Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Di cinema verticale e altre considerazioni a làtere
APR Viaggi fra le immagini, Coffee break, Alta quota, Segnalazioni
Per la cronaca, e per i non addentro alle cose del mondo verticale, Tommy Caldwell e Alex Honnold sono amici e talvolta arrampicano insieme in Yosemite, come nel 2018, quando hanno stabilito il record assoluto di salita di "The Nose", la via di arrampicata più rinomata della leggendaria parete del Capitan, di Yosemite e forse del mondo, staccando un mostruoso tempo sotto le due ore.
Per la verità non lo fanno solo in Yosemite: ad esempio, nel 2014 hanno compiuto la prima traversata integrale del Fitz Roy in Patagonia, una roba che vabbè, se non siete addentro alle cose del mondo verticale è inutile adesso starvi a spiegare, non è questo il tema del post, e comunque è come se fossero andati sulla Luna con un razzo a pedali (*).

Se non siete addentro alle cose del mondo verticale, dell'arrampicata sportiva e della storia dell'alpinismo, e/o non conoscete nulla di Yosemite e della parete del Capitan, un muro di granito verticale alto più di novecento metri che è quasi certamente la parete di roccia più famosa del pianeta, non starò qui a raccontarvi il contesto di queste vicende. Google vi dirà tutto quello che c'è da sapere, nel caso, ma un numero - per darvi un'idea - ve lo dico io: la prima salita del Nose, sessant'anni fa, richiese quarantasette giorni di vera battaglia in parete. Oggi in media ci vogliono cinque giorni di arrampicata, bivaccando appesi nel vuoto in mezzo allo sterminato muro strapiombante. Va da sé che è cosa alla portata solo di arrampicatori di livello superiore alla media e di lunga esperienza.
Caldwell e Honnold, se non lo avete colto prima, l'hanno salita in un'ora, cinquantotto minuti e sette secondi. Una roba che... ah no, quella del razzo a pedali l'ho già usata. Vabbè, più che fantascienza siamo ai confini della religione.
Per farvi capire, una persona ben allenata e in buona salute, abituata a camminare in montagna, sale per sentieri facili a una media di quattro-cinquecento metri l'ora. Io, per dire, salgo a trecento. Loro hanno salito in meno di due ore mille metri di granito verticale liscio come il muro di casa vostra. Hanno praticamente corso su una parete perpendicolare.

Per salire le pareti di Yosemite arrivano da tutto il mondo. Dopo il tracciato sul Nose, in questi sessant'anni numerose altre vie estreme sono state aperte sulla big wall del Capitan, alcune diventate vere e proprie leggende nel mondo dell'alpinismo. Con gli anni sono via via arrivati nuovi record, dalle prime ascensioni in giornata, alle salite in arrampicata libera (ovvero senza utilizzare mezzi artificiali per aiutarsi nella progressione, ma solo per assicurarsi alla parete), alle prime conquiste in solitaria, pur sempre legati a una corda.
Poi, nel 2015, è arrivata l'impresa di Tommy Caldwell sul "Dawn Wall", seguita nel 2017 da quella di Alex Honnold lungo la via Freerider. È un po' come se sul Capitan fosse stato scritto nuovamente l'anno zero, perché tutto quello che era stato fatto precedentemente è stato letteralmente spazzato via.
Come se domani arrivasse qualcuno a correre i cento metri sotto i nove secondi, con buona pace di Bolt.

La prima curiosità è che è stato lo stesso Tommy ad aiutare Alex a preparare la salita che lo ha iscritto di diritto fra le leggende dell'alpinismo e lo ha portato dritto al premio Oscar 2018 in qualità di protagonista di "Free solo", lo straordinario documentario vincitore degli Academy Awards, prodotto dal National Geographic, che racconta la prima salita assoluta del Capitan compiuta da Alex Honnold in solitaria, senza corda e senza alcuna assicurazione, e che queste settimane sta spopolando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo.
Tommy Caldwell appare fra i coprotagonisti principali di "Free solo" ed è a sua volta il protagonista di "The Dawn Wall", distribuito su Netflix. Il suo film racconta dell'impresa compiuta nel 2015, dopo sei anni di tentativi, accompagnato da Kevin Jorgeson, sull'ultima inviolata parete del Capitan, il Dawn Wall appunto, tracciando quella che è oggi considerata la via di arrampicata più difficile al mondo su "big wall", ovvero non una semplice prestazione atletica in falesia, a pochi metri dal suolo, ma una vera e lunga via alpinistica in montagna con difficoltà pari alle più estreme vie di arrampicata sportiva.
Non una questione dunque di pochi movimenti atletici ai limiti della sfida alla gravità, ma ore, giorni, settimane in questo caso, di salita ai massimi livelli conosciuti di difficoltà continua, appeso con la sola punta delle dita su appigli invisibili ai comuni mortali, la schiena nel vuoto.
Per la cronaca, a Caldwell manca il dito indice di una mano.

