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A pensarci, dire (come ha appena detto il Tg2) che l'"11 settembre ha cambiato la Storia" è una cagata boiata pazzesca. La Storia è intrinsecamente determinata dagli eventi stessi nel momento in cui accadono, non da ciò che non accade. E ciò che non accade non è né un'alternativa, né uno status quo rispetto al quale l'evento accaduto possa rappresentare un cambiamento.
Ed anche a farla più semplice: che cosa, esattamente, è stato cambiato nella Storia dal determinarsi dell'11 settembre? Cioè: come può essere cambiato l'istante t+1 prima di accadere?
Poi magari parliamo anche del Bosone di Higgs, la "particella di Dio". Ché nei prossimi giorni ai tg - scommettiamo? - piacerà sempre di più. |
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Perché? Vi prego, devo assolutamente sapere il perché. Perché diavolo da quanto esiste Orizzontintorno - e parliamo ormai di cinque anni - la seconda chiave di ricerca più gettonata con la quale la gente atterra fra queste pagine, dopo "sexy shop a Chiasso" (e fra l'altro mi chiedo anche perché ci sia così tanta gente interessata ai sexy shop a Chiasso invece, chessò, di quelli di Castelletto Ticino) è "fuso orario di Kirov" ? Cos'è che hanno di così speciale Kirov e, soprattutto, il suo fuso orario? Io ci sono stato a Kirov (città della Russia europea a ridosso degli Urali, sulla ferrovia Transiberiana, per la cronaca) e vi garantisco che è un buco di posto. E comunque, se proprio vi interessa, Kirov sta nella SAMST, Samara Time, pari a GMT+4. Fatevi i conti da soli insomma.
E adesso, vi prego, davvero non ci dormo la notte: perché, da cinque anni in qua, vi interessa così morbosamente sapere qual è il fuso orario di Kirov? |
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Fra l'altro, adesso che ci penso, comunque vada direi che posso dare l'addio alle mie trecentomila miglia ancora non spese.
Intendo, anche se me le spendessi ora non cambierebbe nulla, a meno di non partire immediatamente per le Fiji. |
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Il mio amico Luso mi ha appena fatto notare che il nostro (nel senso, il suo, il mio e di una manciata di altri personaggi come noi che fra un paio di righe si riconosceranno immediatamente) è un universo inesorabilmente suddiviso in as-is e to-be, dal quale non c'è alcun modo per noi di evadere, indipendentemente dal tipo di lavoro, di business e di cliente con il quale abbiamo ed avremo a che fare per tutto il corso della nostra vita professionale.
E dunque mi appresto a passare le prossime notti guardando il soffitto, nel vano tentativo di rispondere al dubbio se, effettivamente, sia davvero possibile o meno uscire da questo schema e sviluppare una qualunque delle nostre presentazioni sulla base di regole esistenziali e filosofiche completamente differenti.
So di aver rovinato il pomeriggio a buona parte di voi. |
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| A quanto pare, a Villasanta (undicimila abitanti o giù di lì) siamo (almeno?) in due ad avere la maglietta dell'Hard Rock Cafè di Kuala Lumpur. |
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Findel Airport, Luxembourg, un normale lunedì mattina. Siamo atterrati in perfetto orario, insieme ai voli da Berlino, Francoforte, Londra. Tutto come al solito. Folla in uscita, gente di fretta. La polizia non ferma mai nessuno qui e del resto siamo praticamente tutti uguali: divisa d'ordinanza, auricolare, trolley e borsa con il pc.
Oggi però ne fermano due a caso. Coda. Gli controllano i documenti, gli fanno aprire le valigie, un sacco di domande. Sono una coppia, lui e lei, potrebbero essere tranquillamente due qualunque di noi, con i loro trolley e i loro auricolari. Solo, sono di colore. Neri, per la precisione. Nerissimi. Gli unici. Gli unici che, in sei mesi che atterro qui a Lussemburgo e almeno a mia memoria, abbia visto e gli unici che abbia visto fermare dalla polizia.
Non è razzismo (anche) questo? |
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Emanuela ed io ci siamo incrociati questa mattina alla Malpensa: io in partenza per Lussemburgo con il volo delle 8.45, lei proveniente da Venezia con quello delle 8.30. Ci siamo dati il buongiorno via sms, perché troppo sincronizzati per riuscire a vederci.
Poi. Questo pomeriggio ero in Belgio: mi ha telefonato perché le facessi io il telecheck-in direttamente via Internet per non perdere l'aereo. Detto, fatto, in tempo reale a ottocento chilometri di distanza.
