Orizzontintorno Carlo Paschetto
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11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
19 Cosa porto con me
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Mi è stato chiesto da alcuni lettori come abbia poi risolto la configurazione del bagaglio per questo giro del mondo, cosa ho infine portato con me e a cosa ho rinunciato.
L’ultima domanda è scontata: come avevo immaginato, ho lasciato a casa la reflex. Tutte le foto che ho pubblicato e tutte quelle che sto selezionando per l’archivio sono state fatte con l’iPhone 6.
In alcune rare occasioni ho un po’ rimpianto di non avere la fedele Canon con me, più che altro per qualche foto macro o per il teleobiettivo, ma francamente il vantaggio di viaggiare il più leggero possibile e senza la preoccupazione aggiuntiva della reflex ha di gran lunga prevalso di fronte all'alternativa di avere al collo per quindici giorni qualche chilo di ferro, solo per portare a casa magari un paio di scatti particolari centrati bene.
Fra l’altro, dovermi preoccupare della cura della macchina fotografica, ad esempio durante la navigazione nella laguna di Aitutaki sulla piccola imbarcazione di Puna, o fare il trekking del cross island a Rarotonga con il macigno al collo, sarebbe stato di gran lunga più una scocciatura che un vantaggio.

Per questo viaggio ho comprato apposta un nuovo trolley, rinunciando al mio fido e solito compagno di viaggio della Samsonite. Due le ragioni: la prima, il peso del Samsonite, 2,5kg da vuoto, che dovendo combattere con il limite teorico dei 7kg imposto dalle compagnie aeree sul bagaglio a mano avrebbe voluto dire partire col 40% del peso consentito già bruciato dal solo contenitore; la seconda, cercavo qualcosa che fosse un ibrido fra un classico trolley e uno zaino: questo perché avevo immaginato di trovarmi nella situazione di dover portare il bagaglio con me sullo scooter a Rarotonga e l’unica possibilità sarebbe stata trasportarlo sulle spalle.

A meno di viaggi che richiedano per qualche motivo spostamenti specifici in cui sia l’unica soluzione, da anni non viaggio più con lo zaino: sia in generale per problemi di schiena, sia perché nel trolley viaggia molto meglio qualunque tipo di vestito (specialmente camicie o capi di abbigliamento che non siano solo t-shirt e jeans), sia perché alla fine trovo infinitamente più comodo trascinarmi dietro il bagaglio e all’occorrenza abbandonarlo per terra ben stabile sulle sue rotelle, piuttosto che avere sempre a che fare con lo zaino addosso (coi giacconi d’inverno, o col caldo d’estate), o con una normale sacca da viaggio che struscia per terra ovunque, mi dà fastidio a tracolla, si affloscia e si deforma a seconda dei contenuti e di quello a cui si appoggia contro, eccetera.
Insomma, sono ormai del partito trolley forever, non rigido in modo che la capienza abbia una buona tolleranza, di dimensioni adeguate per essere trasportato come bagaglio a mano con qualunque compagnia aerea, e con qualche tasca frontale per gli accessori che devono essere tenuti a portata di mano: almeno una piccola (chiavi, penna, cavi di ricarica, ecc) e una più grande (documenti A4, libro, iPad o laptop).

Detto ciò, dopo la solita infinita ricerca su Amazon, ho comprato questo:

RTW2018-47
Trolley Cabin Max

che poi è quello nella foto del post di tre settimane fa: estremamente leggero, funge sia da trolley che da zaino, ha un paio di discrete tasche frontali, è omologato per tutte le compagnie aeree (l’ho provato con tutte le griglie di verifica del bagaglio a mano che ho incrociato negli aeroporti e ha sempre superato il test senza problemi), soprattutto costa poco.
Dopo quindici giorni di viaggio in cui l’ho piuttosto maltrattato si è un po’ rovinato: non è robustissimo, va detto, ma alla fine fa il lavoro per cui l’ho scelto e considerato il prezzo sarebbe andato bene anche se fosse durato solo per questa occasione.
Così a occhio, non credo supererebbe tre viaggi di questo genere senza che una cerniera si rompa o che il tessuto si buchi in prossimità del fondo. Nel caso, sappiatelo.

