Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Un minuto sessanta secondi
OTT Salute, Running, Diario
Ne scrivo con cautela e in via quasi riservata, fra me e me, ché alla prova dei fatti, negli ultimi sette anni, qualunque tentativo è miseramente naufragato dopo poche settimane, giusto il tempo perché facessero a tempo a manifestarsi i primi risultati.
Poi nulla, di nuovo il buio.

Una sera tardi, qualche settimana fa, stavo rientrando al mio albergo lungo la Provinciale 52. In quella zona la strada corre diritta attraverso la campagna veneta, come tutte le strade lì attorno. Non c’era nessuno in giro, era buio e faceva freddo, anche se in quel momento non lo stavo già più avvertendo da un po’.
Come al solito, come facevo anni fa, contavo fra me e me per dimenticarmi del tempo, astrarmi dal contesto attorno e da me stesso, concentrarmi su altro e staccare la testa.
A un certo punto sono come riemerso dal mio stato di trance, come se avessi realizzato solo in quel momento e all’improvviso dov’ero e cosa stavo facendo, e - giuro - mi sono dato un pizzicotto. Me lo sono dato forte, sulla guancia. Da solo, lì in mezzo al buio, sul ciglio della SP52.
Volevo essere certo, assolutamente certo, che non fosse un sogno, che fossi davvero sveglio, perché negli ultimi anni troppe volte mi è capitato di trovarmi in una situazione analoga, esserne fermamente convinto, meravigliarmene, fare giusto a tempo a cogliere quell’attimo di sorpresa mista a felicità e poi ritrovarmi invece nel mio letto con gli occhi aperti, e constatare amaramente, una volta di più, che era tutto un sogno.
Ne avevo scritto anche qua dentro, tempo fa.

A voi magari sembrano tutte cazzate e in fondo lo sono, ma conoscete quella frustrazione che vi coglie ogni volta quando vi risvegliate da un sogno che vi sembra troppo bello per essere vero, nel quale percepite forte una distorsione spazio-temporale, la sensazione che in realtà nulla intorno a voi sia reale, e fate di tutto per dimostrarvi che invece lo è: verificate, fate esperimenti, vi toccate, mettete alla prova lo spazio attorno a voi, finché non siete convinti che è tutto vero.
E quindi vi svegliate. Ogni maledetta volta, come riemergere dal livello due o tre di Inception.

Così, mi sono dato un pizzicotto. E poi un altro ancora, più forte. Volevo svegliarmi a tutti i costi per azzerare sul nascere la frustrazione.
Venti minuti dopo ero nella mia camera d’albergo. Al caldo, sudato, felice. In piedi. E non mi ero appena alzato dal letto.

Ho ricominciato il 17 agosto, a tre anni di distanza dall’ultimo tentativo. Ho impiegato sei settimane per tornare a correre un’ora, sette settimane per tornare a correre dieci chilometri. Dieci settimane per riportarli vicino ai sessanta minuti. Dieci settimane per perdere (quasi) dieci chili.
Me lo ero promesso, ho (per ora) mantenuto la promessa fatta a me stesso. E no, non stavo sognando in effetti. Stavo davvero correndo da un’ora, senza sosta, al buio, lungo la SP52.
Coi battiti regolari, inchiodati fra i centotrenta e i centoquaranta.

Un anno fa di questi tempi ero alle prese con i problemi cardiaci di cui ho raccontato fra queste pagine. Lo scorso inverno, complici lo stress e l’inattività assoluta forzata (non potevo nemmeno più andare a camminare), ero arrivato a soglie di peso davvero inaccettabili per il mio fisico: avevo superato quota 93kg, la progressione sembrava inarrestabile e, cuore a parte, il mio sistema salute complessivo era in allarme.
Sono arrivato a inizio estate in una condizione disastrosa. Da una parte le terapie coi betabloccanti e i gastroprotettori tenevano a bada cuore e stomaco, ma la mia schiena non ce la faceva davvero più, ero in una situazione così critica da avere seri problemi di mobilità quotidiana, in difficoltà perfino a girarmi nel letto di notte. Qualunque movimento non controllato sulla colonna poteva mettermi in crisi. Se camminavo troppo a lungo avevo forti dolori ai piedi, se stavo troppo seduto andava in sofferenza tutta la schiena e avevo forti dolori al sacro, se stavo sdraiato avevo difficoltà a girarmi e a rialzarmi. Perfino le mie lezioni di pilates erano diventate un percorso a ostacoli e non avevano più alcun effetto benefico.

Ho aspettato di rientrare dalle vacanze estive, perché era chiaro che qualunque iniziativa avessi intrapreso sarebbe stata immediatamente vanificata dal periodo di ferie.
Non sono stati facili i giorni a Madeira: tutti i giorni ero alle prese con le difficoltà alla schiena e ai piedi. Nonostante questo, però, abbiamo camminato parecchio. Ci contavo. È servito a buttar giù un paio di chili, tanto per cominciare. I primi, piccoli, passi. Nel vero senso della parola.

Al rientro, ho approfittato della settimana a casa subito dopo ferragosto per uscire tutti i giorni a camminare un paio d’ore. Come obiettivo iniziale mi sono posto di mettere insieme il più chilometri possibile per cercare di riabituare al movimento tendini, menischi e legamenti. Nessuna forzatura. Camminare, veloce. Maglietta e pantaloncini, andatura regolare. Cuffiette, chilometri. Solo riabituare il fisico al movimento prolungato.
Mi sono anche installato una app sul telefono per il controllo delle calorie. Per la prima volta in vita mia mi sono messo seriamente a dieta. Non lo avevo mai fatto.
Peso registrato all’inizio, il 17 agosto, 90.6kg. Ho fissato l’obiettivo a 78kg, il peso che avevo nove anni fa quando per la prima volta ero riuscito a portare i 10km sotto ai cinquanta minuti. Progressione ipotizzata: mezzo chilo a settimana.
La app mi ha sfornato un limite di 1670 calorie al giorno, bilanciate fra carboidrati, fibre e proteine.
Mi sono bastati due giorni per capire che fino a quel momento la mia dieta “normale” stava probabilmente attorno alle 2500 calorie quotidiane, senza contare che era completamente sbilanciata sui carboidrati.

Non mi ero mai interessato di queste cose prima, mi ero sempre rifiutato. Non ne avevo mai avuto bisogno, o almeno me lo volevo credere.
Adesso, per la prima volta, avevo dei numeri davanti a me.

Millesettecento calorie scarse, per uno come me, sono pochissime.
Ti mangi una fila di Oro Saiwa alla sera, otto biscotti, così per noia davanti alla tv? Quasi duecento calorie.
Nel weekend pranzi annoiato con un panino, un caprino, un etto di speck, un “po’” d’uva davanti al PC? Novecento calorie.
A cena decidi di stare a “dieta” e ti fai due pomodori in insalata con una scatoletta di tonno e una mozzarella, e al massimo finisci con una banana? Più di mille calorie.
La mia pizza casalinga che faccio un sabato sì e uno no? Millecento calorie, senza contare la birra.
Un incubo.
All’improvviso tutta - tutta - la mia ordinaria alimentazione fino a quel momento, quella che negli ultimi anni avevo considerato un’alimentazione “abbastanza controllata”, è diventata un incubo.

Ho dovuto resettare tutto, reinventarmi completamente il mio modo di fare la spesa. Imparare che con determinati alimenti mi tolgo la fame riempiendomi e mantenendo il giusto bilanciamento dei macronutrienti. Che è meglio un panino che un pacchetto di cracker. Che sono meglio tre pere di un etto di uva. Che il formaggio è il mio nemico, che i cesti di pane al ristorante sono i miei nemici, che i dolci - qualunque dolce - sono armi di distruzione di massa.
Tutte cose che ho sempre saputo, per carità. Sapevo così, perché sono cose che sappiamo tutti, ma che non avevo mai tradotto in numeri prima, sotto ai miei occhi, confrontandomi con lo specchio.

Dieta, stretta. E chilometri.
Dopo una settimana di camminate ho iniziato a provare a correre qualche minuto ogni tanto, così, solo per vedere cosa succedeva. Camminavo dieci minuti, poi un minuto di corsa. Fiatone, gambe doloranti.
Attento al cuore. Attentissimo. In ascolto.
In questo modo, ho iniziato con sei, sette chilometri in un’ora.
Mi sono ricordato del mio Garmin nel cassetto e della mia fascia cardio, e li ho rispolverati.
Dopo un paio di settimane ho iniziato a darmi un metodo, come quando iniziai a correre dieci anni fa. Sono partito con l’obiettivo di completare dieci serie da 3’ di corsetta, alternate a 3’ di camminata. Sono così arrivato a fare circa 7,5-8km in un’ora, all’inizio con gran fatica e cuore in gola, poi piano piano, col passare dei giorni, più regolare.
Nel frattempo avevo perso due chili nelle prime due settimane, poi altri due chili nelle due settimane successive.

