Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Provvisorio
SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

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Chioggia
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Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
22 Summer 2015
AGO Spostamenti, Diario
È stata un'estate tranquilla, divisa fra due dei pochi luoghi dove mi sento davvero a casa, il nostro campo base in Valnontey prima, il consueto buen retiro all'Elba poi. Quest'anno sulla nostra isola ci siamo fermati tanto, più di due settimane, non succedeva da non so più quanti anni. Quello passato, per dire, eravamo riusciti a farci un solo weekend in tutto l'anno.
Niente viaggi, niente scorribande altrove, se escludiamo il rapido weekend a Londra a fine giugno: gli imprevisti del viaggio in Islanda di aprile hanno purtroppo ingoiato buona parte del budget per il progetto che avevamo previsto per quest'estate e così ho deciso di fare il bravo: abbiamo messo da parte i piani originari e ne ho approfittato per fermarmi, davvero, e staccare da tutto.
Sono contento di averlo fatto, col senno di poi.

È stata un'estate calda, caldissima, rovente spesso, un'estate in cui non ho visto una giornata di brutto tempo per quasi due mesi di fila, dove la temperatura non è mai andata sotto i trenta gradi, con punte assurde a quasi quaranta, ovunque, perfino di giorno in Valnontey dove pure, di notte, si scende sempre vicini allo zero.
Così caldo all'Elba, e così caldo sulla nostra terrazza di Rio, non ricordo di averlo mai patito.

È stata anche un'estate di pace ricercata affannosamente, continuamente minata da ognidove, a ogni angolo, ma che una volta di più ha tirato fuori tutto quel che di buono c'era da tirar fuori, con ostinazione e determinazione.

È stata la prima estate e la prima volta all'Elba senza papà. E senza papà a portare la barca. Ho trovato in archivio una foto dell'81 dove sono all'Elba, in cima al Monte Capanne, insieme a papà. In quello stesso esatto punto anche quest'anno, per la terza volta negli ultimi sei anni, ho scattato una foto ai ragazzi.

È stata un'estate con l'iPhone, senza reflex. Ormai lo so che si difende bene. Anche se per la prima volta mi sono capitate almeno un paio di occasioni in cui ho rimpianto di non avere con me la fida Canon all'Elba. Sul balcone di casa.

Davanti c'è un autunno di progetti. Di grandi progetti, soprattutto di progetti di vita. Progetti di vita a cinquant'anni.
Un passo alla volta. Poi, prima o poi, si riparte. Come sempre.

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Dal balcone di casa a Rio nell'Elba
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Portoferraio
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Rio Marina
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Isola di Pianosa
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Miniere di Rio Marina
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Cavo, Isola d'Elba
TAG: elba, pianosa
22.54 del 22 Agosto 2015 | Commenti (0) 
 
06 (The Who and) London, 31 years later
LUG Spostamenti, Viaggi fra le note
E così l'ultimo weekend di giugno sono tornato a Londra, una vita - o forse anche sei o sette - dopo la mia prima ed unica volta fino ad oggi. Ci sono tornato per l'addio alle scene degli Who in occasione dei cinquant'anni di carriera.
Ho sempre bisogno di una ragione particolare per tornare nei posti dove sono già stato: è arrivata ed è stata davvero speciale. D'altra parte non esisteva non essere tornato a Londra per trent'anni e più.

Ora, questo dovrebbe dunque essere un post sull'ultimo concerto degli Who, ma forse mi viene anche un post su Londra, tanto che ci siamo. Che poi non è proprio vero che fosse l'ultimo loro concerto, perché il tour si concluderà negli Stati Uniti a dicembre, ma è stato certamente l'ultimo davanti al pubblico di casa.
Pete Townshend ha settant'anni e fa ancora il mulinello, ma non distrugge più le chitarre; Roger Daltrey ne ha settantuno, secondo me soffre di mal di schiena, è quasi immobile sulle gambe e non lancia più il microfono, ma ha ancora una voce eccezionale. Soprattutto dimostrano entrambi dieci anni di meno e tengono il palco come vecchi papà, davanti a un pubblico che, come sempre in queste occasioni, abbraccia perlopiù un paio di generazioni ormai andate.
Hyde Park era straordinariamente pieno di gente arrivata da ognidove, la birra scorreva a fiumi e si distinguevano parecchi post mods ultracinquantenni, perfettamente abbigliati e pettinati come fossimo stati nel 1965.
La scaletta poteva essere più entusiasmante e sono mancati grandissimi classici, da Magic bus a Summertime blues, da Substitute a Long live rock, ma le altre c'erano tutte: My generation, Pinball wizard, See me feel me, Baba O'Riley, Behind blue eyes, Love reign o'er me e naturalmente gran finale con Won't get fooled again.