Più ci penso e più mi sembra che in tutto ciò debba esserci una qualche morale che mi sfugge. |
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Ci sono giorni in cui all'improvviso, senza ragione apparente,
mi guardo allo specchio e mi chiedo chi sono. Vorrei uscire
fuori da me stesso per osservarmi, vedere quello che gli
altri vedono, imparare cose di me che ancora non so. Ci
sono giorni che non riesco a trasmettere cose e non c'è
verso, per quanto mi sforzi è come se comunicassi
in Braille.
A volte è come essere un pipistrello impazzito dentro
ad una stanza buia che sbatte contro i muri: devo averlo
detto altre volte e ricordo a chi rubai l'espressione.
Ci sono giorni in cui l'unica cura sarebbe aria sottile.
Perché è di quello che ho bisogno. E comunque
io lo so chi sono. Deve essere per questa ragione che, fra
le poche fotografie che ho di me stesso, amo questa in particolare.
Perché io sono esattamente così.
Io lo so quando cambia la luce nei miei occhi. Quando l'orizzonte
si alza verso il cielo e i miei occhi possono seguirlo. Da
lassù ogni cosa mi appare diversa. |
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E' che io voglio salire l'Everest. Ora, lo so che sono noioso. Ma vi spiego: ci sono quasi nato con questo sogno che mi martella in testa. E non è che debba per forza salirlo, l'Everest. Potrebbe essere anche, che so, lo Shisha Pangma. O il Gasherbrum II. O il solito Cho Oyu. Insomma, io voglio il mio 8000 e certo fosse mai l'Everest avrei anche fatto scopa. Ma diciamocelo: avendo salito il Cho Oyu, volete che a quel punto non ci provi davvero con l'Everest? Sta di fatto che non è tanto una questione di Everest o meno. Ce ne sono decine, prima, che vorrei salire. Devo farvi l'elenco? Detto ovviamente delle Seven Summit, ci sarebbe anche il Muztagh Ata. E l'Illimani. E l'Alpmaio. Ma anche, perché no, il Chimborazo, il Pumori, le cinque cime dello Snow Leopard, l'Eiger, una trentina di 4000 che ho nel cassetto da una vita. E' che io ci sono cresciuto con il sogno dell'Everest e non lo mollo, no. Lo tengo con i denti, credetemi. E se non saranno ottomila, potete scommetterci che mi ci avvicinerò parecchio.
E' che io voglio attraversare l'Africa, da una vita. O meglio, volevo attraversare l'Asia, l'Africa, e l'Antartide. Intanto, con l'Asia sono a posto. Oddio, a ben vedere ho ancora un piccolo progettino nel cassetto, che tengo di scorta, fra Peshawar, Kabul e Dushambe: Kyber Pass, Irkeshtan Pass, Kunjerab Pass, uno dietro l'altro. E tutto sommato è un sogno molto più dietro l'angolo di quanto crediate.
L'Antartide può aspettare, per ora. E' quasi un progetto da pensione. Ma l'Africa, l'Africa no. L'Africa ce l'ho dentro da quando ho imparato a sognare in orizzontale. Servono altri sei mesi, forse solo quattro. Si troveranno, non sarà mai questo un problema. Ho la rotta stampata in testa, ho la musica che mi accompagna nelle orecchie, ho lo zaino pronto sulle spalle: il quadro astrale arriverà, come è stato per l'Asia. Potete scommetterci: prima o poi vi bloggo l'overland in Africa.
E' che io sono i miei sogni, o non sarei qui a parlarvene. Io sono sempre stato i miei sogni e i miei sogni sono sempre stati gli stessi. Li avevo a quindici anni, li avevo a venti. E poi a trenta. E hanno doppiato i quaranta. E non crediate, la lista è sempre lunga, ma ho tirato molte righe nel frattempo, almeno tante quante ne ho aggiunte di nuove. Certo, ho un figlio. Certo, ho famiglia. Certo, ho un mutuo, una casa, un lavoro. E dunque? C'è spazio per tutto dentro questa testa, vi assicuro. E fiato a sufficienza in questi polmoni. E resistenza quanto basta in questo cuore. E continuerà ad esserci tutto questo, per molto tempo a venire, o non sarò più io.
Io, che mi ci addormento da sempre con i miei sogni. Sera dopo sera, mese dopo mese, anno dopo anno. Beh, a volte sogno altro, che domande. Ma è per farvi capire. Intendo, I mean: non è una metafora. Io vado a letto, chiudo gli occhi e vedo la linea di salita che dal campo avanzato del ghiacciaio orientale di Rongphu sale al Colle Nord, per proseguire poi lungo la cresta nord, fino al primo step, e poi al secondo, oltre il terzo, fino in vetta. Vedo il canale del couloir Norton incidere la parete nord alla mia destra e, una volta sbucato in cresta, ormai sopra agli ottomila, la parete del Kangchung precipitare ad est, alla mia sinistra, in un oceano di ghiaccio e seracchi, verso la valle di Karta, quattromila metri più in basso. Ci credereste? Sento il rumore dei miei ramponi mordere il ghiaccio e l'odore del vento in quota e l'aria sottile che mi colpisce la pelle del volto, e me la trafigge come punte di spillo.