Col ritorno al lavoro e alle trasferte, e col rientro dei ragazzi dalle vacanze e l’inizio della scuola, ho dovuto arrangiarmi con l’organizzazione: ho ringraziato il cielo di non essere riuscito a vendere lo scorso anno il mio tapis roulant e, come anni fa, ho ricominciato anche a correre la sera tardi.
Torno alle otto di sera? Esco a correre e ceno alle dieci.
Fa freddo, piove, ho i ragazzi a casa? Mi metto sul tapis roulant per un’ora.
Sono in trasferta a San Martino? Metto le mie cose nel trolley e la sera, quando esco dall’ufficio, corro lunga la SP52 e i dintorni della campagna veneta.
Sei settimane, sei chili.
Otto settimane, otto chili. E nel frattempo, un passo alla volta, le dieci serie da 3’+3’ diventano sette serie da 6’+3’, poi tre serie da 20’+2’. Seguo sempre la mia vecchia regola: passo alla sequenza successiva solo quando riesco a fare la sequenza attuale senza affaticarmi.
Poi, finalmente, una sera a San Martino, un’ora intera senza sosta, 8.5km.
Tre giorni dopo a casa, sempre la sera dopo il lavoro, 10km in fila, un’ora e dieci.
A dieci settimane di distanza corro regolarmente i dieci chilometri, accorcio via via i tempi, mi sto avvicinando all’ora e corro con dieci chili in meno.
E dieta stretta, con qualche strappo, ché alla fine corro e la fame si fa sentire.

Una volta alla settimana ceno con un calice di vino, mi concedo un dolce nella mia trattoria preferita di San Martino, un piatto più ricco.
Ho imparato ad apprezzare ogni cosa che mi metto nel piatto. I momenti più rilassanti della giornata sono quando mi metto, finalmente, a tavola.
Ho tagliato tutti gli extra pasto. Tutti. Ho tagliato le doppie colazioni, a meno che la prima non sia alle sei del mattino e il pranzo sia previsto alle due del pomeriggio, con un viaggio in mezzo. E comunque, addio al croissant con la cioccolata in seconda colazione.

Vivo meglio. Sai che scoperta: facile all’improvviso vivere meglio con dieci chili in meno. Ma di più c’è che non prendo gastroprotettori da due mesi: il mio reflusso, cronicizzato da anni, è completamente scomparso.
La schiena sta bene, abbastanza. Ho l’impressione che il peso sopportato nell’ultimo anno abbia causato qualche nuovo danno permanente e ci sia (minimo) una nuova protrusione all’altezza del sacro, ma ho riguadagnato quasi del tutto la mia mobilità normale. Quando corro, come è sempre (misteriosamente) stato, la mia schiena riacquista tutto il suo assetto ed equilibrio normali.
I piedi non mi fanno più male e anche a pilates va tutto bene.
Ho guadagnato due-tre buchi nelle cinture, più di una taglia, e all’improvviso mi sono larghi tutti i pantaloni che ho comprato negli ultimi anni.
Passate le prime settimane, grazie alla progressione molto controllata che ho seguito, mi sono scomparsi anche tutti i problemi ai menischi, tendini e legamenti, che inevitabilmente si erano manifestati quasi subito all’inizio. Per ora non si segnalano nuovi fastidi: ho fatto tesoro delle passate esperienze degli anni scorsi per circoscrivere e limitare i problemi, speriamo che il periodo di grazia continui, perché interrompere ora sarebbe deleterio anche per la mia motivazione.

E il cuore?
Il cuore sta bene, sembra. La scorsa settimana, un po’ preoccupato, sono stato dal medico. Il fatto è che i betabloccanti continuano a fare il proprio lavoro e ho frequenze da zombie.
La sera, quando mi sdraio a letto, sto fra i 38 e i 42 battiti al minuto.
In condizioni normali, in movimento in casa, attorno ai 50.
Quando corro, all’apice della fatica, viaggio a 145 di massima, molto raramente oltre. Solo un paio di volte ho toccato i 150 e peraltro, più passano le settimane e più mi alleno, più ovviamente i battiti tendono ad abbassarsi.
Tre anni fa, durante il mio ultimo tentativo di ripresa dell’attività, correvo coi battiti a 165 circa.
Lo scorso anno, durante le crisi di fibrillazione, ero arrivato a 190.
Anche la pressione, che tengo sempre monitorata, è bassissima. Viaggio a medie di 55-85, ma mi è capitato, a un’ora di distanza dal termine dell’attività, di misurare un 47-75. Non ho più visto valori sopra i novanta di massima.
Dice il mio medico che lui ha la pressione massima a ottanta da anni e mi fa notare che è vivo.
Non so se sia una diagnosi, ma vivo è, in effetti. Almeno, pare.

E adesso niente, facciamo che non ne parliamo di nuovo più. Si vedrà.
Intanto stamattina ero a 81.4kg, ché da una parte significa ormai solo poco più di tre chili al mio primo obiettivo, ma anche che nelle ultime due settimane, complici qualche uscita in meno e un paio di strappi alla dieta per colpa del lavoro, la mia progressione lineare di questi due mesi ha improvvisamente frenato e ho perso “solo” nove etti rispetto a quindici giorni fa. Significa che non posso sgarrare. Che i confini fra dimagrire, riuscire a mantenere il peso e rimbalzare di nuovo sono sottilissimi. Che è un lavoro. Che non posso permettermi mai di distrarmi. Che ci vogliono motivazione, disciplina, costanza, esattamente come quando otto anni fa decisi di puntare alla maratona.

Voglio arrivare ai 78kg e riportare i 10km sotto all’ora. Mi mancano tre chili e cinque minuti. Le due cose vanno insieme. In quei tre chili stanno esattamente quei cinque minuti.
Intanto vedo di arrivare lì. Se ce la farò, quando ce la farò, ne scriverò qui.
Poi si vedrà.
Un passo alla volta. Sempre.
Contando, nella mia testa, per ingannare il tempo, farlo scorrere, distrarmi dalla strada che scivola via dietro di me.

Un minuto sessanta secondi, un chilometro sei minuti e qualcosa, al prossimo lampione sono centro metri, un’ora ottomila passi, il rettilineo seicento metri, trenta minuti è il cinquanta per cento…
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
17.29 del 26 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
01 Quando, non se.
FEB Diario, Running
Correre, ancora intendo, è uno dei miei sogni ricorrenti. Mi capita spesso: sono felice, mi meraviglio di andare ancora così bene, con poca fatica, pensavo ci sarebbe voluto molto di più a riprendere la forma; controllo il tempo e sono sorpreso, sto quasi volando.
Poi mi sveglio e mi assale un senso di frustrazione infinito.

Sono più di sei anni che ho smesso di correre, sto per compierne sette dalla maratona di Milano del 2010. Dopo quella maratona decisi di fermarmi per un po’. Gli ultimi due-tre mesi erano stati difficili, avevo dovuto combinare il carico massimo previsto dalle mie tabelle - allenamenti quattro, cinque volte alla settimana - con la separazione, la recente disoccupazione (che paradossalmente mi lasciava molto più tempo libero per rifinire la preparazione), il trasloco, una nuova vita che mi stava travolgendo con pochissimo preavviso. Il solo cambiare casa e spostarsi di pochi chilometri aveva implicato anche cambiare percorsi, inventarsi nuovi circuiti per i miei allenamenti serali, abbandonando quelli a cui ero mentalmente abituato da mesi, sui quali taravo i miei progressi e avevo i miei riferimenti.
Quelle settimane dell’inverno di sette anni fa arrivavo a sera fisicamente sfinito da tutte le incombenze per sistemare la casa nuova e riorganizzare la mia vita, e uscivo come al solito, al freddo, con la pioggia, al buio, su strade nuove, a macinare chilometri.
Correvo cinquanta, sessanta chilometri a settimana: lunghi, ripetute, salite in montagna.
La domenica salivo in Grigna da solo, con la neve fonda, cercando di abbattere il mio record.

L’ultimo mese fu determinante. Avevo in programma i due classici lunghi oltre i trenta chilometri per rifinire la preparazione, ma per via del trasloco e di tutto quello a cui dovevo star dietro riuscii a farne solo uno e pure qualche chilometro più corto di quel che era necessario, perché centrai una giornata di inizio marzo calda in modo innaturale e il rialzo anomalo della temperatura mi schiantò poco prima del trentesimo chilometro.

E infatti in gara mi fu poi fatale. Doppiai i 30km con un tempo fantastico, poco più di 2h30’, ma al trentaquattresimo le gambe mi abbandonarono improvvisamente. Chiusi qualche minuto sopra le quattro ore. La gioia di aver portato a termine la maratona si mescolò con l’amarezza di non aver centrato un gran tempo (per me), solo per non aver potuto completare la preparazione secondo quello che avevo pianificato.
Ma mi sarei rifatto certamente a breve: ero ben carico, motivato, lanciato.