Pensavo mi sarei commosso e avrei forse pianto tanto: mi sono sì commosso e credo sia scesa una lacrimuccia quando a decine di migliaia abbiamo cantato tutti insieme See me, feel me, ma la verità è che sebbene sia stato bellissimo esserci non è stato un concerto straordinario.
Il volume, innanzitutto: troppo basso e stiamo parlando degli Who, accidenti. Potevamo tranquillamente parlare fra di noi e sentivo la gente che cantava attorno a me più della musica dal vivo, nonostante fossimo tutto sommato nel primo terzo del grande prato di Hyde Park. Cosa mai sentivano quelli in fondo?
Poi, non si vedeva un tubo: trattandosi di un prato infinito, in mezzo a una folla sterminata, era già un miracolo riuscire a seguire il concerto sui mega schermi, ma il risultato è che pareva perlopiù di vederlo in tv che non di essere presenti ad uno spettacolo dal vivo, a meno delle ore trascorse in piedi, pigiati fra migliaia di persone, infradiciati dai bicchieri pieni di birra che venivano lanciati da quei buontemponi degli inglesi ubriachi.

Ecco, sai che c'è? Che non c'ho più l'età per 'ste cose. La verità è che sarei stato pronto anche a spendere centinaia di sterline per uno straccio di posto in tribunetta VIP, per godermi l'evento in pace, seduto, con una vista decente, arrivando all'ultimo momento, ma è stato impossibile trovare i biglietti. Passare invece sei ore in piedi, schiacciati fra cinquantenni ubriachi, per non vedere e non sentire quasi un cazzo, ecco, no: cheppalle.
E infine, siccome sono inglesi, alle 22:20 in punto giù le saracinesche come rigorosamente previsto dal programma ufficiale e tutti a casa ordinatamente fra file di poliziotti a cavallo: nemmeno un bis, niente. Solo la scaletta ufficiale e cinque minuti per i saluti finali e l'addio al pubblico. Mah.

Peccato insomma, avrebbe potuto essere indimenticabile, ma comunque noi c'eravamo: been there, done that.

Nota: Paul Weller, guest star per l'occasione, mi stava sul cazzo negli anni '80, mi sta sul cazzo ancora oggi. Però posso anche dire di aver visto Paul Weller dal vivo a Londra (che fra l'altro si sentiva meglio degli Who).

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The Who live at Hyde Park, London, 50th anniversary tour
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Paul Weller, guest star degli Who al British Summer Time festival

Poi, tanto che siamo qui: appunti su Londra. Siccome lei non c'era mai stata, abbiamo approfittato del sabato per tentare l'impossibile: tutta Londra in un giorno solo, ovvero perlomeno transitare davanti a tutti i must da cartolina, ché di entrare in un posto qualunque, fosse Westminster, la London Eye, men che meno il British, un sabato di fine giugno con poche ore a disposizione, era davvero improponibile, non fosse altro per il miliardo di turisti e le ore di coda ovunque. Ma quanta accidenti di gente c'è a Londra?

Trent'anni dopo, a Londra c'è una ruota che prima non c'era, c'è un grattacielo che prima non c'era e che gli sono mancate tre o quattro lastre di vetro per chiudergli la punta e forse gli piove dentro, gli autobus non son più quelli di una volta, i taxi non son più quelli di una volta (nel senso che li hanno colorati e appiccicato le pubblicità).
Poi: Londra costa una fucilata, tipo Oslo o Mosca, è troppo grande per riuscire a girarla in un giorno solo anche solo per fare le dieci foto da cartolina (soprattutto svegliandosi alle dieci del mattino), come ricordavo mi piace più di Parigi-via-al-flame (che però conosco molto meglio - Parigi, non il flame), gli inglesi sono sempre molto inglesi, a Londra c'è tutto ma se hai un attico a Paddington l'Esselunga ti rimane un po' fuori mano.
Fine di Londra.