Lo studio da quasi trent'anni, l'Everest. Quasi come ne conoscessi ogni sasso - e ce l'ho un sasso dell'Everest, fra i miei scaffali, raccolto quattro anni fa a Rongphu - ed ogni volto che è stato lassù, ogni impronta lasciata, ogni respiro in aria sottile. Gli uomini, i sassi, la storia, la geografia, il clima, l'orografia. Ché salire dal Colle Sud non è come la via dal Colle Nord. Ché L'Hillary Step non è uno scherzo e le cornici terminali fanno paura. Ché dall'anticima sud ti tocca ridiscendere, e poi risalire. Ché la ovest è interminabile e dura, davvero dura. E non parliamo poi delle vie di parete.
Ne faccio quarantuno fra qualche giorno. E io ci credo che sono nell'età dell'oro. Credo nei miei sogni perché io sono quei sogni. Ma, mi guardo in giro e vi chiedo: com'è che sono rimasto solo? |
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Sabato sera me ne stavo sul divano in stato catatonico
davanti a Gaia - no, non è mia figlia, né
un cane (conosco qualcuno che ha un cane, pardon, cagna,
di nome Gaia), ma il programma in onda su Raitre condotto
da Mario Tozzi: per intenderci, quel tipo che se ne va in giro
con il martelletto a romper sassi fra uno spezzone di documentario
e l'altro.
Io sono un documentarofogo. Sono cresciuto divorando i filmati
in bianco e nero di Avventura, che forse qualche
coetaneo ricorda: primi anni '70, sigla iniziale "She
came in through the bathroom window", nella versione
di Joe Cocker (ma il brano era dei Beatles, se non sbaglio);
sigla finale la mitica "A salty dog" dei
Procol Harum.
Credo di aver iniziato a viaggiare in quel modo, davanti
al Radiomarelli di plastica bianca che trasmetteva documentari
preistorici e voi, giovani tecnosbarbatelli cresciuti sul
satellite con il National Geographic, nemmeno potete immaginare
la poesia dei pinguini di Magellano in black-and-white-antenna-permettendo.
Poi vennero il buon Fogar ed il suo Jonathan, ma eravamo
già nel futuro ed io, che non ho mai giocato a pallone,
collezionavo di conseguenza i miei due di picche: è
piuttosto difficile competere con chi tira i calci di rigore
e magari è fresco di patente se tu, prossimo ai diciotto,
non hai nemmeno il motorino e continui irrimediabilmente
a preferire i pinguini di Magellano alla Domenica Sportiva.
Di buono c'è che poco tempo dopo, io, i pinguini
di Magellano sono andato a vederli davvero, mentre di norma
chi tirava calci al pallone è rimasto a casa a guardarsi
la Domenica Sportiva. Di buono c'è anche che, benché
sia statisticamente non banale, trovata una donna che ami
i pinguini di Magellano quanto voi, con buona probabilità
vi amerete tutta la vita. Trovare una donna che ami la Domenica
Sportiva è perlopiù utopistico.
Guardavo dunque Tozzi, e riflettevo così sullo scorrere
della vita e l'evoluzione della nostra società, sotto
all'inusuale angolo di osservazione della produzione dei
documentari. Che a voi sembrerà una fesseria, ma
è solo perché guardate Angela junior (che
poi, a ben vedere, a me induce le medesime riflessioni).
Il fatto è che una volta (ai miei tempi, signora
mia...) un documentario era un documentario. Cioè:
ti beccavi i pinguini di Magellano e quello guardavi per
un'oretta buona, oppure cambiavi canale (ma ai tempi di
Avventura c'era ben poco da cambiare). In ogni caso,
se non ti addormentavi sul divano, o se Avventura
non era solo un buon pretesto per limonare sul divano medesimo,
alla fine dei pinguni di Magellano sapevi più o meno
tutto lo scibile e potevi far l'appello chiamandoli uno
ad uno per nome, o in alternativa tentare la difficilissima
carta di conquistare la tua compagna di banco con le teorie
sugli ecosistemi dei pinguinidi, che comunque fa sempre
un po' alternativo.
Ecco: sabato sera il tema di Gaia era "Influenza aviaria",
e fin qua vabbè, anche se trovo di difficile applicazione
utilizzare il soggetto in questione con la compagna di banco, soprattutto
se avete il raffreddore.