Se avete in programma di vedere Free solo, vi consiglio prima - prima e non dopo, non solo per ragioni di coerenza narrativa e temporale - il film di Caldwell, che idealmente è il prequel della pluripremiata pellicola dell'amico Alex e che apre lo spazio a un confronto interessante fra i due lavori tanto in termini cinematografici, quanto sportivi, psicologici e umani.
Anche se non siete appassionati nello specifico di alpinismo e di arrampicata, sono entrambi film che meritano di essere visti per la spettacolarità delle immagini, la tensione e l'emozione - per non parlare di vero e proprio terrore per qualcuno - che comunicano. Soprattutto perché sono film in presa diretta, costruiti giorno per giorno coi protagonisti stessi delle due avventure: non c'è finzione scenica, non ci sono controfigure, non ci sono sequenze provate in studio e poi riprovate su un set cinematografico. È tutto assolutamente reale e accade per la prima volta nel momento esatto in cui viene filmato. Entrambe le pellicole escono dalla logica stretta del documentario e diventano dei veri film sull'esplorazione delle capacità umane, fisiche e mentali.

Alex arrampica davvero slegato ed è ripreso nel momento stesso in cui lo fa e compie un'impresa unica al mondo, che non prevede alcuna seconda chance, né possibilità di minimo errore: se cade, muore in diretta. Il film racconta anche delle implicazioni psicologiche che questo ha per la stessa troupe che gira il film (e delle conseguenze logistiche), per la fidanzata, gli amici, la madre. Tutti i protagonisti sono veri, tutto è raccontato mentre accade.
Lo stesso meccanismo narrativo è usato nel film di Tommy Caldwell, seguito dalla troupe per sei anni nella costruzione del suo sogno straordinario e nella perseveranza, una vera ossessione, con cui si accanisce per raggiungere il suo obiettivo.

Tommy arrampica legato, ma il superamento incredibile dei tratti chiave della sua ascensione lascia col fiato sospeso e trascina lo spettatore in un'esaltazione progressiva tanto quanto accade nel film di Alex, pure con presupposti differenti: sappiamo in ogni istante che Tommy non rischia di morire, ma del resto sappiamo anche che Alex è ancora vivo fin dall'inizio di Free Solo.
Ciò nonostante, anche per questa sottile differenza, è meglio vedere prima The Dawn Wall: Tommy Caldwell e il suo compagno Kevin Jorgeson inchiodano progressivamente lo spettatore alla sua poltrona col fiato sospeso e ci si scopre a fare un tifo da stadio per loro nei momenti determinanti della sfida, mentre tutta l'America li guarda in diretta.
Non c'è bisogno di alcuna sospensione di incredulità: è tutto vero e siete in parete con loro, la vedete esattamente dal loro punto di vista.
Confesso che mi sono commosso sulle scene finali del film, mi è venuto da applaudirli.
Finale americano eh, ma perfetto.

La sera dopo, al termine di Free Solo mi sono accorto che avevo le mani sudate e la tachicardia.
Avevo finito di salire il Capitan la sera prima con Caldwell, mi aveva esaurito - giuro; l'ho risalito la sera successiva con Honnold. Solo che questa volta l'ho fatto slegato e da solo.
Lo racconto in prima persona perché se è vero nel film di Caldwell, ancora di più lo è nella tecnica usata con Honnold, che evolve direttamente da quella di The Dawn Wall e che vi porta direttamente con Alex sulla parete del Capitan, insieme a lui.
La questione, però, è che in questo caso chi è davvero in parete con Alex potrebbe vederlo morire da un momento all'altro e non solo: potrebbe essere la causa della sua stessa morte accidentale. Una minima, insignificante, interferenza nell'azione, un picosecondo di distrazione involontaria per il protagonista e dozzine di telecamere, cineprese e droni lo riprenderanno mentre precipita per centinaia di metri sotto gli occhi dei suoi amici e collaboratori.
Quando parte per una salita in free solo, Alex Honnold non lo dice mai a nessuno. Non ai parenti, non agli amici. Non vuole nessuna pressione psicologica attorno a sé, ha bisogno di concentrazione assoluta, di liberare totalmente la mente da qualunque pensiero estraneo. Non è ammesso alcun tipo di errore. Salire sotto gli occhi delle telecamere e non solo, salutare la fidanzata prima di iniziare l'impresa più difficile della sua vita, pone lui stesso e tutti gli altri protagonisti in una situazione psicologica assurda e completamente innaturale.

