Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Il deserto ed io
DIC Travel Log: Business Trips 2019, Spostamenti
Sono partito che era ancora buio e l'alba parecchio lontana, ho preso con me solo lo zainetto, lo spazzolino e un ricambio di biancheria, ho volato un paio d'ore e sul mio volo eravamo in nove, e del resto chi vola ad El Paso, Texas, prima dell'alba.
Sono atterrato col sole, ho preso un caffè nero, lungo, da Starbucks, e un paio di bottiglie d'acqua, ho noleggiato un'auto, ho messo dentro lo zainetto, il mio bicchiere di caffè e le bottiglie d'acqua, ho collegato lo smartphone al bluetooth dell'auto, ho messo su un album di David Crosby, ho inserito un punto sul navigatore, ho preso la Interstate 10 West e mi sono diretto a nord, verso Las Cruces.
Mi sono fermato al confine fra il Texas e il New Mexico, ho scattato una foto, poi ho deviato a nordest, lungo la Route 70, in direzione di White Sands ed Alamogordo.

Al St. Augustin Pass il vento era molto forte e freddo. Ho accostato, mi sono affacciato sul deserto, ho allacciato il piumino, sono rimasto un po' lì a guardare il rettilineo infinito della strada che si perdeva all'orizzonte davanti a me.
In cielo non c'era una nuvola, non avevo sonno, non ero stanco, il caffè era ormai freddo, la giornata ancora lunga, la mia destinazione non lontana, laggiù, da qualche parte.
Ho scattato qualche foto con la macchina fotografica, quella vera, che avevo portato apposta con me.
Sono risalito in macchina e ho guidato ancora per un po' di miglia, fino a incrociare una deviazione verso nord. L'ho seguita per qualche miglio, l'asfalto è diventato sabbia, sabbia bianca, fredda, ché il gesso non trattiene il calore del sole.
Sono arrivato al termine della strada, ho accostato. Ho preso con me solo la macchina fotografica e mi sono allontanato a piedi.

Ho seguito per un po' alcuni pali rossi segnaletici, ho scattato qualche foto, il sole era allo zenith e la luce piatta, l'orizzonte bianco, la temperatura piacevole.
Ho studiato l'orientamento attorno, ho preso dei punti di riferimento, ho lasciato la traccia indicata dai pali rossi e mi sono allontanato in mezzo al mio deserto, attento a che il vento non cancellasse le mie tracce.
Sono stato via alcune ore, da solo.
Ho scattato molte fotografie.
Ho scelto una duna, mi sono inginocchiato, ché non volevo riempirmi di sabbia più di quanto non lo fossi già. Ho atteso il tramonto.

Sono tornato all'auto.
Ho acceso i fari, ché il cielo si è rapidamente colorato di rosa, poi di viola, poi è calato il buio.
Sono tornato al rettilineo e poi ho ripreso la mia strada in direzione est.
Sono arrivato ad Alamogordo che era già sera, mi sono fermato a un motel lungo la statale come quelli nei film americani, ho preso una stanza nel motel come quelle dei film americani, ho cenato in un locale vicino al motel come quelli nei film americani, la cameriera era come quelle nei film, la musica di Elvis Presley come nei film, ho ordinato un hamburger come nei film.
Ho vissuto la mia America, come quella dei film.

Ho cambiato lo sfondo del mio cellulare. Avevo degli alberi, adesso ho il deserto.
È quello che ho.

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TAG: New Mexico, el paso, white sands, deserto, America
19.29 del 26 Dicembre 2019 | Commenti (1) 
   
21 Rotta verso l'Atlantico
LUG Travel Log: Isole Azzorre, Spostamenti
Quindi, dopo le Canarie nel 2013 e Madeira nel 2017, torniamo nell'Atlantico e questa volta è finalmente il turno delle Azzorre, a lungo inseguite negli ultimi anni e per una ragione o per l'altra sempre rinviate.
Sul mio personale ruolino di marcia annoto anche che, almeno secondo la classificazione del CIGV, con le Azzorre completo definitivamente l'album dell'Europa, inanellando il 55° territorio del nostro continente (le capitali le avevo già completate nel 2015 con il weekend a Vienna), e il 103° paese della mia carriera di viaggiatore. Per curiosità - e naturalmente anche per disturbo ossessivo compulsivo - ho inoltre verificato che le isole portoghesi saranno il ventesimo arcipelago in cui metterò piede in giro per i sette mari, il decimo nell'Oceano Atlantico (contando anche l'Islanda).
Insomma, fin qui le statistiche.