Oltre al trolley sono partito con una piccola borsa a tracolla della Swissgear, una roba tipo questa:

RTW2018-48
Mini bag Swissgear

ma un po’ più sottile (non trovo il modello su internet).
È stata utilissima durante tutti gli spostamenti aerei, perché l’ho usata per tenere a portata di mano tutto quello che mi serviva in viaggio: caricabatterie, biglietti, documenti di viaggio, penna, libro, portafoglio e all’occorrenza ci ho infilato anche il MacBook Pro, che sebbene non ci entrasse completamente per lunghezza, ci stava perfettamente in larghezza e dunque potevo trasportarlo così.
A parte ciò, questa borsa mi è servita anche per truccare un po’ le carte in tavola: siccome non è catalogata come bagaglio a mano e rientra normalmente nelle cose che possono essere portate a bordo senza alcun limite di sorta, ho potuto all’occorrenza metterci dentro alcune cose pesanti (tipo appunto il MacBook) e alleggerire “ufficialmente” il trolley abbastanza da non rischiarne un imbarco forzato.

Infine, dentro al trolley stesso ho portato un piccolo zainetto della Quechua preso in prestito da Carola, di quelli che si comprano per pochi euro da Decathlon: l’ho prevalentemente usato durante la mia permanenza alle Cook come zainetto quotidiano, per andare in giro e portarmi dietro anche il telo da mare, gli occhialini, eccetera.

Detto del capitolo “contenitori”, ecco il contenuto per affrontare le stagioni e i climi che ho attraversato: dalla neve di Milano, alla stagione ciclonica delle Cook (temperatura fra i 28 e i 30 gradi di giorno, attorno ai 22-24 gradi di notte, scrosci di pioggia occasionali), alla tiepida tarda stagione invernale della costa pacifica americana (fra i 5 e i 15 gradi, ma ero preparato a temperature ben più rigide):

* Un paio di jeans, indossati alla partenza;
* Un paio di pantaloni leggeri di cotone da trekking, convertibili in bermuda;
* Tre magliette di fibra sintetica da running, leggerissime e che si asciugano in brevissimo tempo;
* Tre t-shirt di cotone, una indossata alla partenza: avrei potuto portarne una o due in meno, come al solito;
* Una camicia di cotone leggero a maniche lunghe, sportiva, da indossare di sera alle Cook per proteggermi un po’ dalle zanzare: mi sarebbe eventualmente tornata utile anche in America come secondo strato sotto il maglione, se avessi dovuto affrontare un clima più rigido di quel che ho trovato;
* Un maglione pesante, indossato alla partenza;
* Una felpa sottile di cotone, pensata per la sera alle Cook e mai usata;
* Un pigiama invernale;
* Kway, pensato in caso di poggia persistente alle Cook e mai usato;
* Guscio sottilissimo di goretex da alpinismo, indossato alla partenza;
* Shell termica da alpinismo, indossata alla partenza;
* Guanti (mai usati), berretto di pile e sciarpa sottile;
* Sei paia di mutande, due di calze di cotone sottile, due di calze più spesse;
* Un paio di sandali da outback, da usare come calzature alle Cook, come scarpe protettive per fare il bagno sulla barriera corallina, come ciabatte negli hotel, eccetera;
* Scarpe da trail running in goretex e suola in vibram, indossate alla partenza, usate in viaggio e alle Cook per il trekking nella foresta: impermeabili, indistruttibili, leggere;
* Occhiali da sole;
* Occhialini da bagno;
* Un paio di bermuda da bagno, che uso normalmente anche per andare in giro: sono quelli che si vedono ogni tanto nelle fotografie al mare;
* Un telo sottile da spiaggia (superfluo, i miei host alle Cook li avevano a disposizione);
* Farmacia completa che sono solito portare in viaggio, con le prescrizioni delle medicine indispensabili, per la dogana;
* Nel beauty case spazzolino, un mini dentifricio, lenti a contatto usa e getta e rasoi: li avrei tranquillamente lasciati a casa, ma ho pensato che non avevo alcuna voglia di presentarmi alla frontiera americana con la barba lunga avendo sul passaporto una foto completamente diversa;
* Lampada frontale;
* Un libro;
* Due mini Lonely Planet: Seattle e Vancouver;
* iPod con cuffiette;
* Moleskine e due penne Muji;
* MacBook Pro 13”;
* Powerbank;
* Un trasformatore con quattro prese USB e spine intercambiabili per tutti i continenti (quattro: australiana, americana, asiatica ed europea);
* Trasformatore MBP con spine intercambiabili come sopra;
* Due cavi micro usb e cavo lightning di scorta (superfluo, perché potevo ricaricare l’iPhone con il micro usb via Mophie, ma per precauzione);
* Un portamonete per levarmi dal portafoglio tutte le monetine che via via non mi servivano cambiando nazione;
* Un piccolo asciugamano da viaggio;
* Occhiali di scorta;
* Fototessera, ché non si sa mai: le porto sempre con me;
* Passaporto e fotocopia passaporto;
* Carta d’identità e patente;
* Bancomat e tre carte di credito: ne ho una senza limiti che è la mia carta preferenziale, una universale che uso in alternativa quando non mi prendono la prima e un’altra che trasporto separatamente, nascosta nel bagaglio, in modo che se per disgrazia perdo il portafoglio quando sono in giro ho sempre un’alternativa in hotel per emergenza.