Sebbene non avessi poi tutta questa voglia di scrivere questo post, le virgole sono dove devono essere.

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Londra
TAG: londra, the who, bst, hyde park
12.23 del 06 Luglio 2015 | Commenti (0) 
 
20 Centodieci/49: Rimini (e Riccione, e San Marino)
GIU Centodieci, Spostamenti
Poi, parliamo di Rimini: Rimini è quella roba dove da casa mia al casello di Rimini ci vogliono tre ore, dal casello di Rimini al primo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, dal primo semaforo di Rimini al secondo semaforo di Rimini ci vogliono tre ore, e così via di semaforo in semaforo (di Rimini), solo che da casa mia al casello di Rimini ci sono trecentocinquanta chilometri, dal casello di Rimini ai semafori successivi trecentocinquanta metri.
E adesso non so, parliamo del traffico di Milano, Roma e anche Bangkok.

In un Paese, peraltro, ormai devastato dalle rotonde anche nei posti più imbecilli dell’universo, tipo all’incrocio fra un’autostrada a sei corsie e il passo carraio di un fienile abbandonato dalla crisi agricola del 1860, a Rimini ce n’è solo una:

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Io a Rimini non ero mai stato. Davvero. Si può non essere mai stati a Rimini (e a Riccione)? Sì, eccomi.
Così è capitato che Leonardo avesse i campionati nazionali di karate a Riccione e quindi via, spedizione sulla riviera romagnola e ci siam fatti campionati (dove il ragazzo, sia detto a titolo di orgoglio paterno, si è portato a casa un argento e un bronzo) e tappa Centodieci a Rimini.
Io, lipperlì, vista l'occasione sarei anche stato preso dalla foga di piazzare bandierine in ognidove attorno, tipo Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, ma alla fin fine avevamo solo il tempo fra un incontro di kumite e un turno di kata, e Forlì-Cesena, o Pesaro-Urbino, volevan dire prenderne due alla volta, ché se vuoi piazzare la bandierina a Pesaro-Urbino non è che ti basta andare solo a Pesaro, o solo a Urbino. Come quella volta che siamo stati a Massa Carrara, per dire.
Che poi: la menano per anni con l’abolizione delle province, ma intanto Forlì all’improvviso è diventata Forlì-Cesena e Pesaro adesso fa Pesaro-Urbino. D'altra parte quando ho fatto Verbania me ne son toccate tre.
Comunque, insomma no: alla fine siamo stati solo a Rimini (e a Riccione) e la domenica ho portato i ragazzi a San Marino, ché così Leonardo ha piazzato il suo ventesimo Paese (in tre continenti) a soli 11 anni e Carola il tredicesimo (in due continenti) a 8 anni. Talis pater, eccetera.

Dunque, Rimini: io a Rimini non ero mai stato, ché anche da giovine, mentre tutti i miei amici andavano a Rimini, io andavo a Capo Nord in tenda da solo, alle Svalbard in tenda da solo, in Patagonia (d’inverno) in tenda da solo o, nella migliore delle ipotesi, in mezzo al Sahara con una R4 e una sbarra di ferro per smontare gli pneumatici, forgiata dal fabbro di Douz seguendo un disegno che gli avevo scarabocchiato lipperlì su un foglio a quadretti.
Occhei, è vero: sono sempre stato un po’ snob sul tema Rimini, ma dovete prendermi così.
Poi, mica solo Rimini: Rimini e la riviera adriatica intera. Da Lignano Sabbiadoro fino a Francavilla al mare, il concetto di riviera adriatica come l'orrore del colonnello Kurtz.
Così, immaginatemi a cinquant'anni inscatolato in coda per la prima volta a un semaforo di Rimini, sotto la pioggia, il venerdì sera di un weekend di primavera, uno dei primi weekend in cui l’universo intero si muove per andare a Rimini.

