Orizzontintorno Carlo Paschetto
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12 Focolare domestico
DIC Spostamenti, Diario, Mumble mumble
Emanuela ed io ci siamo incrociati questa mattina alla Malpensa: io in partenza per Lussemburgo con il volo delle 8.45, lei proveniente da Venezia con quello delle 8.30.
Ci siamo dati il buongiorno via sms, perché troppo sincronizzati per riuscire a vederci.

Poi. Questo pomeriggio ero in Belgio: mi ha telefonato perché le facessi io il telecheck-in direttamente via Internet per non perdere l'aereo. Detto, fatto, in tempo reale a ottocento chilometri di distanza.

Più ci penso e più mi sembra che in tutto ciò debba esserci una qualche morale che mi sfugge.
00.16 del 12 Dicembre 2006 | Commenti (0) 
 
02 Due modi di essere
FEB Mumble mumble
Ci sono giorni in cui all'improvviso, senza ragione apparente, mi guardo allo specchio e mi chiedo chi sono. Vorrei uscire fuori da me stesso per osservarmi, vedere quello che gli altri vedono, imparare cose di me che ancora non so. Ci sono giorni che non riesco a trasmettere cose e non c'è verso, per quanto mi sforzi è come se comunicassi in Braille.
A volte è come essere un pipistrello impazzito dentro ad una stanza buia che sbatte contro i muri: devo averlo detto altre volte e ricordo a chi rubai l'espressione.

Ci sono giorni in cui l'unica cura sarebbe aria sottile. Perché è di quello che ho bisogno. E comunque io lo so chi sono. Deve essere per questa ragione che, fra le poche fotografie che ho di me stesso, amo questa in particolare. Perché io sono esattamente così.


Io lo so quando cambia la luce nei miei occhi. Quando l'orizzonte si alza verso il cielo e i miei occhi possono seguirlo. Da lassù ogni cosa mi appare diversa.
17.46 del 02 Febbraio 2006 | Commenti (0) 
 
16 I am a dream
GEN Mumble mumble
E' che io voglio salire l'Everest. Ora, lo so che sono noioso. Ma vi spiego: ci sono quasi nato con questo sogno che mi martella in testa. E non è che debba per forza salirlo, l'Everest. Potrebbe essere anche, che so, lo Shisha Pangma. O il Gasherbrum II. O il solito Cho Oyu. Insomma, io voglio il mio 8000 e certo fosse mai l'Everest avrei anche fatto scopa. Ma diciamocelo: avendo salito il Cho Oyu, volete che a quel punto non ci provi davvero con l'Everest?
Sta di fatto che non è tanto una questione di Everest o meno. Ce ne sono decine, prima, che vorrei salire. Devo farvi l'elenco? Detto ovviamente delle Seven Summit, ci sarebbe anche il Muztagh Ata. E l'Illimani. E l'Alpmaio. Ma anche, perché no, il Chimborazo, il Pumori, le cinque cime dello Snow Leopard, l'Eiger, una trentina di 4000 che ho nel cassetto da una vita.
E' che io ci sono cresciuto con il sogno dell'Everest e non lo mollo, no. Lo tengo con i denti, credetemi. E se non saranno ottomila, potete scommetterci che mi ci avvicinerò parecchio.

E' che io voglio attraversare l'Africa, da una vita. O meglio, volevo attraversare l'Asia, l'Africa, e l'Antartide.
Intanto, con l'Asia sono a posto. Oddio, a ben vedere ho ancora un piccolo progettino nel cassetto, che tengo di scorta, fra Peshawar, Kabul e Dushambe: Kyber Pass, Irkeshtan Pass, Kunjerab Pass, uno dietro l'altro. E tutto sommato è un sogno molto più dietro l'angolo di quanto crediate.

L'Antartide può aspettare, per ora. E' quasi un progetto da pensione.
Ma l'Africa, l'Africa no. L'Africa ce l'ho dentro da quando ho imparato a sognare in orizzontale. Servono altri sei mesi, forse solo quattro. Si troveranno, non sarà mai questo un problema.
Ho la rotta stampata in testa, ho la musica che mi accompagna nelle orecchie, ho lo zaino pronto sulle spalle: il quadro astrale arriverà, come è stato per l'Asia. Potete scommetterci: prima o poi vi bloggo l'overland in Africa.

E' che io sono i miei sogni, o non sarei qui a parlarvene. Io sono sempre stato i miei sogni e i miei sogni sono sempre stati gli stessi. Li avevo a quindici anni, li avevo a venti. E poi a trenta. E hanno doppiato i quaranta. E non crediate, la lista è sempre lunga, ma ho tirato molte righe nel frattempo, almeno tante quante ne ho aggiunte di nuove.
Certo, ho un figlio. Certo, ho famiglia. Certo, ho un mutuo, una casa, un lavoro. E dunque? C'è spazio per tutto dentro questa testa, vi assicuro. E fiato a sufficienza in questi polmoni. E resistenza quanto basta in questo cuore. E continuerà ad esserci tutto questo, per molto tempo a venire, o non sarò più io.

Io, che mi ci addormento da sempre con i miei sogni. Sera dopo sera, mese dopo mese, anno dopo anno. Beh, a volte sogno altro, che domande. Ma è per farvi capire. Intendo, I mean: non è una metafora. Io vado a letto, chiudo gli occhi e vedo la linea di salita che dal campo avanzato del ghiacciaio orientale di Rongphu sale al Colle Nord, per proseguire poi lungo la cresta nord, fino al primo step, e poi al secondo, oltre il terzo, fino in vetta. Vedo il canale del couloir Norton incidere la parete nord alla mia destra e, una volta sbucato in cresta, ormai sopra agli ottomila, la parete del Kangchung precipitare ad est, alla mia sinistra, in un oceano di ghiaccio e seracchi, verso la valle di Karta, quattromila metri più in basso. Ci credereste? Sento il rumore dei miei ramponi mordere il ghiaccio e l'odore del vento in quota e l'aria sottile che mi colpisce la pelle del volto, e me la trafigge come punte di spillo.