Il bagaglio completo, alla fine, compreso quel che avevo dentro la borsa a tracolla, pesava attorno agli 11kg alla partenza e una quindicina al rientro, considerato quello che ho acquistato in viaggio.
Col trucco della borsa sono riuscito a tenere il trolley sempre attorno agli 11-12kg al massimo, ma non ho mai avuto alcun problema a portarlo a bordo con me, perché le dimensioni sono sempre rimaste nei limiti consentiti e il peso eccessivo non dava nell'occhio.

Cose che ho dimenticato: un cappellino. O meglio, non l’ho dimenticato, volevo portare il mio panama, ma mi sembrava scemo partire da Milano sotto la neve con un panama in testa e d’altra parte poi non avrei saputo che farmene nelle città americane. Non avevo invece voglia di portarmi un cappellino normale.
Così alle Cook mi sono bruciato stupidamente la testa.

Cose che controllo continuamente in modo maniacale quando sono in viaggio, praticamente ogni cinque minuti, per essere certo che siano sempre con me: portafoglio, passaporto e telefono.
No: non lascio mai e poi mai il passaporto in albergo, nemmeno nei Paesi più pericolosi e nelle situazioni più impestate. Piuttosto lascio giù carte di credito e soldi, ma mai i documenti: li ho sempre con me.
TAG: bagaglio, valigia, viaggiare
15.28 del 19 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
22 Sette chili
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Preparo il trolley combattendo con il limite dei sette chili che, almeno in teoria, ho a disposizione per potermelo portare a bordo senza pagare supplementi o doverlo imbarcare ai check in.
Devo confrontarmi con l’impossibile equazione di un viaggio che attraverserà tre stagioni in due settimane e che, a complicare le cose, non si chiuderà ripassando dal Via, perché partirò da Malpensa e rientrerò a Linate. Ciò significa che devo rinunciare ad andare all’aeroporto in macchina e che, qualunque soluzione di mezzi pubblici decida di adottare, uscirò di casa alle cinque e mezza del mattino e mi avvierò a piedi verso la stazione ferroviaria più vicina, trascinando il mio cabin bag. Destinazione Oceano Pacifico meridionale.

Il mio secondo giro del mondo inizierà così camminando. Ho idea di partire con le scarpe basse da sky-running con la suola in Vibram, leggerissime e robuste a sufficienza per i trekking nella giungla di Rarotonga, impermeabili e chiuse quanto basta per la neve e il mio breve inverno a stelle e strisce. La rigidità plantare mi fa però temere un po’ le maratonine sull’asfalto metropolitano dei marciapiedi americani: in alternativa avrei le mie vecchie Saucony da running, ammortizzate in modo eccellente, ma sono un po’ troppo leggere in caso di pioggia e neve.
Mi sa che deciderò sulla porta di casa, all’ultimo istante, con una monetina.

Le previsioni dicono che il mattino della partenza nevicherà. Indosserò la mia preziosa giacca tecnica da alpinismo, leggera e sottile, doppio strato: shell esterna di goretex, praticamente un foglio, e interno termico staccabile. Ventiquattr’ore dopo si ripiegheranno entrambi ad occupare uno spazio nel bagaglio piccolo a sufficienza.
Sciarpa. Berretto di pile. Guanti in valigia e non escludo la calzamaglia, che pesa un nulla: nel giro di dieci giorni avrò a che fare con il difficile inverno della costa Pacifica fra Stati Uniti e Canada, e ancora ho nelle ossa la neve e i quindici sotto zero di Boston a metà marzo di qualche anno fa.
Un solo maglione, un solo paio di jeans: quelli che indosserò alla partenza. Finiranno poi in valigia insieme alla giacca da alpinismo, ricompariranno dieci giorni dopo a Seattle.

