pagine, oggi è un'enciclopedia britannica).
Non avendo programmato nulla ed in virtù del periodo rocambolesco che stavo attraversando, l'idea era riposo, dunque mare, scelta già piuttosto insolita per me. Ovviamente in intercontinentale, magari su qualche isola, ché l'anno prima ero stato nel Pacifico e mi stava un po' prendendo la mania delle isole oceaniche.
Solo che avete presente decidere di andare su un'isola in mezzo all'oceano nelle due settimane a cavallo di Ferragosto, e deciderlo a fine luglio? Ecco, appunto.

Spulciando al solito su Internet, trovai un villaggio turistico a Mauritius che proponeva un last minute a una tariffa decisamente appetibile. E dunque, Mauritius perché no.
Il villaggio come idea di campo base mi è nata così, quell'anno. Nel senso, hotel o villaggio chissenefrega, magari il villaggio è pure più bello: basta che qualunque forma di animazione si manifesti ad un raggio non inferiore a cinquecento metri da me. Adulti frequentatori di villaggi, animatori e corte varia compresi...
[Continua a leggere]

TAG: villaggi turistici
19.00 del 26 Agosto 2010 | Commenti (3) 
04 Visitors
APR Mumble mumble, Diario
Che poi, a pensarci, 'sta cosa fa anche il paio con il nuovo condominio dove mi sono trasferito da un paio di mesi. Età media più sui trenta che sui quaranta, parecchie coppie giovani, tutti che mi sorridono, salutano, attaccano bottone, socializzano, nessuno che fa casino, sporca, danneggia, invade, tutti che seguono ligi le regole condominiali, che si offrono di aiutarti per qualunque cazzata.

Persino eccessivo e sospetto, perlomeno nella mia esperienza media di condomìni e condòmini. Roba da Truman Show, insomma.
00.53 del 04 Aprile 2010 | Commenti (0) 
15 Aforismi 2.0
MAR Mumble mumble
Non so se mi innervosisce di più lo spam o la mailbox vuota.
22.38 del 15 Marzo 2010 | Commenti (0) 
20 Global warming
DIC Prima pagina, Mumble mumble
Comunque, al di là delle statistiche, di Copenhagen, dei complottisti e degli scettici a prescindere, l'unica cosa certa è che dopo una discreta sequenza di anni belli secchi e di magrissima - più o meno dalla seconda metà degli '80, o perlomeno dopo la indimenticabile grande nevicata del 1985 che tirò giù anche il Palasport di Milano, e fino a tutti gli anni '90 - io conto inverni belli gelidi e nevicate abbondanti anche in pianura sin dal 2005, con regolare circolazione stradale nel panico totale.
In particolare, il cartello della rotatoria qua sotto casa l'ho visto seppellito dalla neve almeno due o tre volte negli ultimi quattro anni, per non parlare dei pupazzi di neve fatti con Leonardo qui a Villasanta e regolarmente documentati fra queste pagine di anno in anno.

Ci riflettevo proprio ieri a fronte dell'ennesimo Natale consecutivo con la città imbiancata e i meno cinque di media della giornata.
15.23 del 20 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
09 Orizzontale o verticale che sia il passo
DIC Mumble mumble, Running
Pensavo, sabato sera prima di correre la mezza maratona di Sanremo, che in effetti il mio approccio ad ogni gara è molto simile, per non dire identico, al modo in cui da sempre mi avvicino alle salite alpinistiche.
Da qualche parte ho già scritto del parallelismo fra la maratona e l'alpinismo d'alta quota, del fattore psicologico, del metodo. Macinare chilometri è esattamente come salire in vetta: parti senza pensare davvero al traguardo finale, suddividi mentalmente il percorso in frazioni e ti concentri su obiettivi ridotti e più vicini. E' un po' come lavorare ad ingannare te stesso per non cedere alla demotivazione: se all'inizio ti fermi a pensarci, tutto sommato puoi anche renderti conto che non esiste correre per due, tre, quattro ore. Né salire per centinaia, magari migliaia di metri al freddo, in mezzo a pericoli oggettivi, solo per arrivare in cima e tornare immediatamente giù a valle, correndo contro la stanchezza, prima che la temperatura si alzi troppo, o che arrivi il cattivo tempo, o che venga buio.
Tutto questo è privo di senso. E' esattamente la conquista dell'inutile di Herzog, del tutto traslabile dalla dimensione alpinistica a quella della corsa di resistenza.
Ma non è qui che voglio andare a parare.