Ve lo dico subito - be' subito: si fa per dire, scrivo da settordicimila righe.
Free solo dura due ore, ma si gioca tutto nei venti minuti finali, o per meglio dire in tredici minuti di sequenze che, se soffrite di vertigini, vi faranno venire da vomitare. Il resto è un lentissimo e sfiancante avvicinamento mentale, passo a passo, alla parete del Capitan. E questo, secondo me, è il limite ultimo del film che ha vinto l'Oscar rispetto a The Dawn Wall.
Se siete sul vostro divano di casa, esiste la possibilità che prima di arrivare alla base del Capitan con Alex abbiate cambiato canale e stiate guardando il Gran Premio in differita. Nel caso, però, vi sarete persi tutto il percorso che porta ciascuno dei protagonisti sotto a quella parete insieme ad Honnold, ognuno con la propria motivazione, a partire proprio dall'amico Tommy.

The Dawn Wall è spettacolare, trascina ed esalta. Free Solo passa dal rischio di essere noioso alla paura pura.
Oppure anche no.
Ho pensato che per chi non ha mai arrampicato Free Solo potrebbe essere così esagerato, così surreale, da essere addirittura empaticamente impossibile. Se non soffrite di vertigini, può essere che di fronte alle sequenze chiave, invece di trovarvi con le mani sudate, col fiato sospeso, completamente ipnotizzati, rimaniate del tutto indifferenti, a parte la ovvia e banale reazione "vabbè, è pazzo, chi glielo fa fare". Che non riusciate a immedesimarvi, nonostante la regia faccia di tutto per mettere voi stessi su quella parete.
Che alla fine sia così estremo da fare il giro e diventare, semplicemente, una prestazione da circo equestre e pop corn.

Navigando in giro per la Rete ho trovato molti articoli ed estratti dal "making of" di Free Solo, fra cui questo interessante filmato del New York Times, con estratti di interviste alla troupe di Alex e sequenze inedite tagliate dalla pellicola originale.
Personalmente ho dovuto rivedere tre volte i venti minuti finali del film e uso il verbo "dovere" non a caso: ogni volta è stato come vivere in prima persona frammenti di quell'esperienza, una sensazione latente e reale di panico, pur conoscendone l'esito finale, pure alla terza volta.

Eppure. Eppure ho i miei eppure.
Ho dibattuto di Free Solo una sera con un mio caro amico ed ex compagno di cordata, col quale andavo ad arrampicare a metà degli anni '80, nel pieno del boom del free climbing, sognando Yosemite e le vie estreme del Verdon, i templi mondiali dell'arrampicata libera e del Nuovo Mattino.
Anche lui, lui più di me per la verità, è rimasto in apnea per tutto il film e lo considera un capolavoro. In realtà è totalmente preso dalla prestazione sportiva estrema in sé.
Io però ripensavo a quegli anni, alla copertina del primo numero di Alp dedicata al Verdon e a Patrick Edlinger, il mio mito di allora - un po' il mito di tutti noi a quel tempo, direi.
Nel 1982 Patrick Edlinger fu protagonista di Opéra Vertical, nel quale arrampicava su Orange Mécanique, una via lunga un centinaio di metri valutata 7c (ai limiti della difficoltà estrema, per quei tempi) a Cimaï, in Francia, completamente slegato. Ricordo un passaggio in cui gli scivolava un piede e rimaneva appeso nel vuoto con una sola mano: pochi secondi di vera paura.