A Rarotonga mi aspettano 28°, umidità alle stelle e pioggia frequente a scrosci, alternata al sole estivo incandescente del tropico. Nel trolley un costume da bagno, un telo da mare il più possibile sottile e occhialini, ché la maschera occupa spazio e pesa. Sandali, che userò anche come ciabatte negli hotel americani.
Magliette da running, sottilissime e senza peso, me ne bastano due o tre: alle Cook le posso lavare e asciugano in un’ora. T-shirt di cotone solo tre: alla partenza indosserò quella comprata alle Hawaii durante lo scorso giro del mondo, in valigia avrò quella presa alle Bermuda e quella gialla, bellissima, comprata la scorsa estate a Porto Santo. Tre scelte significative.
Un paio di pantaloni leggerissimi, tecnici, da arrampicata estiva, con le zip alle cosce per trasformarli in bermuda. Sostituiranno i jeans durante la settimana estiva a testa in giù e, anche se inzuppati dalla pioggia, asciugheranno rapidamente.
Un Kway: occupa pochissimo spazio, il peso è trascurabile e sarà certamente più utile del goretex sotto i rovesci di latitudine 21°S.

Il tema pigiama non l’ho ancora risolto: dormo col maglione in America, o in mutande alle Cook? È escluso che ne porti due, uno invernale ed uno estivo. Quello estivo in teoria mi serve per più giorni, ma quello invernale potrebbe essere più utile, per quanto più pesante e ingombrante.
Deciderò alla fine, prima di chiudere il trolley, in base all’eccesso di peso accumulato da tutto l’equipaggiamento già caricato.

Nel beauty case destinato alla farmacia, oltre allo stick all'ammoniaca per le punture delle zanzare e alle confezioni di medicinali a scopo precauzionale, quelli indispensabili e le relative prescrizioni: sono in italiano, ma meglio comunque averle dovessi incorrere in complicazioni alle dogane australiana e americana. E a tal proposito, oltre alla classica fotocopia del passaporto, come al solito la busta con la stampa di tutte le prenotazioni, hotel e voli, ché la passata esperienza al Logan è ancora lì bella vivida a ricordarmi quanto questa inutile abitudine possa invece rivelarsi determinante per risolvermi eventuali discussioni con autorità pignole e sospettose oltre qualunque ragione.

Il capitolo tecnologia è sempre difficile e pesante, nel senso della massa per accelerazione di gravità. Partirò quasi certamente con il fidato MacBook: è sottilissimo, è assicurato, pesa poco più dell’iPad, è molto più comodo per scrivere e soprattutto ha il quadruplo dell’autonomia del tablet, caratteristica indispensabile e imprescindibile considerato che ho davanti decine di ore di viaggio senza quasi alcuna possibilità di ricaricare le batterie.
Né d’altra parte, per ingannare il tempo in viaggio e non, mi basterà l’unico libro che porterò, La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz: non amo gli e-reader, unica forma di tecnologia che non adotto, i libri gravano e ad aumentare oltre il consentito il peso della carta stampata nel mio solo bagaglio a mano avrò già con me anche le due piccole Pocket Lonely Planet di Seattle e Vancouver.

Così, oltre al solito Mophie, inseparabile compagno di viaggio, a fornirmi tutta (spero) l’energia supplementare necessaria per il cellulare, ci sarà con me anche il potente powerbank da campeggio: per quanto di dimensioni assai contenute, pesa un accidenti, abbastanza da rubarmi qualche preziosissimo ettogrammo, ma estremamente utile a questo giro.
E pesa anche l’iPod da centosessanta gigabyte che prenderò in prestito sottraendolo temporaneamente dalla macchina, ma d’altra parte ha autonomia ben più lunga di quella dell’iPhone, che devo preservare, oltre alla disponibilità offline del mio intero archivio di duemila album, senza necessità di ricorrere alla rete cellulare per collegarsi allo streaming in cloud.
L’ambaradan tecnologico sarà completato da due trasformatori con spine intercambiabili per tutti i continenti, uno dei quali fornito di ingresso multiplo USB, adatto sia al Mac che a tutto il resto dell’elettronica in valigia: un tipico gadget mai più senza.