E invece. Mi è piaciuta Rimini. Vedi a esser prevenuti. Oddio: mi è piaciuta perché non c'era un cane, nemmeno gli ombrelloni, è stata una bella giornata, ho fatto delle belle foto, abbiamo camminato tanto sulla spiaggia deserta, il mare era una tavola e perfino trasparente, c'erano molte conchiglie ed è stata una giornata di gran serenità e pace.
Costa un tubo, poi, Rimini. Almeno, a maggio, ché ad agosto non so.
Rimini ad agosto, colonnello Kurtz.
Non mi convincerete mai del contrario.
E comunque mai più a Rimini. Al massimo Forlì-Cesena.

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Il Duomo di Rimini
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Rimini
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Riccione
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San Marino
TAG: Rimini, Riccione, San Marino
08.38 del 20 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
16 Coetanei
GIU Spostamenti, Segnalazioni, Viaggi fra le note
Ah, ma vi ho detto che fra pochi giorni sono a Londra per il concerto di addio degli Who, ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario? Che poi, guarda un po', cade nell'anno del mio cinquantesimo.
Cioè, una delle mie band mito che chiude cinquant'anni di carriera nell'anno dei miei cinquant'anni, con un concerto in centro a Londra. Non so se mi spiego.
Fra l'altro torno a Londra a distanza di trentuno anni dalla mia prima volta. Era ora di un bel refresh, no?

E niente, devo forse dirvi come mi sento con il countdown a -10?
See you there, stay tuned.

TheWho
TAG: The Who, British Summer Time, Londra, Hyde Park
17.24 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
16 Centodieci/48: Bolzano (e Stelvio, e Gavia, e Solda, eccetera)
GIU Centodieci, Spostamenti
Per la verità il giro Centodieci a Bolzano l’ho fatto ormai un anno fa, giusto il primo weekend di giugno, epperò il post mi è rimasto fermo fra le dita per tutti questi mesi.
È che a Bolzano in realtà son stato mille e una volta in vita mia, non è che l'occasione in sé fosse una novità. È che quel weekend ero partito coi ragazzi per fare altro: un giro al Gavia e allo Stelvio, e una visita a Juval e ai Messner Mountain Museum, sulle tracce del mio eroe e icona di gioventù.

È che volevo poi scrivere un post su altro, tipo che per una vita ho sempre sognato di ritirarmi, prima o poi, a far vita da eremita in una qualche valle di montagna: una vecchia casa walser da ristrutturare in alta Valsesia, o in fondo alla Valle Anzasca, ai piedi del mio Monte Rosa, o nei prati di Grindelwald, sotto l’Eigerwand, o una baita immersa nel Parco del Gran Paradiso; o al limite, proprio al limite, ad Andalo, nei luoghi della mia infanzia, all’ombra del Campanile Basso.
L’Alto Adige no, non lo avevo mai preso in considerazione. Non che non lo abbia frequentato, tanto da ragazzo, poi di nuovo da adulto, e pur tuttavia in qualche modo mi è sempre rimasto estraneo, sebbene abbia dato i natali alla maggior parte dei miei miti di giovane alpinista.

E nulla, scendendo dallo Stelvio sul versante di Trafoi, dove non transitavo da più o meno quarant'anni, e risalendo poi verso Solda per visitare il primo dei Messner Mountain Museum, lì sotto ai ghiacciai dell’Ortles all'improvviso ho trovato il luogo della mia vita. Così, trasportato quasi dal caso.
Perché io, dell'Ortles, non conosco e non conoscevo quasi nulla. In quella zona qualche anno fa avevo salito il Gran Zebrù e il Cevedale, due montagne meravigliose, peraltro due fra le ultime salite della mia carriera alpinistica, ed era quella la prima volta che mi cimentavo con le vette del gruppo e che mi ritrovavo l'Ortles davanti.
Che strano non aver mai preso in considerazione l'Ortles. Dev'essere stato per quella sfiga che lo accompagna, quel centinaio di metri che lo separano da quota quattromila, il limite del collezionista, la soglia al di sotto della quale non vale(va) la pena sprecar gambe e polmoni per piantare la mia piccozza su una cima. Quella stessa ragione per cui sali lo Shisha Pangma, ma non il Gyachung Kang .