Avevo corso tanto, sì. Troppo. Mi ero iscritto alla maratona di Ginevra, tre settimana dopo. A distanza di qualche giorno dal traguardo di Milano tornai in strada, tanto per sgranchire un po’ le gambe, non perdere la forma e prepararmi per la trasferta svizzera. Completai dieci chilometri molto a fatica, con un tempo assurdo.
Forse non avevo scaricato ancora la stanchezza.
Due giorni dopo riprovai. Mi fermai dopo soli cinque chilometri. Stanco morto. Accaldato. Vuoto. Non ne avevo più. Benzina finita di colpo. Forse anche un po’ la motivazione. La schiena, che da due anni era ritornata come nuova, mi dava inaspettatamente qualche noia. Un principio di tendinite a un malleolo, niente a cui non fossi ormai abituato da tempo. Quel po’ di fascite che si era manifestata proprio pochi giorni prima della maratona, ma che sembrava essere rientrata cambiando semplicemente le scarpette, e invece no.

Decisi di fermarmi per due-tre settimane, dopo mesi e mesi di allenamenti ininterrotti. Evidentemente era venuto il momento, ne avevo bisogno, dovevo ricaricare davvero le pile, avevo chiesto troppo al mio fisico.
A malincuore cancellai la maratona di Ginevra dal mio programma. A breve peraltro era in arrivo la stagione estiva e con essa la fine del circuito classico di competizioni, se ne sarebbe riparlato a settembre.

Quando avevo iniziato a correre, due anni prima, pesavo ottantatré chili e mi sembrava un peso spaventoso.
A due anni di distanza, dopo Milano, ne pesavo settantuno, ben al di sotto anche della mia quota d’atleta di vent’anni prima.
Mi ero consumato.

Nell’aprile del 2010 dopo Milano, avevo grandi progetti nel cassetto. Avevo iniziato a correre svogliatamente nel 2008, la sera tardi dopo il lavoro, con una vecchia tuta e un paio di scarpe dozzinali di Decathlon, solo per ribellarmi al mio fisico appesantito che non ne potevo più di vedere riflesso allo specchio. Odiavo le palestre, odiavo le piscine e odiavo anche l’idea di andare a correre, una moda che stava prendendo sempre più piede fra la generazione dei quarantenni da ufficio alla quale appartenevo mio malgrado. Mi sentivo cretino e omologato.
Due anni dopo, un bel po’ di mezze maratone alle spalle con buoni tempi, nelle gambe tempi sulla maratona sotto alle quattro ore, i miei obiettivi volavano sempre più lontano ed erano sempre più ambiziosi.
Sognavo la mitica Monza-Resegone, le sky marathon, la leggendaria Marathon du sable, la micidiale Polar Circle Marathon in Groenlandia: imprese che fino a un paio d’anni prima mi apparivano completamente folli, all’improvviso erano alla portata, si trattava solo di prepararsi, di lavorare sul metodo, sulla motivazione. Tutto mi sembrava possibile.
Se corri per quarantadue chilometri e quando sei arrivato in fondo non vedi l’ora di ricominciare, tutto è davvero possibile.

Non ho mai più ripreso. Non ci sono mai più riuscito. Le due settimane di riposo diventarono tre mesi e arrivarono le vacanze estive. Feci un paio di prove, ma avevo già rimesso su qualche chilo, i miei tempi ordinari si erano irrimediabilmente alzati e con loro la mia frustrazione. Decisi a quel punto di rimandare all’autunno, con temperature più favorevoli. Sicuramente era solo un problema di caldo.

In autunno ormai ero preso dai ritmi della mia nuova vita: avevo ricominciato a lavorare, avevo i ragazzi piccoli a cui badare un po’ di giorni alla settimana e quindi non potevo uscire a correre. Mi comprai un tapis roulant per ovviare al problema, ma lo usavo pochissimo, perché un conto è correre all’aperto e lasciare che la mente insegua il panorama e la strada davanti a te, un conto è stare chiusi in una stanza, fissando una finestra, correndo da fermi. E poi, invece di migliorarmi, arretravo sempre di più. A novembre accettai fra me e me di fermarmi definitivamente per un periodo più lungo. Era chiaro che ricominciare a correre davvero avrebbe richiesto molto più tempo e impegno di quel che avevo messo in conto, anche perché il mio peso a quel punto si stava riavvicinando pericolosamente a quota ottanta. Tutto era tornato ad essere piuttosto difficile.

La primavera successiva ci riprovai. Bastò la prima uscita per rendermi conto che anche solo tornare a correre dieci chilometri avrebbe richiesto tempo e correrli sotto i sessanta minuti anche di più. Però nel giro di meno di tre mesi, con costanza e determinazione, riuscii a centrare entrambi gli obiettivi.
Ero molto fiero di me. Allora potevo ricominciare davvero! Once maratoneta, maratoneta forever. Si trattava solo di dare continuità agli allenamenti, come un tempo: un passo alla volta, un obiettivo alla volta. Potevo recuperare molto rapidamente!

Quel ragionamento fu la fine definitiva. Di lì a un paio di settimane mi rifermai per ragioni di lavoro, figli, mancanza di tempo. Mancanza di continuità, il nemico peggiore.
Un mese dopo ero punto e a capo.

Ho raccontato questa storia passo a passo, gli scorsi anni, su questo blog. Avevo anche aperto un thread apposta per raccogliere i miei post sulla corsa, fin dagli esordi. Quel thread giace ormai abbandonato da tempo qua dentro. L’ultimo post risale ormai a più di quattro anni fa. Lo pubblicai anche sulla buon’anima di FriendFeed e ricordo che piacque molto.

Cinque anni dopo combatto con la soglia dei novanta chili e riesco a scendere al di sotto solo per brevi periodi, al prezzo di molto impegno, controllo alimentare e lunghe camminate di ore.
La scorsa estate ho camminato tantissimo, in città perlopiù, ma infilando anche giornate con quindici, venti chilometri, che mi avevano rimesso in forma la schiena e riportato a quota ottantacinque.
Poi però le vacanze, l’autunno, il lavoro che riprende ancora più stressante di prima, addio tempo anche solo per camminare quelle due-tre ore necessarie al giorno per compensare la mancanza di qualunque altra attività fisica.

Di correre non se ne parla proprio. Ho provato qualche volta, anche solo così, per curiosità, per vedere come reagiva il mio fisico, per verificare la distanza fra il sogno ricorrente e la realtà. Sono addirittura ripartito dalle serie di tre minuti, ma dopo le prime tre o quattro serie mi sono dovuto fermare tramortito. Quando avevo iniziato, nel 2008, correvo serie da sei minuti per un’ora.
Il mal di schiena e il mal di stomaco si sono ormai cronicizzati da tempo, il peso è quel che è e grava anche e soprattutto lì.
Un anno e mezzo fa mi sono costretto a iscrivermi a pilates, su indicazioni del mio medico: funziona, mi aiuta e mi tiene insieme la schiena, ma se salto anche una sola lezione la settimana dopo sono piegato in due.
Sono passati anni. E gli anni pesano, si fanno sentire sempre di più, chiedono il conto.

A cinquantadue anni è arrivato a chiedermi il conto anche il cuore. E ho smesso anche di camminare e - temporaneamente mi auguro - di sciare, l’ultima cosa che mi era rimasta, per quanto poco ormai ci andassi, un paio di settimane a stagione.
Da novembre ho fatto tre visite e cinque esami: elettrocardiogramma, prova sotto sforzo (interrotta dopo soli cinque minuti), ecocardiogramma, holter, cinerisonanza con mezzo di contrasto, e mi aspettano un altro esame e un’altra visita prima di avere almeno una diagnosi definitiva.

Mi hanno dato un farmaco per stabilizzarmi. Fa il suo dovere. Lo prendo da due mesi. Da qualche giorno ho ripreso a camminare. Niente di che: mi sforzo quando possibile - cioè molto poco - di fare almeno i diecimila passi al giorno che la scorsa estate mi ero dato come obiettivo minimo quotidiano. Fare diecimila passi richiede tempo, almeno un paio d’ore ai ritmi cittadini, con le scarpe da ufficio, la camicia, il giaccone invernale e la sciarpa, e non sempre - quasi mai per la verità - è possibile trovare il tempo.
Un paio di domeniche fa sono uscito apposta solo per camminare due ore. Sono rientrato a casa e ne avevo fatti 9.800.

Ho freddo, patisco il freddo. Da qualche tempo patisco il freddo, ho capito che almeno in parte sembra essere legato alla questione del cuore. Però camminare, dopo un po’, mi scalda sempre. Mi libera, soprattutto.
A novembre non riuscivo più nemmeno a infilare cento metri camminando: fibrillazioni a pioggia, aritmie, battiti a centonovanta. Un disastro. Da quando ho preso (inevitabilmente!) coraggio, ho affrontato la questione di petto - è il caso di dirlo - e ho iniziato a curarmi, a indagare le cause, ad approfondire la questione, la situazione è migliorata. Riesco di nuovo a camminare, quando ho tempo per farlo. Mi affatico un po’, devo prenderla con più calma. Dopo un’oretta e qualche chilometro devo fare anche una sosta o due di qualche minuto. Ma intanto cammino, so che posso tornare a camminare. Sembra una cretinata, una cosa scontata. A un certo punto, per qualche settimana, non lo è stata. Adesso voglio tornare a sciare, presto. Prima che finisca la stagione. Non esiste che per la prima volta in vita mia salti una stagione.