Dentro il trolley ficcherò anche il piccolo zainetto verde di Carola: sarà il mio compagno di viaggio quotidiano, quando il cabin bag rimarrà in camera, e soprattutto all’occorrenza potrebbe diventare il mio bagaglio a mano d’emergenza, qualora a qualche imbarco mi facessero storie e dovessi trasferirci tutti i generi di prima necessità, compreso il micro asciugamano giapponese verde acqua comprato a Kyoto.
Ci entra tutto l’indispensabile, anche il Mac e, sai mai, la reflex.

Perché la reflex non so, non ho ancora deciso. Per il momento le ho smontato il battery pack supplementare, ché occupa spazio, fa peso e certamente non servirà. Anche così però è un macigno, senza contare il teleobiettivo a parte e l’inevitabile caricabatterie. D’altra parte è inutile che la porti con me senza almeno le due ottiche che fanno davvero la differenza rispetto all’iPhone.
Che metta tutto nel trolley è escluso, l’apparecchiatura fotografica da sola farebbe più di un quarto del peso consentito. Tenerla al collo tutto il tempo mi rompe però le palle alla sola idea.
Quanto mi cambierebbe davvero averla con me? Panoramiche più belle e ampie, forse. Macro senza paragone, dovesse mai servirmi, chissà. Teleobiettivo sicuramente utile per le foto alle skyline americane, ma potrei anche farne a meno a ‘sto giro, e amen. Son sempre le solite foto, alla fine.
Tutto sommato Boston e le Bermuda le avevo fatte con il solo iPhone e non ricordo di essermi mai pentito, quei giorni. Per certi versi questo viaggio non sarà molto differente.
Senza la Canon viaggio con una preoccupazione in meno, più leggero e non sto nemmeno a menarmela troppo con la questione foto, ché poi mi conosco: se ce l'ho dietro va a finire che mi stresso a cercare lo scatto perfetto dietro ogni curva, invece di rilassarmi in giro con le cuffie in testa e nulla a cui pensare.

Adesso che l’ho scritto ne sono quasi certo: rimarrà a casa.

L’inseparabile moleskine che mi accompagna da sedici anni è già in valigia. Ci sono anche un paio di penne Muji zerocinque nere.

Annoto per caso che in America incapperò anche nel passaggio all’ora legale, non bastassero da soli i ventiquattro cambi di fuso orario in due settimane, e quel che è peggio è che mi sottrarrà un’ora di sonno nella già faticosa nottata di sosta a Seattle.
Me ne sono accorto solo perché il calendario sul telefono, nel registrare i miei orari di viaggio, passa all’improvviso da PST a PDT durante la mia permanenza nella capitale del grunge. Capace che se non ci avessi fatto caso avrei magari fatto riferimento tutto il giorno all’orologio al polso, perdendo così il mio treno per Vancouver.

Poi tornerò in Europa, all’ora solare.
Due settimane dopo anche l’Europa passerà all’ora legale.
Ma a quel punto io sarò di nuovo tornato alle mie abitudini quotidiane e a girare con l’orologio al polso fermo, come sempre.

adattatore
TAG: viaggi
17.48 del 22 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
17 Una (breve) vacanza in Italia
GEN Spostamenti, Centodieci
Questo è un post vecchio di un anno e mezzo, che avevo iniziato a scrivere nell'autunno del 2016 al rientro da una settimana a zonzo per capoluoghi nella quale avevamo infilato Mantova, Ravenna, Forlì e Cesena, Pesaro e Urbino, Siena, Arezzo e Prato, oltre a fare una sosta anche a Chioggia e a visitare il delta del Po.
È stata l'ultima occasione di aggiornamento del Progetto 110, che da allora è fermo. Nella primavera dello scorso anno avevamo programmato qualche giorno in Sardegna per piantare la bandierina in due o tre capoluoghi nuovi, ma purtroppo all'ultimo momento dovemmo cancellare la partenza per via di un imprevisto.

Il post qua sotto è rimasto dunque piantato a metà per tutto questo tempo, sepolto dentro l'infinita to do list di Orizzontintorno. Non sono mai riuscito a finirlo, non ho mai poi scritto il travel log di quei giorni, né aggiornato l'archivio fotografico con le immagini dei sette nuovi capoluoghi.
Ormai è superato dagli eventi, ma lo pubblico così come mi era rimasto in bozza, incompiuto, per lasciare traccia nel blog della rotta seguita in quello scorcio di fine estate. Le foto invece prima o poi finiranno nel mio archivio su SmugMug, insieme a tutte le altre.