Così, sono arrivato a Solda. Ho visitato il museo di Messner e ho visto la tuta con cui ha salito il Nanga Parbat nella solitaria del 1978, quella stessa tuta che indossava nell'autoscatto sulla cima, la foto di copertina del suo libro più bello, il primo dei suoi che abbia letto, molti anni fa, grazie al quale ho iniziato ad avvicinarmi all'alta quota, a sognare l'Himalaya e a studiare, da allora, tutto quello che c'è da sapere sull'aria sottile, sulla storia dell'alpinismo, sugli uomini e le montagne più alte del pianeta, fino a farne ben più che un hobby, una vera ossessione, il sogno di una vita, l'invariabile risposta alla domanda di ogni colloquio di lavoro: "Come si vede fra dieci anni?". In cima all'Everest.

Sono arrivato a Solda e ho pensato che era esattamente lì che volevo andare a vivere e ritirarmi, che quello era il mio luogo, che avevo trovato le mie radici ai piedi dell'unico ghiacciaio, sulle Alpi, che non avevo mai preso in considerazione.
Che lì ero a casa.
Tu guarda a volte, il caso.

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Il Gruppo dell'Adamello, salendo al Gavia da Ponte di Legno
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Il Passo di Gavia, a 2.621m
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Salendo al Passo dello Stelvio (2.758m) da Bormio
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Il versante di Trafoi del Passo dello Stelvio
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Solda (BZ), sede del Messner Mountain Museum "Ortles"
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Castel Juval, casa di Messner e sede del primo Messner Mountain Museum
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La tuta con cui Messner ha salito il Nanga Parbat in solitaria nel 1978

Poi nulla, abbiamo dormito in una Trafoi praticamente deserta, ché ancora non era stagione, e il giorno dopo siamo stati a Castel Juval, a casa Messner. Lo abbiamo pure incrociato, Reinhold.
Capirai, per me è stato un po' come andare alla Mecca e imbattermi in Maometto.

A Bolzano abbiamo fatto sosta sulla via del ritorno per farci un gelato e, tanto che c'eravamo, per onorare la quarantottesima tappa del Centodieci, visitando anche Castel Firmiano e il museo archeologico dell'Alto Adige, dove è conservata la mummia di Ötzi. Che si sa, son cose che ai ragazzi piacciono e poi le raccontano ai compagni di scuola.
E che devo aggiungere di Bolzano? D'estate è sempre maledettamente calda, è meno trentina (e meno accogliente) di Trento e meno altoatesina (e meno accogliente) di Innsbruck.
Bolzano per me è sempre stata un po' la Bologna alpina, un crocevia di transito per altri luoghi miei. Dev'essere che da bambino, ogni estate, si partiva da Andalo per venir qui a comprare il loden, ché ai miei piaceva vestirmi con il loden (e i pantaloni tirolesi), ed io da allora non ho mai più messo un cappotto in vita mia (men che meno pantaloni tirolesi con le stelle alpine e le bretelle), giuro. Io i cappotti proprio li odio, figurati quelli verde oliva. Ho sempre attribuito questo fatto al trauma infantile del loden verde coi bottoni di legno.

Va detto che a Bolzano, comunque, fanno sempre ottimi gelati. Anche se la gelateria di quegli anni, quella che mi impilava sul cono le palline una sopra all'altra, quella gelateria non l'ho mai più ritrovata.

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Bolzano, il centro
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Il duomo di Bolzano
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Castel Firmiano, Bolzano, sede di uno dei Messner Mountain Museum
TAG: bolzano, alto adige, gavia, stelvio, solda, juval, messner
16.34 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
05 A daytrip to #EXPO
GIU Fotoblog, Diario, Spostamenti
Lunedì abbiamo fatto un (primo?) salto all'Expo, così, senza averlo programmato, né con particolari aspettative. Qualcosa del tipo "visto che è qua, andiamo a dare un'occhiata."
Sintesi: un giro merita sicuramente, quasi certamente un secondo e fors'anche un terzo, si vedrà. Non fosse altro perché c'è un miliardo di persone, i padiglioni sono settordicimila e agli ingressi di quelli che dicono essere davvero interessanti (Brasile, Corea, Giappone, Cina, Emirati, per citarne alcuni) le code sono pressoché infinite. Lunedì scorso, nella fattispecie, anche in pieno sole, con una temperatura che, nel caso degli Emirates perlomeno, era perfettamente adeguata al contesto.