Mi piace camminare. Tanto.
Sogno sempre di tornare a correre.
Mi sveglio talvolta di notte dopo essermi illuso di essere tornato a correre.
Se rimetto a posto le cose voglio tornare a correre.
Quando rimetto a posto le cose torno a correre.
TAG: running, diario
17.15 del 01 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
03 Come la scia di una nave
NOV Running
Prologo: questo è uno di quei post che nessuno arriverà mai a leggere fino in fondo. Ma devo riassumere alcune cose mie, per fare un po' d'ordine. E dove lo faccio, se non sul mio blog?

Qualche giorno fa Calexandrìs ha scritto qualcosa che ha fatto un po' il giro di una certa parte dell'internet che corre con le scarpette, e non solo. È stata ripresa su Twitter, rilanciata su FriendFeed e credo sia arrivata anche dalle parti di Facebook.
Io ho corso con Calexandrìs e già solo questo la rende una persona speciale, perché non ho mai corso con nessun altro: sono un runner irrimediabilmente solitario, ma se sto scrivendo questo post, e se sono di nuovo in strada a macinar chilometri dopo due anni di stop, lo devo un po' anche a lei. Ma non è di questo che voglio parlare.
Quel che vorrei è prendere spunto da quel che ha scritto lei per spiegare perché corro io.

Quasi cinque anni fa raccontai proprio fra queste pagine la mia prima volta in tuta e scarpette e aprii una categoria nel blog per raccogliere i miei post sulla corsa. Il registro era volutamente autoironico: prendermi in giro, condividere pubblicamente quelle prime dannatissime settimane di assurda sofferenza mista ad esaltazione adolescenziale - o meglio, da quarantenne invasato - fu la chiave che nell'arco di due anni mi permise, partendo completamente da zero, di arrivare a correre una maratona in quattro ore preparandomi esclusivamente da solo.
Chi segue questo blog da tempo conosce l'epilogo: dopo la maratona di Milano dell'aprile del 2010, complice qualche problema fisico, un previsto calo motivazionale dovuto alla preparazione intensissima delle ultime settimane e alcune difficili vicende personali, un po' alla volta smisi di correre. All'inizio pensavo fosse solo un momento di pausa inevitabile dopo due anni continui e tiratissimi; pian piano diventò un tunnel dal quale non riuscii più a uscire, salvo due o tre tentativi di ripresa a distanza di mesi, andati presto a vuoto dopo solo poche settimane. Semplicemente, erano venute meno in un colpo tutte quelle ragioni che mi avevano portato a correre e solo il riverificarsi delle medesime condizioni avrebbe potuto rimettermi in moto una seconda volta.

Del correre ho dunque scritto tanto in passato. Quel che non ho mai scritto, però, è perché davvero io abbia iniziato a correre. E del perché, ancora oggi, corro - sì, ho ripreso ormai da un po', e ho corso (anche) con Calexandrìs. Ma a questo arrivo più avanti: se vi va di ascoltare questa storia, mettetevi comodi. ..
[Continua a leggere]

TAG: toorx, trx 90, running
00.28 del 03 Novembre 2012 | Commenti (1) 
 
09 Ottantacinque punto sette
DIC Running
Sono passati venti mesi. Una vita. Quattordici in più, addosso: ché ho preso coraggio e ho voluto andare a vedere.

Poi, ieri sera, era buio, come una volta, come piaceva a me, come quando avevo iniziato, ormai tre anni fa. C'era la stessa temperatura, fredda ma non eccessiva, le strade deserte e silenzio assoluto. Come quando, camminando alla luce dei lampioni, puoi ascoltare il battere dei tuoi passi.

Ho aperto l'armadio. Era tutto lì, esattamente come lo avevo lasciato. Ho tirato fuori alcune cose, scegliendo automaticamente, quasi come fosse stata ancora ieri l'ultima volta. Ho messo in carica il Geonaute. Ho cercato di ricordare i gesti, i riti, i pensieri, i fondamentali, le cose importanti. Come, ad esempio, il cartoncino con i numeri di telefono da chiamare in caso di emergenza, che mi ha sempre seguito, un po' per scaramanzia, un po' perché sì.

Io non so, questa volta, ancor più di quanto non lo sapessi tre anni fa, se avrò la pazienza. E la costanza. E la perseveranza. E la resilienza.
Non ho obiettivi, per ora. Conosco il mio ritmo. So cosa devo fare. So che dovrò ricominciare, tutto da capo ed anzi, ancora da più indietro, perché son passati tre anni, perché porto addosso ancor più i miei anni, perché so dei segnali che mi arriveranno, a valanga, già da domani, che non saran positivi, no.
So che non so se ci sarà, quella motivazione di allora. So che, se esiste, devo guardare dentro me stesso a fondo, per ritrovarla. Ché senza la mia motivazione, fortissima, nulla potrà essere.
E so anche che, dovessi fermarmi, questa volta, sarà definitivamente. È così.

Poi sono uscito. E, fuori dal cancello, ho svoltato a destra.
Come una volta.

E programma completato.

Take care, Carlo.
TAG: running, maratona
13.38 del 09 Dicembre 2011 | Commenti (0) 
 
27 Acque, immobili
FEB Spostamenti, Running, Diario
Ultimamente ho a che fare con i laghi. Cioè, vivendoci vicino, ho spesso a che fare con i laghi, ma curiosamente da qualche settimana è come se l'acqua fosse onnipresente attorno a me.
Ho iniziato l'anno sulle rive del lago Maggiore, due giorni dopo costeggiavo il lago di Como viaggiando verso Valdidentro e, ancora, qualche giorno dopo dormivo sulle rive del Garda.
E poi, sul Garda passo adesso quasi un terzo del mio tempo e ancora un paio di settimane fa pranzavo nuovamente sulle rive del lago di Como.
Insomma, pare essere un anno di laghi. Verrebbe quasi da fare un salto sul lago d'Iseo, giusto per arrotondare.

Bellano piccola
Il lago di Como dal molo di Bellano, guardando a nord verso la Valchiavenna
Torbole piccola
Il lago di Garda da Torbole
ValleSarcaPanoramica
La foce del Sarca a Torbole, il Lago di Garda e l'ingresso della Valle del Sarca

Sul Garda, o per meglio dire all'imbocco della Valle della Sarca, un po' alla volta sto marcando il territorio, e son luoghi davvero belli. Dormo a Riva, lavoro ad Arco, pranzo a Torbole. Chiusa l'era euro-piemontese sembro sulla via di inaugurarne una tridentina, un po' meno euro, un po' più global forse, ma comunque con base sul vertice settentrionale del Benaco.
Queste settimane, quassù, è il deserto dei tartari. Non c'è nessuno. Le orde di turisti tedeschi devono ancora arrivare; negozi, esercizi commerciali, hotel, ristoranti, pub e locali son tutti chiusi, con rarissime eccezioni utili al soccorso dei pochi naufraghi come me. Camminando di sera per il centro storico di Riva i passi rimbombano fra le strade e l'unico rumore percepibile è quello delle acque del lago che si infrangono piano contro i moli. Non ci sono auto in giro. L'hotel è quasi tutto per me e al mattino può capitare di far colazione da soli nella sala ristorante. Le spiagge sono inesorabilmente deserte.
Fra due mesi tutto questo mi mancherà e gli stessi posti saranno totalmente irriconoscibili, travolti da una sterminata folla cosmpolita e inarrestabile che andrà a permeare tutto questo spazio attorno che, ora, è solo mio.

L'ho già scritto: un po' il cuore, qui, lo avevo già lasciato un annetto e mezzo fa, quand'ero venuto per correre la mezza maratona del Garda. Non posso fare a meno di pensarci oggi, ogni volta che sbarco a Riva e vedo qualcuno correre sul lungolago, di giorno e di sera. E' un posto meraviglioso, questo, per correre.