***

Settembre 2016

Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità coi ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di fotografie su cui mettere le mani e fra l'altro sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002, e contemporaneamente rimettendo a posto l'intero archivio fotografico.
[...]

Agosto110-1
Itinerario del giro di ferragosto 2016
Agosto110-2
Stato del Progetto 110
TAG: Italia, Siena, Pesaro, Urbino, Mantova, Ravenna, Forlì, Cesena, Prato, Arezzo
15.00 del 17 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
27 Di mattine presto a Caorle e di pause caffè a Venezia
NOV Spostamenti, Fotoblog, Diario
Capita talvolta di seguire figlio grande in trasferta, un po' tipo groupie, e fra l'altro più i ragazzi crescono più mi viene la tentazione di fare prima o poi l'esperienza camper, perlomeno sulle grandi distanze.
Ma forse anche no.

Comunque, un paio di domeniche fa abbiamo visto l'alba a Caorle e ci siamo presi un caffè a Venezia al tramonto, sulla via del ritorno.
E niente, per quante volte uno ci torni, al solito è impossibile passare da Venezia senza smettere di fotografare la qualunque (e lasciar giù un mutuo ad ogni passo).
Che poi son sempre le stesse foto, negli stessi posti, con la stessa luce, ma tant'è.

Caorle01
Caorle02
Caorle
Caorle03
Caorle05
Caorle06
Caore07
Venezia, di passaggio per un caffè
TAG: caorle, Venezia
13.59 del 27 Novembre 2017 | Commenti (0) 
 
20 Breve viaggio in Mitteleuropa
LUG Travel Log: Mitteleuropa, Spostamenti
Così siamo partiti, i ragazzi ed io, ed era un bel po' che non accadeva. È stata solo una rapida toccata e una fuga, quattro giorni, quattro Paesi, il tempo necessario per far piantare loro la bandierina in Liechtenstein e portarli a visitare il Deutsche Museum a Monaco di Baviera, niente di più, ma ci siamo divertiti molto ed era l'ora di tornare finalmente a macinar chilometri.

Per me un ritorno a Monaco a distanza di dieci anni dal concerto dei Police e di ben trentaquattro dalla mia prima visita al Deutsche Museum. Anche a Vaduz ero stato ormai diciotto anni fa, ma solo di passaggio. Questa volta ci siamo fermati a dormire e abbiamo pure avuto modo di esplorare un po' il piccolo Paese, il che probabilmente fa di me uno dei massimi esperti al mondo di Liechtenstein. Ancora un giro e posso scrivere la Lonely Planet.

È stata una breve e bella vacanza e l'occasione per ridare un po' di vita a questo sito aggiungendo una nuova scheda viaggio a due anni di distanza dal giro in Islanda.
Menzione d'onore per la straordinaria strada del Timmelsjoch, che abbiamo seguito al rientro come alternativa all'ormai noiosissimo e trafficatissimo valico del Brennero.

Anche se come sempre ho pubblicato scheda viaggio e foto su Orizzontintorno, ormai il mio archivio principale è come detto su SmugMug, dove ho caricato tutte le immagini, geolocalizzate, alla risoluzione originale.
Ah, le foto di surf dite? Nulla, cose che accadono quotidianamente in centro a Monaco. Per risolvere il mistero basta guardare le immagini in archivio.

E niente, il tempo di un paio di lavatrici e qualche riunione di lavoro, e fra un paio di settimane ripartiamo, questa volta davvero.
Si torna a volare dopo due anni.

Mittel0
Mittel1
Mittel2
Mittel3
Vaduz, Liechtenstein
Mittel4
Triesenberg, Liechtenstein
Mittel5
Monaco di Baviera
Mittel6
Mittel7
Mittel8
Eisbachwelle, Monaco di Baviera

[Non escludo che questo post sia in aggiornamento nei prossimi giorni, adesso sono stanco e non riesco a far molto ordine nei miei appunti mentali.]
TAG: Liechtenstein, Svizzera, Austria, Germania, Monaco di Baviera, Vaduz
23.40 del 20 Luglio 2017 | Commenti (0) 
 
11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
13 Provvisorio
SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