Insomma, vista la situazione, a questo giro abbiamo optato per una sorta di panoramica generale, adottando la tradizionale strategia di viaggio che mi accompagna da qualche tempo a questa parte: small, quick and dirty. In altre parole, tanti stand, tutti insignificanti, perlopiù di Paesi a interesse (per il pubblico in generale) zero. Così ci siamo fatti Sudan, Rwanda, Brunei, la Santa Sede (dove ci hanno dato l'immaginetta del Papa), Angola, Bielorussia, Bahrein, Burundi, Guinea, Costa d'Avorio, Etiopia, presi a caso fra quelli che ricordo.
Dice: ma cosa c'è nello stand del Sudan, che in Sudan non c'è nulla? Nulla, appunto. Mi perdoni il Sudan per essere stato preso ad esempio per questa battuta infelice.
Ci siamo concessi solo i quindici minuti di coda necessari per entrare al padiglione del Kuwait (interessante), dove peraltro ci siamo poi fermati a cena.

Ecco, se ve lo chiedete, mangiare all'Expo non è un problema (anche perché è dedicata al cibo, quindi capirai), ma se non volete fare le code per gli assaggini etnici gratuiti potete pagare una pizza come a Tubuai (ultimamente mi sono un po' fissato con Tubuai e con le Falkland, deducetene quel che volete).
La cena al ristorante kuwaitiano, ottima, accompagnata da acqua liscia e tè alla menta, è costata come andarci, in Kuwait.

Poi, com'è l'Expo? È una specie di chilometro di container colorati molto etnici e architetture interessanti, alcune assai belle e scenografiche. Nei padiglioni ci sono perlopiù molti schermi televisivi e distributori di bibite. Si possono comprare i souvenir come negli aeroporti, mangiare - appunto - tanto e variegato e camminare parecchio. Ma parecchio, proprio.
La cosa più divertente è darsi appuntamento con gli amici. Tipo, noi siamo in Germania, voi dove siete? Noi adesso siamo in Zimbabwe, facciamo un salto in Russia, e ci possiamo poi incontrare a Kiribati.
All'Expo Kiribati e Nauru possono per caso confinare con la Germania, il che volendo si presta a giochi divertenti.
Ho caricato in archivio una carrellata di fotografie, se volete farvi un'idea. Qui, giusto un anticipo.

Noi comunque ci torneremo. Con lo zainetto per i panini al salame e due birre.

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Expo02
Padiglione del Bahrein
Expo03
Padiglione dell'Angola
Expo04
Expo05
Padiglione della Bielorussia
Expo06
Expo07
Expo08
Padiglione della Polonia
Expo09
Expo10
Expo11
Padiglione del Kuwait
Expo12
Expo13
L'albero della vita
TAG: milano, expo, Expo 2015
12.58 del 05 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
29 Pause and rewind
MAG Spostamenti, Progetti
Con la pubblicazione del filmato girato in Islanda ho infine completato il caricamento della scheda completa di viaggio e archiviato in via definitiva su Orizzontintorno questa straordinaria esperienza.

Per un po', adesso, niente in programma: una rapida puntata a Londra verso fine giugno per il concerto di addio degli Who ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario, poi un'estate quasi sicuramente divisa fra il ritorno nel nostro eremo in Valnontey dopo due anni di assenza e il consueto buen retiro elbano, questa volta per almeno un paio di settimane filate. Le disavventure automobilistiche islandesi (e non solo) hanno un po' minato il budget che era stato stanziato per il classico viaggio estivo e dunque abbiamo ripiegato su tranquillità e serenità nei nostri rifugi più intimi.

Questo non vuol dire che in pentola non stia cucinando nulla, anzi. Solo, sto prendendo un po' di tempo. E approfittandone per riprendere un po' il Centodieci, che da un annetto in qua sta un po' latitando.