Si parla insomma di virus - cosa sono (se sto ai disegni
di Gaia, delle palle viola con gli spillini, tipo riccio),
come si diffondono e bla bla bla - e di polli. Nel giro
di pochi minuti la trama scivola sull'influenza spagnola,
che tutto sommato ci sta. Quindi - siamo negli anni '20
- ci si fionda dentro alla prima guerra mondiale ed alla
vita di trincea. Inizio a perdere un po' il filo, ma sembra
interessante.
Riempio la lavastoviglie, imposto il programma automatico,
asciugo il lavandino e tiro un orecchio alla tv: siamo a
Chernobyl e stiamo parlando del disastro dell'86. Come ci
siamo arrivati non ne ho la minima idea, ma quasi non faccio
a tempo a chiedermelo che già stiamo parlando di
produzione di energia nucleare e confronto con i sistemi
a carbon fossile. Quindi mi appare di colpo Tozzi con il
suo martelletto: è in Sardegna e martella sassi qua
e là. In pochi secondi riesce a convincermi dell'evidente
legame fra energia nucleare e ricerche sul DNA: infatti
ecco lo stesso Tozzi che, all'interno di un laboratorio,
sputa dentro ad una provetta (sic!) per farsi analizzare
il suo codice genetico.
Ora, mentre alle mie spalle parte il programma automatico
a 55º per piatti normalmente sporchi, mi aspetto di
assistere a chissà quali rivelazioni sugli antenati
del buon Mario e invece no: si cambia di nuovo scena e agganciamo
il problema delle megàttere dell'Oceano Artico, che
nel XX secolo sono state decimate dalla pesca selvaggia.
Inizio ad innervosirmi e a pensare seriamente di cambiar
canale e passare alla De Filippi, che in fondo è
sempre un bel documentario sui disturbi della personalità
umana.
Ma voi lo sapevate che l'ecosistema delle megàttere
influenza quello dei leoni di mare e dei cormorani imperiali?
E che, soprattutto, c'è un invisibile legame con
i fossili del pleiocene presenti nei basalti degli altipiani
della Sardegna centrale? Perché, che ci crediate
o no, novemila anni fa un'antica civiltà che viveva
nel deserto di Atacama in Cile mummificava i propri morti
molto prima che lo facessero gli egizi e non vi dico, da
allora, come si è sviluppata Città del Messico,
che oggi affoga sotto ad una cappa micidiale di smog, mica
come al tempo degli aztechi che costruivano le piramidi
una dentro all'altra e sono misteriosamente scomparsi per
far spazio al veleno della vedova nera e ai lombrichi della
Papua Nuova Guinea, che dal canto loro divorano le foglie
di eucalipto, no, quelle se le mangia il Panda che però
vive in Cina e il problema del buco dell'ozono non lo sfiora
perché mica sta in Antartide, dove i conquistadores
spagnoli non sono arrivati e quindi non c'è la spagnola,
e quindi non ci sono i virus e quindi nemmeno i polli.
...Oooolaaa! Nemmeno il Bersaglio della Settimana
Enigmistica (perché avete presente, vero, il Bersaglio
della Settimana Enigmistica??) sarebbe riuscito, nello spazio
di un'ora e mezza, a permettervi di fare un volo così
pindarico. Merita una standing ovation con ola dal divano
di sinistra a quello di destra.
Non ci ho capito una mazza e mi gira la testa, ma il risultato
è affascinante: il più straordinario gioco
di incastri demenziali e neosillogismi che la mente umana
possa partorire mi ha portato dall'influenza aviaria a Chernobyl,
al DNA, alle megattere, a città del Messico e ritorno
diretto al via, dentro alla palla viola con gli spillini.
Vi dicevo che riflettevo sulla vita e sulla nostra società:
a pensarci, Gaia non è altro che lo specchio fedele
della nostra era. Consumo irrefrenabile, rapidità,
grandi immagini (stupende: quanto ad effetti speciali, "2001,
Odissea nello spazio" gli fa le pippe ai documentari
di oggi). Contenuto prossimo a zero. Non ci capisci un tubo,
ma ti droghi di colori e immagini, e al termine dell'indigestione
ti sembra di aver mangiato da dio.
Però, quando mangiavi in trattoria consumavi lentamente
un solo piatto mediamente buono, il vino non era sofisticato
e il giorno dopo ti ricordavi la ricetta e potevi provare
a replicarla a casa.
E va bene, dite pure che sto diventando un vecchio rompiballe
che ai-miei-tempi-signora-mia. Comunque io domenica mattina
non mi ricordavo già più perché le
megattere dell'Oceano Artico non si soffiano il naso e come
hanno fatto a scoprire il DNA facendo saltare in aria Chernobyl.
Ma, soprattutto, perché accidenti i polli mummificavano
gli spagnoli. O erano gli spagnoli a cucinare dentro alle
piramidi?
Diavolo di un Tozzi. |
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