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Chioggia
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Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
22 Summer 2015
AGO Spostamenti, Diario
È stata un'estate tranquilla, divisa fra due dei pochi luoghi dove mi sento davvero a casa, il nostro campo base in Valnontey prima, il consueto buen retiro all'Elba poi. Quest'anno sulla nostra isola ci siamo fermati tanto, più di due settimane, non succedeva da non so più quanti anni. Quello passato, per dire, eravamo riusciti a farci un solo weekend in tutto l'anno.
Niente viaggi, niente scorribande altrove, se escludiamo il rapido weekend a Londra a fine giugno: gli imprevisti del viaggio in Islanda di aprile hanno purtroppo ingoiato buona parte del budget per il progetto che avevamo previsto per quest'estate e così ho deciso di fare il bravo: abbiamo messo da parte i piani originari e ne ho approfittato per fermarmi, davvero, e staccare da tutto.
Sono contento di averlo fatto, col senno di poi.

È stata un'estate calda, caldissima, rovente spesso, un'estate in cui non ho visto una giornata di brutto tempo per quasi due mesi di fila, dove la temperatura non è mai andata sotto i trenta gradi, con punte assurde a quasi quaranta, ovunque, perfino di giorno in Valnontey dove pure, di notte, si scende sempre vicini allo zero.
Così caldo all'Elba, e così caldo sulla nostra terrazza di Rio, non ricordo di averlo mai patito.

È stata anche un'estate di pace ricercata affannosamente, continuamente minata da ognidove, a ogni angolo, ma che una volta di più ha tirato fuori tutto quel che di buono c'era da tirar fuori, con ostinazione e determinazione.

È stata la prima estate e la prima volta all'Elba senza papà. E senza papà a portare la barca. Ho trovato in archivio una foto dell'81 dove sono all'Elba, in cima al Monte Capanne, insieme a papà. In quello stesso esatto punto anche quest'anno, per la terza volta negli ultimi sei anni, ho scattato una foto ai ragazzi.

È stata un'estate con l'iPhone, senza reflex. Ormai lo so che si difende bene. Anche se per la prima volta mi sono capitate almeno un paio di occasioni in cui ho rimpianto di non avere con me la fida Canon all'Elba. Sul balcone di casa.

Davanti c'è un autunno di progetti. Di grandi progetti, soprattutto di progetti di vita. Progetti di vita a cinquant'anni.
Un passo alla volta. Poi, prima o poi, si riparte. Come sempre.

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Dal balcone di casa a Rio nell'Elba
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Portoferraio
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Rio Marina
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Isola di Pianosa
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Miniere di Rio Marina
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Cavo, Isola d'Elba
TAG: elba, pianosa
22.54 del 22 Agosto 2015 | Commenti (0) 
 
06 (The Who and) London, 31 years later
LUG Spostamenti, Viaggi fra le note
E così l'ultimo weekend di giugno sono tornato a Londra, una vita - o forse anche sei o sette - dopo la mia prima ed unica volta fino ad oggi. Ci sono tornato per l'addio alle scene degli Who in occasione dei cinquant'anni di carriera.
Ho sempre bisogno di una ragione particolare per tornare nei posti dove sono già stato: è arrivata ed è stata davvero speciale. D'altra parte non esisteva non essere tornato a Londra per trent'anni e più.

Ora, questo dovrebbe dunque essere un post sull'ultimo concerto degli Who, ma forse mi viene anche un post su Londra, tanto che ci siamo. Che poi non è proprio vero che fosse l'ultimo loro concerto, perché il tour si concluderà negli Stati Uniti a dicembre, ma è stato certamente l'ultimo davanti al pubblico di casa.
Pete Townshend ha settant'anni e fa ancora il mulinello, ma non distrugge più le chitarre; Roger Daltrey ne ha settantuno, secondo me soffre di mal di schiena, è quasi immobile sulle gambe e non lancia più il microfono, ma ha ancora una voce eccezionale. Soprattutto dimostrano entrambi dieci anni di meno e tengono il palco come vecchi papà, davanti a un pubblico che, come sempre in queste occasioni, abbraccia perlopiù un paio di generazioni ormai andate.
Hyde Park era straordinariamente pieno di gente arrivata da ognidove, la birra scorreva a fiumi e si distinguevano parecchi post mods ultracinquantenni, perfettamente abbigliati e pettinati come fossimo stati nel 1965.
La scaletta poteva essere più entusiasmante e sono mancati grandissimi classici, da Magic bus a Summertime blues, da Substitute a Long live rock, ma le altre c'erano tutte: My generation, Pinball wizard, See me feel me, Baba O'Riley, Behind blue eyes, Love reign o'er me e naturalmente gran finale con Won't get fooled again.