TAG: islanda
18.38 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
23 Þeir gætu líka verið Tittlingur
MAR Travel Log: Islanda, Spostamenti
"Allora facciamo un viaggio tranquillo. Prendiamo la macchina e giriamo la Bretagna una settimana, senza fare i soliti viaggi tirati fini al collo. Certo che una settimana... ci starebbe la Transilvania passando da Belgrado. Ah, ma tu hai dieci giorni: potremmo andare in Argentina e vedere le cascate di Iguaçu. Certo che a Pasqua Miami sarebbe perfetta. Belìn, duemilaseicento euro di iniettori, dobbiamo risparmiare.
Si vive una volta sola: ti porto in Islanda.
"

D'inverno (quasi), naturalmente.
Probabilmente ormai al limite per le aurore boreali.
Sicuramente troppo presto per i puffin (bastardi) (un'altra volta).
La scorsa settimana c'è stato un uragano con venti oltre duecento chilometri orari.
Il vulcano salcazzo ha smesso di eruttare, pare.
Dicono che parlano il norreno.
Abbiamo noleggiato una 4x4, di nuovo. Potrebbe tornarci utile.

E niente, si parte il 2 aprile e si va a finire l'Europa. Il piano è questo qua sotto, ma mica lo so se riusciamo davvero a completarlo.
Stay tuned.

icelandtrip
TAG: islanda
00.24 del 23 Marzo 2015 | Commenti (1) 
 
08 Vienna [22-25 gennaio]
FEB Spostamenti
Quindi sono stato a Vienna, ché da un paio d'anni in qua, dopo la scorribanda nei Balcani, andavo dicendo che Vienna era l'ultima capitale europea che mi mancava all'appello, ché da Vienna ero sì transitato in macchina, in treno, negli ultimi anni anche diverse volte in aereo, ma in città non ero mai davvero stato, sebbene in Austria mille e una volta qua e là, in passato anche per lavoro, per dire, ma a Vienna no, a Vienna la bandierina non l'avevo ancora piantata.

Che poi non è proprio vero che Vienna fosse l'ultima capitale europea che mi mancava, dài, diciamo la verità: continuano tutt'ora a mancarmi Reykjavík e l'Islanda tutta, e se volessimo davvero andare a fondo, a voler proprio fare i puntacazzisti, ché se davvero parliamo di collezionismo non è che possiamo essere approssimativi, insomma, a ben guardare mi manca anche L'Aia, ché ad Amsterdam son stato anche più di una volta, ma mica vale cari miei, mica è la capitale.
E poi, per dirla tutta, sono davvero sicuro sicuro sicuro di essere stato a Berna? Perché a me pare di esserci passato in treno anni fa, ma posso forse sostenere di esserci proprio stato? Ché non è che se son stato praticamente in qualunque altra città svizzera mappata sulla carta geografica e abbia scalato almeno metà dei quattromila alpini elvetici e sciato sulle nevi svizzere per anni e anni, allora io possa davvero far finta di essere certo di essere stato anche a Berna.

Fatto sta che un viaggio a L'Aia, d'inverno per di più, lei non aveva alcuna intenzione di regalarmelo, chissà poi perché. Dice che L'Aia sono affari miei. Berna, poi, ça va sans dire.
Così, per i cinquant’anni mi ha regalato un viaggio a Vienna: ho il sospetto che dipenda dal fatto che non abbia alcuna fiducia nel fatto che prima o poi io riesca davvero a vincere il Drawing e del resto ci provo da almeno dieci anni senza alcuna speranza, ma va anche detto che se vincessi il Drawing un viaggio a Vienna ci costerebbe come una settimana a Papeete. Così intanto andiamo a Vienna il 22 gennaio, che costa sicuramente meno e soprattutto non c’è un turista in giro, nevica e ci divertiamo di più.
Soprattutto se la mattina riusciamo a svegliarci prima di mezzogiorno, considerando che alle quattro fa buio e i musei chiudono alle cinque.