Freerider, la via percorsa sul Capitan da Alex Honnold in Free Solo, è valutata 7c. Oggi è una difficoltà quasi "normale" per un arrampicatore del suo calibro.
Certo, un errore a quel livello di difficoltà ci sta sempre, eccome. Qualunque free climber è abituato a cadere ripetutamente sui passaggi difficili e a rimanere appeso alla corda. Solo che Alex la corda non ce l'ha.
Certo è anche che Alex, prima di percorrere slegato Freerider, l'ha provata e riprovata, ripetuta centinaia di volte probabilmente, per quattro anni. Imparata a memoria metro a metro, ogni microscopico movimento, ripassata mentalmente migliaia di volta. Si vede anche nel film.
Così, penso: fa così differenza arrampicarsi slegati con cinque, sei, settecento metri sotto il culo, o solo cento? Cosa aggiunge in realtà di nuovo la salita di Alex a quelle che lui stesso ha fatto in precedenza, a quelle fatte da tutti i suoi predecessori - detto che in parecchi ci hanno lasciato la pelle, e soprattutto all'Opéra Vertical di Edlinger che su quelle stesse difficoltà arrampicava slegato più di trent'anni fa, quando ad arrampicare su una difficoltà di 7c erano in pochissimi al mondo, mentre oggi sono migliaia gli arrampicatori, anche dilettanti, capaci di farlo?

Certo, anche Edlinger conosceva a memoria Orange Mécanique, i passaggi difficili erano in realtà pochi e per salirla avrà impiegato forse venti minuti. Honnold è salito per quasi quattro ore di difficoltà estrema continua, senza alcuna possibilità di interrompere o di ritirarsi. Le due prestazioni, fisicamente, non sono nemmeno comparabili e probabilmente nemmeno mentalmente.
Epperò il dubbio mi rimane, anche perché in Free Solo viene evidenziato un altro punto determinante: Alex non ha paura. Nel senso: non è che sia pazzo, è che proprio, geneticamente, il meccanismo neuro-chimico che governa normalmente la nostra paura nel suo caso lavora in modo completamente diverso. Gli han fatto una TAC e degli esami per scoprirlo.
E allora il punto è questo: in condizioni normali, a meno di errori accidentali o distrazioni, nessun arrampicatore cade su una via alla sua portata, che conosce a memoria. Eppure usa, giustamente, la corda per assicurarsi. Sapere di essere legati dà un vantaggio psicologico inestimabile, non devi avere paura e puoi scalare tranquillo.
Ma se la paura non ce l'hai per natura, a cosa ti serve la corda, se non come avere la cintura di sicurezza quando guidi?
Quanto valore reale di quella salita, questo particolare, contribuisce eventualmente a ridimensionare?
Perché attaccati a uno sputo, slegati in equilibrio sul vuoto, non ci siamo noi che abbiamo i conati solo a vedere le immagini, ma un uomo per cui stare lì in equilibrio è un esercizio quotidiano e non prova alcun tipo di emozione - forse - a guardare di sotto.

Questi pensieri in realtà li avevo già prima di vedere Free Solo e il dibattito con l'amico Roberto l'ho fatto prima di vederlo, per cui la verità è che mi sono avvicinato al film prevenuto e tifando già a priori per The Dawn Wall e la sfida di Caldwell.
È vero però che, qualunque cosa se ne possa dire, quei tredici minuti di Free Solo non sono probabilmente paragonabili a null'altro. Honnold è un marziano.
Non andate però a vedere direttamente quelli senza prima aver seguito tutto il film.
E guardate prima The Dawn Wall, che secondo me, complessivamente, come film è più bello, emozionante e vi racconta quel che c'è stato prima (e Caldwell è più simpatico).

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Nota statistica a margine: Nel 2016, Adam Ondra, senza dubbio attualmente il più forte arrampicatore del mondo, è riuscito ad effettuare la seconda e fino ad oggi unica ripetizione di The Dawn Wall. È volato sette volte sul passaggio chiave della via, prima di superarlo. Per riuscirci, si è fatto spiegare come fare da Caldwell, che sportivamente ha acconsentito e gli ha insegnato i trucchi per ripetere la sua impresa.
Adam Ondra ha poi dichiarato che effettivamente ha trovato The Dawn Wall molto più difficile di quanto pensasse e che senza l'aiuto di Caldwell forse non ce l'avrebbe mai fatta.

Nota personale a margine: Caldwell mi è molto simpatico, ma ho purtroppo scoperto che è stato uno dei sostenitori della schiodatura della via Maestri al Cerro Torre, rispetto alla quale condivido in pieno il pensiero in merito di Jim Bridwell, espresso in questa intervista, nella quale si allarga anche ad alcune considerazioni su cosa siano la democrazia e il fascismo.
Era una gran persona Jim Bridwell, oltre che un grandissimo alpinista e sportivo, e la sua intervista oggi suona terribilmente attuale. Vale la pena leggerla anche se non si sa nulla della vicenda del Cerro Torre e di storia dell'alpinismo, perché esprime concetti generali assai interessanti sulla libertà di opinione ed espressione.


