Orizzontintorno Carlo Paschetto
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07 Io sono un viaggiatore molto imperfetto
MAG Mumble mumble
Io sono un viaggiatore molto imperfetto. Sono quello che alla domanda Ah, maddai, sei stato a [riempire a piacere], hai quindi visto [imprescindibile must]? nove volte su dieci rispondo no e in almeno sette casi nemmeno so di cosa si stia parlando. Sono quello che non mangia mai quello che sicuramente avrebbe dovuto mangiare e che probabilmente nemmeno ne conosce l'esistenza. Sono quello che non ha partecipato all'evento rarissimo che capitava proprio in quei giorni al quale assolutamente bisognava partecipare, che non ha comprato nulla di quello che tutti comprano e nemmeno sa cos'è, che non ha letto, non ha visitato, non ha sicuramente fatto.
Ho visitato più di cento fra Paesi e territori del pianeta, viaggiando sempre in totale autonomia, e quasi sicuramente non sono stato nella maggior parte dei posti dove sarei dovuto andare e non ho visto il cinquanta per cento delle cose che avete visto voi negli stessi posti, impiegando la metà del tempo, spendendo un terzo, viaggiando accompagnati, o a vostra volta da soli. No, non è che abbia visto o fatto di meglio: è solo che probabilmente ho perso tempo dietro a qualche obiettivo che mi ero fissato in testa sa dio perché, salvo poi scoprire che il fatto che non ci andasse/interessasse/non lo facesse nessuno forse voleva dire qualcosa; o anche solo per sciocca ostinazione anticonformista; o semplicemente perché sono un viaggiatore molto pigro, per cui se devo alzarmi presto per fare o vedere qualcosa di assolutamente imprescindibile, ma che non ho scelto io di fare o vedere, è quasi certo che dormirò fino alle undici del mattino, o al massimo mi alzerò in tempo utile per non perdere l’ultimo turno della colazione in hotel, ché uscire fuori senza aver fatto colazione è la cosa che più mi irrita al mondo.
Tanto, in ogni caso, dopo aver fatto colazione è molto probabile che torni in camera e perda tempo un’altra ora buona. Nella migliore delle ipotesi ad aggiornare il blog, altrimenti a fare assolutamente nulla.

Eppure studio i miei viaggi per mesi, leggo tantissimo, mi segno cose, compilo liste, mi concentro su particolari insignificanti. Ecco, appunto: insignificanti.
Io sono un viaggiatore imperfetto che segue percorsi tutti suoi, spesso del tutto insignificanti. Ad occhi altrui.
Così, per esempio, potete stare certi che sono stato a Parigi cento volte, ci ho anche lavorato, la conosco molto bene e, vi garantisco, conosco cose di Parigi che nemmeno voi che ci vivete conoscete. Ma in tutti questi anni sono stato al Louvre una sola volta e credo di non averci resistito più di un’ora, di cui quindici minuti trascorsi a cercare di aprirmi un varco in mezzo alla folla che sostava davanti a Monna Lisa. Ho di recente letto una lista di cose assolutamente da vedere a Parigi e ce ne fosse stata una della quale abbia potuto dire ah, sì, questa in effetti celo.

Non torno a Londra dal 1984, né mi frega di tornarci. Non ho mai visto le piramidi del Cairo, ché detesto farmi largo fra i pullman.
Ma sono stato in Tango-Hanto in Giappone e ho fatto una deviazione del cazzo che mi è costata una giornata di viaggio per andare a vedere quella minchiata di monastero ortodosso bombardato e circondato da filo spinato a Prizren, in Kosovo. Nemmeno ricordo più come si chiama, poi, quel rùdere. Ho anche speso un bel po’ per andare a Chernobyl e peraltro oggi non potrei raccontarvi di Al Raqqa, nella valle dell’Eufrate, se non mi ci fossi infilato a cazzo per non so quale motivo e non ci avessi pure dormito. Belìn, Al Raqqa.
Non sono andato in Polinesia: potendo scegliere, sono stato - di proposito - in Melanesia, ché sono certissimo che tanto il mare sia lo stesso, solo che alle Loyalty Islands c’ero solo io, a Tahiti eravate in centomila. E in Australia ho schifato Ayers Rock per andare in Tasmania. D’inverno. Che c’è pure un clima allucinante, fa un freddo porco e piove a dirotto, sempre.

D’altra parte io detesto andare nei luoghi quando il clima è favorevole. Se devo andare al Polo Nord dev'essere d’inverno. Che mi importa di andarci in estate: lo so benissimo che si sta meglio ed è più vivibile, ma che diamine, il Polo Nord è bello proprio perché è estremo e dunque per quale mai ragione dovrei volerlo vedere addomesticato dal calore estivo?
- Ma se vai in Patagonia d’inverno non vedi i pinguini! E chissenefrega: li ho incontrati in Sudafrica e in compenso ho così visto le famose tempeste invernali del Paine, ché altrimenti che Patagonia sarebbe stata, senza? Anche se quando al Paine c'è una tempesta, credimi, non fai un metro fuori dal tuo rifugio.