RivaDelGarda1
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Riva del Garda
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Torbole, Lago di Garda
ValleSarca01
Tramonto sulla foce del Sarca

E non posso fare a meno di tormentarmi, ora ancor più degli ultimi mesi, per capire come fare, dove andare a caccia per ritrovare quella motivazione che mi aveva trascinato per oltre due anni, fino a quasi un anno fa, che mi aveva permesso partendo da uno zero totale di arrivare a correre la maratona e di partecipare con regolarità alle gare sulla mezza distanza con tempi sempre più interessanti.
Quella spinta e quell'ostinazione grazie alle quali ero arrivato a correre i dieci chilometri in quarantasette minuti e la mezza in un'ora e tre quarti: tempi non straordinari, certo, ma sicuramente gratificanti per uno come me, che avevo costruito tutto da solo, iniziando dal nulla, solo allenandomi con regolarità e costanza, senza mollare mai...
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TAG: lago di garda, lago di como, lario, arco, bellano, riva del garda, torbole, running
13.19 del 27 Febbraio 2011 | Commenti (5) 
 
31 Marathon man resetted
AGO Running
Mi chiedeva Simone, qualche giorno fa, ma a correre ci vai sempre?
Prima o poi doveva capitare.
Sono passati quasi cinque mesi dalla maratona di Milano e tanto per tagliar subito corto la risposta è no, o quantomeno ni, a voler essere molto indulgente verso me stesso.
Il fatto è che dopo aver tagliato il traguardo di Milano è accaduto quello che fin dall'inizio di questa avventura, ormai due anni e mezzo fa, conoscendomi, temevo potesse accadere: è andata completamente in frantumi la motivazione. E testa prima, polmoni e gambe e poi, le sono immediatamente andate a ruota.

E pensare che avevo in programma la maratona di Ginevra a maggio e, soprattutto, quella di Berlino a fine settembre.

Subito dopo l'11 aprile il piano era di riposare solo un paio di giorni, ma di sfruttare poi lo stato di grazia e di forma perfetta, continuando gli allenamenti per altre tre settimane per infilare la maratona di Ginevra a distanza di un solo mese dal mio esordio a Milano.
In realtà, poi, proprio nella settimana immediatamente successiva a Milano, non ero riuscito a far nulla a causa di qualche problema alla schiena che aveva di fatto richiesto uno stop totale, perlomeno di qualche giorno in più del previsto. E lì è iniziato il patatrac.
Andata a posto la schiena, infatti, son tornato sì a correre un paio di volte a distanza di due settimane da Milano, ma per rendermi immediatamente conto che avevo ormai scaricato del tutto l'adrenalina e che le gambe avevano a quel punto iniziato ad accusare la naturale stanchezza dovuta al picco di attività degli ultimi due mesi: quasi cinquecento chilometri, con in mezzo la Stramilano e subito dopo la maratona, uscendo fino a sei volte alla settimana per completare la preparazione nei tempi previsti. Impossibile tenere a lungo un ritmo del genere.
E infatti.

Ora, tenete a mente per un attimo questi parametri. Inizio faccenda, gennaio 2008: peso quasi 84kg, massa grassa prossima al 25%. Vigilia maratona di Milano, aprile 2010: peso a 71,2kg, massa grassa al 17%. In mezzo: trenta mesi di lavoro pressoché continuo, a parte alcuni brevi periodi di scarico qua e là.

A maggio ho dunque finito per far solo qualche uscita poco convinto, sei o sette in tutto, nel tentativo minimo di conservare almeno un po' di forma. Ma i tempi hanno iniziato a salire e le distanze ad accorciarsi irrimediabilmente. Ed anche la testa - o, più probabilmente, innanzitutto la testa - ha iniziato a spegnersi. Metteteci anche a quel punto la mancanza di obiettivi significativi nel breve termine.
La mezza di Monza a metà settembre? Sì, vabbè, ma intanto già fatta nel 2009, e poi pur sempre solo una mezza maratona. Berlino? Mmmmhhh, a ben guardare, difficile: iscrizioni già chiuse e vacanze comunque in mezzo, un periodo nel quale, che lo si voglia o meno, è difficilissimo riuscire a tenere la tabella di marcia degli allenamenti necessari per una maratona. Le mezze di Riva del Garda e/o di Sanremo, allora? Uuuhh, si parla di fine autunno, lontane, troppo lontane per essere un obiettivo vero a maggio, e siam sempre lì, già fatte nel 2009.
Forse la 30km di Pavia a settembre, ecco, ma vabbè: c'era comunque sempre il problema delle vacanze in mezzo.
E dunque maggio che se ne va in sordina. Un paio di uscite disastrose a inizio giugno, mollissime, minate ormai anche dal caldo oltre che dalla zero voglia, e dunque la decisione di un primo stop: a quel punto mi era chiaro che non fosse tanto un problema di gambe che non andavano più, ma proprio di testa totalmente assente, appagata dalla maratona di Milano, e stanca.
Stanco, io: stanco di quella tabella micidiale che mi ero imposto per mesi, rispettata pur in mezzo a tutti gli altri casini che stavo attraversando, con ostinazione, fors'anche proprio come unica valvola di scarico alla quale aggrapparmi; stanco di quell'inseguimento durato due anni verso quel traguardo della maratona sul quale mi ero via via accanito con determinazione e dedizione totale; stanco di seguire quelle regole più o meno ferree che mi ero dato; stanco di controllare il peso, il cronometro, le ore di sonno, di diventar matto per trovare il tempo di infilare l'allenamento quotidiano, fosse alle dieci di sera, o alle sette del mattino, con la pioggia, la neve, o il caldo torrido, stanco di ripetere giorno dopo giorno gli stessi noiosissimi percorsi infiniti, le stesse strade, con il cronometro ormai impiantato in testa, per cui ad ogni curva sai esattamente quanti metri hai percorso e a quale passo stai andando senza nemmeno bisogno di dare un'occhiata al gps.
Diagnosi chiara: fatta la maratona, dovevo staccare definitivamente la testa, almeno per un po'.

E del resto lo aveva facilmente predetto anche il mio fisioterapista, che mi ha seguito in questi due anni nella preparazione: quando insegui un obiettivo importante, all'inizio magari apparentemente fuori portata, e ti ci accanisci in quel modo fino a centrarlo davvero, è molto probabile che dopo segua un periodo di totale down della motivazione. Una specie di svuotamento completo, di scarico definitivo dell'adrenalina accumulata per mesi e mesi. Una reazione dei tuoi anticorpi.
E' quello che è accaduto. Inevitabile, a quanto pare.
Dice, lui: diversifica, fai dell'altro per non perdere la forma. Stacca dalla corsa e fai, chessò, un po' di nuoto per qualche settimana.
Ma che il nuoto mi faccia schifo non è una novità e poi siamo daccapo, come due anni fa: mi ero messo a correre per necessità e perché correre era l'unica attività che mi piacesse, al di là dell'andare in montagna.

Insomma: ho lasciato passare un altro paio di settimane senza fare assolutamente nulla, provando proprio a staccare la testa, pur con la voglia latente di continuare per non sprecare tutto il lavoro fatto, ma con la consapevolezza che fosse proprio giunto il momento di lasciare per un attimo le scarpette attaccate davvero al chiodo, o sarebbe andata peggio.

L'ultima settimana di giugno, un pomeriggio, ho quindi provato a ridiscendere in strada. Una Waterloo: sei chilometri con un passo tragicamente molle e infine la resa totale, incondizionata. Consumato dal caldo, dalla stanchezza, dalla sete, dalla noia, dalla testa vuota. Son rientrato a casa mogio mogio, camminando sotto al sole, svuotato.
A quel punto mi son davvero arreso: magliette e scarpette nell'armadio, e se ne sarebbe riparlato dopo le vacanze.

"Dopo le vacanze" è stato una settimana fa: sono tornato in strada con due mesi di nulla totale alle spalle, un distacco assoluto. Ma prima ho affrontato subito la bilancia, per dare un valore al punto di ripartenza: 78,8kg, massa grassa al 24%.
Pazzesco. Più di sette chili in tre mesi. Per intenderci: almeno una taglia in più. Di nuovo non entro più nei vestiti che avevo dovuto farmi stringere non più tardi di un anno fa.
Un disastro in parte annunciato, in parte peggio di quel che in cuor mio speravo. L'estate molle e ben poco controllata dal punto di vista alimentare è stata deleteria: il mio metabolismo di quarantacinquenne non è evidentemente in grado di conservare da solo uno stato di forma decente, se non dando almeno un po' di continuità all'attività fisica. Nemmeno il movimento continuo e i chilometri scarpinati a Seoul in quei dieci giorni di sudate micidiali han dato una mano, o forse invece l'han data eccome, e non oso allora pensare fin dove si sarebbe spinto l'ago della bilancia se a Seoul non fossi andato.

Con questa evidenza, la scorsa settimana ho dunque rimesso le scarpette a due mesi esatti di distanza dall'ultima volta che ci avevo provato. Non sapendo cosa aspettarmi esattamente dal mio stato fisico, mi son dato come primo obiettivo qualcosa che ritenevo alla mia portata quasi certamente: son ripartito dall'inizio, da quelle serie che facevo due anni e mezzo fa per imparare a correre. Sette serie da sei minuti l'una, intervallate da camminate di tre minuti.
Un'ora fuori, in altre parole, per un totale di circa sei chilometri di corsa, supponendo di tenere i ritmi iniziali di un tempo a 6'/km (e mamma mia...).