DawnWall
FreeSolo

(*) Impresa che, come sanno i ben informati, è riuscita una volta a Paperozzo Paperozzi.
TAG: the dawn wall, free solo, cinema, free climbing, yosemite
18.43 del 29 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
28 Settantacinque [Expo2015 /reloaded]
SET Fotoblog, Segnalazioni, Diario
E così un paio di sabati fa siamo tornati all'Expo, questa volta coi ragazzi e con l'obiettivo dichiarato di darci dentro con la collezione dei timbri sullo speciale passaporto. Siamo stati bravini: fra mezzogiorno e le dieci di sera siamo riusciti a riempire il libretto con ben settantacinque timbri, ma avremmo potuto puntare a quota cento se non fossimo stati boicottati dalla chiusura anticipata del "cluster Pacifico", gli stand dei cui Paesi ci hanno chiuso in faccia alle ventuno (e grazie al Brunei invece, che ci ha permesso di entrare dopo la serrata) e da quelli che non avevano il timbrino (almeno quattro accidenti a loro, Madagascar su tutti, non sappiamo nemmeno se uno, due o tre) (era una battuta per solutori abili e genitori).

Expo21

E niente: a me l'Expo, che devo dirvi, piace nonostante le code sempre più assurde che in questo inizio di autunno iniziano a registrarsi per cui, mentre noi ce andavamo più o meno tranquillamente a zonzo per i capannoni quasi disertati dei Paesi minori, pare che sotto al Decumano si affollassero trecentomila persone e l'attesa in coda per visitare il padiglione del Giappone fosse arrivata addirittura a sette ore.
Ora, qualcuno deve spiegarmi la follia di 'sta cosa: perché accidenti mai uno dovrebbe spararsi sette ore di coda per entrare dentro a un container di metallo e vedere un'installazione, per quanto straordinaria possa essere? Sette ore, peraltro, sotto il sole, al caldo, incanalati senza possibilità di ristoro a meno di mangiare panini in piedi.
Non che agli altri stand andasse meglio: davanti ai più gettonati le code medie stavano comunque attorno alle due ore, il che magari potrebbe anche non essere strano se parlassimo della Corea del Nord, la cui esposizione veniva invece abbastanza ignorata, e invece a quanto pare la gente sembrava piuttosto attratta dall'Austria, dalla Svizzera e dalla Francia, così per prendere a caso.
Come a dire, mi sparo due ore di coda per vedere le bancarelle di un Paese che da Milano è alle medesime due ore di macchina di distanza. Voi siete pazzi.

E sì, la Corea del Nord ha invero un proprio padiglione, che è un'esperienza, quella sì, altro che le file infinite per salire sul percorso reticolato del Brasile. Ma anche la Somalia è presente. E l'Afghanistan. E Timor Est. Tutti inesorabilmente vuoti, persino in un sabato con trecentomila presenze.
Dunque la gente preferisce fare sette ore di coda davanti allo stand del Giappone, o almeno un paio per gustare gli assaggini gratuiti di emmenthal svizzero, come potrebbe d'altra parte fare in un qualunque sabato con una gita di un'ora a Lugano, invece di mettere il naso nel padiglione del Paese più devastato dalla guerra e fallito del pianeta, interrogandosi peraltro su come possa aver messo in piedi uno stand, quali finanziamenti e aiuti abbiano reso possibile la partecipazione, e cosa mai possa offrire al visitatore dell'Expo.
Io, la gente, non la capirò mai.

Così, insieme ai ragazzi, abbiamo lasciato le code ai trecentomila di cui sopra, trascorrendo la nostra giornata a collezionare timbri di posti improbabili e approfittandone per fare una grande lezione di geografia mondiale, ché del 90% dei Paesi i cui padiglioni abbiamo visitato i due eredi non avevano quasi mai sentito parlare, o perlomeno non avevano idea di dove si trovassero.
Detto che l'Africa e il Medio Oriente vincono a mani basse la classifica delle vetrine più folcloristiche e vivaci, si notano altresì alcuni grandi assenti nell'elenco dei Paesi espositori: Australia, Nuova Zelanda, India e Canada, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Chissà perché non hanno partecipato. L'India soprattutto è un'assenza significativa in una manifestazione planetaria che ha come temi il cibo e l'alimentazione.

Alla fine, l'unico padiglione importante la cui coda abbiamo affrontato (più che altro perché l'avevamo sottovalutata), e che a quanto pare rientra fra i dieci più belli dell'Expo, è stato quella della Corea del Sud, che in effetti merita la visita (ma non due ore di coda: per fortuna ce la siamo cavati con trenta minuti).