(E comunque no, non è vero che chissenefrega: mi sono girati i coglioni. Oh se mi sono girati, all’epoca, per non aver visto i pinguini imperiali di Capo Horn).

Ore ve ne dico un’altra. Partire mi fa paura. Sono una persona estremamente ansiosa e nel mio bagaglio porto sempre mille timori.
Soffro maledettamente di claustrofobia, il che mi rende ostile il viaggiare con quasi qualunque mezzo pubblico, soprattutto autobus e treni affollati, sedili posteriori nelle auto, taxi americani, per non dire che mi angosciano tutte le camere di hotel che non posso raggiungere a piedi con una scala: praticamente, ormai, il novantacinque per cento degli hotel nelle grandi città di tutto il mondo.
Maledetti viaggi in ascensore, dannatissimi grattacieli. E poi ho paura di quasi tutte le porte chiuse. Negli hotel non chiudo mai a chiave la porta di camera. Per inciso, questo mi crea parecchi problemi anche coi bagni pubblici.
Però ho preso i treni in India e ho viaggiato per venticinque ore sul leggendario sleeper bus Golmud-Lhasa senza dare di matto, o farmi prendere dalle crisi di panico.

Non sono per nulla socievole e diffido di chiunque voglia vendermi o mi proponga qualsiasi cosa, per cui dico no a priori a tutto, a qualunque occasione o programma o iniziativa che mi vengano proposte e che escano dal perimetro di viaggio che mi sono idealmente preconfigurato. Sono un viaggiatore autonomo e indipendente, ma questo non significa affatto che io ami gli imprevisti, tutt’altro. Anzi, tendono piuttosto a innervosirmi e a mettermi ansia.
Il mio viaggio è nella mia testa, prima che altrove: se per qualche motivo esce dai binari che mi sono creato impiego poi parecchio a ritrovare la mia serenità e il mio punto di equilibrio.
Lo so: ho usato quattro volte l'aggettivo mio in quest'ultima frase. Ma sto raccontando come viaggio io, non come viaggiano quelli attorno a me.

Ho paura degli insetti e più in generale di tutto quello che è piccolo e striscia, vola, cammina e ha tante zampe. Eppure ho viaggiato nella giungla, nei deserti, in ambienti ben poco addomesticati e a volte del tutto incontaminati, spesso dormendo in tenda (quanto amo dormire in tenda!), ma credetemi, se vedo una bestia in giro potrei dormire sigillato in un piumone con una temperatura esterna di quaranta gradi.
Del resto l’ho fatto, al dormitorio del campo nella giungla malese: una notte di caldo asfissiante trascorsa interamente sveglio e completamente avvolto in una coperta. Non è servito: mi hanno fatto un braccio come un pallone, cosa sia stato non so.

E che dire del mio proverbiale terrore di volare. Quanto ne ho scritto anche qua dentro. Qualche anno fa, quando per lavoro volavo decine, centinaia di volte all'anno, ero riuscito a sconfiggere la paura. Credevo fosse in via definitiva: basta coi mal di stomaco e le notti in bianco prima di ogni volo, fine dei miei stati catatonici prima di salire su qualunque aereo, mai più ore di angoscia e mascelle serrate, inchiodato al mio posto con le cinture sempre allacciate, a costo di rimanerci anche per tredici ore filate sospeso in aria, figuriamoci andare almeno a pisciare.
Quel che però può l’abitudine, distrugge immediatamente la disabitudine. E a distanza di soli due anni, ci risiamo.
Almeno per questo ho comunque scoperto le pillole. Van bene anche per la claustro. Con due pillole ho sorvolato tutto il Pacifico e ho fatto il giro del mondo dormendo come un sasso. Sono andato in bagno persino un paio di volte e mi ci sono pure chiuso dentro. Ora le porto sempre con me, nel mio trolley.

Viaggio sempre con il solo bagaglio a mano. Con gli anni ho imparato ad andare ovunque, con qualunque clima, per qualunque tempo, portando soltanto il mio piccolo trolley ed eventualmente uno zainetto di scorta da far passare inosservato all'imbarco. Lo zainetto, quando c’è, è il mio compagno inseparabile e almeno all’andata, se posso, infilo anche lui nel trolley.
Ho fatto un giro del mondo col trolley piccolo, l’ho usato per viaggiare a quindici sotto zero e a quaranta sopra, per una settimana o un mese. Ho imparato a lasciare a casa la reflex pur di far stare tutto dentro quel solo trolley, ma negli ultimi anni non ho più rinunciato a un ombrello pieghevole. L’avvento dell’iPad, poi, mi ha fatto guadagnare moltissimo spazio e peso, perché ho smesso di portare il computer.
Nel mio trolley, naturalmente, oggi non manca mai nemmeno il necessario per procurarmi ogni strumento di ricarica per qualunque altro aggeggio elettronico mi porti dietro: tablet e telefono, sempre presenti all'appello, videocamera e macchine fotografiche, quando ci sono.
Quel che è certo è che la tecnologia, nel corso degli anni, mi ha sempre accompagnato, di qualunque generazione fosse. Nel 1990, in Patagonia, non avevo certo il telefonino né il computer portatile, ma viaggiavo col migliore altimetro analogico disponibile sul mercato, solo perché quelli digitali di allora, pionieristici, non erano altrettanto precisi. E io sono uno preciso.
L’ho smarrito quell’altimetro, proprio al campo base del Cerro Torre. Be’, non ci sarebbe stato posto migliore al mondo dove perderlo.