Sarà finalmente una vacanza lunga, vera, che ce n'è un gran bisogno. Nei piani, almeno cinque delle nove isole dell'arcipelago.
Andiamo innanzitutto a caccia di balene per l'ennesima volta, e speriamo che questo sia il giro buono: io le vidi nel 2011 alle Hawaii, ma non sono mai riuscito con Lorenza e i ragazzi. A parte un fugace avvistamento da lontano nel 2014 in Sudafrica, missione fallita alle Canarie nel 2013, missione fallita alle Farøe nel 2014 e in Islanda nel 2015 (del resto eravamo fuori stagione), e missione nuovamente fallita a Madeira nel 2017.
Dicono che le Azzorre siano tutto l'anno un paradiso terrestre per l'avvistamento dei cetacei, soprattutto in estate. Metto a punto l'attrezzatura fotografica e incrociamo le dita.

E poi vulcani, natura, l'oceano e le colonie portoghesi che un po' per caso sembrano il fil rouge di quest'anno, nel quale sono stato fra l'altro anche in Brasile e a Goa. Per farne un progetto vero ci vorrebbe almeno una puntata in Angola ed una a Macao: l'enclave in Cina potrebbe quasi scapparci come rapida estensione di una prossima nuova trasferta di lavoro a Shanghai e Singapore, per l'Angola direi che quest'anno la vedo più complicata.

Batterie in carica, valigie quasi chiuse, equipaggiamento da trekking incluso. Nemmeno un mese che sono a terra e di nuovo in volo verso occidente, finalmente non da solo.

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TAG: Azzorre
14.14 del 21 Luglio 2019 | Commenti (1) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

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TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
11 Brazil!
MAR Travel Log: Business Trips 2019, Spostamenti
Quindi Brazil, anche questa volta un ritorno, ben ventinove anni dopo il mio lungo viaggio in Sudamerica del 1990.
Sarà una puntata piuttosto rapida, sto via solo quattro giorni, divisi fra lavoro e hotel e null'altro, ché la destinazione è una località perduta nel nulla a due-tre ore di auto da San Paolo. Un altro posto da tapis roulant e hamburger, insomma. Il meteo dà piogge torrenziali e temperature massime attorno ai trentatré gradi. Ieri ero in montagna a sciare.

A seguire, dovrei tornare a Philadelphia, via passaggio da casa per far le solite due lavatrici, ma ho cambiato così tante volte agenda negli ultimi due mesi che ormai pianifico quasi alla giornata.
Un po' più in là, poi, dovrebbe essere il turno di Emirati e India.

Aggiorno la mappa, aggiusto il fuso orario sull'agenda, cerco di capire cosa ficcare dentro al trolley, considerato che parto d'inverno con cinque gradi e atterro in piena estate pronto a farmi inzuppare da qualche palo de agua. Metto in carica il power bank, la cuffia Bose-mai-più-senza e il Garmin, do un'occhiata alla spina standard adottata in Brasile (tipi C ed N, dovrebbero andar bene quelle italiane), infilo un libro nuovo in valigia, mi preparo all'ennesima sveglia delirante.

E poi niente, si riparte.

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TAG: Brasile
08.46 del 11 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
06 Ritorno all'Aletsch Arena
GEN Viaggi verticali, Spostamenti, Diario
Dice che nel 2019 i blog tornano di moda. Questo non ha mai chiuso since 2003, nonostante qualche guerra, le magagne tecniche, l'ormai cronica assenza di manutenzione da qualche anno, le mie numerose vite che cambiano in continuazione, le stagioni che non ci sono più, eccetera.
In questi sedici anni sono cambiato io, sono cambiate le cose che scrivo e il mio modo di scrivere, sono cambiati i contenuti - viaggi a parte, ché di quello scrivo sempre, e del resto fin dall'inizio i miei spostamenti sono stati il fil rouge di questo sito, non bastasse il nome.