Un capitolo a parte andrebbe poi riservato alla disastrosa organizzazione totalmente incapace di assorbire l'afflusso di persone alle ore dei pasti, nonostante la miriade di punti di ristoro.
Se le code ai padiglioni erano improponibili, quelle per pranzo si sono presto trasformate in trappole mortali, con attese di ore per riuscire a prendere anche solo un panino, a prezzi peraltro fuori di testa. Alle quattro del pomeriggio c'era ancora gente in fila da ore a bar e ristoranti dove pochissimo personale, probabilmente un terzo del necessario, si sbatteva poco o nulla per cercare di servire nel più breve tempo possibile la folla assurda.
In mezzo a gente inferocita per la fame, la sete, il caldo e la stanchezza, intrappolata in code completamente immobili formate da centinaia di persone spesso in attesa davanti a una sola cassa servita da un annoiato e lento giovane-contratto-a-termine, abbiamo assistito a qualche scena che gridava vendetta a pensare ai giovani disoccupati e precari che si lamentano, poi, che la crisi, la pensione, le mansioni non adatte, il job act, la Fornero e anche sticazzi.

Insomma, portatevi dei panini e delle bottigliette d'acqua.
Qui la galleria fotografica completa.

Expo14
Expo15
Expo16
Expo17
Expo18
Expo19
Expo20
Expo 2015, Milano
TAG: expo, expo2015
07.40 del 28 Settembre 2015 | Commenti (0) 
   
16 Coetanei
GIU Spostamenti, Segnalazioni, Viaggi fra le note
Ah, ma vi ho detto che fra pochi giorni sono a Londra per il concerto di addio degli Who, ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario? Che poi, guarda un po', cade nell'anno del mio cinquantesimo.
Cioè, una delle mie band mito che chiude cinquant'anni di carriera nell'anno dei miei cinquant'anni, con un concerto in centro a Londra. Non so se mi spiego.
Fra l'altro torno a Londra a distanza di trentuno anni dalla mia prima volta. Era ora di un bel refresh, no?

E niente, devo forse dirvi come mi sento con il countdown a -10?
See you there, stay tuned.

TheWho
TAG: The Who, British Summer Time, Londra, Hyde Park
17.24 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
   
29 The times they are a-changin'
LUG Segnalazioni, Amarcord, Prima pagina
Ne ho circa un centinaio in libreria, inseparabili compagne di viaggio per oltre vent'anni, ad alcune delle quali ho avuto anche la fortuna di poter contribuire negli aggiornamenti (Tibet, Iran, Asia Centrale, India, Pakistan, Mongolia). La prima la acquistai nel '90, Argentina, all'epoca un volumetto di un centinaio di pagine preso per il mio lungo viaggio in Patagonia da solo. L'edizione attuale credo sia spessa come un mattone.
LP

Le conservo sui miei scaffali in ordine alfabetico, consumate dai viaggi, i ricordi racchiusi fra le pagine: biglietti, appunti, ricevute. Ne ho anche una decina ancora mai usate, quelle dei viaggi in agenda a breve. Ultimamente mi è poi capitato di comprare qualche guida differente perché, incredibilmente, la Lonely Planet della mia destinazione non era in catalogo.

Ho iniziato a viaggiare sul serio (da solo, lontano) con le Lonely Planet, e per ragioni di collezionismo e di affetto da allora ho continuato a utilizzarle anche in viaggi molto più facili e nonostante con l'età, l'esperienza e le maggiori disponibilità economiche, il mio modo di viaggiare sia via via cambiato col trascorrere del tempo.
Trent'anni fa le Lonely Planet arrivavano a coprire un mercato di nicchia che di fatto non esisteva. Erano l'unico riferimento strutturato per i backpackers in viaggio nei paesi del terzo mondo o, comunque, su destinazioni complicate. Già per andare in America però erano meglio le Frommer's, per dire.
Negli ultimi anni sono arrivate a coprire quasi ogni angolo del Globo, ma almeno per tre quarti delle destinazioni in catalogo non sono evidentemente adeguate, o meglio, non lo è il pubblico di riferimento. La riorganizzazione editoriale degli ultimi anni, poi, le ha completamente snaturate. D'altra parte, con la globalizzazione del turismo di massa e le nuove risorse di internet, sono diventate quasi del tutto superflue, soprattutto per quel target al quale già non erano in origine destinate.