Per quanto viaggi, per quanto sia nomade, per quanto mi deprima rimanere a casa più di qualche settimana e per quanto potrei stare via mesi e mesi (l’ho fatto), ho bisogno di un punto fisso di riferimento. Ovunque io sia nel mondo, per quanto possa stare lontano da casa, ho bisogno di sapere che casa c’è. Che è qui e che prima o poi ci passerò. Perché prima o poi, sempre, ovunque mi trovi e indipendentemente da quanto tempo io manchi da casa, arriverà un momento in cui scoppierò a piangere e vorrò tornare.
Salvo il fatto, poi, che quando arriverò non vedrò l’ora di riandarmene tre giorni dopo e diventerò sempre più irritabile al dilatarsi della distanza fra l'ultimo rientro e la prossima ripartenza.
Forse viaggiare è la mia eterna ricerca del punto fisso ideale di riferimento, il mio capolinea perfetto. Che non so dove sia.

Quando parto per un viaggio, infine, quel viaggio l’ho già vissuto dozzine di volte ed è già archiviato. Perché il viaggio, qualunque viaggio, io lo preparo nella mia testa per mesi. Leggo, studio, pianifico, immagino. Quando parto, nell'esatto momento in cui mi metto in moto, quel viaggio è un progetto già riuscito e quindi io sto già pensando al prossimo viaggio.
Ogni mio viaggio, nel momento in cui lo sto vivendo, è accompagnato da un progetto in corso per il viaggio successivo. Sono un moto perpetuo che avanza di viaggio in viaggio, mai presente nel presente, sempre avanti nel futuro prossimo venturo.
A volte, mentre sto viaggiando, mi capita di realizzare all’improvviso questa cosa e mi fermo. Di colpo. Mi fermo proprio, se sto camminando smetto anche di camminare, e mi guardo intorno. Quello che cerco di fare è esattamente fissare quell’istante nella mia testa. Scolpirlo dentro. Viverlo nel presente. È un esercizio difficilissimo, ma talvolta ci provo.

C’è poi il fatto del viaggio che si scontra con le mie paure. Per cui, quando mi prende l'ansia, ogni volta giuro a me stesso che quella è l’ultima volta che viaggerò, che mai più, che in fondo ho viaggiato troppo, che posso anche fermarmi.
Lo penso ogni volta che salgo su un aereo, soprattutto alla partenza di un viaggio. Mi maledico, mi chiedo chi me lo ha fatto fare di nuovo, mi do del cretino. Poi, appena rientro a casa, metto insieme le idee per il prossimo viaggio, che naturalmente ho iniziato a programmare durante il viaggio appena concluso.

E poi in viaggio, spesso, io piango. Soprattutto in quei momenti in cui realizzo che sono in viaggio, davvero, e che sono esattamente nel luogo in cui ho sognato per mesi, per anni, di essere. Che sono proprio lì, che respiro quell’aria, che il momento preciso è quello.
Sono estremamente emotivo, lo sono ancor di più in viaggio. Ho pianto di fronte all’Everest e sulla Transiberiana, e a Capo Horn, e dozzine di altre volte. Quando piango sono sempre da solo.

Ho fatto del viaggiare la mia vita, o meglio, ho fatto del bisogno di viaggiare la mia vita, perché la verità è che non sono mai riuscito a viaggiare tanto quanto avrei voluto, né sono mai riuscito davvero a fare del viaggiare la mia professione, come ho sempre sognato.
Dopo qualche anno trascorso davvero a saltare da un aereo all'altro, da un hotel all'altro, con un trolley mai disfatto sempre al mio seguito, alla soglia dei cinquant'anni sono addirittura arrivato al paradosso di lavorare così vicino a casa, e così stanziale, come mai mi era capitato prima d'ora.
Ho perso il treno. Capita. Aspetti un treno per anni, magari senza nemmeno sapere bene a quale binario sederti ad aspettare, e quando finalmente sei lì lì per partire, proprio all'ultimo momento non puoi. Così è capitato, non ho potuto.
Certo, è sempre una scelta. Dico sempre che ho dovuto scegliere, ma comunque sia andata ho scelto io e punto.

A volte mi chiedo poi cosa io abbia fatto, davvero, per cercare di fare del viaggiare la mia vita: la verità è che non ho fatto nulla. Ché quando in passato c'è stato da scegliere, da rischiare, da mettersi in gioco, alla fine ho quasi sempre scelto la via più semplice e tranquilla, a meno proprio di non essermici trovato in mezzo, perché ho ascoltato le mie paure, e dunque?
Tranne nel 2002. Quando ho pensato che se non fossi partito in quel momento non sarei partito mai più. Così l’ho fatto. Sono partito.
E nel 2006, quando però sono partito per necessità, non per scelta, salvo il fatto che di nuovo, poi, non sarei mai più tornato.
Invece sono tornato. Entrambe le volte. Nonostante e dopo tutto quel tempo. Maledicendomi poi per mesi per essere tornato.
Ma anche queste sono state scelte.