Sì, li ho fatti: ma sono arrivato in fondo esclusivamente per forza di volontà, completamente distrutto. Sono tornato, esattamente, al punto di partenza, al gennaio 2008. Non con il peso, per fortuna, ma di sicuro con lo stato di forma. E' incredibile.
Due anni e mezzo buttati nel cesso in soli tre mesi. L'undici aprile correvo la maratona di Milano, oggi non riesco a correre un chilometro senza scoppiare.
Il peggio è che dopo quella prima uscita non è che la testa sia tornata, anzi. Sono ridisceso in strada - mi son costretto a ridiscendere in strada, quasi prendendomi a calci da solo - l'altroieri, a distanza di sei giorni, dopo aver rinunciato ognuno dei giorni precedenti, ed è andata esattamente allo stesso modo, se non peggio: ancora una volta ho completato le sette serie, ma dire che ho desiderato ogni metro, ogni metro che ho corso (seee, "corso", si fa per dire), di piantarla lì e tornare a casa non rende l'idea. Ho dovuto aggrapparmi ad ogni briciolo di motivazione residua mi fosse rimasto in qualche angolo del subconscio per arrivare in fondo alla mia ora.

Guardo le cinque medaglie collezionate fra il 2009 e il 2010 nel cassetto del mio comodino. Ma come ho fatto?
Soprattutto, come faccio a ritrovare la mia motivazione?
In teoria ho un'iscrizione aperta, ribaltata dall'edizione di quest'anno alla quale non ho potuto partecipare, alla maratonina delle Due Perle a Santa Margherita, nel febbraio 2011. Potrebbe essere quello un obiettivo da provare a mettermi davanti, tanto più che alla Due Perle ci tengo, già nel 2008 sognavo di arrivare a correrla.
Nel mio stato attuale cinque mesi per rimettermi in condizione di correre una mezza maratona non son troppi, anzi, rischiano pure di essere pochi se non mi ci metto d'impegno davvero fin da subito, perlomeno andando tre volte alla settimana con costanza.
Se riuscissi a preparare la Due Perle, potrei poi ripuntare come quest'annno a rifinire la preparazione con la Stramilano, marzo 2011, e a correre nuovamente la maratona di Milano il prossimo aprile. Sono otto mesi. Pochi per uno che parte da zero, ma in realtà io da zero in fondo non parto.
Lo stato di forma è quel che è, ma tutto sommato ci son due anni di background intenso alle spalle. Sicuramente il problema è molto molto più di testa che di gambe e polmoni. Se mi ci metto, quelli sono in tempo a rifarli.

E' difficile, molto difficile. E' difficile conoscendomi, non perché lo sia in valore assoluto. E' il solito discorso che nel mio caso vale un po' per tutti i progetti e le cose nelle quali decido a un certo punto di impegnarmi: raggiunto l'obiettivo, addio motivazione ed interesse (spesso, poi, mi basta vedere un traguardo e sapere che è ormai alla mia portata per desistere del tutto anche solo dal raggiungerlo).
Tornare come prima vuol dire rimettersi ad inseguire lo stesso obiettivo con la medesima volontà, ostinazione e spirito di sacrificio che mi han portato fin qua. Per quanto mi riguarda, adesso, è molto più un'impresa a sé questa di quanto possa esserlo il correre nuovamente la maratona di Milano in tre ore e mezza. Quello ormai so che è - sarebbe - tranquillamente alla mia portata. E' questo che scardina la motivazione iniziale, quella che per due anni mi ha sostenuto.

Non so che pensare. Vediamo intanto se 'sta settimana riesco ad infilare almeno un paio di uscite.
Quel che è certo è che, riuscendo a continuare, mi ci vorranno almeno un paio di mesi per ripassare dalle serie attuali a correre almeno 10km filati sotto all'ora. Mi conforta il fatto che in queste due ultime uscite la maggior parte dei singoli chilometri li ho corsi attorno ai 5'40"/km, che comunque è un tempo di per sé inferiore a quanto riuscivo a fare due anni fa. E pensare che sarebbe il mio passo classico da "lentissimo", da intervallo fra le ripetute per recuperare!

E' che devo ricominciare a concatenarli, i chilometri. E ritrovar la testa.
TAG: running, maratona
20.27 del 31 Agosto 2010 | Commenti (0) 
 
11 Chiamatemi quando la finisce
MAG Diario, Running
Belìn, altro che andare a correre. Mi faccio una tisana, mi faccio, ché c'ho la muffa addosso con tutta 'st'acqua che vien giù.
E non se ne può più, perlamiseriaccia.
17.42 del 11 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
03 Engine stop
MAG Running, Diario
Intanto, per la prima volta così ad occhio da quindici anni in qua, ho chiuso la stagione senza aver mai messo le pelli. A ben guardare poi, il mio ultimo vero viaggio verticale risale all'inizio di luglio dello scorso anno.
E pensare che negli ultimi due o tre anni mi ci ero rimesso d'impegno per riprendere seriamente un po' di attività.

Per non parlar poi di quelli orizzontali, di viaggi. Ma vabbè.

Intanto, ho messo una pietra sopra alla maratona di Ginevra di domenica prossima. I test delle due ultime settimane sono stati un disastro, mercoledì scorso ho addirittura piantato lì dopo soli quattro chilometri. Così ho smesso del tutto e mi son preso una pausa di qualche giorno.
Sarà il caldo che è finalmente arrivato, sarà che Milano mi ha consumato fisicamente e mentalmente molto più di quanto credessi e che ho sottovalutato l'energia realmente spesa. Sarà che le motivazioni e l'adrenalina si son fumate del tutto dopo quel traguardo, sarà che ho altro a cui pensare, ora.
Sta di fatto che le gambe hanno all'improvviso smesso di andare e la testa di spingerle.

Trecento chilometri solo a marzo, più di seicento da inizio anno, il vuoto spinto dopo l'undici aprile.

Pelli e scarpette nell'armadio, dunque.

Le prime dubito che vedranno la luce del sole prima del prossimo inverno. Ho l'impressione di essermi davvero infilato in un lungo sabbatico dalla mia aria sottile. Si tratta solo di capire quale, fra le tante possibili ragioni, è quella che davvero ha fatto leva.
Perché il punto, per quanto cerchi di negarmelo da mesi, è che non ne ho più voglia. E questo mi spaventa un po'.

Le scarpette sono solo momentaneamente a raffreddare. Giusto il tempo di scaricare un po' la testa, va'. Magari per un paio di settimane. Poi si vedrà. Devo ripartire con calma, fare un passo indietro adesso, ritrovare la voglia di uscire per il solo piacere di correre un'oretta in pace alla sera due o tre volte alla settimana, senza il pensiero delle tabelle, dei chilometri percorsi, del ritmo da tenere.

I primi appuntamenti che contano sul calendario sono a settembre. C'è tempo per rimettersi a dare la scalata ad abbattere il muro delle quattro ore.
14.49 del 03 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
20 (Auto)celebration
APR Running
Sono uscite le foto ufficiali della Stramilano agonistica e quelle della Milano City Marathon. E insomma, lasciatemi riempire l'album con un po' di sana autoreferenzialità.

(Fra parentesi, considerato che i dodici chilometri di ieri mi hanno distrutto al punto che ancora oggi ho le gambe stanche, mi chiedo come abbia fatto a correrne quarantadue una settimana fa).

Stramilano 2010
Stramilano 2010
Stramilano 2010
Stramilano Half Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milan City Marathon 2010
Milano City Marathon 2010
11.56 del 20 Aprile 2010 | Commenti (2) 
 
13 I'm a marathon man
APR Running
"Ma ad uno che nella vita ha corso quarantadue chilometri, cosa lo ammazza?" [Linus]

Solo una volta nella mia vita avevo camminato - camminato, non corso - per quaranta chilometri. Era il 1983, avevo diciotto anni ed avevo attraversato a piedi l'isola Magerøya per raggiungere Nordkapp. Avevo impiegato dodici ore e dopo non riuscii più a camminare per due giorni.

***

La sveglia è alle cinque del mattino. Nella notte il tempo è decisamente peggiorato. La temperatura è crollata di quindici gradi in un colpo e c'è vento a raffiche forti, fino a 37km/h secondo il meteo su internet. Nella sacca ho messo di tutto: a questo punto è una roulette, impossibile decidere ora cosa indossare, valuterò all'ultimo momento. Certo, non ci voleva.
Alimentazione: prendo uno yoghurt, un paio di brioche, un caffè. La partenza è fissata per le nove e venti, ma l'ingresso in griglia deve avvenire entro le otto e trenta. Ho in borsa un paio di barrette e alcune buste di carboidrati liquidi. Una la prenderò prima di consegnare la sacca ai camion che raccolgono le borse degli atleti per trasportarle al traguardo, le altre me le porterò in gara. Atmosfera elettrica.

Il freddo è davvero intenso e ha colto tutti un po' di sorpresa, non si parla d'altro. La temperatura è annunciata ad 8ºC, con wind chill a 3ºC. Andiamo bene. Il vento in effetti spazza via. Nelle ore successive dovremmo salire fino ad 11ºC e poi, una volta entrati a Milano, le raffiche dovrebbero essere un po' attenuate dai palazzi. Il problema sarà adesso, nei primi dieci chilometri, quelli che dai padiglioni della nuova Fiera a Rho, dov'è la partenza, attraverseranno la periferia fuori Milano fra campi e boschetti per portare verso lo stadio di San Siro.