Fino ad oggi, comunque, ogni mio viaggio è (quasi) sempre iniziato con l'acquisto di una Lonely Planet. A quanto pare, presto potrebbe non essere più così.
TAG: lonely planet
01.01 del 29 Luglio 2013 | Commenti (0) 
   
28 In the flesh
LUG Viaggi fra le note, Segnalazioni
A distanza di due anni dallo spettacolo al Forum di Assago, sono dunque tornato a vedere The Wall. Lo show continua a meritare e ad essere forse in assoluto la performance più straordinaria a cui abbia assistito dal vivo. A margine, però, osservo anche che questa volta i settant'anni di Waters si sono fatti sentire e che la voce inizia davvero a perdere colpi e spesso non ce la fa (per buona parte del concerto deve ricorrere a un partner vocalist).
Di più, lo abbiamo visto tutti molto molto affaticato e accaldato, che tutto sommato non è nemmeno strano, visti i più o meno trentacinque gradi all'ombra con aria immobile che regnavano dentro allo stadio.

In qualche modo, poi, lo spettacolo portato in tour due anni fa nei palasport era molto più coinvolgente di quello allestito adesso per i grandi stadi, a parità pressoché assoluta di rappresentazione (le uniche differenze sono nella presentazione di Mother e nel suicidio del maiale). Certo gli effetti speciali e le soluzioni ingegneristiche per portare il concerto negli stadi sono se possibile ancora più straordinarie di quanto visto due anni fa, e il suono è sempre tecnicamente perfetto.
Ma, ecco: forse troppo perfetto. Così perfetto che durante tutto lo spettacolo era possibile conversare tranquillamente con i propri vicini, come se fossimo stati nel nostro salotto di casa ad ascoltare il cd sullo stereo.
Con dozzine di concerti rock alle spalle, deve essere la prima volta in vita mia che mi capita di uscire da uno spettacolo senza che mi fischino le orecchie.

Che, per carità, va benissimo, ché ormai abbiamo tutti una certa età, e del resto l'identità anagrafica della media del pubblico era in linea con le attese.
Solo che fra ascoltare della (bella, bellissima) musica e farsi coinvolgere fin nel midollo da una performance live, purtroppo, passa un solco profondissimo. Che è fatto anche di decibel.

E comunque, Roger, grazie. Mi hai fatto ancora piangere. E ho di nuovo odiato Gilmour per non essere stato lì con te, ché Comfortably Numb senza la sua chitarra, purtroppo, è sempre più solo una normale canzone pop (dio, perdonami perché ho appena bestemmiato, lo so).

TAG: roger waters, the wall, pink floyd
14.40 del 28 Luglio 2013 | Commenti (0) 
   
21 Gegni
DIC Segnalazioni
Doodle
Il doodle di Google del 21 dicembre 2012
TAG: maya, google
00.13 del 21 Dicembre 2012 | Commenti (0) 
   
22 M'avessero proposto un Civati, per dire
NOV Politica, Prima pagina, Segnalazioni
Alle primarie (del centrosinistra) questa volta non andrò a votare. Tant'è, il cambiare le regole in corsa - complicandole, se possibile - non mi è piaciuto, indipendentemente da chi favoriscano le nuove, argomento di discussione a sua volta.
A parte ciò, non mi piace Renzi e non ho voglia di spendere un post per spiegare il perché: facciamo che non mi piace e basta; e Bersani, che in passato ho apprezzato e del quale ho stima (ma non dimentico il dietrofront davanti alla lobby dei tassisti), ha già perso. Perso nei confronti di questo Paese, intendo: perso insieme a tutti quelli che ci hanno già provato, a prescindere dallo schieramento di appartenenza.

Detto ciò, vi segnalo due interventi parecchio interessanti, uno del Post a sostegno di Renzi e uno di Leonardo in favore di Bersani. Siccome (è noto che) amo Leonardo e ho grande considerazione della banda del Post, consiglio la lettura di entrambi.

Detto delle primarie, questo blog è sempre stato schierato abbastanza apertamente e personalmente non ho mai mancato un appuntamento al voto. A 'sto giro, francamente, per il momento vince parecchio la voglia di emigrare.
A marzo (?) si vedrà, magari ne riparleremo.
TAG: primarie, elezioni, bersani, renzi
13.41 del 22 Novembre 2012 | Commenti (0) 
   
14 Lui torna e io torno a vederlo
NOV Viaggi fra le note, Segnalazioni
A due anni di distanza, l'appuntamento questa volta sarà per il 23 luglio 2013 a Padova.
Alle nove di questa mattina hanno aperto la prevendita. Alle nove e sei minuti mi sono arrivate nella mailbox le ricevute d'acquisto di due biglietti tribuna centrale numerata primo anello: questa volta ho preso la posizione migliore in assoluto, ché lo scorso anno me lo ero ripromesso, se mai si fosse ripresentata l'occasione.