Pensavo mi sarei commosso e avrei forse pianto tanto: mi sono sì commosso e credo sia scesa una lacrimuccia quando a decine di migliaia abbiamo cantato tutti insieme See me, feel me, ma la verità è che sebbene sia stato bellissimo esserci non è stato un concerto straordinario.
Il volume, innanzitutto: troppo basso e stiamo parlando degli Who, accidenti. Potevamo tranquillamente parlare fra di noi e sentivo la gente che cantava attorno a me più della musica dal vivo, nonostante fossimo tutto sommato nel primo terzo del grande prato di Hyde Park. Cosa mai sentivano quelli in fondo?
Poi, non si vedeva un tubo: trattandosi di un prato infinito, in mezzo a una folla sterminata, era già un miracolo riuscire a seguire il concerto sui mega schermi, ma il risultato è che pareva perlopiù di vederlo in tv che non di essere presenti ad uno spettacolo dal vivo, a meno delle ore trascorse in piedi, pigiati fra migliaia di persone, infradiciati dai bicchieri pieni di birra che venivano lanciati da quei buontemponi degli inglesi ubriachi.

Ecco, sai che c'è? Che non c'ho più l'età per 'ste cose. La verità è che sarei stato pronto anche a spendere centinaia di sterline per uno straccio di posto in tribunetta VIP, per godermi l'evento in pace, seduto, con una vista decente, arrivando all'ultimo momento, ma è stato impossibile trovare i biglietti. Passare invece sei ore in piedi, schiacciati fra cinquantenni ubriachi, per non vedere e non sentire quasi un cazzo, ecco, no: cheppalle.
E infine, siccome sono inglesi, alle 22:20 in punto giù le saracinesche come rigorosamente previsto dal programma ufficiale e tutti a casa ordinatamente fra file di poliziotti a cavallo: nemmeno un bis, niente. Solo la scaletta ufficiale e cinque minuti per i saluti finali e l'addio al pubblico. Mah.

Peccato insomma, avrebbe potuto essere indimenticabile, ma comunque noi c'eravamo: been there, done that.

Nota: Paul Weller, guest star per l'occasione, mi stava sul cazzo negli anni '80, mi sta sul cazzo ancora oggi. Però posso anche dire di aver visto Paul Weller dal vivo a Londra (che fra l'altro si sentiva meglio degli Who).

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The Who live at Hyde Park, London, 50th anniversary tour
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Paul Weller, guest star degli Who al British Summer Time festival

Poi, tanto che siamo qui: appunti su Londra. Siccome lei non c'era mai stata, abbiamo approfittato del sabato per tentare l'impossibile: tutta Londra in un giorno solo, ovvero perlomeno transitare davanti a tutti i must da cartolina, ché di entrare in un posto qualunque, fosse Westminster, la London Eye, men che meno il British, un sabato di fine giugno con poche ore a disposizione, era davvero improponibile, non fosse altro per il miliardo di turisti e le ore di coda ovunque. Ma quanta accidenti di gente c'è a Londra?

Trent'anni dopo, a Londra c'è una ruota che prima non c'era, c'è un grattacielo che prima non c'era e che gli sono mancate tre o quattro lastre di vetro per chiudergli la punta e forse gli piove dentro, gli autobus non son più quelli di una volta, i taxi non son più quelli di una volta (nel senso che li hanno colorati e appiccicato le pubblicità).
Poi: Londra costa una fucilata, tipo Oslo o Mosca, è troppo grande per riuscire a girarla in un giorno solo anche solo per fare le dieci foto da cartolina (soprattutto svegliandosi alle dieci del mattino), come ricordavo mi piace più di Parigi-via-al-flame (che però conosco molto meglio - Parigi, non il flame), gli inglesi sono sempre molto inglesi, a Londra c'è tutto ma se hai un attico a Paddington l'Esselunga ti rimane un po' fuori mano.
Fine di Londra.

Sebbene non avessi poi tutta questa voglia di scrivere questo post, le virgole sono dove devono essere.

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12.23 del 06 Luglio 2015 | Commenti (0) 
 
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