In effetti mi rendo conto che, al di là di ciò, io vivo emotivamente le due situazioni nello stesso identico modo, gara podistica o salita alpinistica.

Mi preparo per giorni, magari per settimane. Poi arriva la vigilia, sale la tensione, e il salire è inversamente proporzionale alla motivazione, che all'improvviso viene meno, cede brutalmente, come si schiantasse su se stessa. E' come se inconsciamente l'istinto di conservazione si risvegliasse di colpo e mi mettesse di fronte alla logica del fatto che no, forse non ne ho così voglia di correre per tutti quei chilometri, o di salire per ore fra ghiaccio, neve e sassi, anzi, non ne vedo proprio il fine, rinuncio, me ne sto a letto e non ci penso più, ma chi diavolo me lo fa fare.
Ansia, tensione in circolo, senso di malessere quasi. Voglia di mollare e allo stesso tempo di essere già oltre.

E così mi addormento ogni volta alla vigilia. Che si tratti di una gara o, ad esempio, di un quattromila.

Poi suona la sveglia. Perché un altro fattor comune è curiosamente quello della sveglia alla domenica mattina.
E mi vesto, comunque. Mi preparo. Tanto ormai sono in ballo. Mi vesto e poi si vedrà.
E' la testa che, senza che nemmeno me ne renda conto, ha già iniziato a dividere il percorso in obiettivi più facili, prossimi e razionali: intanto mi vesto, poi si vedrà.

Intanto salgo in macchina, poi si vedrà.
Intanto metto i ramponi. Intanto allaccio le scarpette. Poi si vedrà.
Intanto parto e muovo i primi passi sulla neve. Intanto mi preparo al nastro di partenza. Poi si vedrà.
Intanto salgo per cento, magari duecento metri. Intanto corro tre o quattro chilometri.
Poi si vedrà.

Poi, di solito, arrivo in fondo. O in vetta. In questi anni qualche volta, molto raramente per la verità, mi è capitato poi di rinunciare davvero a metà salita. Con la corsa ancora non è successo, ma sono un neofita, ho appena iniziato: accadrà sicuramente prima o poi.
Capitano quei giorni in cui la demotivazione è davvero più forte di te e non ce n'è proprio, per quanto fisicamente tu possa essere preparato e in palla. Credo sia una specie di campanello d'allarme, un segnale mandato dal subconscio per avvertirti che non è giornata, che devi lasciar perdere, qualunque sia la ragione dietro. Non è nemmeno importante saperla tutto sommato, è importante invece capire quando fermarsi e riconoscere che certe sfide le fai solo con e per te stesso, che non c'è davvero alcun obbligo né merito particolare nel portarle a termine a tutti i costi, e puoi sempre riprovarci un'altra volta.
Nella corsa e nell'alpinismo c'è dentro anche tutta l'arte della pazienza, tutto sommato la più difficile da esercitare.

Così, ogni volta, immancabilmente, al ritorno mi chiedo come sia possibile che il giorno prima per qualche ora abbia anche solo pensato di rinunciare, e mi ritrovo a far già progetti per la prossima gara o per la prossima salita.
Corsa o montagna che sia, identico approccio mentale, identico sviluppo, identica conclusione.

Curioso. Mi chiedo se sia un'esperienza comune ad altri.
00.28 del 09 Dicembre 2009 | Commenti (1) 
12 (Don't) run with me
NOV Mumble mumble, Running
Non riesco a pensare a nulla di più distante da un'esperienza collettiva come il correre.
E dunque, proprio non li capisco gli allenamenti tutti insieme e le domeniche al parco a correre con gli amici.

Io corro da solo: ho bisogno di sentire il mio passo ed il mio respiro, di isolarmi e lasciarmi trasportare dai miei pensieri, chilometro dopo chilometro.
Che c'entra questo con il chiacchierare con il tuo amico a fianco?
14.13 del 12 Novembre 2009 | Commenti (0) 
27 Seiduesei
OTT Mumble mumble
Ho in mente 'sta cosa da diverso tempo, sarà che attorno a casa stanno costruendo a pioggia e mi capita sempre più spesso di farci caso: ma voi, avete mai visto un cantiere in Italia dove gli operai indossino l'elmetto? Intendo, dal vivo, davvero, non in televisione. In televisione tutti hanno sempre l'elmetto.
Più ci penso, più invece sono convinto di non averne mai visto uno. In compenso mi basta guardarmi in giro per vedere un sacco di lavoratori edili manovrare a mani nude e a testa scoperta carichi da tonnellate appesi sopra alle loro teste, agganciati a gru ciclopiche.