Comunque fra un po’ ripartirò ancora, e poi ancora, e poi ancora, e poi ancora. Perché devo partire. Ho bisogno di partire.
Se vuoi sapere come sono, chi è quello che scrive, devi partire con me. E fidarti, anche se per tutto il viaggio, in ogni istante del viaggio con me, ti potrà sembrare che io stia viaggiando da solo e che non mi curi minimamente della tua presenza, anzi, che sia solo un fastidio.
È solo che sono dietro alle mie ansie e alle mie paure, sono preso a scacciarle, ma lo so bene che stiamo viaggiando insieme ed è una differenza importante, mi piace.

Ho viaggiato a lungo da solo, da solo davvero. In viaggio mi è persino capitato di non parlare per giorni e giorni. Ti dirò una cosa: lo so fare, non ho più bisogno da un pezzo di dimostrarmelo. Se voglio partire da solo - quando voglio partire da solo, o ho bisogno di partire da solo, perché a volte può ancora accadere - io parto da solo. Se ti chiedo di venire è perché voglio viaggiare con te, ché non ho voglia di un mio viaggio, anche se so che la destinazione la scelgo sempre io.
Io non scelgo mai i vini, né il canale alla tv, né i colori. Scelgo le destinazioni.
Ma poi non è nemmeno del tutto vero, non sempre perlomeno.

(Né è più vero, ormai da qualche anno, che io non torni mai nei luoghi dove sono già stato).

kk
agosto 2002, sulla Karakoram Highway, nello Xinjang
TAG: viaggiare
08.56 del 07 Maggio 2014 | Commenti (6) 
 
08 Me and the devil, comunque, è stupenda
MAR Viaggi fra le note, Mumble mumble
Ho scoperto Gil Scott-Heron e, volendo ascoltare qualcosa prima di decidere cosa comprare o meno della sua produzione, ho approfittato della mia recente registrazione a Spotify. Il che mi dà lo spunto per qualche riflessione sul mercato della musica in generale: nulla di nuovo sotto al sole e su cui non sia stato già scritto a fiumi, sia chiaro (anzi, arrivo ultimissimo sul tema), ma così, tanto per spendere due parole sul blog di sabato mattina, prima di preparare il trolley per la prossima partenza alla volta degli States. Sono più che altro pensieri non ordinati che mi appunto così.

Al lancio di Spotify non ero stato particolarmente interessato per una semplice ragione: le cose che mi piacciono voglio possederle. Vale per i libri, ad esempio, vale per la musica. So benissimo che ormai posso ascoltare una qualunque canzone che amo semplicemente cercandola su YouTube, ma se un brano mi piace voglio avere il disco. Una volta volevo il vinile, poi ho voluto il CD, adesso voglio possedere la traccia digitale. Di conseguenza, sono spinto a comprarla.

Sono sempre stato un collezionista nerd. Colleziono maniacalmente parecchie cose. Tralasciando i classici francobolli da ragazzino, figurine, lattine di birra, pacchetti di sigarette, trenini, sa dio che altro con cui per anni ho tormentato i miei genitori, da adulto ho conservato e continuato altri filoni più o meno disparati: dalle collane di fumetti agli skipass, dalle carte d'imbarco dei miei voli aerei (e qui il digitale mi sta ormai fregando), alle bottigliette con la sabbia dei deserti che ho attraversato. E ancora, mappe e cartine geografiche, sassi e conchiglie raccolti in ognidove, maschere africane, monete e banconote di tutti i Paesi nel mondo che ho visitato, le paia di sci utilizzate nel corso della mia vita, alcune collezioni di riviste, bicchieri di cristallo antichi e non, decine di migliaia di diapositive di oltre vent'anni di viaggi regolarmente classificate e sistemate negli appositi raccoglitori, tappeti orientali, che altro?
Ogni mio trasloco, per dire, si porta via almeno un centinaio di scatoloni di cianfrusaglie.

La musica non fa differenza, anzi: ho tutti i miei vinili d'annata (qualche centinaio), idem per i cd. Nel corso degli anni ho convertito tutta la mia discografia in digitale, con pazienza, bootleg e rarità compresi: parliamo di qualche migliaio di album, tutti rigorosamente e maniacalmente catalogati dentro iTunes, tag e copertine religiosamente sistemati.
Se un disco mi piace, lo compro, o meglio: oggi lo scarico dallo store di iTunes. Devo averlo, non mi basta andare su internet per ascoltarlo quando ho voglia e nemmeno mi piace particolarmente scaricarlo illegalmente. In qualche modo, l'acquisto dà una sorta di ufficialità al pezzo in collezione, come era una volta comprare il vinile.
Magari, una volta acquistato l'album che mi interessa, non lo ascolterò mai più, perso fra le decine di migliaia di altre tracce della mia collezione, ma l'importante è che sia in archivio.
Un classico: degli autori che amo ho le discografie complete, vado a caccia delle rarità, inseguo qualunque produzione collaterale. Ma, per esempio, degli oltre cento album dei Pink Floyd che ho in catalogo in questi anni avrò ascoltato sì e no il venti per cento.