E' tempo: mangio al volo la barretta, bevo la busta di carboidrati, mi cambio e consegno la sacca ai camion. Ho osservato un po' quello che fa la maggioranza attorno a me e ho deciso: stesso abbigliamento della Stramilano. La temperatura è più fredda, ma si alzerà, e comunque non piove né sembra troppo minacciare. Dunque, pantaloni corti, maglietta sottile e sopra maglia traspirante leggera a maniche lunghe. Ho anche una maglia di cotone spesso a maniche lunghe di un pigiama da cinque euro che ho comprato ieri proprio con lo scopo di tenerla addosso fino al momento della partenza e poi buttarla. Ho imparato il trucco lo scorso anno alla Stramilano. E' l'unico modo che hai di tenerti caldo nelle mezz'ore interminabili che te ne stai lì fermo al freddo in mezzo alla folla ad aspettare la partenza.
Niente guanti. Nella cintura mezzo litro di integratore, una busta di carboidrati liquidi, pastiglie di Enervit GT. Il consiglio è di bere, poco, ma bere ad ogni rifornimento - sono previsti ogni cinque chilometri, come al solito - ma non so se lo seguirò. Fa troppo freddo, è umido e la sete non si farà sentire per un pezzo. In compenso potrebbe piantarmisi tutto sullo stomaco. Anche questo deciderò in corsa.

Iniziano le procedure di allineamento alla partenza, con lo smistamento dei concorrenti ai cancelli di ingresso a seconda dei numeri di pettorale e, dunque, dei tempi personali. Io, ovviamente, ultimo settore, pettorale rosso. Individuo i palloncini colorati dei pacer, gialli per quelli delle quattro ore, arancioni per quelli delle quattro ore e quindici. Non ho ancora ben deciso che fare, se accodarmi a loro, provando magari a star dietro a quelli delle quattro ore, o correre da solo scommettendo soltanto sulle mie sensazioni e sulla mia testa.
Mah, aspetto il via e poi deciderò. Intanto non ho fatto praticamente riscaldamento: un po' non ne ho avuto il tempo, un po' è di fatto inutile. Con quarantadue chilometri davanti ed almeno quattro ore di corsa avrò tutto il tempo, partendo piano, di scaldarmi per i primi chilometri senza bisogno di bruciare inutilmente energie prima della partenza.

Elicotteri sopra alle nostre teste. All'altoparlante dicono che siamo in ottomila, quarantotto i Paesi rappresentati, tanti i nomi famosi dello sport e, naturalmente, della maratona. Il sole fa capolino fra le nubi nere, per un secondo anche il vento sembra darsi una calmata. In mezzo alla folla non avverto quasi più il freddo, ma poi sarà diverso. L'arco della partenza è circa trecento metri avanti a me. Musica a palla, Queen, We will rock you.

Poi, si parte.

Il resto vola via. Sarà l'adrenalina accumulata in tutte queste settimane a spingermi, e per un bel pezzo, ad un ritmo che nemmeno sognavo.

Avevo programmato i 5'30"/km e per il primo chilometro mi accodo ai pacer delle quattro ore che in effetti hanno quell'andatura, ma presto inizio a lasciarli indietro e mi rendo conto che la giornata è di quelle, le gambe vanno via scioltissime come alla Stramilano, credo di andare ai cinque e trenta ma la verità, sbirciando il gps, è che sto andando quindici-venti secondi più veloce.
Il freddo, sì, il vento, ma quasi non me ne accorgo. Accidenti, la giornata sembra esserci davvero. Ma non voglio illudermi, non voglio pensare. Non *devo* pensare, devo spegnere la testa, entrare nel mio stato ipnotico, lasciar perdere i maledetti segnali chilometrici che oggi saranno infiniti. E poi ormai lo so com'è: vai, vai, vai che ti sembra di volare e di non avvertire alcuna fatica, e all'improvviso cedi tutto di schianto senza nemmeno rendertene conto, senza preavviso. Devo temere la testa, il calo - anzi, i cali, perché ce ne saranno più di uno - di motivazione. E poi la fascite, i crampi, la fame, il caldo improvviso, il vento, la pioggia se arriva. Quantandue sono infiniti. Intanto mi sono ormai lasciato alle spalle i pacer delle quattro ore e vedo davanti a me quelli delle tre e quarantacinque.

Due, tre, quattro, poi otto, nove, dieci, siamo a Milano ormai, siamo passati sotto alla tangenziale. Mi accodo a vari gruppetti, cambio spesso, mi faccio tirare per un po', poi passo a quello un po' più avanti. Lo so che dovrei tenermi, ma in realtà è quello che sto facendo, solo che oggi le gambe vanno maledettamente, è tutta l'adrenalina che si sta scaricando.
Nemmeno mi sono accorto dei dieci che già sono a quindici, e il cronometro segna tempi ben al di sotto di quello che avevo programmato, sono quasi al ritmo della mezza maratona. Non posso continuare così, ma il fatto è che non sono stanco, affatto, anzi, mi prende un po' la paura di stancarmi di più rallentando che non continuando a tenere ormai questa andatura alla quale, per il momento, mi sento tranquillo. Ai quindici, però, mi forzo a bere al volo un sorso d'acqua al rifornimento e a prendere una pastiglia di Enervit GT, sebbene non abbia alcuna fame né sete, ma solo per seguire i consigli del mio fisio.
E vado avanti. Viaggio attorno ai 5'10"/km. Comunque vada a questo punto sto accumulando un bel vantaggio sui miei obiettivi. Dovessi crollare, questo vantaggio mi servirà.

Arriviamo all'Arena, il temuto cancello dei 20km. Sto andando come una lepre (per i miei ritmi), non mi sfiora nemmeno per un istante di interromperla lì. Lo so che non sono nemmeno a metà e che ho davanti l'intero percorso della Stramilano, eppure non sono affatto stanco, anzi, accelero! Il prossimo traguardo, ormai, è la conquista di piazza Duomo.
Per strada alcune rock band suonano a tutto volume. Come altri riesco persino a improvvisare un balletto senza fermarmi. Balliamo con gli Stones, con gli AC/DC pompati al massimo, con l'hip hop, tutta musica che ti spinge, spinge e spinge ancora, ti carica, c'è la folla attorno che applaude, e allora via, ancora più giù sull'acceleratore.

Passo l'arco della mezza ad un'ora e cinquanta, sopra ai bastioni, un tempo che solo sei mesi fa era il mio record su quella distanza. Incredibile! Non sono per nulla stanco, anzi, sono caricatissimo, non fosse per il pavé, ora, che ti ammazza le gambe, quello sì, dopo venti chilometri di asfalto liscio. Tremendo il pavé, sia quello a lastroni che i sanpietrini, con tutte quelle sconnessioni e buchi. Per fortuna dura poco, altrimenti addio gambe. Poi la salita dei giardini di Porta Venezia, l'unica di tutto il percorso, brevissima, ma che arriva al ventiduesimo, ed è meglio non sottovalutarla, rallento un filo giusto per scollinare e poi via, in Corso Venezia e verso San Babila, adesso sì, fra due ali di folla, la folla che ti aspetta in Piazza Duomo è davvero emozionante, venticinquesimo chilometro, per la prima volta ho un groppo alla gola dall'emozione. Il Duomo è conquistato.
Tempo di girare attorno alla piazza, in Corso Europa c'è il rifornimento, rallento per dieci secondi per bere un paio di sorsate di integratore e mangiare due spicchi d'arancia, poi via, a risalire di nuovo Corso Venezia fino alla circonvallazione, controcorrente e nella corsia parallela rispetto a quelli che al Duomo devono ancora arrivarci, ed è qui che piazzo addirittura un chilometro, il ventiseiesimo, a 4'55", un tempo che sarebbe ottimo per la mezza, staccato adesso, a questo punto della maratona. Non riesco a crederci.

Ventisette, ventotto, ventinove. Qui ci si stacca dal percorso originario della Stramilano e si devia per la Bocconi. Trentesimo. Da qui in poi per me è terra incognita. Mai arrivato a tanto. Soprattutto, mai pensato che sarei arrivato qui in 2h38'. Sono venti minuti in meno dell'unica volta che ci ho provato davvero in allenamento. Soprattutto, mai arrivato sin qui senza fermarmi almeno un paio di volte. Oggi si vola.

Ma non mi fido più di me stesso. Soprattutto, adesso sì, da qui in avanti non mi conosco. Non so come reagirò, e le gambe ora iniziano ad essere stanche, ed anche la fame a farsi un po' sentire. Così, al rifornimento del trentesimo, mi obbligo a fermarmi davvero un po', almeno qualche minuto, magari uno o due soltanto, ma per riprendermi con calma. Sono in grandissimo vantaggio sulle quattro ore, posso permettermelo.
Spicchi d'arancia, un pezzo di banana, una busta di gel energetico, integratore, acqua. Mi sembra di stare proprio bene ora. Riparto. Posso puntare a tempi che mai avrei osato sognare.