Lo studio da quasi trent'anni, l'Everest. Quasi come ne conoscessi ogni sasso - e ce l'ho un sasso dell'Everest, fra i miei scaffali, raccolto quattro anni fa a Rongphu - ed ogni volto che è stato lassù, ogni impronta lasciata, ogni respiro in aria sottile. Gli uomini, i sassi, la storia, la geografia, il clima, l'orografia.
Ché salire dal Colle Sud non è come la via dal Colle Nord. Ché L'Hillary Step non è uno scherzo e le cornici terminali fanno paura. Ché dall'anticima sud ti tocca ridiscendere, e poi risalire. Ché la ovest è interminabile e dura, davvero dura. E non parliamo poi delle vie di parete.

Ne faccio quarantuno fra qualche giorno. E io ci credo che sono nell'età dell'oro. Credo nei miei sogni perché io sono quei sogni.
Ma, mi guardo in giro e vi chiedo: com'è che sono rimasto solo?
01.34 del 16 Gennaio 2006 | Commenti (4) 
 
15 Balene azteche a Chernobyl
NOV Mumble mumble
Sabato sera me ne stavo sul divano in stato catatonico davanti a Gaia - no, non è mia figlia, né un cane (conosco qualcuno che ha un cane, pardon, cagna, di nome Gaia), ma il programma in onda su Raitre condotto da Mario Tozzi: per intenderci, quel tipo che se ne va in giro con il martelletto a romper sassi fra uno spezzone di documentario e l'altro.

Io sono un documentarofogo. Sono cresciuto divorando i filmati in bianco e nero di Avventura, che forse qualche coetaneo ricorda: primi anni '70, sigla iniziale "She came in through the bathroom window", nella versione di Joe Cocker (ma il brano era dei Beatles, se non sbaglio); sigla finale la mitica "A salty dog" dei Procol Harum.
Credo di aver iniziato a viaggiare in quel modo, davanti al Radiomarelli di plastica bianca che trasmetteva documentari preistorici e voi, giovani tecnosbarbatelli cresciuti sul satellite con il National Geographic, nemmeno potete immaginare la poesia dei pinguini di Magellano in black-and-white-antenna-permettendo.

Poi vennero il buon Fogar ed il suo Jonathan, ma eravamo già nel futuro ed io, che non ho mai giocato a pallone, collezionavo di conseguenza i miei due di picche: è piuttosto difficile competere con chi tira i calci di rigore e magari è fresco di patente se tu, prossimo ai diciotto, non hai nemmeno il motorino e continui irrimediabilmente a preferire i pinguini di Magellano alla Domenica Sportiva.
Di buono c'è che poco tempo dopo, io, i pinguini di Magellano sono andato a vederli davvero, mentre di norma chi tirava calci al pallone è rimasto a casa a guardarsi la Domenica Sportiva. Di buono c'è anche che, benché sia statisticamente non banale, trovata una donna che ami i pinguini di Magellano quanto voi, con buona probabilità vi amerete tutta la vita. Trovare una donna che ami la Domenica Sportiva è perlopiù utopistico.

Guardavo dunque Tozzi, e riflettevo così sullo scorrere della vita e l'evoluzione della nostra società, sotto all'inusuale angolo di osservazione della produzione dei documentari. Che a voi sembrerà una fesseria, ma è solo perché guardate Angela junior (che poi, a ben vedere, a me induce le medesime riflessioni).

Il fatto è che una volta (ai miei tempi, signora mia...) un documentario era un documentario. Cioè: ti beccavi i pinguini di Magellano e quello guardavi per un'oretta buona, oppure cambiavi canale (ma ai tempi di Avventura c'era ben poco da cambiare). In ogni caso, se non ti addormentavi sul divano, o se Avventura non era solo un buon pretesto per limonare sul divano medesimo, alla fine dei pinguni di Magellano sapevi più o meno tutto lo scibile e potevi far l'appello chiamandoli uno ad uno per nome, o in alternativa tentare la difficilissima carta di conquistare la tua compagna di banco con le teorie sugli ecosistemi dei pinguinidi, che comunque fa sempre un po' alternativo.

Ecco: sabato sera il tema di Gaia era "Influenza aviaria", e fin qua vabbè, anche se trovo di difficile applicazione utilizzare il soggetto in questione con la compagna di banco, soprattutto se avete il raffreddore.
Si parla insomma di virus - cosa sono (se sto ai disegni di Gaia, delle palle viola con gli spillini, tipo riccio), come si diffondono e bla bla bla - e di polli. Nel giro di pochi minuti la trama scivola sull'influenza spagnola, che tutto sommato ci sta. Quindi - siamo negli anni '20 - ci si fionda dentro alla prima guerra mondiale ed alla vita di trincea. Inizio a perdere un po' il filo, ma sembra interessante.

Riempio la lavastoviglie, imposto il programma automatico, asciugo il lavandino e tiro un orecchio alla tv: siamo a Chernobyl e stiamo parlando del disastro dell'86. Come ci siamo arrivati non ne ho la minima idea, ma quasi non faccio a tempo a chiedermelo che già stiamo parlando di produzione di energia nucleare e confronto con i sistemi a carbon fossile. Quindi mi appare di colpo Tozzi con il suo martelletto: è in Sardegna e martella sassi qua e là. In pochi secondi riesce a convincermi dell'evidente legame fra energia nucleare e ricerche sul DNA: infatti ecco lo stesso Tozzi che, all'interno di un laboratorio, sputa dentro ad una provetta (sic!) per farsi analizzare il suo codice genetico.
Ora, mentre alle mie spalle parte il programma automatico a 55º per piatti normalmente sporchi, mi aspetto di assistere a chissà quali rivelazioni sugli antenati del buon Mario e invece no: si cambia di nuovo scena e agganciamo il problema delle megàttere dell'Oceano Artico, che nel XX secolo sono state decimate dalla pesca selvaggia. Inizio ad innervosirmi e a pensare seriamente di cambiar canale e passare alla De Filippi, che in fondo è sempre un bel documentario sui disturbi della personalità umana.