E adesso controprova.

Ma voi, avete mai visto un cantiere all'estero dove gli operai NON indossino l'elmetto? Ok, circoscriviamo: non intendo in Turkmenistan (per quanto, sono quasi certo di aver visto operai con l'elmetto anche in Turkmenistan), intendo in quello che l'ideale distorto e collettivo identifica genericamente come mondo civile.
Dico sul serio, fate mente locale: lo avete visto?

Mi sbaglio sicuramente, non può essere. Ma per quanto ci pensi la mia risposta ad entrambe le domande è "no".
21.48 del 27 Ottobre 2009 | Commenti (0) 
09 L'inutile all'inutile
OTT Mumble mumble, Prima pagina, Politica
Premessa: so già che in qualunque modo ne scriva, alla fine, non mi piacerà. Epperò qualche considerazione, perlomeno a mo' di appunti personali, vorrei metterla nero su bianco. Ché ogni tanto ci vuole, anche, pur finendo nell'inevitabile banalità del già detto e già sentito, dunque inutile a priori.

Ciò detto.


Al di là di tutto, poi, si possono fare le analisi più sofisticate e progressiste del caso, scommettere su qualunque scenario (personalmente condivido in generale quanto ho letto sul solito ottimo Leonardo, e a proposito, andatevi a rivedere il finale de "Il Caimano" di Nanni Moretti), isolare alcune considerazioni oggettive, schierarsi (com'è che anche in questo caso, a guardarsi in giro fra conoscenti e vicini di casa sembra al solito che in questo Paese esista un solo fronte compatto, chiamiamolo così, e invece i numeri, tant'è, dicono cose ben diverse?), farcisi il fegato, preoccuparsi oltre il dovuto, o a ben ragione, e tutti gli infiniti bla bla bla di circostanza.

Però secondo me il punto è un altro. Ed è che sei seduto al bar all'ora di pranzo, e stai aspettando il solito piattino freddo, o la tipica insalatona, o la tua focaccina prosciutto e mozzarella, e sfogli stancamente la Gazzetta commentando con i colleghi l'ingaggio di Alonso, o scambiandoti due note via sms con qualche altro collega prima della riunione delle due, o disquisendo di teoria delle stringhe e paradossi quantistici.

Ed è gente come te, quella che ti circonda. Siete mediamente tutti della stessa estrazione sociale, mediamente laureati, mediamente quarantenni, mediamente pagate tutti le tasse ed il mutuo, mediamente avete la station wagon per caricarci i figli, siete mediamente e potenzialmente progressisti, mediamente laici, mediamente intolleranti verso varie forme di discriminazione e razzismo - perlomeno a parole, mediamente acculturati, mediamente leggete tutti anche qualche libro, chi più chi meno, mediamente avete l'lcd trentadue pollici ed un paio di telefonini, mediamente avete messo piede almeno un paio di volte all'estero, una in California ed una a Cuba, mediamente non volete la guerra in Iraq, non volete la guerra in Afghanistan, avete la sensazione che ci siano in giro altre guerre che non volete o perlomeno ricordate di averne sentito parlare, mediamente siete informati più della media e mediamente attingete ad altri canali di informazione al di fuori di quelli controllati e destinati alla massa, mediamente comunque accedete ad Internet, mediamente guardate Report e mediamente vi scandalizzate ogni volta, mediamente odiate Calderoli e Ghedini, mediamente apprezzate Travaglio anche se mediamente, in fondo in fondo, non vi fidate del tutto di quel che dice, ma non sapreste giustificarne esattamente il motivo, mediamente pensate che certo Londra, certo gli inglesi, certo i francesi, certo i tedeschi, certo gli svizzeri, però in Italia si mangia meglio, e comunque, mediamente, dite tutti di pensarla allo stesso modo: non ne potete più, trovate insopportabilmente vergognoso e scandaloso tutto questo e siete molto arrabbiati e nauseati.