Comunque niente, dice appunto che tornano i blog e io in realtà volevo scrivere due righe sul mio ritorno a Fiesch sei anni dopo, questa volta coi ragazzi, a Fiescheralp per la verità, ché nell'hotel di allora - e in tutta Fiesch - posto non ne ho trovato, e peraltro Fiescheralp è tutt'altra storia, lassù isolata a duemila-e-due, raggiungibile solo in funivia, minuscola, niente più di un antico alpeggio trasformato in esclusiva stazione sciistica, due alberghi, piuttosto spartani invero, almeno il nostro, un negozio, la stazione della funivia e qualche baita, un gatto delle nevi e alcune motoslitte per spostarsi durante il giorno se non hai gli sci, e la sera, quando cala l'oscurità e la funivia chiude, fine, silenzio totale, gelo all'esterno, ché a quella quota a gennaio vai abbondantemente sotto zero, calore dentro all'hotel, vino caldo volendo, cucina svizzera, che un granché non è mai stata, un libro, buio e stelle in cielo, un paio di husky accoccolati all'esterno che si scaldano a vicenda, chiacchiericcio attorno a bassa voce, perlopiù di matrice germanica, alcuni inglesi due tavoli più in là.

Di giorno invece ti infili gli sci sull'uscio dell'albergo e al rientro te li togli praticamente in camera, dopo una giornata intera trascorsa a macinare chilometri e chilometri di neve battuta e non, col panorama infinito dell'Aletschgletscher, di tutti i quattromila dell'Oberland, del Monte Rosa e del Vallese, e la piramide del Matterhorn a segnare l'orizzonte infinito dal piccolo Himalaya che ha dato il nome a Concordia, al cospetto del K2, e dunque.
Che giornate spettacolari, di neve, sole, cielo cobalto e freddo intensissimo, fino a venti sotto zero, ma accidenti, che scia di tracce meravigliose e la sorpresa di quasi nessuno attorno, chilometri e chilometri e chilometri di neve bella per quasi noi soli.

Un po' sì, mi è mancata la consolidata familiarità della Valchiavenna, i volti di sempre, le chiacchiere serali con gli abituali incontri a scadenza annuale, i pranzi con gli amici alla Baita del Sole, le infinite discussioni sulle condizioni del Canalone, quest'anno è dura, quest'anno è troppo tracciato, quest'anno son meglio i Camosci, quest'anno vengo su solo per il Canalone, quest'anno ci vuole l'Arva, quest'anno la funivia è sempre chiusa. Quest'anno non siamo andati.
Per la verità non ci credevo davvero, un anno fa, quando scrivevo che quest'anno saremmo andati altrove.
E invece.

E invece abbiamo fatto bene, molto bene. Ha fatto bene a tutti e tre.
La Tunnelpiste non è il Canalone, ma l'attacco a cinquanta gradi è come lo ricordavo: verticale. Duecento metri di vera picchiata dove è vietato cadere. Nemmeno il Pas de Chavanette, il leggendario Muro svizzero di Champery, è così fuori dal codificato. Per quante volte la puoi ripetere, hai sempre un attimo di esitazione prima di oltrepassare l'orlo dell'attacco e affrontare la prima curva a salto verso il basso, calcolando il movimento e sperando che il fondo non sia troppo ghiacciato.
E poi l'esposta cresta dell'Eggishorn, affacciata sul ghiacciaio dell'Aletsch, spazzata da raffiche di vento a cento orari che a tremila metri sollevano nubi di polvere d'argento contro la luce radente del tramonto. Una discesa sempre mozzafiato, vertiginosa, per chiudere in modo perfetto la giornata prima che il sole scompaia dietro il Cervino.

E poi, ancora, niente. Non è la Valchiavenna e non è l'Aletsch Arena. È che nella mia aria sottile sono sempre a casa, ovunque. Mi bastano poche ore e tornare a valle diventa ogni volta sempre più un obbligo inaccettabile, l'anomalia di un altrove che non mi appartiene, proprio a me che appartengo ad ogni altro altrove.
Domani inizia un anno nuovo in pianura e io non sono mai acclimatato.

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Tutte le foto sono qui.
TAG: Aletsch, Fiesch, sci, montagna
22.58 del 06 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti, Travel Log: Italia Centrale
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

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Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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GS11
GS12
GS13
GS14
Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
09 Tre passi in Svizzera
LUG Spostamenti, Amarcord, Viaggi verticali
Così sono tornato a guardarlo in faccia, nove anni dopo la mia terza sconfitta. Ho accostato la macchina sul ciglio della strada, sono sceso e son rimasto un po' lì davanti a lui.