Torno al punto: Scott-Heron e Spotify. Del primo mi sono innamorato subito: ero al cineforum a vedere Quando meno te l'aspetti, un film francese, trascinato dalle bellissime musiche della colonna sonora. Così, approfittando del fatto di essere da solo senza gente attorno a me, ho estratto l'iPhone e lanciato Shazam per scoprire di cosa si trattasse: Me and the devil, un brano di Gil Scott-Heron, artista di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare.
A casa scopro che ha prodotto un sacco di album e mi metto a scorrere lo store di iTunes per ascoltarne qualche estratto. Quel che sento mi piace molto ma, come sempre avviene in questi casi, che fare poi? Compro un album a caso? Li compro tutti approfittando dei soliti prezzi di iTunes e con cinquanta euro mi tiro giù la discografia completa? Acquisto solo qualche traccia e violento la mia natura di collezionista nerd, consapevole del fatto che potenzialmente l'ottanta per cento della sua produzione potrebbe anche non piacermi affatto, o stufarmi presto?

Così ho approfittato della recentissima e ancora inutilizzata registrazione a Spotify, cogliendo l'occasione per provare un po' il servizio e lanciando in modalità random gli album completi di Scott-Heron.

Ora, detto che è un artista straordinario e che l'ho amato da subito almeno tanto quanto amo Tom Waits, la domanda che mi sono immediatamente posto è stata: ma a questo punto che differenza passa fra lo scaricarmi gli album dallo store di iTunes, o ascoltarmeli direttamente su Spotify? Perché, alla fin fine, anche dal punto di vista del collezionismo, averli nella playlist di Spotify o nella libreria di iTunes poco cambia. Anzi, non cambia in verità nulla. Sempre sul mio iPhone, sul mio iPad e sul mio Mac, sono. Accessibili uguali. Allo stesso tempo. Con la medesima modalità.
È come tenere il vinile negli armadietti sotto al televisore e i cd in libreria.
E dunque, se nulla cambia, perché spendere soldi sull'iTunes store e non fare un abbonamento minimo a Spotify? Anzi: siccome tutto sommato non me ne frega nulla di quel poco di pubblicità e limitazioni alle funzionalità che Spotify offre con la versione gratuita, perché spendere dei soldi per ascoltare Gil Scott-Heron, quando posso farlo gratis quando voglio, con le stesse medesime modalità e la stessa qualità, utilizzando gli stessi strumenti, potendo ordinarne e classificarne le tracce secondo una perfetta logica da collezionista, rimanendo pure all'interno di un servizio legale, dunque senza approfittare di alcuna forma di pirateria?

Così mi sono chiesto, alla fine, dal mio punto di vista di consumatore di musica, quale sia la differenza fra lo scaricare gratis da internet un mp3 piratato o fruire della stessa canzone via Spotify in modalità egualmente gratuita.
So benissimo, in realtà, che la domanda è completamente malposta. Tuttavia all'improvviso mi sembra che un servizio come Spotify introduca una sorta di potenziale nuova bomba atomica sul mercato della musica e, in generale, dei contenuti e del diritto d'autore.

Anche perché, la vera domanda, non è tanto quella precedente, ma piuttosto quale sia, dal punto di vista del consumatore legale di musica, la differenza di risultato fra l'acquistare un album sullo store di iTunes per poterlo ascoltare sul proprio smartphone piuttosto che ascoltare quello stesso album gratuitamente via Spotify, sul medesimo smartphone, con la stessa qualità e avendone la stessa disponibilità.

Forse sono semplicemente pleonastico ed è questo sabato un po' onirico.
TAG: gil scott heron, collezionismo, musica, spotify, itunes
18.00 del 08 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
26 Along my own way, alone
AGO Spostamenti, Mumble mumble, Diario
Ci son viaggi che fin dall'inizio è scritto che debba fare da solo e alla fine c'è sempre un motivo, che magari a priori non conosco, ma che ha la sua ragion d'essere. Fu così il mio primo vero, a diciott'anni, a Capo Nord. E poi la mia lunga Patagonia vent'anni e più fa. E quella volta in Malaysia, la prima nel sud est asiatico.
È stato certamente così per la Corea di due anni fa, un viaggio catartico, inseguito con forza e rabbia, del quale avevo assolutamente bisogno per mille e una ragione. Il mio punto di ripartenza per tante cose.

E anche questo viaggio, in fondo: c'erano alcune cose che dovevo riverificare con me stesso, un fine tuning del mio equilibrio, delle motivazioni, dei miei progetti a lungo termine.