Si è ripresentata. E io ci sarò, di nuovo.

TheWall2
TAG: the wall, roger waters, pink floyd
13.59 del 14 Novembre 2012 | Commenti (0) 
   
14 Gli uomini più fortunati del mondo
GIU Segnalazioni, Coffee break
Livefast (come sempre) definitivo.

Alcune persone sostengono che siano esistiti, in qualche aureo passato recente o remoto, tempi migliori di quelli correnti. I più gettonati – ma l’elenco è in continua evoluzione – sono i mitici anni ’60, i ricchi ’80, il proverbiale ventennio, la dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto… ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche, perfino i fetidi ed insanguinati anni ’70 a qualcuno sembrano meglio di quel che c’è adesso (gente che faceva i buchi nell’altra gente, immagino, non gente a cui i buchi venivano fatti). Queste persone sono imbecilli. Ma non poco: molto. Questi, ricordo, sono i tempi in cui la libertà di espressione ha raggiunto il suo apice, i tempi della disintermediazione dell’informazione e della rappresentanza, i tempi in cui le mastectomie totali sono praticamente scomparse, i tempi in cui si può divorziare, abortire, andare in Francia senza il passaporto e senza dover cambiare le lire in franchi, decidere di trovarsi un lavoro in Inghilterra, parlare al telefono con una persona lontana gratis o quasi, magari vedendola anche in video. Questi sono di gran lunga i tempi migliori che siano mai esistiti e le sorti dell’umanità, benché in modo diverso da quel che molti si aspettassero, sono in effetti magnifiche e progressive. Se la smettessimo di piangerci addosso e cominciassimo invece a sentirci gli uomini più fortunati che siano mai nati, sarebbe un gran passo avanti.

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TAG: livefast, cloridrato di sviluppina
22.46 del 14 Giugno 2012 | Commenti (0) 
   
06 Papà, sembrano in 3D!
NOV Viaggi fra le note, Mondo piccolo, Segnalazioni
E insomma, dopo il successo dello scorso anno, quando li portai a vedere Mamma Mia!, mi son giocato il bis: un po' più grandi loro, un po' più impegnativa la scommessa, soprattutto perché questa volta non conoscevo per nulla la storia, non avevo mai visto il film, né avevo riscontri sulla rappresentazione teatrale.
Così, prima di acquistare i biglietti, avevo fatto un po' di indagini in giro, chiedendo soprattutto su FriendFeed qualche parere ad altri genitori: volevo capire se la trama fosse adatta, quale fosse il rapporto fra parti cantate e ballate e parti recitate e farmi un'idea il più precisa possibile di cosa aspettarmi. Anche perché lo spettacolo è piuttosto lungo, due ore e venti.
In effetti, di bambini ce n'eran ben parecchi (e ho anche scoperto che nei teatri, per i più piccoli, è possibile avere il rialzo da mettere sulla poltrona).

Ebbene: per tutta la durata di Sister Act, il settenne è sembrato posseduto, la quattrenne ipnotizzata. Elettrizzati e travolti.
Rispetto a Mamma Mia! i dialoghi e le battute (sempre indovinate) sono un po' più difficili da capire, ma i più grandicelli riescono comunque a seguire bene e ad appassionarsi alla storia. Ai più piccoli la trama va un po' spiegata e filtrata, ma restano estremamente coinvolti dalle musiche, dalle bellissime coreografie, dalle luci e dalle scenografie.

Per parte mia: bello, bello, bello. Non avevo alcuna aspettativa in particolare, se non quella di far divertire loro, ma la verità è che a tratti mi sono entusiasmato anche io, che l'ho trovato davvero piacevole, che ha trascinato anche me.
A caldo, direi che mi è piaciuto più di Mamma Mia! Più trascinante, più continuo, più in crescendo, decisamente più coreografico.

Siamo usciti felici, c'è stata qua e là anche qualche lacrimuccia di commozione ed emozione, e da qualche ora loro non cantano altro.
Forse è la volta che finalmente posso metter da parte gli Abba e cambiar musica in auto.

Sister act
TAG: sister act
00.13 del 06 Novembre 2011 | Commenti (0) 
   
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