E quindi, com'è che i numeri, appunto, alla fine non tornano? Com'è che Leonardo ha ragione da vendere senza praticamente discostarsi, a propria volta, da facili considerazioni (ma con il merito di dar loro un'organizzazione logica, strutturata ed argomentata)?

E' che, fatta la premessa, fotografato lo scenario, dato sfogo e condivisa tutta la nostra comune indignazione, poi, la vostra conclusione è che "d'altra parte qual è l'alternativa, chi lo butta già a quello? Tanto anche sul 'fronte opposto' litigano tutti allo stesso modo. Tanto l'unica soluzione che proporrebbero dall'altra parte è aumentare le tasse. E poi Bertinotti e le sue giacche di cachemire, D'Alema e la sua barchetta, Prodi e la Diccì, è sempre la stessa minestra."

Ecco: secondo me il punto è esattamente questo. Non il contenuto in generale delle obiezioni, che si commenta da sè, ma il fatto che questa sia davvero la risposta di gran parte di quelli come voi e me, il loro pensiero ultimo, l'analisi finale dentro alla quale affondare definitivamente qualunque altro tipo di considerazione sulla sopravvivenza del berlusconismo, ancor prima di quella di Berlusconi stesso (che comunque, a differenza di altri, io non ritengo affatto marginale - il peso e la rilevanza della sua sopravvivenza politica, intendo, rispetto a quella del berlusconismo come fenomeno sociale ormai dotato di linfa vitale propria).

Il fatto che quelli come voi e me, dunque esattamente lo strato sociale al quale apparteniamo - dove qui si dà per semplificazione concettuale, osmosi ed astrazione il fatto che tutti coloro che leggono siano riconducibili al medesimo ceto di appartenenza del titolare - quello strato dunque che potenzialmente dovrebbe essere il vero motore intellettuale, culturale e propulsivo del Paese, quello che dovrebbe essere informato più degli altri ed avere più mezzi di altri per filtrare adeguatamente i messaggi della comunicazione di massa, quello che potenzialmente dovrebbe essere il vero zoccolo duro di domani, il primo nucleo aggregatore di una forza democratica laica e progressista, capace di ridare a questi stessi termini il loro corretto valore semantico e la giusta declinazione sociale, quello strato che non ha alcun interesse né ritorno personale nel coltivare il berlusconismo in quanto tale - con quello che il berlusconismo (com)porta (con sè): condoni, conflitti di interessi, anomalie legislative, fiscali e sociali, disprezzo per le istituzioni e le regole, veline, disinformazione, arroganza, arrivismo, superficialità ed ignoranza, annullamento culturale, consociativismo elitario e tutto il resto di quanto possa essere catalogato alla voce "ingombranti" - quello strato, appunto, sia il primo a dare quella risposta svuotata di qualunque briciolo di analisi e minimo impegno sociale ed intellettuale: "Anche Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta."

Quella risposta: prescindendo anche da tutto il resto, a partire dal fatto che "Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta" sono perlomeno una generazione indietro rispetto al pur triste ed attuale dibattito se sarà Franceschini, o Bersani, o Marino, indipendentemente da qualunque facile considerazione su Franceschini, Bersani e Marino, che anche quelle, per carità, volendo, poi, ovviamente. E comunque non è questo il punto, di nuovo. Non il fatto che intanto il mondo vada avanti, mentre loro rispondono "Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta".
Nemmeno il fatto che mentre il mondo va avanti e disquisisce un po' tragicamente se da domani ci sarà Franceschini, o Bersani, o Marino, sul fronte (?) opposto (?) ci sia sempre lui, Berlusconi. Da sempre. Sopravvissuto a Bush, a Blair, a Putin (sì, anche a Prodi e Veltroni) e a qualunque altro leader occidentale (no, non parlo di Prodi e Veltroni). Scontatamente e consapevolmente anestetizzati anche a questa evidente surrealtà, così sotto gli occhi da trovarla del tutto marginale rispetto allo scenario in toto.