C'è una ragione per cui questa mattina passeggiavo da solo per il centro di Lviv, isolato dall'ambiente esterno dal mio iPod, con i miei pensieri e il mio modo di essere, assorbendo allo stesso tempo, sotto pelle, tutta l'atmosfera attorno a me e con quel certo bisogno di piangere che mi accompagna, spesso, quando sono esattamente dove devo essere, nel momento in cui devo esserci. Quel mio modo, solo mio, di emozionarmi.
Che per fortuna, per quanto gli anni passino, è sempre quello. Non mi abbandona mai.

Ed è questo quello che dovevo verificare. Il sapere che, ci sia qualcuno o meno nella mia vita, oggi o domani, io ho un progetto, una rotta davanti, sempre, e la seguo comunque.

Non mi fermo, no. Nemmeno sono a metà strada.
14.21 del 26 Agosto 2012 | Commenti (1) 
 
01 Esclusi i presenti
NOV Web e tecnologia, Politica, Mumble mumble
Questo (lungo) post è nato altrove, ché l'ho in canna da mesi e mesi. Poi però càpita che una sera, nel ritrovarmi a vedere Giovanni Favia e Davide Bono del Movimento 5 stelle partecipare a un dibattito in televisione, provi il solito disagio a sentire quel che dicono e mi venga da associarli immediatamente ed inevitabilmente ai miei giovani freak, dei quali ormai scrivo da almeno due anni. E però mi viene anche in mente che, tant'è, forse è proprio lì il punto ed è lì che il post che ho nel cassetto da mesi pretende di andare a parare.
Non lo so. Però ci provo: la prendo alla lontana, da quel che voglio dire da tempo, e vediamo se i due temi si agganciano. Magari, una volta in fondo, il risultato non torna nemmeno a me.
L'executive summary è che, a mio parere, no: non esiste alcun popolo di internet. Su internet non nasce alcun movimento di opinione, né tanto meno rivoluzionario: al massimo internet può essere un mezzo rapido ed alternativo di diffusione di movimenti nati altrove. Né soprattutto (e questo è il punto) esiste in Italia un fenomeno, in così evidente crescita, di persone che si informano su internet.
Quel che esiste è solo una gran massa di gente che possiede uno smartphone. Che usa per giocare, ascoltare musica, fare fotografie e taggarle su Facebook. E per leggere le e-mail, se è obbligato per lavoro.

Il post che avevo in mente, però, iniziava in altro modo e da tutt'altra parte.

Io sono nato nel 1965. Ho messo le mani per la prima volta su un computer nel 1984 e son partito direttamente da un assemblato con processore 8088, saltando a pié pari la fase Commodore, Amiga, eccetera. Mi sono laureato in informatica - che all'epoca si chiamava Scienze dell'informazione (è ancora così?) - più per caso che per interesse vero e proprio nei confronti della tecnologia, passione che tuttavia ho iniziato a coltivare proprio nel corso degli anni di studi e soprattutto della tesi di laurea.
Ho fatto a tempo a toccare le schede perforate, ho lavorato sui mainframe, sui primi Macintosh e i primi PC, sulle workstation grafiche e sui primi portatili della Compaq che pesavano come jersey di cemento armato. Ho messo le mani un po' ovunque: dall'MVS al Dos, a tutti i sistemi Unix-like e a tutte le versioni di Windows note al genere umano. Come tutti coloro cresciuti davanti a un monitor, sono (stato) assai poliglotta, nel senso dei linguaggi di programmazione. Lavorando nel mondo della ricerca informatica ho avuto modo di partecipare, direttamente in alcuni casi, indirettamente in altri, alla nascita di parecchie delle tecnologie che oggi diamo per scontate: dalla masterizzazione dei cd, tanto per citarne una, alle tecniche di acquisizione, elaborazione ed interpretazione delle immagini (la mia specializzazione iniziale), allo sviluppo dei protocolli e delle reti di comunicazione.
Soprattutto, ho visto nascere internet.

Per dirla tutta, come quasi tutti "noi" all'epoca, in Rete c'ero già da prima, ché si chattava con i colleghi delle altre università e dei centri di ricerca con sistemi dei quali nemmeno più ricordo il nome, roba che girava su mainframe comunque. Così sorrido quando sento dire "ai tempi di irc", perché c'è stato un tempo, per me, in cui irc era ancora il futuro di un passato prossimo che stavamo già vivendo e sperimentando (fra parentesi, nel momento in cui sto scrivendo questo post, si sta discutendo per caso di questo tema in questo thread di FriendFeed, il che mi serve involontariamente un atout per quanto dirò più avanti)...
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TAG: internet, digital divide, informazione, nativi digitali, identità digitale
22.52 del 01 Novembre 2011 | Commenti (5) 
 
26 Village people (no, non quelli di YMCA)
AGO Mumble mumble, Spostamenti
Chiuso il capitolo Mallorca, avevo parcheggiato alcune note a margine col proposito di organizzarle successivamente in una qualche forma compiuta. Villaggi turistici, il tema, nella fattispecie. Che da queste parti è un po' come parlar di ebola.