Era più o meno di questi giorni, il 30 giugno 2009. A conti fatti, da allora ho appeso corda e ramponi al chiodo e quel poco che è venuto negli anni a seguire son state passeggiate e qualche facile escursione coi ragazzi, perlopiù fra le Grigne e la Valnontey.
Lo avevo scritto, è andata davvero così.

Non sono nemmeno più riuscito a darmi pace. Ancora un paio di giorni fa ho aperto i bauli dell'attrezzatura per cercare una cosa per Leonardo: ho tolto un po' di polvere dai coperchi, ho dato una rapida occhiata, ho spostato una corda, l'ultima che avevo comprato una decina di anni fa, una mezza leggera da otto millimetri. Credo di averla usata un paio di volte al massimo. Ho pensato che sarebbe da buttare, ché anche se mai ne avessi bisogno certo non mi affiderei a una corda rimasta arrotolata per quasi dieci anni dentro un baule al buio. Per non parlare delle altre due abbandonate lì dentro: una ha quasi vent'anni, credo.
Ché le corde han bisogno di aria, di vita, di allenamento, anche loro.

Così me ne sto lì sul ciglio della strada, fermo a guardarlo per qualche minuto, lui ed io da soli, Lorenza è rimasta in macchina ad aspettarmi.
La cima è incappucciata, ma il resto del gruppo si vede bene. Anche la Biancograt è scoperta: a un certo punto il sole illumina la bellissima e affilata celebre lama verticale, dividendo perfettamente il versante scintillante da quello in ombra.
Il Morteratsch si è ritirato ancora, ormai è solo il fantasma del ghiacciaio che discesi in sci la prima volta ormai quasi quarant'anni fa. I Palù sono ben visibili, coi caratteristici piloni rocciosi che dividono la parete di ghiaccio settentrionale in tre settori distinti. Quelle cime, almeno, sono state mie. Per due volte, su tre tentativi.
Lui no. Mi sono ritirato nel '96 durante il tentativo con Bruno dal versante italiano, a causa di una violentissima bufera di neve, e anche nel 2008 con Mauro, di nuovo dalla stessa via, sopraffatto dalla stanchezza e dal timore degli ultimi passaggi esposti prima della cima. E ritirato infine nel 2009, dal versante svizzero, ancora una volta vinto dalla stanchezza e dal conseguente crollo psicologico, dopo l'infinita cavalcata in alta quota del giorno precedente attraverso tutta la cresta dei Palù e gli interminabili ghiacciai dell'Argient e della Fuorcla Bellavista, dieci chilometri inesorabili che mi stroncarono, soprattutto dopo la disavventura in discesa dalla cresta del Palù orientale.
Per due volte sono arrivato a un soffio dalla cima: nel 2008 la mancai per non più di cento metri.
A un certo punto devi capirlo quando una montagna non è per te e il Bernina non era per me. Fine.

Ho guidato per quattrocentocinquanta chilometri di statali, valli e tornanti. Siamo passati a salutare Paolo a Campodolcino e poi siamo saliti allo Splügen, ormai un appuntamento fisso ad ogni estate. Poi giù verso Thusis e di nuovo su verso lo Julierpass.
Qui non tornavo da anni, non saprei dire da quando con precisione. Le mie ultime salite scialpinistiche su queste montagne, solitarie, le feci sul versante di Silvaplana nel 2008, direi. Ad occhio potrebbe essere dalla salita del Lagrev nel 2000 con Bruno che non tornavo allo Julier. Una brutta avventura, una giornata pessima con nebbia e nevicata fittissima, la slavina che mi aveva intrappolato le gambe per qualche istante e che avevo evitato solo per un miracolo.
Nel 2000. Diciotto anni fa. Mi sembra ieri. Possibile, davvero, che da allora non sia più tornato quassù? Mi pare addirittura che sia la prima volta che ci vengo in estate, quasi non riconosco il paesaggio senza lo spesso manto bianco che in inverno a questa quota avvolge ogni cosa.