L'unica nostra - anzi, vostra, loro! - risposta all'arroganza ed alla violenza istituzionalizzata, alla fine della vergogna e dello scandalo e della nausea e della rabbia e dello schiacciante senso di impotenza, è "anche Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta."
E poi giù un altro morso al panino con crudo e mozzarella, fino al prossimo gol dell'Inter ed alle prossime elezioni, dove magari alla fine andrete, andranno, a votare Fini, perché dài, Berlusconi onestamente non si può più votare, che poi mi vergogno con gli amici, e obiettivamente Fini è la figura più a sinistra dell'intero panorama istituzionale.
Oppure Di Pietro, oppure Casini e via, non pensiamoci più. Giusto perché non si può votare Grillo.

Il punto è che da una parte c'è la diffusa percezione che una vera risposta politica non possa ormai più venire da dove, in teoria, dovrebbe venire; dall'altra c'è la mancanza totale di consapevolezza che dunque, quella risposta, non possa che arrivare da altrove, urlata e con forza. La consapevolezza che altrove è la massa e che la massa è formata da singoli individui che pensano ed agiscono individualmente.
Individui ai quali la risposta "anche Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta" dovrebbe sembrare un insulto alla ragione, innanzitutto e a prescindere, che proprio per estrazione e background dovrebbero avere argomenti, non aria fritta, oppure avere il coraggio di tacere e di approfondire, formarsi una propria opinione, qualunque essa sia, soprattutto formata in modo autonomo ed indipendente, ragionata. Niente di più che metter giù per cinque minuti al giorno la Gazzetta.

Non sono gli scenari di Leonardo che fanno paura. Sono le ragioni che li sorreggono dietro al panino al prosciutto e alla Gazzetta. Perché "anche Bertinotti e poi D'Alema con la sua barchetta" è l'unica risposta dei soli che potrebbero perlomeno provarci a darne davvero una diversa.
Figurati quella di tutti coloro che per Berlusconi - per il berlusconismo - votano davvero per ignoranza (congenita, atavica, assuefazione alle fonti di informazione istituzionali) o convenienza personale.

...

E' a questo punto, nel momento in cui lo scrivo, che mi rendo conto della vacuità di ciò a cui sto cercando di dare una struttura logica compiuta. Aria fritta, io per primo.

Però...

Ad esempio: contiamo quanti parteciperanno alle primarie? E io, che scrivo e pontifico, ci vado alle primarie?

Post scriptum: lo sapevo che, in qualunque modo ne avessi scritto, non mi sarebbe piaciuto. Magari poi lo rileggo e aggiorno il post.
13.21 del 09 Ottobre 2009 | Commenti (0) 
15 Meteolive
GEN Mumble mumble
Questa mattina ad Alba sta accadendo un fenomeno atmosferico piuttosto curioso: piove a tre gradi sotto zero.
Il risultato è che la pioggia, appena tocca l'asfalto o ad esempio il metallo freddo e i cristalli delle auto, gela immediatamente creando una patina di ghiaccio vetro spesso qualche millimetro. La mia macchina era praticamente completamente ricoperta da un foglio di ghiaccio compatto e camminare per strada senza fare attenzione può essere poco salutare.

Per quanto frequenti climi freddi e montagne da quando son nato, non mi era mai capitato prima di assistere ad un fenomeno simile. Qualcuno ha idea di come si spieghi?
Secondo me è dovuto ad un processo di inversione termica, per cui la temperatura a bassa quota è inferiore di cinque o sei gradi rispetto a quella in altitudine. Così, piove in alta quota e le gocce di pioggia, pur attraversando uno strato più freddo, non fanno a tempo a trasformarsi in neve. Appena toccano il suolo, zac, ghiaccio immediato.

Per la cronaca mi dicono che hanno chiuso per ghiaccio il tratto autostradale da Asti ad Alba.

*** UPDATE (ecco la spiegazione, fonte meteo.it):
"LA PIOGGIA CHE GELA: quando aria più mite in quota si sovrappone a strati gelidi presenti nei bassi strati, l'eventuale precipitazione, sotto forma di pioggia, giunge al suolo ivi congelando e formando un film gelato pericolossisimo per la circolazione stradale. E' quello che è accaduto stamane e sta accadendo in queste ore sul Piemonte, specie Astigiano, e Alessandrino. In tali casi NON va usata l'auto e vanno chiuse strade ed autostrade. E' equiparabile ad un evento naturale eccezionale per la gravità e per le conseguenze."
11.19 del 15 Gennaio 2009 | Commenti (2) 
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2012 Orizzontintorno s.a.s.   |   P. IVA 05753210961   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo