Orizzontintorno Carlo Paschetto
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09 Orange su iPhone
LUG Fotoblog, Diario, Prima pagina
E niente, siamo andati anche noi, poche ore prima che la tirassero via. Non c'era nemmeno tutta quella gente che ci aspettavamo, non abbiamo fatto code, ci siamo divertiti molto, abbiamo visto anche Christo.

Dunque, abbiamo visto Christo e camminato sulle acque. Probabilmente abbiamo anche tramutato l'acqua in vino, perché una bottiglietta di minerale costava come un Berlucchi.

Fate conto che praticamente questo weekend sul Lago d'Iseo è stato un terzo delle nostre vacanze estive.
Quest'anno va purtroppo così.

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The floating piers, Lago d'Iseo
TAG: floating piers, iseo, sulzano, christo
22.28 del 09 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
11 David Bowie
GEN Viaggi fra le note, Prima pagina
Altrove, Larsen ha scritto:

Sono sbalordito che David Bowie sia morto. Sono sbalordito perché mi ero dimenticato che fosse un essere umano mortale. Me lo ero dimenticato perché aveva fatto scritto e suonato cose così importanti da porlo fuori dal tempo. Il tempo gli scorreva intorno, lui invece era un punto immobile.


Non avrei saputo scriverlo meglio, non avrei potuto trovare altro termine: "sbalordito".

Qualche riga sotto Larsen avevo in precedenza commentato a mia volta scrivendo che è la prima volta che la scomparsa di un artista mi colpisce così, forse anche per una maggior "vicinanza anagrafica", intesa non tanto in termini di età relativa: Bowie era del '47, io del '65, ci son quasi vent'anni, ma in qualche modo è il primo vero (mio) mito ad andarsene appartenente a una generazione di star nate negli anni '40 che hanno scritto la storia della musica rock e che hanno accompagnato la mia generazione fin dai primi anni dell'adolescenza. Perlomeno, escludendo le tragiche ed epiche scomparse premature che hanno costellato la storia della musica nei decenni fra il '60 e l'80, (da Hendrix a Keith Moon, passando per dozzine di altri).
David Bowie se n'è andato alla soglia dei settant'anni, quasi come uno qualunque, un comune mortale, in silenzio, per una inesorabile e comune malattia. Non per overdose, soffocato dal vomito, suicidandosi: è arrivato alla terza età come tutto sommato la maggior parte dei suoi grandissimi colleghi (sono in molti nati fra il '43 e il '47, lo sapete? Da Mick Jagger, a Pete Townshend e Roger Daltrey, a David Gimour e Roger Waters) e poi niente, si è spento di notte nel suo letto. L'altro ieri ha pubblicato il suo ultimo disco, oggi non c'è più.

Fra i miei scaffali di Bowie c'è quasi tutto: su vinile, su cd, in digitale. Ho fatto fatica ad apprezzare alcuni suoi ultimi lavori: è sempre difficile abituarsi ai cambi di direzione repentini che solo i grandi artisti sanno osare, distaccandosi ogni volta dall'impronta del lavoro precedente anche se magari ha regalato loro un successo planetario, per sperimentare di volta in volta strade completamente nuove. Quegli artisti di cui a volte ti capita di ascoltare alla radio una canzone che non hai mai sentito, riconoscerne immediatamente l'inconfondibile timbro di voce e chiederti "Ma questo è Bowie? Ma cos'è 'sta roba?", salvo poi, al terzo o quarto ascolto, ammetterne la genialità.
Ricordo anche quando finalmente lo vidi dal vivo nel 2003 al Forum di Assago in quello che forse è stato il suo ultimo tour in Italia e onestamente devo dire che ne rimasi deluso, fu uno dei concerti meno entusiasmanti a cui abbia assistito. Mi dispiacque tantissimo

Poi, mentre scrivo queste righe, mi viene in mente che in realtà in tempi tutto sommato recenti se ne sono andati altri che ho amato: Lou Reed ad esempio, o Richard Wright, la cui scomparsa ha chiuso definitivamente il capitolo Pink Floyd.
Epperò svegliarsi un lunedì mattina con David Bowie che non c'è più in qualche modo è diverso: come non fosse nell'ordine delle cose.
Forse perché è il segno di un tempo che invece passa inesorabile anche per me. Qualcosa un po' tipo ehi, sono stati quasi quarant'anni trascorsi insieme, per dire. Ed è questo quel che davvero fa rimanere male, a scavare in fondo.

Di Bowie se ne potrebbero scegliere dozzine di immortali. La mia preferita, però, rimarrà sempre questa.
Ricordo una notte assurda di ormai un bel po' di anni fa, trascorsa a Nukus, ai confini del mare d'Aral, nel deserto dell'Uzbekistan, in attesa di varcare la frontiera col Turkmenistan all'alba del giorno dopo. Una notte di zanzare, caldo asfissiante, un hotel fatiscente ai confini del mondo. Insonnia. Lo schermo della televisione che illumina di una tenue luce azzurra la camera. E il video di Quicksand.

Per dire, la musica che ti accompagna da una vita.

TAG: David Bowie
13.33 del 11 Gennaio 2016 | Commenti (0) 
 
14 Lo scontro di civiltà
NOV Prima pagina
Alcuni appunti personali e totalmente inadeguati su quel che è accaduto ieri sera a Parigi, in ordine sparso, così come via via mi vengono in mente; cose piuttosto superficiali, fors'anche un po’ del tipo grazie al cazzo, osservazioni che magari non riesco, per ora, a riformulare in un pensiero compiuto, che sono di pancia anche se in realtà vorrebbero essere ragionate.
Chissà che scrivendo non lo diventino.

La prima è che la donna col velo che ci attraversa la strada in centro a Milano, che magari è nostra vicina di casa e che in qualche modo, esplicito o implicito, percepiamo giustificare il retropensiero dietro ai terroristi pur prendendo le distanze dagli attentati, e che di conseguenza in questo momento siamo portati a disprezzare (ancora più di prima?) accomunandola a una corrente di pensiero che riteniamo intrinseca della sua cultura, non è altro che la rappresentazione speculare del nostro idraulico (premetto che ho molti amici idraulici), del nostro macellaio (premetto che ho molti amici macellai), del piastrellista, dell’imbianchino, dell’edicolante, del meccanico, del vicino di casa, del piccolo imprenditore, della casalinga di Voghera che vanno in piazza a Bologna con la bandiera del sole delle Alpi, anche se non necessariamente alzando il braccio teso, e che davanti a un microfono della tv dichiarano che bisogna sterminarli tutti, affondargli i barconi, che ci rubano il lavoro, che bisogna lasciarli ammazzare fra di loro, che il problema è l’Islam, che è la nostra civiltà cattolica ad essere sotto attacco, che “loro” sono sottosviluppati, incivili, che rubano, che ci odiano, e via, aggiungete un po’ quel che volete.
Questa gente, tutta questa gente, che onestamente io credo essere fra noi in gran maggioranza, pur distinguendo fra tutte le sfumature possibili (l’operaio disoccupato neonazista tatuato col braccio teso non è l’anziana cattolica che va in chiesa, manda dieci euro alla parrocchia per aiutare i negretti dell’Africa, ma poi sull’autobus non si siederebbe mai di fianco a un arabo), tutta questa gente, dicevo, è del tutto accomunabile alla donna col velo di cui sopra e a tutti quelli che scendono in piazza al Cairo, o a Baghdad, o a Teheran contro l’imperialismo occidentale e contro la decadenza, la corruzione e l’immoralità del nostro mondo cristiano, cattolico e occidentale, che ci sterminerebbero, che ci accusano di rubare le loro risorse, di essere incivili e bla bla bla.
E il problema non è chi abbia cominciato prima: il problema è che è esattamente lo stesso tipo di declinazione dell’essere umano. Ignoranza da fomentare, da indirizzare, da manovrare, a disposizione dell’interesse di turno.

Così, per estensione, noi che in piazza a Bologna col Sole delle Alpi non scendiamo, che facciamo i blogger intellettuali, che discutiamo di geopolitica, di cultura, di orrore, sul filo della dialettica, argomentando in modo meraviglioso le ragioni dell’odio e del dialogo (sto leggendo cose molto interessanti nella mia comunità virtuale di riferimento, in contrapposizione all'ignoranza dilagante su Facebook e social network di circostanza, e me ne compiaccio, perché frequento e dialogo con la gente “giusta”, sto dalla parte "giusta", come sempre), sfoderando la nostra profonda cultura contrapposta all’ignoranza di cui sopra, e che ci indigniamo, ci confrontiamo, magari anche litighiamo e ci accaloriamo per una tesi piuttosto che un’altra, ecco, noi siamo del tutto assimilabili a quella classe sociale altrettanto intellettuale - dove il termine è da intendersi nel senso più ampio possibile - che discute di geopolitica, dell’orrore, che argomenta in modo perlomeno altrettanto interessante le ragioni dell’odio e del dialogo, che non scende in piazza a Teheran, che tende a confrontarsi con l’occidente, che si accalora per una tesi piuttosto che un’altra: siamo sempre noi, visti allo specchio, dall’altra parte del mare.
Solo che no, non siamo affatto la maggioranza. Né di qua, né di là del mare.
Io non credo affatto alla supremazia di una civiltà rispetto a un’altra: credo invece parecchio all’ignoranza diffusa, alle dinamiche del pensiero di massa, all’equivalenza delle masse stesse, almeno in termini di peso relativo sulla civiltà di appartenenza, detto che tutti noi siamo inevitabilmente riconducibili a una specifica forma di “civiltà”.

La seconda osservazione è che sotto attacco non è il mondo occidentale, o perlomeno va capito cosa intendiamo per mondo occidentale.
Anche volendo identificare l’11 settembre come punto di svolta di un certo modo di intendere i rapporti globali fra mondo occidentale e islam (che comunque, secondo me, è una sciocchezza: l’11 settembre, a sua volta, è figlio di altrettanta Storia, in una infinita catena di eventi storici correlati), resta il fatto che da lì in avanti quello che noi intendiamo come attacco globale nei nostri confronti si è in realtà macroscopicamente focalizzato contro Stati Uniti, Francia, Inghilterra e in una occasione specifica contro la Spagna, nel 2004, a seguito dell’appoggio del governo all’invasione dell’Iraq.

(Sia messo agli atti che sto scrivendo completamente andando a memoria, per cui ci sta che infili anche una serie di castronerie).

Non sono (stati, fino ad ora) sotto attacco i Paesi scandinavi, per fare un banale esempio. Non il Benelux e nemmeno, soprattutto, la Germania. Non lo sono i Paesi dell’est, non lo è stata fino ad ora nemmeno l’Italia, mi verrebbe da aggiungere “nonostante tutto “.
La Russia ha problemi interni perlopiù dovuti alla incandescente situazione in Caucaso: sospettiamo, oggi, l’abbattimento dell’aereo russo in Egitto proprio come reazione terroristica alla recente presa di posizione russa sulla questione siriana.
Non è sotto attacco il Canada per dirne un’altra, non l’Australia, non la Nuova Zelanda. E nessun Paese del Sudamerica.
E, uscendo del tutto dal concetto di occidente, non è sotto attacco la Cina: parliamo di quella che di fatto è la prima potenza al mondo e di un quarto della popolazione terrestre. Non lo è l’India, non da questo punto di vista perlomeno, nonostante gli storici problemi di relazione col Pakistan.
Non è che siano proprio quisquilie.
Lo sono invece gli Stati Uniti, che hanno piallato mezzo Medio Oriente, lo è la Francia che ha guidato l’intervento in Libia, lo è l’Inghilterra, vista come potenza coloniale e in prima linea nella questione mediorientale.

Quando parliamo di “noi”, come reazione di pancia, ci identifichiamo immediatamente nella nostra matrice occidentale, ma questo non è uno scontro globale fra due mondi, bianchi occidentali cristiani contro arabi mediorientali islamici.
Poi, certo, possiamo obiettare che Londra, Parigi, New York, finanche Madrid, hanno un ruolo simbolico nel rappresentarci che certo non hanno Toronto o Stoccolma, nemmeno forse Roma (fino a prova contraria e ci auguriamo ovviamente anche no), che non è strano che l’odio si focalizzi verso simboli di potere, soprattutto su scala planetaria.

Non ho alcuna intenzione, con questo, di allungare le fila di quelli che i cattivi siamo noi (occidentali) che colonizziamo, sfruttiamo, occupiamo, bombardiamo, armiamo, finanziamo guerre. Capirai la novità. Sto solo dicendo che non riesco a vedere, in tutto questo, una generalizzazione, o uno scontro più allargato fra civiltà, di quanto non ci sia sempre stato.
Ci sono stati ad esempio Monaco ’72, Lockerbie ’88, così, per dire i primi che mi vengono in mente a caso. Ecco, prendiamo Lockerbie: 270 morti. Spagna 2004: 191 morti.
Mi si obietterà: ma dietro quegli attentati c’erano ragioni storiche diverse, obiettivi e contesti diversi. Io ci vedo solo terrorismo di matrice mediorientale e vittime occidentali dall’altra parte. Ci vedo sempre e solo una forma di guerra asimmetrica, non un attacco unilaterale. Soprattutto, ci vedo una strategia bilaterale immutata nel corso di decenni.
Non mi pare nemmeno, per dirla tutta, che ISIS costituisca una novità così eccezionale sullo scacchiere, se non forse per una effettiva transnazionalità del fenomeno, ma mi sembra che la reazione confusa del mondo occidentale nelle forme di contrasto (e/o di appoggio indiretto) ricordi invece scenari già visti altrove. Non so.
Forse, davvero, oggi mi fa un po' più paura prendere la metropolitana in ora di punta. Ma ho l'impressione che il cambio di percezione, della nostra percezione, sia la conseguenza più dello spostamento del conflitto su un nuovo fronte e piano mediatico, che non in termini effettivi di allargamento dello scontro stesso. Non sono certo che la società civile sia oggi più in pericolo di quanto non lo sia stata in altri momenti storici del medesimo conflitto.
Ad esempio, ho ricordi di periodi del passato in cui si riteneva altrettanto pericoloso prendere un aereo per il timore di dirottamenti, attentati, eccetera.
Ma forse è una visione, la mia, molto limitata e inadeguata.
Ammesso di potere mai avere una visione adeguata e commisurata rispetto a eventi come quelli di ieri sera a Parigi.

Io credo che continuerò, avendone la possibilità, a viaggiare, ad andare anche in Medio Oriente, a confrontarmi con altre forme di civiltà, soprattutto con quelle che non capisco e che non mi piacciono.
Io non capisco e non mi piace il velo in testa. Non capisco perché non mangiarsi una braciola di maiale sul barbecue. Ma ricordo bene l’ospitalità iraniana che ho sperimentato dopo l’11 settembre e continuo a preferire un kebap nel bazar di Istanbul piuttosto che mangiarmi un panino al salame con chi era in piazza a Bologna sventolando il crocefisso.
Non ci riesco proprio a farne uno scontro di civiltà, a sentirmi in guerra, io occidentale, contro un mondo islamico.
Io più che altro assisto impotente al massacro degli innocenti, perpetuato dall’odio fondamentalista che non ha bandiera, colore, nazionalità. Fa sempre schifo e orrore allo stesso modo.
Da Srebrenica a Beslan, ad Aleppo, via Parigi.
TAG: parigi, terrorismo, isis, islam
17.53 del 14 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
13 Le piattaforme petrolifere, certo
GIU Web e tecnologia, Prima pagina, Coffee break
Rispetto alla polemica del giorno, che vede protagonista la Lucarelli sui social network, non saprei che dire se non che è un dato di fatto che se non hai le tette grosse purtroppo ti tocca laurearti in ingegneria aerospaziale, fare la pilota militare, parlare quattro lingue e farti sparare nello spazio dentro una supposta di metallo a ventottomila chilometri orari per riuscire ad avere qualche straccio di follower su Twitter.

E adesso torno anche io a fare il blogger e a farmi qualche selfie.
TAG: lucarelli, facebook, cristoforetti
15.03 del 13 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
29 Io non sapevo
MAG Prima pagina, Amarcord, Blog e luoghi
Io di Palmyra nemmeno conoscevo l'esistenza, non ne avevo mai sentito parlare. Ci arrivai nel gennaio del 2000, accompagnato da un tassista siriano, in mezzo a un viaggio che non avevo quasi programmato e che era nato per caso solo qualche giorno prima, al consolato di Milano. Mi pare, fra l'altro, che fu quello stesso tassista a portarmi il giorno dopo ad Al Raqqa, di cui raccontavo tempo fa fra queste pagine e che all'epoca credo fosse più sconosciuta al resto del mondo di Correzzana, frazione di Lesmo, Brianza orientale.
Ad Aleppo invece no, ci andai in autobus.
Comunque.
Pochi giorni fa, quando se n'è all'improvviso iniziato a parlare e a scrivere sui giornali, mi è venuto in mente che a Palmyra scattai alcune delle foto più belle della mia vita.

E niente, a volte mi chiedo come stanno il mio tassista e il padrone del mio albergo ad Al Raqqa. Del Baron, poi, chissà che ne è oggi.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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TAG: palmira, isis
22.16 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
03 Venti mesi
MAG Amarcord, Prima pagina
Di recente mi capita spesso. Scrivevo di Al Raqqa lo scorso dicembre e di Aleppo qualche tempo prima, e ancora di Kiev prima che la situazione degenerasse.
Oggi tocca a Odessa, per le cui bellissime strade mi aggiravo e di cui scrivevo appena un anno e mezzo fa.

E ancora una volta, quel senso di smarrimento totale nel vedere le immagini in fiamme di vie che ho vissuto e amato, la cui polvere porto ancora addosso, ché è solo ieri che trascorrevo le mie serate seduto ai tavolini di qualche caffè lungo la Derybasivska, a scattare foto, prendere appunti, chiacchierare con quella gente e vivere in mezzo a loro.

OdessaA
Odessa, agosto 2012
OdessaB
Odessa, maggio 2014 (fonte: Reuters, via Corriere)
TAG: odessa, ucraina
22.29 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
03 Rigore è quando arbitro fischia
MAG Amarcord, Prima pagina
Il 20 maggio del 1992 a Wembley io non c'ero: un pensiero ce lo avevo fatto, ma per scaramanzia preferii uscire per il primo appuntamento con quella biondina a cui stavo dietro da un po'.
Genova era deserta quella sera, per le strade non volava una mosca; persino la metà rossoblu stava tappata in casa col fiato sospeso, ché se i ragazzi di Vujadin avessero davvero sbancato il tempio del calcio probabilmente non si sarebbe più vista una bandiera col grifone per almeno due anni a venire.

Non ero e non sono mai stato un gran tifoso. Il calcio mi ha sempre annoiato, ma sono stato un bambino, prima, e un adolescente, poi, orgoglioso di tener fede alla tradizione patriarcale di una famiglia, la mia, genovese e laicamente blucerchiata da sempre, nonostante il trapianto a Milano quando avevo appena due anni.
Ho attraversato elementari, medie e superiori senza mai cedere alle prese in giro dei compagni di scuola, inevitabilmente tifosi rossoneri, nerazzuri, o bianconeri che sempre tutto vincevano, mentre la mia squadra, stagione dopo stagione, annaspava inesorabilmente a cavallo fra il purgatorio della B e la massima serie. Non aveva alcun titolo da vantare ed era pure un po' difficile da pronunciare: Samp-doria, o san-doria, non era esattamente chiaro come si dovesse dire. Dichiararmi ostinatamente sampdoriano era uno dei tanti modi per rivendicare la mia identità personale e sfuggire all'omologazione del gruppo, che non mi era mai appartenuta.

A Genova, fra altri parenti tutti di rigorosa fede blucerchiata (tranne il nonno materno, orgogliosamente arroccato nel suo isolamento genoano), avevo uno zio tifosissimo che non perdeva una partita. Una volta venne a trovarci a Milano e mi portò a San Siro a vedere un'Inter-Sampdoria finita 4-4: calcio d'altri tempi, credo fosse il 1972, o giù di lì. A tutt'oggi rimane quella la mia unica occasione al Meazza. Non ci sono mai più tornato, nemmeno per qualche concerto rock. Non esisteva nemmeno il terzo anello a quel tempo.
Mi sa fra l'altro che 'sta storia devo averla già raccontata qua dentro da qualche parte.

Comunque. Ai tempi dell'università, pur continuando a disertare gli stadi e a sottrarmi alle discussioni calcistiche del lunedì, la Samp la seguivo eccome. La mia Cenerentola, sotto l'illuminata presidenza di Paolo Mantovani, all'improvviso aveva iniziato a infilare un trofeo dietro l'altro: una serie di Coppe Italia, l'ingresso fra le grandi d'Europa con la vittoria in Coppa delle Coppe, e infine il magico scudetto del '91, una rivincita insperata per il mio inossidabile orgoglio di tifoso solitario e sfigato, cresciuto in una città calcisticamente ostile, vincente, ricca e snob. Fra l'altro, quello scudetto incredibile la Samp lo vinse proprio a spese dell'Inter.
Quindi, la straordinaria e altrettanto inattesa cavalcata dell'anno successivo in Coppa dei Campioni, culminata con la finale del 20 maggio a Wembley, col Barcellona. Al timone di quella leggendaria squadra dei record capitanata da Vialli e Mancini sempre lui: Vujadin Boskov.

Boskov era uno che non potevi non amare, anche se di calcio non capivi un accidente come me. Aveva un po' quell'aria fra lo sfigato e il tizio che ti sfila il portafogli mentre ti chiede un indirizzo. Un po' come il tenente Colombo, tipo.
Io me lo sono sempre immaginato Vujadin, a casa, quella sera dopo aver vinto lo scudetto: va in bagno, si lava i denti, si mette in pigiama, si infila le ciabatte, si siede sul letto in silenzio, da solo. Si guarda un po' i piedi e sospira. Poi, alla luce dell'abat-jour, si alza, apre la finestra sulla città illuminata, respira a pieni polmoni l'aria notturna di Genova, socchiude gli occhi. E mostra il dito medio al mondo, prima di andare a dormire.

Quella sera del 20 maggio 1992 iniziai a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto attorno alle ventidue, passando per Piazza De Ferrari: non un cane, silenzio assoluto. C'era un po' di brezza dal mare e anche le luci alle finestre erano in gran parte spente.
La biondina baciava da schifo e alla fine era chiaro che non me l'avrebbe neppure data, ché era il tipo che minimo voleva un anello al dito, prima.
Non avrei dovuto trovarmi lì. Avrei dovuto essere a Wembley ad applaudire in piedi i ragazzi e a ringraziarli lo stesso: loro e, soprattutto, Boskov.
Ché anche nel bel mezzo di una notte da miracoli può capitarti un Koeman che al 112° minuto tira una punizione da trenta metri e fa centro, dopo una battaglia infernale durata quasi quattro tempi e a soli otto minuti dai rigori.
Poi rimangono solo gli aneddoti: per dirne uno, a fianco di Koeman giocava un tale Pep Guardiola. Ti dice qualcosa? Fu anche l'ultima partita assoluta giocata per la Coppa dei Campioni: dall'anno successivo la chiamarono Champions League. Senti come suona diverso. È tutta un'altra storia, è roba per giovani bombati a Sky TV e palloni fosforescenti.

Per parte mia, da quella notte non ho più seguito il calcio. Quando sai di aver assistito a un miracolo irripetibile non c'è più nulla di straordinario nel partecipare alla normalità di un pallone che rotola sempre allo stesso modo. E poi a me il calcio ha sempre annoiato, appunto.

Ciao Vuja, grazie per il 20 maggio del '92 e per tutto il resto.

Boskov
TAG: boskov, calcio
01.35 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
06 La grande bellezza, forse
MAR Viaggi fra le immagini, Prima pagina
E qui tocca aggrapparmi ai miei quasi trent'anni di onorata tessera del cineforum (a proposito, ma quanto fanno? Suppergiù, quasi un migliaio di film: mica pochi, accidenti!).

Spazzo subito il campo da qualunque equivoco: a me è piaciuto, con alcuni ma.
Innanzitutto: ma, La grande bellezza, è un film, o è il tentativo di comporre un puzzle a partire da appunti e idee non sempre perfettamente correlate/correlabili fra loro?
Perché un po’ mi è rimasta addosso l’impressione di guardare un collage di immagini random, alcune indovinate e straordinariamente disegnate, altre meno riuscite, il che dà luogo a una sorta di discontinuità latente che permea un po’ tutto il film e che sulla distanza - parliamo pur sempre di una pellicola che dura più di due ore - a tratti infastidisce.

Di Sorrentino avevo già visto This must be the place e Il divo: non metto nessuno dei due fra le pellicole da salvare nel mio hard disk personale, ma lo stile in sé non mi dispiace.
Il punto è che ne La grande bellezza quello stile rimane solo in sottofondo, per lasciare invece spazio a un esercizio che, alla fine, par dire essenzialmente un'unica cosa: il ragazzo ha studiato e, preso dal bisogno di dimostrarlo, ha finito per mettere insieme un minestrone di citazioni di maniera piuttosto che rielaborare quel che ha imparato per tirarne fuori uno stile personale e unico.

Di mio, ci ho visto di tutto, ancor più dell’inevitabile (e non sempre pertinente, secondo me) accostamento a Fellini: ho visto i campi lunghi, la fotografia e i tempi di Wenders (uno dei miei miti), i palesi riferimenti a Moretti, a tratti perfino Kubrick. Durante la scena in cui viene introdotta la Santa, secondo me una delle più belle di tutto il film, la mia compagna di visione ha commentato “ecco, Fellini”: a me sono invece venute in mente la precisione maniacale, la prospettiva e il gelo di Kubrick, dell’unico Kubrick che a me non piace, peraltro: quello definitivo di Eyes wide shut.

Non so. Troppa roba, spesso ridondante. Ho avuto l’impressione (ma dovrei forse rivederlo) che potrebbe lasciare spazio ad ampie sforbiciate: sei Sorrentino, non sei Wenders, appunto.
Troppe idee, troppe cose: è un film o un puzzle forzato, il risultato dell'incapacità di tagliare, un director's cut imposto a priori? È costruito apposta per l’Oscar, come si affrettano a sostenere perlopiù i detrattori, è un puro esercizio accademico sull'estetica, è un registro voluto, o tutto sommato è solo un film non risolto fino in fondo?

Mi vien voglia di azzardare un paragone con un altro regista italiano da Oscar che vinse la statuetta proprio con quello che secondo me è il suo film meno riuscito: no, non Benigni, troppo facile. Penso invece a Salvatores che, dopo avere indovinato tre film bellissimi, li prese e li rimescolò apposta per costruire una storia da portare a Los Angeles. Mediterraneo è il bignami di Salvatores, è il quick reference del suo talento. La grande bellezza mi ha ricordato in qualche modo quell’operazione, con l’aggravante che non è il bignami di Sorrentino, ma di quel che Sorrentino ha studiato. È un po’ un patchwork wikipediano di modi di fare cinema, girare, fotografare e raccontare immagini già straordinariamente portati sullo schermo da altri grandi prima di lui.

Della fotografia e delle musiche è quasi inutile parlarne: perfette. Siamo a livelli da accademia: se non azzecchi quelle non puoi pensare di misurarti davvero sul palcoscenico dei grandi maestri.
Ma alla fine, ripensandoci, il paragone che mi pare più azzeccato l’ho ripescato dai meandri dei miei anni più remoti di cineforum, con quella che secondo me è una pellicola davvero da salvare: Il ventre dell’architetto.
Ecco: la Roma di Sorrentino (perlomeno, una delle differenti rappresentazioni della Roma di Sorrentino ne La grande bellezza) l’aveva già scolpita Greenaway, in modo secondo me più efficace, oltre vent’anni fa.

Dice, ma non hai esordito scrivendo che ti è piaciuto?.
Il fatto è che lo rivedrei volentieri, non fosse altro per confermare o meno alcune delle idee che mi son fatto.
Facile: se non mi dispiacerebbe rivederlo, allora mi è piaciuto.
TAG: sorrentino, oscar, la grande bellezza
01.02 del 06 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
17 Chi sono i cattivi
FEB Prima pagina
Dipende (via Lorenzo).

StrageCristiani1
Corriere.it del 17 febbraio 2014
StrageCristiani2
The economist, 17 febbraio 2014
TAG: nigeria, repubblica centrafricani, religione, guerra
21.45 del 17 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
 
03 Opinioni di un clown
FEB Politica, Mal di fegato, Prima pagina
23 dicembre 2013 - 3 febbraio 2014. È tutto bellissimo.

Berlusconi-Casini
23 dicembre 2013
berlusconi-Casini2
3 febbraio 2014
TAG: berlusconi, casini
14.59 del 03 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
 
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