Ma voi lo sapevate che l'ecosistema delle megàttere influenza quello dei leoni di mare e dei cormorani imperiali? E che, soprattutto, c'è un invisibile legame con i fossili del pleiocene presenti nei basalti degli altipiani della Sardegna centrale? Perché, che ci crediate o no, novemila anni fa un'antica civiltà che viveva nel deserto di Atacama in Cile mummificava i propri morti molto prima che lo facessero gli egizi e non vi dico, da allora, come si è sviluppata Città del Messico, che oggi affoga sotto ad una cappa micidiale di smog, mica come al tempo degli aztechi che costruivano le piramidi una dentro all'altra e sono misteriosamente scomparsi per far spazio al veleno della vedova nera e ai lombrichi della Papua Nuova Guinea, che dal canto loro divorano le foglie di eucalipto, no, quelle se le mangia il Panda che però vive in Cina e il problema del buco dell'ozono non lo sfiora perché mica sta in Antartide, dove i conquistadores spagnoli non sono arrivati e quindi non c'è la spagnola, e quindi non ci sono i virus e quindi nemmeno i polli.

...Oooolaaa! Nemmeno il Bersaglio della Settimana Enigmistica (perché avete presente, vero, il Bersaglio della Settimana Enigmistica??) sarebbe riuscito, nello spazio di un'ora e mezza, a permettervi di fare un volo così pindarico. Merita una standing ovation con ola dal divano di sinistra a quello di destra.
Non ci ho capito una mazza e mi gira la testa, ma il risultato è affascinante: il più straordinario gioco di incastri demenziali e neosillogismi che la mente umana possa partorire mi ha portato dall'influenza aviaria a Chernobyl, al DNA, alle megattere, a città del Messico e ritorno diretto al via, dentro alla palla viola con gli spillini.

Vi dicevo che riflettevo sulla vita e sulla nostra società: a pensarci, Gaia non è altro che lo specchio fedele della nostra era. Consumo irrefrenabile, rapidità, grandi immagini (stupende: quanto ad effetti speciali, "2001, Odissea nello spazio" gli fa le pippe ai documentari di oggi). Contenuto prossimo a zero. Non ci capisci un tubo, ma ti droghi di colori e immagini, e al termine dell'indigestione ti sembra di aver mangiato da dio.
Però, quando mangiavi in trattoria consumavi lentamente un solo piatto mediamente buono, il vino non era sofisticato e il giorno dopo ti ricordavi la ricetta e potevi provare a replicarla a casa.

E va bene, dite pure che sto diventando un vecchio rompiballe che ai-miei-tempi-signora-mia. Comunque io domenica mattina non mi ricordavo già più perché le megattere dell'Oceano Artico non si soffiano il naso e come hanno fatto a scoprire il DNA facendo saltare in aria Chernobyl. Ma, soprattutto, perché accidenti i polli mummificavano gli spagnoli. O erano gli spagnoli a cucinare dentro alle piramidi?
Diavolo di un Tozzi.
00.11 del 15 Novembre 2005 | Commenti (2) 
 
18 3 anni e 2 giorni fa (*)
OTT Mumble mumble
Mi capita sempre più spesso. Al mattino, ad esempio, davanti allo specchio, mentre osservo i miei occhi stanchi. Quando passo davanti a una vetrina e vedo la mia immagine riflessa. Quando gioco con Leonardo e rimango sdraiato sul pavimento, di fianco a lui, con gli occhi chiusi. Quando cammino davanti a una scuola ed incrocio i ragazzi che escono.
O nei bar, a mezzogiorno, quando mi siedo da solo a un tavolino e mangio stancamente il mio panino leggendo il giornale, mescolato agli studenti universitari.
Od oggi, percorrendo il corridoio fra gli uffici ed osservandomi riflesso nella porta a vetri, con addosso il mio completo grigio, la cravatta rossa, gli occhiali. Forse gli occhiali giocano la loro parte: non li ho praticamente mai portati fino a un anno fa, abituato ad indossare le lenti a contatto fin da quando avevo quindici anni.

O forse sono i capelli bianchi, che ormai ingrigiscono quasi del tutto le mie tempie e in fondo mi piacciono. Non ho mai capito quelli che se li tingono per sembrare più giovani.

E mi accade al mattino in macchina, mentre sono fermo nel traffico e sbircio il Corriere appoggiato sul sedile a fianco. O mentre sono seduto in banca a parlare di investimenti, o davanti al telegiornale, rimuginando fra me e me le notizie.
O quando leggo il mio amato Alp. O mentre saldo il conto alla reception di un albergo. O mentre annodo la cravatta, prima di uscire per andare al lavoro.

Mi accade sempre più spesso, di vedermi invecchiare.

Che è diverso dal sentirsi vecchio. Se ho un conflitto irrisolto con me stesso, è il medesimo da sempre: il complesso di ritrovarmi sempre troppo giovane in mezzo ad un mondo che mi invecchia attorno molto più rapidamente di quanto scivoli via il tempo addosso a me. La sindrome dell'ancora troppo giovane, inadeguato, in anticipo: mi accompagna da che possiedo dei ricordi.
Eppure, in qualche modo, va ora ad aggiungersi la consapevolezza dell'essere troppo vecchio in altre vesti, inquadrato da un angolo di ripresa differente, circondato da ragazzini che si sentono sempre molto più grandi di quanto non siano in realtà. E puoi leggerlo così bene, ora, nei loro occhi: che non hanno davvero la minima idea di come gli si srotolerà la vita e di quanto rapidamente il passato si allontanerà davanti a loro, inghiottiti da un futuro che non dà possibilità alcuna di frenata.

L'ho detto spesso: non ho mai avvertito i trenta, anzi, ho sempre pensato che fosse l'età dell'oro. Ma il passaggio dei quaranta, sì: una sorta di clic c'è stata. Perlomeno, quel qualcosa che ti porta, da un giorno all'altro, a guardarti allo specchio e a non vedere più la stessa persona che vedevi prima. O meglio, lo stesso ragazzo.

Che sia vero, che sia dunque il passaggio dal ruolo di figlio a quello di padre. Che sia quello l'istante della vita che ti cambia, dentro e fuori. Deve esserci sicuramente molto di vero e ciò che è certo è che, nel mio caso, diventare padre e doppiare la boa dei quaranta sono stati due eventi quasi contemporanei. Psicologicamente non semplice da metabolizzare all'improvviso.

Comunque la giri, quel ragazzo dentro di me non c'è più. Forse non è proprio sparito del tutto, ma di sicuro si è nascosto molto bene.
Emerge qualcosa di molto diverso, quel cuore infantile che, al contrario, non mi ha mai abbandonato e che credo sia parte integrante di me e sempre lo sarà. E' quello spirito con il quale, oggi, faccio la lotta con Leonardo rotolandomi nel lettone, o gli insegno a fare le pernacchie, o gioco con lui a farci le boccacce. E quando lui ride, io sono felice e mi commuovo, perché so che stiamo comunicando davvero, che ciò che ci lega è solido e tangibile, che in me riconosce il suo papà, che c'è (anche) il mio dna nel suo sorriso.
Quando si accoccola fra le mie braccia e se ne sta lì per qualche minuto, a pensare, senza parlare: lo sento riflettere, avverto il suo respiro e mi rendo conto che è lui, ora, quella gioventù che non mi appartiene più: è come se gliel'avessi trasferita. E sono decisamente un'altra persona rispetto all'immagine che guardavo allo specchio fino a un paio di anni fa.

Non l'ho mai sopportato - né lo sopporto: non ti senti dire altro dal momento in cui comunichi al mondo intero che la famiglia sta per allargarsi. Ti chiedono di che sesso sia e subito dopo ti affogano nel luogo comune: "Eh, vedrai, i figli ti cambiano la vita"

Cosa è cambiato nella nostra vita? Io continuo ad amare le cose che amavo prima, ad emozionarmi per gli stessi eventi, gli stessi colori e i medesimi profumi, continuo a credere in quello in cui credevo prima, continuo a sognare gli stessi sogni, a fare lo stesso mestiere, a progettare gli stessi progetti. Sono più stanco, certo. Molto più stanco. E ho sempre meno tempo per me stesso, o non ne ho quasi più del tutto: lo strappo alla notte, che a ben vedere è un po' come strapparlo alla vita, perché sulla distanza ti logora, non è che non lo sappia. Probabilmente, buona parte di quella stanchezza si riflette nello specchio, mentre mi guardo.
Cosa vedo? Prima vedevo un ragazzo dall'età indefinita e sempre quello ho visto fino a qualche tempo fa. Ora c'è un uomo di quarant'anni, con il suo abito grigio e i suoi appuntamenti di lavoro, la station wagon, il cellulare, il Corriere sotto al braccio, il mutuo, i bruciori di stomaco, la pancetta. Quello sguardo serio.
Ecco, lo sguardo: è quello che davvero non riconosco più. A volte mi chiedo se sia sempre il mio.

Mi sembra di essere su un treno rapido che salta le stazioni, mentre io vorrei sempre scendere a tutte, fermarmi in ogni dove, avere tempo, immagazzinare, prendere appunti e fotografare, e solo dopo ripartire.
Invece questo treno non si ferma, non si ferma mai e accelera in discesa. Tutto mi passa davanti al finestrino così rapidamente che spesso non riesco nemmeno a distinguere il paesaggio, tranne vedere, inevitabilmente, sempre la mia immagine riflessa nel vetro. Mi dà l'ansia, e anche un po' di claustrofobia.

A volte, spesso, mi sento ancora inadeguato. Del resto, evito da una vita - per quanto possa - ogni forma di confronto.

A volte ho paura e non so dove sia il freno di emergenza.

Ricordo molto bene mio padre a quarant'anni: io ne avevo tredici.

A volte vorrei tornare a sedermi, da solo, sulla neve. Sentire l'aria fredda che mi punge, e il silenzio attorno a me. A volte vorrei ridere di più.

(*) Questo avevo in mente, poi ho attraversato il corridoio dell'ufficio verso quella porta a vetri.
01.26 del 18 Ottobre 2005 | Commenti (1) 
 
27 Happy birthday #2
SET Mumble mumble, Alta quota, Amarcord
Ho ripreso in mano "Orizzonti di ghiaccio" di Reinhold Messner, un libro che ho già letto almeno tre volte, scritto a valle della spedizione in Tibet del 1980 che lo vide protagonista di una delle sue imprese più memorabili: la prima salita dell'Everest completamente in solitaria, effettuata fra l'altro in periodo monsonico, senza alcun appoggio esterno, senza collegamenti radio, senza naturalmente (per lui...) uso di ossigeno supplementare e per giunta tracciando una via parzialmente nuova sul versante settentrionale.
Salire la montagna - qualunque montagna in Himalaya, figuratevi l'Everest - in periodo monsonico, non solo significava e significa affrontare le peggiori condizioni climatiche in alta quota che la vostra mente possa immaginare, ma voleva e vuol anche dire trovarsi completamente da soli in uno dei luoghi più inospitali del mondo nel periodo in cui, qualche nomade o monaco tibetano a parte, le persone più vicine si trovano a centinaia di chilometri di distanza.

Per i non addetti, due anni prima Messner aveva già salito l'Everest con un compagno, realizzando la prima ascensione assoluta senza ausilio delle bombole di ossigeno: un'impresa fino a quel momento da molti ritenuta impossibile, alcuni camici bianchi inclusi. Ecco, questa nuova impresa aveva annichilito quella precedente.
Vi faccio un paragone, giusto per darvi la dimensione: è un po' come se oggi qualcuno andasse sulla Luna da solo, con un razzo a pedali costruito in casa, in costume da bagno, cantando O' sole mio e durante lo sciopero della Nasa...