Poi di nuovo in discesa verso Silvaplana, Sankt Moritz e Pontresina. In Engadina mi pare di esser passato l'ultima volta nell'inverno del 2009, andando per lavoro a Innsbruck. Ho l'impressione di non aver più scavalcato il Maloja da allora. E pensare che negli anni '90 ero di casa qui quasi tutte le settimane.
Saliamo al Berninapass, facendo una breve sosta alla stazione del Morteratsch.
Mi aggiro per il parcheggio, guardo in direzione del ghiacciaio. Mi pare di vedermi, quel pomeriggio di giugno di nove anni fa, mentre scendo da solo lungo la morena, voltandomi indietro ogni tanto, la sensazione netta che quella discesa fra i crepacci sia definitivamente senza ritorno. Che i mesi in arrivo mi travolgeranno e che la mia vita stia per attraversare un uragano dove non ci sarà più spazio né per la montagna, né per mille altre cose. Che non ci saranno la testa, la motivazione, le forze, il tempo, i compagni, nulla di quello che mi servirebbe per continuare.

Due settimane dopo quel pomeriggio avevo in programma la traversata dei Lyskamm e un mese dopo la lunga cavalcata de Les Trois Monts, sul Monte Bianco. Non se ne fece nulla: le previsioni meteo scoraggianti fecero saltare il tentativo ai Lyskamm e a quel punto chiusi la stagione e i bauli dell'attrezzatura.
Dall'autunno seguente niente sarebbe stato più come prima.

Ci fermiamo a prendere un tè al Berninapass. Osservo il Sassal Mason e cerco di ricordare la via di salita. Era un'ascensione facile, dislivello contenuto, qualche rischio di slavine, ma buona esposizione, a nord. Neve sempre ottima.
L'ho salito un paio di volte, una mi pare da solo. Ci volevano almeno tre ore in macchina da Milano per arrivare fin qui, raramente mi spingevo fino al passo, più spesso ci fermavamo al Diavolezza.
Mi viene in mente quel giorno fantastico di scialpinismo e discese vertiginose in Val Roseg, con la salita al Chaputschin e neve da favola, polverosa, e la discesa dal Morteratsch con Massimo, con il brutto tempo; e ancora la mia prima salita del Piz Palù, con Bruno, un freddo terribile, uno dei giorni più gelidi della mia vita: in vetta eravamo attorno ai trenta sotto zero.
Le nostre foto sulla cima, col vento artico che spazza la cresta terminale a quasi quattromila metri, solo gli occhi che spuntano dai passamontagna indossati sotto il cappuccio completamente chiuso.

Scendendo dal Berninapass verso Poschiavo, mi fermo su un tornante e scatto una foto panoramica alla valle con una bella luce tardo pomeridiana. Poche volte sono salito al passo da questo versante, ho sempre preferito arrivare dall'Engadina, sebbene in effetti il percorso più rapido da casa sia dalla Valtellina. È che la Valtellina l'ho sempre odiata, almeno tanto quanto ho amato alcune delle sue valli laterali: la Valmalenco, dove abbiamo avuto la casa per qualche anno, e naturalmente la Val di Mello.
Sono passati ventisei anni dalle mie salite al Badile e al Cengalo, entrambe interrotte sotto la vetta per l'arrivo del brutto tempo. Altri due obiettivi rimasti incompiuti, ma quei giorni lassù furono un'esperienza straordinaria, una delle più belle della mia carriera alpinistica.
Fra i progetti ancora nel cassetto c'è il sogno di tornare sotto a quelle cime coi ragazzi, ripercorrere con loro la lunga cavalcata in quota di una settimana lungo il sentiero Roma e le sue ferrate impegnative.
Intanto vediamo se va in porto il programma del prossimo weekend, poi si vedrà.

Sul Bernina ormai lo so, non tornerò più. Quella parte di me è definitivamente alle spalle ed è ora di chiudere il diario dei ricordi. Soprattutto, quello dei rimpianti.

Passi0a
Una giornata fra i miei passi alpini preferiti
Passi01
Splügenpass, 2.117m
Passi02
Julierpass, 2.284m
Passi03
Gruppo del Bernina e ghiacciaio del Morteratsch
Passi04
Berninapass, 2.328m
Passi05
La valle di Poschiavo dal Berninapass
TAG: svizzera, alpi, Bernina, berninapass, julierpass, splugenpass, spluga
11.56 del 09 Luglio 2018 | Commenti (0) 
   
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
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