Trentaduesimo. E' il famoso chilometro delle crisi del maratoneta. E in effetti all'improvviso anche io mi rendo conto che non sono più così lucido come prima. Vado, sì, ma da quando sono ripartito dal rifornimento le gambe si sono appesantite sensibilmente. Non sono stanchissimo, no, e fiato ne ho ancora da vendere, anzi, non ho proprio alcun problema, ma le gambe, a pensarci, quelle no, non vanno più molto bene ora, e d'altra parte son trentatre adesso, eddai, ne mancan solo nove Carlo, un'inezia, coraggio, ormai lo sai che la finisci, e pure con un tempo della madonna, forza!
Siamo al naviglio pavese e guarda un po', questa strada proprio non la conoscevo. Il naviglio lo si discende verso sud per un po', poi lo si risale fino alla Darsena, e accidenti, c'è da salire per qualche metro in testa al naviglio, maddai Carlo, forza, la prossima fermata è al rifornimento dei 35km, coraggio, dieci minuti e ci sei! Avanti!

Ma no. All'improvviso, davvero, non ce la faccio più. E non è la testa, né i polmoni. Son le gambe. Le gambe mi stanno abbandonando di colpo. Noddài Carlo, avanti perdìo, fino al rifornimento dei trentacinque, coraggio!!
Niente. E' un istante. Due crampi, uno per gamba, mi salgono improvvisamente dalle ginocchia e mi falciano i quadricipiti, bloccandomi del tutto. Sono fermo in mezzo alla strada, quasi in fondo alla Darsena a due passi dal cartello dei 34km. Lascio passare qualche concorrente, provo a fare due passi, ma non riesco praticamente nemmeno a camminare. Non mi resta che appoggiarmi ad un lampione e provare a fare stretching per qualche minuto.

Poi riparto. E a fatica arrivo al rifornimento del trentacinquesimo. Dove mi fermo nuovamente.
Spicchi d'arancia, acqua. Questa volta ne bevo mezzo litro. Poi riprendo, ma cammino per un po', vado avanti così per qualche centinaio di metri. E intanto il cronometro ha ripreso a correre, lui.

Da qui in avanti è un calvario. Gambe e ginocchia completamente andate, praticamente impossibile correre per più di qualche centinaio di metri alla volta. Alterno, come del resto avevo previsto: un po' corricchio, un po' cammino, ogni tanto devo appoggiarmi da qualche parte e fare stretching, ma ormai sono al trentasettesimo, non esiste proprio mollare adesso. E poi il cronometro mi dà ancora ragione, se resisto potrei incredibilmente arrivare ancora sotto alle quattro ore. Pazzesco. Significa che fino al trentesimo sono davvero andato ben oltre ogni mia più rosea aspettativa.
Prima della fiera mi raggiungono i pacer delle quattro ore. Io sto camminando. Uno di loro mi ìncita ad agganciarmi al gruppo. E' il mio ultimo treno per cercare di star sotto alla soglia sognata, devo provarci. Ma non ci riesco, le gambe non rispondono proprio, e devo riprendere a camminare. Poi ancora corsetta. Poi fermo. Poi cammino. Poi corsetta. Poi fermo. E via così.

Trentotto, trentanove. Corso Sempione, di nuovo. Ho chiuso l'anello di Milano. Ero qui due ore fa con venti chilometri in meno nelle gambe. In fondo, l'Arco della Pace. Ancora band che suonano. Raccolgo le mie ultime forze. Fra un po' scattano le quattro ore. Mi brucia ora, accidenti, mi brucia non esserci riuscito. Ieri sembrava un sogno, ma dopo quello che ho fatto oggi fino al trentesimo adesso mi brucia davvero un po'. Ma mi riprendo subito: la verità è che ieri me lo sognavo questo tempo, altroché. Sono stato bravo. E adesso su, avanti Carlo, metti insieme 'sti ultimi due chilometri fino al Castello. Coraggio!

Giro dell'Arena. Quarantunesimo. Quasi mi accascio davanti a un fotografo. Bevo tutto quello che mi è rimasto, sono sali. E poi la verità è che per la solita questione dei punti di corda ho accumulato quasi un chilometro in più di distanza. Alla fine, al traguardo, ne avrò percorsi più di quarantatre. Il che significa, gps alla mano, che in realtà nelle quattro ore, sulla distanza reale della maratona, ci sono praticamente stato, anche se non conta :-)

Il traguardo lo taglio fra due vere ali di folla che applaude ancora tutti quelli che arrivano. Lo passo, fra l'altro, insieme ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Il cronometro segna 4h08'. Eccezionale, comunque, per me. Anche se ho impiegato un'ora e mezza per fare gli ultimi dodici chilometri.
Passo sotto all'arco del traguardo con un groppo in gola. L'emozione è fortissima, una delle più grandi della mia vita, sicuramente. Mi trattengo un po' a stento. Mi mettono al collo la medaglia dei finisher, un telo di alluminio attorno alle spalle per riscaldarmi. Non ho uno specchio ma penso di essere piuttosto stravolto. Afferro un paio di bottiglie d'acqua, una di integratore, do qualche morso ad una mela. Poi mi accascio su un prato sotto alle mura del Castello, sfinito. Felice come non mai. Sono un maratoneta. Ce l'ho fatta.

E' stupido, lo so. Lo è sicuramente per chi corre decine di maratone abitualmente. Lo è probabilmente anche per quel signore di oltre settant'anni che mi ha letteralmente tirato, incitato, trascinato ed aspettato per gli ultimi chilometri. Eppure non la misuro, la mia felicità. Cosa ti ammazza quando sei riuscito a correre per quarantadue chilometri?

In realtà io lo so bene: la mia è un'emozione che è perfettamente comprensibile proprio a quel signore ed agli altri tremila che han tagliato il traguardo, quanto probabilmente è inspiegabile invece a chi non l'ha provata o a chi non ha mai provato l'emozione di inseguire un sogno per anni, accanircisi e infine realizzarlo.
Io l'ho fatto, una volta di più.

Correre una maratona era un sogno nascosto che avevo nel cassetto fin da ragazzo, ma davvero non credevo sarebbe mai stato nelle mie corde. Ero un velocista io, per il mezzofondo proprio non ero tagliato. E poi la vita mi ha portato in altre direzioni.
Due anni fa pesavo quasi ottantaquattro chili. Non facevo sport da anni ed anni, tranne andare a sciare saltuariamente. Ero spezzato dal mal di schiena, curvo, avevo smesso di fumare da poco, la mia alimentazione faceva schifo. E quando sono sceso in strada quella sera di gennaio del 2008 non pensavo davvero che mai sarei arrivato qui oggi. Non ci credevo.
Ho imparato strada - è il caso di dirlo - facendo. Partendo da piccoli obiettivi, che è un metodo che davvero non è nella mia natura. Un passo alla volta. Senza voler strafare, con curiosità, qualche sacrificio e un briciolo di pazienza. C'è un abisso fra il Carlo di oggi e quello di due anni fa. E non è fatto solo di quei dodici chili che ho lasciato indietro.

In questi due anni è cambiato tutto. E' cambiata drasticamente la mia vita, è cambiato un mondo. Passare sotto a quell'arco è stato davvero importante per me. E' stato come rinascere, dimostrare a me stesso che quello che sono, che la mia volontà di inseguire i miei sogni, di saperli realizzare, è ancora intatta. E' tutta lì.

E allora la domanda è la stessa di un anno fa: ce ne saranno ancora? Be', che diamine. Ci potete giurare. Così come ho mantenuto la promessa di un anno fa, questo è solo l'inizio! Intanto ci sarebbe Ginevra il 9 maggio. C'è poi da scendere sotto alle quattro ore, anzi, da puntare alle tre e mezza, ché le potenzialità ci sono eccome! Ci sono poi Berlino, Roma, Londra, New York naturalmente, magari nel 2011.
E c'è la Monza-Resegone e le corse in salita, e ci sono i grandi trail del deserto. C'è da entrare nel Club dei Nobili. Chi lo sa qual è il limite verso il quale spingersi, fin dove e quando andare avanti? Quel che conta è semplicemente la voglia di migliorarsi, di alzare l'asticella, di inventarsi nuovi progetti e di divertirsi, soprattutto. Fin quando ci saranno queste cose si può continuare.
Quando dovessi all'improvviso rendermi conto che non ne ho più voglia, fine della storia, e quel che sarà fatto a quel punto sarà fatto. Fosse anche domani, alzandomi dal letto tutto rotto chiedendomi chi me lo fa fare di andare avanti.

C'è, innanzitutto e fra l'altro, sempre quel vecchio sogno, sempre lui, che mi insegue da una vita. Adesso più che mai so che ce la potrei fare, anche quello. Si tratta solo di crederci e di darci dentro. Come al solito, del resto. E dunque...

01.26 del 13 Aprile 2010 | Commenti (2) 
 
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