Ora, per chi come me è cresciuto mangiando pane e libri di Reinhold Messner, non vi è qui nulla di nuovo. E' anche vero che quando si parla di Messner c'è sempre qualcuno che sfodera il classico luogo comune amestasulcazzo, chissà poi perché.
Così, sempre per i non addetti, e tanto per coinvolgervi un po' nella faccenda, aggiungo che colui che vistasulcazzo è stato il primo uomo a salire tutti gli ottomila della Terra (e quattro di essi li ha saliti due volte...), il primo a salire un 8000 da solo, il primo a salire un 8000 in periodo monsonico, il primo a concatenare due 8000 nella stessa ascensione, il primo a salire un 8000 completamente in stile alpino (ovvero: tendina e sacco a pelo; niente portatori, niente mega-spedizioni, ecc.), il primo a salire tre 8000 nello stesso anno, il primo a salire l'Everest senza ossigeno e pure da solo: anni '70 ed '80, preistoria, quando erano ancora molti ad andare in montagna con i pantaloni alla zuava e la fiaschetta di grappa, cantando La Montanara (io lo faccio ancora oggi con Leonardo...).
Reinhold Messner era (ed è) quello che oltre Manica verrebbe definito un visionary, un tipetto avanti anni luce rispetto alla Storia.

Non ultimo, il nostro uomo è sempre tornato vivo. Capite dunque che leggere i suoi libri e il suo modo di interpretare la vita, e di raccontarla, non deve poi essere così male, vi pare? Certo meglio che leggere la biografia di Baggio, immagino.

"Orizzonti di ghiaccio", dicevo, è il racconto della sua ascensione solitaria all'Everest del 1980. Già due anni prima Messner era riuscito nell'impresa di salire per primo al mondo un 8000, il difficile Nanga Parbat, completamente da solo. Personalmente ritengo il libro dedicato a quell'ascensione più bello di "Orizzonti di ghiaccio", ma mentre "Nanga Parbat in solitaria" rientra nella più classica letteratura di montagna, "Orizzonti di ghiaccio" è soprattutto il viaggio in Tibet di uno dei primi occidentali riusciti ad entrare nel Paese dopo l'occupazione cinese. Solo questo lo rende già di per sé un libro che ogni appassionato di viaggi dovrebbe custodire gelosamente nella propria biblioteca.
Per quanto mi riguarda, poi, a me Messner piace perché mi riconosco fin troppo bene nel suo modo di porsi di fronte all'esistenza quotidiana. Mi ci riconosco fin da ragazzo e non mi vergogno affatto ad ammettere che a tratti gli ho sempre "invidiato" il coraggio di alcune scelte - badate bene: non del "coraggio alpinistico", che non è affatto un metro con il quale misurare le ragioni di un'esistenza, ma del "coraggio di essere", che è tutt'altra materia.

Mi ero proposto di rileggere il libro subito al ritorno dal nostro viaggio in Tibet del 2002, per ripercorrere il racconto di Messner mettendolo a confronto con ciò che noi stessi avevamo vissuto in prima persona, lungo la sua stessa rotta, più di vent'anni dopo. Invece, solo qualche sera fa ho finalmente ripescato quel volume quasi per caso fra gli scaffali della mia libreria e, come sempre accade in questi casi, ho iniziato a sfogliarlo distrattamente, andando a rivedere le sue vecchie fotografie di panorami e volti ora anche a me familiari, per poi iniziare a leggere qualche pagina a caso qua e là, ed infine riaprirlo definitivamente dalla prima pagina.
In ventiquattr'ore l'avevo ovviamente già quasi terminato. Divorato.

..
[Continua a leggere]

18.07 del 27 Settembre 2005 | Commenti (1) 
 
23 Quota 4000
GEN Mumble mumble
...che non è l'argomento trattato fra queste pagine, ma è la soglia di visitatori unici al mese che Orizzontintorno ha sfondato. Quattromila, appunto: che, supponendo stabile la media (in realtà è in crescita, lieve, ma sempre costante), fanno quasi cinquantamila naviganti all'anno che transitano da queste parti. Ecco qui, nell'introduzione del resoconto degli accessi al sito che ho scaricato ieri:


Considerato che il periodo in esame va dal 24 dicembre al 23 gennaio, dunque con tutte le festività nel mezzo, secondo me è un risultato importante. Anzi, fa un po' girare la testa.
Suppongo che una buona parte di quei Visitors si soffermino su queste pagine e in effetti, più avanti nel resoconto, le statistiche confermano che il Giornale di Bordo è il secondo punto di ingresso ad Orizzontintorno, subito alle spalle della pagina principale.

Credo che avere qualche migliaio di lettori al mese sia un successo per un sito amatoriale come questo che, tutto sommato, non ha nemmeno un obiettivo chiarissimo, perlomeno a noi due che ne siamo gli autori. Credo anche che avere uno pseudoblog, letto da quelle stesse migliaia di visitatori (fossero anche centinaia - certamente non lo leggono quel 21%, come minimo, di stranieri che transitano da queste parti) non sia solo un successo, ma uno stimolo a cercare il coinvolgimento continuo dei propri lettori. Che poi siete voi.
Coinvolgimento: non necessariamente approvazione, ma interesse. Peraltro, se ciò che scriviamo - scrivo, perlomeno: Emanuela, di questi tempi, è totalmente assorbita in altro - possa a volte turbare qualcuno, io non so. Certo è che nessuno fino ad ora mi ha contattato per insultarmi, nemmeno quando si è parlato di Baldoni, di Beslan, del maremoto, tanto per dire.

Non che in generale scriva molta gente, a dire il vero. I lettori di Orizzontintorno sono da sempre un popolo piuttosto silenzioso, con poche eccezioni. Anche per questo ho sempre dato la precedenza ad altri aggiornamenti al sito, invece di risolvere definitivamente la questione dei vostri commenti su queste pagine.

Quello che volevo dirvi, comunque, è: grazie. Uno sta qui fino all'una di notte, spesso fino alle due, e poi magari deve pure alzarsi alle cinque a dare il latte a Leonardo, e di nuovo alle sette per andare in ufficio. Sì, lo puoi fare per un mese. Ma la verità è che vai avanti un anno e mezzo perché, piano piano, ti accorgi della presenza dei tuoi lettori silenziosi e dei visitatori che, mentre stai buttando dentro le immagini del nostro ultimo viaggio, navigano fra queste pagine alla ricerca, anche, di "sexy shop a Chiasso", o "sei un pirla", o "riparare il radiatore di una Fiat 500".
Certo, a quei due che sono atterrati su Orizzontintorno cercando "mi scoppia la vescica", l'unica cosa che posso francamente rispondere è "occupato". A quanto pare, sembra comunque un problema molto gettonato.

Grazie davvero. Siete tanti e, all'improvviso, non so che scrivere. Però, un ringraziamento particolare va a coloro che quaggiù chiamiamo lo zoccolo duro, i nostri irriducibili. Ad occhio, siete una trentina e passate da qui quasi ogni giorno, metodicamente, addirittura più o meno sempre alla stessa ora. Ciascuno di voi ha la propria.
Qualcuno lo abbiamo conosciuto strada facendo, con altri abbiamo scambiato un paio di e-mail: comunque, vi contiamo sulle dita di una mano. Gli altri irriducibili fanno invece parte della maggioranza silenziosa, pur essendo sempre presenti. Ne cito uno, perché - giuro - è quello che mi incuriosisce di più: ci visita ogni giorno dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio. Ma c'è anche l'amico misterioso dello studio legale Dewey Ballantine (verremo citati in giudizio??), quello che invece si collega dall'Enel. E che dire, poi, di colui che ci segue regolarmente da Shangai, o dell'altro che ci legge da una (credo) facoltà di architettura olandese... fra l'altro, ormai, arrivate da quasi 100 Paesi! L'ultima new entry è proprio di questo mese, dallo Sri Lanka (*).

Insomma, ci tengo a farvi sapere che, quattromila visitatori mensili a parte, quello che considero davvero un successo è sapere che qualche decina di persone si ostina ad entrare quotidianamente qua dentro per leggere ciò che scriviamo. Ritrovarvi ogni giorno è una conferma.

Perché, la considerazione non è mai troppo ovvia: se tutte quelle quattromila persone che passano di qua cercassero "videoclip hard" (ce ne sono, ce ne sono...), significherebbe semplicemente che Orizzontintorno è parecchio indicizzato sui motori di ricerca e non necessariamente in modo significativo. E vorrebbe anche dire che, ogni mese, quattromila persone transitano di qua per pochi secondi solamente per scoprire che abbiamo fatto perder loro del tempo.

Ma se invece ce ne sono trenta che tornano, allora vuol dire che, almeno a loro, questo lavoro piace. Se do retta a quel frammento di statistica là sopra, negli ultimi trentuno giorni siete tornati, almeno una volta, in 901. Non credo che vi siate tutti ostinati a cercar qua dentro se "autovelox al buio funziona". Comunque, nel caso, la risposta è sì. Credetemi.

(*) Come sempre, alcune statistiche e curiosità le trovate qui.

18.15 del 23 Gennaio 2005 | Commenti (0) 
 
17 Zdravstvuite
SET Mumble mumble
Non so quanti siano gli immigrati in regola in Italia. Fra questi, non so quanti/e lavorino a servizio come badanti, colf, tate, portinai e blablabla. Ci sono fatti rispetto ai quali manifesto un'ignoranza preoccupante, lo riconosco. Ma per fortuna anche io, talvolta, mi alzo al mattino con un residuo barlume di lucidità, nonostante il biberon delle sei e venti.
Questa è una di quelle mattine, ore otto e trenta: il colloquio con la nuova candidata tata ucraìna per Leonardo.

Tutto in regola: documenti, permesso di soggiorno, referenze ottime. Già mi vedo il piccolo tigrotto che invece di gattonare saluta il papà alla sera battendo il passo dell'oca. Pravda, dasvidania, glasnost, niet, sputnik.
Mi chiedo anche come sarà la convivenza fra la filippina, alias Pina, che da anni mette ordine nella nostra vita, tipico carattere catto-orientale, sette figli, cresciuta a colpi di fotoromanzi filippini a colori stampati su carta lucida, silenziosa ed efficiente regista incontrastata di casa nostra, misteriosa come solo i filippini sanno essere dopo dieci anni di convivenza - buongiolno siniole, buonasela siniole, finito cip siniole complale, settimana plossima perie - con la nuova tata d'oltrecortina, cresciuta a fotoromanzi in bianco e nero stampati su cartavetra, che in qualche vita precedente probabilmente ha lavorato nelle miniere di uranio della Buriazia settentrionale, o per la sezione del KGB di Yakutsk.
Vi spiego: la filippina non fa la tata, la tata non fa la filippina, che vi credete?
A proposito, avete presente le famose "tate russe supergnocche"? Ecco, non proprio.

Dicevo: un barlume di lucidità, indotto da Svetlana (nome a caso, non l'ho mica capito come si chiama davvero...) mentre mi mostra i documenti INPS e il suo permesso di soggiorno.

No, non lo so quanti siano gli immigrati in regola in Italia, sta di fatto che un paio sono da noi.
Ora, né la Pina, né Vladimira Putina, chiedono i contributi con il fine di garantirsi una tranquilla vecchiaia: quella contano di trascorrersela un giorno a casa propria con la famiglia. Quello che versiamo allo Stato serve solo per garantire loro il permesso di soggiorno, non avere grane e, tutto sommato, consentirgli di andare da un dentista se mai ne avessero bisogno.
E quindi: dedotto che mai ritireranno quei quattro euri dignitosamente sudati che gli spettano, che fine fanno i soldi che versiamo all'INPS per conto loro? Moltiplicati per i contributi versati a favore di tutte le Pine e Svetlane in regola in Italia...

(Sono un po' tardo a volte, che ci volete fare, non si può star dietro contemporamemente a tutti gli interrogativi esistenziali del mondo).
15.35 del 17 Settembre 2004 | Commenti (0) 
 
27 Overlander
FEB Mumble mumble
Sono capitato qua. C'entra qualcosa con il fatto che, per quanto mi riguarda, non mi sono mai ripreso del tutto (né credo mai mi riprenderò, almeno fino al prossimo overland) dal nostro 2002.

Rimango sempre affascinato da coloro che hanno anticipato esperienze che negli anni ho fatto mie e provo sempre un po' di sana invidia per chi ha avuto la possibilità di vedere un tempo che a me potrà solo essere raccontato. Anche io, del resto, ho visto una Patagonia che non era già più quella di Chatwin, ma che ancor più non è quella di oggi, ed è stato così anche alle Svalbard.
Il fenomeno di urbanizzazione, copertura telematica ed omologazione di ogni angolo del pianeta, che voi chiamate globalizzazione, ma che a me riempie la bocca solo a dirlo, corre con accelerazione esponenziale, per cui la differenza fra ieri e oggi è sempre minore di quella fra oggi e domani. Sto divagando.

Chi ha apprezzato, o sta apprezzando, i nostri diari di Asia Overland ancor più si perderà fra gli appunti e le fotografie di Steven Abrams. Bisogna amarla davvero questa dimensione del viaggio, interiorizzarla, farla propria, per comprenderla e saperla apprezzare. Se non ti piace la montagna è inutile che stia qui a spiegarti la dolcezza e la profondità del suono di un rampone che morde la neve dura in quota: stiamo parlando due lingue diverse. E' anche inutile che tu mi spieghi la poesia di una rovesciata acrobatica davanti a una porta: io allo stadio non vado.
Così, se non ti piace davvero il Viaggio, se non lo hai nel sangue, anche Steven non ti dirà nulla. A me dice molte cose, moltissime. E mi ritrovo. Senza conoscerlo, già gli sono amico.
Perdonami, ancora una volta sto divagando, proprio come in un grande overland. Quello che invece voglio dire è che la storia di Steven mi riporta ad un paio di temi sui quali mi ero già soffermato in passato.

Uno. La misura di quanto cambi davvero il mondo attorno a noi è anche nelle rotte che vi tracciamo attraverso.
Proprio prima di partire, il mio caro amico Sergio, che su questi percorsi ha costruito una vita, mi fece notare che la distanza fra il mondo nel quale era cresciuto lui e quello che ci accingevamo ad attraversare noi è equiparabile alla distanza fra le latitudini dei nostri differenti itinerari. Nel nostro mondo io oggi passo di sopra. Nel suo, lui era passato di sotto. Lui non poteva passare di sopra, noi non siamo potuti passare di sotto. In trent'anni il mondo intero è stato rovesciato.

Antefatto: all'inizio degli anni '70, Sergio, che allora aveva circa la mia età oggi, piantò di punto in bianco la sua poltrona di dirigente di una grande multinazionale, attrezzò la sua R4 e partì per l'oriente lungo la hippy trail. Un anno di viaggio. Sergio ha vissuto due vite, separate da quello che lui chiama "anno zero", un intervallo che ha scavato un solco infinito fra le sue esistenze. Non ha caso, dichiara di avere 44 anni. Credo ne abbia 73.
Nella sua rotta verso est passò "da sotto": Iran, Afghanistan, Pakistan, la hippy trail, battuta all'epoca da legioni di europei e americani in viaggio verso il nirvana. Sergio è poi tornato più volte in Afghanistan e ha scritto anche un libro su quello straordinario Paese.
Anche avesse voluto, non sarebbe potuto passare da "sopra": c'era il filo spinato, il Muro di Berlino e una Cina che chiudeva le porte perfino alla Russia. Quasi non esisteva la carta geografica del sopra.
Trent'anni dopo, di sopra siamo passati noi: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Cina. Anche volendo (e ci abbiamo provato, accidenti), passare di sotto sarebbe stato davvero un casino.
Sono trascorsi trent'anni e il mondo è stato ribaltato.

Anche Steven, come Sergio, è passato di sotto e rimango incantato dalle sue brutte fotografie scattate in un oriente che noi non abbiamo conosciuto, nel mezzo di un'Indocina che solo con un eufemismo possiamo definire semplicemente diversa da quella di oggi. Così mi sono trovato a perdermi nel suo di sotto. E a sognare, naturalmente. Ciò mi porta verso la seconda riflessione.

Due. Eravamo a Lhasa quando me la sono sentita addosso la prima volta, la sensazione. Io, oggi, mi sento finalmente parte di un mondo che per anni ho soltanto letto e sognato. Adesso sì, adesso ne faccio parte, lo sento dentro, lo conosco. Ne partecipo l'ideologia (sì, perché a voler ben vedere è anche una ideologia). Immagino che sia come stare seduti per anni a battere i denti sulle gradinate di uno stadio e, per una volta, avere l'occasione di indossare la maglietta, calpestare l'erba, scambiar due pallonate con quelli che hai visto in tv per una vita intera.
Qualcuno ha letto un mio profilo in rete da qualche parte, dove sta scritto che amo i viaggi overland, e mi ha chiesto se sia solo una boutàde. No, io *sono* un overlander, ora.
Anche io ho dunque scavato il mio solco. A differenza di Sergio però, ho portato da questa parte alcune cose essenziali, ma inevitabilmente vietate per chi aspira alla cittadinanza di Ùtopia. E ho saltato il fosso accompagnato, mano nella mano, da Emanuela. E' una differenza non da poco.

Ricordo perfettamente ciò che Sergio ci disse prima della nostra partenza: "Dopo, nulla vi sembrerà più lo stesso". Sì, forse è una banalità ed un'esagerazione.
Ma quanto ancor piccolo e riduttivo di prima mi sembra, oggi, il palcoscenico nel quale, nostro malgrado, dobbiamo recitare il solito copione per poter dare a Leonardo almeno la possibilità di scegliere, domani, se quel solco scavarlo ancor più profondo, o se rimanerne al di qua, con gli occhi dentro alla televisione, sognando una rovesciata acrobatica davanti a un rettangolo di tubi dipinti di bianco.