Le volte che ho messo piede in un villaggio turistico credo di poterle contare sulla dita di una mano. La prima se non sbaglio fu nel 1979. Avevo quattordici anni ed ero in viaggio in Sicilia con papà e mamma. Me la ricordo piuttosto bene. Credo che i miei quell'anno avessero deciso di prenotare le vacanze in un villaggio con l'idea, un po' come ho fatto io stesso nelle rare occasioni da adulto, di usarlo solo come campo base per un paio di settimane, ed allo stesso tempo di sfruttarlo di rimbalzo per mollare un po', ogni tanto, me e mio fratello ad altri divertimenti e tirare un po' il fiato.
A parte questa mia ricostruzione postuma a trent'anni di distanza, che i miei, poi, avessero prenotato un soggiorno in un villaggio turistico è comunque già di per sé un mistero tipo Codice da Vinci: parliamo di un padre ed una madre che solo due anni prima ci avevano scorrazzato in macchina per tremila chilometri attraverso la Bulgaria (la Bulgaria del '77, non so se mi spiego) sulla rotta Salonicco - Sofia - Belgrado - Milano, con una tenda tipo spedizione all'Everest Hillary-Tenzing legata al portapacchi della leggendaria Simca 1301 marrone.
Per dire, quello era il clima medio di famiglia, e del resto da qualcuno il titolare qui deve ben aver preso.

Dopo quell'episodio del 1979, il black-out. Nel senso dei villaggi. Sapete com'è, la peste nera.

Sono tornato in un villaggio turistico ventun'anni dopo, nell'estate del 2000. A inizio luglio ero stato assunto in IBM, avevo davanti solo quindici giorni di ferie anticipatimi dall'azienda e non avevo avuto il tempo di studiarmi nulla. Il mio andazzo medio a quel tempo era di tre viaggi all'anno, almeno un paio dei quali in intercontinentale, tutti rigorosamente in qualità di viaggiatore indipendente: il prototipo del consumatore di Lonely Planet per intenderci (per inciso, la mia prima LP è stata "Argentina", nel 1989, preistoria: aveva sì e no cento pagine, oggi è un'enciclopedia britannica).
Non avendo programmato nulla ed in virtù del periodo rocambolesco che stavo attraversando, l'idea era riposo, dunque mare, scelta già piuttosto insolita per me. Ovviamente in intercontinentale, magari su qualche isola, ché l'anno prima ero stato nel Pacifico e mi stava un po' prendendo la mania delle isole oceaniche.
Solo che avete presente decidere di andare su un'isola in mezzo all'oceano nelle due settimane a cavallo di Ferragosto, e deciderlo a fine luglio? Ecco, appunto.

Spulciando al solito su Internet, trovai un villaggio turistico a Mauritius che proponeva un last minute a una tariffa decisamente appetibile. E dunque, Mauritius perché no.
Il villaggio come idea di campo base mi è nata così, quell'anno. Nel senso, hotel o villaggio chissenefrega, magari il villaggio è pure più bello: basta che qualunque forma di animazione si manifesti ad un raggio non inferiore a cinquecento metri da me. Adulti frequentatori di villaggi, animatori e corte varia compresi...
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TAG: villaggi turistici
19.00 del 26 Agosto 2010 | Commenti (3) 
 
04 Visitors
APR Mumble mumble, Diario
Che poi, a pensarci, 'sta cosa fa anche il paio con il nuovo condominio dove mi sono trasferito da un paio di mesi. Età media più sui trenta che sui quaranta, parecchie coppie giovani, tutti che mi sorridono, salutano, attaccano bottone, socializzano, nessuno che fa casino, sporca, danneggia, invade, tutti che seguono ligi le regole condominiali, che si offrono di aiutarti per qualunque cazzata.

Persino eccessivo e sospetto, perlomeno nella mia esperienza media di condomìni e condòmini. Roba da Truman Show, insomma.
00.53 del 04 Aprile 2010 | Commenti (0) 
 
15 Aforismi 2.0
MAR Mumble mumble
Non so se mi innervosisce di più lo spam o la mailbox vuota.
22.38 del 15 Marzo 2010 | Commenti (0) 
 
20 Global warming
DIC Prima pagina, Mumble mumble
Comunque, al di là delle statistiche, di Copenhagen, dei complottisti e degli scettici a prescindere, l'unica cosa certa è che dopo una discreta sequenza di anni belli secchi e di magrissima - più o meno dalla seconda metà degli '80, o perlomeno dopo la indimenticabile grande nevicata del 1985 che tirò giù anche il Palasport di Milano, e fino a tutti gli anni '90 - io conto inverni belli gelidi e nevicate abbondanti anche in pianura sin dal 2005, con regolare circolazione stradale nel panico totale.
In particolare, il cartello della rotatoria qua sotto casa l'ho visto seppellito dalla neve almeno due o tre volte negli ultimi quattro anni, per non parlare dei pupazzi di neve fatti con Leonardo qui a Villasanta e regolarmente documentati fra queste pagine di anno in anno.