Quindi, Vienna.
Ora, tutti dire quanto è stupenda Vienna, ma come non sei mai stato a Vienna, ma devi assolutamente andare a Vienna, ma che aspetti ad andare a Vienna.
Per carità, Vienna è sicuramente molto piacevole, il centro città è piuttosto godibile anche se piove, la ruota panoramica da soli col vento a trentagradisottozero - ah no, quella è la Prospettiva Nevsky di Battiato - fa molto turisti a Vienna e ci siamo divertiti molto, la Sacher da Demel costa meno di un Crodino a Piazzale Loreto ed è davvero molto buona, l’iPhone 6 lo avrei anche pagato 200 euro in meno, solo che non lo avevano, il tesoro degli Asburgo dove cazzo lo hanno messo, ché noi abbiamo visto delle gran stoviglie barocche francamente un pochetto pesanti, un paio di corone e qualche pietra interessante qua e là, tutto bello eh, per carità, ma gli smeraldi del Topkapi, giusto per pescare a caso, ecco, sono un attimo un’altra roba, e il caratteristico odore di sterco in Michaelerplatz, certo, e la principessa Sissi, e Francesco Giuseppe che era molto innamorato, e insomma, tutto ok.
Ma alla fine, Vienna: parliamone.

Però, poi, l’ultima sera abbiamo visto la Wiener all’Orangerie dello Schloss Schönbrunn, abbiamo speso un patrimonio, eravamo in prima fila nei posti VIP e ci hanno anche suonato An der schönen blauen Donau, il Danubio Blu se siete ignoranti, e la Marcia di Radetzsky, e gli americani e i giapponesi battevano le mani a tempo come fanno in tv al concerto di Capodanno, solo che in realtà non era la Wiener, non erano in centoventi, non c’era nemmeno l’oboe, per dire, né il triangolo, e invece di Zubin Mehta non c’era nessuno, perché un direttore ‘sti poracci non ce l’avevano, ché in realtà erano un ensemble, un sestetto di sfigati, tre violini, un violoncello, un pianoforte, un clarinetto, la Wiener un tubo insomma, era la Schloss Schönbrunn Orchester Vienna, solo che nemmeno l'orchester al completo c'era, perché era sabato e il sabato c’è solo l’ensemble, l'orchester al completo suona il giovedì, tipo, e anche se noi abbiamo pagato come fosse al completo e credevamo fosse la Wiener, perché ce l’han venduta così, insieme alla gazzosa nei flute, niente, sei erano e sei son rimasti, il tempo lo dava la pianista e immaginatevi la Marcia di Radetzsky eseguita da un sestetto di sfigati, in una sala illuminata al neon, con gli americani e i giapponesi che battono le mani e le due coppie di cinquantenni di Carate Brianza davanti a voi che commentano da intellettuali. No va', non immaginate nulla, lasciate perdere.
Noi comunque ci siamo commossi molto, abbiamo giurato di non raccontarlo mai a nessuno e poi niente, siamo usciti e Totò ci ha venduto la ruota panoramica.

Quindi Vienna ci è piaciuta molto e ci siamo molto divertiti, e quel caffè viennese davvero viennese dove i turisti non ci sono e che a noi è piaciuto tanto, e fanno il conto con la matita sul taccuino a quadretti e si può leggere il giornale in viennese e mangiare lo strudel e i würstel viennesi (qualcuno sa esattamente come si scrive würstel?), lo conosciamo solo noi e ci teniamo il segreto, però la prossima volta facciamo quel weekend a Papeete che costa meno e suonano i bonghi.

Comunque volevo dire che secondo me L'Aia è sottovalutata.

Nota a margine: darsi appuntamento negli aeroporti in giro per il mondo arrivando con voli diversi e salutarsi poi negli aeroporti in giro per il mondo ripartendo con voli diversi a me pare molto trendy, a lei non piace un cazzo.

Vienna01
Hofburg, Michaelerplatz, Vienna
Vienna02
Schloss Schönbrunn, Vienna
Vienna03
Il Danubio dalla Donauinsel, Vienna
Vienna04
Hundertwasserhaus, Vienna
Vienna05
Vienna06
Vienna07
La ruota panoramica del Prater, Vienna
Vienna08
Stephansdom, Vienna

Nota logistica: abbiamo dormito qui. Eccellente.
TAG: vienna, Schloss Schönbrunn orchester
12.51 del 08 Febbraio 2015 | Commenti (1) 
 
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