Fino al prossimo overland.
00.50 del 27 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
07 Via Murat, Asia Centrale
NOV Mumble mumble
Il 16 ottobre 2003, alle 13.15, uscivo dall'ufficio per andare a pranzo. Il solito panino, nel solito squallido bar di via Murat. Ci vado ogni volta che sono in sede, e ci vado da solo. Stacco per un'ora. Evito il self service dove vanno i colleghi, evito i ristoranti e le pizzerie convenzionate dove - probabilmente - mangerei meglio e potrei utilizzare i ticket aziendali. Evito il mondo che mi circonda, in effetti.

Ho sempre fatto così, a ben pensarci. Io pranzo da solo quasi di regola. Leggo il giornale, mi estraneo da tutto, mi "allontano". Spesso inserisco anche il silenziatore al telefonino. E' un mondo che, almeno per un'ora, non mi appartiene più. So che da qualche altra parte di Milano Emanuela fa talvolta come me, quando può. Lei però non legge il giornale, credo sia una prerogativa maschile.

Via Murat è una strada davvero grigia. Quasi quasi un giorno la fotografo e ve la faccio vedere su questo sito web. Se pensate che Milano sia grigia, niente al mondo vi farà cambiare idea se passate da via Murat. Ci sono giorni in cui sedersi in un bar di via Murat per mangiarsi un panino e leggere il giornale può davvero essere deprimente. Certo, è una depressione un po' snob. Ma la capacità depressiva insita in ciascuno di noi si misura con il proprio sistema di riferimento quotidiano. E il mio ruota attorno a via Murat.

Il 16 ottobre 2003 era una giornata come a Milano se ne vedono moltissime, soprattutto ad ottobre. Velata, ma non troppo, grigia, ma non troppo, forse c'è il sole, forse no, forse è nebbia in sospensione, forse è foschia, forse è smog, forse c'è un raggio di sole, ma non è detto. Se in una giornata così esci da Milano per qualche chilometro, ti ritrovi in una Pianura Padana velata ma non troppo, grigia ma non troppo, forse c'è il sole, forse no, ecc... Solo che, a differenza di Milano, la Pianura Padana ti mette addosso anche malinconia. Che può essere più sottile della depressione snob davanti ad un panino al salame e fontina nel baretto di via Murat.

*****

Io lo so bene. Il 16 ottobre 2002, alle 13:15, un treno mi depositava in Stazione Centrale a Milano, dopo avere attraversato una Pianura Padana esattamente come quella che ho descritto, in una Milano con lo stesso, identico cielo e gli stessi, identici, non-colori della Milano di 365 giorni dopo. Solo che, il 16 ottobre 2002, sul binario 12 della Stazione Centrale, terminava la nostra lunga avventura di Asia Overland 2002.
Scrivevo, quella sera a casa, sull'ultima pagina del mio diario di viaggio (che leggerete fra qualche mese - sto ancora trascrivendo il Tibet per il momento...): "Mi guardo in giro. Milano è grigia. E' così che si scrive la parola fine di questa storia? Non ci avevo mai pensato, questi mesi, me ne accorgo solo ora. Cosa si scrive alla fine di sei mesi di viaggio?"
Così finisce il diario che (forse) qualcuno di voi ha iniziato a leggere fra le pagine di Asia Overland 2002 in questo sito web. Se vi ho rovinato il finale, in questo caso, mi scuso fin d'ora.

Adesso sono passati dodici mesi da quel giorno e tempo per rispondermi ne ho avuto a sufficienza. Qualche risposta mediocre l'ho trovata, altre sono destinate ad una continua revisione, come quando si scrive un editoriale come questo, che inevitabilmente non porterà da nessuna parte.
Ho l'impressione di avere lasciato moltissime cose su quel treno, che spesso mi mancano, mi metto a cercare affannosamente nella speranza di ritrovare, cerco di afferrare la notte prima di addormentarmi. Come sono già lontane tutte quelle cose, e alle spalle.

Secondo una visione india dello scorrere del tempo, il futuro ci arriva alle spalle, non lo conosciamo e non lo vediamo arrivare, mentre il passato si allontana davanti a noi e possiamo guardarlo in faccia. E' straordinaria, vero? Pensateci: è esattamente il contrario di come interpretiamo noi il tempo, con il futuro davanti a noi che si avvicina e il passato alle spalle che si allontana. Eppure, è una percezione molto più vera della nostra. A me, per lo meno, è molto chiara.
Io, oggi, vedo molto distintamente il mio passato recente allontanarsi rapidamente, e quello remoto diventare sempre più sfocato. Cerco di afferrarlo, anche trascrivendo le pagine del mio diario di viaggio su questo sito web. Ma so già che è solo un palliativo.

Del futuro so ben poco. So che ho davanti grandi novità e nuove avventure, ed anche molti pranzi a base di panini nello squallido bar di via Murat.
Non so cosa risponderò a Zuz se mai mi chiederà la risposta alla domanda in sospeso. So che, se lo vorrà, gli farò leggere i miei diari, e magari anche quelli della Patagonia di oltre dieci anni fa, e cercherò di trasmettergli quello che mai nessuna pagina di diario potrebbe trasmettere, quelle motivazioni, quell'immaginazione e curiosità che, di quei diari, sono l'inevitabile e necessaria premessa.
Soprattutto, gli auguro di avere la capacità di sognare sempre oltre, sempre un po' più in là, sempre un po' più in alto dell'ultimo traguardo raggiunto. Di addormentarsi ogni sera con mille domande come la mia a cui cercare una risposta, e di non arrendersi fino a che quelle risposte non siano arrivate e non abbiano, a loro volta, fatto nascere nuove domande.

Io credo che esista un solo modo per riuscire a convincersi che quel panino in via Murat sia davvero buono. Considerarlo l'intervallo fra un sogno realizzato, che si allontana davanti, ed uno futuro, che sta per piombarti alle spalle.
A guardare bene, da via Murat alla Stazione Centrale ci sono solo dieci minuti con l'83, anche in ora di punta.

P.S. Chi è Zuz? Ne parliamo un'altra volta, è un buon tema, parlando di viaggi...

00.10 del 07 Novembre 2003 | Commenti (0) 
 
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