Ci riflettevo proprio ieri a fronte dell'ennesimo Natale consecutivo con la città imbiancata e i meno cinque di media della giornata.
15.23 del 20 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
09 Orizzontale o verticale che sia il passo
DIC Mumble mumble, Running
Pensavo, sabato sera prima di correre la mezza maratona di Sanremo, che in effetti il mio approccio ad ogni gara è molto simile, per non dire identico, al modo in cui da sempre mi avvicino alle salite alpinistiche.
Da qualche parte ho già scritto del parallelismo fra la maratona e l'alpinismo d'alta quota, del fattore psicologico, del metodo. Macinare chilometri è esattamente come salire in vetta: parti senza pensare davvero al traguardo finale, suddividi mentalmente il percorso in frazioni e ti concentri su obiettivi ridotti e più vicini. E' un po' come lavorare ad ingannare te stesso per non cedere alla demotivazione: se all'inizio ti fermi a pensarci, tutto sommato puoi anche renderti conto che non esiste correre per due, tre, quattro ore. Né salire per centinaia, magari migliaia di metri al freddo, in mezzo a pericoli oggettivi, solo per arrivare in cima e tornare immediatamente giù a valle, correndo contro la stanchezza, prima che la temperatura si alzi troppo, o che arrivi il cattivo tempo, o che venga buio.
Tutto questo è privo di senso. E' esattamente la conquista dell'inutile di Herzog, del tutto traslabile dalla dimensione alpinistica a quella della corsa di resistenza.
Ma non è qui che voglio andare a parare.

In effetti mi rendo conto che, al di là di ciò, io vivo emotivamente le due situazioni nello stesso identico modo, gara podistica o salita alpinistica.

Mi preparo per giorni, magari per settimane. Poi arriva la vigilia, sale la tensione, e il salire è inversamente proporzionale alla motivazione, che all'improvviso viene meno, cede brutalmente, come si schiantasse su se stessa. E' come se inconsciamente l'istinto di conservazione si risvegliasse di colpo e mi mettesse di fronte alla logica del fatto che no, forse non ne ho così voglia di correre per tutti quei chilometri, o di salire per ore fra ghiaccio, neve e sassi, anzi, non ne vedo proprio il fine, rinuncio, me ne sto a letto e non ci penso più, ma chi diavolo me lo fa fare.
Ansia, tensione in circolo, senso di malessere quasi. Voglia di mollare e allo stesso tempo di essere già oltre.

E così mi addormento ogni volta alla vigilia. Che si tratti di una gara o, ad esempio, di un quattromila.

Poi suona la sveglia. Perché un altro fattor comune è curiosamente quello della sveglia alla domenica mattina.
E mi vesto, comunque. Mi preparo. Tanto ormai sono in ballo. Mi vesto e poi si vedrà.
E' la testa che, senza che nemmeno me ne renda conto, ha già iniziato a dividere il percorso in obiettivi più facili, prossimi e razionali: intanto mi vesto, poi si vedrà.

Intanto salgo in macchina, poi si vedrà.
Intanto metto i ramponi. Intanto allaccio le scarpette. Poi si vedrà.
Intanto parto e muovo i primi passi sulla neve. Intanto mi preparo al nastro di partenza. Poi si vedrà.
Intanto salgo per cento, magari duecento metri. Intanto corro tre o quattro chilometri.
Poi si vedrà.

Poi, di solito, arrivo in fondo. O in vetta. In questi anni qualche volta, molto raramente per la verità, mi è capitato poi di rinunciare davvero a metà salita. Con la corsa ancora non è successo, ma sono un neofita, ho appena iniziato: accadrà sicuramente prima o poi.
Capitano quei giorni in cui la demotivazione è davvero più forte di te e non ce n'è proprio, per quanto fisicamente tu possa essere preparato e in palla. Credo sia una specie di campanello d'allarme, un segnale mandato dal subconscio per avvertirti che non è giornata, che devi lasciar perdere, qualunque sia la ragione dietro. Non è nemmeno importante saperla tutto sommato, è importante invece capire quando fermarsi e riconoscere che certe sfide le fai solo con e per te stesso, che non c'è davvero alcun obbligo né merito particolare nel portarle a termine a tutti i costi, e puoi sempre riprovarci un'altra volta.
Nella corsa e nell'alpinismo c'è dentro anche tutta l'arte della pazienza, tutto sommato la più difficile da esercitare.

Così, ogni volta, immancabilmente, al ritorno mi chiedo come sia possibile che il giorno prima per qualche ora abbia anche solo pensato di rinunciare, e mi ritrovo a far già progetti per la prossima gara o per la prossima salita.
Corsa o montagna che sia, identico approccio mentale, identico sviluppo, identica conclusione.

Curioso. Mi chiedo se sia un'esperienza comune ad altri.
00.28 del 09 Dicembre 2009 | Commenti (1) 
 
12 (Don't) run with me
NOV Mumble mumble, Running
Non riesco a pensare a nulla di più distante da un'esperienza collettiva come il correre.
E dunque, proprio non li capisco gli allenamenti tutti insieme e le domeniche al parco a correre con gli amici.

Io corro da solo: ho bisogno di sentire il mio passo ed il mio respiro, di isolarmi e lasciarmi trasportare dai miei pensieri, chilometro dopo chilometro.
Che c'entra questo con il chiacchierare con il tuo amico a fianco?
14.13 del 12 Novembre 2009 | Commenti (0) 
 
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